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2019-03-15
La battaglia femminista contro i bambini
Ansa
A parlare di famiglia, oggi, si rischia grosso. Si viene considerati reazionari, fascisti, gente con una «vita de merda» (Monica Cirinnà dixit), «sfigati» (copyright di Luigi Di Maio e via insultando. In compenso, va di moda prendere pubblicamente posizione contro i bambini. Opporsi alla riproduzione è un antico passatempo delle femministe e da qualche tempo è decisamente tornato sulla scena. Hanno fatto scalpore, di recente, le dichiarazioni della deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez, che su Instagram ha scritto: «Tutti gli scienziati sono d'accordo sul fatto che le vite dei nostri bambini saranno molto difficili e questo porta i giovani a porsi una domanda: è giusto continuare a fare figli?».
L'idea che non si debba avere bambini per salvare il pianeta è condivisa pure da Blythe Pepino, 33 anni, musicista e attivista britannica che ha fondato il movimento Birthstrike (letteralmente: sciopero delle nascite). La signora si dà un gran daffare sulla Rete per convincere altre donne a non riprodursi. L'edizione italiana di Elle le ha dedicato un articolo in cui si spiega che la Pepino è stata ispirata da «uno studio pubblicato su Iop Science e condotto dagli esperti Seth Wynes e Kimberly A. Nicholas». Tale ricerca sostiene che «non avere figli è uno dei modi più efficaci per limitare la nostra personale impronta di carbonio, ovvero la quantità di gas ad effetto serra emessi in atmosfera durante le attività umane».
Motivazioni ambientaliste animano anche la scrittrice cilena Lina Meruane, di cui è appena stato pubblicato in Italia il pamphlet Contro i figli (edito da La nuova frontiera), un fiammeggiante manifesto contro la maternità. I toni della Meruane sono apocalittici: «La macchina riproduttiva», scrive, «segue il suo ritmo incessante: sforna figli a bizzeffe. E di persone ne muoiono a bizzeffe, ma per ogni morto, per ogni persona con un piede nella fossa, ci sono due punto tre corpi vivi che vengono scaraventati nel mondo a tentare la sorte».
europa inutile
Secondo la scrittrice, «i figli, lungi da rappresentare degli scudi biologici per il genere umano, sono parte degli eccessi consumistici e inquinanti che stanno distruggendo il pianeta». Motivo per cui «l'angoscia per la presunta “crisi di fertilità non ha alcun senso. L'Europa potrà anche affliggersi per l'invecchiamento della sua popolazione, potrà sognare l'avvento di un esercito di futuri europei che facciano ripartire il settore industriale [...]. Ma l'Europa, se la osserviamo bene, se la guardiamo attraverso una lente di ingrandimento e con occhi ben aperti, non è che un pezzetto di terra con una manciata di persone sopra». I bambini, dice la Meruane, sono sostanzialmente uno strumento per opprimere il sesso femminile. «Un nuovo pretesto è stato usato contro le donne per riportarle dentro le loro case», scrive. «Lo strumento utilizzato per questa contromossa risponde a un vecchio appellativo: figli!».
Le idee della Meruane non sembrano poi così diverse da quelle di Monica Cirinnà o di altre attiviste italiane come Antonella Rampino e Giulia Blasi (autrice di Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici). Queste ultime hanno polemizzato duramente con il Corriere della Sera, colpevole di avere intervista una giovane madre comasca che ha partorito ben 11 figli. «Avete intervistato lei, non lui», ha scritto la Blasi su Twitter, «chiamandola “supermamma" in un momento in cui si cerca di inchiodarci con ogni mezzo alla maternità. Avete deciso che una scelta individuale che riduce alla domesticità doveva essere modello».
