True
2019-09-26
La Consulta sdogana il suicidio assistito
Ansa
La Corte costituzionale ha aperto uno spiraglio alla liceità del suicidio assistito. Al termine di una lunga camera di consiglio, iniziata alle 15.30 e conclusa poco prima delle 20, la Consulta ha individuato alcune condizioni di «non punibilità» di chi istiga o aiuta un paziente grave a morire. È una decisione di compromesso, a metà strada tra il rigore, legato al diritto naturale e ai valori su cui è nato l'Occidente cristiano, e la depenalizzazione di cui la tragica vicenda di Dj Fabo è diventata un simbolo.
Di fatto, la Consulta ha modificato l'articolo 580 del codice penale. Era chiamata a valutarne la costituzionalità, ha deciso di correggerlo. Così si legge nel comunicato diffuso nella serata di ieri dall'ufficio stampa della Corte: «In attesa del deposito della sentenza, la Corte ha ritenuto non punibile, a determinate condizioni, chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».
Dunque, il 580 rimane ma emendato dalla Consulta. Esso prevede una pena da 5 a 12 anni per chi aiuta o istiga al suicidio. Ma in alcuni casi scatta una «non punibilità»: il proposito di suicidio dev'essere deciso liberamente e in autonomia dal malato; questi dev'essere tenuto in vita dalle macchine e deve soffrire di una patologia «irreversibile» che gli provochi «sofferenze intollerabili», comunque non tali da compromettere la sua capacità di prendere decisioni consapevoli.
La Corte aggiunge che attende «un indispensabile intervento del legislatore». Nel frattempo, la non punibilità deve essere subordinata «al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua»: la Consulta cioè arriva a disciplinare la modalità in cui l'aspirante suicida deve morire. Occorre inoltre che «una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale» verifichi sia le «condizioni richieste» sia le «modalità di esecuzione, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente». E mai la parola «esecuzione» suona così sinistra.
Così conclude la nota della Consulta: «La Corte sottolinea che l'individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell'ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell'ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate».
In pratica, la Consulta si è sostituita al Parlamento, che ora dovrà riscrivere l'articolo 580 del codice penale seguendo le indicazioni della Corte. E già questo è un fatto clamoroso. Ma il paradosso è che, almeno nel comunicato diffuso dall'ufficio stampa della Consulta, non si accenna al destino giudiziario di Marco Cappato, colui che portò Fabiano Antoniani, Dj Fabo, a morire in una struttura specializzata in Svizzera. Non si parla del suo processo, che doveva essere il cuore del pronunciamento della Corte. Cappato resta così in bilico, in attesa di una decisione di un qualche giudice. Ma la campagna mediatica che verrà orchestrata a partire da oggi sfonderà quella breccia che la decisione di ieri sera ha aperto. D'altra parte, già 4.000 camici bianchi hanno dichiarato che praticheranno l'obiezione di coscienza e non indurranno la morte se venisse loro chiesto, come ha garantito il vicepresidente dell'Associazione medici cattolici italiani.
È una svolta clamorosa per l'Italia, che ha sempre punito con severità qualsiasi azione che potesse agevolare la fine anticipata di una vita. Compreso il gesto - che si vorrebbe fare passare come «pietoso» - di esaudire la volontà di un malato grave il quale ha perso la speranza e la forza di reagire, e chiede che venga posta fine alle proprie sofferenze. Dj Fabo era cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale: un invalido gravissimo, aiutato dalle macchine nelle funzioni vitali, ma non un malato terminale. Cappato, tesoriere e portabandiera dell'associazione radicale intitolata a Luca Coscioni, non si è limitato ad aiutare il gesto estremo. Tornato a Milano, si è autodenunciato e si è fatto processare. All'atto di presunta pietà si è aggiunta la provocazione, l'intenzione di creare il caso e il caos normativo che è giunto all'apice nel palazzo della Consulta che ieri ha emesso il verdetto.
La Corte aveva già affrontato la vicenda un anno fa. L'orientamento emerso era chiaro: la legge in vigore è troppo punitiva. Ma i giudici costituzionali avevano scelto di soprassedere fino al 24 settembre 2019, due giorni fa, in modo che il Parlamento potesse intervenire nel frattempo. Un anno non è stato sufficiente. La vecchia maggioranza gialloblù non ha mai avviato il dibattito alle Camere. Ora l'aria è cambiata.
