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2018-06-16
Perché il dietrofront sulla via ad Almirante è sbagliato
ANSA
«Chi è il vero fascista in questa vicenda? Giorgio Almirante a cui il consiglio capitolino vota l'intitolazione di una strada prendendo una «decisione sovrana» o la sindaca Virginia Raggi che nega la libertà e annulla un atto presentando una mozione?». Giuliana De' Medici, la figlia del leader del Movimento sociale italiano e donna Assunta, definisce «paradossale» il comportamento della Raggi che, ancora una volta, ha dimostrato come in Campidoglio succedano varie cose a sua insaputa. È vero che giovedì ha dovuto affrontare la bufera politica scatenata dall'inchiesta sullo stadio della Roma ma quando Bruno Vespa a Porta a porta ha detto alla Raggi che i consiglieri pentastellati avevano approvato la mozione presentata da Fratelli d'Italia per intitolare una strada ad Almirante, lei è scesa dalle nuvole e non senza imbarazzo ha dichiarato: «Non sapevo nulla, mi sorprende. Sono qui da lei e mi sono allontanata dal consiglio comunale da qualche ora. Se condivido il provvedimento? Se l'aula ha votato favorevolmente credo assolutamente di sì. Se è passato vuol dire che i consiglieri si sono determinati e vogliono comunque intitolare la strada a questo personaggio. Il sindaco prende atto della volontà dell'aula, che è sovrana come il Parlamento». L'aula sarà pure sovrana, ma è bastato lasciare gli studi della Rai, sentire la polemica montante tra l'attacco del Pd («dedicare una via ad Almirante è l'ultima vergogna della sindaca») e la contrarietà della comunità ebraica, («una vergogna per la storia di questa città: chi ha ricoperto il ruolo di segretario di redazione del Manifesto per la difesa della razza, senza mai pentirsene, non merita una via come riconoscimento»), chiamare la sua maggioranza e decidere di non subire una scelta non sua. La Raggi, infatti, poco dopo mezzanotte ci ha ripensato smentendo quindi sé stessa con un post su Facebook, dove già era visibile l'intervista con Vespa: «Nessuna strada a Roma sarà dedicata a Giorgio #Almirante. Domani stesso presenterò una mozione a mia prima firma».
Una mozione per proibire l'intitolazione di «strade ad esponenti del fascismo o persone che si siano esposte con idee antisemite o razziali» che dovrebbero firmare i consiglieri grillini tornando indietro su un provvedimento che Giorgia Meloni ha definito «un risultato storico» e che ora con Fdi difenderà al no della «Raggi stalinista». Mai come in questa occasione la sindaca ha mostrato tanta fermezza nell'imporre la sua decisione dopo però aver palesato, ancora una volta, una fragilità politica che non dipende dal fatto di essere una donna, come spesso lamenta. Possibile che né qualcuno dello staff, né un consigliere l'abbia avvisata del provvedimento che stavano per votare in aula Giulio Cesare? O c'è stato un blitz improvviso ordito dalla sua maggioranza contro di lei? E ancora, perché non manifestare davanti le telecamere la sua contrarietà ad una decisione seppur presa «dall'Aula sovrana»? È solo l'ultimo inciampo di Virginia Raggi che fa dire al capogruppo di Fdi, Fabrizio Ghera: «Non vorremmo che dietro alla retromarcia della sindaca vi fossero pressioni esterne». E Giuliana De' Medici chiosa: «Comunque non si fa un torto ad Almirante ma al popolo di destra».