Di nuovo: i figli servono a rinchiudere le donne in casa, sono una condanna, una prigione. Conviene farne a meno. Anzi, si deve. Come sosteneva la «cyberfemminista» Donna J. Haraway in un saggio che Feltrinelli ha da poco ristampato, è opportuno «generare parentele, non bambini». Il crollo delle nascite, dopo tutto, è un problema a cui è molto facile ovviare: basta importare stranieri. La pensano così anche le xenofemministe capeggiate dalla teorica Helen Hester, ma in fondo è la stessa posizione espressa da Emma Bonino, quella che considera l'Africa «il giardino d'infanzia dell'Europa».
Leggermente meno ideologiche rispetto alle attiviste citate finora, ma comunque molto motivate, sono le childfree, cioè le donne che rivendicano il diritto a non mettere al mondo bambini. Esistono dagli anni Settanta, ma negli ultimi anni sono aumentate e hanno trovato illustri rappresentanti Vip. In Italia la portavoce non ufficiale del movimento è l'attrice e regista Michela Andreozzi, autrice di un libro intitolato Non me lo chiedete più. Childfree. La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa, (Harper Collins).
vita tranquilla
Le childfree, se non altro, non tirano in ballo l'ambiente o l'oppressione. Spiegano con chiarezza che non avere figli le ha aiutate ad avere una vita più tranquilla e piacevole. «Avere figli significa molto più lavoro», ha dichiarato l'attrice Cameron Diaz (una delle «non mamme» più celebri). «Significa avere vite diverse dalla tua di cui sei responsabile. E io non l'ho fatto. Questo ha reso le cose più facili per me».
Insomma, per una motivazione o per l'altra, la maternità è presentata come un male da combattere. L'avversione per i figli ritorna ciclicamente negli scritti e nelle dichiarazioni delle femministe di tutto il mondo. Poi, certo, vengono a raccontarci di essere contrarie al Congresso mondiale delle famiglie di Verona perché ospiterebbe «neofascisti e omofobi». Ma, alla base delle proteste dei vari collettivi c'è sempre l'antica motivazione: l'odio per la famiglia e per i nuovi nati in quanto calamità che danneggia le donne in primis e poi tutto il globo.
Di sicuro, nessuno si sogna di protestare contro David Benatar, il filosofo antinatalista che domenica sarà a Milano per un incontro della rassegna Bookpride. Presenterà il suo libro intitolato Meglio non essere mai nati (Carbonio editore). Le femministe italiane lo apprezzerebbero molto.
Riccardo Torrescura
Ecco di che cosa si parlerà davvero al raduno che fa infuriare la sinistra
Dalle accuse d'essere ritrovo tra «omofobi» e di una «destra degli sfigati» alla difesa dei suoi organizzatori, ai quali La Verità non ha mancato di dare voce, il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a fine mese a Verona rappresenta, almeno giornalisticamente, un singolare paradosso: quello di un evento su cui tanto si è polemizzato senza che poi nulla o quasi, in realtà, si sia raccontato. Una sorta d'illustre sconosciuto, insomma. Con il risultato che, se di questa kermesse un po' tutti ormai hanno sentito sparlare, molti ancora ne ignorano quegli elementi contenutistici, organizzativi e programmatici che, a questo punto, pare opportuno chiarire.
Il primo aspetto è quello della regia dell'evento, opera dell'Organizzazione internazionale per la famiglia (Iof), dal 2016 presieduta da Brian S. Brown, attivista formatosi all'università di Oxford e cofondatore, nel 2007, anche della National organization for marriage. Marito e padre di 9 bambini, Brown è stato protagonista di articoli delle più prestigiose testate del pianeta, dal New York Times al Washington Post, con quest'ultima testata che l'ha definito come uomo dal «cordiale e spietato buon senso».
Oltre ai Congressi mondiali, l'Iof promuove diverse iniziative fra cui una rivista accademica internazionale, The Natural Family, e l'Emerging leaders program, atto a conferire strumenti e autorità a giovani professionisti, accademici e attivisti pro family.
