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2018-09-23
«La risposta al memoriale Viganò è già stata approvata da Francesco»
Ansa
Qualche giorno fa era stato il New York Times a tirare in ballo il passato argentino di papa Francesco e certe sue presunte coperture di abusi commessi da sacerdoti. Ieri è stata la volta dello Spiegel, con 19 pagine di inchiesta basata soprattutto su testimonianze di vittime. L'avvocato Juan Pablo Gallego parlando al settimanale tedesco arriva ad affermare che «Francesco è ora in esilio a Roma, dove ha trovato il suo rifugio [con l'immunità], per così dire. In Argentina, dovrebbe confutare il sospetto di aver protetto per anni violentatori e molestatori di bambini».
La vicenda principale è quella che riguarda il sacerdote Julio Grassi, personalità molto mediatica, accusato di abusi. L'allora cardinale Bergoglio commissionò sul suo conto una contro inchiesta al criminologo Marcelo Sancinetti, il quale trasse conclusioni opposte a quelle della giustizia argentina: come attestato dal New York Times, nel suo rapporto si legge che «è oggettivamente verificabile la falsità di ognuna delle accuse». Ma la Corte suprema argentina nel marzo 2017 ha confermato per Grassi la condanna a 15 anni di carcere, per aver aggredito un ragazzo all'epoca tredicenne. Il prete ha sempre parlato di Bergoglio come una persona che gli è rimasta vicina. Fonti argentine consultate dalla Verità che effettivamente il caso di padre Grassi è piuttosto controverso e non è da escludersi che la contro inchiesta commissionata da Bergoglio fosse ben motivata.
Lo Spiegel dunque non pubblica nulla di nuovo sul passato argentino del Papa, che resta tutto da chiarire; la «notizia» è il giudizio tagliente riservato al pontificato di Bergoglio da uno dei magazine più importanti del mondo. Lo Spiegel ripesca parole attribuite al Pontefice a proposito di un suo timore «di passare alla storia come qualcuno che ha spaccato la Chiesa». Poi il settimanale ricorda il caso di don Mauro Inzoli, ridotto allo stato laicale per abusi sessuali dopo che per un certo periodo Francesco lo aveva difeso; il festino gay consumato in Vaticano dal segretario del cardinale Francesco Coccopalmerio; le posizioni a rischio di alcuni porporati vicinissimi al Papa (Oscar Maradiaga e Francisco Errazuriz); infine, il caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick e il dossier dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, che i lettori della Verità conoscono bene.
Una decisione di fare finalmente chiarezza sulle circostanze riportate nel memoriale sarebbe l'antidoto più potente anche rispetto ai molti avvoltoi che attaccano la Chiesa per mero anticlericalismo o per affari personali. I vescovi statunitensi sono i più insistenti sulla necessità di aprire un'indagine approfondita sui fatti denunciati da Viganò. Venerdì scorso il cardinale di New York, Timothy Dolan, ha invocato in una conferenza stampa un'inchiesta formale della Chiesa negli Stati Uniti, per rispondere all'accusa di aver taciuto sui decenni di immoralità sessuale di McCarrick. «Penso che una visita apostolica della Santa Sede che includa professionisti laici», ha detto Dolan, «sarebbe un modo efficace per farlo. Lo abbiamo proposto alla Santa Sede e aspettiamo». Per ora però non si hanno notizie in merito, nonostante il presidente dei vescovi americani, cardinale Daniel DiNardo, sia stato in udienza dal Papa lo scorso 13 settembre.
Peraltro, dal dossier Viganò sappiamo che il Vaticano era a conoscenza del caso McCarrick almeno dal 2000, come attestato da una lettera del 2006 firmata dall'allora sostituto alla Segreteria di Stato, Leonardo Sandri. Ma le altre domande aperte dal memoriale? Robertus Mutsaerts, vescovo ausiliare della diocesi di Hertogenbosch, in Olanda, ha scritto a Francesco una lettera aperta in cui annuncia che, alla luce della crisi degli abusi, ha ritenuto di non partecipare al sinodo sui giovani in programma dal 3 al 24 ottobre. Intervistato dal quotidiano olandese Trouw, ha posto il problema chiave che ruota intorno al memoriale: «Viganò è un uomo serio, fa accuse serie, ma il Papa tace. Forse i motivi di Viganò non sono totalmente puri, non lo so, ma non è quello il punto. Il punto è: è vero ciò che Viganò afferma?».