Sarina Biraghi
Su via Almirante c’è il contrordine. Roma torna a essere una città divisa
Giorgia Meloni sorride, mentre affila le lame in vista del consiglio comunale che si preannuncia come il più rovente dell'estate italiana. È una polemica a metà tra storia e politica, che si anima in queste ore: quella sulla strada più contestata d'Italia, quella che si dovrebbe intitolare, nella Capitale, a Giorgio Almirante. Nel nome del padre la leader di Fratelli d'Italia la Meloni fa dunque ironia sul sindaco Virginia Raggi: «Ma come? Non diceva che era sovrano il consiglio capitolino? Voglio vedere - osserva la leader di Fratelli d'Italia - cosa faranno gli eletti del M5s che solo due giorni fa avevano votato per intitolare la strada ad Almirante, e che adesso devono cambiare linea. È ridicolo!».
E così Roma, ancora una volta, diventa città divisa, nel nome del leader storico del Movimento sociale. Tutto inizia proprio con il blitz di Fratelli d'Italia, che due giorni fa presenta un ordine del giorno (a lungo meditato) per intitolare una strada al fondatore della destra italiana, proprio nel pomeriggio in cui la Raggi sta registrando la puntata di Bruno Vespa sull'inchiesta dello stadio. Una giornata estiva dolente, l'attenzione bassa, la sindaca in tv, il Pd fuori dall'Aula per protesta sullo stadio e l'esperienza dei vecchi marpioni delle aule consiliari, cresciuti a pane e politica, fa sì che si metta a segno il colpo.
La notizia che i consiglieri del M5s hanno votato con quelli di Fdi viene comunicata al sindaco dal conduttore di Porta a Porta. E la Raggi dichiara di cadere dalle nuvole: «Non lo sapevo. Sono qui da lei, immagino sia un provvedimento di oggi pomeriggio. Se è l'ordine del giorno è passato», osserva, «vuol dire che i consiglieri si sono determinati e vogliono comunque intitolare la strada a questo personaggio. Il sindaco prende atto».
Solo uno straordinario esercizio dialettico? Può darsi, perché la Raggi in tv è abilissima. Il primo colpo sembra parato, ma più tardi, in serata, la rivolta sui social divampa. E così Virginia deve correggere il tiro scrivendo un twit quasi notturno. Di mezzo, le proteste della comunità ebraica, con l'accusa di aver onorato «un firmatario del manifesto per la difesa della razza». E così il tono del messaggio della Raggi diventa correttivo: «Nessuna strada a Roma sarà dedicata a Giorgio #Almirante. Domani stesso presenterò una mozione a mia prima firma».
A questo punto diventa una polemica da curva sud. Peccato, perché la memoria di Almirante poteva diventare oggetto di un dibattito più serio, quindi i consigli comunali ancora discutevano quello che facevano sapendo di cosa parlavano. Almirante è il padre e il precursore della destra di governo, ma fu anche un uomo della Repubblica sociale, segretario del ministro Mezzasoma. Ed è vero che negli anni Settanta fu messo sotto accusa due volte. La prima con il sospetto di essere un «fucilatore fascista» per la vicenda di un bando di rastrellamento firmato ai tempi della Rsi. La seconda quando il procuratore Bianchi d'Espinosa lo mise sotto accusa per la ricostituzione del partito fascista. Due vicende che riempirono montagne di carta, ricordate ieri su Repubblica da Guido Crainz, con una curiosa omissione. Da quell'accusa Almirante fu prosciolto, difeso persino dagli avversari del Pci contrari alla messa al bando di una forza rappresentata in Parlamento. Rimase celebre una battuta dell'ex partigiano Giancarlo Pajetta, che disse: «Gli elettori non si sciolgono». È curioso ricordare, piuttosto, come Almirante fosse contestato, ma a destra. Padre della «politica del doppiopetto» (moderazione in parlamento radicalità nella militanza) dopo essere stato un esponente della «sinistra missina».
