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2019-09-26
La Consulta sdogana il suicidio assistito
Ansa
La Corte costituzionale ha aperto uno spiraglio alla liceità del suicidio assistito. Al termine di una lunga camera di consiglio, iniziata alle 15.30 e conclusa poco prima delle 20, la Consulta ha individuato alcune condizioni di «non punibilità» di chi istiga o aiuta un paziente grave a morire. È una decisione di compromesso, a metà strada tra il rigore, legato al diritto naturale e ai valori su cui è nato l'Occidente cristiano, e la depenalizzazione di cui la tragica vicenda di Dj Fabo è diventata un simbolo.
Di fatto, la Consulta ha modificato l'articolo 580 del codice penale. Era chiamata a valutarne la costituzionalità, ha deciso di correggerlo. Così si legge nel comunicato diffuso nella serata di ieri dall'ufficio stampa della Corte: «In attesa del deposito della sentenza, la Corte ha ritenuto non punibile, a determinate condizioni, chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».
Dunque, il 580 rimane ma emendato dalla Consulta. Esso prevede una pena da 5 a 12 anni per chi aiuta o istiga al suicidio. Ma in alcuni casi scatta una «non punibilità»: il proposito di suicidio dev'essere deciso liberamente e in autonomia dal malato; questi dev'essere tenuto in vita dalle macchine e deve soffrire di una patologia «irreversibile» che gli provochi «sofferenze intollerabili», comunque non tali da compromettere la sua capacità di prendere decisioni consapevoli.
La Corte aggiunge che attende «un indispensabile intervento del legislatore». Nel frattempo, la non punibilità deve essere subordinata «al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua»: la Consulta cioè arriva a disciplinare la modalità in cui l'aspirante suicida deve morire. Occorre inoltre che «una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale» verifichi sia le «condizioni richieste» sia le «modalità di esecuzione, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente». E mai la parola «esecuzione» suona così sinistra.
Così conclude la nota della Consulta: «La Corte sottolinea che l'individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell'ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell'ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate».
In pratica, la Consulta si è sostituita al Parlamento, che ora dovrà riscrivere l'articolo 580 del codice penale seguendo le indicazioni della Corte. E già questo è un fatto clamoroso. Ma il paradosso è che, almeno nel comunicato diffuso dall'ufficio stampa della Consulta, non si accenna al destino giudiziario di Marco Cappato, colui che portò Fabiano Antoniani, Dj Fabo, a morire in una struttura specializzata in Svizzera. Non si parla del suo processo, che doveva essere il cuore del pronunciamento della Corte. Cappato resta così in bilico, in attesa di una decisione di un qualche giudice. Ma la campagna mediatica che verrà orchestrata a partire da oggi sfonderà quella breccia che la decisione di ieri sera ha aperto. D'altra parte, già 4.000 camici bianchi hanno dichiarato che praticheranno l'obiezione di coscienza e non indurranno la morte se venisse loro chiesto, come ha garantito il vicepresidente dell'Associazione medici cattolici italiani.
È una svolta clamorosa per l'Italia, che ha sempre punito con severità qualsiasi azione che potesse agevolare la fine anticipata di una vita. Compreso il gesto - che si vorrebbe fare passare come «pietoso» - di esaudire la volontà di un malato grave il quale ha perso la speranza e la forza di reagire, e chiede che venga posta fine alle proprie sofferenze. Dj Fabo era cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale: un invalido gravissimo, aiutato dalle macchine nelle funzioni vitali, ma non un malato terminale. Cappato, tesoriere e portabandiera dell'associazione radicale intitolata a Luca Coscioni, non si è limitato ad aiutare il gesto estremo. Tornato a Milano, si è autodenunciato e si è fatto processare. All'atto di presunta pietà si è aggiunta la provocazione, l'intenzione di creare il caso e il caos normativo che è giunto all'apice nel palazzo della Consulta che ieri ha emesso il verdetto.
La Corte aveva già affrontato la vicenda un anno fa. L'orientamento emerso era chiaro: la legge in vigore è troppo punitiva. Ma i giudici costituzionali avevano scelto di soprassedere fino al 24 settembre 2019, due giorni fa, in modo che il Parlamento potesse intervenire nel frattempo. Un anno non è stato sufficiente. La vecchia maggioranza gialloblù non ha mai avviato il dibattito alle Camere. Ora l'aria è cambiata.
