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2019-03-15
La battaglia femminista contro i bambini
Ansa
A parlare di famiglia, oggi, si rischia grosso. Si viene considerati reazionari, fascisti, gente con una «vita de merda» (Monica Cirinnà dixit), «sfigati» (copyright di Luigi Di Maio e via insultando. In compenso, va di moda prendere pubblicamente posizione contro i bambini. Opporsi alla riproduzione è un antico passatempo delle femministe e da qualche tempo è decisamente tornato sulla scena. Hanno fatto scalpore, di recente, le dichiarazioni della deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez, che su Instagram ha scritto: «Tutti gli scienziati sono d'accordo sul fatto che le vite dei nostri bambini saranno molto difficili e questo porta i giovani a porsi una domanda: è giusto continuare a fare figli?».
L'idea che non si debba avere bambini per salvare il pianeta è condivisa pure da Blythe Pepino, 33 anni, musicista e attivista britannica che ha fondato il movimento Birthstrike (letteralmente: sciopero delle nascite). La signora si dà un gran daffare sulla Rete per convincere altre donne a non riprodursi. L'edizione italiana di Elle le ha dedicato un articolo in cui si spiega che la Pepino è stata ispirata da «uno studio pubblicato su Iop Science e condotto dagli esperti Seth Wynes e Kimberly A. Nicholas». Tale ricerca sostiene che «non avere figli è uno dei modi più efficaci per limitare la nostra personale impronta di carbonio, ovvero la quantità di gas ad effetto serra emessi in atmosfera durante le attività umane».
Motivazioni ambientaliste animano anche la scrittrice cilena Lina Meruane, di cui è appena stato pubblicato in Italia il pamphlet Contro i figli (edito da La nuova frontiera), un fiammeggiante manifesto contro la maternità. I toni della Meruane sono apocalittici: «La macchina riproduttiva», scrive, «segue il suo ritmo incessante: sforna figli a bizzeffe. E di persone ne muoiono a bizzeffe, ma per ogni morto, per ogni persona con un piede nella fossa, ci sono due punto tre corpi vivi che vengono scaraventati nel mondo a tentare la sorte».
europa inutile
Secondo la scrittrice, «i figli, lungi da rappresentare degli scudi biologici per il genere umano, sono parte degli eccessi consumistici e inquinanti che stanno distruggendo il pianeta». Motivo per cui «l'angoscia per la presunta “crisi di fertilità non ha alcun senso. L'Europa potrà anche affliggersi per l'invecchiamento della sua popolazione, potrà sognare l'avvento di un esercito di futuri europei che facciano ripartire il settore industriale [...]. Ma l'Europa, se la osserviamo bene, se la guardiamo attraverso una lente di ingrandimento e con occhi ben aperti, non è che un pezzetto di terra con una manciata di persone sopra». I bambini, dice la Meruane, sono sostanzialmente uno strumento per opprimere il sesso femminile. «Un nuovo pretesto è stato usato contro le donne per riportarle dentro le loro case», scrive. «Lo strumento utilizzato per questa contromossa risponde a un vecchio appellativo: figli!».
Le idee della Meruane non sembrano poi così diverse da quelle di Monica Cirinnà o di altre attiviste italiane come Antonella Rampino e Giulia Blasi (autrice di Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici). Queste ultime hanno polemizzato duramente con il Corriere della Sera, colpevole di avere intervista una giovane madre comasca che ha partorito ben 11 figli. «Avete intervistato lei, non lui», ha scritto la Blasi su Twitter, «chiamandola “supermamma" in un momento in cui si cerca di inchiodarci con ogni mezzo alla maternità. Avete deciso che una scelta individuale che riduce alla domesticità doveva essere modello».
Di nuovo: i figli servono a rinchiudere le donne in casa, sono una condanna, una prigione. Conviene farne a meno. Anzi, si deve. Come sosteneva la «cyberfemminista» Donna J. Haraway in un saggio che Feltrinelli ha da poco ristampato, è opportuno «generare parentele, non bambini». Il crollo delle nascite, dopo tutto, è un problema a cui è molto facile ovviare: basta importare stranieri. La pensano così anche le xenofemministe capeggiate dalla teorica Helen Hester, ma in fondo è la stessa posizione espressa da Emma Bonino, quella che considera l'Africa «il giardino d'infanzia dell'Europa».
Leggermente meno ideologiche rispetto alle attiviste citate finora, ma comunque molto motivate, sono le childfree, cioè le donne che rivendicano il diritto a non mettere al mondo bambini. Esistono dagli anni Settanta, ma negli ultimi anni sono aumentate e hanno trovato illustri rappresentanti Vip. In Italia la portavoce non ufficiale del movimento è l'attrice e regista Michela Andreozzi, autrice di un libro intitolato Non me lo chiedete più. Childfree. La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa, (Harper Collins).
vita tranquilla
Le childfree, se non altro, non tirano in ballo l'ambiente o l'oppressione. Spiegano con chiarezza che non avere figli le ha aiutate ad avere una vita più tranquilla e piacevole. «Avere figli significa molto più lavoro», ha dichiarato l'attrice Cameron Diaz (una delle «non mamme» più celebri). «Significa avere vite diverse dalla tua di cui sei responsabile. E io non l'ho fatto. Questo ha reso le cose più facili per me».