È la domanda che si pongono in tanti, eppure viene spesso soffocata da una serie infinita di pregiudizi e narrazioni. Il quesito però potrebbe trovare presto una risposta. È quanto ha scritto il vaticanista Giuseppe Rusconi nel suo blog rossoporpora.org. Da un po' di tempo Rusconi e Luigi Accattoli, già vaticanista del Corriere della Sera, danno luogo a Roma a movimentati dibattiti a due sul papato di Francesco, partendo da posizioni più o meno opposte. Giovedì 20 settembre, presso la Biblioteca comunale Valle Aurelia, c'è stato l'ultimo di questi dibattiti in ordine di tempo, e in quella occasione, scrive Rusconi, «da Accattoli è venuta un'indiscrezione di portata rilevante: secondo le sue informazioni la prospettata “risposta" della Santa Sede al memoriale di Viganò è stata presentata al Papa lunedì 17 settembre dal cardinale Parolin e approvata il giorno successivo. Dovrebbe dunque essere questione di ore o di pochi giorni per la sua pubblicizzazione».
La nota ci è stata confermata dallo stesso Rusconi: Accattoli ha pubblicamente rivelato questa indiscrezione e per ora non ci sono state smentite. Di certo Accattoli vanta buoni rapporti in Segreteria di Stato, quindi potremmo davvero essere a un passo dagli annunciati e tanto attesi «chiarimenti» sul dossier. Secondo Rusconi , durante il dibattito l'ex vaticanista del Corriere aveva gentilmente definito in vario modo Viganò e le sue memorie: «Paranoico», «surreale», «uno che vive con la pensione vaticana», «lui ce l'ha con il Papa», «la sua è un'invettiva incentrata sul tema dell'omosessualità», eccetera. Una narrativa interessante e diffusa che però non elimina la domanda che si pone anche il vescovo olandese Mutsaersts: «È vero ciò che Viganò afferma?».
Ecco l’accordo con Pechino per la nomina dei vescovi. Tutti i dubbi sull’abbraccio tra il Vaticano e il regime
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Indiscrezione di Luigi Accattoli, nota firma del «Corriere»: presentata al Papa dal cardinale Parolin, la replica al dossier è in uscita. Intanto lo «Spiegel» rinfaccia al Pontefice presunte coperture di abusi ai tempi di Buenos Aires.Annuncio storico della Santa Sede mentre Jorge Bergoglio è in Lituania L'intesa è temporanea, ma tra i cattolici c'è chi intravede una resa.Oltralpe i pastori cattolici criticano apertamente Emmanuel Macron che promette «procreazione per tutti». E a Est i loro confratelli chiamano il popolo alla trincea referendaria in difesa del matrimonio.Lo speciale contiene tre articoli.Qualche giorno fa era stato il New York Times a tirare in ballo il passato argentino di papa Francesco e certe sue presunte coperture di abusi commessi da sacerdoti. Ieri è stata la volta dello Spiegel, con 19 pagine di inchiesta basata soprattutto su testimonianze di vittime. L'avvocato Juan Pablo Gallego parlando al settimanale tedesco arriva ad affermare che «Francesco è ora in esilio a Roma, dove ha trovato il suo rifugio [con l'immunità], per così dire. In Argentina, dovrebbe confutare il sospetto di aver protetto per anni violentatori e molestatori di bambini».La vicenda principale è quella che riguarda il sacerdote Julio Grassi, personalità molto mediatica, accusato di abusi. L'allora cardinale Bergoglio commissionò sul suo conto una contro inchiesta al criminologo Marcelo Sancinetti, il quale trasse conclusioni opposte a quelle della giustizia argentina: come attestato dal New York Times, nel suo rapporto si legge che «è oggettivamente verificabile la falsità di ognuna delle accuse». Ma la Corte suprema argentina nel marzo 2017 ha confermato per Grassi la condanna a 15 anni di carcere, per aver aggredito un ragazzo all'epoca tredicenne. Il prete ha sempre parlato di Bergoglio come una persona che gli è rimasta vicina. Fonti argentine consultate dalla Verità che effettivamente il caso di padre Grassi è piuttosto controverso e non è da escludersi che la contro inchiesta commissionata da Bergoglio fosse ben motivata. Lo Spiegel dunque non pubblica nulla di nuovo sul passato argentino del Papa, che resta tutto da chiarire; la «notizia» è il giudizio tagliente riservato al pontificato di Bergoglio da uno dei magazine più importanti del mondo. Lo Spiegel ripesca parole attribuite al Pontefice a proposito di un suo timore «di passare alla storia come qualcuno che ha spaccato la