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2018-09-23
«La risposta al memoriale Viganò è già stata approvata da Francesco»
Ansa
Qualche giorno fa era stato il New York Times a tirare in ballo il passato argentino di papa Francesco e certe sue presunte coperture di abusi commessi da sacerdoti. Ieri è stata la volta dello Spiegel, con 19 pagine di inchiesta basata soprattutto su testimonianze di vittime. L'avvocato Juan Pablo Gallego parlando al settimanale tedesco arriva ad affermare che «Francesco è ora in esilio a Roma, dove ha trovato il suo rifugio [con l'immunità], per così dire. In Argentina, dovrebbe confutare il sospetto di aver protetto per anni violentatori e molestatori di bambini».
La vicenda principale è quella che riguarda il sacerdote Julio Grassi, personalità molto mediatica, accusato di abusi. L'allora cardinale Bergoglio commissionò sul suo conto una contro inchiesta al criminologo Marcelo Sancinetti, il quale trasse conclusioni opposte a quelle della giustizia argentina: come attestato dal New York Times, nel suo rapporto si legge che «è oggettivamente verificabile la falsità di ognuna delle accuse». Ma la Corte suprema argentina nel marzo 2017 ha confermato per Grassi la condanna a 15 anni di carcere, per aver aggredito un ragazzo all'epoca tredicenne. Il prete ha sempre parlato di Bergoglio come una persona che gli è rimasta vicina. Fonti argentine consultate dalla Verità che effettivamente il caso di padre Grassi è piuttosto controverso e non è da escludersi che la contro inchiesta commissionata da Bergoglio fosse ben motivata.
Lo Spiegel dunque non pubblica nulla di nuovo sul passato argentino del Papa, che resta tutto da chiarire; la «notizia» è il giudizio tagliente riservato al pontificato di Bergoglio da uno dei magazine più importanti del mondo. Lo Spiegel ripesca parole attribuite al Pontefice a proposito di un suo timore «di passare alla storia come qualcuno che ha spaccato la Chiesa». Poi il settimanale ricorda il caso di don Mauro Inzoli, ridotto allo stato laicale per abusi sessuali dopo che per un certo periodo Francesco lo aveva difeso; il festino gay consumato in Vaticano dal segretario del cardinale Francesco Coccopalmerio; le posizioni a rischio di alcuni porporati vicinissimi al Papa (Oscar Maradiaga e Francisco Errazuriz); infine, il caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick e il dossier dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, che i lettori della Verità conoscono bene.
Una decisione di fare finalmente chiarezza sulle circostanze riportate nel memoriale sarebbe l'antidoto più potente anche rispetto ai molti avvoltoi che attaccano la Chiesa per mero anticlericalismo o per affari personali. I vescovi statunitensi sono i più insistenti sulla necessità di aprire un'indagine approfondita sui fatti denunciati da Viganò. Venerdì scorso il cardinale di New York, Timothy Dolan, ha invocato in una conferenza stampa un'inchiesta formale della Chiesa negli Stati Uniti, per rispondere all'accusa di aver taciuto sui decenni di immoralità sessuale di McCarrick. «Penso che una visita apostolica della Santa Sede che includa professionisti laici», ha detto Dolan, «sarebbe un modo efficace per farlo. Lo abbiamo proposto alla Santa Sede e aspettiamo». Per ora però non si hanno notizie in merito, nonostante il presidente dei vescovi americani, cardinale Daniel DiNardo, sia stato in udienza dal Papa lo scorso 13 settembre.
Peraltro, dal dossier Viganò sappiamo che il Vaticano era a conoscenza del caso McCarrick almeno dal 2000, come attestato da una lettera del 2006 firmata dall'allora sostituto alla Segreteria di Stato, Leonardo Sandri. Ma le altre domande aperte dal memoriale? Robertus Mutsaerts, vescovo ausiliare della diocesi di Hertogenbosch, in Olanda, ha scritto a Francesco una lettera aperta in cui annuncia che, alla luce della crisi degli abusi, ha ritenuto di non partecipare al sinodo sui giovani in programma dal 3 al 24 ottobre. Intervistato dal quotidiano olandese Trouw, ha posto il problema chiave che ruota intorno al memoriale: «Viganò è un uomo serio, fa accuse serie, ma il Papa tace. Forse i motivi di Viganò non sono totalmente puri, non lo so, ma non è quello il punto. Il punto è: è vero ciò che Viganò afferma?».
