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2019-03-15
La battaglia femminista contro i bambini
Ansa
A parlare di famiglia, oggi, si rischia grosso. Si viene considerati reazionari, fascisti, gente con una «vita de merda» (Monica Cirinnà dixit), «sfigati» (copyright di Luigi Di Maio e via insultando. In compenso, va di moda prendere pubblicamente posizione contro i bambini. Opporsi alla riproduzione è un antico passatempo delle femministe e da qualche tempo è decisamente tornato sulla scena. Hanno fatto scalpore, di recente, le dichiarazioni della deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez, che su Instagram ha scritto: «Tutti gli scienziati sono d'accordo sul fatto che le vite dei nostri bambini saranno molto difficili e questo porta i giovani a porsi una domanda: è giusto continuare a fare figli?».
L'idea che non si debba avere bambini per salvare il pianeta è condivisa pure da Blythe Pepino, 33 anni, musicista e attivista britannica che ha fondato il movimento Birthstrike (letteralmente: sciopero delle nascite). La signora si dà un gran daffare sulla Rete per convincere altre donne a non riprodursi. L'edizione italiana di Elle le ha dedicato un articolo in cui si spiega che la Pepino è stata ispirata da «uno studio pubblicato su Iop Science e condotto dagli esperti Seth Wynes e Kimberly A. Nicholas». Tale ricerca sostiene che «non avere figli è uno dei modi più efficaci per limitare la nostra personale impronta di carbonio, ovvero la quantità di gas ad effetto serra emessi in atmosfera durante le attività umane».
Motivazioni ambientaliste animano anche la scrittrice cilena Lina Meruane, di cui è appena stato pubblicato in Italia il pamphlet Contro i figli (edito da La nuova frontiera), un fiammeggiante manifesto contro la maternità. I toni della Meruane sono apocalittici: «La macchina riproduttiva», scrive, «segue il suo ritmo incessante: sforna figli a bizzeffe. E di persone ne muoiono a bizzeffe, ma per ogni morto, per ogni persona con un piede nella fossa, ci sono due punto tre corpi vivi che vengono scaraventati nel mondo a tentare la sorte».
europa inutile
Secondo la scrittrice, «i figli, lungi da rappresentare degli scudi biologici per il genere umano, sono parte degli eccessi consumistici e inquinanti che stanno distruggendo il pianeta». Motivo per cui «l'angoscia per la presunta “crisi di fertilità non ha alcun senso. L'Europa potrà anche affliggersi per l'invecchiamento della sua popolazione, potrà sognare l'avvento di un esercito di futuri europei che facciano ripartire il settore industriale [...]. Ma l'Europa, se la osserviamo bene, se la guardiamo attraverso una lente di ingrandimento e con occhi ben aperti, non è che un pezzetto di terra con una manciata di persone sopra». I bambini, dice la Meruane, sono sostanzialmente uno strumento per opprimere il sesso femminile. «Un nuovo pretesto è stato usato contro le donne per riportarle dentro le loro case», scrive. «Lo strumento utilizzato per questa contromossa risponde a un vecchio appellativo: figli!».
Le idee della Meruane non sembrano poi così diverse da quelle di Monica Cirinnà o di altre attiviste italiane come Antonella Rampino e Giulia Blasi (autrice di Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici). Queste ultime hanno polemizzato duramente con il Corriere della Sera, colpevole di avere intervista una giovane madre comasca che ha partorito ben 11 figli. «Avete intervistato lei, non lui», ha scritto la Blasi su Twitter, «chiamandola “supermamma" in un momento in cui si cerca di inchiodarci con ogni mezzo alla maternità. Avete deciso che una scelta individuale che riduce alla domesticità doveva essere modello».