Insomma, per una motivazione o per l'altra, la maternità è presentata come un male da combattere. L'avversione per i figli ritorna ciclicamente negli scritti e nelle dichiarazioni delle femministe di tutto il mondo. Poi, certo, vengono a raccontarci di essere contrarie al Congresso mondiale delle famiglie di Verona perché ospiterebbe «neofascisti e omofobi». Ma, alla base delle proteste dei vari collettivi c'è sempre l'antica motivazione: l'odio per la famiglia e per i nuovi nati in quanto calamità che danneggia le donne in primis e poi tutto il globo.
Di sicuro, nessuno si sogna di protestare contro David Benatar, il filosofo antinatalista che domenica sarà a Milano per un incontro della rassegna Bookpride. Presenterà il suo libro intitolato Meglio non essere mai nati (Carbonio editore). Le femministe italiane lo apprezzerebbero molto.
Riccardo Torrescura
Ecco di che cosa si parlerà davvero al raduno che fa infuriare la sinistra
Dalle accuse d'essere ritrovo tra «omofobi» e di una «destra degli sfigati» alla difesa dei suoi organizzatori, ai quali La Verità non ha mancato di dare voce, il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a fine mese a Verona rappresenta, almeno giornalisticamente, un singolare paradosso: quello di un evento su cui tanto si è polemizzato senza che poi nulla o quasi, in realtà, si sia raccontato. Una sorta d'illustre sconosciuto, insomma. Con il risultato che, se di questa kermesse un po' tutti ormai hanno sentito sparlare, molti ancora ne ignorano quegli elementi contenutistici, organizzativi e programmatici che, a questo punto, pare opportuno chiarire.
Il primo aspetto è quello della regia dell'evento, opera dell'Organizzazione internazionale per la famiglia (Iof), dal 2016 presieduta da Brian S. Brown, attivista formatosi all'università di Oxford e cofondatore, nel 2007, anche della National organization for marriage. Marito e padre di 9 bambini, Brown è stato protagonista di articoli delle più prestigiose testate del pianeta, dal New York Times al Washington Post, con quest'ultima testata che l'ha definito come uomo dal «cordiale e spietato buon senso».
Oltre ai Congressi mondiali, l'Iof promuove diverse iniziative fra cui una rivista accademica internazionale, The Natural Family, e l'Emerging leaders program, atto a conferire strumenti e autorità a giovani professionisti, accademici e attivisti pro family.
Tornando al Congresso, c'è da dire che quello che si terrà a Verona ne è l'ottava edizione. Non è quindi una novità il fatto che sia stato indetto né il fatto che vi partecipino leader istituzionali di primo piano. Lo scorso anno, per dire, l'evento si tenne in Moldavia, ospitato dal presidente Igor Dodon, mentre nel 2017 il governo ungherese collaborò alla sua realizzazione a Budapest, con la partecipazione e direzione del premier Viktor Orbán . La manifestazione gode anche della stima di esponenti ecclesiastici, se si pensa che pochi mesi fa a Chisinau, in Moldavia, era presente anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. E fu proprio allora, che la scelta di organizzare il Congresso a Verona venne ufficializzata.
Questi eventi internazionali, organizzati dalla Iof di Brown, hanno un duplice scopo. Il primo è quello di far incontrare leader sostenitori della famiglia provenienti da tutto il mondo, i quali altrimenti difficilmente avrebbero modo di farlo. In secondo luogo il fine è di affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale, sia facendo il punto sulle politiche finora adottate su questo versante, sia tracciando prospettive comuni su cui lavorare. Non si tratta quindi di un mero appuntamento per esperti, bensì di un'occasione per pianificare strategie politiche e istituzionali volte a meglio promuovere quella che i critici apostrofano come famiglia tradizionale.
L'edizione veronese del Congresso che, come noto, avrà con ospiti di primo piano, da Matteo Salvini al ministro Lorenzo Fontana, dal presidente moldavo Dodon al patriarca della Chiesa cattolica sira Ignazio Giuseppe III, si focalizzerà su dieci nuclei tematici distinti eppure complementari sotto il profilo valoriale quali la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, l'ecologia umana integrale, la donna nella storia, la crescita e crisi demografica, la salute e dignità della donna, il divorzio e le politiche aziendali per famiglia e natalità.
