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2018-09-23
«La risposta al memoriale Viganò è già stata approvata da Francesco»
Ansa
Qualche giorno fa era stato il New York Times a tirare in ballo il passato argentino di papa Francesco e certe sue presunte coperture di abusi commessi da sacerdoti. Ieri è stata la volta dello Spiegel, con 19 pagine di inchiesta basata soprattutto su testimonianze di vittime. L'avvocato Juan Pablo Gallego parlando al settimanale tedesco arriva ad affermare che «Francesco è ora in esilio a Roma, dove ha trovato il suo rifugio [con l'immunità], per così dire. In Argentina, dovrebbe confutare il sospetto di aver protetto per anni violentatori e molestatori di bambini».
La vicenda principale è quella che riguarda il sacerdote Julio Grassi, personalità molto mediatica, accusato di abusi. L'allora cardinale Bergoglio commissionò sul suo conto una contro inchiesta al criminologo Marcelo Sancinetti, il quale trasse conclusioni opposte a quelle della giustizia argentina: come attestato dal New York Times, nel suo rapporto si legge che «è oggettivamente verificabile la falsità di ognuna delle accuse». Ma la Corte suprema argentina nel marzo 2017 ha confermato per Grassi la condanna a 15 anni di carcere, per aver aggredito un ragazzo all'epoca tredicenne. Il prete ha sempre parlato di Bergoglio come una persona che gli è rimasta vicina. Fonti argentine consultate dalla Verità che effettivamente il caso di padre Grassi è piuttosto controverso e non è da escludersi che la contro inchiesta commissionata da Bergoglio fosse ben motivata.
Lo Spiegel dunque non pubblica nulla di nuovo sul passato argentino del Papa, che resta tutto da chiarire; la «notizia» è il giudizio tagliente riservato al pontificato di Bergoglio da uno dei magazine più importanti del mondo. Lo Spiegel ripesca parole attribuite al Pontefice a proposito di un suo timore «di passare alla storia come qualcuno che ha spaccato la Chiesa». Poi il settimanale ricorda il caso di don Mauro Inzoli, ridotto allo stato laicale per abusi sessuali dopo che per un certo periodo Francesco lo aveva difeso; il festino gay consumato in Vaticano dal segretario del cardinale Francesco Coccopalmerio; le posizioni a rischio di alcuni porporati vicinissimi al Papa (Oscar Maradiaga e Francisco Errazuriz); infine, il caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick e il dossier dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, che i lettori della Verità conoscono bene.
Una decisione di fare finalmente chiarezza sulle circostanze riportate nel memoriale sarebbe l'antidoto più potente anche rispetto ai molti avvoltoi che attaccano la Chiesa per mero anticlericalismo o per affari personali. I vescovi statunitensi sono i più insistenti sulla necessità di aprire un'indagine approfondita sui fatti denunciati da Viganò. Venerdì scorso il cardinale di New York, Timothy Dolan, ha invocato in una conferenza stampa un'inchiesta formale della Chiesa negli Stati Uniti, per rispondere all'accusa di aver taciuto sui decenni di immoralità sessuale di McCarrick. «Penso che una visita apostolica della Santa Sede che includa professionisti laici», ha detto Dolan, «sarebbe un modo efficace per farlo. Lo abbiamo proposto alla Santa Sede e aspettiamo». Per ora però non si hanno notizie in merito, nonostante il presidente dei vescovi americani, cardinale Daniel DiNardo, sia stato in udienza dal Papa lo scorso 13 settembre.