Tornando al Congresso, c'è da dire che quello che si terrà a Verona ne è l'ottava edizione. Non è quindi una novità il fatto che sia stato indetto né il fatto che vi partecipino leader istituzionali di primo piano. Lo scorso anno, per dire, l'evento si tenne in Moldavia, ospitato dal presidente Igor Dodon, mentre nel 2017 il governo ungherese collaborò alla sua realizzazione a Budapest, con la partecipazione e direzione del premier Viktor Orbán . La manifestazione gode anche della stima di esponenti ecclesiastici, se si pensa che pochi mesi fa a Chisinau, in Moldavia, era presente anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. E fu proprio allora, che la scelta di organizzare il Congresso a Verona venne ufficializzata.
Questi eventi internazionali, organizzati dalla Iof di Brown, hanno un duplice scopo. Il primo è quello di far incontrare leader sostenitori della famiglia provenienti da tutto il mondo, i quali altrimenti difficilmente avrebbero modo di farlo. In secondo luogo il fine è di affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale, sia facendo il punto sulle politiche finora adottate su questo versante, sia tracciando prospettive comuni su cui lavorare. Non si tratta quindi di un mero appuntamento per esperti, bensì di un'occasione per pianificare strategie politiche e istituzionali volte a meglio promuovere quella che i critici apostrofano come famiglia tradizionale.
L'edizione veronese del Congresso che, come noto, avrà con ospiti di primo piano, da Matteo Salvini al ministro Lorenzo Fontana, dal presidente moldavo Dodon al patriarca della Chiesa cattolica sira Ignazio Giuseppe III, si focalizzerà su dieci nuclei tematici distinti eppure complementari sotto il profilo valoriale quali la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, l'ecologia umana integrale, la donna nella storia, la crescita e crisi demografica, la salute e dignità della donna, il divorzio e le politiche aziendali per famiglia e natalità.
Nessun mistero per quanto riguarda i finanziatori e gli sponsor del Congresso, i cui numerosi loghi figurano ordinati sulle locandine e sul sito ufficiale, wcfverona.org. Si tratta essenzialmente di associazioni pro family tra le quali, per il nostro Paese, spiccano CitizenGo, rappresentata in Italia da Filippo Savarese, Pro Vita di Toni Brandi e Generazione famiglia di Jacopo Coghe.
Le tre giornate di Verona, per cui pare si sia già raggiunto il tutto esaurito, prevedono per venerdì 29 e sabato 30 numerose sessioni dalle 8 del mattino alle ore 19, mentre nella giornata di domenica tutto si concluderà, dopo la cerimonia di chiusura prevista per mezzogiorno, con una marcia che terminerà alle 15.30 in piazza dei Signori, per la quale sono previste svariate centinaia di presenze.
Si fa davvero fatica a comprendere, alla luce di tutto ciò, i motivi per cui da circa un paio di settimane il Congresso mondiale delle famiglie sia diventato motivo di polemica dal momento che esso non si prefigge di contrastare nulla e nessuno, ma solo di ridare slancio e vigore a politiche familiari troppo spesso solo annunciate.