Nessun mistero per quanto riguarda i finanziatori e gli sponsor del Congresso, i cui numerosi loghi figurano ordinati sulle locandine e sul sito ufficiale, wcfverona.org. Si tratta essenzialmente di associazioni pro family tra le quali, per il nostro Paese, spiccano CitizenGo, rappresentata in Italia da Filippo Savarese, Pro Vita di Toni Brandi e Generazione famiglia di Jacopo Coghe.
Le tre giornate di Verona, per cui pare si sia già raggiunto il tutto esaurito, prevedono per venerdì 29 e sabato 30 numerose sessioni dalle 8 del mattino alle ore 19, mentre nella giornata di domenica tutto si concluderà, dopo la cerimonia di chiusura prevista per mezzogiorno, con una marcia che terminerà alle 15.30 in piazza dei Signori, per la quale sono previste svariate centinaia di presenze.
Si fa davvero fatica a comprendere, alla luce di tutto ciò, i motivi per cui da circa un paio di settimane il Congresso mondiale delle famiglie sia diventato motivo di polemica dal momento che esso non si prefigge di contrastare nulla e nessuno, ma solo di ridare slancio e vigore a politiche familiari troppo spesso solo annunciate.
Giuliano Guzzo
Continua a leggereRiduci
Alcune spiegano che fermare le nascite serve a salvare il pianeta dall'inquinamento. Altre sono convinte che i figli siano strumento di oppressione. Altre ancora sostengono che sia meglio importare stranieri: ogni scusa è buona per opporsi alla procreazione.All'evento veronese ci saranno incontri sui diritti dei minori e confronti sulle politiche pro natalità in azienda Si discuterà del matrimonio e pure di salute e dignità della donna.Lo speciale contiene due articoliA parlare di famiglia, oggi, si rischia grosso. Si viene considerati reazionari, fascisti, gente con una «vita de merda» (Monica Cirinnà dixit), «sfigati» (copyright di Luigi Di Maio e via insultando. In compenso, va di moda prendere pubblicamente posizione contro i bambini. Opporsi alla riproduzione è un antico passatempo delle femministe e da qualche tempo è decisamente tornato sulla scena. Hanno fatto scalpore, di recente, le dichiarazioni della deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez, che su Instagram ha scritto: «Tutti gli scienziati sono d'accordo sul fatto che le vite dei nostri bambini saranno molto difficili e questo porta i giovani a porsi una domanda: è giusto continuare a fare figli?». L'idea che non si debba avere bambini per salvare il pianeta è condivisa pure da Blythe Pepino, 33 anni, musicista e attivista britannica che ha fondato il movimento Birthstrike (letteralmente: sciopero delle nascite). La signora si dà un gran daffare sulla Rete per convincere altre donne a non riprodursi. L'edizione italiana di Elle le ha dedicato un articolo in cui si spiega che la Pepino è stata ispirata da «uno studio pubblicato su Iop Science e condotto dagli esperti Seth Wynes e Kimberly A. Nicholas». Tale ricerca sostiene che «non avere figli è uno dei modi più efficaci per limitare la nostra personale impronta di carbonio, ovvero la quantità di gas ad effetto serra emessi in atmosfera durante le attività umane». Motivazioni ambientaliste animano anche la scrittrice cilena Lina Meruane, di cui è appena stato pubblicato in Italia il pamphlet Contro i figli (edito da La nuova frontiera), un fiammeggiante manifesto contro la maternità. I toni della Meruane sono apocalittici: «La macchina riproduttiva», scrive, «segue il suo ritmo incessante: sforna figli a bizzeffe. E di persone ne muoiono a bizzeffe, ma per ogni morto, per ogni persona con un piede nella fossa, ci sono due punto tre corpi vivi che vengono scaraventati nel mondo a tentare la sorte». europa inutile Secondo la scrittrice, «i figli, lungi da rappresentare degli scudi biologici per il genere umano, sono parte degli eccessi consumistici e inquinanti che stanno distruggendo il pianeta». Motivo per cui «l'angoscia per la presunta “crisi di fertilità non ha alcun senso. L'Europa potrà anche affliggersi per l'invecchiamento della sua popolazione, potrà sognare l'avvento di un esercito di futuri europei che facciano ripartire il settore industriale [...]