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2021-04-22
Il tackle di Johnson sulle sei inglesi ha salvato il football e sbertucciato l’Ue
Boris Johnson (T.Melville/Getty Images)
Era partito come l'impresentabile. Un povero populista che, pur di solleticare e cavalcare gli istinti isolazionisti del suo elettorato, avrebbe portato il Regno Unito alla catastrofe politica ed economica con la Brexit. Un anno fa, di questi tempi, era giudicato un leader di fatto bollito, alle prese con una gestione pandemica inefficace e una situazione sanitaria disastrosa. Tutto questo vi hanno detto e ripetuto di Boris Johnson. Che, per carità, di errori ne ha certamente commessi. Ma che, se andiamo a vedere, in realtà è riuscito, dal punto di vista politico, a tornare saldamente in sella. E questo è evidente almeno sotto due aspetti: quello sanitario e quello calcistico. In primis, giova ricordare che, al momento, il Regno Unito è il sesto Paese al mondo per progressi nella campagna vaccinale. Non sarà del resto un caso che, appena pochi giorni fa, Downing Street abbia avviato il processo di riapertura delle attività economiche.
In secondo luogo, si pone anche un tema sportivo. Un tema che, attenzione, è tutt'altro che irrilevante. Quando, domenica scorsa, gli ormai famosi 12 club calcistici hanno annunciato la nascita della (già collassata) Superlega, Johnson è stato il leader politico che più di altri è andato subito all'attacco. Il premier britannico ha severamente condannato il progetto, parlando polemicamente di «cartello» contrario ai «basilari principi della concorrenza», oltre che «sospinto dai miliardi delle banche». Non solo: perché, oltre alle parole, aveva lasciato intendere di voler passare anche alle vie di fatto. «Dovremmo sganciare una bomba legislativa per fermare [l'iniziativa] e dovremmo farlo ora», aveva dichiarato. Una posizione battagliera, non poi molto dissimile - pur mutatis mutandis - dal triplice «no» di thatcheriana memoria.
Ricordiamo, per inciso, che il progetto aveva come architrave i sei più blasonati club inglesi (Manchester United, Manchester City, Liverpool, Chelsea, Tottenham e Arsenal). Un fattore, questo, che soprattutto alcune tifoserie non avevano affatto apprezzato. In particolare, a dissotterrare l'ascia di guerra erano stati i sostenitori dei red devils e dei blues, che hanno mostrato sin da subito una ferrea contrarietà al progetto. Non sarà del resto un caso che, dopo il naufragio (invero abbastanza celere) dei sogni di Florentino Perez, l'inquilino di Downing Street abbia prontamente cantato vittoria, twittando: «Questo è il risultato giusto per i tifosi, i club e le comunità di tutto il Paese. Dobbiamo continuare a proteggere il nostro amato gioco nazionale». Insomma, il premier si è sostanzialmente fatto portavoce dei sentimenti di larghi strati della tifoseria britannica. Eppure sbaglierebbe chi volesse derubricare il tutto a una mossa demagogica per solleticare l'istinto delle curve a scopi meramente elettorali. La questione è più profonda di così.
Johnson è riuscito ad intestarsi la rappresentanza di tutti quei tifosi che, anche al di là dei confini britannici, si erano opposti al progetto. È infatti nel solco da lui aperto che si sono efficacemente inseriti gli interventi contrari di Emmanuel Macron e dello stesso Mario Draghi, determinando un allineamento tra Regno Unito, Francia e Italia che non si vedeva probabilmente dai tempi della guerra di Crimea (sì: all'epoca c'era ancora il Regno di Sardegna, ma il concetto è chiaro). In tutto questo, Bruxelles si era invece collocata su una posizione fondamentalmente pilatesca. «Le controversie relative alla governance dello sport di solito possono essere gestite al meglio dagli organi arbitrali competenti e dai tribunali nazionali», si era limitato a dichiarare lunedì un portavoce della Commissione europea. Un atteggiamento cerchiobottista e attendista molto simile a quello - rivelatosi perdente - tenuto sulla vicenda vaccinale (si vedano le lungaggini sul sì ai vari vaccini e il pasticcio della contrattazione), che ha visto Uk superare di grand lena il Vecchio continente pe risultati.
Un fattore, questo, che non stupisce più di tanto. Il concetto di base su cui la Superlega voleva fondarsi era infatti quello di uno sradicamento storico-culturale che trova non poco apprezzamento ai piani alti delle istituzioni europee. Uno sradicamento nel cui nome non esistono più identità, nazioni, popoli, finanche città e quartieri. Il tutto asservito all'industria dell'intrattenimento, in cui qualsiasi cosa è indistinta e politicamente corretta. Qual è d'altronde ormai la differenza tra Netflix e l'Nba? Un processo, questo, che non sarebbe certo sorto ex abrupto con la Superlega, ma che il calcio europeo sta progressivamente vivendo (almeno) dai tempi della sentenza Bosman. Grossi interessi, spettacolarizzazione fine a sé stessa, tendenze al livellamento cosmopolita: tutto questo esiste già, non siamo ingenui. Alla fine, a farsi capofila di questa resistenza culturale, prima che sportiva, è stato Johnson. Il «becero» isolazionista che, nonostante il suo divorzio da Bruxelles, ha tracciato la linea per una rinascita dell'orgoglio nazionale nei Paesi europei. Con buona pace dei miliardi di Jp Morgan.
Il torneo delle big si sgonfia in 48 ore. Ora si tratta su Champions e diritti
Passerà alla storia come il campionato più breve di sempre: la Superlega europea dura 48 ore e si conclude con la sconfitta di tutti i partecipanti.