Giuliano Guzzo
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Alcune spiegano che fermare le nascite serve a salvare il pianeta dall'inquinamento. Altre sono convinte che i figli siano strumento di oppressione. Altre ancora sostengono che sia meglio importare stranieri: ogni scusa è buona per opporsi alla procreazione.All'evento veronese ci saranno incontri sui diritti dei minori e confronti sulle politiche pro natalità in azienda Si discuterà del matrimonio e pure di salute e dignità della donna.Lo speciale contiene due articoliA parlare di famiglia, oggi, si rischia grosso. Si viene considerati reazionari, fascisti, gente con una «vita de merda» (Monica Cirinnà dixit), «sfigati» (copyright di Luigi Di Maio e via insultando. In compenso, va di moda prendere pubblicamente posizione contro i bambini. Opporsi alla riproduzione è un antico passatempo delle femministe e da qualche tempo è decisamente tornato sulla scena. Hanno fatto scalpore, di recente, le dichiarazioni della deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez, che su Instagram ha scritto: «Tutti gli scienziati sono d'accordo sul fatto che le vite dei nostri bambini saranno molto difficili e questo porta i giovani a porsi una domanda: è giusto continuare a fare figli?». L'idea che non si debba avere bambini per salvare il pianeta è condivisa pure da Blythe Pepino, 33 anni, musicista e attivista britannica che ha fondato il movimento Birthstrike (letteralmente: sciopero delle nascite). La signora si dà un gran daffare sulla Rete per convincere altre donne a non riprodursi. L'edizione italiana di Elle le ha dedicato un articolo in cui si spiega che la Pepino è stata ispirata da «uno studio pubblicato su Iop Science e condotto dagli esperti Seth Wynes e Kimberly A. Nicholas». Tale ricerca sostiene che «non avere figli è uno dei modi più efficaci per limitare la nostra personale impronta di carbonio, ovvero la quantità di gas ad effetto serra emessi in atmosfera durante le attività umane». Motivazioni ambientaliste animano anche la scrittrice cilena Lina Meruane, di cui è appena stato pubblicato in Italia il pamphlet Contro i figli (edito da La nuova frontiera), un fiammeggiante manifesto contro la maternità. I toni della Meruane sono apocalittici: «La macchina riproduttiva», scrive, «segue il suo ritmo incessante: sforna figli a bizzeffe. E di persone ne muoiono a bizzeffe, ma per ogni morto, per ogni persona con un piede nella fossa, ci sono due punto tre corpi vivi che vengono scaraventati nel mondo a tentare la sorte». europa inutile Secondo la scrittrice, «i figli, lungi da rappresentare degli scudi biologici per il genere umano, sono parte degli eccessi consumistici e inquinanti che stanno distruggendo il pianeta». Motivo per cui «l'angoscia per la presunta “crisi di fertilità non ha alcun senso. L'Europa potrà anche affliggersi per l'invecchiamento della sua popolazione, potrà sognare l'avvento di un esercito di futuri europei che facciano ripartire il settore industriale [...]. Ma l'Europa, se la osserviamo bene, se la guardiamo attraverso una lente di ingrandimento e con occhi ben aperti, non è che un pezzetto di terra con una manciata di persone sopra». I bambini, dice la Meruane, sono sostanzialmente uno strumento per opprimere il sesso femminile. «Un nuovo pretesto è stato usato contro le donne per riportarle dentro le loro case», scrive. «Lo strumento utilizzato per questa contromossa risponde a un vecchio appellativo: figli!».Le idee della Meruane non sembrano poi così diverse da quelle di Monica Cirinnà o di altre attiviste italiane come Antonella Rampino e Giulia Blasi (autrice di Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici). Queste ultime hanno polemizzato duramente con il Corriere della Sera, colpevole di avere intervista una giovane madre comasca che ha partorito ben 11 figli. «Avete intervistato lei, non lui», ha scritto la Blasi su Twitter, «chiamandola “supermamma" in un momento in cui si cerca di inchiodarci con ogni mezzo alla maternità. Avete deciso che una scelta individuale che riduce alla domesticità doveva essere modello». Di nuovo: i figli servono a rinchiudere le donne in casa, sono una condanna, una prigione. Conviene farne a meno. Anzi, si