Leader indiscusso del partito in un rapporto di amore odio con l'oppositore Pino Rauti. Almirante nel 1968 fu l'ideatore della spedizione punitiva a la Sapienza contro gli occupanti del movimento studentesco. Fu poi l'uomo della provvidenziale linea della fermezza contro l'estremismo del terrorismo dei Nar. Nel 1978 dopo la strage di Acca Larentia fu oggetto di un corteo di contestazione nella sede di via del Drago, per aver rifiutato la messa in stato d'accusa della polizia e dei carabinieri dopo la sparatoria in cui era morto il militante del Fronte della gioventù Stefano Recchioni. Solo due anni più tardi lanciò la clamorosa proposta di una petizione contro i terroristi neri: «Se a sparare è uno dei nostri, la pena di morte deve essere doppia». Nel pieno degli anni di piombo, girando senza scorta con la sua A 112 incontrava segretamente Enrico Berlinguer (lo ha raccontato sua moglie, Assunta Almirante) per una consultazione sui limiti delle leggi speciali. Alla morte del segretario del Pci, nel 1984, compì un gesto clamoroso, andando a rendere omaggio, senza nessuna scorta al feretro di Berlinguer esposto a Botteghe Oscure. Fu sorpreso da uno dei registi comunisti che giravano un documentario sul funerale: «Lei è Giorgio Almirante?». Risposta: «Sì». «E cosa è venuto a fare, qui, oggi?». Risposta: «Sono venuto a rendere omaggio a un uomo onesto». Alla morte di Almirante fu ancora una volta Pajetta a ricambiare con un omaggio al leader missino. Come sempre, nella storia, rendere omaggio a un uomo significa assumerlo nella sua interezza, con le sue luci e con le sue ombre. Nella capitale della storia italiana via Almirante può incrociarsi con via Togliatti? Dilemmi della memoria divisa che a fatica può diventare comune.
Luca Telese
Però alla sinistra non dà alcun fastidio la toponomastica dei «fascisti ripuliti»
Se non altro, Giorgio Almirante era coerente.
Nell'errore, dal mio punto di vista, essendo io figlio di un fervente antifascista e di un nonno partigiano delle Brigate Garibaldi (pentito in seguito, per la parte che riguardava le vendette dei i vincitori sui vinti, anche quando erano innocenti che non c'entravano nulla, come ha ben testimoniato nei suoi libri Giampaolo Pansa).
Ma pur sempre fedele a sé stesso, Almirante, e alle sue convinzioni che mai abiurò.
Per questo, se a Roma fosse indetto un referendum: «Volete voi che una via o una piazza gli venga intestata?» voterei no, senza se e senza ma.
Riconoscendo però al contempo ad Almirante il coraggio, per esempio, di andare a rendere omaggio al feretro di Enrico Berlinguer nella camera ardente nella sede del Pci, nel 1984, un gesto molto più che simbolico dopo il decennio degli opposti estremisti, del sangue versato inutilmente da «la meglio gioventù» rossa e nera in un insensato simulacro di guerra civile.
Non era un rinnegato, Almirante, a differenza dei troppi che - con l'alibi dell'errore declassato a «adolescenziale» - furono fascisti come e quanto lui, solo che con la Liberazione rimossero la circostanza.
Quando un fan di Dario Fo scagliò contro Enzo Tortora l'epiteto di «reazionario», essendo lui un moderato liberale - quindi un fascista, nella pigra e comoda vulgata dell'«Ora e sempre Resistenza"- Enzo Tortora prese carta e penna e vergò una risposta da zittire chiunque, allora come ora. Era il 2 giugno 1977, e l'intervento comparve sul settimanale Albo tv: «Io rispetto tutti, ma eccoci al 1945. Il fascismo muore sotto i colpi e degli alleati e dei partigiani (quelli veri). Ma Giorgio Albertazzi, tanto per fare un nome, era allegramente sottotenente del battaglione Mussolini. Ugo Tognazzi era nelle Brigate Nere di Cremona. Enrico Maria Salerno era nella Guardia nazionale repubblichina. Gian Maria Volontè militava nelle Brigate nere di Torino. Raimondo Vianello stava nella X Flottiglia Mas. Paolo Ferrari, quello che sbianca tutto con il detersivo, era anch'egli nella nerissima Guardia nazionale repubblichina. E il tuo Dario Fo passava il tempo tra i famigerati paracadutisti di Salò. Io invece, studente, sparavo come un fesso contro i fascisti nella liberazione di Genova. Fu un caso non aver impallinato i tuoi idoli».
