True
2019-03-15
La battaglia femminista contro i bambini
Ansa
A parlare di famiglia, oggi, si rischia grosso. Si viene considerati reazionari, fascisti, gente con una «vita de merda» (Monica Cirinnà dixit), «sfigati» (copyright di Luigi Di Maio e via insultando. In compenso, va di moda prendere pubblicamente posizione contro i bambini. Opporsi alla riproduzione è un antico passatempo delle femministe e da qualche tempo è decisamente tornato sulla scena. Hanno fatto scalpore, di recente, le dichiarazioni della deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez, che su Instagram ha scritto: «Tutti gli scienziati sono d'accordo sul fatto che le vite dei nostri bambini saranno molto difficili e questo porta i giovani a porsi una domanda: è giusto continuare a fare figli?».
L'idea che non si debba avere bambini per salvare il pianeta è condivisa pure da Blythe Pepino, 33 anni, musicista e attivista britannica che ha fondato il movimento Birthstrike (letteralmente: sciopero delle nascite). La signora si dà un gran daffare sulla Rete per convincere altre donne a non riprodursi. L'edizione italiana di Elle le ha dedicato un articolo in cui si spiega che la Pepino è stata ispirata da «uno studio pubblicato su Iop Science e condotto dagli esperti Seth Wynes e Kimberly A. Nicholas». Tale ricerca sostiene che «non avere figli è uno dei modi più efficaci per limitare la nostra personale impronta di carbonio, ovvero la quantità di gas ad effetto serra emessi in atmosfera durante le attività umane».
Motivazioni ambientaliste animano anche la scrittrice cilena Lina Meruane, di cui è appena stato pubblicato in Italia il pamphlet Contro i figli (edito da La nuova frontiera), un fiammeggiante manifesto contro la maternità. I toni della Meruane sono apocalittici: «La macchina riproduttiva», scrive, «segue il suo ritmo incessante: sforna figli a bizzeffe. E di persone ne muoiono a bizzeffe, ma per ogni morto, per ogni persona con un piede nella fossa, ci sono due punto tre corpi vivi che vengono scaraventati nel mondo a tentare la sorte».
europa inutile
Secondo la scrittrice, «i figli, lungi da rappresentare degli scudi biologici per il genere umano, sono parte degli eccessi consumistici e inquinanti che stanno distruggendo il pianeta». Motivo per cui «l'angoscia per la presunta “crisi di fertilità non ha alcun senso. L'Europa potrà anche affliggersi per l'invecchiamento della sua popolazione, potrà sognare l'avvento di un esercito di futuri europei che facciano ripartire il settore industriale [...]. Ma l'Europa, se la osserviamo bene, se la guardiamo attraverso una lente di ingrandimento e con occhi ben aperti, non è che un pezzetto di terra con una manciata di persone sopra». I bambini, dice la Meruane, sono sostanzialmente uno strumento per opprimere il sesso femminile. «Un nuovo pretesto è stato usato contro le donne per riportarle dentro le loro case», scrive. «Lo strumento utilizzato per questa contromossa risponde a un vecchio appellativo: figli!».
Le idee della Meruane non sembrano poi così diverse da quelle di Monica Cirinnà o di altre attiviste italiane come Antonella Rampino e Giulia Blasi (autrice di Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici). Queste ultime hanno polemizzato duramente con il Corriere della Sera, colpevole di avere intervista una giovane madre comasca che ha partorito ben 11 figli. «Avete intervistato lei, non lui», ha scritto la Blasi su Twitter, «chiamandola “supermamma" in un momento in cui si cerca di inchiodarci con ogni mezzo alla maternità. Avete deciso che una scelta individuale che riduce alla domesticità doveva essere modello».