Di nuovo: i figli servono a rinchiudere le donne in casa, sono una condanna, una prigione. Conviene farne a meno. Anzi, si deve. Come sosteneva la «cyberfemminista» Donna J. Haraway in un saggio che Feltrinelli ha da poco ristampato, è opportuno «generare parentele, non bambini». Il crollo delle nascite, dopo tutto, è un problema a cui è molto facile ovviare: basta importare stranieri. La pensano così anche le xenofemministe capeggiate dalla teorica Helen Hester, ma in fondo è la stessa posizione espressa da Emma Bonino, quella che considera l'Africa «il giardino d'infanzia dell'Europa».
Leggermente meno ideologiche rispetto alle attiviste citate finora, ma comunque molto motivate, sono le childfree, cioè le donne che rivendicano il diritto a non mettere al mondo bambini. Esistono dagli anni Settanta, ma negli ultimi anni sono aumentate e hanno trovato illustri rappresentanti Vip. In Italia la portavoce non ufficiale del movimento è l'attrice e regista Michela Andreozzi, autrice di un libro intitolato Non me lo chiedete più. Childfree. La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa, (Harper Collins).
vita tranquilla
Le childfree, se non altro, non tirano in ballo l'ambiente o l'oppressione. Spiegano con chiarezza che non avere figli le ha aiutate ad avere una vita più tranquilla e piacevole. «Avere figli significa molto più lavoro», ha dichiarato l'attrice Cameron Diaz (una delle «non mamme» più celebri). «Significa avere vite diverse dalla tua di cui sei responsabile. E io non l'ho fatto. Questo ha reso le cose più facili per me».
Insomma, per una motivazione o per l'altra, la maternità è presentata come un male da combattere. L'avversione per i figli ritorna ciclicamente negli scritti e nelle dichiarazioni delle femministe di tutto il mondo. Poi, certo, vengono a raccontarci di essere contrarie al Congresso mondiale delle famiglie di Verona perché ospiterebbe «neofascisti e omofobi». Ma, alla base delle proteste dei vari collettivi c'è sempre l'antica motivazione: l'odio per la famiglia e per i nuovi nati in quanto calamità che danneggia le donne in primis e poi tutto il globo.
Di sicuro, nessuno si sogna di protestare contro David Benatar, il filosofo antinatalista che domenica sarà a Milano per un incontro della rassegna Bookpride. Presenterà il suo libro intitolato Meglio non essere mai nati (Carbonio editore). Le femministe italiane lo apprezzerebbero molto.
Riccardo Torrescura
Ecco di che cosa si parlerà davvero al raduno che fa infuriare la sinistra
Dalle accuse d'essere ritrovo tra «omofobi» e di una «destra degli sfigati» alla difesa dei suoi organizzatori, ai quali La Verità non ha mancato di dare voce, il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a fine mese a Verona rappresenta, almeno giornalisticamente, un singolare paradosso: quello di un evento su cui tanto si è polemizzato senza che poi nulla o quasi, in realtà, si sia raccontato. Una sorta d'illustre sconosciuto, insomma. Con il risultato che, se di questa kermesse un po' tutti ormai hanno sentito sparlare, molti ancora ne ignorano quegli elementi contenutistici, organizzativi e programmatici che, a questo punto, pare opportuno chiarire.
Il primo aspetto è quello della regia dell'evento, opera dell'Organizzazione internazionale per la famiglia (Iof), dal 2016 presieduta da Brian S. Brown, attivista formatosi all'università di Oxford e cofondatore, nel 2007, anche della National organization for marriage. Marito e padre di 9 bambini, Brown è stato protagonista di articoli delle più prestigiose testate del pianeta, dal New York Times al Washington Post, con quest'ultima testata che l'ha definito come uomo dal «cordiale e spietato buon senso».
Oltre ai Congressi mondiali, l'Iof promuove diverse iniziative fra cui una rivista accademica internazionale, The Natural Family, e l'Emerging leaders program, atto a conferire strumenti e autorità a giovani professionisti, accademici e attivisti pro family.
Tornando al Congresso, c'è da dire che quello che si terrà a Verona ne è l'ottava edizione. Non è quindi una novità il fatto che sia stato indetto né il fatto che vi partecipino leader istituzionali di primo piano. Lo scorso anno, per dire, l'evento si tenne in Moldavia, ospitato dal presidente Igor Dodon, mentre nel 2017 il governo ungherese collaborò alla sua realizzazione a Budapest, con la partecipazione e direzione del premier Viktor Orbán . La manifestazione gode anche della stima di esponenti ecclesiastici, se si pensa che pochi mesi fa a Chisinau, in Moldavia, era presente anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. E fu proprio allora, che la scelta di organizzare il Congresso a Verona venne ufficializzata.
Questi eventi internazionali, organizzati dalla Iof di Brown, hanno un duplice scopo. Il primo è quello di far incontrare leader sostenitori della famiglia provenienti da tutto il mondo, i quali altrimenti difficilmente avrebbero modo di farlo. In secondo luogo il fine è di affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale, sia facendo il punto sulle politiche finora adottate su questo versante, sia tracciando prospettive comuni su cui lavorare. Non si tratta quindi di un mero appuntamento per esperti, bensì di un'occasione per pianificare strategie politiche e istituzionali volte a meglio promuovere quella che i critici apostrofano come famiglia tradizionale.
L'edizione veronese del Congresso che, come noto, avrà con ospiti di primo piano, da Matteo Salvini al ministro Lorenzo Fontana, dal presidente moldavo Dodon al patriarca della Chiesa cattolica sira Ignazio Giuseppe III, si focalizzerà su dieci nuclei tematici distinti eppure complementari sotto il profilo valoriale quali la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, l'ecologia umana integrale, la donna nella storia, la crescita e crisi demografica, la salute e dignità della donna, il divorzio e le politiche aziendali per famiglia e natalità.
Nessun mistero per quanto riguarda i finanziatori e gli sponsor del Congresso, i cui numerosi loghi figurano ordinati sulle locandine e sul sito ufficiale, wcfverona.org. Si tratta essenzialmente di associazioni pro family tra le quali, per il nostro Paese, spiccano CitizenGo, rappresentata in Italia da Filippo Savarese, Pro Vita di Toni Brandi e Generazione famiglia di Jacopo Coghe.
Le tre giornate di Verona, per cui pare si sia già raggiunto il tutto esaurito, prevedono per venerdì 29 e sabato 30 numerose sessioni dalle 8 del mattino alle ore 19, mentre nella giornata di domenica tutto si concluderà, dopo la cerimonia di chiusura prevista per mezzogiorno, con una marcia che terminerà alle 15.30 in piazza dei Signori, per la quale sono previste svariate centinaia di presenze.
Si fa davvero fatica a comprendere, alla luce di tutto ciò, i motivi per cui da circa un paio di settimane il Congresso mondiale delle famiglie sia diventato motivo di polemica dal momento che esso non si prefigge di contrastare nulla e nessuno, ma solo di ridare slancio e vigore a politiche familiari troppo spesso solo annunciate.
Giuliano Guzzo
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Alcune spiegano che fermare le nascite serve a salvare il pianeta dall'inquinamento. Altre sono convinte che i figli siano strumento di oppressione. Altre ancora sostengono che sia meglio importare stranieri: ogni scusa è buona per opporsi alla procreazione.All'evento veronese ci saranno incontri sui diritti dei minori e confronti sulle politiche pro natalità in azienda Si discuterà del matrimonio e pure di salute e dignità della donna.Lo speciale contiene due articoliA parlare di famiglia, oggi, si rischia grosso. Si viene considerati reazionari, fascisti, gente con una «vita de merda» (Monica Cirinnà dixit), «sfigati» (copyright di Luigi Di Maio e via insultando. In compenso, va di moda prendere pubblicamente posizione contro i bambini. Opporsi alla riproduzione è un antico passatempo delle femministe e da qualche tempo è decisamente tornato sulla scena. Hanno fatto scalpore, di recente, le dichiarazioni della deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez, che su Instagram ha scritto: «Tutti gli scienziati sono d'accordo sul fatto che le vite dei nostri bambini saranno molto difficili e questo porta i giovani a porsi una domanda: è giusto continuare a fare figli?». L'idea che non si debba avere bambini per salvare il pianeta è condivisa pure da Blythe Pepino, 33 anni, musicista e attivista britannica che ha fondato il movimento Birthstrike (letteralmente: sciopero delle nascite). La signora si dà un gran daffare sulla Rete per convincere altre donne a non riprodursi. L'edizione italiana di Elle le ha dedicato un articolo in cui si spiega che la Pepino è stata ispirata da «uno studio pubblicato su Iop Science e condotto dagli esperti Seth Wynes e Kimberly A. Nicholas». Tale ricerca sostiene che «non avere figli è uno dei modi più efficaci per limitare la nostra personale impronta di carbonio, ovvero la quantità di gas ad effetto serra emessi in atmosfera durante le attività umane». Motivazioni ambientaliste animano anche la scrittrice cilena Lina Meruane, di cui è appena stato pubblicato in Italia il pamphlet Contro i figli (edito da La nuova frontiera), un fiammeggiante manifesto contro la maternità. I toni della Meruane sono apocalittici: «La macchina riproduttiva», scrive, «segue il suo ritmo incessante: sforna figli a bizzeffe. E di persone ne muoiono a bizzeffe, ma per ogni morto, per ogni persona con un piede nella fossa, ci sono due punto tre corpi vivi che vengono scaraventati nel mondo a tentare la sorte». europa inutile Secondo la scrittrice, «i figli, lungi da rappresentare degli scudi biologici per il genere umano, sono parte degli eccessi consumistici e inquinanti che stanno distruggendo il pianeta». Motivo per cui «l'angoscia per la presunta “crisi di fertilità non ha alcun senso. L'Europa potrà anche affliggersi per l'invecchiamento della sua popolazione, potrà sognare l'avvento di un esercito di futuri europei che facciano ripartire il settore industriale [...]. Ma l'Europa, se la osserviamo bene, se la guardiamo attraverso una lente di ingrandimento e con occhi ben aperti, non è che un pezzetto di terra con una manciata di persone sopra». I bambini, dice la Meruane, sono sostanzialmente uno strumento per opprimere il sesso femminile. «Un nuovo pretesto è stato usato contro le donne per riportarle dentro le loro case», scrive. «Lo strumento utilizzato per questa contromossa risponde a un vecchio appellativo: figli!».Le idee della Meruane non sembrano poi così diverse da quelle di Monica Cirinnà o di altre attiviste italiane come Antonella Rampino e Giulia Blasi (autrice di Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici). Queste ultime hanno polemizzato duramente con il Corriere della Sera, colpevole di avere intervista una giovane madre comasca che ha partorito ben 11 figli. «Avete intervistato lei, non lui», ha scritto la Blasi su Twitter, «chiamandola “supermamma" in un momento in cui si cerca di inchiodarci con ogni mezzo alla maternità. Avete deciso che una scelta individuale che riduce alla domesticità doveva essere modello». Di nuovo: i figli servono a rinchiudere le donne in casa, sono una condanna, una prigione. Conviene farne a meno. Anzi, si deve. Come sosteneva la «cyberfemminista» Donna J. Haraway in un saggio che Feltrinelli ha da poco ristampato, è opportuno «generare parentele, non bambini». Il crollo delle nascite, dopo tutto, è un problema a cui è molto facile ovviare: basta importare stranieri. La pensano così anche le xenofemministe capeggiate dalla teorica Helen Hester, ma in fondo è la stessa posizione espressa da Emma Bonino, quella che considera l'Africa «il giardino d'infanzia dell'Europa». Leggermente meno ideologiche rispetto alle attiviste citate finora, ma comunque molto motivate, sono le childfree, cioè le donne che rivendicano il diritto a non mettere al mondo bambini. Esistono dagli anni Settanta, ma negli ultimi anni sono aumentate e hanno trovato illustri rappresentanti Vip. In Italia la portavoce non ufficiale del movimento è l'attrice e regista Michela Andreozzi, autrice di un libro intitolato Non me lo chiedete più. Childfree. La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa, (Harper Collins). vita tranquillaLe childfree, se non altro, non tirano in ballo l'ambiente o l'oppressione. Spiegano con chiarezza che non avere figli le ha aiutate ad avere una vita più tranquilla e piacevole. «Avere figli significa molto più lavoro», ha dichiarato l'attrice Cameron Diaz (una delle «non mamme» più celebri). «Significa avere vite diverse dalla tua di cui sei responsabile. E io non l'ho fatto. Questo ha reso le cose più facili per me». Insomma, per una motivazione o per l'altra, la maternità è presentata come un male da combattere. L'avversione per i figli ritorna ciclicamente negli scritti e nelle dichiarazioni delle femministe di tutto il mondo. Poi, certo, vengono a raccontarci di essere contrarie al Congresso mondiale delle famiglie di Verona perché ospiterebbe «neofascisti e omofobi». Ma, alla base delle proteste dei vari collettivi c'è sempre l'antica motivazione: l'odio per la famiglia e per i nuovi nati in quanto calamità che danneggia le donne in primis e poi tutto il globo. Di sicuro, nessuno si sogna di protestare contro David Benatar, il filosofo antinatalista che domenica sarà a Milano per un incontro della rassegna Bookpride. Presenterà il suo libro intitolato Meglio non essere mai nati (Carbonio editore). Le femministe italiane lo apprezzerebbero molto. Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-battaglia-femminista-contro-i-bambini-2631643837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-di-che-cosa-si-parlera-davvero-al-raduno-che-fa-infuriare-la-sinistra" data-post-id="2631643837" data-published-at="1782712849" data-use-pagination="False"> Ecco di che cosa si parlerà davvero al raduno che fa infuriare la sinistra Dalle accuse d'essere ritrovo tra «omofobi» e di una «destra degli sfigati» alla difesa dei suoi organizzatori, ai quali La Verità non ha mancato di dare voce, il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a fine mese a Verona rappresenta, almeno giornalisticamente, un singolare paradosso: quello di un evento su cui tanto si è polemizzato senza che poi nulla o quasi, in realtà, si sia raccontato. Una sorta d'illustre sconosciuto, insomma. Con il risultato che, se di questa kermesse un po' tutti ormai hanno sentito sparlare, molti ancora ne ignorano quegli elementi contenutistici, organizzativi e programmatici che, a questo punto, pare opportuno chiarire. Il primo aspetto è quello della regia dell'evento, opera dell'Organizzazione internazionale per la famiglia (Iof), dal 2016 presieduta da Brian S. Brown, attivista formatosi all'università di Oxford e cofondatore, nel 2007, anche della National organization for marriage. Marito e padre di 9 bambini, Brown è stato protagonista di articoli delle più prestigiose testate del pianeta, dal New York Times al Washington Post, con quest'ultima testata che l'ha definito come uomo dal «cordiale e spietato buon senso». Oltre ai Congressi mondiali, l'Iof promuove diverse iniziative fra cui una rivista accademica internazionale, The Natural Family, e l'Emerging leaders program, atto a conferire strumenti e autorità a giovani professionisti, accademici e attivisti pro family. Tornando al Congresso, c'è da dire che quello che si terrà a Verona ne è l'ottava edizione. Non è quindi una novità il fatto che sia stato indetto né il fatto che vi partecipino leader istituzionali di primo piano. Lo scorso anno, per dire, l'evento si tenne in Moldavia, ospitato dal presidente Igor Dodon, mentre nel 2017 il governo ungherese collaborò alla sua realizzazione a Budapest, con la partecipazione e direzione del premier Viktor Orbán . La manifestazione gode anche della stima di esponenti ecclesiastici, se si pensa che pochi mesi fa a Chisinau, in Moldavia, era presente anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. E fu proprio allora, che la scelta di organizzare il Congresso a Verona venne ufficializzata. Questi eventi internazionali, organizzati dalla Iof di Brown, hanno un duplice scopo. Il primo è quello di far incontrare leader sostenitori della famiglia provenienti da tutto il mondo, i quali altrimenti difficilmente avrebbero modo di farlo. In secondo luogo il fine è di affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale, sia facendo il punto sulle politiche finora adottate su questo versante, sia tracciando prospettive comuni su cui lavorare. Non si tratta quindi di un mero appuntamento per esperti, bensì di un'occasione per pianificare strategie politiche e istituzionali volte a meglio promuovere quella che i critici apostrofano come famiglia tradizionale. L'edizione veronese del Congresso che, come noto, avrà con ospiti di primo piano, da Matteo Salvini al ministro Lorenzo Fontana, dal presidente moldavo Dodon al patriarca della Chiesa cattolica sira Ignazio Giuseppe III, si focalizzerà su dieci nuclei tematici distinti eppure complementari sotto il profilo valoriale quali la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, l'ecologia umana integrale, la donna nella storia, la crescita e crisi demografica, la salute e dignità della donna, il divorzio e le politiche aziendali per famiglia e natalità. Nessun mistero per quanto riguarda i finanziatori e gli sponsor del Congresso, i cui numerosi loghi figurano ordinati sulle locandine e sul sito ufficiale, wcfverona.org. Si tratta essenzialmente di associazioni pro family tra le quali, per il nostro Paese, spiccano CitizenGo, rappresentata in Italia da Filippo Savarese, Pro Vita di Toni Brandi e Generazione famiglia di Jacopo Coghe. Le tre giornate di Verona, per cui pare si sia già raggiunto il tutto esaurito, prevedono per venerdì 29 e sabato 30 numerose sessioni dalle 8 del mattino alle ore 19, mentre nella giornata di domenica tutto si concluderà, dopo la cerimonia di chiusura prevista per mezzogiorno, con una marcia che terminerà alle 15.30 in piazza dei Signori, per la quale sono previste svariate centinaia di presenze. Si fa davvero fatica a comprendere, alla luce di tutto ciò, i motivi per cui da circa un paio di settimane il Congresso mondiale delle famiglie sia diventato motivo di polemica dal momento che esso non si prefigge di contrastare nulla e nessuno, ma solo di ridare slancio e vigore a politiche familiari troppo spesso solo annunciate. Giuliano Guzzo
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Ci sono nomi di aziende aeronautiche italiane che ormai pochi ricordano. Questa è la storia.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
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Petroliere in navigazione nello Stretto di Hormuz (Getty Images)
Dopo l’attacco, sabato, di un drone iraniano alla petroliera Kiku, battente bandiera panamense, è partita la rappresaglia americana con raid aerei su basi militari iraniane nel porto di Sirik e nell’isola di Qeshm, sul lato iraniano dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha reagito con missili e droni verso le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. A seguito degli incidenti, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ieri in visita in Iraq, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz resterà sotto controllo iraniano per 30 giorni: «Lo Stretto di Hormuz rimane sotto la completa supervisione e gestione dell’Iran per i prossimi 30 giorni e, una volta rimossi tutti gli ostacoli, la piena capacità di navigazione del canale sarà ripristinata».
Da giorni Teheran rivendica che il transito dallo Stretto debba avvenire «in modo coordinato con la Guardia rivoluzionaria», ovvero i pasdaran, e lungo «corridoi concordati con l’Iran». Ciò nella prospettiva, in cui gli iraniani sperano ancora, che nei negoziati con gli Usa previsti fino a metà agosto, possano cavarne un pedaggio. Sono tali rivendicazioni all’origine dell’incidente della nave Kiku e di un precedente analogo, giovedì scorso. La reazione del comando americano Centcom, su ordine del presidente Donald Trump, è partita la notte fra sabato e domenica. Stando al Centcom, aerei statunitensi «hanno colpito 10 obiettivi in Iran fra cui infrastrutture di sorveglianza militari, sistemi di comunicazione, siti di difesa aerea, impianti di stoccaggio di droni e mezzi per la posa di mine». Trump ha postato sul social Truth l’ennesimo monito: «Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di essere ragionevoli e saremo costretti a portare a termine militarmente il lavoro che abbiamo iniziato. Se ciò accadesse, la Repubblica islamica dell’Iran cesserebbe di esistere».
Chiaramente gli Usa non potrebbero «far cessare di esistere l’Iran», se non con armi atomiche, fuori discussione. La reazione dei pasdaran ha preso corpo con missili e droni su avamposti statunitensi. Secondo la Guardia rivoluzionaria «sono state distrutte otto infrastrutture delle forze Usa nella base aerea Ali Al Salem, in Kuwait, e nella base della Quinta Flotta dell’US Navy a Port Salman, in Bahrein». Le truppe kuwaitiane, equipaggiate coi missili antiaerei Patriot forniti dagli Usa, hanno affermato di aver «intercettato e neutralizzato due missili balistici iraniani» e che l’incursione «non ha causato danni, né vittime». Dal ministero degli Esteri di Kuwait City è poi stata diramata «una condanna delle aggressioni dell’Iran in violazione della nostra sovranità». Stessi toni dal Bahrein, il cui comando militare ha denunciato «attacchi con missili balistici e droni intercettati e distrutto dalle nostre difese». Inoltre, il ministero degli Esteri del Bahrein, indicando «l’Iran responsabile di ogni escalation», ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di riunirsi «in sessione urgente».
La pretesa iraniana di dominare lo Stretto di Hormuz e la prontezza di Trump a reagire a ogni sgarro con attacchi aerei, paiono indicare che entrambe parti facciano a gara nel presentarsi come «vincitore» della guerra, per quanto nel caso iraniano la pretesa sia assai meno lontana dalla verità. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha promesso che «gli Stati Uniti continueranno, militarmente se necessario, a smantellare le infrastrutture che Teheran cerca di usare per controllare illegalmente una via navigabile internazionale». Ieri il gruppo armatoriale Cma-Cgm ha comunicato che una sua nave cargo battente bandiera francese «è riuscita a uscire dallo Stretto di Hormuz», ma che «10 navi del gruppo sono ancora bloccate». Inoltre, il Financial Times ha pubblicato i commenti di Takaya Soga, amministratore delegato della società di navigazione giapponese Nyk Line, secondo cui la presenza delle almeno 80 mine iraniane posate nei mesi scorsi ostacolerà il traffico navale attraverso Hormuz per mesi. Ha spiegato: «Le rotte disponibili sono limitate, una presso l’isola di Larak, vicino alla costa iraniana, e un’altra vicino all’Oman, a Sud».
Il processo negoziale dipenderà anche dall’evoluzione della situazione in Libano, dove ancora ieri sono proseguiti scontri fra truppe di Israele e miliziani Hezbollah, con l’uccisione di un soldato ebraico e di un miliziano sciita. Il ministro iraniano Araghchi chiede che «gli Stati Uniti costringano l’entità sionista (Israele, ndr) a cessare i raid». Secondo Axios, gli Usa avrebbero, per ora, «chiesto a Israele due modifiche sul testo dell’accordo con il Libano, una che impegna le truppe ebraiche a ritirarsi da un villaggio del Libano meridionale, l’altra che impegna a un più ampio ritiro dal Paese».
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