True
2020-05-08
La Caporetto totale dei manettari. Quasi 500 galeotti vogliono uscire
Ansa
La ricognizione sui boss che hanno chiesto di uscire perché a rischio Covid è arrivata a quota 456. Ed è parziale. La relazione del post Basentini è stata inviata al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dal vicecapo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Roberto Tartaglia ed è stata aggiornata con gli ultimi cento e passa nomi di detenuti al 41 bis, il regime di carcere duro, o nei circuiti dell'Alta sicurezza. «Deve precisarsi», è scritto nel documento indicato come «riservato», «che il dato relativo al numero delle istanze prendenti presentate non comprende quelle che i detenuti potrebbero avere avanzato per il tramite dei propri difensori di fiducia o per il tramite dei familiari, oppure potrebbero avere trasmesso in busta chiusa all'Autorità giudiziaria, per acquisire le quali saranno necessari sicuramente tempi più lunghi».
Dei 456 boss di cui si conoscono le istanze «225 sono detenuti definitivi», come si legge nella relazione e «231 sono detenuti in attesa di primo giudizio, imputati, appellanti e ricorrenti». Ci sarà quindi una terza comunicazione più completa. Per ora, quindi, l'emorragia non sembra facilmente arrestabile, nonostante i proclami del Guardasigilli.
E ora a creare ulteriore imbarazzo a via Arenula c'è anche altra documentazione: un carteggio di fuoco tra l'ex capo del Dap Basentini e il presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra. Uno scambio di invettive che ha inizio il 22 aprile. Morra scrive a Basentini, che nel frattempo ha rassegnato le dimissioni, per sollecitare, si legge nella lettera l'acquisizione e la trasmissione alla Commissione «con ogni cortese sollecitudine, tutti i riferimenti, e se del caso anche i fascicoli personali, dei detenuti, a procedimenti esitati in decisioni della magistratura di sorveglianza incidenti sul regime detentivo di persone chiamate a scontare la pena per reati di cui all'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario (quelli che indicano la pericolosità sociale, ndr)». Ma non è l'unica richiesta: Morra vorrebbe anche conoscere «se vi siano state determinazioni che abbiano inciso su uno o più detenuti sottoposti alla misura del 41 bis».
Il carteggio tra la Commissione antimafia e il Dap va avanti per giorni. I toni sono più che accesi. Il 24 aprile Morra scrive di nuovo. E sollecita l'invio dei dati «di cui dispone il Dipartimento» su alcuni detenuti, tra cui Giuseppe Trubia, Pasquale Cristiano, Giuseppe Marotta, «per i quali è stata disposta una modifica del regime di esecuzione penale». Due giorni dopo l'ex capo del Dap invia i dati richiesti. Ma Morra non è sazio. Il 29 aprile manda una nuova richiesta. Questa volta la Commissione chiede al Dap «di acquisire i documenti relativi alle modifiche del regime penale intramurario per i detenuti condannati per i reati di cui all'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario». E con altrettanta forza chiede notizie delle prime scarcerazioni dei boss. «Alcuni commissari si sono anche vivamente lamentati», scrive Morra, «del fatto che non sia pervenuta risposta alla richiesta di acquisizione dei dati da me avanzata il 22 aprile. Torno, dunque, a chiederle di evadere al più presto quella richiesta di acquisizione». Quello stesso giorno arriva la risposta di Basentini con l'elenco richiesto. Alla lettera vengono allegati anche i provvedimenti emessi dalla magistratura di Sorveglianza che erano disponibili. Ma la Commissione presieduta da Morra non è stata l'unica a lamentare di aver ricevuto notizie in ritardo dal Dap.
La circolare denominata ormai «Tana libera tutti» è stata trasmessa alla Procura nazionale antimafia solo un mese dopo. A svelarlo è stato il procuratore Federico Cafiero de Raho: «Il 21 marzo c'è stata la nota dell'amministrazione penitenziaria rivolta agli istituti penitenziari in cui si diceva che era necessario esaminare le condizioni di salute dei singoli detenuti e tramettere ai tribunali di Sorveglianza perché valutassero la compatibilità della detenzione in questo momento di rischio, di questa nota la Direzione nazionale antimafia ha appreso l'esistenza solo il 21 aprile». E, per quanto riguarda i boss in 41 bis, aggiunge de Raho, «non si comprende perché ci fosse questa preoccupazione si tratta di detenuti in isolamento e dunque impossibili da contagiare, bastava un termo scanner». Tra i fuoriusciti c'è Francesco Bonura, il colonnello di Bernardo Provenzano condannato in via definitiva per mafia, che è potuto tornare a casa perché «in carcere il rischio contagio coronavirus è più alto», scrive nel provvedimento di scarcerazione il magistrato del tribunale di Sorveglianza. La toga riporta il quadro clinico dell'anziano boss e sottolinea i presupposti «per il differimento facoltativo dell'esecuzione della pena», anche «tenuto conto dell'attuale emergenza sanitaria e del correlato rischio di contagio». E nell'elenco di chi comincia a spingere ci sono anche i gruppi romani: gli esponenti del clan Spada, dei Casamonica e dei Fasciani.