Peraltro, dal dossier Viganò sappiamo che il Vaticano era a conoscenza del caso McCarrick almeno dal 2000, come attestato da una lettera del 2006 firmata dall'allora sostituto alla Segreteria di Stato, Leonardo Sandri. Ma le altre domande aperte dal memoriale? Robertus Mutsaerts, vescovo ausiliare della diocesi di Hertogenbosch, in Olanda, ha scritto a Francesco una lettera aperta in cui annuncia che, alla luce della crisi degli abusi, ha ritenuto di non partecipare al sinodo sui giovani in programma dal 3 al 24 ottobre. Intervistato dal quotidiano olandese Trouw, ha posto il problema chiave che ruota intorno al memoriale: «Viganò è un uomo serio, fa accuse serie, ma il Papa tace. Forse i motivi di Viganò non sono totalmente puri, non lo so, ma non è quello il punto. Il punto è: è vero ciò che Viganò afferma?».
È la domanda che si pongono in tanti, eppure viene spesso soffocata da una serie infinita di pregiudizi e narrazioni. Il quesito però potrebbe trovare presto una risposta. È quanto ha scritto il vaticanista Giuseppe Rusconi nel suo blog rossoporpora.org. Da un po' di tempo Rusconi e Luigi Accattoli, già vaticanista del Corriere della Sera, danno luogo a Roma a movimentati dibattiti a due sul papato di Francesco, partendo da posizioni più o meno opposte. Giovedì 20 settembre, presso la Biblioteca comunale Valle Aurelia, c'è stato l'ultimo di questi dibattiti in ordine di tempo, e in quella occasione, scrive Rusconi, «da Accattoli è venuta un'indiscrezione di portata rilevante: secondo le sue informazioni la prospettata “risposta" della Santa Sede al memoriale di Viganò è stata presentata al Papa lunedì 17 settembre dal cardinale Parolin e approvata il giorno successivo. Dovrebbe dunque essere questione di ore o di pochi giorni per la sua pubblicizzazione».
La nota ci è stata confermata dallo stesso Rusconi: Accattoli ha pubblicamente rivelato questa indiscrezione e per ora non ci sono state smentite. Di certo Accattoli vanta buoni rapporti in Segreteria di Stato, quindi potremmo davvero essere a un passo dagli annunciati e tanto attesi «chiarimenti» sul dossier. Secondo Rusconi , durante il dibattito l'ex vaticanista del Corriere aveva gentilmente definito in vario modo Viganò e le sue memorie: «Paranoico», «surreale», «uno che vive con la pensione vaticana», «lui ce l'ha con il Papa», «la sua è un'invettiva incentrata sul tema dell'omosessualità», eccetera. Una narrativa interessante e diffusa che però non elimina la domanda che si pone anche il vescovo olandese Mutsaersts: «È vero ciò che Viganò afferma?».
Ecco l’accordo con Pechino per la nomina dei vescovi. Tutti i dubbi sull’abbraccio tra il Vaticano e il regime
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Indiscrezione di Luigi Accattoli, nota firma del «Corriere»: presentata al Papa dal cardinale Parolin, la replica al dossier è in uscita. Intanto lo «Spiegel» rinfaccia al Pontefice presunte coperture di abusi ai tempi di Buenos Aires.Annuncio storico della Santa Sede mentre Jorge Bergoglio è in Lituania L'intesa è temporanea, ma tra i cattolici c'è chi intravede una resa.Oltralpe i pastori cattolici criticano apertamente Emmanuel Macron che promette «procreazione per tutti». E a Est i loro confratelli chiamano il popolo alla trincea referendaria in difesa del matrimonio.Lo speciale contiene tre articoli.Qualche giorno fa era stato il New York Times a tirare in ballo il passato argentino di papa Francesco e certe sue presunte coperture di abusi commessi da sacerdoti. Ieri è stata la volta dello Spiegel, con 19 pagine di inchiesta basata soprattutto su testimonianze di vittime. L'avvocato Juan Pablo Gallego parlando al settimanale tedesco arriva ad affermare che «Francesco è ora in esilio a Roma, dove ha trovato il suo rifugio [con l'immunità], per così dire. In Argentina, dovrebbe confutare il sospetto