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2019-07-12
La Meloni demolisce Parenzo in tv: «Scrive balle su di me nel suo libro»
Ansa
Ci sono generali che riescono ad attraversare conflitti mondiali senza sparare un colpo, centravanti capaci di uscire dal campo con i pantaloncini candidi anche se si è giocato nel fango, fedifraghi incalliti che dopo anni di svaghi riescono a mollare la moglie alla prima infedeltà subita. Sono i Grandi Professionisti, quelli che neppure barcollano laddove gli altri non solo cadono, ma spesso rovinano a terra senza un futuro.
Ecco, il Grande Professionista del giorno è David Parenzo, padovano, 45 anni, pronipote di un eroe garibaldino. Tre generazioni di grandi avvocati in famiglia e poi arriva lui che invece ha capito tutto e coglie lo spirito del tempo: non essere esperto di nulla, ma chiacchierare di tutto. Molla i faticosi studi di codici e pandette, si dedica al giornalismo, che esercita in puro stile britannico al Foglio di Giuliano Ferrara e a Liberazione di Sandro Curzi, quotidiani che volano talmente alto che se l'Italia invade l'Austria lo sappiamo il giorno dopo. Però anche lì è una fatica, chiusure che possono arrivare quasi all'ora dell'aperitivo, riunioni verbose e fumose, visibilità non proprio commisurata all'ego ipertrofico che i giornalisti spesso si trascinano dietro. E allora Parenzo arriva alla tv, su La7, e si irradia su Radio24 con la Zanzara di Giuseppe Cruciani, dove fa l'opinionista e il tutore del politicamente corretto, il commentatore, il polemista, l'umorista, il tizio arguto che sdottoreggia sulla qualunque. L'importante, per un Grande Professionista del genere, è arrivare all'età della pensione con un registro perfettamente immacolato, almeno alla voce: «scoop» o anche solo «notizie trovate». Ma che cosa succede quando un Parenzo taglia la strada a una come Giorgia Meloni, che sta a lui come un manganello al cerchio dell'hula hoop, o se vogliamo essere più carini, come un torrone a un'Ile flottante? Succede un disastro senz'appello.
L'altro giorno, l'ex leader della minoranza protetta di post fascisti della Garbatella è stata invitata da Luca Telese e dal Grande Professionista a In Onda, su La7. Non sappiamo dirvi perché, ma mentre Parenzo sgranava il consueto rosario di banalità «de sinistra», recitato però con la simpatia di un ragù di triglie non adeguatamente spinato, si vedeva la capa di Fratelli d'Italia con una strana espressione tipo sorcio in bocca. Se guardate il filmato sul web, noterete che è come in certi western in cui uno spaccone entra nel saloon con il suo pistolone e si avventa sul bancone con l'aria del nuovo sceriffo, ma non si accorge che tutto intorno hanno già armato i fucili e attendono solo il momento di mettere fine allo spettacolino. Ecco, la Meloni s'era proprio preparata da casa perché il Parenzo è anche scrittore di libri e ne ha appena pubblicato uno eurogiulivo, che l'ha pure chiamato così: I falsari. Cavolo, chissà chi avrà smascherato il Grande Professionista. Il sottotitolo invece è questo: «Come l'Unione europea è diventata il nemico perfetto per la politica italiana» (Marsilio editore). E vabbè, ma I falsari è un titolo un po' ambiziosetto, perché ricorda un capolavoro assoluto, pubblicato nel 1986 (ma ancora assai attuale) da Giampaolo Pansa: Carte false, in cui si analizzavano in modo impietoso i peccati del giornalismo italiano, spesso straccione, cortigiano, talvolta fieramente inaccurato. L'incipit era fulminante: «Carte false. Fare carte false. Spacciare carte false. Sempre di più, il giornalismo italiano mi appare così: un mestiere che non può, o non vuole, distinguere il falso dal vero, un mestiere che maneggia troppe carte truccate, un mestiere che tradisce se stesso». Nel 1986, la Meloni aveva solo 9 anni, ma prima di andare in trasmissione da Parenzo si è letta il suo libro e ha trovato che un post sull'immigrazione era stato manipolato pesantemente. E al momento giusto, cioè in diretta, lo ha lasciato in mutande.