Intanto il decreto-tampone è per aria.«Stiamo ragionando, serve cautela»
«Adelante Pedro, ma con juicio». Sì, viene proprio in mente Antonio Ferrer, il cancelliere spagnolo di Milano che nei Promessi sposi sprona il cocchiere ad avanzare tra la folla inferocita per la fame, ma senza correre. Allo stesso modo, il ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, mercoledì ha annunciato alla Camera un decreto per chiudere in poche ore la stagione delle scarcerazioni per motivi sanitari dei boss mafiosi, e le polemiche che ha scatenato. Ma è stato un bluff. Perché per quel decreto, così «urgente», ci vorrà molto tempo. E anche molto juicio.
Due giorni fa, Bonafede aveva spiegato ai deputati che il nuovo decreto, «in cantiere» e quindi imminente, avrebbe permesso ai Tribunali di sorveglianza «di rivalutare la persistenza dei presupposti per le scarcerazioni dei detenuti di alta sicurezza e al 41 bis (il regime di detenzione speciale, riservato ai reclusi di mafia e particolarmente pericolosi, ndr)». Quel decreto, insomma, avrebbe riportato in un batter d'occhi tra le mura di una prigione i boss mafiosi Vincenzo Iannazzo, Francesco Bonura, Pasquale Zagaria e Vincenzo Di Piazza, usciti dall'isolamento del 41 bis, e tutti gli altri 372 pericolosi criminali che nelle ultime settimane - per motivi di salute e per il rischio Covid-19 - erano stati trasferiti da celle ad alta sicurezza agli arresti domiciliari.
Bonafede aveva voluto annunciare quel decreto a tutti i costi, l'altro ieri, forse perché così sperava di stemperare la devastante querelle che da giorni lo oppone al magistrato antimafia Nino Di Matteo. Domenica sera, in tv, il pubblico ministero palermitano aveva accusato il ministro di avergli offerto nel 2018 la poltrona di capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, e di avergliela poi improvvisamente negata. Di Matteo aveva accostato la marcia indietro del ministro alle proteste dei mafiosi detenuti, contrariati alla sola ipotesi che il governo delle carceri finisse nelle sue mani. Instillando il dubbio che Bonafede si fosse piegato a una specie di «sgradimento mafioso».
Per questo il Guardasigilli, dopo aver varato il 30 aprile un decreto che ha subordinato la scarcerazione di ogni detenuto «pericoloso» al vaglio preventivo della Procura nazionale antimafia, mercoledì aveva aggiunto al medagliere della sua «antimafiosità» il nuovo decreto per riportare in cella i 376 detenuti scarcerati. Per averlo annunciato, Bonafede era stato perfino criticato (con qualche ragione): la notizia dell'imminente giro di vite, infatti, avrebbe potuto suggerire la fuga a molti dei criminali usciti da una cella di sicurezza e chiusi in casa.
Ieri, invece, s'è capito che siamo ancora in alto mare. Il sottosegretario pd alla Giustizia, Andrea Giorgis, ha invitato tutti a una serena attesa: «Questo decreto», ha detto, «non ha ancora un contenuto definito perché stiamo ragionando su come far sì che i Tribunali di sorveglianza possano rivedere le decisioni (sulle scarcerazioni, ndr) alla luce del cambiamento dell'andamento dell'epidemia, e su come preservare l'autonomia della magistratura e i capisaldi della Costituzione». Il sottosegretario ha spiegato poi che «serve cautela, perché ogni intervento deve rispettare l'armonia e l'equilibrio del sistema penalistico-processuale».
Del resto, era chiaro che il brusco dietro-front postulato da Bonafede non sarebbe stato facile. Sempre ieri un giurista competente come Giovanni Tamburino, già presidente di Tribunali di sorveglianza e capo del Dap, ha escluso che il nuovo decreto Bonafede possa «avere l'effetto diretto di ripristinare il carcere, in quanto ogni decisione dovrà comunque passare il vaglio dell'autorità giudiziaria». Quindi per riportare in cella i 376 criminali occorrerà davvero molto tempo: prima bisognerà completare e varare il decreto-che-non-c'è, e poi si dovranno attendere i tempi dei tribunali. Si spera solo che mafiosi e criminali, nell'attesa, non prendano davvero la via della fuga.