di aver protetto per anni violentatori e molestatori di bambini».La vicenda principale è quella che riguarda il sacerdote Julio Grassi, personalità molto mediatica, accusato di abusi. L'allora cardinale Bergoglio commissionò sul suo conto una contro inchiesta al criminologo Marcelo Sancinetti, il quale trasse conclusioni opposte a quelle della giustizia argentina: come attestato dal New York Times, nel suo rapporto si legge che «è oggettivamente verificabile la falsità di ognuna delle accuse». Ma la Corte suprema argentina nel marzo 2017 ha confermato per Grassi la condanna a 15 anni di carcere, per aver aggredito un ragazzo all'epoca tredicenne. Il prete ha sempre parlato di Bergoglio come una persona che gli è rimasta vicina. Fonti argentine consultate dalla Verità che effettivamente il caso di padre Grassi è piuttosto controverso e non è da escludersi che la contro inchiesta commissionata da Bergoglio fosse ben motivata. Lo Spiegel dunque non pubblica nulla di nuovo sul passato argentino del Papa, che resta tutto da chiarire; la «notizia» è il giudizio tagliente riservato al pontificato di Bergoglio da uno dei magazine più importanti del mondo. Lo Spiegel ripesca parole attribuite al Pontefice a proposito di un suo timore «di passare alla storia come qualcuno che ha spaccato la Chiesa». Poi il settimanale ricorda il caso di don Mauro Inzoli, ridotto allo stato laicale per abusi sessuali dopo che per un certo periodo Francesco lo aveva difeso; il festino gay consumato in Vaticano dal segretario del cardinale Francesco Coccopalmerio; le posizioni a rischio di alcuni porporati vicinissimi al Papa (Oscar Maradiaga e Francisco Errazuriz); infine, il caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick e il dossier dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, che i lettori della Verità conoscono bene. Una decisione di fare finalmente chiarezza sulle circostanze riportate nel memoriale sarebbe l'antidoto più potente anche rispetto ai molti avvoltoi che attaccano la Chiesa per mero anticlericalismo o per affari personali. I vescovi statunitensi sono i più insistenti sulla necessità di aprire un'indagine approfondita sui fatti denunciati da Viganò. Venerdì scorso il cardinale di New York, Timothy Dolan, ha invocato in una conferenza stampa un'inchiesta formale della Chiesa negli Stati Uniti, per rispondere all'accusa di aver taciuto sui decenni di immoralità sessuale di McCarrick. «Penso che una visita apostolica della Santa Sede che includa professionisti laici», ha detto Dolan, «sarebbe un modo efficace per farlo. Lo abbiamo proposto alla Santa Sede e aspettiamo». Per ora però non si hanno notizie in merito, nonostante il presidente dei vescovi americani, cardinale Daniel DiNardo, sia stato in udienza dal Papa lo scorso 13 settembre. Peraltro, dal dossier Viganò sappiamo che il Vaticano era a conoscenza del caso McCarrick almeno dal 2000, come attestato da una lettera del 2006 firmata dall'allora sostituto alla Segreteria di Stato, Leonardo Sandri. Ma le altre domande aperte dal memoriale? Robertus Mutsaerts, vescovo ausiliare della diocesi di Hertogenbosch, in Olanda, ha scritto a Francesco una lettera aperta in cui annuncia che, alla luce della crisi degli abusi, ha ritenuto di non partecipare al sinodo sui giovani in programma dal 3 al 24 ottobre. Intervistato dal quotidiano olandese Trouw, ha posto il problema chiave che ruota intorno al memoriale: «Viganò è un uomo serio, fa accuse serie, ma il Papa tace. Forse i motivi di Viganò non sono totalmente puri, non lo so, ma non è quello il punto. Il punto è: è vero ciò che Viganò afferma?».