. Ma l'Europa, se la osserviamo bene, se la guardiamo attraverso una lente di ingrandimento e con occhi ben aperti, non è che un pezzetto di terra con una manciata di persone sopra». I bambini, dice la Meruane, sono sostanzialmente uno strumento per opprimere il sesso femminile. «Un nuovo pretesto è stato usato contro le donne per riportarle dentro le loro case», scrive. «Lo strumento utilizzato per questa contromossa risponde a un vecchio appellativo: figli!».Le idee della Meruane non sembrano poi così diverse da quelle di Monica Cirinnà o di altre attiviste italiane come Antonella Rampino e Giulia Blasi (autrice di Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici). Queste ultime hanno polemizzato duramente con il Corriere della Sera, colpevole di avere intervista una giovane madre comasca che ha partorito ben 11 figli. «Avete intervistato lei, non lui», ha scritto la Blasi su Twitter, «chiamandola “supermamma" in un momento in cui si cerca di inchiodarci con ogni mezzo alla maternità. Avete deciso che una scelta individuale che riduce alla domesticità doveva essere modello». Di nuovo: i figli servono a rinchiudere le donne in casa, sono una condanna, una prigione. Conviene farne a meno. Anzi, si deve. Come sosteneva la «cyberfemminista» Donna J. Haraway in un saggio che Feltrinelli ha da poco ristampato, è opportuno «generare parentele, non bambini». Il crollo delle nascite, dopo tutto, è un problema a cui è molto facile ovviare: basta importare stranieri. La pensano così anche le xenofemministe capeggiate dalla teorica Helen Hester, ma in fondo è la stessa posizione espressa da Emma Bonino, quella che considera l'Africa «il giardino d'infanzia dell'Europa». Leggermente meno ideologiche rispetto alle attiviste citate finora, ma comunque molto motivate, sono le childfree, cioè le donne che rivendicano il diritto a non mettere al mondo bambini. Esistono dagli anni Settanta, ma negli ultimi anni sono aumentate e hanno trovato illustri rappresentanti Vip. In Italia la portavoce non ufficiale del movimento è l'attrice e regista Michela Andreozzi, autrice di un libro intitolato Non me lo chiedete più. Childfree. La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa, (Harper Collins). vita tranquillaLe childfree, se non altro, non tirano in ballo l'ambiente o l'oppressione. Spiegano con chiarezza che non avere figli le ha aiutate ad avere una vita più tranquilla e piacevole. «Avere figli significa molto più lavoro», ha dichiarato l'attrice Cameron Diaz (una delle «non mamme» più celebri). «Significa avere vite diverse dalla tua di cui sei responsabile. E io non l'ho fatto. Questo ha reso le cose più facili per me». Insomma, per una motivazione o per l'altra, la maternità è presentata come un male da combattere. L'avversione per i figli ritorna ciclicamente negli scritti e nelle dichiarazioni delle femministe di tutto il mondo. Poi, certo, vengono a raccontarci di essere contrarie al Congresso mondiale delle famiglie di Verona perché ospiterebbe «neofascisti e omofobi». Ma, alla base delle proteste dei vari collettivi c'è sempre l'antica motivazione: l'odio per la famiglia e per i nuovi nati in quanto calamità che danneggia le donne in primis e poi tutto il globo. Di sicuro, nessuno si sogna di protestare contro David Benatar, il filosofo antinatalista che domenica sarà a Milano per un incontro della rassegna Bookpride. Presenterà il suo libro intitolato Meglio non essere mai nati (Carbonio editore). Le femministe italiane lo apprezzerebbero molto. Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-battaglia-femminista-contro-i-bambini-2631643837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-di-che-cosa-si-parlera-davvero-al-raduno-che-fa-infuriare-la-sinistra" data-post-id="2631643837" data-published-at="1773649579" data-use-pagination="False"> Ecco di che cosa si parlerà davvero al raduno che fa infuriare la sinistra Dalle accuse d'essere ritrovo tra «omofobi» e di una «destra degli sfigati» alla difesa dei suoi organizzatori, ai quali La Verità non ha mancato di dare voce, il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a fine mese a Verona rappresenta, almeno giornalisticamente, un singolare paradosso: quello di un evento su cui tanto si è polemizzato senza che poi nulla o quasi, in realtà, si sia raccontato. Una sorta d'illustre sconosciuto, insomma. Con il risultato che, se di questa kermesse un po' tutti ormai hanno sentito sparlare, molti ancora ne ignorano quegli elementi contenutistici, organizzativi e programmatici che, a questo punto, pare opportuno chiarire. Il primo aspetto è quello della regia dell'evento, opera dell'Organizzazione internazionale per la famiglia (Iof), dal 2016 presieduta da Brian S. Brown, attivista formatosi all'università di Oxford e cofondatore, nel 2007, anche della National organization for marriage. Marito e padre di 9 bambini, Brown è stato protagonista di articoli delle più prestigiose testate del pianeta, dal New York Times al Washington Post, con quest'ultima testata che l'ha definito come uomo dal «cordiale e spietato buon senso». Oltre ai Congressi mondiali, l'Iof promuove diverse iniziative fra cui una rivista accademica internazionale, The Natural Family, e l'Emerging leaders program, atto a conferire strumenti e autorità a giovani professionisti, accademici e attivisti pro family. Tornando al Congresso, c'è da dire che quello che si terrà a Verona