Sempre in tema di prigioni, ieri è girata un'altra voce, poi rivelatasi un bluff. La voce sosteneva che Francesco Basentini, l'ex capo del Dap costretto il 30 aprile alle dimissioni proprio per le polemiche seguite alle scarcerazioni dei boss, fosse stato cooptato da Bonafede nella task force per le carceri.
Notizia inverosimile: uscito dalla porta, Basentini sarebbe rientrato dalla finestra? Va detto che, nel magico mondo di questo governo, tutto è possibile. Proprio come un decreto urgentissimo che, per il suo varo, richiede tempo. Molto tempo.
Continua a leggereRiduci
Il cortocircuito creato da Alfonso Bonafede e Dap allunga la lista dei boss che chiedono di andare a casa. Il ministero: «È ancora parziale».Il governo si impantana persino sull'intervento per rispedire in galera i più pericolosi.Lo speciale contiene due articoliLa ricognizione sui boss che hanno chiesto di uscire perché a rischio Covid è arrivata a quota 456. Ed è parziale. La relazione del post Basentini è stata inviata al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dal vicecapo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Roberto Tartaglia ed è stata aggiornata con gli ultimi cento e passa nomi di detenuti al 41 bis, il regime di carcere duro, o nei circuiti dell'Alta sicurezza. «Deve precisarsi», è scritto nel documento indicato come «riservato», «che il dato relativo al numero delle istanze prendenti presentate non comprende quelle che i detenuti potrebbero avere avanzato per il tramite dei propri difensori di fiducia o per il tramite dei familiari, oppure potrebbero avere trasmesso in busta chiusa all'Autorità giudiziaria, per acquisire le quali saranno necessari sicuramente tempi più lunghi». Dei 456 boss di cui si conoscono le istanze «225 sono detenuti definitivi», come si legge nella relazione e «231 sono detenuti in attesa di primo giudizio, imputati, appellanti e ricorrenti». Ci sarà quindi una terza comunicazione più completa. Per ora, quindi, l'emorragia non sembra facilmente arrestabile, nonostante i proclami del Guardasigilli. E ora a creare ulteriore imbarazzo a via Arenula c'è anche altra documentazione: un carteggio di fuoco tra l'ex capo del Dap Basentini e il presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra. Uno scambio di invettive che ha inizio il 22 aprile. Morra scrive a Basentini, che nel frattempo ha rassegnato le dimissioni, per sollecitare, si legge nella lettera l'acquisizione e la trasmissione alla Commissione «con ogni cortese sollecitudine, tutti i riferimenti, e se del caso anche i fascicoli personali, dei detenuti, a procedimenti esitati in decisioni della magistratura di sorveglianza incidenti sul regime detentivo di persone chiamate a scontare la pena per reati di cui all'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario (quelli che indicano la pericolosità sociale, ndr)». Ma non è l'unica richiesta: Morra vorrebbe anche conoscere «se vi siano state determinazioni che abbiano inciso su uno o più detenuti sottoposti alla misura del 41 bis». Il carteggio tra la Commissione antimafia e il Dap va avanti per giorni. I toni sono più che accesi. Il 24 aprile Morra scrive di nuovo. E sollecita l'invio dei dati «di cui dispone il Dipartimento» su alcuni detenuti, tra cui Giuseppe Trubia, Pasquale Cristiano, Giuseppe Marotta, «per i quali è stata disposta una modifica del regime di esecuzione penale». Due giorni dopo l'ex capo del Dap invia i dati richiesti. Ma Morra non è sazio. Il 29 aprile manda una nuova richiesta. Questa volta la Commissione chiede al Dap «di acquisire i documenti relativi alle modifiche del regime penale intramurario per i detenuti condannati per i reati di cui all'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario». E con altrettanta forza chiede notizie delle prime scarcerazioni dei boss. «Alcuni commissari si sono anche vivamente lamentati», scrive Morra, «del fatto che non sia pervenuta risposta alla richiesta di acquisizione dei dati da me avanzata il 22 aprile. Torno, dunque, a chiederle di evadere al più presto quella richiesta di acquisizione». Quello stesso giorno arriva la risposta di Basentini con l'elenco richiesto. Alla lettera vengono allegati anche i provvedimenti emessi dalla magistratura di Sorveglianza che erano disponibili. Ma la Commissione presieduta da Morra non è stata l'unica a lamentare di aver ricevuto notizie in ritardo dal Dap. La circolare denominata ormai «Tana libera tutti» è stata trasmessa alla Procura nazionale antimafia solo un mese dopo. A svelarlo è stato il procuratore Federico Cafiero de Raho: «Il 21 marzo c'è stata la nota dell'amministrazione penitenziaria rivolta agli istituti penitenziari in cui si diceva che era necessario esaminare le condizioni