A pagina 107 di I falsari, succede che la leader di Fdi si sia imbattuta in un proprio virgolettato in cui si minaccia un mezzo ricatto all'Unione: «Se gli immigrati che arrivano in Italia non saranno distribuiti in Europa, allora taglieremo i fondi alla Ue». A noi non sembra poi tanto una brutta cosa, perché alla fine è giusto che ognuno raccolga ciò che ha seminato, ma non facciamo i politici e quindi fingiamo che sia una castroneria. Sicuramente non è una cosa da dire se vuoi sederti in certi circoli. Solo che la Meloni non l'ha mai detta e si accorge che quella frase l'ha detta il Pd, il quale, esattamente come Benito Mussolini, ogni tanto «ha fatto anche cose giuste». Così, quando Parenzo comincia a straparlare di immigrati, Meloni monta il fucile di precisione da killer è gli dà del «falsario», raccontando come ha manipolato il suo post. E qui, mentre Telese continua fare il giornalista e vuole sapere dalla Meloni con precisione qual è la falsità contenuta nel libro, Parenzo dà su la voce a tutti e tenta di evitare la figuraccia. Così si mette a ripetere in modo autistico due simil-concetti: «Non voglio fare pubblicità al mio libro qui nella nostra trasmissione» (un elegantone, non c'è che dire) e «Mi quereli, ne parliamo in tribunale» (e qui la schiatta di avvocati prevale sulla lunga gavetta da cronista). Ora, si vedranno sicuramente in tribunale, con i tempi della giustizia italiana, ma la figura di cavolo di un giornalista che prima scrive una falsità e poi tenta di chiudere la bocca a chi lo ha scoperto resta su internet a imperitura memoria. E ci ricorda che il Grande Professionista, presto o tardi, incontra sempre uno che è più professionista di lui.
I Fratelli d’Italia crescono con i fuoriusciti di Fi e puntano al voto a marzo
«È sempre più blu» ma soprattutto sempre più attrattivo il partito di Giorgia Meloni, un partito verso il grande movimento dei conservatori e sovranisti, che piace ai delusi di Forza Italia, ai leghisti scettici, ai nostalgici di An e ai moderati del centrodestra e che ieri, a Catania ha visto incrementare la sua «campagna acquisti» con importanti adesioni. Salvo Pogliese, sindaco di Catania ed ex europarlamentare, con tutta la sua realtà, una realtà fatta di centinaia di amministratori; ma anche Guido Castelli, che è stato fino a due settimane fa è stato sindaco di Ascoli Piceno, figura di spicco dell'Anci; poi Fabio Callori, consigliere regionale dell'Emilia Romagna, e l'ex parlamentare nazionale, Basilio Catanoso hanno aderito a Fratelli d'Italia.
Pogliese e Catanoso, sono fuoriusciti, non senza polemiche, da Forza Italia per contrasti già nelle candidature alle scorse europee ma anche per la linea del presidente dell'Assemblea regionale siciliana e responsabile di Fi in Sicilia, Gianfranco Miccichè. «Che siamo la seconda forza del centrodestra mi pare ormai un dato acclarato, non una cosa che facciamo contro qualcuno ma sicuramente la credibilità, la costanza, la coerenza, l'attenzione al territorio, il rispetto della meritocrazia di chi crea consenso sono dei tratti distintivi di Fratelli d'Italia, che hanno avvicinato tante brave persone che vogliono tornare a credere in una causa e tornare ad avere una casa. Per noi oggi questa è una manifestazione estremamente simbolica per le personalità di assoluto rilievo che scelgono di aderire a Fratelli d'Italia», ha detto entusiasta la Meloni.