È la domanda che si pongono in tanti, eppure viene spesso soffocata da una serie infinita di pregiudizi e narrazioni. Il quesito però potrebbe trovare presto una risposta. È quanto ha scritto il vaticanista Giuseppe Rusconi nel suo blog rossoporpora.org. Da un po' di tempo Rusconi e Luigi Accattoli, già vaticanista del Corriere della Sera, danno luogo a Roma a movimentati dibattiti a due sul papato di Francesco, partendo da posizioni più o meno opposte. Giovedì 20 settembre, presso la Biblioteca comunale Valle Aurelia, c'è stato l'ultimo di questi dibattiti in ordine di tempo, e in quella occasione, scrive Rusconi, «da Accattoli è venuta un'indiscrezione di portata rilevante: secondo le sue informazioni la prospettata “risposta" della Santa Sede al memoriale di Viganò è stata presentata al Papa lunedì 17 settembre dal cardinale Parolin e approvata il giorno successivo. Dovrebbe dunque essere questione di ore o di pochi giorni per la sua pubblicizzazione».La nota ci è stata confermata dallo stesso Rusconi: Accattoli ha pubblicamente rivelato questa indiscrezione e per ora non ci sono state smentite. Di certo Accattoli vanta buoni rapporti in Segreteria di Stato, quindi potremmo davvero essere a un passo dagli annunciati e tanto attesi «chiarimenti» sul dossier. Secondo Rusconi , durante il dibattito l'ex vaticanista del Corriere aveva gentilmente definito in vario modo Viganò e le sue memorie: «Paranoico», «surreale», «uno che vive con la pensione vaticana», «lui ce l'ha con il Papa», «la sua è un'invettiva incentrata sul tema dell'omosessualità», eccetera. Una narrativa interessante e diffusa che però non elimina la domanda che si pone anche il vescovo olandese Mutsaersts: «È vero ciò che Viganò afferma?».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-risposta-al-memoriale-vigano-e-gia-stata-approvata-da-francesco-2607111624.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-laccordo-con-pechino-per-la-nomina-dei-vescovi-tutti-i-dubbi-sullabbraccio-tra-il-vaticano-e-il-regime" data-post-id="2607111624" data-published-at="1777706323" data-use-pagination="False"> Ecco l’accordo con Pechino per la nomina dei vescovi. Tutti i dubbi sull’abbraccio tra il Vaticano e il regime «Anche in Cina la Chiesa è chiamata ad essere testimone di Cristo. A fare memoria grata del passato, a vivere con passione il presente, ad aprirsi con fiducia al futuro». Chissà se quello che si materializza oggi è lo stesso futuro che immaginava Benedetto XVI nel 2007 con l'immortale lettera ai cristiani cinesi che aprì le porte alla pacificazione. Chissà se ciò che si intravede all'orizzonte oltre la Grande Muraglia è un punto di partenza o di arrivo per la Chiesa. Di sicuro è uno scenario vasto, un abbraccio clamoroso e spettacolare nella storia millenaria del grande Oriente e della cristianità. Ciò che Joseph Rarzinger cominciò con quelle parole, papa Francesco ha portato avanti con la diplomazia degli ultimi anni fino all'accordo di ieri, con il quale la Santa Sede e il governo di Pechino hanno trovato un punto di contatto sulla nomina dei vescovi, con un obiettivo che risponde al bisogno di avere «pastori che siano riconosciuti dal successore di Pietro e dalle legittime autorità civili del loro Paese», come ha sottolineato il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin. Il protocollo bilaterale, che ha colto il Santo Padre durante il viaggio pastorale in Lituania, è stato firmato per il Vaticano dal sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, Antoine Camilleri, e dal viceministro degli Esteri cinese, Wang Chao. Come spiega una nota da Oltretevere, lo storico accordo «è frutto di un graduale e reciproco avvicinamento, viene stipulato dopo un lungo percorso di ponderata trattativa e prevede valutazioni periodiche circa la sua attuazione. Esso tratta della nomina dei vescovi, questione di grande rilievo per la vita della Chiesa, e crea le condizioni per una più ampia collaborazione a livello bilaterale. È auspicio condiviso che tale intesa favorisca un fecondo e lungimirante percorso di