Il nuovo asse Pd-M5s vorrebbe smantellare pietra su pietra quanto costruito dalla componente leghista del vecchio esecutivo: l'essersi liberati di Matteo Salvini ha consentito la sterzata sulla gestione degli sbarchi e ora ha creato un clima non ostile a una rivoluzione normativa che contraddice il diritto naturale e uno dei valori su cui è fondata l'Italia e l'Occidente, cioè che la vita è un bene intangibile.
Pronta la legge giallorossa: firmata Cirinnà
Due parole, «farmaco letale», in un fiume di discorsi, considerazioni, riflessioni. Due parole che caratterizzano il disegno di legge sull'eutanasia presentato ieri a Palazzo Madama dalla prima firmataria, la senatrice del Pd Monica Cirinnà. Il testo è stato sottoscritto anche da Tommaso Cerno (Pd), Loredana De Petris (Leu), Matteo Mantero (M5s), Riccardo Nencini (Psi-Iv), Paola Nugnes (Leu) e Roberto Rampi (Pd). Il provvedimento interviene sul delitto di aiuto al suicidio previsto dall'articolo 580 del codice penale, norma che, secondo la Cirinnà «non assicura più il bilanciamento tra il valore della vita e la tutela dell'autodeterminazione garantita dall'articolo 32 della Costituzione». La legislazione, spiega la senatrice del Pd, «consente una doppia scelta di rinuncia ai trattamenti sanitari e di sedazione profonda. Questa scelta lascia un gap di tempo che con la nostra proposta potrebbe essere abbreviata: abbiamo infatti inserito la possibilità del farmaco letale».
La possibilità di somministrare un farmaco letale, inevitabilmente, è destinata a provocare infinite polemiche, poiché si tratta di una vera e propria morte di Stato. La Cirinnà lo sa bene, e precisa che l'induzione farmacologica della morte è rivolta solo a pazienti «con patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili» e capaci «di prendere libere decisioni». «Una proposta in più tra le tante che sono già state depositate», tengono a precisare i firmatari del ddl, quasi a voler minimizzare gli effetti dirompenti di questo disegno di legge che, sottolinea la Cirinnà, «non va in contrasto con i ddl già depositati e con la sentenza della Consulta».
Con il disegno di legge presentato ieri, argomenta la senatrice Dem, «potrebbe essere abbreviato il tempo già consentito dalla legge per il semplice motivo che quando ti trovi in sedazione profonda sottoponi te stesso all'attesa della morte che non sappiamo quanto può essere lungo. Noi introduciamo quello che manca in tutti gli altri testi, e cioè il farmaco letale». Cirinnà ricorda che la Consulta «lo ha detto: l'attesa in sedazione profonda continuativa non può corrispondere alla dignità del morire. Quindi nella sua libertà di scelta il paziente può scegliere di diminuire il tempo di attesa».
La senatrice tiene a precisare che questo non è il testo del Pd, ma dei senatori che l'hanno sottoscritto: «Il parlamento decida», dice Monica Cirinnà, «decida presto ma decida, perché decidere di non decidere è una scelta che non possiamo più sostenere. Negli scorsi mesi la Camera dei deputati ha avviato una discussione che, tuttavia, non ha prodotto esiti. Al Senato sono stati presentati alcuni disegni di legge con diverse soluzioni tecniche che si fanno carico di rispondere alla richiesta della Corte costituzionale. Questo ddl costituisce un ulteriore contributo al dibattito», precisa la Cirinnà, l'intervento auspicato dalla Corte riguarda l'attuale formulazione dell'articolo 580 del codice penale, per eliminare l'irragionevole unicità delle due diverse fattispecie di istigazione e aiuto al suicidio, ivi contemplate. Per questo, secondo la Corte costituzionale ben potrebbe il legislatore consentire che, nei casi in cui è già prefigurato dalla legge l'esito mortale come conseguenza della sospensione dei trattamenti sanitari, venga somministrato al malato un farmaco idoneo a provocarne la morte rapidamente e senza dolore, prevedendo al contempo idonee garanzie».
«La Corte costituzionale», argomenta la Cirinnà, «ha dato al legislatore l'irripetibile opportunità di rispondere in modo serio e ponderato alla domanda di riconoscimento che si leva dal corpo stesso dei malati. Una risposta sensibile alla dignità del morente e alla garanzia della miglior qualità di vita possibile, in armonia con la sua autodeterminazione e la sua visione della morte». «Ribadiamo con la presentazione di questo disegno di legge che una via tecnica e politica può essere percorsa, nel pieno rispetto dei principi enunciati dalla Corte».
«Il legislatore non è chiamato a dare la morte», sottolinea la senatrice del Pd, «né a rinunciare all'obbligo di prendersi cura di ogni persona malata. Piuttosto, è chiamato a confrontarsi, con umiltà, con le forme che può assumere, nella concretezza delle situazioni di vita, la dignità personale, riconoscendola con rispetto. In quest'ottica, mettendo al centro la persona del malato e la sua libertà di scelta, il ddl non fa altro», conclude Monica Cirinnà, «che disciplinare, con le opportune garanzie, la possibilità di consentire a chi già sta morendo di poterlo fare in modo corrispondente alla propria visione della dignità del morire».
La senatrice del Pd ne approfitta anche per condannare «chi ha fatto manifesti dicendo che si tratta di persone come gli anoressici: si deve vergognare perché strumentalizza il dolore». Il riferimento sembra essere a una recente iniziativa di ProVita, a suo dire «un osceno caso di disinformazione per cercare di colpire i cittadini con dei manifesti che sono osceni. Stiamo parlando di applicare l'aiuto medico a morire esclusivamente a pazienti capaci di intendere e volere e che scelgano liberamente, che siano afflitti da patologie irreversibili e che ne siano consapevoli e che siano vittime di dolori insopportabili».
Continua a leggereRiduci
La Corte costituzionale usa il caso Cappato per dettare al Parlamento la sua riforma del codice penale: lecito «a determinate condizioni» agevolare chi vuole uccidersi. E conclude: l'Aula dovrà comunque pronunciarsi.Pd, M5s e Leu hanno già presentato la norma per arrivare all'obiettivo sfruttando il parziale vuoto creato dalla sentenza di ieri. La dem Monica Cirinnà: «Il ddl riguarda solo pazienti terminali e coscienti». Ma prevede «quello che manca in tutti gli altri testi: il farmaco letale».Lo speciale contiene due articoli.La Corte costituzionale ha aperto uno spiraglio alla liceità del suicidio assistito. Al termine di una lunga camera di consiglio, iniziata alle 15.30 e conclusa poco prima delle 20, la Consulta ha individuato alcune condizioni di «non punibilità» di chi istiga o aiuta un paziente grave a morire. È una decisione di compromesso, a metà strada tra il rigore, legato al diritto naturale e ai valori su cui è nato l'Occidente cristiano, e la depenalizzazione di cui la tragica vicenda di Dj Fabo è diventata un simbolo. Di fatto, la Consulta ha modificato l'articolo 580 del codice penale. Era chiamata a valutarne la costituzionalità, ha deciso di correggerlo. Così si legge nel comunicato diffuso nella serata di ieri dall'ufficio stampa della Corte: «In attesa del deposito della sentenza, la Corte ha ritenuto non punibile, a determinate condizioni, chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».Dunque, il 580 rimane ma emendato dalla Consulta. Esso prevede una pena da 5 a 12 anni per chi aiuta o istiga al suicidio. Ma in alcuni casi scatta una «non punibilità»: il proposito di suicidio dev'essere deciso liberamente e in autonomia dal malato; questi dev'essere tenuto in vita dalle macchine e deve soffrire di una patologia «irreversibile» che gli provochi «sofferenze intollerabili», comunque non tali da compromettere la sua capacità di prendere decisioni consapevoli.La Corte aggiunge che attende «un indispensabile intervento del legislatore». Nel frattempo, la non punibilità deve essere subordinata «al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua»: la Consulta cioè arriva a disciplinare la modalità in cui l'aspirante suicida deve morire. Occorre inoltre che «una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale» verifichi sia le «condizioni richieste» sia le «modalità di esecuzione, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente». E mai la parola «esecuzione» suona così sinistra.Così conclude la nota della Consulta: «La Corte sottolinea che l'individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell'ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell'ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate».In pratica, la Consulta si è sostituita al Parlamento, che ora dovrà riscrivere l'articolo 580 del codice penale seguendo le indicazioni della Corte. E già questo è un fatto clamoroso. Ma il paradosso è che, almeno nel comunicato diffuso dall'ufficio stampa della Consulta, non si accenna al destino giudiziario di Marco Cappato, colui che portò Fabiano Antoniani, Dj Fabo, a morire in una struttura specializzata in Svizzera. Non si parla del suo processo, che doveva essere il cuore del pronunciamento della Corte. Cappato resta così in bilico, in attesa di una decisione di un qualche giudice. Ma la campagna mediatica che verrà orchestrata a partire da oggi sfonderà quella breccia che la decisione di ieri sera ha aperto. D'altra parte, già 4.000 camici bianchi hanno dichiarato che praticheranno l'obiezione di coscienza e non indurranno la morte se venisse loro chiesto, come ha garantito il vicepresidente dell'Associazione medici cattolici italiani.È una svolta clamorosa per l'Italia, che ha sempre punito con severità qualsiasi azione che potesse agevolare la fine anticipata di una vita. Compreso il gesto - che si vorrebbe fare passare come «pietoso» - di esaudire la volontà di un malato grave il quale ha perso la speranza e la forza di reagire, e chiede che venga posta fine alle proprie sofferenze. Dj Fabo era cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale: un invalido gravissimo, aiutato dalle macchine nelle funzioni vitali, ma non un malato terminale. Cappato, tesoriere e portabandiera dell'associazione radicale intitolata a Luca Coscioni, non si è limitato ad aiutare il gesto estremo. Tornato a Milano, si è autodenunciato e si è fatto processare. All'atto di presunta pietà si è aggiunta la provocazione, l'intenzione di creare il caso e il caos normativo che è giunto all'apice nel palazzo della Consulta che ieri ha emesso il verdetto.La Corte aveva già affrontato la vicenda un anno fa. L'orientamento emerso era chiaro: la legge in vigore è troppo punitiva. Ma i giudici costituzionali avevano scelto di soprassedere fino al 24 settembre 2019, due giorni fa, in modo che il Parlamento potesse intervenire nel frattempo. Un anno non è stato sufficiente. La vecchia maggioranza gialloblù non ha mai avviato il dibattito alle Camere. Ora l'aria è cambiata. Il nuovo asse Pd-M5s vorrebbe smantellare pietra su pietra quanto costruito dalla componente leghista del vecchio esecutivo: l'essersi liberati di Matteo Salvini ha consentito la sterzata sulla gestione degli sbarchi e ora ha creato un clima non ostile a una rivoluzione normativa che contraddice il diritto naturale e uno dei valori su cui è fondata l'Italia e l'Occidente, cioè che la vita è un bene intangibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-consulta-apre-la-via-alleutanasia-smontato-il-reato-di-aiuto-al-suicidio-2640630514.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronta-la-legge-giallorossa-firmata-cirinna" data-post-id="2640630514" data-published-at="1767879804" data-use-pagination="False"> Pronta la legge giallorossa: firmata Cirinnà Due parole, «farmaco letale», in un fiume di discorsi, considerazioni, riflessioni. Due parole che caratterizzano il disegno di legge sull'eutanasia presentato ieri a Palazzo Madama dalla prima firmataria, la senatrice del Pd Monica Cirinnà. Il testo è stato sottoscritto anche da Tommaso Cerno (Pd), Loredana De Petris (Leu), Matteo Mantero (M5s), Riccardo Nencini (Psi-Iv), Paola Nugnes (Leu) e Roberto Rampi (Pd). Il provvedimento interviene sul delitto di aiuto al suicidio previsto dall'articolo 580 del codice penale, norma che, secondo la Cirinnà «non assicura più il bilanciamento tra il valore della vita e la tutela dell'autodeterminazione garantita dall'articolo 32 della Costituzione». La legislazione, spiega la senatrice del Pd, «consente una doppia scelta di rinuncia ai trattamenti sanitari e di sedazione profonda. Questa scelta lascia un gap di tempo che con la nostra proposta potrebbe essere abbreviata: abbiamo infatti inserito la possibilità del farmaco letale». La possibilità di somministrare un farmaco letale, inevitabilmente, è destinata a provocare infinite polemiche, poiché si tratta di una vera e propria morte di Stato. La Cirinnà lo sa bene, e