ne è l'ottava edizione. Non è quindi una novità il fatto che sia stato indetto né il fatto che vi partecipino leader istituzionali di primo piano. Lo scorso anno, per dire, l'evento si tenne in Moldavia, ospitato dal presidente Igor Dodon, mentre nel 2017 il governo ungherese collaborò alla sua realizzazione a Budapest, con la partecipazione e direzione del premier Viktor Orbán . La manifestazione gode anche della stima di esponenti ecclesiastici, se si pensa che pochi mesi fa a Chisinau, in Moldavia, era presente anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. E fu proprio allora, che la scelta di organizzare il Congresso a Verona venne ufficializzata. Questi eventi internazionali, organizzati dalla Iof di Brown, hanno un duplice scopo. Il primo è quello di far incontrare leader sostenitori della famiglia provenienti da tutto il mondo, i quali altrimenti difficilmente avrebbero modo di farlo. In secondo luogo il fine è di affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale, sia facendo il punto sulle politiche finora adottate su questo versante, sia tracciando prospettive comuni su cui lavorare. Non si tratta quindi di un mero appuntamento per esperti, bensì di un'occasione per pianificare strategie politiche e istituzionali volte a meglio promuovere quella che i critici apostrofano come famiglia tradizionale. L'edizione veronese del Congresso che, come noto, avrà con ospiti di primo piano, da Matteo Salvini al ministro Lorenzo Fontana, dal presidente moldavo Dodon al patriarca della Chiesa cattolica sira Ignazio Giuseppe III, si focalizzerà su dieci nuclei tematici distinti eppure complementari sotto il profilo valoriale quali la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, l'ecologia umana integrale, la donna nella storia, la crescita e crisi demografica, la salute e dignità della donna, il divorzio e le politiche aziendali per famiglia e natalità. Nessun mistero per quanto riguarda i finanziatori e gli sponsor del Congresso, i cui numerosi loghi figurano ordinati sulle locandine e sul sito ufficiale, wcfverona.org. Si tratta essenzialmente di associazioni pro family tra le quali, per il nostro Paese, spiccano CitizenGo, rappresentata in Italia da Filippo Savarese, Pro Vita di Toni Brandi e Generazione famiglia di Jacopo Coghe. Le tre giornate di Verona, per cui pare si sia già raggiunto il tutto esaurito, prevedono per venerdì 29 e sabato 30 numerose sessioni dalle 8 del mattino alle ore 19, mentre nella giornata di domenica tutto si concluderà, dopo la cerimonia di chiusura prevista per mezzogiorno, con una marcia che terminerà alle 15.30 in piazza dei Signori, per la quale sono previste svariate centinaia di presenze. Si fa davvero fatica a comprendere, alla luce di tutto ciò, i motivi per cui da circa un paio di settimane il Congresso mondiale delle famiglie sia diventato motivo di polemica dal momento che esso non si prefigge di contrastare nulla e nessuno, ma solo di ridare slancio e vigore a politiche familiari troppo spesso solo annunciate. Giuliano Guzzo
Fabio Brescacin
E i quattro amici al bar?
«È una storia lunga ed esaltante. Mi ero appena laureato in agraria: si sentivano ancora gli echi del ‘77. Ma io con dei miei compagni di corso che poi sono diventati soci nella prima avventura imprenditoriale avvertivo che la vera rivoluzione stava nel tornare alla terra, alla buona terra. Partii per l’Inghilterra per un anno di ulteriore studio e al mio ritorno con gli amici del bar abbiano fondato Ariele, che è stata la prima bottega biologica d’Italia. Da lì è cominciato il percorso che oggi si è fatto NaturaSì con una precisa idea: coltivare naturalmente, per vendere equamente offrendo a chi consuma un’alternativa salutare facendo del bene alle persone e alla terra. Ancora oggi questo è il paradigma di NaturaSì».
Che però è ben altra cosa…
«Dimensionalmente sì, ma nella filosofia produttiva no. Mi piacerebbe molto parlare ai nostri clienti di Rudolf Steiner, dell’antroposofia che ci ha portato a Treviso a fondare un circolo ispirato alle teorie steineriane applicate all’agricoltura. Strano no? In questo mondo tutto orientato al profitto NaturaSì è retta da una fondazione non profit, la Libera Fondazione Antroposofica Rudolf Steiner, che può nominare 7 dei 12 membri del consiglio di amministrazione».
E Brescacin è ancora u no dei quattro del bar?
«Beh di anni ne sono passati, ma sì: credo ancora in ciò che ho perseguito per tutta la vita. Amo la terra, chi la lavora con l’intento di sostentare gli uomini. Il mondo attorno a me è cambiato e noi dobbiamo stare al passo con i tempi però senza perdere la nostra identità. Senza farsi influenzare. Io per evitare interferenze non ho nemmeno la televisione a casa».
A quanti negozi siete arrivati?