deve. Come sosteneva la «cyberfemminista» Donna J. Haraway in un saggio che Feltrinelli ha da poco ristampato, è opportuno «generare parentele, non bambini». Il crollo delle nascite, dopo tutto, è un problema a cui è molto facile ovviare: basta importare stranieri. La pensano così anche le xenofemministe capeggiate dalla teorica Helen Hester, ma in fondo è la stessa posizione espressa da Emma Bonino, quella che considera l'Africa «il giardino d'infanzia dell'Europa». Leggermente meno ideologiche rispetto alle attiviste citate finora, ma comunque molto motivate, sono le childfree, cioè le donne che rivendicano il diritto a non mettere al mondo bambini. Esistono dagli anni Settanta, ma negli ultimi anni sono aumentate e hanno trovato illustri rappresentanti Vip. In Italia la portavoce non ufficiale del movimento è l'attrice e regista Michela Andreozzi, autrice di un libro intitolato Non me lo chiedete più. Childfree. La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa, (Harper Collins). vita tranquillaLe childfree, se non altro, non tirano in ballo l'ambiente o l'oppressione. Spiegano con chiarezza che non avere figli le ha aiutate ad avere una vita più tranquilla e piacevole. «Avere figli significa molto più lavoro», ha dichiarato l'attrice Cameron Diaz (una delle «non mamme» più celebri). «Significa avere vite diverse dalla tua di cui sei responsabile. E io non l'ho fatto. Questo ha reso le cose più facili per me». Insomma, per una motivazione o per l'altra, la maternità è presentata come un male da combattere. L'avversione per i figli ritorna ciclicamente negli scritti e nelle dichiarazioni delle femministe di tutto il mondo. Poi, certo, vengono a raccontarci di essere contrarie al Congresso mondiale delle famiglie di Verona perché ospiterebbe «neofascisti e omofobi». Ma, alla base delle proteste dei vari collettivi c'è sempre l'antica motivazione: l'odio per la famiglia e per i nuovi nati in quanto calamità che danneggia le donne in primis e poi tutto il globo. Di sicuro, nessuno si sogna di protestare contro David Benatar, il filosofo antinatalista che domenica sarà a Milano per un incontro della rassegna Bookpride. Presenterà il suo libro intitolato Meglio non essere mai nati (Carbonio editore). Le femministe italiane lo apprezzerebbero molto. Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-battaglia-femminista-contro-i-bambini-2631643837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-di-che-cosa-si-parlera-davvero-al-raduno-che-fa-infuriare-la-sinistra" data-post-id="2631643837" data-published-at="1772302703" data-use-pagination="False"> Ecco di che cosa si parlerà davvero al raduno che fa infuriare la sinistra Dalle accuse d'essere ritrovo tra «omofobi» e di una «destra degli sfigati» alla difesa dei suoi organizzatori, ai quali La Verità non ha mancato di dare voce, il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a fine mese a Verona rappresenta, almeno giornalisticamente, un singolare paradosso: quello di un evento su cui tanto si è polemizzato senza che poi nulla o quasi, in realtà, si sia raccontato. Una sorta d'illustre sconosciuto, insomma. Con il risultato che, se di questa kermesse un po' tutti ormai hanno sentito sparlare, molti ancora ne ignorano quegli elementi contenutistici, organizzativi e programmatici che, a questo punto, pare opportuno chiarire. Il primo aspetto è quello della regia dell'evento, opera dell'Organizzazione internazionale per la famiglia (Iof), dal 2016 presieduta da Brian S. Brown, attivista formatosi all'università di Oxford e cofondatore, nel 2007, anche della National organization for marriage. Marito e padre di 9 bambini, Brown è stato protagonista di articoli delle più prestigiose testate del pianeta, dal New York Times al Washington Post, con quest'ultima testata che l'ha definito come uomo dal «cordiale e spietato buon senso». Oltre ai Congressi mondiali, l'Iof promuove diverse iniziative fra cui una rivista accademica internazionale, The Natural Family, e l'Emerging leaders program, atto a conferire strumenti e autorità a giovani professionisti, accademici e attivisti pro family. Tornando al Congresso, c'è da dire che quello che si terrà a Verona ne è l'ottava edizione. Non è