È la domanda che si pongono in tanti, eppure viene spesso soffocata da una serie infinita di pregiudizi e narrazioni. Il quesito però potrebbe trovare presto una risposta. È quanto ha scritto il vaticanista Giuseppe Rusconi nel suo blog rossoporpora.org. Da un po' di tempo Rusconi e Luigi Accattoli, già vaticanista del Corriere della Sera, danno luogo a Roma a movimentati dibattiti a due sul papato di Francesco, partendo da posizioni più o meno opposte. Giovedì 20 settembre, presso la Biblioteca comunale Valle Aurelia, c'è stato l'ultimo di questi dibattiti in ordine di tempo, e in quella occasione, scrive Rusconi, «da Accattoli è venuta un'indiscrezione di portata rilevante: secondo le sue informazioni la prospettata “risposta" della Santa Sede al memoriale di Viganò è stata presentata al Papa lunedì 17 settembre dal cardinale Parolin e approvata il giorno successivo. Dovrebbe dunque essere questione di ore o di pochi giorni per la sua pubblicizzazione».
La nota ci è stata confermata dallo stesso Rusconi: Accattoli ha pubblicamente rivelato questa indiscrezione e per ora non ci sono state smentite. Di certo Accattoli vanta buoni rapporti in Segreteria di Stato, quindi potremmo davvero essere a un passo dagli annunciati e tanto attesi «chiarimenti» sul dossier. Secondo Rusconi , durante il dibattito l'ex vaticanista del Corriere aveva gentilmente definito in vario modo Viganò e le sue memorie: «Paranoico», «surreale», «uno che vive con la pensione vaticana», «lui ce l'ha con il Papa», «la sua è un'invettiva incentrata sul tema dell'omosessualità», eccetera. Una narrativa interessante e diffusa che però non elimina la domanda che si pone anche il vescovo olandese Mutsaersts: «È vero ciò che Viganò afferma?».
Ecco l’accordo con Pechino per la nomina dei vescovi. Tutti i dubbi sull’abbraccio tra il Vaticano e il regime
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Indiscrezione di Luigi Accattoli, nota firma del «Corriere»: presentata al Papa dal cardinale Parolin, la replica al dossier è in uscita. Intanto lo «Spiegel» rinfaccia al Pontefice presunte coperture di abusi ai tempi di Buenos Aires.Annuncio storico della Santa Sede mentre Jorge Bergoglio è in Lituania L'intesa è temporanea, ma tra i cattolici c'è chi intravede una resa.Oltralpe i pastori cattolici criticano apertamente Emmanuel Macron che promette «procreazione per tutti». E a Est i loro confratelli chiamano il popolo alla trincea referendaria in difesa del matrimonio.Lo speciale contiene tre articoli.Qualche giorno fa era stato il New York Times a tirare in ballo il passato argentino di papa Francesco e certe sue presunte coperture di abusi commessi da sacerdoti. Ieri è stata la volta dello Spiegel, con 19 pagine di inchiesta basata soprattutto su testimonianze di vittime. L'avvocato Juan Pablo Gallego parlando al settimanale tedesco arriva ad affermare che «Francesco è ora in esilio a Roma, dove ha trovato il suo rifugio [con l'immunità], per così dire. In Argentina, dovrebbe confutare il sospetto di aver protetto per anni violentatori e molestatori di bambini».La vicenda principale è quella che riguarda il sacerdote Julio Grassi, personalità molto mediatica, accusato di abusi. L'allora cardinale Bergoglio commissionò sul suo conto una contro inchiesta al criminologo Marcelo Sancinetti, il quale trasse conclusioni opposte a quelle della giustizia argentina: come attestato dal New York Times, nel suo rapporto si legge che «è oggettivamente verificabile la falsità di ognuna delle accuse». Ma la Corte suprema argentina nel marzo 2017 ha confermato per Grassi la condanna a 15 anni di carcere, per aver aggredito un ragazzo all'epoca tredicenne. Il prete ha sempre parlato di Bergoglio come una persona che gli è rimasta vicina. Fonti argentine consultate dalla Verità che effettivamente il caso di padre Grassi è piuttosto controverso e non è da escludersi che la contro inchiesta commissionata da Bergoglio fosse ben motivata. Lo Spiegel dunque non pubblica nulla di nuovo sul passato argentino del Papa, che resta tutto da chiarire; la «notizia» è il giudizio tagliente riservato al pontificato di Bergoglio da uno dei magazine più importanti del mondo. Lo Spiegel ripesca parole attribuite al Pontefice a proposito di un suo timore «di passare alla storia come qualcuno che ha spaccato la