La notte tra martedì e mercoledì, il tentativo di scissione dall'Uefa di 12 club, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Juve, Inter, Milan, Chelsea, Manchester City, Manchester United, Arsenal, Liverpool e Tottenham, capitanati da Florentino Perez e Andrea Agnelli, frana come un castello di sabbia colpito da un pallone calciato da un bambino. Le prime a sfilarsi sono le inglesi, probabilmente colte di sorpresa dalla durissima reazione del premier Boris Johnson, che già lunedì pomeriggio, quando il progetto sembrava ancora robusto, aveva bombardato il quartier generale degli scissionisti. Intorno alle 20.30 di martedì, le voci di un imminente ritiro di Chelsea e City si fanno sempre più insistenti, mentre i tifosi dei Blues protestano duramente all'esterno di Stanford Bridge. Alle 21.30, la Bbc annuncia l'imminente ritiro di Chelsea e City, mentre dalla Spagna il presidente del Barcellona, Joan Laporta, fa sapere che il club «non entrerà in Superlega finché non lo stabiliranno i voti dei soci: è il loro club, è la loro decisione». Crolla tutto: alle 22 i giocatori del Liverpool iniziano a pubblicare sui social, uno dopo l'altro, lo stesso messaggio contro la Superlega: «Non ci piace», scrivono i reds, «e non vogliamo che accada». I tifosi, nel pomeriggio, avevano esposto all'esterno di Anfield striscioni inequivocabili contro il progetto. Alle 23, il City si sfila ufficialmente attraverso una nota: «Manchester City football club conferma che sono formalmente iniziate le procedure per uscire fuori dal gruppo dei fondatori che sta pianificando l'European Super League». Il presidente dell'Uefa, lo sloveno Aleksander Ceferin, riaccoglie immediatamente il figliuol prodigo: «Sono lieto», afferma Ceferin, «di dare il bentornato al City nella famiglia del calcio europeo. Come ho detto al Congresso Uefa ci vuole coraggio per ammettere un errore, ma non ho mai dubitato che avessero la capacità e il buon senso di prendere quella decisione. Il City è una vera risorsa per il gioco e sono lieto di lavorare con loro», aggiunge Ceferin, «per un futuro migliore per il gioco europeo». I 12 scissionisti si riuniscono in videoconferenza, Perez e Agnelli tentano di mantenere a galla la nave, ma è troppo tardi. Alle 23.50 dicono addio alla Superlega anche Liverpool, Tottenham, Manchester United e Arsenal. I gunners scrivono sui social: «Abbiamo commesso un errore e ci scusiamo per questo». Scontato, a questo punto, anche l'addio del Chelsea. All'1.24 di ieri mattina l'Inter fa sapere all'Ansa di «non essere più interessata al progetto». Progetto che secondo fonti della stessa Superlega, a questo punto, è da «rimodulare». Ieri mattina esce un'intervista di Andrea Agnelli su Repubblica evidentemente superata dai fatti della notte: «Fra i nostri club», dice il presidente bianconero, «c'è un patto di sangue, il progetto della Superlega ha il 100% di possibilità di successo, andiamo avanti». Escono ufficialmente anche Chelsea e Atletico Madrid, ma ormai la Superlega è supermorta e supersepolta. Se ne accorge finalmente anche Agnelli: «Non penso», dice il numero uno della Juve alla Reuters, «che il progetto possa continuare con 5 o 6 squadre. Se avessi chiesto l'autorizzazione di altri, non credo che avrei realizzato un progetto come questo». Che infatti non ha realizzato lo stesso. E adesso, che succede?
L'ipotesi più concreta è quella di un finale a tarallucci e vino: chi si aspetta punizioni, castighi, sanzioni, esclusioni o altri provvedimenti clamorosi resterà deluso. Ieri mattina, al termine della notte della superdisfatta, Ceferin veste i panni del misericordioso: «Ho detto che è ammirevole ammettere di aver sbagliato e questi club hanno fatto un grande errore», scrive il numero uno dell'Uefa, «ma adesso sono tornati in gruppo e so che hanno tanto da offrire, non solo alle nostre competizioni, ma all'intero calcio europeo. La cosa importante adesso è andare avanti insieme e ricostruire l'unità di cui godeva prima questo sport». Traduzione: la trattativa sulla spartizione dei miliardi dei diritti tv andrà avanti, ma all'interno dell'Uefa, con i top club che chiedono più soldi rispetto a quanti ne ricevono ora, anche se sarebbe il momento che questi club straindebitati, invece che cercare di aumentare ancora i propri ricavi attraverso iniziative da veri e propri corsari del pallone, si rendessero conto che la strada da seguire è quella di ridurre i costi. Del resto, uno dei pilastri della (fu) Superlega sarebbe stato l'impegno a utilizzare solo il 55% delle loro entrate in «spese sportive», come gli stipendi dei giocatori, i trasferimenti e le commissioni degli agenti, mentre la media attuale per i grandi club europei è tra il 70 e l'80%. La partita è aperta, e ora l'Uefa ha il coltello dalla parte del manico: vedremo se spingerà i club più indebitati a riconsiderare le loro politiche.
Niente sanzioni nemmeno da parte della Figc: «Lunedì prossimo», dice il presidente Gabriele Gravina, «c'è il consiglio federale, non ci sono forme di processi, condanne o vendette trasversali. Noi abbiamo difeso strenuamente i confini dei valori e delle regole del mondo del calcio e pare che tutto sia tornato alla normalità. Sanzioni? No, assolutamente», aggiunge Gravina, «non si può sanzionare un'idea che non si è concretizzata».
Le piccole all’assalto della Lega di A
La Superlega somiglia a Umberto II di Savoia, il «re di maggio», ma il suo ruolo di regina del pallone è durato solo 48 ore. Prima si sono defilate le squadre inglesi, poi qualche spagnola, poi Milan e Inter, lasciando col cerino in mano la Juventus e il Real Madrid, cerimoniere dell'idea. L'effetto domino è preludio a una resa dei conti tutta italiana.
I blasoni piccoli fanno la voce grossa. In casa bianconera le impellenze sono legate al crollo del titolo in Borsa (-13%) e al confronto tra Andrea Agnelli, John Elkann e Alessandro Nasi. L'Inter ha giocato d'astuzia, ora dovrà riposizionarsi. Con un comunicato di rito la famiglia Zhang ha annunciato la sua uscita di scena dal progetto da cui era stata allettata per godere di entrate abbondanti che ne ripianassero le finanze dissestate. Dopodiché, tornando all'ovile, ha lasciato intendere di aspettarsi dall'Uefa una diversa ridistribuzione degli utili in gioco. Se l'ex patron Massimo Moratti commenta la vicenda con un «Tentativo malfatto, non c'erano le basi», il nodo da sciogliere riguarda l'ad Beppe Marotta e i suoi rapporti con gli omologhi di campionato.
Marotta in Figc è consigliere da febbraio e settimana scorsa era stato tra i firmatari della mozione di sfiducia verso Paolo Dal Pino, presidente di Lega Serie A. Dal Pino era stato accusato di aver tentato di favorire l'ingresso di fondi privati esteri al 10% nella costituzione di MediaCo, media company per la Serie A. La condizione affinché ciò si realizzasse era quella di legare al campionato nazionale per almeno dieci anni le tre grandi, Milan, Inter e Juve, vanificando sul nascere il golpe Superlega. Nel frattempo, il Milan giocava su due tavoli separati, aspettando di assaggiare la minestra prima di lanciarsi dalla finestra. Nell'assemblea di Lega, il presidente Paolo Scaroni aveva confermato la sua fiducia a Dal Pino: «Ho votato per lui e non cambio idea», mentre l'ad Ivan Gazidis iscriveva i rossoneri al maxi torneo continentale per ricchi. Pure il Diavolo è tornato nei ranghi canonici, e c'è chi mormora che ora Gazidis sia pronto a dimettersi. Ma c'è chi chiede la testa di Scaroni, oltre che di Agnelli e Marotta. È Urbano Cairo, che capeggia la fazione dei «lealisti» contro i club scissonisti: «Agnelli faceva parte del comitato di Lega delegato a trattare con i fondi, la sua è concorrenza sleale. Stimo Scaroni, ma anche lui deve fare un passo indietro. Marotta è un consigliere federale con delega della Serie A. Se Agnelli ha lasciato l'Eca, mi aspetto da Marotta un atto analogo per la Figc», tuona il patron del Torino al Corriere.
Cairo guida la riscossa degli esclusi, tra i quali si registra il silenzio sornione di Aurelio De Laurentiis. «Superlega? Dormivo...», avrebbe ironizzato il presidente del Napoli. La sua posizione in realtà è nota: avrebbe avallato la nascita di un nuovo torneo continentale per grandi società solo sotto l'egida Uefa. Ora, assieme a Claudio Lotito della Lazio (fino a oggi rimasto in silenzio strategico, ma nel 2019 aveva detto: «Non esiste che un club ricco conti più di un altro», suggerendo una cabina di regia per il dialogo tra leghe nazionali, federazioni e Uefa) passerà all'incasso, rafforzando il suo peso politico nelle assemblee. Quel potere di influenza che fa ruggire Luca Percassi, ceo della virtuosa Atalanta: «La Superlega era sbagliata, lo sport è meritocratico, ma ben venga uno scossone che ci consenta di raccogliere opportunità. Eravamo contro l'operazione dei fondi perché illogica, ora dobbiamo tornare a parlare davvero di calcio».
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Il premier britannico cavalca il fallimento del golpe pallonaro. Nuovo schiaffo a Bruxelles dopo la Brexit e le vaccinazioni.L'addio delle inglesi sbriciola il campionato d'élite. In Italia, niente sanzioni dalla Figc. Aleksander Ceferin (Uefa) tende una mano. Le grandi però vogliono più soldi dalla confederazione, che invece spinge perché riducano i debiti.Urbano Cairo si scaglia sull'ad dell'Inter (che aveva tentato il blitz contro Paolo Dal Pino) e Paolo Scaroni, alla guida del Milan. Lazio, Atalanta e Napoli sono pronte a dare battaglia ai top team.Lo speciale contiene tre articoli.Era partito come l'impresentabile. Un povero populista che, pur di solleticare e cavalcare gli istinti isolazionisti del suo elettorato, avrebbe portato il Regno Unito alla catastrofe politica ed economica con la Brexit. Un anno fa, di questi tempi, era giudicato un leader di fatto bollito, alle prese con una gestione pandemica inefficace e una situazione sanitaria disastrosa. Tutto questo vi hanno detto e ripetuto di Boris Johnson. Che, per carità, di errori ne ha certamente commessi. Ma che, se andiamo a vedere, in realtà è riuscito, dal punto di vista politico, a tornare saldamente in sella. E questo è evidente almeno sotto due aspetti: quello sanitario e quello calcistico. In primis, giova ricordare che, al momento, il Regno Unito è il sesto Paese al mondo per progressi nella campagna vaccinale. Non sarà del resto un caso che, appena pochi giorni fa, Downing Street abbia avviato il processo di riapertura delle attività economiche. In secondo luogo, si pone anche un tema sportivo. Un tema che, attenzione, è tutt'altro che irrilevante. Quando, domenica scorsa, gli ormai famosi 12 club calcistici hanno annunciato la nascita della (già collassata) Superlega, Johnson è stato il leader politico che più di altri è andato subito all'attacco. Il premier britannico ha severamente condannato il progetto, parlando polemicamente di «cartello» contrario ai «basilari principi della concorrenza», oltre che «sospinto dai miliardi delle banche». Non solo: perché, oltre alle parole, aveva lasciato intendere di voler passare anche alle vie di fatto. «Dovremmo sganciare una bomba legislativa per fermare [l'iniziativa] e dovremmo farlo ora», aveva dichiarato. Una posizione battagliera, non poi molto dissimile - pur mutatis mutandis - dal triplice «no» di thatcheriana memoria. Ricordiamo, per inciso, che il progetto aveva come architrave i sei più blasonati club inglesi (Manchester United, Manchester City, Liverpool, Chelsea, Tottenham e Arsenal). Un fattore, questo, che soprattutto alcune tifoserie non avevano affatto apprezzato. In particolare, a dissotterrare l'ascia di guerra erano stati i sostenitori dei red devils e dei blues, che hanno mostrato sin da subito una ferrea contrarietà al progetto. Non sarà del resto un caso che, dopo il naufragio (invero abbastanza celere) dei sogni di Florentino Perez, l'inquilino di Downing Street abbia prontamente cantato vittoria, twittando: «Questo è il risultato giusto per i tifosi, i club e le comunità di tutto il Paese. Dobbiamo continuare a proteggere il nostro amato gioco nazionale». Insomma, il premier si è sostanzialmente fatto portavoce dei sentimenti di larghi strati della tifoseria britannica. Eppure sbaglierebbe chi volesse derubricare il tutto a una mossa demagogica per solleticare l'istinto delle curve a scopi meramente elettorali. La questione è più profonda di così. Johnson è riuscito ad intestarsi la rappresentanza di tutti quei tifosi che, anche al di là dei confini britannici, si erano opposti al progetto. È infatti nel solco da lui aperto che si sono efficacemente inseriti gli interventi contrari di Emmanuel Macron e dello stesso Mario Draghi, determinando un allineamento tra Regno Unito, Francia e Italia che non si vedeva probabilmente dai tempi della guerra di Crimea (sì: all'epoca c'era ancora il Regno di Sardegna, ma il concetto è chiaro). In tutto questo, Bruxelles si era invece collocata su una posizione fondamentalmente pilatesca. «Le controversie relative alla governance dello sport di solito possono essere gestite al meglio dagli organi arbitrali competenti e dai tribunali nazionali», si era limitato a dichiarare lunedì un portavoce della Commissione europea. Un atteggiamento cerchiobottista e attendista molto simile a quello - rivelatosi perdente - tenuto sulla vicenda vaccinale (si vedano le lungaggini sul sì ai vari vaccini e il pasticcio della contrattazione), che ha visto Uk superare di grand lena il Vecchio continente pe risultati.Un fattore, questo, che non stupisce più di tanto. Il concetto di base su cui la Superlega voleva fondarsi era infatti quello di uno sradicamento storico-culturale che trova non poco apprezzamento ai piani alti delle istituzioni europee. Uno sradicamento nel cui nome non esistono più identità, nazioni, popoli, finanche città e quartieri. Il tutto asservito all'industria dell'intrattenimento, in cui qualsiasi cosa è indistinta e politicamente corretta. Qual è d'altronde ormai la differenza tra Netflix e l'Nba? Un processo, questo, che non sarebbe certo sorto ex abrupto con la Superlega, ma che il calcio europeo sta progressivamente vivendo (almeno) dai tempi della sentenza Bosman. Grossi interessi, spettacolarizzazione fine a sé stessa, tendenze al livellamento cosmopolita: tutto questo esiste già, non siamo ingenui. Alla fine, a farsi capofila di questa resistenza culturale, prima che sportiva, è stato Johnson. Il «becero» isolazionista che, nonostante il suo divorzio da Bruxelles, ha tracciato la linea per una rinascita dell'orgoglio nazionale nei Paesi europei. Con buona pace dei miliardi di Jp Morgan. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/johnson-sei-inglesi-football-ue-2652679869.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-torneo-delle-big-si-sgonfia-in-48-ore-ora-si-tratta-su-champions-e-diritti" data-post-id="2652679869" data-published-at="1619039463" data-use-pagination="False"> Il torneo delle big si sgonfia in 48 ore. Ora si tratta su Champions e diritti Passerà alla storia come il campionato più breve di sempre: la Superlega europea dura 48 ore e si conclude con la sconfitta di tutti i partecipanti. La notte tra martedì e mercoledì, il tentativo di scissione dall'Uefa di 12 club, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Juve, Inter, Milan, Chelsea, Manchester City, Manchester United, Arsenal, Liverpool e Tottenham, capitanati da Florentino Perez e Andrea Agnelli, frana come un castello di sabbia colpito da un pallone calciato da un bambino. Le prime a sfilarsi sono le inglesi, probabilmente colte di sorpresa dalla durissima reazione del premier Boris Johnson, che già lunedì pomeriggio, quando il progetto sembrava ancora robusto, aveva bombardato il quartier generale degli scissionisti. Intorno alle 20.30 di martedì, le voci di un imminente ritiro di Chelsea e City si fanno sempre più insistenti, mentre i tifosi dei Blues protestano duramente all'esterno di Stanford Bridge. Alle 21.30, la Bbc annuncia l'imminente ritiro di Chelsea e City, mentre dalla Spagna il presidente del Barcellona, Joan Laporta, fa sapere che il club «non entrerà in Superlega finché non lo stabiliranno i voti dei soci: è il loro club, è la loro decisione». Crolla tutto: alle 22 i giocatori del Liverpool iniziano a pubblicare sui social, uno dopo l'altro, lo stesso messaggio contro la Superlega: «Non ci piace», scrivono i reds, «e non vogliamo che accada». I tifosi, nel pomeriggio, avevano esposto all'esterno di Anfield striscioni inequivocabili contro il progetto. Alle 23, il City si sfila ufficialmente attraverso una nota: «Manchester City football club conferma che sono formalmente iniziate le procedure per uscire fuori dal gruppo dei fondatori che sta pianificando l'European Super League». Il presidente dell'Uefa, lo sloveno Aleksander Ceferin, riaccoglie immediatamente il figliuol prodigo: «Sono lieto», afferma Ceferin, «di dare il bentornato al City nella famiglia del calcio europeo. Come ho detto al Congresso Uefa ci vuole coraggio per ammettere un errore, ma non ho mai dubitato che avessero la capacità e il buon senso di prendere quella decisione. Il City è una vera risorsa per il gioco e sono lieto di lavorare con loro», aggiunge Ceferin, «per un futuro migliore per il gioco europeo». I 12 scissionisti si riuniscono in videoconferenza, Perez e Agnelli tentano di mantenere a galla la nave, ma è troppo tardi. Alle 23.50 dicono addio alla Superlega anche Liverpool, Tottenham, Manchester United e Arsenal. I gunners scrivono sui social: «Abbiamo commesso un errore e ci scusiamo per questo». Scontato, a questo punto, anche l'addio del Chelsea. All'1.24 di ieri mattina l'Inter fa sapere all'Ansa di «non essere più interessata al progetto». Progetto che secondo fonti della stessa Superlega, a questo punto, è da «rimodulare». Ieri mattina esce un'intervista di Andrea Agnelli su Repubblica evidentemente superata dai fatti della notte: «Fra i nostri club», dice il presidente bianconero, «c'è un patto di sangue, il progetto della Superlega ha il 100% di possibilità di successo, andiamo avanti». Escono ufficialmente anche Chelsea e Atletico Madrid, ma ormai la Superlega è supermorta e supersepolta. Se ne accorge finalmente anche Agnelli: «Non penso», dice il numero uno della Juve alla Reuters, «che il progetto possa continuare con 5 o 6 squadre. Se avessi chiesto l'autorizzazione di altri, non credo che avrei realizzato un progetto come questo». Che infatti non ha realizzato lo stesso. E adesso, che succede? L'ipotesi più concreta è quella di un finale a tarallucci e vino: chi si aspetta punizioni, castighi, sanzioni, esclusioni o altri provvedimenti clamorosi resterà deluso. Ieri mattina, al termine della notte della superdisfatta, Ceferin veste i panni del misericordioso: «Ho detto che è ammirevole ammettere di aver sbagliato e questi club hanno fatto un grande errore», scrive il numero uno dell'Uefa, «ma adesso sono tornati in gruppo e so che hanno tanto da offrire, non solo alle nostre competizioni, ma all'intero calcio europeo. La cosa importante adesso è andare avanti insieme e ricostruire l'unità di cui godeva prima questo sport». Traduzione: la trattativa sulla spartizione dei miliardi dei diritti tv andrà avanti, ma all'interno dell'Uefa, con i top club che chiedono più soldi rispetto a quanti ne ricevono ora, anche se sarebbe il momento che questi club straindebitati, invece che cercare di aumentare ancora i propri ricavi attraverso iniziative da veri e propri corsari del pallone, si rendessero conto che la strada da seguire è quella di ridurre i costi. Del resto, uno dei pilastri della (fu) Superlega sarebbe stato l'impegno a utilizzare solo il 55% delle loro entrate in «spese sportive», come gli stipendi dei giocatori, i trasferimenti e le commissioni degli agenti, mentre la media attuale per i grandi club europei è tra il 70 e l'80%. La partita è aperta, e ora l'Uefa ha il coltello dalla parte del manico: vedremo se spingerà i club più indebitati a riconsiderare le loro politiche. Niente sanzioni nemmeno da parte della Figc: «Lunedì prossimo», dice il presidente Gabriele Gravina, «c'è il consiglio federale, non ci sono forme di processi, condanne o vendette trasversali. Noi abbiamo difeso strenuamente i confini dei valori e delle regole del mondo del calcio e pare che tutto sia tornato alla normalità. Sanzioni? No, assolutamente», aggiunge Gravina, «non si può sanzionare un'idea che non si è concretizzata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/johnson-sei-inglesi-football-ue-2652679869.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-piccole-allassalto-della-lega-di-a" data-post-id="2652679869" data-published-at="1619039463" data-use-pagination="False"> Le piccole all’assalto della Lega di A La Superlega somiglia a Umberto II di Savoia, il «re di maggio», ma il suo ruolo di regina del pallone è durato solo 48 ore. Prima si sono defilate le squadre inglesi, poi qualche spagnola, poi Milan e Inter, lasciando col cerino in mano la Juventus e il Real Madrid, cerimoniere dell'idea. L'effetto domino è preludio a una resa dei conti tutta italiana. I blasoni piccoli fanno la voce grossa. In casa bianconera le impellenze sono legate al crollo del titolo in Borsa (-13%) e al confronto tra Andrea Agnelli, John Elkann e Alessandro Nasi. L'Inter ha giocato d'astuzia, ora dovrà riposizionarsi. Con un comunicato di rito la famiglia Zhang ha annunciato la sua uscita di scena dal progetto da cui era stata allettata per godere di entrate abbondanti che ne ripianassero le finanze dissestate. Dopodiché, tornando all'ovile, ha lasciato intendere di aspettarsi dall'Uefa una diversa ridistribuzione degli utili in gioco. Se l'ex patron Massimo Moratti commenta la vicenda con un «Tentativo malfatto, non c'erano le basi», il nodo da sciogliere riguarda l'ad Beppe Marotta e i suoi rapporti con gli omologhi di campionato. Marotta in Figc è consigliere da febbraio e settimana scorsa era stato tra i firmatari della mozione di sfiducia verso Paolo Dal Pino, presidente di Lega Serie A. Dal Pino era stato accusato di aver tentato di favorire l'ingresso di fondi privati esteri al 10% nella costituzione di MediaCo, media company per la Serie A. La condizione affinché ciò si realizzasse era quella di legare al campionato nazionale per almeno dieci anni le tre grandi, Milan, Inter e Juve, vanificando sul nascere il golpe Superlega. Nel frattempo, il Milan giocava su due tavoli separati, aspettando di assaggiare la minestra prima di lanciarsi dalla finestra. Nell'assemblea di Lega, il presidente Paolo Scaroni aveva confermato la sua fiducia a Dal Pino: «Ho votato per lui e non cambio idea», mentre l'ad Ivan Gazidis iscriveva i rossoneri al maxi torneo continentale per ricchi. Pure il Diavolo è tornato nei ranghi canonici, e c'è chi mormora che ora Gazidis sia pronto a dimettersi. Ma c'è chi chiede la testa di Scaroni, oltre che di Agnelli e Marotta. È Urbano Cairo, che capeggia la fazione dei «lealisti» contro i club scissonisti: «Agnelli faceva parte del comitato di Lega delegato a trattare con i fondi, la sua è concorrenza sleale. Stimo Scaroni, ma anche lui deve fare un passo indietro. Marotta è un consigliere federale con delega della Serie A. Se Agnelli ha lasciato l'Eca, mi aspetto da Marotta un atto analogo per la Figc», tuona il patron del Torino al Corriere. Cairo guida la riscossa degli esclusi, tra i quali si registra il silenzio sornione di Aurelio De Laurentiis. «Superlega? Dormivo...», avrebbe ironizzato il presidente del Napoli. La sua posizione in realtà è nota: avrebbe avallato la nascita di un nuovo torneo continentale per grandi società solo sotto l'egida Uefa. Ora, assieme a Claudio Lotito della Lazio (fino a oggi rimasto in silenzio strategico, ma nel 2019 aveva detto: «Non esiste che un club ricco conti più di un altro», suggerendo una cabina di regia per il dialogo tra leghe nazionali, federazioni e Uefa) passerà all'incasso, rafforzando il suo peso politico nelle assemblee. Quel potere di influenza che fa ruggire Luca Percassi, ceo della virtuosa Atalanta: «La Superlega era sbagliata, lo sport è meritocratico, ma ben venga uno scossone che ci consenta di raccogliere opportunità. Eravamo contro l'operazione dei fondi perché illogica, ora dobbiamo tornare a parlare davvero di calcio».
Sergio Mattarella (Imagoeconomica)
Oggi, 2 giugno, si festeggia l’ottantesimo della Repubblica, ma in realtà gli italiani dovrebbero celebrare il ritorno della monarchia. In nessun altro Paese occidentale dove sia consentito il voto e dove il compito di rappresentare il popolo sia affidato a un parlamento democraticamente eletto, esiste una figura istituzionale, con poteri ampi come la scelta del premier e lo scioglimento delle Camere, che resti in carica per 14 anni senza mai rispondere del proprio operato.
In Francia il presidente della Repubblica è eletto per cinque anni, una volta scaduti i quali i francesi possono rieleggerlo, come è successo con Emmanuel Macron, o possono mandarlo a casa, come è accaduto con Nicolas Sarkozy. In Germania, nonostante l’autonomia del capo dello Stato sia molto più ridotta rispetto a quella della République, il mandato è pure di cinque anni, rinnovabili una sola volta. Stessa cosa in Grecia, Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca e in Polonia. Fanno eccezione la Romania, dove il presidente resta in carica quattro anni, come pure la Moldovia, che però non fa parte della Ue, oppure gli Stati Uniti. Insomma, in nessun Paese occidentale c’è un capo dello Stato - occhio: non un re - che senza sottoporsi al giudizio degli elettori resti al suo posto sette anni, rinnovabili per altri sette e, se l’età e la salute lo consentono, aggiungerne altri, fino a diventare di fatto un monarca.
Quando i padri costituenti stabilirono il mandato presidenziale, optando per sette invece che cinque, pareva implicito che non fosse possibile alcuna rielezione. E così è stato fino al 2013, ovvero per 67 anni, quando un parlamento senza maggioranza, diviso fra 5 stelle, sinistra e centrodestra, non sapendo decidere chi nominare al posto di Giorgio Napolitano, si arrese al bis. L’ex parlamentare comunista, per la prima volta nella storia della Repubblica, rimase al Quirinale nove anni, coprendo dunque due legislature, dimettendosi prima dello scadere del secondo settennato per ragioni personali. Mattarella, al contrario, il giorno stesso in cui fu rieletto chiarì che non se ne sarebbe andato in anticipo, deciso a restare fino alla fine. Dal suo insediamento, il 3 febbraio del 2015, sono trascorsi 11 anni e altri tre gliene restano. Al Quirinale ha visto passare cinque presidenti del Consiglio e sei governi e nel 2027 toccherà ancora a lui decidere a chi affidare l’incarico di formare l’esecutivo che verrà. Come dicevo, non esiste alcun altro Paese che abbia un capo dello Stato in carica così a lungo.
Ma l’anomalia non è solo quella: consiste anche nell’esondazione dei poteri del presidente. Il ruolo esercitato dai predecessori di Mattarella durante la Prima Repubblica era assai limitato. Come da articolo 87 della Costituzione rappresentavano l’unità della nazione, indicevano elezioni, nominavano i presidenti del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri, presiedevano il Csm e il Consiglio superiore di Difesa. Punto. Poi, con la fine della Prima Repubblica e l’inizio di una debolezza strutturale dei partiti, il capo dello Stato ha iniziato ad acquisire sempre più potere, assegnandosi una sorta di controllo preventivo sulle leggi e anche un ruolo attivo sugli incarichi istituzionali. Senza, ribadisco, alcun mandato popolare.
La trasformazione da repubblica in monarchia è stata un passo breve, ma non è colpa di Mattarella, o per lo meno non solo sua. Il processo cominciato con Oscar Luigi Scalfaro, proseguito poi con Carlo Azeglio Ciampi, ha trovato un suo rafforzamento con Napolitano, per poi diventare completo con l’attuale inquilino del Quirinale, il quale esercita il suo compito ficcando il naso in disegni di legge, riforme, nomine, rapporti con altri Paesi e pure dettando la linea su immigrazione e politiche sulla sicurezza. C’è un libro, scritto da Gaetano Quagliariello e Lorenzo Castellani per la Luiss University Press che spiega bene la mutazione e si intitola Il Principe e la Repubblica. I due autori, il primo ex ministro e tra i saggi scelti da Napolitano per le riforme, il secondo docente di Storia delle istituzioni politiche, sostengono che i padri costituenti, per timore di un premier forte, scelsero una forma di governo intrinsecamente fragile, affidando ai partiti la mediazione. Ma la crisi della Prima Repubblica e l’arrivo di Tangentopoli hanno fatto venire meno il ruolo delle storiche formazioni politiche affermatesi negli anni della guerra, facendo emergere la figura di un nuovo «Principe della Repubblica» nella veste del capo dello Stato. Non essendoci un partito egemone scelto dagli elettori, l’egemonia la esercita il Quirinale. Con tutto ciò che ne consegue. Quattordici anni sono un periodo lunghissimo, soprattutto se il mandato non è sottoposto al giudizio degli elettori. Se poi a questo si aggiunge una certa tendenza del Colle ad auto celebrarsi e a non riconoscere gli errori, come la nomina di governi tecnici e il rinvio delle elezioni, la trasformazione da repubblica in monarchia è completa, con una certa adulazione anche della grande stampa verso il sovrano a cui vengono di volta in volta attribuiti meriti politici (basta leggere il sondaggio di ieri di Ilvo Diamanti), diplomatici (nel caso di visite all’estero) e perfino sportivi (se ci sono le Olimpiadi). Mancano solo i meriti canori e artistici, ma state tranquilli: siamo sulla buona strada e da qui alla fine del secondo settennato arriveranno anche quelli. Insomma, viva il monarca e abbasso il parlamento, che ormai con l’avvento di sua Maestà Re Sergio I conta sempre di meno e per risparmiare, visto quanto costa il Quirinale, converrebbe chiuderlo.
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Il campanile del Palazzo del Quirinale (Imagoeconomica)
Anche le idee condivise di nome sono poi declinate in modo opposto, come la libertà, l’uguaglianza e la giustizia. O si rinchiudono nelle armature ideologiche e diventano corpi contundenti.
Sul piano politico la repubblica italiana è stata polarizzata da due forze antagoniste, e poi convergenti: la Dc e il Pci, più la costellazione di partiti minori. Anzi, per essere precisi: centro contro sinistra, o centro-sinistra, fino al cattocomunismo; la destra in origine non era prevista. Il bipolarismo ha avuto uno svolgimento tutto particolare: non c’è mai stata alternanza e avvicendamento al potere, per quasi cinquant’anni, ma ruoli fissi, tra il primo, partito sempre al governo e il secondo, sempre all’opposizione. Da cui la definizione di bipartitismo imperfetto (Giorgio Galli). Con un’ulteriore caratteristica: la Dc governava coi suoi alleati l’Italia, ma sul piano delle idee, c’è stata una prevalenza o quantomeno una maggiore incisività ed evidenza di idee che appartenevano al campo avverso, alla sinistra a lungo identificata largamente con il comunismo. È quella che è stata definita egemonia culturale. Ma la formula sbrigativa non corrisponde poi alle articolazioni, alle mutazioni e al panorama effettivo della repubblica italiana.
Dietro quella definizione non c’è stato solo il predominio del Pci, come si sbriga solitamente la vicenda ideale, riducendo l’egemonia a un’intuizione di Antonio Gramsci applicata da Palmiro Togliatti. In realtà per lunghi decenni, quel predominio ha toccato solo alcune sfere della cultura, dell’università, dell’editoria ma non è stata pervasiva. Alla supremazia delle idee erano refrattari vari settori cruciali in cui si forma l’opinione pubblica e la mentalità condivisa, non riconducibili agli intellettuali organici di gramsciana memoria.
C’erano autori e culture diverse, e sul piano dei mass media, nei primi decenni della repubblica c’era a livello di stampa, radio e di televisione, di musica e di cinema, di teatro, sport e altri campi un quadro assai variegato. A livello popolare restava ancora vivo benché declinante un mondo d’ispirazione cristiana e rurale, tra parrocchie, associazioni di categoria, reti e tradizioni locali. C’era poi un mondo che subiva l’attrazione dell’America, del suo cinema, del suo modello di vita, della sua mentalità e del suo mercato; più altri mondi più ristretti e differenziati. L’egemonia ideologica era una cosa, la vita popolare era un’altra.
La più grande mutazione prese corso tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, in un periodo che per comodità colleghiamo al ’68. La società fu investita agli inizi da una forte partecipazione ideologica e politica, una carica contro il sistema capitalistico e le istituzioni liberali e borghesi; l’impronta prevalente sul piano delle idee fu di segno marxista. In quell’atmosfera la conquista ideologica della cultura italiana sconfinò negli ambiti dei mass media, del cinema, dell’arte e di vari settori, insieme a un progressivo predominio a livello accademico, editoriale che non c’era stato ai tempi del Pci di Togliatti. Il Pci diventò forse «l’utilizzatore finale» di quella spinta prodotta nel ’68 ma quel processo non nacque in seno al Pci, alla Cgil e alle fabbriche; nacque fuori, oltre, se non contro il Pci, in quell’arcipelago che definiamo il movimento giovanile.
Allora nasce davvero un’egemonia culturale della sinistra, mentre quella di Togliatti restava più circoscritta e più direttamente controllata dal Pci.
Col passare degli anni accade però un sorprendente cambiamento: l’impronta rivoluzionaria, collettivista e anticapitalista, antiamericana mutò assumendo una valenza trasgressiva, anarco-libertaria, «dionisiaca» e perfino un po’ nietzscheana, fino a trasformare il collettivismo di partenza in una carica eversiva sempre più elitaria e soggettivista, fino all’individualismo degli anni ottanta e oltre. Permaneva solo la venatura terzomondista.
Sul piano delle idee e del pensiero politico cosa era avvenuto?
Non era più il marxismo o l’italo-marxismo la stella polare. Da un verso Gramsci fu coniugato a Gobetti e alla cultura azionista, dall’altro il comunismo si stemperò nel progressismo radical, assumendo altre valenze. E più in generale la sinistra non fu più contenuta dentro il Pci ma il contrario, fino a sparire il comunismo. Sinistra democratica fu l’espressione politica. E cambiamento radicale, e radical, quanto alla linea: non più l’idea di cambiare sistema, di fuoruscire dall’Occidente, non più il capitalismo come nemico principale, ma al suo posto una vaga protesi del passato, il fascismo, e contorno di forze oscurantiste, reazionarie, conservatrici, patriarcali. E sul piano positivo diritti civili, ideologia woke, spirito radical. Quella sinistra trovò sponde e alleanze nei salotti buoni della finanza, in una parte dell’imprenditoria italiana, in alcuni settori dell’industria, a partire da quelli che avevano un peso rilevante negli assetti proprietari dell’editoria.
E fuori dalla sinistra, cosa c’era? Restavano nicchie culturali e poi un largo habitat sottoculturale o comunque refrattario, estraneo, alle idee e alla politica. Tra le nicchie culturali ci fu una cultura cattolica, ma in un Paese guidato da un partito che si diceva d’ispirazione cristiana era però minoritaria, se non di opposizione; poi una cultura di destra, in un rapporto di tensione con l’unico partito che si definiva di destra sociale e nazionale, l’Msi e poi An; infine sparse isole liberali, sparuti gruppi o personalità.
Il grosso della società si andava invece configurando al di fuori di ogni dimensione ideologica, culturale o politica, a volte rifugiandosi nel buon senso e nel realismo spicciolo della quotidianità, nelle paure e nelle insicurezze sociali. In questo quadro avveniva quel che prima definivamo la scristianizzazione della società italiana, la ridefinizione e lo sfaldamento della famiglia, delle parrocchie e di altre forme di relazione sociale. E al suo posto la crescita del totem televisivo e di una pervasiva trasformazione che era per certi versi una forma nostrana di americanizzazione. Non una risposta culturale al predominio ideologico della sinistra, ma una fuga dal piano culturale e un rifugio nella vita domestica, nei consumi, nel tempo libero, nella vita pratica, fuori dalla politicizzazione.
In quel passaggio dalla scristianizzazione all’americanizzazione della nostra società si situò il berlusconismo con la sua egemonia sottoculturale sul piano televisivo, che dal piano commerciale poi si tradusse anche in politico, nel nome di un liberalismo di massa, liberista, consumista e libertario, di un anticomunismo di ritorno e filoatlantico; senza però rompere i rapporti coi valori cristiani e famigliari, popolari e moderati; anzi si pose come sintesi e convergenza tra il mondo uscito dalla cristianità e quello entrato nella televisione e nella modernità globale.
Così nacque una traccia di bipolarismo, che in qualche modo resta sullo sfondo della nostra società, tra progressisti e moderati, con tratti conservatori, securitari o identitari. Ma le idee, come i cavalli della sfilata del 2 giugno, si dispersero imbizzarrite, scosse e spaventate per le vie laterali della repubblica.
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Ansa
È tornato a farsi in salita il processo diplomatico tra Washington e Teheran. Domenica sera, gli Stati Uniti hanno reso noto di aver condotto degli attacchi di natura ritorsiva contro alcune postazioni militari in Iran. «Il Comando centrale degli Stati Uniti ha condotto attacchi di autodifesa contro radar iraniani e siti di comando e controllo per droni a Goruk, in Iran, e sull’isola di Qeshm questo fine settimana», ha dichiarato Centcom, per poi aggiungere: «Gli attacchi mirati e deliberati sono avvenuti in risposta alle azioni aggressive dell’Iran, tra cui l’abbattimento di un drone statunitense Mq-1 che operava su acque internazionali». Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno intercettato due missili balistici lanciati dall’Iran contro le forze americane in Kuwait. Si tratta di attacchi, quelli di Teheran contro il Kuwait, che sono stati condannati dal Consiglio di cooperazione del Golfo.
In tutto questo, la crisi libanese continua a intersecarsi con quella iraniana. «Il cessate il fuoco tra Iran e Usa è inequivocabilmente un cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso quello libanese. La sua violazione su un fronte equivale alla violazione del cessate il fuoco su tutti i fronti», ha affermato, ieri, il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Abbas Araghchi. «Usa e Israele sono responsabili delle conseguenze di qualsiasi violazione», ha aggiunto. Il riferimento era, in particolare, ai raid israeliani, ordinati da Benjamin Netanyahu nella parte meridionale di Beirut. E proprio per protestare sulla questione libanese, Teheran, secondo l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, avrebbe interrotto ieri gli scambi di messaggi con Washington. Non solo. Per la medesima ragione, il regime khomeinista si sarebbe detto pronto a chiudere completamente Hormuz, oltre a Bab el-Mandeb (lo Stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden). Nelle stesse ore, la televisione di Stato riportava che, nel caso gli attacchi israeliani in Libano non si fossero fermati, sarebbe aumentata la probabilità di un crollo della tregua tra Washington e Teheran. Tuttavia, nonostante la voce grossa, Araghchi, in una telefonata con l’omologo pakistano Ishaq Dar, ha chiesto a Islamabad di impegnarsi per mantenere in vigore la tregua.
«Non ce l’hanno comunicato», ha affermato ieri Donald Trump, riferendosi alla notizia secondo cui gli iraniani avrebbero deciso di sospendere i negoziati. «Questo non significa che inizieremo a sganciare bombe dappertutto», ha proseguito, parlando con Nbc News. «Manterremo il blocco», ha comunque precisato l’inquilino della Casa Bianca, sottolineando che gli Stati Uniti possono attendere «per tutto il tempo che vorranno». «Non mi interessa se le trattative sono finite», ha anche detto, aggiungendo di voler chiedere a Netanyahu «che cosa sta succedendo in Libano». Tuttavia, in serata, il presidente americano è sembrato smentire i media iraniani, dicendo che i colloqui con Teheran stavano «procedendo a ritmo spedito».
A complicare ulteriormente la situazione, anche le spaccature in seno al regime khomeinista. Secondo Iran international, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian avrebbe rassegnato le proprie dimissioni alla Guida suprema, Mojtaba Khamenei, sostenendo che i pasdaran lo avrebbero estromesso dai processi decisionali. Non è un mistero che Pezeshkian (da sempre preoccupato per gli effetti economici della pressione americana) sia a capo della corrente favorevole a trattare con Washington. Le Guardie della rivoluzione, al contrario, premono per mantenere la linea dura nei confronti degli Stati Uniti, con l’obiettivo di tenere alto il costo dell’energia e danneggiare così il Partito repubblicano statunitense in vista delle Midterm di novembre. Fino a ieri sera, non era comunque ancora chiaro se Khamenei avesse intenzione di accettare o meno le dimissioni del presidente iraniano.
Insomma, la diplomazia è rientrata in una fase turbolenta. Il che rappresenta un problema tanto per la Repubblica islamica quanto per Trump. La prima continua a scontare il peso delle sanzioni e l’assenza di un accordo mette seriamente a rischio la sua già fragile economia. Per questa ragione, ieri, il Times of Israel riferiva che Teheran punterebbe a un’intesa limitata con Washington, per allentare le sanzioni e sbloccare i fondi congelati, pur senza impegni troppo precisi sul nucleare. Il presidente americano, come accennato, ha invece bisogno di ridurre in fretta il costo dell’energia, se vuole rafforzare il Partito repubblicano durante la campagna elettorale per le elezioni di metà mandato. Domenica, Trump si è sentito con il leader siriano, Ahmed al-Sharaa, che, secondo Foreign policy, avrebbe intenzione di rispolverare il progetto «Quattro mari», per rendere la Siria un hub energetico in grado di sostituire Hormuz. Il punto è che, nonostante attualmente i rapporti tra Washington e Damasco siano positivi, tale iniziativa non potrà essere eventualmente concretizzata dall’oggi al domani.
Nei prossimi giorni, Trump cercherà quindi di muoversi cautamente, sfruttando le debolezze economiche di Teheran e, al contempo, tentando di raffrenare almeno in parte Netanyahu, che ha sovente guardato con freddezza ai negoziati tra Usa e Iran.
Netanyahu spinge per l’assalto a Beirut
I combattimenti fra Israele ed Hezbollah in Libano complicano il quadro mediorientale, anche se nel tardo pomeriggio di ieri indiscrezioni di Axios davano per possibile un «cessate il fuoco totale e immediato» e, verso sera, si aveva notizia di una telefonata con cui il presidente Usa Donald Trump intendeva chiedere al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu «cosa succede in Libano». Per poi rassicurare: «I combattimenti finiranno».
Ali Hamdan, vicino a Hezbollah e consigliere del presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, ha fatto sapere ad Axios: «Ho chiamato l’ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, e gli ho detto a nome del presidente Berri che Hezbollah sarà pronto a impegnarsi totalmente per un cessate il fuoco completo e siamo pronti a garantirlo». Per ora, tuttavia, non si intravedono indizi concreti. Mentre le truppe di Israele avanzavano nel Sud del Paese, il presidente libanese Joseph Aoun ha ribadito ad Al Jazeera che «non c’è alternativa al negoziare con gli israeliani». Ma Beirut non ha controllo su Hezbollah, il partito armato sciita filoiraniano che è uno «Stato nello Stato». E finché gli sciiti spareranno ordigni sul Nord di Israele, le truppe con la stella di Davide continueranno i combattimenti a terra e i raid dal cielo. Lo ha ricordato anche il segretario di Stato americano Marco Rubio, dopo aver parlato con Aoun e Netanyahu: «Hezbollah per prima deve cessare gli attacchi su Israele».
Per la serata era prevista una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, richiesta dalla Francia, ex-potenza mandataria del Libano in epoca coloniale. Ieri Netanyahu ha ordinato nuovi attacchi aerei sulla periferia Sud di Beirut, il quartiere Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah, sollecitandone l’evacuazione. È la rappresaglia per il raid con droni di Hezbollah che ha ucciso il sergente maggiore israeliano Adam Tzarfati, 20 anni, e ne ha feriti altri due vicino all’antico castello crociato di Beaufort, ruderi dell’ancora preziosa posizione strategica, che nelle ore precedenti era stato strappato ai guerriglieri filoiraniani.
Hezbollah ha però dichiarato ieri che «i combattimenti nell’area di Beaufort proseguono» poiché sta conducendo «una battaglia di logoramento». Intanto il ministro della Difesa ebraico, Israel Katz, è stato chiaro: «Se non c’è pace al Nord d’Israele, non ci sarà pace a Beirut». Ha precisato che «il nostro obiettivo è mettere sotto controllo l’area del fiume Litani». L’esercito ebraico è avanzato di 25 km oltre il fiume e ha dichiarato «zona di guerra» una fascia fino a 50 km. Media israeliani come Channel 12 hanno sostenuto che per ora non ci sarebbe un ok degli Stati Uniti all’espansione delle operazioni israeliane in Libano, ma i24 News riporta invece voci da un «funzionario statunitense» secondo il quale il via libera ci sarebbe. Ieri si segnalavano almeno due ulteriori droni sciiti lanciati su Israele, uno caduto senza vittime vicino a una base militare a Shomera, l’altro intercettato, mentre un terzo drone ha fatto scattare l’allarme ma non ha passato la frontiera. Razzi sciiti hanno inoltre fatto suonare le sirene a Margaliot e Kiryat Shmona. Nonostante i sistemi di difesa come l’Iron Dome abbattano la maggior parte degli ordigni, Israele reputa vitale una fascia di sicurezza oltre il confine.
Vero è, però, che ieri è stato deciso il ritiro di una divisione israeliana, la 146 dal fronte libanese, il che lascerebbe ora schierate sul campo solo le divisioni 91 e 36. Fra le azioni israeliane, soldati della Brigata Givati hanno ucciso con droni tre miliziani di Hezbollah a Nord del fiume Litani, mentre incursioni aeree su un incrocio stradale e un edificio vicino all’ospedale Jabal Amel di Tiro hanno causato 6 morti e 23 feriti.
Da quando il 2 marzo è iniziata la nuova fase della perenne guerra fra Israele ed Hezbollah, a seguito dei lanci di missili dal Libano in solidarietà all’Iran, il ministero della Sanità di Beirut ha stimato che i raid abbiano causato 3.433 morti e 7.755 feriti, mentre Israele afferma, dal canto suo, di aver ucciso «900 terroristi di Hezbollah».
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Kanye West (Ansa)
Una figuraccia epica per il Pd locale, che aveva puntato tantissimo sull’Hellwatt festival, con in programma i concerti di West e Scott, per rilanciare l’arena, realizzata con fondi (anche) della Regione Emilia-Romagna. E invece, è andata male: il festival ha dovuto cambiare nome per evitate guai legali dopo il licenziamento del direttore artistico, e adesso, con la cancellazione dei due concerti di maggior richiamo, la frittata è fatta. L’annullamento del concerto di West, in particolare, è frutto delle sue prese di posizione antisemite (poi rinnegate), come si legge nel comunicato della Prefettura: «Il Prefetto di Reggio Emilia, Salvatore Angieri», recita la nota, «a seguito delle istanze presentate dal Codacons e dalla Comunità ebraica di Modena e Reggio Emilia, che hanno espresso rilievi in merito al concerto del rapper Kanye West previsto per il 18 luglio presso la Rcf Arena di Reggio Emilia, ha convocato il 25 maggio 2026 una riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. L’incontro è stato dedicato all’esame dei profili di ordine e sicurezza pubblica connessi al concerto dell’artista statunitense e all’evento di Travis Scott, anch’esso programmato presso la Rcf Arena.
Sulla base delle valutazioni emerse nel corso del Comitato e degli ulteriori approfondimenti istruttori relativi agli aspetti di safety e security, il Prefetto ha adottato un provvedimento disponendo il divieto di entrambi i concerti. La decisione riguarda due eventi previsti in date consecutive ed è stata assunta per esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, tenuto conto della stretta connessione temporale tra le manifestazioni e dell’elevato afflusso di pubblico previsto nell’arco di 24 ore. Sulla valutazione complessiva hanno, inoltre, assunto rilievo l’annullamento di precedenti concerti del rapper statunitense in altri Paesi e il concreto rischio di contromanifestazioni». Tutto annullato, dunque. Il sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari, va in tilt: non si schiera contro la decisione della Prefettura, e del resto già le prime critiche sulla presenza di West avevano convinto la sinistra cittadina a fare retromarcia rispetto all’entusiasmo delle prime dichiarazioni. «Prendiamo atto della decisione», dichiara Massari, «presa per questioni di sicurezza e ordine pubblico.
Si tratta di problematiche che possono emergere anche a ridosso degli eventi stessi e suggerire scelte di prudenza e responsabilità. Resta certamente il rammarico per non poter ospitare questi eventi di rilievo, che la nostra città ha già dimostrato di poter gestire. È evidente anche che artisti così discussi, sulle cui posizioni avevamo da tempo espresso perplessità, possano generare problemi aggiuntivi: è successo in altri contesti europei e internazionali, ora succede qui». Ma che gli artisti fossero discussi, non si sapeva pure prima? Certo che sì. Il problema del Pd, è sempre lo stesso, come accaduto per la Biennale di Venezia: quello che si dice oggi è il contrario di ciò che si diceva ieri.
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