Il nuovo asse Pd-M5s vorrebbe smantellare pietra su pietra quanto costruito dalla componente leghista del vecchio esecutivo: l'essersi liberati di Matteo Salvini ha consentito la sterzata sulla gestione degli sbarchi e ora ha creato un clima non ostile a una rivoluzione normativa che contraddice il diritto naturale e uno dei valori su cui è fondata l'Italia e l'Occidente, cioè che la vita è un bene intangibile.
Pronta la legge giallorossa: firmata Cirinnà
Due parole, «farmaco letale», in un fiume di discorsi, considerazioni, riflessioni. Due parole che caratterizzano il disegno di legge sull'eutanasia presentato ieri a Palazzo Madama dalla prima firmataria, la senatrice del Pd Monica Cirinnà. Il testo è stato sottoscritto anche da Tommaso Cerno (Pd), Loredana De Petris (Leu), Matteo Mantero (M5s), Riccardo Nencini (Psi-Iv), Paola Nugnes (Leu) e Roberto Rampi (Pd). Il provvedimento interviene sul delitto di aiuto al suicidio previsto dall'articolo 580 del codice penale, norma che, secondo la Cirinnà «non assicura più il bilanciamento tra il valore della vita e la tutela dell'autodeterminazione garantita dall'articolo 32 della Costituzione». La legislazione, spiega la senatrice del Pd, «consente una doppia scelta di rinuncia ai trattamenti sanitari e di sedazione profonda. Questa scelta lascia un gap di tempo che con la nostra proposta potrebbe essere abbreviata: abbiamo infatti inserito la possibilità del farmaco letale».
La possibilità di somministrare un farmaco letale, inevitabilmente, è destinata a provocare infinite polemiche, poiché si tratta di una vera e propria morte di Stato. La Cirinnà lo sa bene, e precisa che l'induzione farmacologica della morte è rivolta solo a pazienti «con patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili» e capaci «di prendere libere decisioni». «Una proposta in più tra le tante che sono già state depositate», tengono a precisare i firmatari del ddl, quasi a voler minimizzare gli effetti dirompenti di questo disegno di legge che, sottolinea la Cirinnà, «non va in contrasto con i ddl già depositati e con la sentenza della Consulta».
Con il disegno di legge presentato ieri, argomenta la senatrice Dem, «potrebbe essere abbreviato il tempo già consentito dalla legge per il semplice motivo che quando ti trovi in sedazione profonda sottoponi te stesso all'attesa della morte che non sappiamo quanto può essere lungo. Noi introduciamo quello che manca in tutti gli altri testi, e cioè il farmaco letale». Cirinnà ricorda che la Consulta «lo ha detto: l'attesa in sedazione profonda continuativa non può corrispondere alla dignità del morire. Quindi nella sua libertà di scelta il paziente può scegliere di diminuire il tempo di attesa».
La senatrice tiene a precisare che questo non è il testo del Pd, ma dei senatori che l'hanno sottoscritto: «Il parlamento decida», dice Monica Cirinnà, «decida presto ma decida, perché decidere di non decidere è una scelta che non possiamo più sostenere. Negli scorsi mesi la Camera dei deputati ha avviato una discussione che, tuttavia, non ha prodotto esiti. Al Senato sono stati presentati alcuni disegni di legge con diverse soluzioni tecniche che si fanno carico di rispondere alla richiesta della Corte costituzionale. Questo ddl costituisce un ulteriore contributo al dibattito», precisa la Cirinnà, l'intervento auspicato dalla Corte riguarda l'attuale formulazione dell'articolo 580 del codice penale, per eliminare l'irragionevole unicità delle due diverse fattispecie di istigazione e aiuto al suicidio, ivi contemplate. Per questo, secondo la Corte costituzionale ben potrebbe il legislatore consentire che, nei casi in cui è già prefigurato dalla legge l'esito mortale come conseguenza della sospensione dei trattamenti sanitari, venga somministrato al malato un farmaco idoneo a provocarne la morte rapidamente e senza dolore, prevedendo al contempo idonee garanzie».
«La Corte costituzionale», argomenta la Cirinnà, «ha dato al legislatore l'irripetibile opportunità di rispondere in modo serio e ponderato alla domanda di riconoscimento che si leva dal corpo stesso dei malati. Una risposta sensibile alla dignità del morente e alla garanzia della miglior qualità di vita possibile, in armonia con la sua autodeterminazione e la sua visione della morte». «Ribadiamo con la presentazione di questo disegno di legge che una via tecnica e politica può essere percorsa, nel pieno rispetto dei principi enunciati dalla Corte».