Un bel successo per la leader incassato all'ombra dell'Etna con i politici siciliani che alla Lega del vicepremier Matteo Salvini hanno preferito il partito della ex militante, come loro, di Alleanza nazionale. Peraltro proprio martedì scorso, il ministro dell'Interno è stato a Caltagirone per l'inaugurazione del nuovo commissariato e poi al Cara di Mineo per l'annunciata chiusura della struttura di accoglienza migranti, ma è saltato l'incontro previsto con il sindaco catanese. E non è servito a convincere Pogliese neanche l'impegno profuso dal sottosegretario leghista Stefano Candiani per salvare la sua Catania con 475 milioni di euro a fondo perduto, in arrivo a partire dalla fine del 2019, attraverso il Decreto crescita.
Inoltre l'ingresso di Pogliese in Fdi (e diventano 6 i sindaci del partito della Meloni) coincide con un altro avvenimento che per forza di cose è destinato a mutare l'organigramma regionale del partito di Meloni. La manifestazione siciliana di ieri, ancora sulle note di È sempre più blu di Rino Gaetano che nell'ultimo anno è stato la colonna sonora delle iniziative organizzate da Fdi in giro per il Paese, è stata un'altra tappa importante del progetto conservatore e sovranista lanciato dalla Meloni che in meno di un anno ha visto crescere e allargare i confini di Fratelli d'Italia che nelle scorse europee si è attestato al 7% e che, secondo gli ultimi sondaggi, potrebbe «bastare» alla Lega per una nuova alleanza di centrodestra. «La finestra per andare a votare a marzo non è ancora chiusa e quindi vediamo… Certo è che io non ho fatto mistero di sperare nella possibilità che l'Italia torni al voto e che si possa dare con una maggioranza che ormai secondo tutti i sondaggisti sarebbe schiacciante, Fdi-Lega, una maggioranza capace di durare 5 anni, di avere i numeri per fare le riforme coraggiose di cui l'Italia ha bisogno, invece di stare a litigare su tutto e il contrario di tutto», ha auspicato Meloni.
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La leader di Fdi, in diretta tv, sbugiarda il tutore del politicamente corretto che, nel suo «I falsari» (titolo involontariamente autobiografico), ha manipolato un post sull'immigrazione attribuendole una frase del Pd.Giorgia Meloni incassa l'adesione del sindaco di Catania e dei suoi: «Nuova alleanza di centrodestra con la Lega e 5 anni di riforme».Lo speciale contiene due articoli.Ci sono generali che riescono ad attraversare conflitti mondiali senza sparare un colpo, centravanti capaci di uscire dal campo con i pantaloncini candidi anche se si è giocato nel fango, fedifraghi incalliti che dopo anni di svaghi riescono a mollare la moglie alla prima infedeltà subita. Sono i Grandi Professionisti, quelli che neppure barcollano laddove gli altri non solo cadono, ma spesso rovinano a terra senza un futuro. Ecco, il Grande Professionista del giorno è David Parenzo, padovano, 45 anni, pronipote di un eroe garibaldino. Tre generazioni di grandi avvocati in famiglia e poi arriva lui che invece ha capito tutto e coglie lo spirito del tempo: non essere esperto di nulla, ma chiacchierare di tutto. Molla i faticosi studi di codici e pandette, si dedica al giornalismo, che esercita in puro stile britannico al Foglio di Giuliano Ferrara e a Liberazione di Sandro Curzi, quotidiani che volano talmente alto che se l'Italia invade l'Austria lo sappiamo il giorno dopo. Però anche lì è una fatica, chiusure che possono arrivare quasi all'ora dell'aperitivo, riunioni verbose e fumose, visibilità non proprio commisurata all'ego ipertrofico che i giornalisti spesso si trascinano dietro. E allora Parenzo arriva alla tv, su La7, e si irradia su Radio24 con la Zanzara di Giuseppe Cruciani, dove fa l'opinionista e il tutore