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2021-04-22
Il tackle di Johnson sulle sei inglesi ha salvato il football e sbertucciato l’Ue
Boris Johnson (T.Melville/Getty Images)
Era partito come l'impresentabile. Un povero populista che, pur di solleticare e cavalcare gli istinti isolazionisti del suo elettorato, avrebbe portato il Regno Unito alla catastrofe politica ed economica con la Brexit. Un anno fa, di questi tempi, era giudicato un leader di fatto bollito, alle prese con una gestione pandemica inefficace e una situazione sanitaria disastrosa. Tutto questo vi hanno detto e ripetuto di Boris Johnson. Che, per carità, di errori ne ha certamente commessi. Ma che, se andiamo a vedere, in realtà è riuscito, dal punto di vista politico, a tornare saldamente in sella. E questo è evidente almeno sotto due aspetti: quello sanitario e quello calcistico. In primis, giova ricordare che, al momento, il Regno Unito è il sesto Paese al mondo per progressi nella campagna vaccinale. Non sarà del resto un caso che, appena pochi giorni fa, Downing Street abbia avviato il processo di riapertura delle attività economiche.
In secondo luogo, si pone anche un tema sportivo. Un tema che, attenzione, è tutt'altro che irrilevante. Quando, domenica scorsa, gli ormai famosi 12 club calcistici hanno annunciato la nascita della (già collassata) Superlega, Johnson è stato il leader politico che più di altri è andato subito all'attacco. Il premier britannico ha severamente condannato il progetto, parlando polemicamente di «cartello» contrario ai «basilari principi della concorrenza», oltre che «sospinto dai miliardi delle banche». Non solo: perché, oltre alle parole, aveva lasciato intendere di voler passare anche alle vie di fatto. «Dovremmo sganciare una bomba legislativa per fermare [l'iniziativa] e dovremmo farlo ora», aveva dichiarato. Una posizione battagliera, non poi molto dissimile - pur mutatis mutandis - dal triplice «no» di thatcheriana memoria.
Ricordiamo, per inciso, che il progetto aveva come architrave i sei più blasonati club inglesi (Manchester United, Manchester City, Liverpool, Chelsea, Tottenham e Arsenal). Un fattore, questo, che soprattutto alcune tifoserie non avevano affatto apprezzato. In particolare, a dissotterrare l'ascia di guerra erano stati i sostenitori dei red devils e dei blues, che hanno mostrato sin da subito una ferrea contrarietà al progetto. Non sarà del resto un caso che, dopo il naufragio (invero abbastanza celere) dei sogni di Florentino Perez, l'inquilino di Downing Street abbia prontamente cantato vittoria, twittando: «Questo è il risultato giusto per i tifosi, i club e le comunità di tutto il Paese. Dobbiamo continuare a proteggere il nostro amato gioco nazionale». Insomma, il premier si è sostanzialmente fatto portavoce dei sentimenti di larghi strati della tifoseria britannica. Eppure sbaglierebbe chi volesse derubricare il tutto a una mossa demagogica per solleticare l'istinto delle curve a scopi meramente elettorali. La questione è più profonda di così.
Johnson è riuscito ad intestarsi la rappresentanza di tutti quei tifosi che, anche al di là dei confini britannici, si erano opposti al progetto. È infatti nel solco da lui aperto che si sono efficacemente inseriti gli interventi contrari di Emmanuel Macron e dello stesso Mario Draghi, determinando un allineamento tra Regno Unito, Francia e Italia che non si vedeva probabilmente dai tempi della guerra di Crimea (sì: all'epoca c'era ancora il Regno di Sardegna, ma il concetto è chiaro). In tutto questo, Bruxelles si era invece collocata su una posizione fondamentalmente pilatesca. «Le controversie relative alla governance dello sport di solito possono essere gestite al meglio dagli organi arbitrali competenti e dai tribunali nazionali», si era limitato a dichiarare lunedì un portavoce della Commissione europea. Un atteggiamento cerchiobottista e attendista molto simile a quello - rivelatosi perdente - tenuto sulla vicenda vaccinale (si vedano le lungaggini sul sì ai vari vaccini e il pasticcio della contrattazione), che ha visto Uk superare di grand lena il Vecchio continente pe risultati.