dialogo istituzionale e contribuisca positivamente alla vita della Chiesa cattolica in Cina, al bene del Popolo cinese e alla pace nel mondo». L'abbraccio era nell'aria e lo stesso Pontefice arrivato dalla fine del mondo ne è stato protagonista cominciando da un aneddoto in alta quota. Nell'agosto 2014 la Cina diede il permesso di sorvolo dell'aereo papale di ritorno dalla Corea; un segnale diplomatico forte che indusse Francesco a ringraziare dicendo «Vorrei andare in Cina». E che ha restituito la speranza a 10-12 milioni di cattolici in quel Paese storicamente diffidente, se non ostile al crocifisso. È troppo presto per cogliere in pieno il contenuto della stretta di mano fra due mondi così melliflui e fuorvianti nella comunicazione ed è probabile che all'interno dell'intesa ci sia anche la procedura di nomina dei vescovi. La chiave di volta è nelle pieghe del protocollo, vale a dire se l'ultima parola nella scelta dei vescovi sarà della Santa Sede o continuerà ad essere dell'autorità cinese, con semplice diritto di veto del Vaticano su nomi non graditi. In questo senso, parte dell'intesa è anche la legittimazione canonica dei sette presuli cinesi consacrati in passato senza il consenso del Papa, compresi quelli per i quali era stata dichiarata la pena della scomunica. Alcuni di loro non erano mai stati riconosciuti dalla Chiesa, anche perché titolari di amanti e figli. Jorge Bergoglio è passato tranquillamente sopra queste realtà, togliendo la scomunica pur di portare a casa un accordo storico che oggi brilla, ma che nasconde curve e ombre sempre dietro l'angolo quando si ha a che fare con l'impero cinese e le ambiguità del dominante e ricchissimo partito comunista. Una storia di persecuzioni non si cancella con un colpo di spugna. Così, accanto allo scampanio anche mediatico per la grande conquista, persiste la sacrosanta diffidenza nei confronti di un mondo che non si è mai dimostrato accogliente né tollerante. All'inizio del Novecento furono 30.000 i cattolici trucidati nella rivoluzione dei Boxer; a metà degli anni Cinquanta migliaia di missionari furono espulsi dalla Cina e nel 1966 Mao Tse Tung con la Rivoluzione culturale proibì ogni attività religiosa, fece chiudere tutti i luoghi di culto, sancì il divieto della dottrina e della pratica del cattolicesimo. Da allora la Chiesa, fino al pontificato di Ratzinger compreso, ha sempre adottato una strategia dell'attenzione, della pacificazione, ma senza compiere passi indietro. Anzi rivendicando la libertà dal potere politico (punto fermo nei rapporti con tutti i Paesi del mondo civilizzato) nella scelta dei pastori. Di conseguenza un accordo che oggi viene definito storico potrebbe perfino esserlo nei suoi tratti di retromarcia, di appeasement nei confronti di Pechino. Sarebbe stupefacente il contrario e sarebbe persino il segno di un intervento divino. Nonostante l'idillio lessicale, è molto difficile che un Ppaese dirigista, diffidente, in cui ogni libertà individuale è controllata dallo Stato, lasci al Vaticano campo aperto nella scelta dei pastori. Quello della libertà religiosa è un terreno strategico. Lo è ancor più della libertà economica, della liberalizzazione digitale, delle autostrade comunicative che peraltro sono strettamente controllate dalle alte gerarchie del partito. Mentre lo stupore positivo del mondo allenta la presa sui problemi ecclesiastici legati alla pedofilia e all'omosessualità, è lecito sperare che questo accordo non somigli a certe fusioni per incorporazione, come si usa dire nel gergo industriale. In questo senso, le più grandi perplessità sono suscitate dal cardinale Joseph Zen, 86 anni, arcivescovo emerito di Hong Kong, che due anni fa era in piazza a protestare con gli studenti per qualche spicciolo di libertà in più. Aria pura. Dopo un incontro con papa Francesco, il battagliero Zen se