del politicamente corretto, il commentatore, il polemista, l'umorista, il tizio arguto che sdottoreggia sulla qualunque. L'importante, per un Grande Professionista del genere, è arrivare all'età della pensione con un registro perfettamente immacolato, almeno alla voce: «scoop» o anche solo «notizie trovate». Ma che cosa succede quando un Parenzo taglia la strada a una come Giorgia Meloni, che sta a lui come un manganello al cerchio dell'hula hoop, o se vogliamo essere più carini, come un torrone a un'Ile flottante? Succede un disastro senz'appello. L'altro giorno, l'ex leader della minoranza protetta di post fascisti della Garbatella è stata invitata da Luca Telese e dal Grande Professionista a In Onda, su La7. Non sappiamo dirvi perché, ma mentre Parenzo sgranava il consueto rosario di banalità «de sinistra», recitato però con la simpatia di un ragù di triglie non adeguatamente spinato, si vedeva la capa di Fratelli d'Italia con una strana espressione tipo sorcio in bocca. Se guardate il filmato sul web, noterete che è come in certi western in cui uno spaccone entra nel saloon con il suo pistolone e si avventa sul bancone con l'aria del nuovo sceriffo, ma non si accorge che tutto intorno hanno già armato i fucili e attendono solo il momento di mettere fine allo spettacolino. Ecco, la Meloni s'era proprio preparata da casa perché il Parenzo è anche scrittore di libri e ne ha appena pubblicato uno eurogiulivo, che l'ha pure chiamato così: I falsari. Cavolo, chissà chi avrà smascherato il Grande Professionista. Il sottotitolo invece è questo: «Come l'Unione europea è diventata il nemico perfetto per la politica italiana» (Marsilio editore). E vabbè, ma I falsari è un titolo un po' ambiziosetto, perché ricorda un capolavoro assoluto, pubblicato nel 1986 (ma ancora assai attuale) da Giampaolo Pansa: Carte false, in cui si analizzavano in modo impietoso i peccati del giornalismo italiano, spesso straccione, cortigiano, talvolta fieramente inaccurato. L'incipit era fulminante: «Carte false. Fare carte false. Spacciare carte false. Sempre di più, il giornalismo italiano mi appare così: un mestiere che non può, o non vuole, distinguere il falso dal vero, un mestiere che maneggia troppe carte truccate, un mestiere che tradisce se stesso». Nel 1986, la Meloni aveva solo 9 anni, ma prima di andare in trasmissione da Parenzo si è letta il suo libro e ha trovato che un post sull'immigrazione era stato manipolato pesantemente. E al momento giusto, cioè in diretta, lo ha lasciato in mutande. A pagina 107 di I falsari, succede che la leader di Fdi si sia imbattuta in un proprio virgolettato in cui si minaccia un mezzo ricatto all'Unione: «Se gli immigrati che arrivano in Italia non saranno distribuiti in Europa, allora taglieremo i fondi alla Ue». A noi non sembra poi tanto una brutta cosa, perché alla fine è giusto che ognuno raccolga ciò che ha seminato, ma non facciamo i politici e quindi fingiamo che sia una castroneria. Sicuramente non è una cosa da dire se vuoi sederti in certi circoli. Solo che la Meloni non l'ha mai detta e si accorge che quella frase l'ha detta il Pd, il quale, esattamente come Benito Mussolini, ogni tanto «ha fatto anche cose giuste». Così, quando Parenzo comincia a straparlare di immigrati, Meloni monta il fucile di precisione da killer è gli dà del «falsario», raccontando come ha manipolato il suo post. E qui, mentre Telese continua fare il giornalista e vuole sapere dalla Meloni con precisione qual è la falsità contenuta nel libro, Parenzo dà su la voce a tutti e tenta di evitare la figuraccia. Così si mette a ripetere in modo autistico due simil-concetti: «Non voglio fare pubblicità al mio libro qui nella nostra trasmissione» (un elegantone, non c'è che dire) e «Mi quereli, ne parliamo in tribunale» (e qui la schiatta di avvocati prevale sulla lunga gavetta da cronista). Ora, si vedranno sicuramente in tribunale, con i tempi della giustizia italiana, ma la figura di cavolo di un giornalista che prima scrive una falsità e poi tenta di chiudere la bocca a chi lo ha scoperto resta su internet a imperitura memoria. 