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2019-03-15
La battaglia femminista contro i bambini
Ansa
A parlare di famiglia, oggi, si rischia grosso. Si viene considerati reazionari, fascisti, gente con una «vita de merda» (Monica Cirinnà dixit), «sfigati» (copyright di Luigi Di Maio e via insultando. In compenso, va di moda prendere pubblicamente posizione contro i bambini. Opporsi alla riproduzione è un antico passatempo delle femministe e da qualche tempo è decisamente tornato sulla scena. Hanno fatto scalpore, di recente, le dichiarazioni della deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez, che su Instagram ha scritto: «Tutti gli scienziati sono d'accordo sul fatto che le vite dei nostri bambini saranno molto difficili e questo porta i giovani a porsi una domanda: è giusto continuare a fare figli?».
L'idea che non si debba avere bambini per salvare il pianeta è condivisa pure da Blythe Pepino, 33 anni, musicista e attivista britannica che ha fondato il movimento Birthstrike (letteralmente: sciopero delle nascite). La signora si dà un gran daffare sulla Rete per convincere altre donne a non riprodursi. L'edizione italiana di Elle le ha dedicato un articolo in cui si spiega che la Pepino è stata ispirata da «uno studio pubblicato su Iop Science e condotto dagli esperti Seth Wynes e Kimberly A. Nicholas». Tale ricerca sostiene che «non avere figli è uno dei modi più efficaci per limitare la nostra personale impronta di carbonio, ovvero la quantità di gas ad effetto serra emessi in atmosfera durante le attività umane».
Motivazioni ambientaliste animano anche la scrittrice cilena Lina Meruane, di cui è appena stato pubblicato in Italia il pamphlet Contro i figli (edito da La nuova frontiera), un fiammeggiante manifesto contro la maternità. I toni della Meruane sono apocalittici: «La macchina riproduttiva», scrive, «segue il suo ritmo incessante: sforna figli a bizzeffe. E di persone ne muoiono a bizzeffe, ma per ogni morto, per ogni persona con un piede nella fossa, ci sono due punto tre corpi vivi che vengono scaraventati nel mondo a tentare la sorte».
europa inutile
Secondo la scrittrice, «i figli, lungi da rappresentare degli scudi biologici per il genere umano, sono parte degli eccessi consumistici e inquinanti che stanno distruggendo il pianeta». Motivo per cui «l'angoscia per la presunta “crisi di fertilità non ha alcun senso. L'Europa potrà anche affliggersi per l'invecchiamento della sua popolazione, potrà sognare l'avvento di un esercito di futuri europei che facciano ripartire il settore industriale [...]. Ma l'Europa, se la osserviamo bene, se la guardiamo attraverso una lente di ingrandimento e con occhi ben aperti, non è che un pezzetto di terra con una manciata di persone sopra». I bambini, dice la Meruane, sono sostanzialmente uno strumento per opprimere il sesso femminile. «Un nuovo pretesto è stato usato contro le donne per riportarle dentro le loro case», scrive. «Lo strumento utilizzato per questa contromossa risponde a un vecchio appellativo: figli!».
Le idee della Meruane non sembrano poi così diverse da quelle di Monica Cirinnà o di altre attiviste italiane come Antonella Rampino e Giulia Blasi (autrice di Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici). Queste ultime hanno polemizzato duramente con il Corriere della Sera, colpevole di avere intervista una giovane madre comasca che ha partorito ben 11 figli. «Avete intervistato lei, non lui», ha scritto la Blasi su Twitter, «chiamandola “supermamma" in un momento in cui si cerca di inchiodarci con ogni mezzo alla maternità. Avete deciso che una scelta individuale che riduce alla domesticità doveva essere modello».
Di nuovo: i figli servono a rinchiudere le donne in casa, sono una condanna, una prigione. Conviene farne a meno. Anzi, si deve. Come sosteneva la «cyberfemminista» Donna J. Haraway in un saggio che Feltrinelli ha da poco ristampato, è opportuno «generare parentele, non bambini». Il crollo delle nascite, dopo tutto, è un problema a cui è molto facile ovviare: basta importare stranieri. La pensano così anche le xenofemministe capeggiate dalla teorica Helen Hester, ma in fondo è la stessa posizione espressa da Emma Bonino, quella che considera l'Africa «il giardino d'infanzia dell'Europa».