Un fattore, questo, che non stupisce più di tanto. Il concetto di base su cui la Superlega voleva fondarsi era infatti quello di uno sradicamento storico-culturale che trova non poco apprezzamento ai piani alti delle istituzioni europee. Uno sradicamento nel cui nome non esistono più identità, nazioni, popoli, finanche città e quartieri. Il tutto asservito all'industria dell'intrattenimento, in cui qualsiasi cosa è indistinta e politicamente corretta. Qual è d'altronde ormai la differenza tra Netflix e l'Nba? Un processo, questo, che non sarebbe certo sorto ex abrupto con la Superlega, ma che il calcio europeo sta progressivamente vivendo (almeno) dai tempi della sentenza Bosman. Grossi interessi, spettacolarizzazione fine a sé stessa, tendenze al livellamento cosmopolita: tutto questo esiste già, non siamo ingenui. Alla fine, a farsi capofila di questa resistenza culturale, prima che sportiva, è stato Johnson. Il «becero» isolazionista che, nonostante il suo divorzio da Bruxelles, ha tracciato la linea per una rinascita dell'orgoglio nazionale nei Paesi europei. Con buona pace dei miliardi di Jp Morgan.
Il torneo delle big si sgonfia in 48 ore. Ora si tratta su Champions e diritti
Passerà alla storia come il campionato più breve di sempre: la Superlega europea dura 48 ore e si conclude con la sconfitta di tutti i partecipanti.
La notte tra martedì e mercoledì, il tentativo di scissione dall'Uefa di 12 club, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Juve, Inter, Milan, Chelsea, Manchester City, Manchester United, Arsenal, Liverpool e Tottenham, capitanati da Florentino Perez e Andrea Agnelli, frana come un castello di sabbia colpito da un pallone calciato da un bambino. Le prime a sfilarsi sono le inglesi, probabilmente colte di sorpresa dalla durissima reazione del premier Boris Johnson, che già lunedì pomeriggio, quando il progetto sembrava ancora robusto, aveva bombardato il quartier generale degli scissionisti. Intorno alle 20.30 di martedì, le voci di un imminente ritiro di Chelsea e City si fanno sempre più insistenti, mentre i tifosi dei Blues protestano duramente all'esterno di Stanford Bridge. Alle 21.30, la Bbc annuncia l'imminente ritiro di Chelsea e City, mentre dalla Spagna il presidente del Barcellona, Joan Laporta, fa sapere che il club «non entrerà in Superlega finché non lo stabiliranno i voti dei soci: è il loro club, è la loro decisione». Crolla tutto: alle 22 i giocatori del Liverpool iniziano a pubblicare sui social, uno dopo l'altro, lo stesso messaggio contro la Superlega: «Non ci piace», scrivono i reds, «e non vogliamo che accada». I tifosi, nel pomeriggio, avevano esposto all'esterno di Anfield striscioni inequivocabili contro il progetto. Alle 23, il City si sfila ufficialmente attraverso una nota: «Manchester City football club conferma che sono formalmente iniziate le procedure per uscire fuori dal gruppo dei fondatori che sta pianificando l'European Super League». Il presidente dell'Uefa, lo sloveno Aleksander Ceferin, riaccoglie immediatamente il figliuol prodigo: «Sono lieto», afferma Ceferin, «di dare il bentornato al City nella famiglia del calcio europeo. Come ho detto al Congresso Uefa ci vuole coraggio per ammettere un errore, ma non ho mai dubitato che avessero la capacità e il buon senso di prendere quella decisione. Il City è una vera risorsa per il gioco e sono lieto di lavorare con loro», aggiunge Ceferin, «per un futuro migliore per il gioco europeo». I 12 scissionisti si riuniscono in videoconferenza, Perez