di salute dei singoli detenuti e tramettere ai tribunali di Sorveglianza perché valutassero la compatibilità della detenzione in questo momento di rischio, di questa nota la Direzione nazionale antimafia ha appreso l'esistenza solo il 21 aprile». E, per quanto riguarda i boss in 41 bis, aggiunge de Raho, «non si comprende perché ci fosse questa preoccupazione si tratta di detenuti in isolamento e dunque impossibili da contagiare, bastava un termo scanner». Tra i fuoriusciti c'è Francesco Bonura, il colonnello di Bernardo Provenzano condannato in via definitiva per mafia, che è potuto tornare a casa perché «in carcere il rischio contagio coronavirus è più alto», scrive nel provvedimento di scarcerazione il magistrato del tribunale di Sorveglianza. La toga riporta il quadro clinico dell'anziano boss e sottolinea i presupposti «per il differimento facoltativo dell'esecuzione della pena», anche «tenuto conto dell'attuale emergenza sanitaria e del correlato rischio di contagio». E nell'elenco di chi comincia a spingere ci sono anche i gruppi romani: gli esponenti del clan Spada, dei Casamonica e dei Fasciani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-caporetto-totale-dei-manettari-quasi-500-galeotti-vogliono-uscire-2645945781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-il-decreto-tampone-e-per-aria-stiamo-ragionando-serve-cautela" data-post-id="2645945781" data-published-at="1588877265" data-use-pagination="False"> Intanto il decreto-tampone è per aria.«Stiamo ragionando, serve cautela» «Adelante Pedro, ma con juicio». Sì, viene proprio in mente Antonio Ferrer, il cancelliere spagnolo di Milano che nei Promessi sposi sprona il cocchiere ad avanzare tra la folla inferocita per la fame, ma senza correre. Allo stesso modo, il ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, mercoledì ha annunciato alla Camera un decreto per chiudere in poche ore la stagione delle scarcerazioni per motivi sanitari dei boss mafiosi, e le polemiche che ha scatenato. Ma è stato un bluff. Perché per quel decreto, così «urgente», ci vorrà molto tempo. E anche molto juicio. Due giorni fa, Bonafede aveva spiegato ai deputati che il nuovo decreto, «in cantiere» e quindi imminente, avrebbe permesso ai Tribunali di sorveglianza «di rivalutare la persistenza dei presupposti per le scarcerazioni dei detenuti di alta sicurezza e al 41 bis (il regime di detenzione speciale, riservato ai reclusi di mafia e particolarmente pericolosi, ndr)». Quel decreto, insomma, avrebbe riportato in un batter d'occhi tra le mura di una prigione i boss mafiosi Vincenzo Iannazzo, Francesco Bonura, Pasquale Zagaria e Vincenzo Di Piazza, usciti dall'isolamento del 41 bis, e tutti gli altri 372 pericolosi criminali che nelle ultime settimane - per motivi di salute e per il rischio Covid-19 - erano stati trasferiti da celle ad alta sicurezza agli arresti domiciliari. Bonafede aveva voluto annunciare quel decreto a tutti i costi, l'altro ieri, forse perché così sperava di stemperare la devastante querelle che da giorni lo oppone al magistrato antimafia Nino Di Matteo. Domenica sera, in tv, il pubblico ministero palermitano aveva accusato il ministro di avergli offerto nel 2018 la poltrona di capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, e di avergliela poi improvvisamente negata. Di Matteo aveva accostato la marcia indietro del ministro alle proteste dei mafiosi detenuti, contrariati alla sola ipotesi che il governo delle carceri finisse nelle sue mani. Instillando il dubbio che Bonafede si fosse piegato a una specie di «sgradimento mafioso». Per questo il Guardasigilli, dopo aver varato il 30 aprile un decreto che ha subordinato la scarcerazione di ogni detenuto «pericoloso» al vaglio preventivo della Procura nazionale antimafia, mercoledì aveva aggiunto al medagliere della sua «antimafiosità» il nuovo decreto per riportare in cella i 376 detenuti scarcerati. Per averlo annunciato, Bonafede era stato perfino criticato (con qualche ragione): la notizia dell'imminente giro di vite, infatti, avrebbe potuto suggerire la fuga a molti dei criminali usciti da una cella di sicurezza e chiusi in casa. Ieri, invece, s'è capito che siamo ancora in alto mare. Il sottosegretario pd alla Giustizia, Andrea Giorgis, ha invitato tutti a una serena attesa: «Questo decreto», ha detto, «non ha ancora un contenuto definito perché stiamo ragionando su come far sì che i Tribunali di sorveglianza possano rivedere le decisioni (sulle scarcerazioni, ndr) alla luce del cambiamento dell'andamento dell'epidemia, e su come preservare l'autonomia della magistratura e i capisaldi della Costituzione». Il sottosegretario ha spiegato poi che «serve cautela, perché ogni intervento deve rispettare l'armonia