Leggermente meno ideologiche rispetto alle attiviste citate finora, ma comunque molto motivate, sono le childfree, cioè le donne che rivendicano il diritto a non mettere al mondo bambini. Esistono dagli anni Settanta, ma negli ultimi anni sono aumentate e hanno trovato illustri rappresentanti Vip. In Italia la portavoce non ufficiale del movimento è l'attrice e regista Michela Andreozzi, autrice di un libro intitolato Non me lo chiedete più. Childfree. La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa, (Harper Collins).
vita tranquilla
Le childfree, se non altro, non tirano in ballo l'ambiente o l'oppressione. Spiegano con chiarezza che non avere figli le ha aiutate ad avere una vita più tranquilla e piacevole. «Avere figli significa molto più lavoro», ha dichiarato l'attrice Cameron Diaz (una delle «non mamme» più celebri). «Significa avere vite diverse dalla tua di cui sei responsabile. E io non l'ho fatto. Questo ha reso le cose più facili per me».
Insomma, per una motivazione o per l'altra, la maternità è presentata come un male da combattere. L'avversione per i figli ritorna ciclicamente negli scritti e nelle dichiarazioni delle femministe di tutto il mondo. Poi, certo, vengono a raccontarci di essere contrarie al Congresso mondiale delle famiglie di Verona perché ospiterebbe «neofascisti e omofobi». Ma, alla base delle proteste dei vari collettivi c'è sempre l'antica motivazione: l'odio per la famiglia e per i nuovi nati in quanto calamità che danneggia le donne in primis e poi tutto il globo.
Di sicuro, nessuno si sogna di protestare contro David Benatar, il filosofo antinatalista che domenica sarà a Milano per un incontro della rassegna Bookpride. Presenterà il suo libro intitolato Meglio non essere mai nati (Carbonio editore). Le femministe italiane lo apprezzerebbero molto.
Riccardo Torrescura
Ecco di che cosa si parlerà davvero al raduno che fa infuriare la sinistra
Dalle accuse d'essere ritrovo tra «omofobi» e di una «destra degli sfigati» alla difesa dei suoi organizzatori, ai quali La Verità non ha mancato di dare voce, il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a fine mese a Verona rappresenta, almeno giornalisticamente, un singolare paradosso: quello di un evento su cui tanto si è polemizzato senza che poi nulla o quasi, in realtà, si sia raccontato. Una sorta d'illustre sconosciuto, insomma. Con il risultato che, se di questa kermesse un po' tutti ormai hanno sentito sparlare, molti ancora ne ignorano quegli elementi contenutistici, organizzativi e programmatici che, a questo punto, pare opportuno chiarire.
Il primo aspetto è quello della regia dell'evento, opera dell'Organizzazione internazionale per la famiglia (Iof), dal 2016 presieduta da Brian S. Brown, attivista formatosi all'università di Oxford e cofondatore, nel 2007, anche della National organization for marriage. Marito e padre di 9 bambini, Brown è stato protagonista di articoli delle più prestigiose testate del pianeta, dal New York Times al Washington Post, con quest'ultima testata che l'ha definito come uomo dal «cordiale e spietato buon senso».
Oltre ai Congressi mondiali, l'Iof promuove diverse iniziative fra cui una rivista accademica internazionale, The Natural Family, e l'Emerging leaders program, atto a conferire strumenti e autorità a giovani professionisti, accademici e attivisti pro family.
Tornando al Congresso, c'è da dire che quello che si terrà a Verona ne è l'ottava edizione. Non è quindi una novità il fatto che sia stato indetto né il fatto che vi partecipino leader istituzionali di primo piano. Lo scorso anno, per dire, l'evento si tenne in Moldavia, ospitato dal presidente Igor Dodon, mentre nel 2017 il governo ungherese collaborò alla sua realizzazione a Budapest, con la partecipazione e direzione del premier Viktor Orbán . La manifestazione gode anche della stima di esponenti ecclesiastici, se si pensa che pochi mesi fa a Chisinau, in Moldavia, era presente anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. E fu proprio allora, che la scelta di organizzare il Congresso a Verona venne ufficializzata.
Questi eventi internazionali, organizzati dalla Iof di Brown, hanno un duplice scopo. Il primo è quello di far incontrare leader sostenitori della famiglia provenienti da tutto il mondo, i quali altrimenti difficilmente avrebbero modo di farlo. In secondo luogo il fine è di affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale, sia facendo il punto sulle politiche finora adottate su questo versante, sia tracciando prospettive comuni su cui lavorare. Non si tratta quindi di un mero appuntamento per esperti, bensì di un'occasione per pianificare strategie politiche e istituzionali volte a meglio promuovere quella che i critici apostrofano come famiglia tradizionale.