Di nuovo: i figli servono a rinchiudere le donne in casa, sono una condanna, una prigione. Conviene farne a meno. Anzi, si deve. Come sosteneva la «cyberfemminista» Donna J. Haraway in un saggio che Feltrinelli ha da poco ristampato, è opportuno «generare parentele, non bambini». Il crollo delle nascite, dopo tutto, è un problema a cui è molto facile ovviare: basta importare stranieri. La pensano così anche le xenofemministe capeggiate dalla teorica Helen Hester, ma in fondo è la stessa posizione espressa da Emma Bonino, quella che considera l'Africa «il giardino d'infanzia dell'Europa».
Leggermente meno ideologiche rispetto alle attiviste citate finora, ma comunque molto motivate, sono le childfree, cioè le donne che rivendicano il diritto a non mettere al mondo bambini. Esistono dagli anni Settanta, ma negli ultimi anni sono aumentate e hanno trovato illustri rappresentanti Vip. In Italia la portavoce non ufficiale del movimento è l'attrice e regista Michela Andreozzi, autrice di un libro intitolato Non me lo chiedete più. Childfree. La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa, (Harper Collins).
vita tranquilla
Le childfree, se non altro, non tirano in ballo l'ambiente o l'oppressione. Spiegano con chiarezza che non avere figli le ha aiutate ad avere una vita più tranquilla e piacevole. «Avere figli significa molto più lavoro», ha dichiarato l'attrice Cameron Diaz (una delle «non mamme» più celebri). «Significa avere vite diverse dalla tua di cui sei responsabile. E io non l'ho fatto. Questo ha reso le cose più facili per me».
Insomma, per una motivazione o per l'altra, la maternità è presentata come un male da combattere. L'avversione per i figli ritorna ciclicamente negli scritti e nelle dichiarazioni delle femministe di tutto il mondo. Poi, certo, vengono a raccontarci di essere contrarie al Congresso mondiale delle famiglie di Verona perché ospiterebbe «neofascisti e omofobi». Ma, alla base delle proteste dei vari collettivi c'è sempre l'antica motivazione: l'odio per la famiglia e per i nuovi nati in quanto calamità che danneggia le donne in primis e poi tutto il globo.
Di sicuro, nessuno si sogna di protestare contro David Benatar, il filosofo antinatalista che domenica sarà a Milano per un incontro della rassegna Bookpride. Presenterà il suo libro intitolato Meglio non essere mai nati (Carbonio editore). Le femministe italiane lo apprezzerebbero molto.
Riccardo Torrescura
Ecco di che cosa si parlerà davvero al raduno che fa infuriare la sinistra
Dalle accuse d'essere ritrovo tra «omofobi» e di una «destra degli sfigati» alla difesa dei suoi organizzatori, ai quali La Verità non ha mancato di dare voce, il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a fine mese a Verona rappresenta, almeno giornalisticamente, un singolare paradosso: quello di un evento su cui tanto si è polemizzato senza che poi nulla o quasi, in realtà, si sia raccontato. Una sorta d'illustre sconosciuto, insomma. Con il risultato che, se di questa kermesse un po' tutti ormai hanno sentito sparlare, molti ancora ne ignorano quegli elementi contenutistici, organizzativi e programmatici che, a questo punto, pare opportuno chiarire.
Il primo aspetto è quello della regia dell'evento, opera dell'Organizzazione internazionale per la famiglia (Iof), dal 2016 presieduta da Brian S. Brown, attivista formatosi all'università di Oxford e cofondatore, nel 2007, anche della National organization for marriage. Marito e padre di 9 bambini, Brown è stato protagonista di articoli delle più prestigiose testate del pianeta, dal New York Times al Washington Post, con quest'ultima testata che l'ha definito come uomo dal «cordiale e spietato buon senso».
Oltre ai Congressi mondiali, l'Iof promuove diverse iniziative fra cui una rivista accademica internazionale, The Natural Family, e l'Emerging leaders program, atto a conferire strumenti e autorità a giovani professionisti, accademici e attivisti pro family.