e l'equilibrio del sistema penalistico-processuale». Del resto, era chiaro che il brusco dietro-front postulato da Bonafede non sarebbe stato facile. Sempre ieri un giurista competente come Giovanni Tamburino, già presidente di Tribunali di sorveglianza e capo del Dap, ha escluso che il nuovo decreto Bonafede possa «avere l'effetto diretto di ripristinare il carcere, in quanto ogni decisione dovrà comunque passare il vaglio dell'autorità giudiziaria». Quindi per riportare in cella i 376 criminali occorrerà davvero molto tempo: prima bisognerà completare e varare il decreto-che-non-c'è, e poi si dovranno attendere i tempi dei tribunali. Si spera solo che mafiosi e criminali, nell'attesa, non prendano davvero la via della fuga. Sempre in tema di prigioni, ieri è girata un'altra voce, poi rivelatasi un bluff. La voce sosteneva che Francesco Basentini, l'ex capo del Dap costretto il 30 aprile alle dimissioni proprio per le polemiche seguite alle scarcerazioni dei boss, fosse stato cooptato da Bonafede nella task force per le carceri. Notizia inverosimile: uscito dalla porta, Basentini sarebbe rientrato dalla finestra? Va detto che, nel magico mondo di questo governo, tutto è possibile. Proprio come un decreto urgentissimo che, per il suo varo, richiede tempo. Molto tempo.
Matteo Salvini. Nel riquadro, Jonathan Rivolta (Ansa)
Da mercoledì su Lonate Pozzolo è calata una nebbia fitta fatta di paura, dolore e rabbia. Il centro di circa undicimila abitanti, compreso tra Varese e Milano, è finito sotto i riflettori nazionali per la rapina in villa finita in tragedia. Da giorni, nessuno lì più vive e dorme sereno: i residenti hanno paura; la famiglia di Jonathan Maria Rivolta si è trincerata nel silenzio e nell’angoscia; i parenti di Adamo Massa difendono «il lavoro» del trentasettenne di etnia rom morto a seguito di ferite riportate mentre stava rapinando una villa. Gli investigatori, sin da subito, si sono messi sulle tracce dei due complici che hanno «scaricato» Massa davanti all’ospedale. Stanno passando al setaccio ogni zona del Varesotto fino ad arrivare a Torino al campo rom dove la vittima abitava. Le indagini proseguono e sono coordinate dalla Procura di Busto Arsizio. Alcune risposte ai tanti interrogativi potranno giungere dagli esiti dell’esame autoptico che sarà eseguito il 22 gennaio sul corpo dell’uomo. Secondo quanto è stato ricostruito, Massa attorno alle 11 di mercoledì, è entrato nella villa dove risiede Jonathan con la sua famiglia, rompendo un vetro della finestra. Con il passare dei giorni, emergono nuovi elementi e dettagli che stanno consentendo agli investigatori di avere un quadro completo di quanto accaduto in quella «mattina da incubo» quando il giovane proprietario di casa è stato svegliato all’improvviso dal rumore dei vetri infranti e poi, probabilmente, anche dal suono del campanello perché da quanto è emerso sembra che i due ladri avessero pure provato a suonare per «accertarsi» che in casa non ci fosse nessuno. Ma il ragazzo stava dormendo e, quindi, forse i due pensavano che la villa fosse vuota in quel momento. Non era così. Jonathan ha sentito i rumori, ha sceso le scale e all’improvviso, si è visto in casa due ladri che - come ha più volte ripetuto agli investigatori - lo avrebbero aggredito e preso a pugni al punto che lui, temendo di essere ammazzato, si è difeso con uno dei primi oggetti che ha trovato, ovvero un pugnale contenuto nel kit di sopravvivenza per le escursioni che il giovane aveva in casa.
Nella colluttazione, Massa è stato ferito con due colpi, uno al torace e uno all’addome. Questa è la versione riferita dal proprietario di casa ai pm e che è stata ritenuta una «versione attendibile e credibile». A questo punto, gli investigatori stanno ricostruendo i tasselli della vicenda mettendo insieme anche gli elementi venuti fuori dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona dell’ospedale di Magenta dove il rom è stato lasciato. Ad abbandonarlo ferito gravemente e sanguinante sono stati l’uomo che era in casa a rubare con Massa e l’altro complice che faceva il «palo» all’esterno della villa. Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire il viaggio dal luogo del furto all’esterno dell’ospedale: il tragitto compiuto sarebbe stato di venti chilometri e della durata di circa quindici minuti. Infatti, quando i medici dell’ospedale lo hanno preso in cura hanno subito capito che le sue condizioni erano disperate. Si tratta di un altro aspetto delicato di questa vicenda sul quale le indagini dovranno fare chiarezza perché bisognerà accertare se «quel viaggio» possa essere stato letale per la vittima, dal momento che il trentasettenne è rimasto per circa quindici minuti sanguinante e senza cure.