e Agnelli tentano di mantenere a galla la nave, ma è troppo tardi. Alle 23.50 dicono addio alla Superlega anche Liverpool, Tottenham, Manchester United e Arsenal. I gunners scrivono sui social: «Abbiamo commesso un errore e ci scusiamo per questo». Scontato, a questo punto, anche l'addio del Chelsea. All'1.24 di ieri mattina l'Inter fa sapere all'Ansa di «non essere più interessata al progetto». Progetto che secondo fonti della stessa Superlega, a questo punto, è da «rimodulare». Ieri mattina esce un'intervista di Andrea Agnelli su Repubblica evidentemente superata dai fatti della notte: «Fra i nostri club», dice il presidente bianconero, «c'è un patto di sangue, il progetto della Superlega ha il 100% di possibilità di successo, andiamo avanti». Escono ufficialmente anche Chelsea e Atletico Madrid, ma ormai la Superlega è supermorta e supersepolta. Se ne accorge finalmente anche Agnelli: «Non penso», dice il numero uno della Juve alla Reuters, «che il progetto possa continuare con 5 o 6 squadre. Se avessi chiesto l'autorizzazione di altri, non credo che avrei realizzato un progetto come questo». Che infatti non ha realizzato lo stesso. E adesso, che succede?
L'ipotesi più concreta è quella di un finale a tarallucci e vino: chi si aspetta punizioni, castighi, sanzioni, esclusioni o altri provvedimenti clamorosi resterà deluso. Ieri mattina, al termine della notte della superdisfatta, Ceferin veste i panni del misericordioso: «Ho detto che è ammirevole ammettere di aver sbagliato e questi club hanno fatto un grande errore», scrive il numero uno dell'Uefa, «ma adesso sono tornati in gruppo e so che hanno tanto da offrire, non solo alle nostre competizioni, ma all'intero calcio europeo. La cosa importante adesso è andare avanti insieme e ricostruire l'unità di cui godeva prima questo sport». Traduzione: la trattativa sulla spartizione dei miliardi dei diritti tv andrà avanti, ma all'interno dell'Uefa, con i top club che chiedono più soldi rispetto a quanti ne ricevono ora, anche se sarebbe il momento che questi club straindebitati, invece che cercare di aumentare ancora i propri ricavi attraverso iniziative da veri e propri corsari del pallone, si rendessero conto che la strada da seguire è quella di ridurre i costi. Del resto, uno dei pilastri della (fu) Superlega sarebbe stato l'impegno a utilizzare solo il 55% delle loro entrate in «spese sportive», come gli stipendi dei giocatori, i trasferimenti e le commissioni degli agenti, mentre la media attuale per i grandi club europei è tra il 70 e l'80%. La partita è aperta, e ora l'Uefa ha il coltello dalla parte del manico: vedremo se spingerà i club più indebitati a riconsiderare le loro politiche.
Niente sanzioni nemmeno da parte della Figc: «Lunedì prossimo», dice il presidente Gabriele Gravina, «c'è il consiglio federale, non ci sono forme di processi, condanne o vendette trasversali. Noi abbiamo difeso strenuamente i confini dei valori e delle regole del mondo del calcio e pare che tutto sia tornato alla normalità. Sanzioni? No, assolutamente», aggiunge Gravina, «non si può sanzionare un'idea che non si è concretizzata».
Le piccole all’assalto della Lega di A
La Superlega somiglia a Umberto II di Savoia, il «re di maggio», ma il suo ruolo di regina del pallone è durato solo 48 ore. Prima si sono defilate le squadre inglesi, poi qualche spagnola, poi Milan e Inter, lasciando col cerino in mano la Juventus e il Real Madrid, cerimoniere dell'idea. L'effetto domino è preludio a una resa dei conti tutta italiana.