«Abbiamo più di 350 negozi di cui 120 gestiti direttamente; fanno metà del nostro fatturato che si aggira sul mezzo miliardo di euro. Fondamentale per noi è il rapporto diretto con le aziende agricole. Alcune sono socie o sono da noi partecipate - l’Azienda agricola San Michele nel veneziano, la Fattoria Di Vaira in Molise, le Cascine Orsine nel pavese, l’Azienda Agricola Biodinamica La Decima nel vicentino - altre sono fornitori abituali e ormai sono più di 300 tutte a coltivazione biologica, molte biodinamiche. È da questi campi che traiamo gran parte dei prodotti che vengono commercializzati nei nostri punti vendita e che ci fanno essere il più consistente e importante operatore nel biologico in Italia e tra i primi in Europa».
Sicuro che il biologico funziona ancora? Non è troppo caro per le tasche degli italiani?
«Funziona, eccome se funziona. Da quando siamo nati siamo sempre cresciuti. Le tappe di avvicinamento ai traguardi di oggi sono state scandite da scelte e momenti precisi. Dopo Ariele fondammo Ecor, poi nel ’92 nasce NaturaSì per dare vita a una rete di supermercati dove si vendeva solo bio. Poi nel 2009 c’è stata la fusione tra Ecor e NaturaSì e ora siamo qui con sempre nuovi progetti. Uno a cui teniamo molto è la libera Scuola Steiner Waldorf “Novalis” in provincia di Treviso: accoglie bambini e ragazzi dalla scuola d’infanzia fino al termine del percorso superiore, è la prima in Italia a rilasciare un diploma in agricoltura biologica biodinamica. Che è la vocazione della San Michele, l’azienda biodinamica che abbiamo in provincia di Venezia. Queste e molte altre sono le ragioni per cui il biologico funziona. Quanto al prezzo, su questo abbiamo impostato una recentissima campagna di comunicazione che parte da questo slogan: se paghi un prezzo del cibo troppo basso qualcuno lo paga per te».
Domanda scontata: chi paga?
«Tutti noi con le tasse, con la sanità che va in crisi perché nutrirsi troppo e male ci porta a intasare gli ospedali. Le statistiche sulle malattie non trasmissibili derivanti da alimentazione scorretta sono devastanti. Con le tasse dobbiamo fare fronte ai disastri ambientali, dobbiamo trovare dei rimedi ai terreni che vengono progressivamente abbandonati e ci costringono a importare la qualunque e non si sa cosa. Ma i primi a pagare sono i contadini. La nostra campagna si chiama: il giusto prezzo del cibo per la salute dell’uomo e della terra. Noi esponiamo sui cartellini dei prezzi non solo il costo del prodotto, ma quanto va remunerato il lavoro, starei per dire sociale, che svolge l’agricoltore che è la prima sentinella e il primo tutore dell’ambiente. Nella nostra campagna abbiamo messo una foto di un finocchio a 1,80 euro di costo che spiega come un euro e venticinque centesimi vanno a remunerare il costo del prodotto stesso e 55 centesimi remunerano i cosiddetti servizi ecosistemici, dalla tutela della biodiversità a quella del paesaggio, che l’agricoltore svolge. Se si guarda così il biologico è proprio a buon mercato. E ora c’è la guerra che ci dà una mano».
Ma come la guerra? Da uno come lei ci si spetterebbe una condanna della guerra…
«Proprio per ciò che penso e per ciò che ho fatto mi posso permettere di ridicolizzare la guerra e dire che ci dà una mano. Sia chiaro: io sono contro la guerra! Con l’aumento vertiginoso che subiranno i fertilizzanti e i costi energetici che schizzano in alto, i prezzi dell’agricoltura convenzionale subiranno un’impennata mentre i prezzi delle produzioni biologiche proprio perché sono di prossimità, perché vengono coltivate con fertilizzanti organici nel pieno rispetto del ciclo naturale resteranno stabili. E finalmente il consumatore si accorgerà che bio conviene. E poi conviene perché protegge la terra che è la nostra unica casa, che quelli che fanno le guerre non mi pare abbiamo così tanto a cuore».
Come fa l’agricoltura biologica a proteggere il pianeta?
«Ci sono precisi indicatori scientifici. Un dato a me pare clamoroso: l’agricoltura convenzionale e l’uso del suolo emettono 12 gigatonnellate (una gigatonnellata è pari a un miliardo di tonnellate, ndr), l’agricoltura biologica è in grado di catturare e assorbire 18 gigatonnellate di C02, vuol dire contribuire grandemente a risanare l’ambiente. Un altro dato: ogni albero cattura 33 chili di C02 e una tonnellata di composto organico fa risparmiare sei quintali di anidride carbonica. Si vede così quanto sia fondamentale considerare il rapporto costo beneficio dei sistemi agroalimentari quando si parla complessivamente di tutela ambientale. L’agricoltore che coltiva in biologico è un attore reale e concreto della salvaguardia del pianeta».
D’accordo, ma gli agricoltori se la sono presa tanto col Green deal. Come se lo spiega?