Intanto, ieri il pubblico ministero Nadia Calcaterra, che coordina le indagini, ha notificato gli avvisi alle parti e Jonathan Maria Rivolta, fino a questo momento, non risulta indagato. Gli inquirenti, per il momento, propendono per l’ipotesi della legittima difesa perché la sua versione dei fatti è stata ritenuta «credibile» e, quindi, il giovane avrebbe agito «esclusivamente per legittima difesa». Infatti, è opportuno ribadirlo, in Procura è stato aperto un unico fascicolo per «tentata rapina». Il sindaco di Lonate, Elena Carraro, ha incontrato i familiari di Rivolta, e ha spiegato che, oltre allo shock «e alla stato di forte pressione dovuta al momento, temono ritorsioni». Da quanto è emerso, infatti, da alcuni giorni alcuni degli abitanti della zona stanno facendo «le ronde» per tutelare la loro incolumità nel timore di «qualche vendetta» da parte dei rom che, già nel giorno della rapina, hanno assediato l’ospedale di Magenta e in preda al dolore per la morte di Massa hanno protestato violentemente davanti al Pronto soccorso. L’aria è molto tesa anche nel campo rom di corso Unione Sovietica, nella periferia Sud di Torino, dove la vittima risiedeva. «Era lì per lavorare, lascia tre figli, non è giusto ammazzare», è stato lo sfogo (surreale) di uno dei cugini della vittima che ieri è stato intervistato all’interno del campo rom dai giornalisti della trasmissione Ore 14 Sera in onda su Rai2. «Lascia tre figli, uno di pochi mesi, uno di 15 e l’altro di 18», ha aggiunto il cugino, «La mia idea? Non è una cosa giusta per me, non è giusto neanche il nostro lavoro ma non è giusto ammazzare. Non è vero che hanno picchiato il proprietario di casa, sono bugie. Adamo era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». La vittima viveva in uno dei campi rom disseminati in Italia in cui coesistono illegalità e violenza. E non è semplice per gli inquirenti indagare in un contesto dove sussistono sacche di omertà che scandiscono la quotidianità. Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha voluto mandare «un abbraccio a quel ragazzo e capisco che possa essere sconvolto, perché una morte è sempre una morte ed è sempre una sconfitta e non è mai un successo e non c’è niente da celebrare. Non riesco a trovare spazi per attaccare un ragazzo che ha difeso se stesso, la sua famiglia, i suoi affetti, la sua vita. Se i rapinatori e i ladri facessero un mestiere onesto non rischierebbero di morire».
Lite tra nordafricani: ucciso a scuola
È mezzogiorno appena passato quando in un’aula dell’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, mentre il professore sta facendo lezione, uno studente di 18 anni di origini egiziane viene accoltellato da un compagno diciannovenne (origini marocchine ma nato in Italia), che si era portato da casa nello zaino un coltello da cucina. E, per questo, gli inquirenti, che l’hanno subito arrestato, hanno pensato di contestargli il tentato omicidio aggravato dalla premeditazione. Che in serata, purtroppo, diventerà omicidio. La vittima, infatti, con la milza perforata e in arresto cardiocircolatorio causato dall’emorragia, è stata operata d’urgenza in condizioni critiche. In serata è giunta notizia del decesso. Secondo le prime ricostruzioni, la lite tra i due sarebbe cominciata poco prima nei bagni dell’istituto, probabilmente, ipotizzano gli investigatori, per motivi sentimentali. Poi l’escalation. L’aggressione si consuma in aula, dove la vittima avrebbe cercato rifugio. È lì che il diciottenne viene colpito a un fianco. La coltellata è devastante. Perfora la milza. Attraversa il diaframma, colpisce la parte inferiore del polmone sinistro. La corsa contro il tempo dura 90 minuti. Alla fine il battito riparte. Resta sotto i ferri per oltre tre ore. I chirurghi riescono a ridurre le lesioni. L’operazione riesce. Sembra ci siano speranze per i familiari e i compagni di scuola (una cinquantina) assiepati fuori dall’ospedale dal primo pomeriggio. Poi, dopo qualche ora, in terribile aggiornamento. Sugli smartphone gira un’immagine: molti sostengono che sarebbe l’arma usata per l’aggressione, una lama lunga una ventina di centimetri. Nel frattempo, dentro e fuori la scuola, parte la ricostruzione giudiziaria. Gli agenti della polizia di Stato entrano nell’istituto, raccolgono testimonianze tra docenti (compreso il prof che è riuscito a disarmare l’aggressore) e studenti, cercano di mettere in fila i passaggi di una violenza esplosa in pochi minuti ma preparata, forse, prima. Stando ad alcune testimonianze ci sarebbe anche un messaggio dell’aggressore inviato alla vittima nella giornata di giovedì. Il tono sarebbe minaccioso e viene riassunto