«Il legislatore non è chiamato a dare la morte», sottolinea la senatrice del Pd, «né a rinunciare all'obbligo di prendersi cura di ogni persona malata. Piuttosto, è chiamato a confrontarsi, con umiltà, con le forme che può assumere, nella concretezza delle situazioni di vita, la dignità personale, riconoscendola con rispetto. In quest'ottica, mettendo al centro la persona del malato e la sua libertà di scelta, il ddl non fa altro», conclude Monica Cirinnà, «che disciplinare, con le opportune garanzie, la possibilità di consentire a chi già sta morendo di poterlo fare in modo corrispondente alla propria visione della dignità del morire».
La senatrice del Pd ne approfitta anche per condannare «chi ha fatto manifesti dicendo che si tratta di persone come gli anoressici: si deve vergognare perché strumentalizza il dolore». Il riferimento sembra essere a una recente iniziativa di ProVita, a suo dire «un osceno caso di disinformazione per cercare di colpire i cittadini con dei manifesti che sono osceni. Stiamo parlando di applicare l'aiuto medico a morire esclusivamente a pazienti capaci di intendere e volere e che scelgano liberamente, che siano afflitti da patologie irreversibili e che ne siano consapevoli e che siano vittime di dolori insopportabili».
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La Corte costituzionale usa il caso Cappato per dettare al Parlamento la sua riforma del codice penale: lecito «a determinate condizioni» agevolare chi vuole uccidersi. E conclude: l'Aula dovrà comunque pronunciarsi.Pd, M5s e Leu hanno già presentato la norma per arrivare all'obiettivo sfruttando il parziale vuoto creato dalla sentenza di ieri. La dem Monica Cirinnà: «Il ddl riguarda solo pazienti terminali e coscienti». Ma prevede «quello che manca in tutti gli altri testi: il farmaco letale».Lo speciale contiene due articoli.La Corte costituzionale ha aperto uno spiraglio alla liceità del suicidio assistito. Al termine di una lunga camera di consiglio, iniziata alle 15.30 e conclusa poco prima delle 20, la Consulta ha individuato alcune condizioni di «non punibilità» di chi istiga o aiuta un paziente grave a morire. È una decisione di compromesso, a metà strada tra il rigore, legato al diritto naturale e ai valori su cui è nato l'Occidente cristiano, e la depenalizzazione di cui la tragica vicenda di Dj Fabo è diventata un simbolo. Di fatto, la Consulta ha modificato l'articolo 580 del codice penale. Era chiamata a valutarne la costituzionalità, ha deciso di correggerlo. Così si legge nel comunicato diffuso nella serata di ieri dall'ufficio stampa della Corte: «In attesa del deposito della sentenza, la Corte ha ritenuto non punibile, a determinate condizioni, chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».Dunque, il 580 rimane ma emendato dalla Consulta. Esso prevede una pena da 5 a 12 anni per chi aiuta o istiga al suicidio. Ma in alcuni casi scatta una «non punibilità»: il proposito di suicidio dev'essere deciso liberamente e in autonomia dal malato; questi dev'essere tenuto in vita dalle macchine e deve soffrire di una patologia «irreversibile» che gli provochi «sofferenze intollerabili», comunque non tali da compromettere la sua capacità di prendere decisioni consapevoli.La Corte aggiunge che attende «un indispensabile intervento del legislatore». Nel frattempo, la non punibilità deve essere subordinata «al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua»: la Consulta cioè arriva a disciplinare la modalità in cui l'aspirante suicida deve morire. Occorre inoltre che «una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale» verifichi sia le «condizioni richieste» sia le «modalità di esecuzione, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente». E mai la parola «esecuzione» suona così sinistra.Così conclude la nota della Consulta: «La Corte sottolinea che l'individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell'ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell'ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate».In pratica, la Consulta si è sostituita al Parlamento, che ora dovrà riscrivere l'articolo 580 del codice penale seguendo le indicazioni della Corte. E già questo è un fatto clamoroso. Ma il paradosso è che, almeno nel comunicato diffuso dall'ufficio stampa della Consulta, non si accenna al destino giudiziario di Marco Cappato, colui che portò Fabiano Antoniani, Dj Fabo, a morire in una struttura specializzata in Svizzera. Non si parla del suo processo, che doveva essere il cuore del pronunciamento della Corte. Cappato resta così in bilico, in attesa di una decisione di un qualche giudice. Ma la campagna mediatica che verrà orchestrata a partire da oggi sfonderà quella breccia che la decisione di ieri sera ha aperto. D'altra parte, già 4.000 camici bianchi hanno dichiarato che praticheranno l'obiezione di coscienza e non indurranno la morte se venisse loro chiesto, come ha garantito il vicepresidente dell'Associazione medici cattolici italiani.