Chiesa». Poi il settimanale ricorda il caso di don Mauro Inzoli, ridotto allo stato laicale per abusi sessuali dopo che per un certo periodo Francesco lo aveva difeso; il festino gay consumato in Vaticano dal segretario del cardinale Francesco Coccopalmerio; le posizioni a rischio di alcuni porporati vicinissimi al Papa (Oscar Maradiaga e Francisco Errazuriz); infine, il caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick e il dossier dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, che i lettori della Verità conoscono bene. Una decisione di fare finalmente chiarezza sulle circostanze riportate nel memoriale sarebbe l'antidoto più potente anche rispetto ai molti avvoltoi che attaccano la Chiesa per mero anticlericalismo o per affari personali. I vescovi statunitensi sono i più insistenti sulla necessità di aprire un'indagine approfondita sui fatti denunciati da Viganò. Venerdì scorso il cardinale di New York, Timothy Dolan, ha invocato in una conferenza stampa un'inchiesta formale della Chiesa negli Stati Uniti, per rispondere all'accusa di aver taciuto sui decenni di immoralità sessuale di McCarrick. «Penso che una visita apostolica della Santa Sede che includa professionisti laici», ha detto Dolan, «sarebbe un modo efficace per farlo. Lo abbiamo proposto alla Santa Sede e aspettiamo». Per ora però non si hanno notizie in merito, nonostante il presidente dei vescovi americani, cardinale Daniel DiNardo, sia stato in udienza dal Papa lo scorso 13 settembre. Peraltro, dal dossier Viganò sappiamo che il Vaticano era a conoscenza del caso McCarrick almeno dal 2000, come attestato da una lettera del 2006 firmata dall'allora sostituto alla Segreteria di Stato, Leonardo Sandri. Ma le altre domande aperte dal memoriale? Robertus Mutsaerts, vescovo ausiliare della diocesi di Hertogenbosch, in Olanda, ha scritto a Francesco una lettera aperta in cui annuncia che, alla luce della crisi degli abusi, ha ritenuto di non partecipare al sinodo sui giovani in programma dal 3 al 24 ottobre. Intervistato dal quotidiano olandese Trouw, ha posto il problema chiave che ruota intorno al memoriale: «Viganò è un uomo serio, fa accuse serie, ma il Papa tace. Forse i motivi di Viganò non sono totalmente puri, non lo so, ma non è quello il punto. Il punto è: è vero ciò che Viganò afferma?».È la domanda che si pongono in tanti, eppure viene spesso soffocata da una serie infinita di pregiudizi e narrazioni. Il quesito però potrebbe trovare presto una risposta. È quanto ha scritto il vaticanista Giuseppe Rusconi nel suo blog rossoporpora.org. Da un po' di tempo Rusconi e Luigi Accattoli, già vaticanista del Corriere della Sera, danno luogo a Roma a movimentati dibattiti a due sul papato di Francesco, partendo da posizioni più o meno opposte. Giovedì 20 settembre, presso la Biblioteca comunale Valle Aurelia, c'è stato l'ultimo di questi dibattiti in ordine di tempo, e in quella occasione, scrive Rusconi, «da Accattoli è venuta un'indiscrezione di portata rilevante: secondo le sue informazioni la prospettata “risposta" della Santa Sede al memoriale di Viganò è stata presentata al Papa lunedì 17 settembre dal cardinale Parolin e approvata il giorno successivo. Dovrebbe dunque essere questione di ore o di pochi giorni per la sua pubblicizzazione».La nota ci è stata confermata dallo stesso Rusconi: Accattoli ha pubblicamente rivelato questa indiscrezione e per ora non ci sono state smentite. Di certo Accattoli vanta buoni rapporti in Segreteria di Stato, quindi potremmo davvero essere a un passo dagli annunciati e tanto attesi «chiarimenti» sul dossier. Secondo Rusconi , durante il dibattito l'ex vaticanista del Corriere aveva gentilmente definito in vario modo Viganò e le sue memorie: «Paranoico», «surreale», «uno che vive con la pensione vaticana», «lui ce l'ha con il Papa», «la sua è un'invettiva incentrata sul tema dell'omosessualità», eccetera. Una narrativa interessante e diffusa che però non elimina la domanda che si pone anche il vescovo olandese Mutsaersts: «È vero ciò che Viganò afferma?».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-risposta-al-memoriale-vigano-e-gia-stata-approvata-da-francesco-2607111624.