L'edizione veronese del Congresso che, come noto, avrà con ospiti di primo piano, da Matteo Salvini al ministro Lorenzo Fontana, dal presidente moldavo Dodon al patriarca della Chiesa cattolica sira Ignazio Giuseppe III, si focalizzerà su dieci nuclei tematici distinti eppure complementari sotto il profilo valoriale quali la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, l'ecologia umana integrale, la donna nella storia, la crescita e crisi demografica, la salute e dignità della donna, il divorzio e le politiche aziendali per famiglia e natalità.
Nessun mistero per quanto riguarda i finanziatori e gli sponsor del Congresso, i cui numerosi loghi figurano ordinati sulle locandine e sul sito ufficiale, wcfverona.org. Si tratta essenzialmente di associazioni pro family tra le quali, per il nostro Paese, spiccano CitizenGo, rappresentata in Italia da Filippo Savarese, Pro Vita di Toni Brandi e Generazione famiglia di Jacopo Coghe.
Le tre giornate di Verona, per cui pare si sia già raggiunto il tutto esaurito, prevedono per venerdì 29 e sabato 30 numerose sessioni dalle 8 del mattino alle ore 19, mentre nella giornata di domenica tutto si concluderà, dopo la cerimonia di chiusura prevista per mezzogiorno, con una marcia che terminerà alle 15.30 in piazza dei Signori, per la quale sono previste svariate centinaia di presenze.
Si fa davvero fatica a comprendere, alla luce di tutto ciò, i motivi per cui da circa un paio di settimane il Congresso mondiale delle famiglie sia diventato motivo di polemica dal momento che esso non si prefigge di contrastare nulla e nessuno, ma solo di ridare slancio e vigore a politiche familiari troppo spesso solo annunciate.
Giuliano Guzzo
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Alcune spiegano che fermare le nascite serve a salvare il pianeta dall'inquinamento. Altre sono convinte che i figli siano strumento di oppressione. Altre ancora sostengono che sia meglio importare stranieri: ogni scusa è buona per opporsi alla procreazione.All'evento veronese ci saranno incontri sui diritti dei minori e confronti sulle politiche pro natalità in azienda Si discuterà del matrimonio e pure di salute e dignità della donna.Lo speciale contiene due articoliA parlare di famiglia, oggi, si rischia grosso. Si viene considerati reazionari, fascisti, gente con una «vita de merda» (Monica Cirinnà dixit), «sfigati» (copyright di Luigi Di Maio e via insultando. In compenso, va di moda prendere pubblicamente posizione contro i bambini. Opporsi alla riproduzione è un antico passatempo delle femministe e da qualche tempo è decisamente tornato sulla scena. Hanno fatto scalpore, di recente, le dichiarazioni della deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez, che su Instagram ha scritto: «Tutti gli scienziati sono d'accordo sul fatto che le vite dei nostri bambini saranno molto difficili e questo porta i giovani a porsi una domanda: è giusto continuare a fare figli?». L'idea che non si debba avere bambini per salvare il pianeta è condivisa pure da Blythe Pepino, 33 anni, musicista e attivista britannica che ha fondato il movimento Birthstrike (letteralmente: sciopero delle nascite). La signora si dà un gran daffare sulla Rete per convincere altre donne a non riprodursi. L'edizione italiana di Elle le ha dedicato un articolo in cui si spiega che la Pepino è stata ispirata da «uno studio pubblicato su Iop Science e condotto dagli esperti Seth Wynes e Kimberly A. Nicholas». Tale ricerca sostiene che «non avere figli è uno dei modi più efficaci per limitare la nostra personale impronta di carbonio, ovvero la quantità di gas ad effetto serra emessi in atmosfera durante le attività umane». Motivazioni ambientaliste animano anche la scrittrice cilena Lina Meruane, di cui è appena stato pubblicato in Italia il pamphlet Contro i figli (edito da La nuova frontiera), un fiammeggiante manifesto contro la maternità. I toni della Meruane sono apocalittici: «La macchina riproduttiva», scrive, «segue il suo ritmo incessante: sforna figli a bizzeffe. E di persone ne muoiono a bizzeffe, ma per ogni morto, per ogni persona con un piede nella fossa, ci sono due punto tre corpi vivi che vengono scaraventati nel mondo a tentare la sorte». europa inutile Secondo la scrittrice, «i figli, lungi da rappresentare degli scudi biologici per il genere umano, sono parte degli eccessi consumistici e inquinanti che stanno distruggendo il pianeta». Motivo per cui «l'angoscia per la presunta “crisi di fertilità non ha alcun senso. L'Europa potrà anche affliggersi per l'invecchiamento della sua popolazione, potrà sognare l'avvento di un esercito di futuri europei che facciano ripartire il settore industriale [...]