ne uscì con la frase: «Il Vaticano sta svendendo la Chiesa cattolica in Cina». Ricordando l'anniversario di quella storica lettera di Benedetto XVI, ha pubblicato un libro dal titolo: Per amore del mio popolo non tacerò, in uscita anche in Italia. Colpisce un pensiero anticipatore di ciò che sta accadendo ora: «I signori del Vaticano non dicono che lo scopo di avere un accordo è di favorire l'evangelizzazione della grande nazione? Si ricordino che il potere comunista non è eterno. Se oggi vanno dietro al regime, domani la nostra Chiesa non sarà la benvenuta per la ricostruzione della nuova Cina. C'è da sperare qualche guadagno nel venire a patti con questo governo?». Poi un grido d'allarme: «Quando dico che è quasi come sperare che San Giuseppe possa ottenere qualcosa da un dialogo con Erode, non è una battuta». Mentre imperversano i fuochi d'artificio, è difficile liquidarlo come un inguaribile pessimista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-risposta-al-memoriale-vigano-e-gia-stata-approvata-da-francesco-2607111624.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dalla-francia-alla-romania-ce-una-chiesa-che-non-si-adegua" data-post-id="2607111624" data-published-at="1777706323" data-use-pagination="False"> Dalla Francia alla Romania c’è una Chiesa che non si adegua «La Chiesa cattolica, che ha a cuore il valore della fraternità, desidera far conoscere la sua preoccupazione per un'evoluzione legislativa che mira ad estendere l'uso delle tecniche della procreazione medicalmente assistita». Nella Francia ultralaicista, tornano a farsi sentire i vescovi con un messaggio che non lascia margini d'interpretazione: eterologa e utero in affitto sono pratiche che vanno contro «l'interesse superiore del bambino». Il testo firmato da tutto l'episcopato francese è stato diffuso venerdì, alla vigilia dell'apertura del discussione parlamentare sulla revisione della legge sulla Pma. Il lavoro delle camere è stato preceduto da un anno di dibattiti nella società civile. Il confronto ha visto impegnata la Chiesa cattolica, le sigle pro life guidate dalla Manif pour tous e gruppi di femministe. Anche le organizzazioni Lgbt e le élite ultra progressiste hanno esercitato le loro pressioni. In primavera un collettivo di 110 personalità francesi ha lanciato da Le Monde un appello per una riforma urgente volta a legalizzare la «gestazione per altri», cioè l'utero in affitto. Da gennaio a giugno si sono svolti gli Stati generali di bioetica, coordinati dal Comitato consultivo nazionale sull'etica per la scienze della vita e della salute (Ccne). Scopo dell'evento: l'elaborazione di una serie di proposte legislative che saranno presentate dallo stesso organismo nei prossimi giorni. Il percorso terminerà, ha garantito il presidente Emmanuel Macron, con la approvazione di una nuova legge entro la fine dell'anno. In questa cornice assume un'importanza anche maggiore la nota pubblicata dalla Chiesa cattolica francese, con la quale si ribadisce che «i progressi scientifici combinati agli interessi individuali a breve termine non possono giustificare la costruzione di una società dalla quale svanirebbe la fraternità e l'attenzione ai più fragili». I presuli sottolineano il valore della procreazione che è «costitutiva della dignità della persona umana» e come tale non può essere soggetta «né a fabbricazione, né a commercializzazione, né a strumentalizzazione». Il testo affronta poi i problemi relativi alla sovrapproduzione di embrioni, al ricorso a donatori terzi e allo sviluppo di un eugenismo liberale. Si parla anche del rischio di aprire laPma «a tutte le donne». «Una estensione - avvertono i vescovi - che condurrà alla legalizzazione della gestazione per altri». Non è un mistero che diversi esponenti del governo siano favorevoli alla legalizzazione di tali pratiche. D'altra parte fin