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-laccordo-con-pechino-per-la-nomina-dei-vescovi-tutti-i-dubbi-sullabbraccio-tra-il-vaticano-e-il-regime" data-post-id="2607111624" data-published-at="1781779643" data-use-pagination="False"> Ecco l’accordo con Pechino per la nomina dei vescovi. Tutti i dubbi sull’abbraccio tra il Vaticano e il regime «Anche in Cina la Chiesa è chiamata ad essere testimone di Cristo. A fare memoria grata del passato, a vivere con passione il presente, ad aprirsi con fiducia al futuro». Chissà se quello che si materializza oggi è lo stesso futuro che immaginava Benedetto XVI nel 2007 con l'immortale lettera ai cristiani cinesi che aprì le porte alla pacificazione. Chissà se ciò che si intravede all'orizzonte oltre la Grande Muraglia è un punto di partenza o di arrivo per la Chiesa. Di sicuro è uno scenario vasto, un abbraccio clamoroso e spettacolare nella storia millenaria del grande Oriente e della cristianità. Ciò che Joseph Rarzinger cominciò con quelle parole, papa Francesco ha portato avanti con la diplomazia degli ultimi anni fino all'accordo di ieri, con il quale la Santa Sede e il governo di Pechino hanno trovato un punto di contatto sulla nomina dei vescovi, con un obiettivo che risponde al bisogno di avere «pastori che siano riconosciuti dal successore di Pietro e dalle legittime autorità civili del loro Paese», come ha sottolineato il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin. Il protocollo bilaterale, che ha colto il Santo Padre durante il viaggio pastorale in Lituania, è stato firmato per il Vaticano dal sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, Antoine Camilleri, e dal viceministro degli Esteri cinese, Wang Chao. Come spiega una nota da Oltretevere, lo storico accordo «è frutto di un graduale e reciproco avvicinamento, viene stipulato dopo un lungo percorso di ponderata trattativa e prevede valutazioni periodiche circa la sua attuazione. Esso tratta della nomina dei vescovi, questione di grande rilievo per la vita della Chiesa, e crea le condizioni per una più ampia collaborazione a livello bilaterale. È auspicio condiviso che tale intesa favorisca un fecondo e lungimirante percorso di dialogo istituzionale e contribuisca positivamente alla vita della Chiesa cattolica in Cina, al bene del Popolo cinese e alla pace nel mondo». L'abbraccio era nell'aria e lo stesso Pontefice arrivato dalla fine del mondo ne è stato protagonista cominciando da un aneddoto in alta quota. Nell'agosto 2014 la Cina diede il permesso di sorvolo dell'aereo papale di ritorno dalla Corea; un segnale diplomatico forte che indusse Francesco a ringraziare dicendo «Vorrei andare in Cina». E che ha restituito la speranza a 10-12 milioni di cattolici in quel Paese storicamente diffidente, se non ostile al crocifisso. È troppo presto per cogliere in pieno il contenuto della stretta di mano fra due mondi così melliflui e fuorvianti nella comunicazione ed è probabile che all'interno dell'intesa ci sia anche la procedura di nomina dei vescovi. La chiave di volta è nelle pieghe del protocollo, vale a dire se l'ultima parola nella scelta dei vescovi sarà della Santa Sede o continuerà ad essere dell'autorità cinese, con semplice diritto di veto del Vaticano su nomi non graditi. In questo senso, parte dell'intesa è anche la legittimazione canonica dei sette presuli cinesi consacrati in passato senza il consenso del Papa, compresi quelli per i quali era stata dichiarata la pena della scomunica. Alcuni di loro non erano mai stati riconosciuti dalla Chiesa, anche perché titolari di amanti e figli. Jorge Bergoglio è passato tranquillamente sopra queste realtà, togliendo la scomunica pur di portare a casa un accordo storico che oggi brilla, ma che nasconde curve e ombre sempre dietro l'angolo quando si ha a che fare con l'impero cinese e le ambiguità del dominante e ricchissimo partito comunista. Una storia di persecuzioni non si cancella con un colpo di spugna. Così, accanto allo scampanio anche mediatico per la grande conquista, persiste la sacrosanta diffidenza nei confronti di un mondo che non si è mai dimostrato accogliente né tollerante. All'inizio del Novecento furono 30.000 i cattolici trucidati nella rivoluzione dei Boxer; a metà degli anni Cinquanta migliaia di missionari furono espulsi dalla Cina e nel 1966 Mao Tse Tung con la Rivoluzione culturale proibì ogni attività religiosa, fece chiudere tutti i luoghi di culto, sancì il divieto della