quindi una novità il fatto che sia stato indetto né il fatto che vi partecipino leader istituzionali di primo piano. Lo scorso anno, per dire, l'evento si tenne in Moldavia, ospitato dal presidente Igor Dodon, mentre nel 2017 il governo ungherese collaborò alla sua realizzazione a Budapest, con la partecipazione e direzione del premier Viktor Orbán . La manifestazione gode anche della stima di esponenti ecclesiastici, se si pensa che pochi mesi fa a Chisinau, in Moldavia, era presente anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. E fu proprio allora, che la scelta di organizzare il Congresso a Verona venne ufficializzata. Questi eventi internazionali, organizzati dalla Iof di Brown, hanno un duplice scopo. Il primo è quello di far incontrare leader sostenitori della famiglia provenienti da tutto il mondo, i quali altrimenti difficilmente avrebbero modo di farlo. In secondo luogo il fine è di affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale, sia facendo il punto sulle politiche finora adottate su questo versante, sia tracciando prospettive comuni su cui lavorare. Non si tratta quindi di un mero appuntamento per esperti, bensì di un'occasione per pianificare strategie politiche e istituzionali volte a meglio promuovere quella che i critici apostrofano come famiglia tradizionale. L'edizione veronese del Congresso che, come noto, avrà con ospiti di primo piano, da Matteo Salvini al ministro Lorenzo Fontana, dal presidente moldavo Dodon al patriarca della Chiesa cattolica sira Ignazio Giuseppe III, si focalizzerà su dieci nuclei tematici distinti eppure complementari sotto il profilo valoriale quali la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, l'ecologia umana integrale, la donna nella storia, la crescita e crisi demografica, la salute e dignità della donna, il divorzio e le politiche aziendali per famiglia e natalità. Nessun mistero per quanto riguarda i finanziatori e gli sponsor del Congresso, i cui numerosi loghi figurano ordinati sulle locandine e sul sito ufficiale, wcfverona.org. Si tratta essenzialmente di associazioni pro family tra le quali, per il nostro Paese, spiccano CitizenGo, rappresentata in Italia da Filippo Savarese, Pro Vita di Toni Brandi e Generazione famiglia di Jacopo Coghe. Le tre giornate di Verona, per cui pare si sia già raggiunto il tutto esaurito, prevedono per venerdì 29 e sabato 30 numerose sessioni dalle 8 del mattino alle ore 19, mentre nella giornata di domenica tutto si concluderà, dopo la cerimonia di chiusura prevista per mezzogiorno, con una marcia che terminerà alle 15.30 in piazza dei Signori, per la quale sono previste svariate centinaia di presenze. Si fa davvero fatica a comprendere, alla luce di tutto ciò, i motivi per cui da circa un paio di settimane il Congresso mondiale delle famiglie sia diventato motivo di polemica dal momento che esso non si prefigge di contrastare nulla e nessuno, ma solo di ridare slancio e vigore a politiche familiari troppo spesso solo annunciate. Giuliano Guzzo
Carlo Conti e Laura Pausini (Ansa)
La formula è quella ormai nota: tutti e trenta i Campioni tornano a esibirsi e il voto viene ripartito tra televoto (34%), sala stampa, tv e web (33%) e giuria delle radio (33%). Al termine delle esibizioni verrà stilata una classifica complessiva che terrà conto anche delle serate precedenti. I primi cinque, annunciati senza ordine di piazzamento, si sfideranno un’ultima volta davanti alle tre giurie. Solo allora si conoscerà il vincitore, chiamato a rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest 2026 in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio.
La gara prende il via alle 20.45 con Francesco Renga e Il meglio di me. Subito dopo è il turno di Chiello con Ti penso sempre e di Raf con Ora e per sempre. La prima parte della serata prosegue con le Bambole di pezza (Resta con me), Leo Gassmann (Naturale), Malika Ayane (Animali notturni) e Tommaso Paradiso (I romantici). Spazio poi a J-Ax con Italia starter pack, al duo formato da LDA e Aka 7even con Poesie clandestine e a Serena Brancale con Qui con me. La scaletta continua con Patty Pravo (Opera), Sal Da Vinci (Per sempre sì), Elettra Lamborghini (Voilà) ed Ermal Meta (Stella stellina).