Questo per quanto riguarda il «panorama ideologico del mondo dello spettacolo», come lo definì Tortora.
Poi ci sarebbe il cosiddetto milieu intellettuale.
I cui esponenti collaborarono per esempio con Primato, rivista quindicinale «programmaticamente ariana e antisemita» (così Michele Sarfatti ne Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi) diretta dal fascistissimo Giuseppe Bottai e pubblicata tra il 1940 e il 1943, quindi con le leggi razziali già «digerite» in quanto emanate nel 1938. Qualche nome? Indro Montanelli, che mai nascose il suo essere stato fascista («e non chiedo scusa a nessuno» ribadì ancora nel 1996). Enzo Biagi (che firmò anche sul giornale fascista bolognese Architrave). Sandro Penna. Emilio Cecchi, Carlo Emilio Gadda, Cesare Pavese, Vasco Pratolini, Nicola Abbagnano, Riccardo Bacchelli, Arrigo Benedetti, Vitaliano Brancati, Leo Longanesi, Dino Buzzati, Alfonso Gatto, Mario Luzi, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti (che si definì «fascista in eterno»), Cesare Zavattini, Renato Guttuso, Mino Maccari, Mario Alicata, Corrado Alvaro, Giulio Carlo Argan. E a molti di costoro sono state dedicate fior di vie.
Su La provincia granda, bollettino della federazione fascista di Cuneo, si esibiva un giovane Giorgio Bocca, che l'8 gennaio 1943 si vantò di aver incontrato in treno l'industriale Paolo Berardi, il quale spiegava ad alcuni reduci della campagna di Russia che la guerra era persa, e per questo da lui preso a sberle e denunciato alla polizia per disfattismo.
Eugenio Scalfari ,invece, scriveva su Roma fascista, giornale dei Guf, i Gruppi universitari fascisti, organismo cui si iscrisse anche Norberto Bobbio mantenendo poi la tessera, senza la quale non potevi pensare di accedere all'insegnamento.
Si dovette aspettare il 1999 per una sua clamorosa ammissione (a Pietrangelo Buttafuoco per Il Foglio allora diretto da Giuliano Ferrara): «Noi il fascismo l'abbiamo rimosso perché ce ne vergognavamo. Io che ho vissuto la “gioventù fascista" tra gli antifascisti mi vergognavo prima di tutto di fronte al me stesso di dopo, e poi davanti a chi faceva otto anni di prigione, mi vergognavo di fronte a quelli che diversamente da me non se l'erano cavata».
Eh già. Perché tra chi scelse di giocarsi la vita andando in montagna, «quindicenni sbranati dalla primavera», e chi decise di immolarsi «dalla parte sbagliata, in una bella giornata di sole» (così Francesco De Gregori ne Il cuoco di Salò), ci furono quei silenziosi, infrattati e imboscati, «40 milioni di fascisti che scoprirono di essere antifascisti» -per dirla con Scalfari - che recuperarono la memoria svogliatamente o solo perché messi di fronte all'evidenza del proprio passato.