dottrina e della pratica del cattolicesimo. Da allora la Chiesa, fino al pontificato di Ratzinger compreso, ha sempre adottato una strategia dell'attenzione, della pacificazione, ma senza compiere passi indietro. Anzi rivendicando la libertà dal potere politico (punto fermo nei rapporti con tutti i Paesi del mondo civilizzato) nella scelta dei pastori. Di conseguenza un accordo che oggi viene definito storico potrebbe perfino esserlo nei suoi tratti di retromarcia, di appeasement nei confronti di Pechino. Sarebbe stupefacente il contrario e sarebbe persino il segno di un intervento divino. Nonostante l'idillio lessicale, è molto difficile che un Ppaese dirigista, diffidente, in cui ogni libertà individuale è controllata dallo Stato, lasci al Vaticano campo aperto nella scelta dei pastori. Quello della libertà religiosa è un terreno strategico. Lo è ancor più della libertà economica, della liberalizzazione digitale, delle autostrade comunicative che peraltro sono strettamente controllate dalle alte gerarchie del partito. Mentre lo stupore positivo del mondo allenta la presa sui problemi ecclesiastici legati alla pedofilia e all'omosessualità, è lecito sperare che questo accordo non somigli a certe fusioni per incorporazione, come si usa dire nel gergo industriale. In questo senso, le più grandi perplessità sono suscitate dal cardinale Joseph Zen, 86 anni, arcivescovo emerito di Hong Kong, che due anni fa era in piazza a protestare con gli studenti per qualche spicciolo di libertà in più. Aria pura. Dopo un incontro con papa Francesco, il battagliero Zen se ne uscì con la frase: «Il Vaticano sta svendendo la Chiesa cattolica in Cina». Ricordando l'anniversario di quella storica lettera di Benedetto XVI, ha pubblicato un libro dal titolo: Per amore del mio popolo non tacerò, in uscita anche in Italia. Colpisce un pensiero anticipatore di ciò che sta accadendo ora: «I signori del Vaticano non dicono che lo scopo di avere un accordo è di favorire l'evangelizzazione della grande nazione? Si ricordino che il potere comunista non è eterno. Se oggi vanno dietro al regime, domani la nostra Chiesa non sarà la benvenuta per la ricostruzione della nuova Cina. C'è da sperare qualche guadagno nel venire a patti con questo governo?». Poi un grido d'allarme: «Quando dico che è quasi come sperare che San Giuseppe possa ottenere qualcosa da un dialogo con Erode, non è una battuta». Mentre imperversano i fuochi d'artificio, è difficile liquidarlo come un inguaribile pessimista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-risposta-al-memoriale-vigano-e-gia-stata-approvata-da-francesco-2607111624.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dalla-francia-alla-romania-ce-una-chiesa-che-non-si-adegua" data-post-id="2607111624" data-published-at="1781779643" data-use-pagination="False"> Dalla Francia alla Romania c’è una Chiesa che non si adegua «La Chiesa cattolica, che ha a cuore il valore della fraternità, desidera far conoscere la sua preoccupazione per un'evoluzione legislativa che mira ad estendere l'uso delle tecniche della procreazione medicalmente assistita». Nella Francia ultralaicista, tornano a farsi sentire i vescovi con un messaggio che non lascia margini d'interpretazione: eterologa e utero in affitto sono pratiche che vanno contro «l'interesse superiore del bambino». Il testo firmato da tutto l'episcopato francese è stato diffuso venerdì, alla vigilia dell'apertura del discussione parlamentare sulla revisione della legge sulla Pma. Il lavoro delle camere è stato preceduto da un anno di dibattiti nella società civile. Il confronto ha visto impegnata la Chiesa cattolica, le sigle pro life guidate dalla Manif pour tous e gruppi di femministe. Anche le organizzazioni Lgbt e le élite ultra progressiste hanno esercitato le loro pressioni. In primavera un collettivo di 110 personalità francesi ha lanciato da Le Monde un appello per una riforma urgente volta a legalizzare la «gestazione per altri», cioè l'utero in affitto. Da gennaio a giugno si sono svolti gli Stati generali di bioetica, coordinati dal Comitato consultivo nazionale sull'etica per la scienze della vita e della salute (Ccne). Scopo dell'evento: l'elaborazione di una serie di proposte legislative che saranno presentate dallo stesso organismo nei prossimi giorni. Il percorso