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Salvo Pogliese, sindaco di Catania ed ex europarlamentare, con tutta la sua realtà, una realtà fatta di centinaia di amministratori; ma anche Guido Castelli, che è stato fino a due settimane fa è stato sindaco di Ascoli Piceno, figura di spicco dell'Anci; poi Fabio Callori, consigliere regionale dell'Emilia Romagna, e l'ex parlamentare nazionale, Basilio Catanoso hanno aderito a Fratelli d'Italia. Pogliese e Catanoso, sono fuoriusciti, non senza polemiche, da Forza Italia per contrasti già nelle candidature alle scorse europee ma anche per la linea del presidente dell'Assemblea regionale siciliana e responsabile di Fi in Sicilia, Gianfranco Miccichè. «Che siamo la seconda forza del centrodestra mi pare ormai un dato acclarato, non una cosa che facciamo contro qualcuno ma sicuramente la credibilità, la costanza, la coerenza, l'attenzione al territorio, il rispetto della meritocrazia di chi crea consenso sono dei tratti distintivi di Fratelli d'Italia, che hanno avvicinato tante brave persone che vogliono tornare a credere in una causa e tornare ad avere una casa. Per noi oggi questa è una manifestazione estremamente simbolica per le personalità di assoluto rilievo che scelgono di aderire a Fratelli d'Italia», ha detto entusiasta la Meloni. Un bel successo per la leader incassato all'ombra dell'Etna con i politici siciliani che alla Lega del vicepremier Matteo Salvini hanno preferito il partito della ex militante, come loro, di Alleanza nazionale. Peraltro proprio martedì scorso, il ministro dell'Interno è stato a Caltagirone per l'inaugurazione del nuovo commissariato e poi al Cara di Mineo per l'annunciata chiusura della struttura di accoglienza migranti, ma è saltato l'incontro previsto con il sindaco catanese. E non è servito a convincere Pogliese neanche l'impegno profuso dal sottosegretario leghista Stefano Candiani per salvare la sua Catania con 475 milioni di euro a fondo perduto, in arrivo a partire dalla fine del 2019, attraverso il Decreto crescita. Inoltre l'ingresso di Pogliese in Fdi (e diventano 6 i sindaci del partito della Meloni) coincide con un altro avvenimento che per forza di cose è destinato a mutare l'organigramma regionale del partito di Meloni. La manifestazione siciliana di ieri, ancora sulle note di È sempre più blu di Rino Gaetano che nell'ultimo anno è stato la colonna sonora delle iniziative organizzate da Fdi in giro per il Paese, è stata un'altra tappa importante del progetto conservatore e sovranista lanciato dalla Meloni che in meno di un anno ha visto crescere e allargare i confini di Fratelli d'Italia che nelle scorse europee si è attestato al 7% e che, secondo gli ultimi sondaggi, potrebbe «bastare» alla Lega per una nuova alleanza di centrodestra. «La finestra per andare a votare a marzo non è ancora chiusa e quindi vediamo… Certo è che io non ho fatto mistero di sperare nella possibilità che l'Italia torni al voto e che si possa dare con una maggioranza che ormai secondo tutti i sondaggisti sarebbe schiacciante, Fdi-Lega, una maggioranza capace di durare 5 anni, di avere i numeri per fare le riforme coraggiose di cui l'Italia ha bisogno, invece di stare a litigare su tutto e il contrario di tutto», ha auspicato Meloni.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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