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La sindaca Virginia Raggi confessa di non sapere cosa fa il suo partito. Sospetti di pressioni esterne. La figlia del leader missino: «Paradossale».La diatriba diventa una polemica da curva sud. Peccato, perché il ricordo dello storico capo della Destra poteva diventare oggetto di un dibattito più serio. La memoria stenta a diventare comune. Ma via Palmiro Togliatti c'è.Da Dario Fo a Gian Maria Volonté, da Cesare Pavese a Marco Biagi, decine di idoli progressisti furono giovani mussoliniani. Ma campeggiano nelle nostre città.Lo speciale contiene tre articoli«Chi è il vero fascista in questa vicenda? Giorgio Almirante a cui il consiglio capitolino vota l'intitolazione di una strada prendendo una «decisione sovrana» o la sindaca Virginia Raggi che nega la libertà e annulla un atto presentando una mozione?». Giuliana De' Medici, la figlia del leader del Movimento sociale italiano e donna Assunta, definisce «paradossale» il comportamento della Raggi che, ancora una volta, ha dimostrato come in Campidoglio succedano varie cose a sua insaputa. È vero che giovedì ha dovuto affrontare la bufera politica scatenata dall'inchiesta sullo stadio della Roma ma quando Bruno Vespa a Porta a porta ha detto alla Raggi che i consiglieri pentastellati avevano approvato la mozione presentata da Fratelli d'Italia per intitolare una strada ad Almirante, lei è scesa dalle nuvole e non senza imbarazzo ha dichiarato: «Non sapevo nulla, mi sorprende. Sono qui da lei e mi sono allontanata dal consiglio comunale da qualche ora. Se condivido il provvedimento? Se l'aula ha votato favorevolmente credo assolutamente di sì. Se è passato vuol dire che i consiglieri si sono determinati e vogliono comunque intitolare la strada a questo personaggio. Il sindaco prende atto della volontà dell'aula, che è sovrana come il Parlamento». L'aula sarà pure sovrana, ma è bastato lasciare gli studi della Rai, sentire la polemica montante tra l'attacco del Pd («dedicare una via ad Almirante è l'ultima vergogna della sindaca») e la contrarietà della comunità ebraica, («una vergogna per la storia di questa città: chi ha ricoperto il ruolo di segretario di redazione del Manifesto per la difesa della razza, senza mai pentirsene, non merita una via come riconoscimento»), chiamare la sua maggioranza e decidere di non subire una scelta non sua. La Raggi, infatti, poco dopo mezzanotte ci ha ripensato smentendo quindi sé stessa con un post su Facebook, dove già era visibile l'intervista con Vespa: «Nessuna strada a Roma sarà dedicata a Giorgio #Almirante. Domani stesso presenterò una mozione a mia prima firma».Una mozione per proibire l'intitolazione di «strade ad esponenti del fascismo o persone che si siano esposte con idee antisemite o razziali» che dovrebbero firmare i consiglieri grillini tornando indietro su un provvedimento che Giorgia Meloni ha definito «un risultato storico» e che ora con Fdi difenderà al no della «Raggi stalinista». Mai come in questa occasione la sindaca ha mostrato tanta fermezza nell'imporre la sua decisione dopo però aver palesato, ancora una volta, una fragilità politica che non dipende dal fatto di essere una donna, come spesso lamenta. Possibile che né qualcuno dello staff, né un consigliere l'abbia avvisata del provvedimento che stavano per votare in aula Giulio Cesare? O c'è stato un blitz improvviso ordito dalla sua maggioranza contro di lei? E ancora, perché non manifestare davanti le telecamere la sua contrarietà ad una decisione seppur presa «dall'Aula sovrana»? È solo l'ultimo inciampo di Virginia Raggi che fa dire al capogruppo di Fdi, Fabrizio Ghera: «Non vorremmo che dietro alla retromarcia della sindaca vi fossero pressioni esterne». E Giuliana De' Medici chiosa: «Comunque non si fa un torto ad Almirante ma al popolo di destra».Sarina Biraghi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-raggi-smentisce-se-stessa-in-tv-dice-si-poi-da-lo-stop-2578391623.