con queste parole: «Domani ti sistemo io». Al momento però si tratta di una indiscrezione non confermata (ma neanche smentita) da chi indaga. E mentre la polizia scientifica effettua i rilievi nell’aula che si è trasformata nella scena del crimine, la squadra mobile lavora sulla dinamica, ancora in fase di ricostruzione, e sul movente. L’arma viene recuperata e repertata. Il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara interviene con una nota: «Quanto accaduto è di una gravità assoluta. Allo studente ferito e alla sua famiglia va la mia sentita vicinanza. Episodi di questo genere non devono trovare spazio nella nostra società. La scuola è impegnata a trasmettere valori e a insegnare il rispetto delle persone e delle regole, nel dialogo e nel rifiuto di ogni forma di violenza». «Tra i banchi si portano libri, quaderni e matite, non coltelli e armi. Al lavoro per misure ancora più restrittive e tolleranza zero», ha commentato il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. E infatti nel nuovo pacchetto sicurezza sono presenti misure di divieto assoluto di porto di armi da taglio con divieto di vendita di coltelli ai minori, sia nei negozi fisici sia sulle piattaforme online (previste anche sanzioni per i genitori). Il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro ha quindi auspicato «che le opposizioni collaborino alla rapida approvazione delle misure elaborate dal Viminale».
Continua a leggereRiduci
Jonathan Rivolta (Ansa)
Due giorni fa il ragazzo si è trovato due ladri rom in casa, una villetta a Lonate Pozzolo, nel Varesotto. È stato aggredito, riportando una ferita alla testa. Ha reagito e uno dei malviventi - Adamo Massa, 37 anni, una sfilza di precedenti alle spalle - ha avuto la peggio. Portato dai suoi complici all’ospedale di Magenta, è deceduto per una coltellata ricevuta all’addome. Subito dopo, 200 nomadi si sono riversati in ospedale, creando caos. E chiedendo vendetta, particolare non proprio trascurabile per la sicurezza e la stabilità emotiva dei Rivolta. Il sindaco di Lonate, Elena Carraro, ha spiegato che i familiari, oltre allo choc «e alla stato di forte pressione dovuta al momento, temono ritorsioni».
«Era lì per lavorare come fanno tutti», ha dichiarato il cugino di Massa, alle telecamere di Ore 14 Sera. I giudici del primo vero grado di giudizio italiano, quello dei media, parrebbero dello stesso avviso di questo fine sociologo del lavoro proveniente dal campo rom di corso Unione sovietica, alla periferia Sud di Torino. Ecco allora partire la mostrificazione di Jonathan Rivolta, della sua famiglia, della sua zona. Giusto quel che serve per pompare a dovere la voglia di vendetta del mondo nomade.
Sul Corriere della Sera, Andrea Galli si prende sulle spalle il compito di forgiare, con acrimonia quasi personale, la character assassination di tutta una città. In un primo articolo spara bile contro Lonate sin dal punto di vista urbanistico: «Palazzine e villette venute su negli anni Sessanta e Settanta. Un po’ come capitava. La praticità, non l’estetica». Un luogo «dove c’è brutta gente. Cattiva. Lo sostengono inchieste e processi». Un genius loci così fetido che neanche Twin Peaks, ma qui si parla di cosche, che nulla c’entrano con la vicenda in questione. Eppure tutti gli articoli riterranno doveroso menzionarle. In compenso, si lamenta Galli, dai locali «non ascoltiamo pensieri su quell’uomo morto ammazzato, Adamo Massa, di anni 37, un balordo per scelta e se vogliamo mestiere». Il cugino rom deve aver contribuito come ghostwriter. Il taglio sul suo addome, aggiunge il cronista, «aveva larghezza e profondità viste di rado». Parte dunque l’operazione di rambizzazione di Jonathan, che Galli prosegue in un ritrattone del ragazzo varesino persino più malevola. Si indugia sul sacco da boxe, i titoli accademici vengono elencati come «pezzi di carta» collezionati quasi maniacalmente, come fosse una stramberia sospetta. «In un cassetto, ma a immediata portata, il coltello di quelli da kit di sopravvivenza». E di uno che tiene i coltelli «a immediata portata» come ci si può fidare? Il cronista del Corriere appare particolarmente spazientito dal fatto che nessuno dei parenti abbia voluto metter su con lui un simposio sui limiti della legittima difesa. Ma del resto cosa aspettarsi da «questo lembo di provincia infastidito dagli aerei di Malpensa, un popolo discepolo di birrifici, sushi, tatuatori e corse con il cane». In pratica una Babilonia di edonisti superficiali, ma resi pure un po’ nervosi dal rombo continuo dei 747: ti credo poi che accoltellano la gente. Non manca un nuovo accenno a fantomatiche ronde ordite dalle ’ndrine.