È una svolta clamorosa per l'Italia, che ha sempre punito con severità qualsiasi azione che potesse agevolare la fine anticipata di una vita. Compreso il gesto - che si vorrebbe fare passare come «pietoso» - di esaudire la volontà di un malato grave il quale ha perso la speranza e la forza di reagire, e chiede che venga posta fine alle proprie sofferenze. Dj Fabo era cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale: un invalido gravissimo, aiutato dalle macchine nelle funzioni vitali, ma non un malato terminale. Cappato, tesoriere e portabandiera dell'associazione radicale intitolata a Luca Coscioni, non si è limitato ad aiutare il gesto estremo. Tornato a Milano, si è autodenunciato e si è fatto processare. All'atto di presunta pietà si è aggiunta la provocazione, l'intenzione di creare il caso e il caos normativo che è giunto all'apice nel palazzo della Consulta che ieri ha emesso il verdetto.La Corte aveva già affrontato la vicenda un anno fa. L'orientamento emerso era chiaro: la legge in vigore è troppo punitiva. Ma i giudici costituzionali avevano scelto di soprassedere fino al 24 settembre 2019, due giorni fa, in modo che il Parlamento potesse intervenire nel frattempo. Un anno non è stato sufficiente. La vecchia maggioranza gialloblù non ha mai avviato il dibattito alle Camere. Ora l'aria è cambiata. Il nuovo asse Pd-M5s vorrebbe smantellare pietra su pietra quanto costruito dalla componente leghista del vecchio esecutivo: l'essersi liberati di Matteo Salvini ha consentito la sterzata sulla gestione degli sbarchi e ora ha creato un clima non ostile a una rivoluzione normativa che contraddice il diritto naturale e uno dei valori su cui è fondata l'Italia e l'Occidente, cioè che la vita è un bene intangibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-consulta-apre-la-via-alleutanasia-smontato-il-reato-di-aiuto-al-suicidio-2640630514.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronta-la-legge-giallorossa-firmata-cirinna" data-post-id="2640630514" data-published-at="1769858345" data-use-pagination="False"> Pronta la legge giallorossa: firmata Cirinnà Due parole, «farmaco letale», in un fiume di discorsi, considerazioni, riflessioni. Due parole che caratterizzano il disegno di legge sull'eutanasia presentato ieri a Palazzo Madama dalla prima firmataria, la senatrice del Pd Monica Cirinnà. Il testo è stato sottoscritto anche da Tommaso Cerno (Pd), Loredana De Petris (Leu), Matteo Mantero (M5s), Riccardo Nencini (Psi-Iv), Paola Nugnes (Leu) e Roberto Rampi (Pd). Il provvedimento interviene sul delitto di aiuto al suicidio previsto dall'articolo 580 del codice penale, norma che, secondo la Cirinnà «non assicura più il bilanciamento tra il valore della vita e la tutela dell'autodeterminazione garantita dall'articolo 32 della Costituzione». La legislazione, spiega la senatrice del Pd, «consente una doppia scelta di rinuncia ai trattamenti sanitari e di sedazione profonda. Questa scelta lascia un gap di tempo che con la nostra proposta potrebbe essere abbreviata: abbiamo infatti inserito la possibilità del farmaco letale». La possibilità di somministrare un farmaco letale, inevitabilmente, è destinata a provocare infinite polemiche, poiché si tratta di una vera e propria morte di Stato. La Cirinnà lo sa bene, e precisa che l'induzione farmacologica della morte è rivolta solo a pazienti «con patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili» e capaci «di prendere libere decisioni». «Una proposta in più tra le tante che sono già state depositate», tengono a precisare i firmatari del ddl, quasi a voler minimizzare gli effetti dirompenti di questo disegno di legge che, sottolinea la Cirinnà, «non va in contrasto con i ddl già depositati e con la sentenza della Consulta». Con il disegno di legge presentato ieri, argomenta la senatrice Dem, «potrebbe essere abbreviato il tempo già consentito dalla legge per il semplice motivo che quando ti trovi in sedazione profonda sottoponi te stesso all'attesa della morte che non sappiamo quanto può essere lungo. Noi introduciamo quello che manca in tutti gli altri testi, e