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="su-via-almirante-ce-il-contrordine-roma-torna-a-essere-una-citta-divisa" data-post-id="2578391623" data-published-at="1778820642" data-use-pagination="False"> Su via Almirante c’è il contrordine. Roma torna a essere una città divisa Giorgia Meloni sorride, mentre affila le lame in vista del consiglio comunale che si preannuncia come il più rovente dell'estate italiana. È una polemica a metà tra storia e politica, che si anima in queste ore: quella sulla strada più contestata d'Italia, quella che si dovrebbe intitolare, nella Capitale, a Giorgio Almirante. Nel nome del padre la leader di Fratelli d'Italia la Meloni fa dunque ironia sul sindaco Virginia Raggi: «Ma come? Non diceva che era sovrano il consiglio capitolino? Voglio vedere - osserva la leader di Fratelli d'Italia - cosa faranno gli eletti del M5s che solo due giorni fa avevano votato per intitolare la strada ad Almirante, e che adesso devono cambiare linea. È ridicolo!». E così Roma, ancora una volta, diventa città divisa, nel nome del leader storico del Movimento sociale. Tutto inizia proprio con il blitz di Fratelli d'Italia, che due giorni fa presenta un ordine del giorno (a lungo meditato) per intitolare una strada al fondatore della destra italiana, proprio nel pomeriggio in cui la Raggi sta registrando la puntata di Bruno Vespa sull'inchiesta dello stadio. Una giornata estiva dolente, l'attenzione bassa, la sindaca in tv, il Pd fuori dall'Aula per protesta sullo stadio e l'esperienza dei vecchi marpioni delle aule consiliari, cresciuti a pane e politica, fa sì che si metta a segno il colpo. La notizia che i consiglieri del M5s hanno votato con quelli di Fdi viene comunicata al sindaco dal conduttore di Porta a Porta. E la Raggi dichiara di cadere dalle nuvole: «Non lo sapevo. Sono qui da lei, immagino sia un provvedimento di oggi pomeriggio. Se è l'ordine del giorno è passato», osserva, «vuol dire che i consiglieri si sono determinati e vogliono comunque intitolare la strada a questo personaggio. Il sindaco prende atto». Solo uno straordinario esercizio dialettico? Può darsi, perché la Raggi in tv è abilissima. Il primo colpo sembra parato, ma più tardi, in serata, la rivolta sui social divampa. E così Virginia deve correggere il tiro scrivendo un twit quasi notturno. Di mezzo, le proteste della comunità ebraica, con l'accusa di aver onorato «un firmatario del manifesto per la difesa della razza». E così il tono del messaggio della Raggi diventa correttivo: «Nessuna strada a Roma sarà dedicata a Giorgio #Almirante. Domani stesso presenterò una mozione a mia prima firma». A questo punto diventa una polemica da curva sud. Peccato, perché la memoria di Almirante poteva diventare oggetto di un dibattito più serio, quindi i consigli comunali ancora discutevano quello che facevano sapendo di cosa parlavano. Almirante è il padre e il precursore della destra di governo, ma fu anche un uomo della Repubblica sociale, segretario del ministro Mezzasoma. Ed è vero che negli anni Settanta fu messo sotto accusa due volte. La prima con il sospetto di essere un «fucilatore fascista» per la vicenda di un bando di rastrellamento firmato ai tempi della Rsi. La seconda quando il procuratore Bianchi d'Espinosa lo mise sotto accusa per la ricostituzione del partito fascista. Due vicende che riempirono montagne di carta, ricordate ieri su Repubblica da Guido Crainz, con una curiosa omissione. Da quell'accusa Almirante fu prosciolto, difeso persino dagli avversari del Pci contrari alla messa al bando di una forza rappresentata in Parlamento. Rimase celebre una battuta dell'ex partigiano