Chiesa». Poi il settimanale ricorda il caso di don Mauro Inzoli, ridotto allo stato laicale per abusi sessuali dopo che per un certo periodo Francesco lo aveva difeso; il festino gay consumato in Vaticano dal segretario del cardinale Francesco Coccopalmerio; le posizioni a rischio di alcuni porporati vicinissimi al Papa (Oscar Maradiaga e Francisco Errazuriz); infine, il caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick e il dossier dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, che i lettori della Verità conoscono bene. Una decisione di fare finalmente chiarezza sulle circostanze riportate nel memoriale sarebbe l'antidoto più potente anche rispetto ai molti avvoltoi che attaccano la Chiesa per mero anticlericalismo o per affari personali. I vescovi statunitensi sono i più insistenti sulla necessità di aprire un'indagine approfondita sui fatti denunciati da Viganò. Venerdì scorso il cardinale di New York, Timothy Dolan, ha invocato in una conferenza stampa un'inchiesta formale della Chiesa negli Stati Uniti, per rispondere all'accusa di aver taciuto sui decenni di immoralità sessuale di McCarrick. «Penso che una visita apostolica della Santa Sede che includa professionisti laici», ha detto Dolan, «sarebbe un modo efficace per farlo. Lo abbiamo proposto alla Santa Sede e aspettiamo». Per ora però non si hanno notizie in merito, nonostante il presidente dei vescovi americani, cardinale Daniel DiNardo, sia stato in udienza dal Papa lo scorso 13 settembre. Peraltro, dal dossier Viganò sappiamo che il Vaticano era a conoscenza del caso McCarrick almeno dal 2000, come attestato da una lettera del 2006 firmata dall'allora sostituto alla Segreteria di Stato, Leonardo Sandri. Ma le altre domande aperte dal memoriale? Robertus Mutsaerts, vescovo ausiliare della diocesi di Hertogenbosch, in Olanda, ha scritto a Francesco una lettera aperta in cui annuncia che, alla luce della crisi degli abusi, ha ritenuto di non partecipare al sinodo sui giovani in programma dal 3 al 24 ottobre. Intervistato dal quotidiano olandese Trouw, ha posto il problema chiave che ruota intorno al memoriale: «Viganò è un uomo serio, fa accuse serie, ma il Papa tace. Forse i motivi di Viganò non sono totalmente puri, non lo so, ma non è quello il punto. Il punto è: è vero ciò che Viganò afferma?».È la domanda che si pongono in tanti, eppure viene spesso soffocata da una serie infinita di pregiudizi e narrazioni. Il quesito però potrebbe trovare presto una risposta. È quanto ha scritto il vaticanista Giuseppe Rusconi nel suo blog rossoporpora.org. Da un po' di tempo Rusconi e Luigi Accattoli, già vaticanista del Corriere della Sera, danno luogo a Roma a movimentati dibattiti a due sul papato di Francesco, partendo da posizioni più o meno opposte. Giovedì 20 settembre, presso la Biblioteca comunale Valle Aurelia, c'è stato l'ultimo di questi dibattiti in ordine di tempo, e in quella occasione, scrive Rusconi, «da Accattoli è venuta un'indiscrezione di portata rilevante: secondo le sue informazioni la prospettata “risposta" della Santa Sede al memoriale di Viganò è stata presentata al Papa lunedì 17 settembre dal cardinale Parolin e approvata il giorno successivo. Dovrebbe dunque essere questione di ore o di pochi giorni per la sua pubblicizzazione».La nota ci è stata confermata dallo stesso Rusconi: Accattoli ha pubblicamente rivelato questa indiscrezione e per ora non ci sono state smentite. Di certo Accattoli vanta buoni rapporti in Segreteria di Stato, quindi potremmo davvero essere a un passo dagli annunciati e tanto attesi «chiarimenti» sul dossier. Secondo Rusconi , durante il dibattito l'ex vaticanista del Corriere aveva gentilmente definito in vario modo Viganò e le sue memorie: «Paranoico», «surreale», «uno che vive con la pensione vaticana», «lui ce l'ha con il Papa», «la sua è un'invettiva incentrata sul tema dell'omosessualità», eccetera. Una narrativa interessante e diffusa che però non elimina la domanda che si pone anche il vescovo olandese Mutsaersts: «È vero ciò che Viganò afferma?».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-risposta-al-memoriale-vigano-e-gia-stata-approvata-da-francesco-2607111624.