«Premesso che abbandonare il Green deal è un errore, rispondo che est modus in rebus. Il progetto europeo è stato mal concepito, mal raccontato e ancora peggio implementato, Bisogna fare leva sull’alleanza agricoltore-consumatore per far percepire i vantaggi di politiche e di pratiche orientate alla tutela ambientale. Se si impongono troppe regole sovente inefficaci si produce l’effetto opposto. L’Europa per molto tempo ha dato l’idea di considerare l’agricoltura nemica dell’ambiente e invece è l’esatto opposto».
Per questo NaturaSì sta lanciando la campagna sui benefici del biologico?
«Cerchiamo di coinvolgere il consumatore in una gestione responsabile dei suoi acquisti. Non mi stancherò mai di ripetere che l’atto alimentare è culturale, sociale, economico e politico. A secondo di cosa si consuma si determinano il corso e gli obbiettivi dei cicli economici. Dunque se è vero com’è vero che la tutela ambientale è, almeno a pelle, un patrimonio comune bisogna tradurre questa aspirazione in comportamento consapevole anche nell’acquisto alimentare».
Quindi i giovani sono i vostri primi clienti…
«No, mi viene da dire purtroppo no. Non hanno la percezione dell’acquisto responsabile. I nostri migliori clienti sono le famiglie con bambini piccoli che stanno molto attente ai valori nutrizionali, alla salubrità e provenienza del cibo. E poi ci sono gli anziani. Consumano poco, dovrebbero avere più reddito, ma quando possono fanno scelte che li avvicinano alla campagna, alla natura. Credo che si debbano condurre campagne di sensibilizzazione sul valore culturale del cibo e sul suo valore nutrizionale. Mi viene da rimpiangere il Regimen Sanitatis della scuola medica salernitana che indica come da mille anni sia nostro patrimonio di civiltà comprendere la relazione tra cibo e salute».
Quali sono dunque le scelte più consapevoli?
«Cibo da coltivazione biologica di prossimità. Il chilometro zero è diventato un modo di dire, ma deve continuare a essere un modo di fare e di proporre cibi freschi che arrivano a tempo zero sulla tavola. Noi abbiamo un centro logistica che in 24 ore porta nei mercati di tutta Italia ogni prodotto. Qualcosa dobbiamo importare, ma è sempre da coltivazione biologica certificata. E poi c’è il terzo elemento indispensabile: la stagionalità. Per mangiare secondo natura e stare in salute bisogna andare a tempo con la natura».
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Antonio Tajani (Ansa)
Come già emerso, a Bruxelles la scorsa settimana si è parlato di un razionamento dell’energia elettrica, così come avvenuto nel 2022, all’inizio della guerra in Ucraina, ma si pensa anche ad altre soluzioni come il ritorno al nucleare con i mini-reattori di nuova generazione.
Intanto, mentre si discute su cosa fare, alle pompe il prezzo medio self-service è di 1,84 euro al litro per la benzina e 2,07 euro al litro per il gasolio. Per capire la gravità della situazione, basta ricordare che la maggior parte degli italiani possiede mezzi alimentati a diesel e che lo stesso tipo di carburante è quello che serve a mezzi come tir, furgoni e macchine da lavoro. Nel frattempo, il Financial Times fa anche sapere che, se i prezzi del greggio si mantenessero ai livelli raggiunti dall’inizio della guerra in Iran, le compagnie petrolifere statunitensi potrebbero incassare quest’anno un guadagno straordinario di oltre 60 miliardi di dollari. Inoltre, secondo le proiezioni della banca d’investimento Jefferies, i produttori americani genereranno un flusso di cassa aggiuntivo di 5 miliardi di dollari solo questo mese, a seguito di un aumento dei prezzi del petrolio di circa il 47% rispetto al 28 febbraio, giorno dell’attacco in Iran. Quadro più complicato, invece, per le maggiori compagnie petrolifere internazionali. Tuttavia, il segretario americano all’Energia, Chris Wright, ha assicurato che i prezzi torneranno ai livelli pre bellici in tempo per i viaggi estivi.
Per quanto riguarda l’Italia, ne ha parlato ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani a Diario della domenica su Rete 4: «Dobbiamo evitare che ci sia un’impennata dei prezzi: il governo sta valutando una riduzione delle accise». Le sue parole però vanno contro quello che aveva spiegato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in un’intervista al Quotidiano nazionale: «No a un taglio delle accise» perché «con il governo Draghi costò allo Stato, ai cittadini, circa 1 miliardo al mese e non raggiunse l’obiettivo». Il ministro si è detto favorevole, invece, a interventi mirati per i meno abbienti. Tajani ha poi precisato: «Stiamo lavorando, il problema non è fare in fretta ma fare bene». Tradotto: il governo prende tempo perché il rischio è quello di far danni.