Giancarlo Pajetta, che disse: «Gli elettori non si sciolgono». È curioso ricordare, piuttosto, come Almirante fosse contestato, ma a destra. Padre della «politica del doppiopetto» (moderazione in parlamento radicalità nella militanza) dopo essere stato un esponente della «sinistra missina». Leader indiscusso del partito in un rapporto di amore odio con l'oppositore Pino Rauti. Almirante nel 1968 fu l'ideatore della spedizione punitiva a la Sapienza contro gli occupanti del movimento studentesco. Fu poi l'uomo della provvidenziale linea della fermezza contro l'estremismo del terrorismo dei Nar. Nel 1978 dopo la strage di Acca Larentia fu oggetto di un corteo di contestazione nella sede di via del Drago, per aver rifiutato la messa in stato d'accusa della polizia e dei carabinieri dopo la sparatoria in cui era morto il militante del Fronte della gioventù Stefano Recchioni. Solo due anni più tardi lanciò la clamorosa proposta di una petizione contro i terroristi neri: «Se a sparare è uno dei nostri, la pena di morte deve essere doppia». Nel pieno degli anni di piombo, girando senza scorta con la sua A 112 incontrava segretamente Enrico Berlinguer (lo ha raccontato sua moglie, Assunta Almirante) per una consultazione sui limiti delle leggi speciali. Alla morte del segretario del Pci, nel 1984, compì un gesto clamoroso, andando a rendere omaggio, senza nessuna scorta al feretro di Berlinguer esposto a Botteghe Oscure. Fu sorpreso da uno dei registi comunisti che giravano un documentario sul funerale: «Lei è Giorgio Almirante?». Risposta: «Sì». «E cosa è venuto a fare, qui, oggi?». Risposta: «Sono venuto a rendere omaggio a un uomo onesto». Alla morte di Almirante fu ancora una volta Pajetta a ricambiare con un omaggio al leader missino. Come sempre, nella storia, rendere omaggio a un uomo significa assumerlo nella sua interezza, con le sue luci e con le sue ombre. Nella capitale della storia italiana via Almirante può incrociarsi con via Togliatti? Dilemmi della memoria divisa che a fatica può diventare comune. Luca Telese <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-raggi-smentisce-se-stessa-in-tv-dice-si-poi-da-lo-stop-2578391623.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pero-alla-sinistra-non-da-alcun-fastidio-la-toponomastica-dei-fascisti-ripuliti" data-post-id="2578391623" data-published-at="1778820642" data-use-pagination="False"> Però alla sinistra non dà alcun fastidio la toponomastica dei «fascisti ripuliti» Se non altro, Giorgio Almirante era coerente. Nell'errore, dal mio punto di vista, essendo io figlio di un fervente antifascista e di un nonno partigiano delle Brigate Garibaldi (pentito in seguito, per la parte che riguardava le vendette dei i vincitori sui vinti, anche quando erano innocenti che non c'entravano nulla, come ha ben testimoniato nei suoi libri Giampaolo Pansa). Ma pur sempre fedele a sé stesso, Almirante, e alle sue convinzioni che mai abiurò. Per questo, se a Roma fosse indetto un referendum: «Volete voi che una via o una piazza gli venga intestata?» voterei no, senza se e senza ma. Riconoscendo però al contempo ad Almirante il coraggio, per esempio, di andare a rendere omaggio al feretro di Enrico Berlinguer nella camera ardente nella sede del Pci, nel 1984, un gesto molto più che simbolico dopo il decennio degli opposti estremisti, del sangue versato inutilmente da «la meglio gioventù» rossa e nera in un insensato simulacro di guerra civile. Non era un rinnegato, Almirante, a differenza dei troppi che - con l'alibi dell'errore declassato a «adolescenziale» - furono fascisti come e quanto lui, solo che con la Liberazione rimossero la circostanza. Quando un fan di Dario Fo scagliò contro Enzo Tortora l'epiteto di «reazionario», essendo lui un moderato liberale - quindi un fascista, nella