cioè il farmaco letale». Cirinnà ricorda che la Consulta «lo ha detto: l'attesa in sedazione profonda continuativa non può corrispondere alla dignità del morire. Quindi nella sua libertà di scelta il paziente può scegliere di diminuire il tempo di attesa». La senatrice tiene a precisare che questo non è il testo del Pd, ma dei senatori che l'hanno sottoscritto: «Il parlamento decida», dice Monica Cirinnà, «decida presto ma decida, perché decidere di non decidere è una scelta che non possiamo più sostenere. Negli scorsi mesi la Camera dei deputati ha avviato una discussione che, tuttavia, non ha prodotto esiti. Al Senato sono stati presentati alcuni disegni di legge con diverse soluzioni tecniche che si fanno carico di rispondere alla richiesta della Corte costituzionale. Questo ddl costituisce un ulteriore contributo al dibattito», precisa la Cirinnà, l'intervento auspicato dalla Corte riguarda l'attuale formulazione dell'articolo 580 del codice penale, per eliminare l'irragionevole unicità delle due diverse fattispecie di istigazione e aiuto al suicidio, ivi contemplate. Per questo, secondo la Corte costituzionale ben potrebbe il legislatore consentire che, nei casi in cui è già prefigurato dalla legge l'esito mortale come conseguenza della sospensione dei trattamenti sanitari, venga somministrato al malato un farmaco idoneo a provocarne la morte rapidamente e senza dolore, prevedendo al contempo idonee garanzie». «La Corte costituzionale», argomenta la Cirinnà, «ha dato al legislatore l'irripetibile opportunità di rispondere in modo serio e ponderato alla domanda di riconoscimento che si leva dal corpo stesso dei malati. Una risposta sensibile alla dignità del morente e alla garanzia della miglior qualità di vita possibile, in armonia con la sua autodeterminazione e la sua visione della morte». «Ribadiamo con la presentazione di questo disegno di legge che una via tecnica e politica può essere percorsa, nel pieno rispetto dei principi enunciati dalla Corte». «Il legislatore non è chiamato a dare la morte», sottolinea la senatrice del Pd, «né a rinunciare all'obbligo di prendersi cura di ogni persona malata. Piuttosto, è chiamato a confrontarsi, con umiltà, con le forme che può assumere, nella concretezza delle situazioni di vita, la dignità personale, riconoscendola con rispetto. In quest'ottica, mettendo al centro la persona del malato e la sua libertà di scelta, il ddl non fa altro», conclude Monica Cirinnà, «che disciplinare, con le opportune garanzie, la possibilità di consentire a chi già sta morendo di poterlo fare in modo corrispondente alla propria visione della dignità del morire». La senatrice del Pd ne approfitta anche per condannare «chi ha fatto manifesti dicendo che si tratta di persone come gli anoressici: si deve vergognare perché strumentalizza il dolore». Il riferimento sembra essere a una recente iniziativa di ProVita, a suo dire «un osceno caso di disinformazione per cercare di colpire i cittadini con dei manifesti che sono osceni. Stiamo parlando di applicare l'aiuto medico a morire esclusivamente a pazienti capaci di intendere e volere e che scelgano liberamente, che siano afflitti da patologie irreversibili e che ne siano consapevoli e che siano vittime di dolori insopportabili».
Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
La crisi iraniana è sempre più caratterizzata da un inestricabile groviglio di tensione militare e diplomazia. Ieri, il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha affermato che Teheran risponderà immediatamente a «qualsiasi aggressione», per poi accusare Washington di «azioni ostili». Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che, al momento, non sono previsti dei colloqui con esponenti del governo statunitense.
Parole, le sue, che cozzano con quanto affermato da Donald Trump, il quale, nella serata di giovedì, aveva reso noto di aver avuto delle conversazioni con Teheran. «Le ho avute e ho intenzione di farle», aveva dichiarato. Ciononostante, ieri, le parole del presidente americano sono tornate a farsi minacciose. «Abbiamo una grande armata, una flottiglia, chiamatela come volete, che si sta dirigendo verso l’Iran in questo momento», ha detto, specificando che la flotta schierata è «persino più grande di quella che avevamo in Venezuela». «La situazione è difficile», ha specificato, pur ribadendo che, secondo lui, «l’Iran vuole fare un accordo». Il presidente americano ha anche confermato di aver dato agli ayatollah una scadenza entro cui accettare un’intesa prima di un eventuale attacco.