«Il governo sceglie la strada sbagliata, rifiutando di tagliare le accise come prevede la normativa italiana e annunciando i soliti inutili palliativi che varranno solo per le famiglie meno abbienti senza apportare reali benefici alla collettività», lamenta il Codacons, rispondendo alle dichiarazioni rilasciate da Urso. «Il ministro boccia su tutta la linea il possibile taglio delle accise, fornendo a supporto delle sue tesi numeri inesatti» perché «la riduzione della tassazione sui carburanti operata da Draghi nel marzo del 2022 portò infatti l’indice nazionale dell’inflazione a calare in modo immediato dello 0,5% (dal 6,5% al 6%) che, tradotto in soldoni e considerata la spesa per consumi delle famiglie italiane dell’anno 2022, equivale ad un risparmio da circa 4 miliardi di euro per la collettività dei consumatori».
«Un’idea sulla quale ragionare», ha di nuovo ribadito il vicepremier Tajani nella stessa giornata: «Può essere un taglio delle accise compensato dall’aumento dell’Iva». Si registra un po’ di confusione, insomma: l’unica certezza è che con il rialzo dei prezzi anche l’Iva si alza e quindi lo Stato incasserà di più. L’altra certezza è che si sta attentissimi ai conti. Obiettivo: rimettere i conti in ordine e uscire, come previsto, entro quest’anno dalla procedura d’infrazione Ue.
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Prima di diventare l’uomo più veloce e famoso del mondo, fu asso della caccia e anche abbattuto. Ecco un piccolo ritratto di uno dei piloti migliori al mondo.
Ora, a seguito del bombardamento di Teheran da parte di Stati Uniti e Israele, si ritorna alla domanda iniziale: vogliamo sostenere la libertà dell’Ucraina o la nostra economia? Perché è evidente che, se la priorità dell’Europa e pure quella dell’Italia è la resistenza di Kiev, il nostro Paese deve dire addio alla crescita, salutare l’aumento del Pil, dimenticare qualsiasi riduzione del tasso d’inflazione. In altre parole, come ci fece intuire Mario Draghi, la libertà (dell’Ucraina) ha un costo e si tratta di un prezzo non banale. Siamo disposti a sostenere la resistenza di Volodymyr Zelensky e del suo popolo senza se e senza ma anche ora che la situazione, causa guerra all’Iran, volge al peggio? E allora dobbiamo prepararci a stringere di più la cinghia, perché i tempi che si ci prospettano sono ancora più difficili. Mi spiego. Con il blocco dello Stretto di Hormuz e lo stop al transito delle petroliere ma anche delle navi cisterne che trasportano gas, l’Italia e l’Europa rischiano, se non di avere problemi di approvvigionamento energetico, quantomeno di pagare caro la crisi generata dal conflitto innescato dai bombardamenti americani e israeliani. Il prezzo del greggio ha oltrepassato i 100 euro al barile e quello del gas ha avuto una fiammata. Per questo Donald Trump ha sospeso per trenta giorni le sanzioni nei confronti dell’India, consentendo a Nuova Delhi di comprare petrolio da Mosca. E per questo ha esteso la moratoria ad altri Paesi. Tornare a comprare petrolio e metano dalla Russia converrebbe anche a noi, per lo meno fino a che la guerra in Iran non farà tornare forniture e prezzi a livelli normali. Però l’Europa non pare disposta a nessun passo indietro nei confronti di Putin. Anzi, non soltanto sembra intenzionata a riconfermare le misure fin qui adottate, ma, di fronte alla situazione venutasi a creare con il conflitto che coinvolge i Paesi del Golfo, ha una soluzione che prevede di tagliare del 15% i consumi di metano e greggio. Insomma, nessuna retromarcia sulle sanzioni a Mosca, ma neppure alcuna concessione nei confronti di chi almeno chiede un rallentamento nell’attuazione del politiche green. In altre parole, avanti tutta verso il disastro. Perché è evidente che rinunciare ai combustibili fossili che potrebbero essere comperati da Mosca, sostituendo quelli che non giungono per via della guerra in Iran, e accelerare la transizione ecologica significa solo punire ulteriormente l’industria europea. Già molte aziende sono in difficoltà a causa delle strategie imposte da Bruxelles. Già si accumulano i dubbi nei confronti della scelta di dire no alla riapertura delle forniture russe. Se poi a tutto ciò si aggiunge un giro di vite dei consumi per far fronte alla crisi seguita al conflitto in Iran, le politiche europee somigliano molto a un suicidio. Nei giorni scorsi la Volkswagen ha annunciato il licenziamento di 50.000 dipendenti per effetto del rallentamento del mercato e, al pari dell’industria automobilistica tedesca, altri grandi gruppi stanno facendo i conti con la caduta improvvisa delle vendite. Se poi a questo si aggiungono le follie di Ursula von der Leyen e compagni, il capolavoro è compiuto.
Prima ci renderemo conto degli atti di masochismo a cui ci sta condannando la Ue e meglio sarà. Magari sarà impossibile tornare indietro; almeno fermare il declino, però, non soltanto è possibile ma auspicabile. Perché la libertà si accompagna anche con la tenuta dei bilanci di famiglie e imprese.
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