. Ma l'Europa, se la osserviamo bene, se la guardiamo attraverso una lente di ingrandimento e con occhi ben aperti, non è che un pezzetto di terra con una manciata di persone sopra». I bambini, dice la Meruane, sono sostanzialmente uno strumento per opprimere il sesso femminile. «Un nuovo pretesto è stato usato contro le donne per riportarle dentro le loro case», scrive. «Lo strumento utilizzato per questa contromossa risponde a un vecchio appellativo: figli!».Le idee della Meruane non sembrano poi così diverse da quelle di Monica Cirinnà o di altre attiviste italiane come Antonella Rampino e Giulia Blasi (autrice di Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici). Queste ultime hanno polemizzato duramente con il Corriere della Sera, colpevole di avere intervista una giovane madre comasca che ha partorito ben 11 figli. «Avete intervistato lei, non lui», ha scritto la Blasi su Twitter, «chiamandola “supermamma" in un momento in cui si cerca di inchiodarci con ogni mezzo alla maternità. Avete deciso che una scelta individuale che riduce alla domesticità doveva essere modello». Di nuovo: i figli servono a rinchiudere le donne in casa, sono una condanna, una prigione. Conviene farne a meno. Anzi, si deve. Come sosteneva la «cyberfemminista» Donna J. Haraway in un saggio che Feltrinelli ha da poco ristampato, è opportuno «generare parentele, non bambini». Il crollo delle nascite, dopo tutto, è un problema a cui è molto facile ovviare: basta importare stranieri. La pensano così anche le xenofemministe capeggiate dalla teorica Helen Hester, ma in fondo è la stessa posizione espressa da Emma Bonino, quella che considera l'Africa «il giardino d'infanzia dell'Europa». Leggermente meno ideologiche rispetto alle attiviste citate finora, ma comunque molto motivate, sono le childfree, cioè le donne che rivendicano il diritto a non mettere al mondo bambini. Esistono dagli anni Settanta, ma negli ultimi anni sono aumentate e hanno trovato illustri rappresentanti Vip. In Italia la portavoce non ufficiale del movimento è l'attrice e regista Michela Andreozzi, autrice di un libro intitolato Non me lo chiedete più. Childfree. La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa, (Harper Collins). vita tranquillaLe childfree, se non altro, non tirano in ballo l'ambiente o l'oppressione. Spiegano con chiarezza che non avere figli le ha aiutate ad avere una vita più tranquilla e piacevole. «Avere figli significa molto più lavoro», ha dichiarato l'attrice Cameron Diaz (una delle «non mamme» più celebri). «Significa avere vite diverse dalla tua di cui sei responsabile. E io non l'ho fatto. Questo ha reso le cose più facili per me». Insomma, per una motivazione o per l'altra, la maternità è presentata come un male da combattere. L'avversione per i figli ritorna ciclicamente negli scritti e nelle dichiarazioni delle femministe di tutto il mondo. Poi, certo, vengono a raccontarci di essere contrarie al Congresso mondiale delle famiglie di Verona perché ospiterebbe «neofascisti e omofobi». Ma, alla base delle proteste dei vari collettivi c'è sempre l'antica motivazione: l'odio per la famiglia e per i nuovi nati in quanto calamità che danneggia le donne in primis e poi tutto il globo. Di sicuro, nessuno si sogna di protestare contro David Benatar, il filosofo antinatalista che domenica sarà a Milano per un incontro della rassegna Bookpride. Presenterà il suo libro intitolato Meglio non essere mai nati (Carbonio editore). Le femministe italiane lo apprezzerebbero molto. Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-battaglia-femminista-contro-i-bambini-2631643837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-di-che-cosa-si-parlera-davvero-al-raduno-che-fa-infuriare-la-sinistra" data-post-id="2631643837" data-published-at="1770704069" data-use-pagination="False"> Ecco di che cosa si parlerà davvero al raduno che fa infuriare la sinistra Dalle accuse d'essere ritrovo tra «omofobi» e di una «destra degli sfigati» alla difesa dei suoi organizzatori, ai quali La Verità non ha mancato di dare voce, il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a fine mese a Verona rappresenta, almeno giornalisticamente, un singolare paradosso: quello di un evento su cui tanto si è polemizzato senza che poi nulla o quasi, in realtà, si sia raccontato. Una sorta d'illustre sconosciuto, insomma. Con il risultato che, se di questa kermesse un po' tutti ormai hanno sentito sparlare, molti ancora ne ignorano quegli elementi contenutistici, organizzativi e programmatici che, a questo punto, pare opportuno chiarire. Il primo aspetto è quello della regia dell'evento, opera dell'Organizzazione internazionale per la famiglia (Iof), dal 2016 presieduta da Brian S. Brown, attivista formatosi all'università di Oxford e cofondatore, nel 2007, anche della National organization for marriage. Marito e padre di 9 bambini, Brown è stato protagonista di articoli delle più prestigiose testate del pianeta, dal New York Times al Washington Post, con quest'ultima testata che l'ha definito come uomo dal «cordiale e spietato buon senso». Oltre ai Congressi mondiali, l'Iof promuove diverse iniziative fra cui una rivista accademica internazionale, The Natural Family, e l'Emerging leaders program, atto a conferire strumenti e autorità a giovani professionisti, accademici e attivisti pro family. Tornando al Congresso, c'è da dire che quello che si terrà a Verona ne è l'ottava edizione. Non è quindi una novità il fatto che sia stato indetto né il fatto che vi partecipino leader istituzionali di primo piano. Lo scorso anno, per dire, l'evento si tenne in Moldavia, ospitato dal presidente Igor Dodon, mentre nel 2017 il governo ungherese collaborò alla sua realizzazione a Budapest, con la partecipazione e direzione del premier Viktor Orbán . La manifestazione gode anche della stima di esponenti ecclesiastici, se si pensa che pochi mesi fa a Chisinau, in Moldavia, era presente anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. E fu proprio allora, che la scelta di organizzare il Congresso a Verona venne ufficializzata. Questi eventi internazionali, organizzati dalla Iof di Brown, hanno un duplice scopo. Il primo è quello di far incontrare leader sostenitori della famiglia provenienti da tutto il mondo, i quali altrimenti difficilmente avrebbero modo di farlo. In secondo luogo il fine è di affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale, sia facendo il punto sulle politiche finora adottate su questo versante, sia tracciando prospettive comuni su cui lavorare. Non si tratta quindi di un mero appuntamento per esperti, bensì di un'occasione per pianificare strategie politiche e istituzionali volte a meglio promuovere quella che i critici apostrofano come famiglia tradizionale. L'edizione veronese del Congresso che, come noto, avrà con ospiti di primo piano, da Matteo Salvini al ministro Lorenzo Fontana, dal presidente moldavo Dodon al patriarca della Chiesa cattolica sira Ignazio Giuseppe III, si focalizzerà su dieci nuclei tematici distinti eppure complementari sotto il profilo valoriale quali la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, l'ecologia umana integrale, la donna nella storia, la crescita e crisi demografica, la salute e dignità della donna, il divorzio e le politiche aziendali per famiglia e natalità. Nessun mistero per quanto riguarda i finanziatori e gli sponsor del Congresso, i cui numerosi loghi figurano ordinati sulle locandine e sul sito ufficiale, wcfverona.org. Si tratta essenzialmente di associazioni pro family tra le quali, per il nostro Paese, spiccano CitizenGo, rappresentata in Italia da Filippo Savarese, Pro Vita di Toni Brandi e Generazione famiglia di Jacopo Coghe. Le tre giornate di Verona, per cui pare si sia già raggiunto il tutto esaurito, prevedono per venerdì 29 e sabato 30 numerose sessioni dalle 8 del mattino alle ore 19, mentre nella giornata di domenica tutto si concluderà, dopo la cerimonia di chiusura prevista per mezzogiorno, con una marcia che terminerà alle 15.30 in piazza dei Signori, per la quale sono previste svariate centinaia di presenze. Si fa davvero fatica a comprendere, alla luce di tutto ciò, i motivi per cui da circa un paio di settimane il Congresso mondiale delle famiglie sia diventato motivo di polemica dal momento che esso non si prefigge di contrastare nulla e nessuno, ma solo di ridare slancio e vigore a politiche familiari troppo spesso solo annunciate. Giuliano Guzzo