Nella seconda parte della maratona si alternano Ditonellapiaga (Che fastidio!), Nayt (Prima che), Arisa (Magica favola) e Sayf (Tu mi piaci tanto). Dalla nave Costa Toscana è previsto il collegamento con Max Pezzali, mentre sul palco dell’Ariston arrivano Levante con Sei tu e il duo Fedez e Marco Masini con Male necessario.
Dopo la mezzanotte si entra nell’ultima parte della competizione con Samurai Jay (Ossessione), Michele Bravi (Prima o poi), Fulminacci (Stupida fortuna) e Luchè (Labirinto). Nel finale si esibiscono Tredici Pietro (Uomo che cade), Mara Sattei (Le cose che non sai di me), Dargen D'Amico (AI AI), Enrico Nigiotti (Ogni volta che non so volare), il duo Maria Antonietta e Colombre con La felicità e basta e, a chiudere la gara, Eddie Brock con Avvoltoi.
La finale non è solo competizione. All’Ariston è atteso Andrea Bocelli, che propone Il mare calmo della sera e Con te partirò, in un passaggio che richiama anche la figura di Pippo Baudo, tra i primi a credere nel tenore toscano. In piazza Colombo, al Suzuki Stage, i Pooh celebrano sessant’anni di carriera con Uomini soli. È previsto anche un momento di raccoglimento con l’intervento di Gino Cecchettin, che porterà un messaggio contro il femminicidio.
Quando il televoto verrà chiuso, inizierà la lettura della classifica dal trentesimo al sesto posto. Poi l’annuncio dei cinque finalisti, il nuovo voto e la consegna dei premi collaterali, dal Mia Martini al riconoscimento per il miglior testo e per la miglior composizione musicale, fino al Premio Tim. Infine resteranno in due. A quel punto il nome del vincitore della 76ª edizione sarà pronunciato e l’Ariston ascolterà ancora una volta la canzone che ha conquistato il Festival, prima dei saluti finali e dei titoli di coda, ben oltre la mezzanotte.
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Per comprendere l’attuale fase di tensione tra Stati Uniti e Iran occorre partire da un presupposto: Teheran ha applicato a Donald Trump uno schema interpretativo già utilizzato con i suoi predecessori, senza cogliere la natura radicalmente diversa del suo approccio politico e negoziale.
Per oltre due decenni la Repubblica islamica ha gestito il confronto con Washington attraverso una strategia calibrata su tempi lunghi, ambiguità calcolate e negoziati diluiti. Con presidenti come Barack Obama o Joe Biden, Teheran aveva individuato margini di trattativa fondati su un presupposto condiviso: evitare l’escalation militare e mantenere aperto un canale diplomatico, anche a costo di incontri ripetuti e progressi minimi. Con Donald Trump, questo paradigma si è rivelato inadeguato.
Trump non ha mai concepito il negoziato come un processo infinito, ma come una sequenza di scadenze ravvicinate, risultati tangibili e pressioni crescenti. L’uscita unilaterale dal Joint Comprehensive Plan of Action nel 2018 aveva già rappresentato un segnale inequivocabile: per la nuova amministrazione non esistevano accordi intoccabili, né automatismi diplomatici. Ogni dossier poteva essere riaperto, rinegoziato oppure stravolto. Teheran, tuttavia, ha continuato a muoversi come se il tempo fosse una variabile a proprio favore. Riunioni tecniche, incontri indiretti, dichiarazioni interlocutorie, aperture seguite da irrigidimenti: una diplomazia rituale che in passato aveva consentito di guadagnare mesi, talvolta anni. L’obiettivo era duplice: alleggerire gradualmente la pressione internazionale e, nel frattempo, consolidare le proprie capacità strategiche, in particolare sul fronte nucleare. Ma provocare Trump con continue riunioni senza risultati concreti è stato un errore fatale.