I blasoni piccoli fanno la voce grossa. In casa bianconera le impellenze sono legate al crollo del titolo in Borsa (-13%) e al confronto tra Andrea Agnelli, John Elkann e Alessandro Nasi. L'Inter ha giocato d'astuzia, ora dovrà riposizionarsi. Con un comunicato di rito la famiglia Zhang ha annunciato la sua uscita di scena dal progetto da cui era stata allettata per godere di entrate abbondanti che ne ripianassero le finanze dissestate. Dopodiché, tornando all'ovile, ha lasciato intendere di aspettarsi dall'Uefa una diversa ridistribuzione degli utili in gioco. Se l'ex patron Massimo Moratti commenta la vicenda con un «Tentativo malfatto, non c'erano le basi», il nodo da sciogliere riguarda l'ad Beppe Marotta e i suoi rapporti con gli omologhi di campionato.
Marotta in Figc è consigliere da febbraio e settimana scorsa era stato tra i firmatari della mozione di sfiducia verso Paolo Dal Pino, presidente di Lega Serie A. Dal Pino era stato accusato di aver tentato di favorire l'ingresso di fondi privati esteri al 10% nella costituzione di MediaCo, media company per la Serie A. La condizione affinché ciò si realizzasse era quella di legare al campionato nazionale per almeno dieci anni le tre grandi, Milan, Inter e Juve, vanificando sul nascere il golpe Superlega. Nel frattempo, il Milan giocava su due tavoli separati, aspettando di assaggiare la minestra prima di lanciarsi dalla finestra. Nell'assemblea di Lega, il presidente Paolo Scaroni aveva confermato la sua fiducia a Dal Pino: «Ho votato per lui e non cambio idea», mentre l'ad Ivan Gazidis iscriveva i rossoneri al maxi torneo continentale per ricchi. Pure il Diavolo è tornato nei ranghi canonici, e c'è chi mormora che ora Gazidis sia pronto a dimettersi. Ma c'è chi chiede la testa di Scaroni, oltre che di Agnelli e Marotta. È Urbano Cairo, che capeggia la fazione dei «lealisti» contro i club scissonisti: «Agnelli faceva parte del comitato di Lega delegato a trattare con i fondi, la sua è concorrenza sleale. Stimo Scaroni, ma anche lui deve fare un passo indietro. Marotta è un consigliere federale con delega della Serie A. Se Agnelli ha lasciato l'Eca, mi aspetto da Marotta un atto analogo per la Figc», tuona il patron del Torino al Corriere.
Cairo guida la riscossa degli esclusi, tra i quali si registra il silenzio sornione di Aurelio De Laurentiis. «Superlega? Dormivo...», avrebbe ironizzato il presidente del Napoli. La sua posizione in realtà è nota: avrebbe avallato la nascita di un nuovo torneo continentale per grandi società solo sotto l'egida Uefa. Ora, assieme a Claudio Lotito della Lazio (fino a oggi rimasto in silenzio strategico, ma nel 2019 aveva detto: «Non esiste che un club ricco conti più di un altro», suggerendo una cabina di regia per il dialogo tra leghe nazionali, federazioni e Uefa) passerà all'incasso, rafforzando il suo peso politico nelle assemblee. Quel potere di influenza che fa ruggire Luca Percassi, ceo della virtuosa Atalanta: «La Superlega era sbagliata, lo sport è meritocratico, ma ben venga uno scossone che ci consenta di raccogliere opportunità. Eravamo contro l'operazione dei fondi perché illogica, ora dobbiamo tornare a parlare davvero di calcio».
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Il premier britannico cavalca il fallimento del golpe pallonaro. Nuovo schiaffo a Bruxelles dopo la Brexit e le vaccinazioni.L'addio delle inglesi sbriciola il campionato d'élite. In Italia, niente sanzioni dalla Figc. Aleksander Ceferin (Uefa) tende una mano. Le grandi però vogliono più soldi dalla confederazione, che invece spinge perché riducano i debiti.Urbano Cairo si scaglia sull'ad dell'Inter (che aveva tentato il blitz contro Paolo Dal Pino) e Paolo Scaroni, alla guida del Milan. Lazio, Atalanta e Napoli sono pronte a dare battaglia ai top team.Lo speciale contiene tre articoli.Era partito come l'impresentabile. Un povero populista che, pur di solleticare e cavalcare gli istinti isolazionisti del suo elettorato, avrebbe portato il Regno Unito alla catastrofe politica ed economica con la Brexit. Un anno fa, di questi tempi, era giudicato un leader di fatto bollito, alle prese con una gestione pandemica inefficace e una situazione sanitaria disastrosa. Tutto questo vi hanno detto e ripetuto di Boris Johnson. Che, per carità, di errori ne ha certamente commessi. Ma che, se andiamo a vedere, in realtà è riuscito, dal punto di vista politico, a tornare saldamente in sella. E questo è evidente almeno sotto due aspetti: quello sanitario e quello calcistico. In primis, giova ricordare che, al momento, il Regno Unito è il sesto Paese al mondo per progressi nella campagna vaccinale. Non sarà del resto un caso che, appena pochi giorni fa, Downing Street abbia avviato il processo di riapertura delle attività economiche. In secondo luogo, si pone anche un tema sportivo. Un tema che, attenzione, è tutt'altro che irrilevante. Quando, domenica scorsa, gli ormai famosi 12 club calcistici hanno annunciato la nascita della (già collassata) Superlega, Johnson è stato il leader politico che più di altri è andato subito all'attacco. Il premier britannico ha severamente condannato il progetto, parlando polemicamente di «cartello» contrario ai «basilari principi della concorrenza», oltre che «sospinto dai miliardi delle banche». Non solo: perché, oltre alle parole, aveva lasciato intendere di voler passare anche alle vie di fatto. «Dovremmo sganciare una bomba legislativa per fermare [l'iniziativa] e dovremmo farlo ora», aveva dichiarato. Una posizione battagliera, non poi molto dissimile - pur mutatis mutandis - dal triplice «no» di thatcheriana memoria. Ricordiamo, per inciso, che il progetto aveva come architrave i sei più blasonati club inglesi (Manchester United, Manchester City, Liverpool, Chelsea, Tottenham e Arsenal). Un fattore, questo, che soprattutto alcune tifoserie non avevano affatto apprezzato. In particolare, a dissotterrare l'ascia di guerra erano stati i sostenitori dei red devils e dei blues, che hanno mostrato sin da subito una ferrea contrarietà al progetto. Non sarà del resto un caso che, dopo il naufragio (invero abbastanza celere) dei sogni di Florentino Perez, l'inquilino di Downing Street abbia prontamente cantato vittoria, twittando: «Questo è il risultato giusto per i tifosi, i club e le comunità di tutto il Paese. Dobbiamo continuare a proteggere il nostro amato gioco nazionale». Insomma, il premier si è sostanzialmente fatto portavoce dei sentimenti di larghi strati della tifoseria britannica. Eppure sbaglierebbe chi volesse derubricare il tutto a una mossa demagogica per solleticare l'istinto delle curve a scopi meramente elettorali. La questione è più profonda di così. Johnson è riuscito ad intestarsi la rappresentanza di tutti quei tifosi che, anche al di là dei confini britannici, si erano opposti al progetto. È infatti nel solco da lui aperto che si sono efficacemente inseriti gli interventi contrari di Emmanuel Macron e dello stesso Mario Draghi, determinando un allineamento tra Regno Unito, Francia e Italia che non si vedeva probabilmente dai tempi della guerra di Crimea (sì: all'epoca c'era ancora il Regno di Sardegna, ma il concetto è chiaro). In tutto questo, Bruxelles si era invece collocata su una posizione fondamentalmente pilatesca. «Le controversie relative alla governance dello sport di solito possono essere gestite al meglio dagli organi arbitrali competenti e dai tribunali nazionali», si era limitato a dichiarare lunedì un portavoce della Commissione europea. Un atteggiamento cerchiobottista e attendista molto simile a quello - rivelatosi perdente - tenuto sulla vicenda vaccinale (si vedano le lungaggini sul sì ai vari vaccini e il pasticcio della contrattazione), che ha visto Uk superare di grand lena il Vecchio continente pe risultati.Un fattore, questo, che non stupisce più di tanto. Il concetto di base su cui la Superlega voleva fondarsi era infatti quello di uno sradicamento storico-culturale che trova non poco apprezzamento ai piani alti delle istituzioni europee. Uno sradicamento nel cui nome non esistono più identità, nazioni, popoli, finanche città e quartieri. Il tutto asservito all'industria dell'intrattenimento, in cui qualsiasi cosa è indistinta e politicamente corretta. Qual è d'altronde ormai la differenza tra Netflix e l'Nba? Un processo, questo, che non sarebbe certo sorto ex abrupto con la Superlega, ma che il calcio europeo sta progressivamente vivendo (almeno) dai tempi della sentenza Bosman. Grossi interessi, spettacolarizzazione fine a sé stessa, tendenze al livellamento cosmopolita: tutto questo esiste già, non siamo ingenui. Alla fine, a farsi capofila di questa resistenza culturale, prima che sportiva, è stato Johnson. Il «becero» isolazionista che, nonostante il suo divorzio da Bruxelles, ha tracciato la linea per una rinascita dell'orgoglio nazionale nei Paesi europei. Con buona pace dei miliardi di Jp Morgan. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/johnson-sei-inglesi-football-ue-2652679869.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-torneo-delle-big-si-sgonfia-in-48-ore-ora-si-tratta-su-champions-e-diritti" data-post-id="2652679869" data-published-at="1619039463" data-use-pagination="False"> Il torneo delle big si sgonfia in 48 ore. Ora si tratta su Champions e diritti Passerà alla storia come il campionato più breve di sempre: la Superlega europea dura 48 ore e si conclude con la sconfitta di tutti i partecipanti. La notte tra martedì e mercoledì, il tentativo di scissione dall'Uefa di 12 club, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Juve, Inter, Milan, Chelsea, Manchester City, Manchester United, Arsenal, Liverpool e Tottenham, capitanati da Florentino Perez e Andrea Agnelli, frana come un castello di sabbia colpito da un pallone calciato da un bambino. Le prime a sfilarsi sono le inglesi, probabilmente colte di sorpresa dalla durissima reazione del premier Boris Johnson, che già lunedì pomeriggio, quando il progetto sembrava ancora robusto, aveva bombardato il quartier generale degli scissionisti. Intorno alle 20.30 di martedì, le voci di un imminente ritiro di Chelsea e City si fanno sempre più insistenti, mentre i tifosi dei Blues protestano duramente all'esterno di Stanford Bridge. Alle 21.30, la Bbc annuncia l'imminente ritiro di Chelsea e City, mentre dalla Spagna il presidente del Barcellona, Joan Laporta, fa sapere che il club «non entrerà in Superlega finché non lo stabiliranno i voti dei soci: è il loro club, è la loro decisione». Crolla tutto: alle 22 i giocatori del Liverpool iniziano a pubblicare sui social, uno dopo l'altro, lo stesso messaggio contro la Superlega: «Non ci piace», scrivono i reds, «e non vogliamo che accada». I tifosi, nel pomeriggio, avevano esposto all'esterno di Anfield striscioni inequivocabili contro il progetto. Alle 23, il City si sfila ufficialmente attraverso una nota: «Manchester City football club conferma che sono formalmente iniziate le procedure per uscire fuori dal gruppo dei fondatori che sta pianificando l'European Super League». Il presidente dell'Uefa, lo sloveno Aleksander Ceferin, riaccoglie immediatamente il figliuol prodigo: «Sono lieto», afferma Ceferin, «di dare il bentornato al City nella famiglia del calcio europeo. Come ho detto al Congresso Uefa ci vuole coraggio per ammettere un errore, ma non ho mai dubitato che avessero la capacità e il buon senso di prendere quella decisione. Il City è una vera risorsa per il gioco e sono lieto di lavorare con loro», aggiunge Ceferin, «per un futuro migliore per il gioco europeo». I 12 scissionisti si riuniscono in videoconferenza, Perez e Agnelli tentano di mantenere a galla la nave, ma è troppo tardi. Alle 23.50 dicono addio alla Superlega anche Liverpool, Tottenham, Manchester United e Arsenal. I gunners scrivono sui social: «Abbiamo commesso un errore e ci scusiamo per questo». Scontato, a questo punto, anche l'addio del Chelsea. All'1.24 di ieri mattina l'Inter fa sapere all'Ansa di «non essere più interessata al progetto». Progetto che secondo fonti della stessa Superlega, a questo punto, è da «rimodulare». Ieri mattina esce un'intervista di Andrea Agnelli su Repubblica evidentemente superata dai fatti della notte: «Fra i nostri club», dice il presidente bianconero, «c'è un patto di sangue, il progetto della Superlega ha il 100% di possibilità di successo, andiamo avanti». Escono ufficialmente anche Chelsea e Atletico Madrid, ma ormai la Superlega è supermorta e supersepolta. Se ne accorge finalmente anche Agnelli: «Non penso», dice il numero uno della Juve alla Reuters, «che il progetto possa continuare con 5 o 6 squadre. Se avessi chiesto l'autorizzazione di altri, non credo che avrei realizzato un progetto come questo». Che infatti non ha realizzato lo stesso. E adesso, che succede? L'ipotesi più concreta è quella di un finale a tarallucci e vino: chi si aspetta punizioni, castighi, sanzioni, esclusioni o altri provvedimenti clamorosi resterà deluso. Ieri mattina, al termine della notte della superdisfatta, Ceferin veste i panni del misericordioso: «Ho detto che è ammirevole ammettere di aver sbagliato e questi club hanno fatto un grande errore», scrive il numero uno dell'Uefa, «ma adesso sono tornati in gruppo e so che hanno tanto da offrire, non solo alle nostre competizioni, ma all'intero calcio europeo. La cosa importante adesso è andare avanti insieme e ricostruire l'unità di cui godeva prima questo sport». Traduzione: la trattativa sulla spartizione dei miliardi dei diritti tv andrà avanti, ma all'interno dell'Uefa, con i top club che chiedono più soldi rispetto a quanti ne ricevono ora, anche se sarebbe il momento che questi club straindebitati, invece che cercare di aumentare ancora i propri ricavi attraverso iniziative da veri e propri corsari del pallone, si rendessero conto che la strada da seguire è quella di ridurre i costi. Del resto, uno dei pilastri della (fu) Superlega sarebbe stato l'impegno a utilizzare solo il 55% delle loro entrate in «spese sportive», come gli stipendi dei giocatori, i trasferimenti e le commissioni degli agenti, mentre la media attuale per i grandi club europei è tra il 70 e l'80%. La partita è aperta, e ora l'Uefa ha il coltello dalla parte del manico: vedremo se spingerà i club più indebitati a riconsiderare le loro politiche. Niente sanzioni nemmeno da parte della Figc: «Lunedì prossimo», dice il presidente Gabriele Gravina, «c'è il consiglio federale, non ci sono forme di processi, condanne o vendette trasversali. Noi abbiamo difeso strenuamente i confini dei valori e delle regole del mondo del calcio e pare che tutto sia tornato alla normalità. Sanzioni? No, assolutamente», aggiunge Gravina, «non si può sanzionare un'idea che non si è concretizzata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/johnson-sei-inglesi-football-ue-2652679869.