La ’ndrangheta occupa del resto 2.697 delle 4.438 battute che Marco Birolini dedica alla vicenda sulla Stampa. Salvo ripetere in continuazione che i Rivolta, per carità, loro non c’entrano con la malavita. Chissà perché, allora, rendere questa tragica vicenda un mero corollario di storie calabresi. Ma vuoi mettere il fascino letterario delle divagazioni sulla provincia meccanica, il cliché sul fondale torbido del Paese profondo e industrioso… Tutto questo è però nulla rispetto a quanto è stato capace di fare Paolo Berizzi su Repubblica. Il quale non può esimersi dal portare nella cronaca nera le proprie ossessioni abituali. Ecco quindi che l’ingresso della villetta dei Rivolta (di cui Berizzi fornisce indirizzo completo) appare come «sormontato da due suggestive aquile di pietra». Uno si immagina uno scenario da Triumph des Willens, poi vedi la foto e sono due simil piccioni ornamentali. Il trentenne di Lonate diventa, tout court, «l’accoltellatore Jonathan Rivolta», il «sedicente “digital creator”» dai «bicipiti gonfi e tatuati». Affinché nessun brandello dei manuali di deontologia giornalistica resti integro, si finisce poi in bellezza con delle congetture sulla salute mentale del protagonista, di cui si apprezzerà l’accuratezza clinica: «Si vocifera - ma vai a sapere - di frequenti chiusure in sé stesso».
Ecco il pacchetto dei media per i 200 parenti inferociti di Adamo Massa: l’immagine di una specie di giustiziere di provincia, bicipiti gonfi e coltello alla mano, pure mezzo svitato, attorniato da una famiglia assetata di sangue, che avrebbe ucciso senza motivo un uomo che «stava solo lavorando». C’è pure l’indirizzo, quindi non manca nulla: se i tribunali borghesi assolveranno il mostro, che trionfi la giustizia proletaria (e sinti).
Continua a leggereRiduci
In occasione della Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali che ricorre ogni 17 gennaio, oltre alla versione in italiano, il numero 3660 – in edicola (e su Panini.it) da mercoledì 14 gennaio – è disponibile in Emilia-Romagna, Liguria, Calabria e Valle d'Aosta in 4 versioni speciali, con la storia Paperino lucidatore a domicilio, scritta da Vito Stabile per i disegni di Francesco D'Ippolito, tradotta in bolognese, genovese, catanzarese e francoprovenzale valdostano. Le copie con la storia in dialetto saranno distribuite unicamente nelle edicole della zona regionale di competenza linguistica, mentre nelle altre regioni verrà distribuita la versione in italiano. Sarà però possibile trovare tutte le versioni in fumetteria, su Panini.it, e dal proprio edicolante su Primaedicola.it.
Per declinare Paperino lucidatore a domicilio in bolognese, genovese, catanzarese e francoprovenzale valdostano, Panini Comics si è avvalsa nuovamente della collaborazione di Riccardo Regis – Professore ordinario di Linguistica italiana dell'Università degli Studi di Torino, esperto di dialettologia italiana – che ha coordinato un team di linguisti composto da Daniele Vitali e Roberto Serra (bolognese), Stefano Lusito (genovese), Michele Cosentino (catanzarese) e Fabio Armand (francoprovenzale valdostano).
«Quando un anno fa varammo l' “Operazione dialetti“ non avevamo la minima idea di quello che sarebbe accaduto. Eravamo partiti dal semplice proposito di valorizzare su Topolino la straordinaria varietà linguistica del nostro Paese. La complessità dell'impresa spaventava. Abbiamo lavorato per mesi dietro le quinte e chiesto supporto ad alcuni tra i più riconosciuti esperti in materia. Il successo è stato debordante. Siamo stati assediati dalle richieste di chi non era riuscito ad accaparrarsi la propria copia. Siamo dovuti correre ai ripari andando in ristampa. L'iniziativa è diventata un esempio concreto e paradigmatico di come a volte il fumetto e la cultura pop in genere, col loro linguaggio diretto e immediato e la loro facilità di dialogare coi giovani possano diventare importanti vettori di trasmissione del nostro patrimonio culturale», racconta il direttore editoriale di Topolino Alex Bertani.
La versione valdostana di Paperino lucidatore a domicilio (Disney)
Continua a leggereRiduci