dalla campagna elettorale Macron aveva promesso che tutte le donne, etero, lesbiche e single, avrebbero avuto accesso, tramite il sistema sanitario nazionale, alla fecondazione assistita. Un impegno confermato dal ministro all'Eguaglianza, Marlène Schiappa, che ha definito il 2018 l'anno della procreazione per tutte le donne. Con eterologa per tutti non solo viene meno il diritto di crescere con un padre e una madre, ma anche quello di conoscere la propria identità. Di fronte a questa prospettiva, i vescovi francesi ricordano che «il legame coniugale stabile rimane il luogo ottimale per la procreazione e l'accoglienza di un bambino». Senza questo sguardo, «i dibattiti di bioetica rischiano di ridursi a discussioni tecniche e finanziarie che non raggiungono mai a contemplare la profondità del mistero della persona e della sua dignità». Restando in Europa, ma molto più a Est, sempre in questi giorni si registra l'invito esplicito dei vescovi della Romania a sostenere il referendum, indetto per il 6 e 7 ottobre, per la modifica del paragrafo 1 dell'articolo 48 della Costituzione, che riguarda l'istituto matrimoniale. Nella formulazione attuale, la Carta romena afferma che «la famiglia è fondata sul matrimonio liberamente contratto dai coniugi», mentre la proposta sottoposta alla consultazione precisa che il matrimonio viene contratto da «un uomo e una donna, uguali tra di loro, e si basa sul diritto dei genitori di assicurare la crescita, l'educazione e l'istruzione dei figli». Si tratta di una delle più importanti azioni in difesa della famiglia naturale mai intraprese in Europa. Oltre tre milioni di rumeni hanno firmato per l'iniziativa referendaria lanciata nell'ottobre 2015 dalla Coalition for family, che raggruppa oltre 40 sigle, tra cui l'Azione cattolica di Romania e l'Associazione famiglie cattoliche Beato Vladimir Ghika. La consultazione richiede un quorum del 30%: almeno 6 milioni di persone devono quindi recarsi alle urne. Anche per questo l'episcopato ha deciso di appoggiare in pieno l'iniziativa tramite una esortazione pubblica e rivolta a tutti. I presuli incoraggiano «vivamente a far conoscere questo evento a casa, al lavoro, nel gruppo degli amici e conoscenti, e, come forma di apostolato, per promuovere la partecipazione al voto». I vescovi ritengono inoltre che la modifica della Costituzione sia «in piena concordanza con l'insegnamento del Vangelo, e anche nello spirito della tradizione del popolo romeno, motivo per il quale la Chiesa cattolica ha sostenuto sin dal principio l'iniziativa venuta da parte del laicato». La Conferenza episcopale del Paese è consapevole del «rischio di contraddire le correnti di pensiero alla moda» e cita l'esortazione apostolica Amoris laetitia, in cui papa Francesco invita a promuovere il matrimonio come unione tra uomo e donna. In Romania la Chiesa si batte pubblicamente per questo e non solo: mettere nero su bianco, nella Costituzione, che il matrimonio è l'unione tra l'uomo e la donna, significa proteggere la società dalle interpretazioni della giurisprudenza creativa e dalle spinte in avanti del legislatore.
il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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iStock
Il riciclaggio di denaro attraverso le criptovalute non è più un fenomeno marginale né confinato al cybercrime. È diventato un sistema globale, strutturato e in rapida espansione. Secondo il report Confronting the Illicit-Finance Hydra in Crypto Markets, negli ultimi vent’anni almeno 350 miliardi di dollari sono stati ripuliti attraverso asset digitali in 164 casi documentati, con una crescita media annua del 16,5%. Numeri che raccontano una trasformazione profonda: il passaggio da un’economia criminale tradizionale a una finanza parallela digitale, capace di aggirare controlli, confini e sistemi bancari.