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-laccordo-con-pechino-per-la-nomina-dei-vescovi-tutti-i-dubbi-sullabbraccio-tra-il-vaticano-e-il-regime" data-post-id="2607111624" data-published-at="1769738193" data-use-pagination="False"> Ecco l’accordo con Pechino per la nomina dei vescovi. Tutti i dubbi sull’abbraccio tra il Vaticano e il regime «Anche in Cina la Chiesa è chiamata ad essere testimone di Cristo. A fare memoria grata del passato, a vivere con passione il presente, ad aprirsi con fiducia al futuro». Chissà se quello che si materializza oggi è lo stesso futuro che immaginava Benedetto XVI nel 2007 con l'immortale lettera ai cristiani cinesi che aprì le porte alla pacificazione. Chissà se ciò che si intravede all'orizzonte oltre la Grande Muraglia è un punto di partenza o di arrivo per la Chiesa. Di sicuro è uno scenario vasto, un abbraccio clamoroso e spettacolare nella storia millenaria del grande Oriente e della cristianità. Ciò che Joseph Rarzinger cominciò con quelle parole, papa Francesco ha portato avanti con la diplomazia degli ultimi anni fino all'accordo di ieri, con il quale la Santa Sede e il governo di Pechino hanno trovato un punto di contatto sulla nomina dei vescovi, con un obiettivo che risponde al bisogno di avere «pastori che siano riconosciuti dal successore di Pietro e dalle legittime autorità civili del loro Paese», come ha sottolineato il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin. Il protocollo bilaterale, che ha colto il Santo Padre durante il viaggio pastorale in Lituania, è stato firmato per il Vaticano dal sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, Antoine Camilleri, e dal viceministro degli Esteri cinese, Wang Chao. Come spiega una nota da Oltretevere, lo storico accordo «è frutto di un graduale e reciproco avvicinamento, viene stipulato dopo un lungo percorso di ponderata trattativa e prevede valutazioni periodiche circa la sua attuazione. Esso tratta della nomina dei vescovi, questione di grande rilievo per la vita della Chiesa, e crea le condizioni per una più ampia collaborazione a livello bilaterale. È auspicio condiviso che tale intesa favorisca un fecondo e lungimirante percorso di dialogo istituzionale e contribuisca positivamente alla vita della Chiesa cattolica in Cina, al bene del Popolo cinese e alla pace nel mondo». L'abbraccio era nell'aria e lo stesso Pontefice arrivato dalla fine del mondo ne è stato protagonista cominciando da un aneddoto in alta quota. Nell'agosto 2014 la Cina diede il permesso di sorvolo dell'aereo papale di ritorno dalla Corea; un segnale diplomatico forte che indusse Francesco a ringraziare dicendo «Vorrei andare in Cina». E che ha restituito la speranza a 10-12 milioni di cattolici in quel Paese storicamente diffidente, se non ostile al crocifisso. È troppo presto per cogliere in pieno il contenuto della stretta di mano fra due mondi così melliflui e fuorvianti nella comunicazione ed è probabile che all'interno dell'intesa ci sia anche la procedura di nomina dei vescovi. La chiave di volta è nelle pieghe del protocollo, vale a dire se l'ultima parola nella scelta dei vescovi sarà della Santa Sede o continuerà ad essere dell'autorità cinese, con semplice diritto di veto del Vaticano su nomi non graditi. In questo senso, parte dell'intesa è anche la legittimazione canonica dei sette presuli cinesi consacrati in passato senza il consenso del Papa, compresi quelli per i quali era stata dichiarata la pena della scomunica. Alcuni di loro non erano mai stati riconosciuti dalla Chiesa, anche perché titolari di amanti e figli. Jorge Bergoglio è passato tranquillamente sopra queste realtà, togliendo la scomunica pur di portare a casa un accordo storico che oggi brilla, ma che nasconde curve e ombre sempre dietro l'angolo quando si ha a che fare con l'impero cinese e le ambiguità del dominante e ricchissimo partito comunista. Una storia di persecuzioni non si cancella con un colpo di spugna. Così, accanto allo scampanio anche mediatico per la grande conquista, persiste la sacrosanta diffidenza nei confronti di un mondo che non si è mai dimostrato accogliente né tollerante. All'inizio del Novecento furono 30.000 i cattolici trucidati nella rivoluzione dei Boxer; a metà degli anni Cinquanta migliaia di missionari furono espulsi dalla Cina e nel 1966 Mao Tse Tung con la Rivoluzione culturale proibì ogni attività religiosa, fece chiudere tutti i luoghi di culto, sancì il divieto della