I mimetizzati hanno un nome burocratico: si chiamano «adulti in area penale esterna». In tutto, al 15 gennaio 2026, secondo l’analisi statistica elaborata dal Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, sono 144.822. E ben 30.279 sono stranieri. Oltre uno su cinque. Sono in carico agli Uffici di esecuzione penale esterna. Prevalentemente uomini: 26.381, concentrati nelle fasce centrali d’età, tra i 30 e i 59 anni. Ma non mancano i giovanissimi. Chi finisce in questa statistica non ci arriva per caso. Il documento lo spiega con precisione quando elenca i compiti degli uffici, che comprendono l’attività di indagine sulla situazione individuale e socio-familiare di chi chiede di accedere a misure alternative, ma soprattutto l’esecuzione delle misure alternative alla detenzione e delle sanzioni e misure di comunità. Il documento elenca anche da dove arrivano questi stranieri: 4.571 dal Marocco, 4.147 dall’Albania, 1.824 dalla Tunisia, 1.464 dalla Nigeria. Seguono il Senegal, l’Egitto, il Perù, la Cina e il Pakistan. Ci sono anche gli europei: 3.890 provengono dalla Romania, 695 dall’Ucraina, 558 dalla Germania, 344 dalla Svizzera, 254 dalla Polonia, 241 dalla Russia.
Sono affidati ai servizi sociali, in semilibertà o in libertà vigilata, svolgono lavori di pubblica utilità (per violazione della legge sugli stupefacenti o del codice della strada). In alcuni casi sono affidati a una Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza istituite nel 2014 per accogliere le persone affette da disturbi mentali che commettono reati. È in una Rems, per esempio, Mohamed Amine Elouardaoui, 20 anni, marocchino con regolare permesso di soggiorno ma con disturbi psichici, che a Prato ha picchiato e sfregiato dieci donne, perché odiava le italiane.
Le tabelle sono precise su chi entra nel sistema, su quanti sono in carico, su quali misure vengono applicate, sui flussi in entrata. Ma c’è un buco che pesa: non c’è una riga sui provvedimenti di revoca. Nessun dato su quante misure vengano interrotte. Nessuna indicazione su chi viola le prescrizioni, su chi fallisce il percorso, su chi torna dietro le sbarre. Un’assenza che non è neutra. Perché dovrebbe contenere i casi più allarmanti. A Napoli, per esempio, lo scorso 12 gennaio, un quarantaseienne in regime di semilibertà ha scippato un’anziana che, cadendo, ha battuto la testa. Dopo poche ore è stato arrestato per rapina aggravata. Il 26 settembre scorso, a Bologna, un trentaseienne in semilibertà è stato fermato dalla polizia dopo aver picchiato una donna che aveva cercato di violentare. A novembre, invece, a Lanciano, due rom appartenenti a famiglie rivali si sono fronteggiati per strada. Entrambi erano in semilibertà. Ad Agrigento, lo scorso giugno, approfittando della semilibertà un quarantunenne ha preso a calci la moglie. Ma quando il magistrato di sorveglianza gli ha revocato il beneficio, disponendo il ritorno in cella, era già uccel di bosco (è stato rintracciato solo dopo alcuni giorni). Ad aprile, ancora una volta a Napoli, un trentatreenne in semilibertà ha ferito due persone a colpi di pistola sul lungomare per un litigio legato a un giro gratis che i figli avrebbero dovuto fare su una giostra. A Castorano, in provincia di Ascoli Piceno, il 26 gennaio un trentatreenne affidato ai servizi sociali è stato beccato dalla polizia a spacciare droga. Solo pochi giorni fa in Sicilia, a Scoglitti (Ragusa), i carabinieri hanno arrestato un quarantenne di Vittoria affidato ai servizi sociali dopo una condanna a 4 anni per omicidio colposo plurimo per aver provocato un incidente stradale. Era stato ammesso alla misura alternativa ma ne avrebbe violato ripetutamente le prescrizioni commettendo infrazioni, guarda caso, alla guida di un’auto. Mentre a Pontelagoscuro di Ferrara un cinquantenne, due settimane fa, è stato arrestato per furto di carburante ai danni di un autotrasportatore. Si trovava in affidamento in prova ai servizi sociali in alternativa al carcere, misura che era stata disposta dal magistrato di Sorveglianza di Bologna. I casi sono centinaia.