Un ulteriore elemento di fragilità riguarda la figura del ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian (spesso indicato in modo impreciso come «Aranghi»), apparso in questa fase inadeguato alla gravità della crisi. La diplomazia iraniana, tradizionalmente abituata a muoversi su più tavoli e a mantenere canali aperti anche nei momenti di massima tensione, sembra aver perso incisività proprio quando sarebbe stato necessario costruire sponde internazionali e rafforzare la narrativa difensiva di Teheran. Le sue dichiarazioni pubbliche, improntate a toni rigidi ma prive di una chiara strategia di de-escalation, non hanno contribuito a ridurre l’isolamento del Paese. In un sistema in cui la politica estera è fortemente condizionata dalla Guida Suprema e dai Pasdaran, il margine d’azione del capo della diplomazia è certamente limitato; tuttavia, in una fase di possibile transizione al vertice, l’assenza di una regia diplomatica credibile rischia di amplificare l’impressione di disorientamento e di lasciare l’iniziativa interamente nelle mani dell’apparato militare.
Donald Trump (Ansa)
Nel linguaggio politico del presidente americano, l’assenza di un’intesa non equivale a una fase di stallo gestibile, bensì a una sfida diretta. Ogni incontro inconcludente è stato percepito come un tentativo di prendere tempo, se non come una forma di provocazione. In questo quadro, la pressione economica – sanzioni secondarie, isolamento finanziario, targeting delle esportazioni energetiche – è diventata lo strumento privilegiato per forzare un cambio di atteggiamento.
L’Iran ha probabilmente sottovalutato un elemento centrale: Donald Trump non cercava semplicemente di rientrare in un accordo migliorato, ma di ridefinire l’intero equilibrio di deterrenza regionale. La richiesta di condizioni più stringenti, la volontà di estendere la durata di eventuali restrizioni e l’insistenza su un meccanismo permanente di controllo rappresentavano un salto qualitativo rispetto alla logica del compromesso temporaneo. Nel frattempo, la leadership iraniana ha continuato a calibrare la propria risposta su un doppio binario: mantenere formalmente aperto il dialogo e, parallelamente, aumentare la leva strategica attraverso l’arricchimento dell’uranio e il consolidamento delle reti regionali di influenza. Una strategia che con altri presidenti avrebbe potuto produrre nuove fasi negoziali, ma che con Trump ha generato l’effetto opposto.
La differenza non è soltanto ideologica, ma metodologica. Trump ha interpretato la politica estera come una transazione ad alto rischio: o si chiude l’accordo alle sue condizioni, o si alza il livello dello scontro. In questa cornice, la diplomazia dilatoria di Teheran è apparsa come un rifiuto sostanziale. Le conseguenze sono evidenti. L’inasprimento delle sanzioni ha colpito l’economia iraniana in modo sistemico, riducendo le entrate petrolifere e aggravando le tensioni interne. Al tempo stesso, la percezione di una minaccia crescente ha alimentato un clima regionale sempre più instabile, con il rischio costante di incidenti o escalation indirette. L’errore di fondo di Teheran è stato di natura psicologica prima ancora che politica: aver trattato Donald Trump come una variante più rumorosa di presidenti precedenti, senza comprendere che il suo margine di tolleranza verso negoziati inconcludenti è prossimo allo zero. In altre parole, l’Iran ha giocato una partita di logoramento contro un avversario che preferisce le mosse drastiche.
Oggi lo scenario appare segnato da una polarizzazione più netta. Le occasioni di compromesso si sono ridotte, mentre la soglia di rischio si è abbassata. In un contesto regionale già attraversato da conflitti latenti e rivalità strategiche, la combinazione tra ambizioni nucleari iraniane e approccio massimalista statunitense ha creato una miscela altamente instabile. La lezione geopolitica è chiara: nei rapporti internazionali non basta conoscere la forza dell’avversario, occorre comprenderne la mentalità. Teheran ha letto Washington con le lenti del passato. Ma il passato, questa volta, non era più un parametro affidabile.
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«Non sarà una guerra lampo», ha dichiarato il ministro degli Esteri informando la stampa sugli sviluppi dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran.