True
2019-09-26
La Consulta sdogana il suicidio assistito
Ansa
La Corte costituzionale ha aperto uno spiraglio alla liceità del suicidio assistito. Al termine di una lunga camera di consiglio, iniziata alle 15.30 e conclusa poco prima delle 20, la Consulta ha individuato alcune condizioni di «non punibilità» di chi istiga o aiuta un paziente grave a morire. È una decisione di compromesso, a metà strada tra il rigore, legato al diritto naturale e ai valori su cui è nato l'Occidente cristiano, e la depenalizzazione di cui la tragica vicenda di Dj Fabo è diventata un simbolo.
Di fatto, la Consulta ha modificato l'articolo 580 del codice penale. Era chiamata a valutarne la costituzionalità, ha deciso di correggerlo. Così si legge nel comunicato diffuso nella serata di ieri dall'ufficio stampa della Corte: «In attesa del deposito della sentenza, la Corte ha ritenuto non punibile, a determinate condizioni, chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».
Dunque, il 580 rimane ma emendato dalla Consulta. Esso prevede una pena da 5 a 12 anni per chi aiuta o istiga al suicidio. Ma in alcuni casi scatta una «non punibilità»: il proposito di suicidio dev'essere deciso liberamente e in autonomia dal malato; questi dev'essere tenuto in vita dalle macchine e deve soffrire di una patologia «irreversibile» che gli provochi «sofferenze intollerabili», comunque non tali da compromettere la sua capacità di prendere decisioni consapevoli.
La Corte aggiunge che attende «un indispensabile intervento del legislatore». Nel frattempo, la non punibilità deve essere subordinata «al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua»: la Consulta cioè arriva a disciplinare la modalità in cui l'aspirante suicida deve morire. Occorre inoltre che «una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale» verifichi sia le «condizioni richieste» sia le «modalità di esecuzione, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente». E mai la parola «esecuzione» suona così sinistra.
Così conclude la nota della Consulta: «La Corte sottolinea che l'individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell'ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell'ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate».
In pratica, la Consulta si è sostituita al Parlamento, che ora dovrà riscrivere l'articolo 580 del codice penale seguendo le indicazioni della Corte. E già questo è un fatto clamoroso. Ma il paradosso è che, almeno nel comunicato diffuso dall'ufficio stampa della Consulta, non si accenna al destino giudiziario di Marco Cappato, colui che portò Fabiano Antoniani, Dj Fabo, a morire in una struttura specializzata in Svizzera. Non si parla del suo processo, che doveva essere il cuore del pronunciamento della Corte. Cappato resta così in bilico, in attesa di una decisione di un qualche giudice. Ma la campagna mediatica che verrà orchestrata a partire da oggi sfonderà quella breccia che la decisione di ieri sera ha aperto. D'altra parte, già 4.000 camici bianchi hanno dichiarato che praticheranno l'obiezione di coscienza e non indurranno la morte se venisse loro chiesto, come ha garantito il vicepresidente dell'Associazione medici cattolici italiani.
È una svolta clamorosa per l'Italia, che ha sempre punito con severità qualsiasi azione che potesse agevolare la fine anticipata di una vita. Compreso il gesto - che si vorrebbe fare passare come «pietoso» - di esaudire la volontà di un malato grave il quale ha perso la speranza e la forza di reagire, e chiede che venga posta fine alle proprie sofferenze. Dj Fabo era cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale: un invalido gravissimo, aiutato dalle macchine nelle funzioni vitali, ma non un malato terminale. Cappato, tesoriere e portabandiera dell'associazione radicale intitolata a Luca Coscioni, non si è limitato ad aiutare il gesto estremo. Tornato a Milano, si è autodenunciato e si è fatto processare. All'atto di presunta pietà si è aggiunta la provocazione, l'intenzione di creare il caso e il caos normativo che è giunto all'apice nel palazzo della Consulta che ieri ha emesso il verdetto.
La Corte aveva già affrontato la vicenda un anno fa. L'orientamento emerso era chiaro: la legge in vigore è troppo punitiva. Ma i giudici costituzionali avevano scelto di soprassedere fino al 24 settembre 2019, due giorni fa, in modo che il Parlamento potesse intervenire nel frattempo. Un anno non è stato sufficiente. La vecchia maggioranza gialloblù non ha mai avviato il dibattito alle Camere. Ora l'aria è cambiata.
Il nuovo asse Pd-M5s vorrebbe smantellare pietra su pietra quanto costruito dalla componente leghista del vecchio esecutivo: l'essersi liberati di Matteo Salvini ha consentito la sterzata sulla gestione degli sbarchi e ora ha creato un clima non ostile a una rivoluzione normativa che contraddice il diritto naturale e uno dei valori su cui è fondata l'Italia e l'Occidente, cioè che la vita è un bene intangibile.
Pronta la legge giallorossa: firmata Cirinnà
Due parole, «farmaco letale», in un fiume di discorsi, considerazioni, riflessioni. Due parole che caratterizzano il disegno di legge sull'eutanasia presentato ieri a Palazzo Madama dalla prima firmataria, la senatrice del Pd Monica Cirinnà. Il testo è stato sottoscritto anche da Tommaso Cerno (Pd), Loredana De Petris (Leu), Matteo Mantero (M5s), Riccardo Nencini (Psi-Iv), Paola Nugnes (Leu) e Roberto Rampi (Pd). Il provvedimento interviene sul delitto di aiuto al suicidio previsto dall'articolo 580 del codice penale, norma che, secondo la Cirinnà «non assicura più il bilanciamento tra il valore della vita e la tutela dell'autodeterminazione garantita dall'articolo 32 della Costituzione». La legislazione, spiega la senatrice del Pd, «consente una doppia scelta di rinuncia ai trattamenti sanitari e di sedazione profonda. Questa scelta lascia un gap di tempo che con la nostra proposta potrebbe essere abbreviata: abbiamo infatti inserito la possibilità del farmaco letale».
La possibilità di somministrare un farmaco letale, inevitabilmente, è destinata a provocare infinite polemiche, poiché si tratta di una vera e propria morte di Stato. La Cirinnà lo sa bene, e precisa che l'induzione farmacologica della morte è rivolta solo a pazienti «con patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili» e capaci «di prendere libere decisioni». «Una proposta in più tra le tante che sono già state depositate», tengono a precisare i firmatari del ddl, quasi a voler minimizzare gli effetti dirompenti di questo disegno di legge che, sottolinea la Cirinnà, «non va in contrasto con i ddl già depositati e con la sentenza della Consulta».
Con il disegno di legge presentato ieri, argomenta la senatrice Dem, «potrebbe essere abbreviato il tempo già consentito dalla legge per il semplice motivo che quando ti trovi in sedazione profonda sottoponi te stesso all'attesa della morte che non sappiamo quanto può essere lungo. Noi introduciamo quello che manca in tutti gli altri testi, e cioè il farmaco letale». Cirinnà ricorda che la Consulta «lo ha detto: l'attesa in sedazione profonda continuativa non può corrispondere alla dignità del morire. Quindi nella sua libertà di scelta il paziente può scegliere di diminuire il tempo di attesa».
La senatrice tiene a precisare che questo non è il testo del Pd, ma dei senatori che l'hanno sottoscritto: «Il parlamento decida», dice Monica Cirinnà, «decida presto ma decida, perché decidere di non decidere è una scelta che non possiamo più sostenere. Negli scorsi mesi la Camera dei deputati ha avviato una discussione che, tuttavia, non ha prodotto esiti. Al Senato sono stati presentati alcuni disegni di legge con diverse soluzioni tecniche che si fanno carico di rispondere alla richiesta della Corte costituzionale. Questo ddl costituisce un ulteriore contributo al dibattito», precisa la Cirinnà, l'intervento auspicato dalla Corte riguarda l'attuale formulazione dell'articolo 580 del codice penale, per eliminare l'irragionevole unicità delle due diverse fattispecie di istigazione e aiuto al suicidio, ivi contemplate. Per questo, secondo la Corte costituzionale ben potrebbe il legislatore consentire che, nei casi in cui è già prefigurato dalla legge l'esito mortale come conseguenza della sospensione dei trattamenti sanitari, venga somministrato al malato un farmaco idoneo a provocarne la morte rapidamente e senza dolore, prevedendo al contempo idonee garanzie».
«La Corte costituzionale», argomenta la Cirinnà, «ha dato al legislatore l'irripetibile opportunità di rispondere in modo serio e ponderato alla domanda di riconoscimento che si leva dal corpo stesso dei malati. Una risposta sensibile alla dignità del morente e alla garanzia della miglior qualità di vita possibile, in armonia con la sua autodeterminazione e la sua visione della morte». «Ribadiamo con la presentazione di questo disegno di legge che una via tecnica e politica può essere percorsa, nel pieno rispetto dei principi enunciati dalla Corte».
«Il legislatore non è chiamato a dare la morte», sottolinea la senatrice del Pd, «né a rinunciare all'obbligo di prendersi cura di ogni persona malata. Piuttosto, è chiamato a confrontarsi, con umiltà, con le forme che può assumere, nella concretezza delle situazioni di vita, la dignità personale, riconoscendola con rispetto. In quest'ottica, mettendo al centro la persona del malato e la sua libertà di scelta, il ddl non fa altro», conclude Monica Cirinnà, «che disciplinare, con le opportune garanzie, la possibilità di consentire a chi già sta morendo di poterlo fare in modo corrispondente alla propria visione della dignità del morire».
La senatrice del Pd ne approfitta anche per condannare «chi ha fatto manifesti dicendo che si tratta di persone come gli anoressici: si deve vergognare perché strumentalizza il dolore». Il riferimento sembra essere a una recente iniziativa di ProVita, a suo dire «un osceno caso di disinformazione per cercare di colpire i cittadini con dei manifesti che sono osceni. Stiamo parlando di applicare l'aiuto medico a morire esclusivamente a pazienti capaci di intendere e volere e che scelgano liberamente, che siano afflitti da patologie irreversibili e che ne siano consapevoli e che siano vittime di dolori insopportabili».
Continua a leggereRiduci
La Corte costituzionale usa il caso Cappato per dettare al Parlamento la sua riforma del codice penale: lecito «a determinate condizioni» agevolare chi vuole uccidersi. E conclude: l'Aula dovrà comunque pronunciarsi.Pd, M5s e Leu hanno già presentato la norma per arrivare all'obiettivo sfruttando il parziale vuoto creato dalla sentenza di ieri. La dem Monica Cirinnà: «Il ddl riguarda solo pazienti terminali e coscienti». Ma prevede «quello che manca in tutti gli altri testi: il farmaco letale».Lo speciale contiene due articoli.La Corte costituzionale ha aperto uno spiraglio alla liceità del suicidio assistito. Al termine di una lunga camera di consiglio, iniziata alle 15.30 e conclusa poco prima delle 20, la Consulta ha individuato alcune condizioni di «non punibilità» di chi istiga o aiuta un paziente grave a morire. È una decisione di compromesso, a metà strada tra il rigore, legato al diritto naturale e ai valori su cui è nato l'Occidente cristiano, e la depenalizzazione di cui la tragica vicenda di Dj Fabo è diventata un simbolo. Di fatto, la Consulta ha modificato l'articolo 580 del codice penale. Era chiamata a valutarne la costituzionalità, ha deciso di correggerlo. Così si legge nel comunicato diffuso nella serata di ieri dall'ufficio stampa della Corte: «In attesa del deposito della sentenza, la Corte ha ritenuto non punibile, a determinate condizioni, chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».Dunque, il 580 rimane ma emendato dalla Consulta. Esso prevede una pena da 5 a 12 anni per chi aiuta o istiga al suicidio. Ma in alcuni casi scatta una «non punibilità»: il proposito di suicidio dev'essere deciso liberamente e in autonomia dal malato; questi dev'essere tenuto in vita dalle macchine e deve soffrire di una patologia «irreversibile» che gli provochi «sofferenze intollerabili», comunque non tali da compromettere la sua capacità di prendere decisioni consapevoli.La Corte aggiunge che attende «un indispensabile intervento del legislatore». Nel frattempo, la non punibilità deve essere subordinata «al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua»: la Consulta cioè arriva a disciplinare la modalità in cui l'aspirante suicida deve morire. Occorre inoltre che «una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale» verifichi sia le «condizioni richieste» sia le «modalità di esecuzione, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente». E mai la parola «esecuzione» suona così sinistra.Così conclude la nota della Consulta: «La Corte sottolinea che l'individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell'ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell'ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate».In pratica, la Consulta si è sostituita al Parlamento, che ora dovrà riscrivere l'articolo 580 del codice penale seguendo le indicazioni della Corte. E già questo è un fatto clamoroso. Ma il paradosso è che, almeno nel comunicato diffuso dall'ufficio stampa della Consulta, non si accenna al destino giudiziario di Marco Cappato, colui che portò Fabiano Antoniani, Dj Fabo, a morire in una struttura specializzata in Svizzera. Non si parla del suo processo, che doveva essere il cuore del pronunciamento della Corte. Cappato resta così in bilico, in attesa di una decisione di un qualche giudice. Ma la campagna mediatica che verrà orchestrata a partire da oggi sfonderà quella breccia che la decisione di ieri sera ha aperto. D'altra parte, già 4.000 camici bianchi hanno dichiarato che praticheranno l'obiezione di coscienza e non indurranno la morte se venisse loro chiesto, come ha garantito il vicepresidente dell'Associazione medici cattolici italiani.È una svolta clamorosa per l'Italia, che ha sempre punito con severità qualsiasi azione che potesse agevolare la fine anticipata di una vita. Compreso il gesto - che si vorrebbe fare passare come «pietoso» - di esaudire la volontà di un malato grave il quale ha perso la speranza e la forza di reagire, e chiede che venga posta fine alle proprie sofferenze. Dj Fabo era cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale: un invalido gravissimo, aiutato dalle macchine nelle funzioni vitali, ma non un malato terminale. Cappato, tesoriere e portabandiera dell'associazione radicale intitolata a Luca Coscioni, non si è limitato ad aiutare il gesto estremo. Tornato a Milano, si è autodenunciato e si è fatto processare. All'atto di presunta pietà si è aggiunta la provocazione, l'intenzione di creare il caso e il caos normativo che è giunto all'apice nel palazzo della Consulta che ieri ha emesso il verdetto.La Corte aveva già affrontato la vicenda un anno fa. L'orientamento emerso era chiaro: la legge in vigore è troppo punitiva. Ma i giudici costituzionali avevano scelto di soprassedere fino al 24 settembre 2019, due giorni fa, in modo che il Parlamento potesse intervenire nel frattempo. Un anno non è stato sufficiente. La vecchia maggioranza gialloblù non ha mai avviato il dibattito alle Camere. Ora l'aria è cambiata. Il nuovo asse Pd-M5s vorrebbe smantellare pietra su pietra quanto costruito dalla componente leghista del vecchio esecutivo: l'essersi liberati di Matteo Salvini ha consentito la sterzata sulla gestione degli sbarchi e ora ha creato un clima non ostile a una rivoluzione normativa che contraddice il diritto naturale e uno dei valori su cui è fondata l'Italia e l'Occidente, cioè che la vita è un bene intangibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-consulta-apre-la-via-alleutanasia-smontato-il-reato-di-aiuto-al-suicidio-2640630514.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronta-la-legge-giallorossa-firmata-cirinna" data-post-id="2640630514" data-published-at="1780511082" data-use-pagination="False"> Pronta la legge giallorossa: firmata Cirinnà Due parole, «farmaco letale», in un fiume di discorsi, considerazioni, riflessioni. Due parole che caratterizzano il disegno di legge sull'eutanasia presentato ieri a Palazzo Madama dalla prima firmataria, la senatrice del Pd Monica Cirinnà. Il testo è stato sottoscritto anche da Tommaso Cerno (Pd), Loredana De Petris (Leu), Matteo Mantero (M5s), Riccardo Nencini (Psi-Iv), Paola Nugnes (Leu) e Roberto Rampi (Pd). Il provvedimento interviene sul delitto di aiuto al suicidio previsto dall'articolo 580 del codice penale, norma che, secondo la Cirinnà «non assicura più il bilanciamento tra il valore della vita e la tutela dell'autodeterminazione garantita dall'articolo 32 della Costituzione». La legislazione, spiega la senatrice del Pd, «consente una doppia scelta di rinuncia ai trattamenti sanitari e di sedazione profonda. Questa scelta lascia un gap di tempo che con la nostra proposta potrebbe essere abbreviata: abbiamo infatti inserito la possibilità del farmaco letale». La possibilità di somministrare un farmaco letale, inevitabilmente, è destinata a provocare infinite polemiche, poiché si tratta di una vera e propria morte di Stato. La Cirinnà lo sa bene, e precisa che l'induzione farmacologica della morte è rivolta solo a pazienti «con patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili» e capaci «di prendere libere decisioni». «Una proposta in più tra le tante che sono già state depositate», tengono a precisare i firmatari del ddl, quasi a voler minimizzare gli effetti dirompenti di questo disegno di legge che, sottolinea la Cirinnà, «non va in contrasto con i ddl già depositati e con la sentenza della Consulta». Con il disegno di legge presentato ieri, argomenta la senatrice Dem, «potrebbe essere abbreviato il tempo già consentito dalla legge per il semplice motivo che quando ti trovi in sedazione profonda sottoponi te stesso all'attesa della morte che non sappiamo quanto può essere lungo. Noi introduciamo quello che manca in tutti gli altri testi, e cioè il farmaco letale». Cirinnà ricorda che la Consulta «lo ha detto: l'attesa in sedazione profonda continuativa non può corrispondere alla dignità del morire. Quindi nella sua libertà di scelta il paziente può scegliere di diminuire il tempo di attesa». La senatrice tiene a precisare che questo non è il testo del Pd, ma dei senatori che l'hanno sottoscritto: «Il parlamento decida», dice Monica Cirinnà, «decida presto ma decida, perché decidere di non decidere è una scelta che non possiamo più sostenere. Negli scorsi mesi la Camera dei deputati ha avviato una discussione che, tuttavia, non ha prodotto esiti. Al Senato sono stati presentati alcuni disegni di legge con diverse soluzioni tecniche che si fanno carico di rispondere alla richiesta della Corte costituzionale. Questo ddl costituisce un ulteriore contributo al dibattito», precisa la Cirinnà, l'intervento auspicato dalla Corte riguarda l'attuale formulazione dell'articolo 580 del codice penale, per eliminare l'irragionevole unicità delle due diverse fattispecie di istigazione e aiuto al suicidio, ivi contemplate. Per questo, secondo la Corte costituzionale ben potrebbe il legislatore consentire che, nei casi in cui è già prefigurato dalla legge l'esito mortale come conseguenza della sospensione dei trattamenti sanitari, venga somministrato al malato un farmaco idoneo a provocarne la morte rapidamente e senza dolore, prevedendo al contempo idonee garanzie». «La Corte costituzionale», argomenta la Cirinnà, «ha dato al legislatore l'irripetibile opportunità di rispondere in modo serio e ponderato alla domanda di riconoscimento che si leva dal corpo stesso dei malati. Una risposta sensibile alla dignità del morente e alla garanzia della miglior qualità di vita possibile, in armonia con la sua autodeterminazione e la sua visione della morte». «Ribadiamo con la presentazione di questo disegno di legge che una via tecnica e politica può essere percorsa, nel pieno rispetto dei principi enunciati dalla Corte». «Il legislatore non è chiamato a dare la morte», sottolinea la senatrice del Pd, «né a rinunciare all'obbligo di prendersi cura di ogni persona malata. Piuttosto, è chiamato a confrontarsi, con umiltà, con le forme che può assumere, nella concretezza delle situazioni di vita, la dignità personale, riconoscendola con rispetto. In quest'ottica, mettendo al centro la persona del malato e la sua libertà di scelta, il ddl non fa altro», conclude Monica Cirinnà, «che disciplinare, con le opportune garanzie, la possibilità di consentire a chi già sta morendo di poterlo fare in modo corrispondente alla propria visione della dignità del morire». La senatrice del Pd ne approfitta anche per condannare «chi ha fatto manifesti dicendo che si tratta di persone come gli anoressici: si deve vergognare perché strumentalizza il dolore». Il riferimento sembra essere a una recente iniziativa di ProVita, a suo dire «un osceno caso di disinformazione per cercare di colpire i cittadini con dei manifesti che sono osceni. Stiamo parlando di applicare l'aiuto medico a morire esclusivamente a pazienti capaci di intendere e volere e che scelgano liberamente, che siano afflitti da patologie irreversibili e che ne siano consapevoli e che siano vittime di dolori insopportabili».
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 3 giugno 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela i dettagli delle indagini sulla strage dei braccianti di Amendolara.