dottrina e della pratica del cattolicesimo. Da allora la Chiesa, fino al pontificato di Ratzinger compreso, ha sempre adottato una strategia dell'attenzione, della pacificazione, ma senza compiere passi indietro. Anzi rivendicando la libertà dal potere politico (punto fermo nei rapporti con tutti i Paesi del mondo civilizzato) nella scelta dei pastori. Di conseguenza un accordo che oggi viene definito storico potrebbe perfino esserlo nei suoi tratti di retromarcia, di appeasement nei confronti di Pechino. Sarebbe stupefacente il contrario e sarebbe persino il segno di un intervento divino. Nonostante l'idillio lessicale, è molto difficile che un Ppaese dirigista, diffidente, in cui ogni libertà individuale è controllata dallo Stato, lasci al Vaticano campo aperto nella scelta dei pastori. Quello della libertà religiosa è un terreno strategico. Lo è ancor più della libertà economica, della liberalizzazione digitale, delle autostrade comunicative che peraltro sono strettamente controllate dalle alte gerarchie del partito. Mentre lo stupore positivo del mondo allenta la presa sui problemi ecclesiastici legati alla pedofilia e all'omosessualità, è lecito sperare che questo accordo non somigli a certe fusioni per incorporazione, come si usa dire nel gergo industriale. In questo senso, le più grandi perplessità sono suscitate dal cardinale Joseph Zen, 86 anni, arcivescovo emerito di Hong Kong, che due anni fa era in piazza a protestare con gli studenti per qualche spicciolo di libertà in più. Aria pura. Dopo un incontro con papa Francesco, il battagliero Zen se ne uscì con la frase: «Il Vaticano sta svendendo la Chiesa cattolica in Cina». Ricordando l'anniversario di quella storica lettera di Benedetto XVI, ha pubblicato un libro dal titolo: Per amore del mio popolo non tacerò, in uscita anche in Italia. Colpisce un pensiero anticipatore di ciò che sta accadendo ora: «I signori del Vaticano non dicono che lo scopo di avere un accordo è di favorire l'evangelizzazione della grande nazione? Si ricordino che il potere comunista non è eterno. Se oggi vanno dietro al regime, domani la nostra Chiesa non sarà la benvenuta per la ricostruzione della nuova Cina. C'è da sperare qualche guadagno nel venire a patti con questo governo?». Poi un grido d'allarme: «Quando dico che è quasi come sperare che San Giuseppe possa ottenere qualcosa da un dialogo con Erode, non è una battuta». Mentre imperversano i fuochi d'artificio, è difficile liquidarlo come un inguaribile pessimista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-risposta-al-memoriale-vigano-e-gia-stata-approvata-da-francesco-2607111624.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dalla-francia-alla-romania-ce-una-chiesa-che-non-si-adegua" data-post-id="2607111624" data-published-at="1769738193" data-use-pagination="False"> Dalla Francia alla Romania c’è una Chiesa che non si adegua «La Chiesa cattolica, che ha a cuore il valore della fraternità, desidera far conoscere la sua preoccupazione per un'evoluzione legislativa che mira ad estendere l'uso delle tecniche della procreazione medicalmente assistita». Nella Francia ultralaicista, tornano a farsi sentire i vescovi con un messaggio che non lascia margini d'interpretazione: eterologa e utero in affitto sono pratiche che vanno contro «l'interesse superiore del bambino». Il testo firmato da tutto l'episcopato francese è stato diffuso venerdì, alla vigilia dell'apertura del discussione parlamentare sulla revisione della legge sulla Pma. Il lavoro delle camere è stato preceduto da un anno di dibattiti nella società civile. Il confronto ha visto impegnata la Chiesa cattolica, le sigle pro life guidate dalla Manif pour tous e gruppi di femministe. Anche le organizzazioni Lgbt e le élite ultra progressiste hanno esercitato le loro pressioni. In primavera un collettivo di 110 personalità francesi ha lanciato da Le Monde un appello per una riforma urgente volta a legalizzare la «gestazione per altri», cioè l'utero in affitto. Da gennaio a giugno si sono svolti gli Stati generali di bioetica, coordinati dal Comitato consultivo nazionale sull'etica per la scienze della vita e della salute (Ccne). Scopo dell'evento: l'elaborazione di una serie di proposte legislative che saranno presentate dallo stesso organismo nei prossimi giorni. Il percorso