terminerà, ha garantito il presidente Emmanuel Macron, con la approvazione di una nuova legge entro la fine dell'anno. In questa cornice assume un'importanza anche maggiore la nota pubblicata dalla Chiesa cattolica francese, con la quale si ribadisce che «i progressi scientifici combinati agli interessi individuali a breve termine non possono giustificare la costruzione di una società dalla quale svanirebbe la fraternità e l'attenzione ai più fragili». I presuli sottolineano il valore della procreazione che è «costitutiva della dignità della persona umana» e come tale non può essere soggetta «né a fabbricazione, né a commercializzazione, né a strumentalizzazione». Il testo affronta poi i problemi relativi alla sovrapproduzione di embrioni, al ricorso a donatori terzi e allo sviluppo di un eugenismo liberale. Si parla anche del rischio di aprire laPma «a tutte le donne». «Una estensione - avvertono i vescovi - che condurrà alla legalizzazione della gestazione per altri». Non è un mistero che diversi esponenti del governo siano favorevoli alla legalizzazione di tali pratiche. D'altra parte fin dalla campagna elettorale Macron aveva promesso che tutte le donne, etero, lesbiche e single, avrebbero avuto accesso, tramite il sistema sanitario nazionale, alla fecondazione assistita. Un impegno confermato dal ministro all'Eguaglianza, Marlène Schiappa, che ha definito il 2018 l'anno della procreazione per tutte le donne. Con eterologa per tutti non solo viene meno il diritto di crescere con un padre e una madre, ma anche quello di conoscere la propria identità. Di fronte a questa prospettiva, i vescovi francesi ricordano che «il legame coniugale stabile rimane il luogo ottimale per la procreazione e l'accoglienza di un bambino». Senza questo sguardo, «i dibattiti di bioetica rischiano di ridursi a discussioni tecniche e finanziarie che non raggiungono mai a contemplare la profondità del mistero della persona e della sua dignità». Restando in Europa, ma molto più a Est, sempre in questi giorni si registra l'invito esplicito dei vescovi della Romania a sostenere il referendum, indetto per il 6 e 7 ottobre, per la modifica del paragrafo 1 dell'articolo 48 della Costituzione, che riguarda l'istituto matrimoniale. Nella formulazione attuale, la Carta romena afferma che «la famiglia è fondata sul matrimonio liberamente contratto dai coniugi», mentre la proposta sottoposta alla consultazione precisa che il matrimonio viene contratto da «un uomo e una donna, uguali tra di loro, e si basa sul diritto dei genitori di assicurare la crescita, l'educazione e l'istruzione dei figli». Si tratta di una delle più importanti azioni in difesa della famiglia naturale mai intraprese in Europa. Oltre tre milioni di rumeni hanno firmato per l'iniziativa referendaria lanciata nell'ottobre 2015 dalla Coalition for family, che raggruppa oltre 40 sigle, tra cui l'Azione cattolica di Romania e l'Associazione famiglie cattoliche Beato Vladimir Ghika. La consultazione richiede un quorum del 30%: almeno 6 milioni di persone devono quindi recarsi alle urne. Anche per questo l'episcopato ha deciso di appoggiare in pieno l'iniziativa tramite una esortazione pubblica e rivolta a tutti. I presuli incoraggiano «vivamente a far conoscere questo evento a casa, al lavoro, nel gruppo degli amici e conoscenti, e, come forma di apostolato, per promuovere la partecipazione al voto». I vescovi ritengono inoltre che la modifica della Costituzione sia «in piena concordanza con l'insegnamento del Vangelo, e anche nello spirito della tradizione del popolo romeno, motivo per il quale la Chiesa cattolica ha sostenuto sin dal principio l'iniziativa venuta da parte del laicato». La Conferenza episcopale del Paese è consapevole del «rischio di contraddire le correnti di pensiero alla moda» e cita l'esortazione apostolica Amoris laetitia, in cui papa Francesco invita a promuovere il matrimonio come unione tra uomo e donna. In Romania la Chiesa si batte pubblicamente per questo e non solo: mettere nero su bianco, nella Costituzione, che il matrimonio è l'unione tra l'uomo e la donna, significa proteggere la società dalle interpretazioni della giurisprudenza creativa e dalle spinte in avanti del legislatore.
Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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