precisa che l'induzione farmacologica della morte è rivolta solo a pazienti «con patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili» e capaci «di prendere libere decisioni». «Una proposta in più tra le tante che sono già state depositate», tengono a precisare i firmatari del ddl, quasi a voler minimizzare gli effetti dirompenti di questo disegno di legge che, sottolinea la Cirinnà, «non va in contrasto con i ddl già depositati e con la sentenza della Consulta». Con il disegno di legge presentato ieri, argomenta la senatrice Dem, «potrebbe essere abbreviato il tempo già consentito dalla legge per il semplice motivo che quando ti trovi in sedazione profonda sottoponi te stesso all'attesa della morte che non sappiamo quanto può essere lungo. Noi introduciamo quello che manca in tutti gli altri testi, e cioè il farmaco letale». Cirinnà ricorda che la Consulta «lo ha detto: l'attesa in sedazione profonda continuativa non può corrispondere alla dignità del morire. Quindi nella sua libertà di scelta il paziente può scegliere di diminuire il tempo di attesa». La senatrice tiene a precisare che questo non è il testo del Pd, ma dei senatori che l'hanno sottoscritto: «Il parlamento decida», dice Monica Cirinnà, «decida presto ma decida, perché decidere di non decidere è una scelta che non possiamo più sostenere. Negli scorsi mesi la Camera dei deputati ha avviato una discussione che, tuttavia, non ha prodotto esiti. Al Senato sono stati presentati alcuni disegni di legge con diverse soluzioni tecniche che si fanno carico di rispondere alla richiesta della Corte costituzionale. Questo ddl costituisce un ulteriore contributo al dibattito», precisa la Cirinnà, l'intervento auspicato dalla Corte riguarda l'attuale formulazione dell'articolo 580 del codice penale, per eliminare l'irragionevole unicità delle due diverse fattispecie di istigazione e aiuto al suicidio, ivi contemplate. Per questo, secondo la Corte costituzionale ben potrebbe il legislatore consentire che, nei casi in cui è già prefigurato dalla legge l'esito mortale come conseguenza della sospensione dei trattamenti sanitari, venga somministrato al malato un farmaco idoneo a provocarne la morte rapidamente e senza dolore, prevedendo al contempo idonee garanzie». «La Corte costituzionale», argomenta la Cirinnà, «ha dato al legislatore l'irripetibile opportunità di rispondere in modo serio e ponderato alla domanda di riconoscimento che si leva dal corpo stesso dei malati. Una risposta sensibile alla dignità del morente e alla garanzia della miglior qualità di vita possibile, in armonia con la sua autodeterminazione e la sua visione della morte». «Ribadiamo con la presentazione di questo disegno di legge che una via tecnica e politica può essere percorsa, nel pieno rispetto dei principi enunciati dalla Corte». «Il legislatore non è chiamato a dare la morte», sottolinea la senatrice del Pd, «né a rinunciare all'obbligo di prendersi cura di ogni persona malata. Piuttosto, è chiamato a confrontarsi, con umiltà, con le forme che può assumere, nella concretezza delle situazioni di vita, la dignità personale, riconoscendola con rispetto. In quest'ottica, mettendo al centro la persona del malato e la sua libertà di scelta, il ddl non fa altro», conclude Monica Cirinnà, «che disciplinare, con le opportune garanzie, la possibilità di consentire a chi già sta morendo di poterlo fare in modo corrispondente alla propria visione della dignità del morire». La senatrice del Pd ne approfitta anche per condannare «chi ha fatto manifesti dicendo che si tratta di persone come gli anoressici: si deve vergognare perché strumentalizza il dolore». Il riferimento sembra essere a una recente iniziativa di ProVita, a suo dire «un osceno caso di disinformazione per cercare di colpire i cittadini con dei manifesti che sono osceni. Stiamo parlando di applicare l'aiuto medico a morire esclusivamente a pazienti capaci di intendere e volere e che scelgano liberamente, che siano afflitti da patologie irreversibili e che ne siano consapevoli e che siano vittime di dolori insopportabili».
(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
Continua a leggereRiduci
La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
Continua a leggereRiduci
il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
Continua a leggereRiduci
Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
Continua a leggereRiduci