terminerà, ha garantito il presidente Emmanuel Macron, con la approvazione di una nuova legge entro la fine dell'anno. In questa cornice assume un'importanza anche maggiore la nota pubblicata dalla Chiesa cattolica francese, con la quale si ribadisce che «i progressi scientifici combinati agli interessi individuali a breve termine non possono giustificare la costruzione di una società dalla quale svanirebbe la fraternità e l'attenzione ai più fragili». I presuli sottolineano il valore della procreazione che è «costitutiva della dignità della persona umana» e come tale non può essere soggetta «né a fabbricazione, né a commercializzazione, né a strumentalizzazione». Il testo affronta poi i problemi relativi alla sovrapproduzione di embrioni, al ricorso a donatori terzi e allo sviluppo di un eugenismo liberale. Si parla anche del rischio di aprire laPma «a tutte le donne». «Una estensione - avvertono i vescovi - che condurrà alla legalizzazione della gestazione per altri». Non è un mistero che diversi esponenti del governo siano favorevoli alla legalizzazione di tali pratiche. D'altra parte fin dalla campagna elettorale Macron aveva promesso che tutte le donne, etero, lesbiche e single, avrebbero avuto accesso, tramite il sistema sanitario nazionale, alla fecondazione assistita. Un impegno confermato dal ministro all'Eguaglianza, Marlène Schiappa, che ha definito il 2018 l'anno della procreazione per tutte le donne. Con eterologa per tutti non solo viene meno il diritto di crescere con un padre e una madre, ma anche quello di conoscere la propria identità. Di fronte a questa prospettiva, i vescovi francesi ricordano che «il legame coniugale stabile rimane il luogo ottimale per la procreazione e l'accoglienza di un bambino». Senza questo sguardo, «i dibattiti di bioetica rischiano di ridursi a discussioni tecniche e finanziarie che non raggiungono mai a contemplare la profondità del mistero della persona e della sua dignità». Restando in Europa, ma molto più a Est, sempre in questi giorni si registra l'invito esplicito dei vescovi della Romania a sostenere il referendum, indetto per il 6 e 7 ottobre, per la modifica del paragrafo 1 dell'articolo 48 della Costituzione, che riguarda l'istituto matrimoniale. Nella formulazione attuale, la Carta romena afferma che «la famiglia è fondata sul matrimonio liberamente contratto dai coniugi», mentre la proposta sottoposta alla consultazione precisa che il matrimonio viene contratto da «un uomo e una donna, uguali tra di loro, e si basa sul diritto dei genitori di assicurare la crescita, l'educazione e l'istruzione dei figli». Si tratta di una delle più importanti azioni in difesa della famiglia naturale mai intraprese in Europa. Oltre tre milioni di rumeni hanno firmato per l'iniziativa referendaria lanciata nell'ottobre 2015 dalla Coalition for family, che raggruppa oltre 40 sigle, tra cui l'Azione cattolica di Romania e l'Associazione famiglie cattoliche Beato Vladimir Ghika. La consultazione richiede un quorum del 30%: almeno 6 milioni di persone devono quindi recarsi alle urne. Anche per questo l'episcopato ha deciso di appoggiare in pieno l'iniziativa tramite una esortazione pubblica e rivolta a tutti. I presuli incoraggiano «vivamente a far conoscere questo evento a casa, al lavoro, nel gruppo degli amici e conoscenti, e, come forma di apostolato, per promuovere la partecipazione al voto». I vescovi ritengono inoltre che la modifica della Costituzione sia «in piena concordanza con l'insegnamento del Vangelo, e anche nello spirito della tradizione del popolo romeno, motivo per il quale la Chiesa cattolica ha sostenuto sin dal principio l'iniziativa venuta da parte del laicato». La Conferenza episcopale del Paese è consapevole del «rischio di contraddire le correnti di pensiero alla moda» e cita l'esortazione apostolica Amoris laetitia, in cui papa Francesco invita a promuovere il matrimonio come unione tra uomo e donna. In Romania la Chiesa si batte pubblicamente per questo e non solo: mettere nero su bianco, nella Costituzione, che il matrimonio è l'unione tra l'uomo e la donna, significa proteggere la società dalle interpretazioni della giurisprudenza creativa e dalle spinte in avanti del legislatore.
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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