Tuttavia, secondo Al Monitor, un alto funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran non avrebbe intenzione di accettare gli ultimatum di Washington sull’arricchimento dell’uranio e sulle limitazioni del programma balistico. In questo quadro, il New York Times ha riportato che, tra le opzioni militari considerate dalla Casa Bianca, vi sarebbe anche quella di possibili incursioni di soldati americani volte a colpire quei siti nucleari iraniani che Washington non aveva bombardato lo scorso giugno. Non solo. Ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni a un’entità collegata alla Repubblica islamica, oltreché a una serie di soggetti, tra cui il ministro dell’Interno iraniano e alcuni alti esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Insomma, la possibilità di un’azione bellica da parte di Washington è più concreta che mai. E il regime khomeinista ne è consapevole. Ecco perché, oltre a fare la voce grossa, sta cercando di far leva sulla Turchia. La Repubblica islamica spera che Ankara riesca a convincere Trump a desistere. Non a caso, ieri Pezeshkian ha avuto un colloquio telefonico con Recep Tayyip Erdogan. Nell’occasione, il sultano ha garantito che «la Turchia è pronta ad assumere un ruolo di mediazione tra l’Iran e gli Stati Uniti per allentare le tensioni e risolvere i problemi». Non solo. Sempre ieri, Araghchi si è recato a Istanbul, dove ha incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan. «Abbiamo detto ai nostri omologhi in ogni occasione che siamo contrari a un intervento militare contro l’Iran», ha affermato il ministro turco in una conferenza stampa congiunta. «Ci auguriamo che i problemi interni dell’Iran vengano risolti pacificamente dal popolo iraniano, senza alcun intervento esterno», ha proseguito, rendendo anche noto di aver parlato giovedì con Steve Witkoff.
La Repubblica islamica sa bene che, per quanto riguarda il dossier mediorientale, Ankara ha un ascendente maggiore di Mosca su Washington. Oltre a far parte della Nato, la Turchia è il principale sponsor dell’attuale regime siriano e, negli scorsi mesi, ha anche rafforzato notevolmente i suoi legami con l’Arabia Saudita: quell’Arabia Saudita che Trump spera presto di convincere ad aderire agli Accordi di Abramo. Ankara ha insomma un peso notevole nel Medio Oriente che l’attuale presidente americano vorrebbe costruire. È per questo che gli ayatollah stanno cercando di far leva su un Erdogan, il cui ascendente sulla Casa Bianca, per quanto significativo, è comunque limitato: difficilmente il sultano potrà evitare un attacco americano contro la Repubblica islamica, se gli ayatollah non accetteranno di ammorbidire le proprie posizioni su arricchimento dell’uranio e missili balistici. Dall’altra parte, temendo la crescente influenza diplomatica turca, la Russia sta cercando di ritagliarsi un ruolo maggiormente incisivo. Ieri, Vladimir Putin ha infatti ricevuto al Cremlino il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani. Ad auspicare una de-escalation è stato anche il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi. «Stiamo compiendo sforzi significativi, con calma e perseveranza, per raggiungere un dialogo in ogni modo possibile, al fine di ridurre l’escalation della crisi iraniana», ha detto.
Continua nel frattempo a salire la tensione tra la Repubblica islamica e l’Ue. Dopo dieci anni di sostanziale appeasement verso gli ayatollah, Bruxelles ha adottato la linea dura, designando i pasdaran come organizzazione terroristica. A mo’ di ritorsione, Teheran sta ipotizzando di designare a sua volta come «terroriste» le forze armate dei Paesi europei.
Mosca: niente raid fino a domani. Il vertice ad Abu Dhabi può slittare
La tregua in Ucraina «a causa del freddo estremo» annunciata dal presidente americano, Donald Trump, è stata confermata ufficialmente da Mosca, ma dovrebbe terminare già domani. Mentre la Capitale ucraina deve far fronte a quasi 400 edifici senza riscaldamento, con le temperature che scenderanno a -30 °C nei prossimi giorni, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che lo zar russo, Vladimir Putin, ha accettato la proposta americana. Tuttavia, la Russia si asterrà dai bombardamenti solamente fino a domani. Peskov ha infatti spiegato: «Il presidente Trump ha effettivamente chiesto personalmente al presidente Putin di astenersi dall’attaccare Kiev per una settimana, fino al 1° febbraio, al fine di creare condizioni favorevoli ai negoziati». A questo proposito, l’inviato speciale dello zar, Kirill Dmitriev, è atteso oggi a Miami per incontrare membri dell’amministrazione Usa.