E basta fare una piccola ricerca su Google per scoprire in quanti altri i semidetenuti si sono trasformati in aspiranti primule rosse tentando di sparire dai radar della giustizia. Come se non bastasse, però, dalla Corte di Cassazione è arrivata una sentenza, la numero 15896 del 2024, che tende la mano a chi ha sbagliato e continua a sbagliare. Ecco la massima: «Per la revoca semilibertà è necessaria una valutazione complessiva del percorso rieducativo del condannato, non potendo basarsi esclusivamente su un unico comportamento deviante, specialmente se questo non interrompe un lungo e positivo cammino di reinserimento sociale». Non è detto, quindi, che dopo un ulteriore reato si torni in cella. E, così, l’area penale esterna si confonde con la vita quotidiana, trasformando la pena in una presenza diffusa, spesso poco controllabile e quasi mai raccontata.
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Bad Bunny (Ansa)
Non a caso, lo spettacolo dell’intervallo è diventato negli anni quasi più importante del gioco stesso: non un semplice intrattenimento musicale, ma una vetrina mondiale in cui l’industria dello spettacolo contrabbanda simboli, messaggi e visioni del mondo.
Quest’anno il palco è stato affidato a Bad Bunny, nome d’arte di Benito Antonio Martínez Ocasio, cantante portoricano tra i più ascoltati al mondo e figura centrale del pop latino contemporaneo. La sua esibizione, quasi interamente in spagnolo, è stata costruita come una celebrazione dell’identità culturale latina, con scenografie e riferimenti evidentemente politicizzati. In particolare, hanno fatto discutere i messaggi ostili all’Ice: dietro alla consueta retorica umanitaria e zuccherosa, Bad Bunny si è abbandonato a tutti gli effetti a una difesa dell’immigrazione illegale, infilata nel momento televisivo più visto d’America.
Donald Trump, ovviamente, non l’ha presa bene: il presidente ha liquidato la performance come «assolutamente terribile» e «una delle peggiori di sempre». Per il tycoon, che ha criticato apertamente l’uso dello spagnolo e il contenuto politico dell’esibizione, lo show di Bad Bunny non rappresenta lo spirito del Paese. Da lì è partito il consueto teatrino mediatico, con la galassia progressista che ha subito letto le parole di Trump come un attacco alla comunità latina residente negli Usa. Eppure, checché ne dicano i miliardari alla Jennifer Lopez, il tycoon è tutt’altro che indifferente ai latinos: basti pensare che, alle presidenziali del 2024, i repubblicani hanno registrato percentuali record tra gli ispanici, arrivando quasi a pareggiare i suffragi dei dem, tradizionalmente votati da questo segmento elettorale. Segno che il consenso non coincide necessariamente con i piagnistei di cantanti miliardari e testimonial da palcoscenico.
Ma l’evento di ieri, oltre ai lamenti liberal, ha riservato anche sorprese. In contemporanea con lo spettacolo ufficiale, infatti, la nota associazione conservatrice Turning Point Usa ha organizzato un vero e proprio spettacolo alternativo dell’intervallo. Protagonisti sono stati artisti come Kid Rock, Lee Brice, Brantley Gilbert e Gabby Barrett, con richiami espliciti ai valori patriottici e alla figura del fondatore dell’organizzazione, il compianto Charlie Kirk. Nonostante gli sfavori del pronostico, i numeri raccontano una storia interessante. Lo spettacolo alternativo ha raccolto milioni di visualizzazioni in diretta su YouTube e, nelle ore successive, decine di milioni di visualizzazioni complessive sui social. Un risultato notevole, ottenuto senza la macchina promozionale della Nfl e senza l’appoggio delle grandi reti televisive: un piccolo miracolo, insomma, che segnala l’esistenza di un pubblico ampio e motivato, pronto a sottrarsi allo show ufficiale pur di non sorbirsi l’ennesima catechesi progressista.
Alla fine, tra polemiche, slogan e contro-slogan, resta l’impressione di un evento sportivo fagocitato dai pretoriani woke, come se ogni occasione collettiva dovesse diventare una tribuna politica. Ah, per la cronaca - quella sportiva - il titolo di campioni è andato ai Seattle Seahawks, che hanno travolto i New England Patriots 29 a 13.
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