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-piccole-allassalto-della-lega-di-a" data-post-id="2652679869" data-published-at="1619039463" data-use-pagination="False"> Le piccole all’assalto della Lega di A La Superlega somiglia a Umberto II di Savoia, il «re di maggio», ma il suo ruolo di regina del pallone è durato solo 48 ore. Prima si sono defilate le squadre inglesi, poi qualche spagnola, poi Milan e Inter, lasciando col cerino in mano la Juventus e il Real Madrid, cerimoniere dell'idea. L'effetto domino è preludio a una resa dei conti tutta italiana. I blasoni piccoli fanno la voce grossa. In casa bianconera le impellenze sono legate al crollo del titolo in Borsa (-13%) e al confronto tra Andrea Agnelli, John Elkann e Alessandro Nasi. L'Inter ha giocato d'astuzia, ora dovrà riposizionarsi. Con un comunicato di rito la famiglia Zhang ha annunciato la sua uscita di scena dal progetto da cui era stata allettata per godere di entrate abbondanti che ne ripianassero le finanze dissestate. Dopodiché, tornando all'ovile, ha lasciato intendere di aspettarsi dall'Uefa una diversa ridistribuzione degli utili in gioco. Se l'ex patron Massimo Moratti commenta la vicenda con un «Tentativo malfatto, non c'erano le basi», il nodo da sciogliere riguarda l'ad Beppe Marotta e i suoi rapporti con gli omologhi di campionato. Marotta in Figc è consigliere da febbraio e settimana scorsa era stato tra i firmatari della mozione di sfiducia verso Paolo Dal Pino, presidente di Lega Serie A. Dal Pino era stato accusato di aver tentato di favorire l'ingresso di fondi privati esteri al 10% nella costituzione di MediaCo, media company per la Serie A. La condizione affinché ciò si realizzasse era quella di legare al campionato nazionale per almeno dieci anni le tre grandi, Milan, Inter e Juve, vanificando sul nascere il golpe Superlega. Nel frattempo, il Milan giocava su due tavoli separati, aspettando di assaggiare la minestra prima di lanciarsi dalla finestra. Nell'assemblea di Lega, il presidente Paolo Scaroni aveva confermato la sua fiducia a Dal Pino: «Ho votato per lui e non cambio idea», mentre l'ad Ivan Gazidis iscriveva i rossoneri al maxi torneo continentale per ricchi. Pure il Diavolo è tornato nei ranghi canonici, e c'è chi mormora che ora Gazidis sia pronto a dimettersi. Ma c'è chi chiede la testa di Scaroni, oltre che di Agnelli e Marotta. È Urbano Cairo, che capeggia la fazione dei «lealisti» contro i club scissonisti: «Agnelli faceva parte del comitato di Lega delegato a trattare con i fondi, la sua è concorrenza sleale. Stimo Scaroni, ma anche lui deve fare un passo indietro. Marotta è un consigliere federale con delega della Serie A. Se Agnelli ha lasciato l'Eca, mi aspetto da Marotta un atto analogo per la Figc», tuona il patron del Torino al Corriere. Cairo guida la riscossa degli esclusi, tra i quali si registra il silenzio sornione di Aurelio De Laurentiis. «Superlega? Dormivo...», avrebbe ironizzato il presidente del Napoli. La sua posizione in realtà è nota: avrebbe avallato la nascita di un nuovo torneo continentale per grandi società solo sotto l'egida Uefa. Ora, assieme a Claudio Lotito della Lazio (fino a oggi rimasto in silenzio strategico, ma nel 2019 aveva detto: «Non esiste che un club ricco conti più di un altro», suggerendo una cabina di regia per il dialogo tra leghe nazionali, federazioni e Uefa) passerà all'incasso, rafforzando il suo peso politico nelle assemblee. Quel potere di influenza che fa ruggire Luca Percassi, ceo della virtuosa Atalanta: «La Superlega era sbagliata, lo sport è meritocratico, ma ben venga uno scossone che ci consenta di raccogliere opportunità. Eravamo contro l'operazione dei fondi perché illogica, ora dobbiamo tornare a parlare davvero di calcio».
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.