Tornando al Congresso, c'è da dire che quello che si terrà a Verona ne è l'ottava edizione. Non è quindi una novità il fatto che sia stato indetto né il fatto che vi partecipino leader istituzionali di primo piano. Lo scorso anno, per dire, l'evento si tenne in Moldavia, ospitato dal presidente Igor Dodon, mentre nel 2017 il governo ungherese collaborò alla sua realizzazione a Budapest, con la partecipazione e direzione del premier Viktor Orbán . La manifestazione gode anche della stima di esponenti ecclesiastici, se si pensa che pochi mesi fa a Chisinau, in Moldavia, era presente anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. E fu proprio allora, che la scelta di organizzare il Congresso a Verona venne ufficializzata.
Questi eventi internazionali, organizzati dalla Iof di Brown, hanno un duplice scopo. Il primo è quello di far incontrare leader sostenitori della famiglia provenienti da tutto il mondo, i quali altrimenti difficilmente avrebbero modo di farlo. In secondo luogo il fine è di affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale, sia facendo il punto sulle politiche finora adottate su questo versante, sia tracciando prospettive comuni su cui lavorare. Non si tratta quindi di un mero appuntamento per esperti, bensì di un'occasione per pianificare strategie politiche e istituzionali volte a meglio promuovere quella che i critici apostrofano come famiglia tradizionale.
L'edizione veronese del Congresso che, come noto, avrà con ospiti di primo piano, da Matteo Salvini al ministro Lorenzo Fontana, dal presidente moldavo Dodon al patriarca della Chiesa cattolica sira Ignazio Giuseppe III, si focalizzerà su dieci nuclei tematici distinti eppure complementari sotto il profilo valoriale quali la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, l'ecologia umana integrale, la donna nella storia, la crescita e crisi demografica, la salute e dignità della donna, il divorzio e le politiche aziendali per famiglia e natalità.
Nessun mistero per quanto riguarda i finanziatori e gli sponsor del Congresso, i cui numerosi loghi figurano ordinati sulle locandine e sul sito ufficiale, wcfverona.org. Si tratta essenzialmente di associazioni pro family tra le quali, per il nostro Paese, spiccano CitizenGo, rappresentata in Italia da Filippo Savarese, Pro Vita di Toni Brandi e Generazione famiglia di Jacopo Coghe.
Le tre giornate di Verona, per cui pare si sia già raggiunto il tutto esaurito, prevedono per venerdì 29 e sabato 30 numerose sessioni dalle 8 del mattino alle ore 19, mentre nella giornata di domenica tutto si concluderà, dopo la cerimonia di chiusura prevista per mezzogiorno, con una marcia che terminerà alle 15.30 in piazza dei Signori, per la quale sono previste svariate centinaia di presenze.
Si fa davvero fatica a comprendere, alla luce di tutto ciò, i motivi per cui da circa un paio di settimane il Congresso mondiale delle famiglie sia diventato motivo di polemica dal momento che esso non si prefigge di contrastare nulla e nessuno, ma solo di ridare slancio e vigore a politiche familiari troppo spesso solo annunciate.
Giuliano Guzzo
Continua a leggereRiduci
Alcune spiegano che fermare le nascite serve a salvare il pianeta dall'inquinamento. Altre sono convinte che i figli siano strumento di oppressione. Altre ancora sostengono che sia meglio importare stranieri: ogni scusa è buona per opporsi alla procreazione.All'evento veronese ci saranno incontri sui diritti dei minori e confronti sulle politiche pro natalità in azienda Si discuterà del matrimonio e pure di salute e dignità della donna.Lo speciale contiene due articoliA parlare di famiglia, oggi, si rischia grosso. Si viene considerati reazionari, fascisti, gente con una «vita de merda» (Monica Cirinnà dixit), «sfigati» (copyright di Luigi Di Maio e via insultando. In compenso, va di moda prendere pubblicamente posizione contro i bambini. Opporsi alla riproduzione è un antico passatempo delle femministe e da qualche tempo è decisamente tornato sulla scena. Hanno fatto scalpore, di recente, le dichiarazioni della deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez, che su Instagram ha scritto: «Tutti gli scienziati sono d'accordo sul fatto che le vite dei nostri bambini saranno molto difficili e questo porta i giovani a porsi una domanda: è giusto continuare a fare figli?». L'idea che non si debba avere bambini per salvare il pianeta è condivisa pure da Blythe Pepino, 33 anni, musicista e attivista britannica che ha fondato il movimento Birthstrike (letteralmente: sciopero delle nascite). La signora si dà un gran daffare sulla Rete per convincere altre donne a non riprodursi. L'edizione italiana di Elle le ha dedicato un articolo in cui si spiega che la Pepino è stata ispirata da «uno studio pubblicato su Iop Science e condotto dagli esperti Seth Wynes e Kimberly A. Nicholas». Tale ricerca sostiene che «non avere figli è uno dei modi più efficaci per limitare la nostra personale impronta di carbonio, ovvero la quantità di gas ad effetto serra emessi in atmosfera durante le attività umane». Motivazioni ambientaliste animano anche la scrittrice cilena Lina Meruane, di cui è appena stato pubblicato in Italia il pamphlet Contro i figli (edito da La nuova frontiera), un fiammeggiante manifesto contro la maternità. I toni della Meruane sono apocalittici: «La macchina riproduttiva», scrive, «segue il suo ritmo incessante: sforna figli a bizzeffe. E di persone ne muoiono a bizzeffe, ma per ogni morto, per ogni persona con un piede nella fossa, ci sono due punto tre corpi vivi che vengono scaraventati nel mondo a tentare la sorte». europa inutile Secondo la scrittrice, «i figli, lungi da rappresentare degli scudi biologici per il genere umano, sono parte degli eccessi consumistici e inquinanti che stanno distruggendo il pianeta». Motivo per cui «l'angoscia per la presunta “crisi di fertilità non ha alcun senso. L'Europa potrà anche affliggersi per l'invecchiamento della sua popolazione, potrà sognare l'avvento di un esercito di futuri europei che facciano ripartire il settore industriale [...]. Ma l'Europa, se la osserviamo bene, se la guardiamo attraverso una lente di ingrandimento e con occhi ben aperti, non è che un pezzetto di terra con una manciata di persone sopra». I bambini, dice la Meruane, sono sostanzialmente uno strumento per opprimere il sesso femminile. «Un nuovo pretesto è stato usato contro le donne per riportarle dentro le loro case», scrive. «Lo strumento utilizzato per questa contromossa risponde a un vecchio appellativo: figli!».Le idee della Meruane non sembrano poi così diverse da quelle di Monica Cirinnà o di altre attiviste italiane come Antonella Rampino e Giulia Blasi (autrice di Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici). Queste ultime hanno polemizzato duramente con il Corriere della Sera, colpevole di avere intervista una giovane madre comasca che ha partorito ben 11 figli. «Avete intervistato lei, non lui», ha scritto la Blasi su Twitter, «chiamandola “supermamma" in un momento in cui si cerca di inchiodarci con ogni mezzo alla maternità. Avete deciso che una scelta individuale che riduce alla domesticità doveva essere modello». Di nuovo: i figli servono a rinchiudere le donne in casa, sono una condanna, una prigione. Conviene farne a meno. Anzi, si deve. Come sosteneva la «cyberfemminista» Donna J. Haraway in un saggio che Feltrinelli ha da poco ristampato, è opportuno «generare parentele, non bambini». Il crollo delle nascite, dopo tutto, è un problema a cui è molto facile ovviare: basta importare stranieri. La pensano così anche le xenofemministe capeggiate dalla teorica Helen Hester, ma in fondo è la stessa posizione espressa da Emma Bonino, quella che considera l'Africa «il giardino d'infanzia dell'Europa». Leggermente meno ideologiche rispetto alle attiviste citate finora, ma comunque molto motivate, sono le childfree, cioè le donne che rivendicano il diritto a non mettere al mondo bambini. Esistono dagli anni Settanta, ma negli ultimi anni sono aumentate e hanno trovato illustri rappresentanti Vip. In Italia la portavoce non ufficiale del movimento è l'attrice e regista Michela Andreozzi, autrice di un libro intitolato Non me lo chiedete più. Childfree. La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa, (Harper Collins). vita tranquillaLe childfree, se non altro, non tirano in ballo l'ambiente o l'oppressione. Spiegano con chiarezza che non avere figli le ha aiutate ad avere una vita più tranquilla e piacevole. «Avere figli significa molto più lavoro», ha dichiarato l'attrice Cameron Diaz (una delle «non mamme» più celebri). «Significa avere vite diverse dalla tua di cui sei responsabile. E io non l'ho fatto. Questo ha reso le cose più facili per me». Insomma, per una motivazione o per l'altra, la maternità è presentata come un male da combattere. L'avversione per i figli ritorna ciclicamente negli scritti e nelle dichiarazioni delle femministe di tutto il mondo. Poi, certo, vengono a raccontarci di essere contrarie al Congresso mondiale delle famiglie di Verona perché ospiterebbe «neofascisti e omofobi». Ma, alla base delle proteste dei vari collettivi c'è sempre l'antica motivazione: l'odio per la famiglia e per i nuovi nati in quanto calamità che danneggia le donne in primis e poi tutto il globo. Di sicuro, nessuno si sogna di protestare contro David Benatar, il filosofo antinatalista che domenica sarà a Milano per un incontro della rassegna Bookpride. Presenterà il suo libro intitolato Meglio non essere mai nati (Carbonio editore). Le femministe italiane lo apprezzerebbero molto. Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-battaglia-femminista-contro-i-bambini-2631643837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-di-che-cosa-si-parlera-davvero-al-raduno-che-fa-infuriare-la-sinistra" data-post-id="2631643837" data-published-at="1771365893" data-use-pagination="False"> Ecco di che cosa si parlerà davvero al raduno che fa infuriare la sinistra Dalle accuse d'essere ritrovo tra «omofobi» e di una «destra degli sfigati» alla difesa dei suoi organizzatori, ai quali La Verità non ha mancato di dare voce, il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a fine mese a Verona rappresenta, almeno giornalisticamente, un singolare paradosso: quello di un evento su cui tanto si è polemizzato senza che poi nulla o quasi, in realtà, si sia raccontato. Una sorta d'illustre sconosciuto, insomma. Con il risultato che, se di questa kermesse un po' tutti ormai hanno sentito sparlare, molti ancora ne ignorano quegli elementi contenutistici, organizzativi e programmatici che, a questo punto, pare opportuno chiarire. Il primo aspetto è quello della regia dell'evento, opera dell'Organizzazione internazionale per la famiglia (Iof), dal 2016 presieduta da Brian S. Brown, attivista formatosi all'università di Oxford e cofondatore, nel 2007, anche della National organization for marriage. Marito e padre di 9 bambini, Brown è stato protagonista di articoli delle più prestigiose testate del pianeta, dal New York Times al Washington Post, con quest'ultima testata che l'ha definito come uomo dal «cordiale e spietato buon senso». Oltre ai Congressi mondiali, l'Iof promuove diverse iniziative fra cui una rivista accademica internazionale, The Natural Family, e l'Emerging leaders program, atto a conferire strumenti e autorità a giovani professionisti, accademici e attivisti pro family. Tornando al Congresso, c'è da dire che quello che si terrà a Verona ne è l'ottava edizione. Non è quindi una novità il fatto che sia stato indetto né il fatto che vi partecipino leader istituzionali di primo piano. Lo scorso anno, per dire, l'evento si tenne in Moldavia, ospitato dal presidente Igor Dodon, mentre nel 2017 il governo ungherese collaborò alla sua realizzazione a Budapest, con la partecipazione e direzione del premier Viktor Orbán . La manifestazione gode anche della stima di esponenti ecclesiastici, se si pensa che pochi mesi fa a Chisinau, in Moldavia, era presente anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. E fu proprio allora, che la scelta di organizzare il Congresso a Verona venne ufficializzata. Questi eventi internazionali, organizzati dalla Iof di Brown, hanno un duplice scopo. Il primo è quello di far incontrare leader sostenitori della famiglia provenienti da tutto il mondo, i quali altrimenti difficilmente avrebbero modo di farlo. In secondo luogo il fine è di affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale, sia facendo il punto sulle politiche finora adottate su questo versante, sia tracciando prospettive comuni su cui lavorare. Non si tratta quindi di un mero appuntamento per esperti, bensì di un'occasione per pianificare strategie politiche e istituzionali volte a meglio promuovere quella che i critici apostrofano come famiglia tradizionale. L'edizione veronese del Congresso che, come noto, avrà con ospiti di primo piano, da Matteo Salvini al ministro Lorenzo Fontana, dal presidente moldavo Dodon al patriarca della Chiesa cattolica sira Ignazio Giuseppe III, si focalizzerà su dieci nuclei tematici distinti eppure complementari sotto il profilo valoriale quali la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, l'ecologia umana integrale, la donna nella storia, la crescita e crisi demografica, la salute e dignità della donna, il divorzio e le politiche aziendali per famiglia e natalità. Nessun mistero per quanto riguarda i finanziatori e gli sponsor del Congresso, i cui numerosi loghi figurano ordinati sulle locandine e sul sito ufficiale, wcfverona.org. Si tratta essenzialmente di associazioni pro family tra le quali, per il nostro Paese, spiccano CitizenGo, rappresentata in Italia da Filippo Savarese, Pro Vita di Toni Brandi e Generazione famiglia di Jacopo Coghe. Le tre giornate di Verona, per cui pare si sia già raggiunto il tutto esaurito, prevedono per venerdì 29 e sabato 30 numerose sessioni dalle 8 del mattino alle ore 19, mentre nella giornata di domenica tutto si concluderà, dopo la cerimonia di chiusura prevista per mezzogiorno, con una marcia che terminerà alle 15.30 in piazza dei Signori, per la quale sono previste svariate centinaia di presenze. Si fa davvero fatica a comprendere, alla luce di tutto ciò, i motivi per cui da circa un paio di settimane il Congresso mondiale delle famiglie sia diventato motivo di polemica dal momento che esso non si prefigge di contrastare nulla e nessuno, ma solo di ridare slancio e vigore a politiche familiari troppo spesso solo annunciate. Giuliano Guzzo
I nuovi campioni dell’inseguimento: Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini (Ansa)
Nono oro, 24ª medaglia, un exploit straordinario nell’Olimpiade più generosa della storia. Ed è orgoglio puro - alla faccia di chi continua a rosicare contro i Giochi - quello che ti assale quando vedi il tricolore salire affiancato dalla bandiera a stelle e strisce e dal vessillo cinese: le superpotenze sono dietro i ragazzi italiani. Ora a invidiarci sono gli altri e lo scettico blu può consolarsi con una battuta neorealista: a guardie e ladri siamo sempre i numeri uno. Vent’anni dopo l’impresa di Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello sul ghiaccio di Torino, ancora tre azzurri a dettar legge. Tre ori di specialità sono un’enormità, e in tribuna a esultare c’è Francesca Lollobrigida che ha incamerato gli altri due. La locomotiva della squadra è Ghiotto, di nome e di fatto, vicentino di 32 anni che cominciò con le rotelle e avvitò le lame sotto i pattini assistendo all’exploit di Fabris a Torino. «Ho provato a imitarlo, oggi posso dire di esserci riuscito». Fin qui era andato male, medaglia di legno nei 5,000 e solo sesto nei 10.000. Giovannini (32 anni) cominciò a pattinare sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè (Trento), poi è venuto il resto, anche i titoli mondiali a Calgary e Hamar. Torna in gara sabato nella Mass Start, praticamente una tonnara. Il trentino Malfatti ha un anno di meno (a questi livelli l’esperienza non è mai un optional), ha calzato i pattini a 5 anni e non li ha più tolti.
Sono tutti figli sportivi di Maurizio Marchetto, considerato a 70 anni il guru del pattinaggio. È stato lui a inventare la squadra stellare in un contesto difficile: piste all’aperto, un freddo boia, lunghe trasferte soprattutto in Olanda per allenarsi come si deve. Pane e pattini. Spiega Giovannini: «Ho due bimbi, Enea e Celeste, che mi riconoscono alla Tv. Adesso mi dedicherò a loro. Ma questo sport è troppo figo, a 65 all’ora in curva ti dà l’ebbrezza della velocità». Lui è milanista sfegatato, è cresciuto col mito di Kakà e come premio extra andrà a San Siro a vedere il derby.
Pattini d’oro per uomini veloci, sci di bronzo per ragazze stravaganti. Lo è Flora Tabanelli, salita lunedì notte sul podio nel Freestyle big air, che significa un trampolino quasi ad angolo retto, evoluzioni pazzesche in volo e atterraggi da reparto di traumatologia. La diciottenne modenese, figlia di albergatori che gestiscono un rifugio sull’Appennino, ha conquistato pubblico e avversarie per la folle genialità. I suoi idoli sono Alberto Tomba, amico di famiglia, e il fratello Miro, eliminato nella prova maschile di Freestyle. Alcuni mesi fa Flora si era fratturata una gamba cadendo e nella rieducazione a Torino ha incontrato Federica Brignone: «L’ho vista lavorare e mi ha impressionato. Ha un’energia interiore incredibile, il suo esempio mi ha aiutato a tornare più forte di prima». Lei è dolce e semplice, niente a che vedere con la sexy star olandese Jutta Leerdam, che dopo aver vinto nel pattinaggio ha mostrato un reggiseno Nike che gli varrà un milione di compenso. A proposito di soldi, l’ucraino dello skeleton Vladi Heraskevych, squalificato per via del casco con le foto delle vittime sportive della guerra, è stato ricompensato con 200.000 euro dal proprietario dello Shakhtar Donetsk. Come se avesse vinto l’oro.
Dopo le medaglie, la delusione più scontata arriva dall’hockey: l’Italia torna a casa. Nei playoff l’ha eliminata la Svizzera (3-0) che avrebbe segnato più gol se non si fosse trovata di fronte Damian Clara, il gemello con i pattini di Gigio Donnarumma. Ha parato quasi tutto: 48 tiri su 51. A 21 anni il ragazzone di Brunico è stato scelto dalla squadra di Los Angeles, gli Anaheim Ducks di Nhl. È il primo italiano chiamato nel gotha dei pro americani. Usa e Canada corrono verso lo scontro stellare nella finale di domenica e a questo proposito c’è un’ipotesi che agita l’organizzazione: all’arena Santa Giulia potrebbe materializzarsi Donald Trump, tifosissimo dello sport più Maga d’America.
Oggi si gareggia per medaglie pesanti, forgiate dalla fatica di uomini e donne degli altopiani. Nella sprint a squadre del Fondo, Federico Pellegrino aspira al podio; nella staffetta femminile di biathlon, Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer vogliono imitarlo. Nello slalom speciale donne Lara Della Mea (quarta in gigante) può essere la sorpresa, mentre la notte dello short track promette ovazioni: Pietro Sighel per la vendetta, Arianna Fontana in staffetta per la leggenda.
C’è una gara che non vince nessuno: la caccia alle introvabili mascotte Milo e Tina, i peluche simbolo dei Giochi. I rifornimenti latitano, si comincia a parlare di mercato nero e di contraffazioni. È il consueto effetto collaterale cinese-partenopeo del fascino italiano.
Continua a leggereRiduci
«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
Continua a leggereRiduci