pigra e comoda vulgata dell'«Ora e sempre Resistenza"- Enzo Tortora prese carta e penna e vergò una risposta da zittire chiunque, allora come ora. Era il 2 giugno 1977, e l'intervento comparve sul settimanale Albo tv: «Io rispetto tutti, ma eccoci al 1945. Il fascismo muore sotto i colpi e degli alleati e dei partigiani (quelli veri). Ma Giorgio Albertazzi, tanto per fare un nome, era allegramente sottotenente del battaglione Mussolini. Ugo Tognazzi era nelle Brigate Nere di Cremona. Enrico Maria Salerno era nella Guardia nazionale repubblichina. Gian Maria Volontè militava nelle Brigate nere di Torino. Raimondo Vianello stava nella X Flottiglia Mas. Paolo Ferrari, quello che sbianca tutto con il detersivo, era anch'egli nella nerissima Guardia nazionale repubblichina. E il tuo Dario Fo passava il tempo tra i famigerati paracadutisti di Salò. Io invece, studente, sparavo come un fesso contro i fascisti nella liberazione di Genova. Fu un caso non aver impallinato i tuoi idoli». Questo per quanto riguarda il «panorama ideologico del mondo dello spettacolo», come lo definì Tortora. Poi ci sarebbe il cosiddetto milieu intellettuale. I cui esponenti collaborarono per esempio con Primato, rivista quindicinale «programmaticamente ariana e antisemita» (così Michele Sarfatti ne Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi) diretta dal fascistissimo Giuseppe Bottai e pubblicata tra il 1940 e il 1943, quindi con le leggi razziali già «digerite» in quanto emanate nel 1938. Qualche nome? Indro Montanelli, che mai nascose il suo essere stato fascista («e non chiedo scusa a nessuno» ribadì ancora nel 1996). Enzo Biagi (che firmò anche sul giornale fascista bolognese Architrave). Sandro Penna. Emilio Cecchi, Carlo Emilio Gadda, Cesare Pavese, Vasco Pratolini, Nicola Abbagnano, Riccardo Bacchelli, Arrigo Benedetti, Vitaliano Brancati, Leo Longanesi, Dino Buzzati, Alfonso Gatto, Mario Luzi, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti (che si definì «fascista in eterno»), Cesare Zavattini, Renato Guttuso, Mino Maccari, Mario Alicata, Corrado Alvaro, Giulio Carlo Argan. E a molti di costoro sono state dedicate fior di vie. Su La provincia granda, bollettino della federazione fascista di Cuneo, si esibiva un giovane Giorgio Bocca, che l'8 gennaio 1943 si vantò di aver incontrato in treno l'industriale Paolo Berardi, il quale spiegava ad alcuni reduci della campagna di Russia che la guerra era persa, e per questo da lui preso a sberle e denunciato alla polizia per disfattismo. Eugenio Scalfari ,invece, scriveva su Roma fascista, giornale dei Guf, i Gruppi universitari fascisti, organismo cui si iscrisse anche Norberto Bobbio mantenendo poi la tessera, senza la quale non potevi pensare di accedere all'insegnamento. Si dovette aspettare il 1999 per una sua clamorosa ammissione (a Pietrangelo Buttafuoco per Il Foglio allora diretto da Giuliano Ferrara): «Noi il fascismo l'abbiamo rimosso perché ce ne vergognavamo. Io che ho vissuto la “gioventù fascista" tra gli antifascisti mi vergognavo prima di tutto di fronte al me stesso di dopo, e poi davanti a chi faceva otto anni di prigione, mi vergognavo di fronte a quelli che diversamente da me non se l'erano cavata». Eh già. Perché tra chi scelse di giocarsi la vita andando in montagna, «quindicenni sbranati dalla primavera», e chi decise di immolarsi «dalla parte sbagliata, in una bella giornata di sole» (così Francesco De Gregori ne Il cuoco di Salò), ci furono quei silenziosi, infrattati e imboscati, «40 milioni di fascisti che scoprirono di essere antifascisti» -per dirla con Scalfari - che recuperarono la memoria svogliatamente o solo perché messi di fronte all'evidenza del proprio passato.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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