Il report utilizza una metafora efficace: quella dell’Idra. Ogni volta che le autorità chiudono un canale di riciclaggio, ne emergono altri, più sofisticati e difficili da tracciare. È questa capacità di adattamento a rendere il fenomeno particolarmente insidioso. Le operazioni di contrasto restano spesso reattive, mentre le reti criminali evolvono in tempo reale, sfruttando nuove tecnologie e falle normative. Il meccanismo ricalca le tre fasi classiche del riciclaggio — ingresso, occultamento e reintegrazione — ma con strumenti completamente nuovi. Nella fase iniziale, i fondi illeciti entrano nel sistema crypto attraverso darknet, attacchi hacker, ransomware e schemi Ponzi, generando oltre 127 miliardi di dollari. Tuttavia, meno di un terzo viene recuperato dalle autorità. Segue la fase più opaca, quella del cosiddetto «layering», in cui i fondi vengono frammentati e nascosti tramite mixer, piattaforme DeFi e passaggi tra diverse blockchain. Infine, il denaro viene riportato nell’economia reale attraverso exchange centralizzati o broker over-the-counter: un passaggio critico dove i controlli risultano ancora insufficienti, con sequestri inferiori ai 500 milioni di dollari a fronte di flussi illeciti per 22 miliardi.
Il dato più preoccupante riguarda però l’impunità. Il report evidenzia che il 79% dei casi non ha portato a condanne, mentre il tasso medio di recupero dei fondi si ferma al 27%.
Un contesto in cui il rischio penale resta limitato rispetto ai profitti genera un incentivo evidente per gruppi criminali e attori ostili. E proprio la dimensione geopolitica rappresenta uno degli elementi più rilevanti. La Corea del Nord, secondo lo studio, ricaverebbe fino a un terzo delle proprie entrate statali da operazioni illecite in criptovalute, utilizzate anche per finanziare programmi militari. La Russia emerge come hub centrale per exchange e gruppi ransomware, con metà delle piattaforme illecite e la maggior parte delle organizzazioni criminali legate al settore. Non si tratta quindi solo di criminalità diffusa, ma di un ecosistema ibrido in cui cybercrime, intelligence e finanza si sovrappongono. Nel frattempo, anche gli strumenti utilizzati stanno cambiando. Se in passato il Bitcoin dominava le transazioni illegali, oggi il report segnala una crescente preferenza per le stablecoin, più stabili e facilmente convertibili in valuta reale. Un’evoluzione che indica una maggiore maturità operativa delle reti criminali, sempre più orientate all’efficienza finanziaria.Accanto a questi sviluppi, emergono nuove forme di minaccia.
Le cosiddette truffe «pig butchering» — schemi che combinano relazioni sentimentali e falsi investimenti — colpiscono un numero crescente di vittime, mentre in alcuni casi si registra un aumento della violenza fisica per costringere al trasferimento di asset digitali. È il segnale di un passaggio ulteriore: dalla criminalità digitale pura a una forma ibrida che integra strumenti tecnologici e coercizione tradizionale. Il vero salto, però, è nella democratizzazione del crimine finanziario. Oggi non servono più strutture complesse o reti internazionali: bastano uno smartphone, accesso a piattaforme decentralizzate e competenze di base. File, servizi e infrastrutture sono disponibili online, spesso «chiavi in mano», abbattendo drasticamente le barriere d’ingresso. Il report riconosce alcuni limiti — a partire dalla difficoltà di tracciare un fenomeno per sua natura opaco e dalla parzialità dei dati disponibili — ma il quadro che emerge è chiaro. Il riciclaggio attraverso criptovalute non rappresenta ancora la quota principale del denaro illecito globale, stimata tra il 2% e il 5% del PIL mondiale, ma la sua incidenza è in crescita costante.
In questo scenario, la sfida non è tanto tecnologica quanto politica. Le criptovalute continueranno a essere parte integrante del sistema finanziario globale. Il problema è la distanza tra la velocità dell’innovazione e la capacità degli Stati di regolamentarla e controllarla. Ed è proprio in questo spazio che l’Idra continua a moltiplicare le sue teste.
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