Il leader ucraino, Volodymyr Zelensky , ha rivelato che giovedì pomeriggio «sono stati colpiti proprio gli impianti energetici in diverse regioni». Prima della conferma del Cremlino, Zelensky aveva spiegato che quanto annunciato giovedì da Trump fosse «più un’opportunità, anziché un accordo». In ogni caso aveva dato la disponibilità da parte ucraina: «Se Mosca interromperà gli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina, Kiev in cambio si asterrà dal colpire i siti energetici russi». Più tardi ha precisato che nella notte «non ci sono stati attacchi contro obiettivi energetici» da parte di Mosca. Ma, secondo quanto rivelato da Zelensky, la Russia sta indirizzando i suoi raid «contro la logistica». E nonostante il Cremlino abbia accolto la tregua in vista dei negoziati ad Abu Dhabi, non è nemmeno certo che si terranno domani. A sollevare il dubbio di fronte ai giornalisti è stato lo stesso Zelensky: «La data o il luogo potrebbero cambiare perché, a nostro avviso, sta succedendo qualcosa nella situazione tra gli Stati Uniti e l’Iran. E questi sviluppi potrebbero probabilmente influire sulle tempistiche». Peraltro, ha precisato che è importante che al round di colloqui partecipino sempre le stesse delegazioni per monitorare meglio gli sviluppi su quanto precedentemente concordato.
A essere sicuramente rimandato è il faccia a faccia tra i due protagonisti della guerra. Dopo che lo zar russo ha accettato di vedere Zelensky a Mosca, il leader ucraino ha rilanciato: «Per me è impossibile incontrare Putin a Mosca. Sarebbe come incontrarlo a Kiev. Posso anche invitarlo a Kiev, lasciarlo venire. Lo inviterò pubblicamente, se ha coraggio».
Ma Zelensky ha puntato il dito anche contro l’Europa: è colpevole, a suo dire, di aver lasciato scoperta la difesa ucraina proprio mentre i raid russi spingevano l’Ucraina «sull’orlo del blackout». Ha raccontato che i missili intercettori Pac-3, essenziali per i sistemi Patriot, sarebbero arrivati con un giorno di ritardo perché «la tranche dell’iniziativa Purl (Prioritised Ukraine requirements list) non era stata pagata» agli Stati Uniti e quindi «i missili non sono arrivati». E sarebbe questo il motivo che ha portato il leader di Kiev a lanciare l’invettiva contro gli europei dal palco del World economic forum di Davos la scorsa settimana. A criticare però quanto detto da Zelensky sono stati due funzionari occidentali: al Financial Times hanno rivelato che le dichiarazioni del presidente ucraino non sono corrette. E anche un funzionario della Nato ha affermato che il Purl «continua a fornire equipaggiamento statunitense cruciale all’Ucraina, finanziato da alleati e partner della Nato» in modo costante.
A tenere banco è anche la questione del processo accelerato per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Zelensky, a tal proposito, ha rimarcato: «Ho chiesto ai nostri diplomatici: quando saremo pronti? Tecnicamente, nel 2027». A suo dire il «processo accelerato» è necessario per Kiev, visto che «gli altri Paesi candidati non sono in guerra». Dall’altra parte, il premier ungherese, Viktor Orbán, ha continuato a lanciare avvertimenti: «Se l’Ucraina diventa un membro dell’Ue ci sarà la guerra in Europa». A commentare l’ipotetica adesione dell’Ucraina è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Ora è importante raggiungere la pace. L’Ue sarà parte dell’intesa finale».
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Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.
La Gioielleria Mario Roggero di Grinzane Cavour, nel Cuneese, dove il 28 aprile 2021 un tentativo di rapina finì nel sangue. Nel riquadro il gioielliere Mario Roggero (Ansa)
La frase citata, probabilmente destinata a far discutere, fa parte delle motivazioni con cui i familiari di uno dei due rapinatori uccisi da Mario Roggero, il gioielliere settantunenne di Grinzane Cavour, condannato in appello a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e per il ferimento di un terzo, chiedono i danni al commerciante. Che, solo di provvisionali, dovrà pagare alle 15 parti civili l’impressionante cifra di 780.000 euro complessivi.
La somma chiesta a Roggero arriva a 3,3 milioni, ma a stabilire la fondatezza di quelle rivendicazioni dovrà essere, nell’eventualità di una condanna definitiva, un giudizio civile, che valuterà ogni singola posizione. Come raccontato ieri dalla Verità, i problemi per Roggero rischiano di arrivare a breve. Dopo la sentenza di primo grado di dicembre 2023, nel maggio del 2024 i due immobili di proprietà di Roggero erano stati sottoposti a sequestro conservativo, disposto sulla base della provvisionale. E con l’esecutività del pronunciamento sulle questioni civilistiche, il sequestro conservativo si è convertito in pignoramento immobiliare.
Il gioielliere ha già versato 300.000 euro (recuperati vendendo altri immobili), quindi attualmente devono essere corrisposti altri 480.000 euro, oltre alle spese legali, che ammontano ad almeno 88.000 euro. Richieste risarcitorie alle quali Roggero non è in grado di far fronte.
Le motivazioni riportate in questo articolo sono quelle esposte dai legali che rappresentano la famiglia di Andrea Spinelli, uno dei componenti della banda che il 28 aprile del 2021 assaltò la gioielleria di Roggero e che fu ucciso dai colpi sparati dal commerciante, convinto di essere in pericolo di vita.
Alla «figlia di fatto» di Spinelli, le toghe del tribunale di Asti hanno riconosciuto una provvisionale di 20.000 euro, a fronte di una richiesta di 245.000 euro, la stessa cifra rivendicata dalla madre dell’uomo, che ha però ottenuto un «acconto» di 30.000 euro.
Il «padre di fatto» del rapinatore ucciso (rappresentato da un diverso avvocato dello stesso studio legale che assiste gli altri congiunti) ha chiesto anche lui 245.000 euro, per i quali ha ottenuto una provvisionale di 20.000. La convivente di Spinelli ha diritto a una provvisionale di 60.000 euro, calcolati su una richiesta di 323.000 euro, mentre al fratello e alla sorella dell’uomo, che hanno rispettivamente chiesto 124.000 e 137.000 euro, sono andati 20.000 euro a testa.
I fatti che hanno portato alla condanna del gioielliere risalgono al 28 aprile 2021, quando Roggero subì una rapina a mano armata all’interno del suo negozio. Tre banditi, armati di pistola (poi risultata finta) e coltello, fecero irruzione nell’attività, terrorizzando il commerciante, sua figlia e la moglie. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo dal gioielliere, l’arma gli fu puntata in faccia ripetutamente, per costringerlo a consegnare il contenuto della cassaforte, mentre la moglie fu colpita duramente al volto. Convinto di essere in imminente pericolo di vita e affermando di voler proteggere sé stesso e la famiglia, dopo un’iniziale colluttazione nel negozio, Roggero reagì sparando con una pistola legalmente detenuta.
A portare alla condanna del commerciante è stato proprio il conflitto a fuoco che si tenne all’esterno della gioielleria. Mentre i rapinatori cercavano di fuggire in auto con il bottino, Roggero li inseguì sparando in rapida successione quattro colpi di pistola. Il bilancio di quell’episodio fu tragico: due banditi, Giuseppe Mazzarino e Spinelli, rimasero uccisi. Un terzo complice, Alessandro Modica, ferito a una gamba, patteggiò successivamente una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione per la tentata rapina alla gioielleria. Ma questo non gli ha impedito di rivendicare un risarcimento di 214.886 euro, che con la «personalizzazione massima» potrebbe arrivare a 250.000 euro. Nella richiesta i legali dell’uomo (che era riuscito a fuggire dal luogo della tentata rapina per poi essere arrestato qualche ora dopo) affermano che Roggero, «esplodendo non uno, ma ben due colpi di arma da fuoco nella direzione del Modica, ha per ben due volte attentato alla sua vita».
Tra le varie voci che quantificano il danno, spicca quello del danno biologico di 140.000 euro, legato a un’invalidità permanente del 35%, la cui esatta origine non è però specificata nel documento. A Modica i giudici hanno riconosciuto una provvisionale da 10.000 euro a fronte degli 80.000 richiesti.
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