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2021-04-22
Il tackle di Johnson sulle sei inglesi ha salvato il football e sbertucciato l’Ue
Boris Johnson (T.Melville/Getty Images)
Era partito come l'impresentabile. Un povero populista che, pur di solleticare e cavalcare gli istinti isolazionisti del suo elettorato, avrebbe portato il Regno Unito alla catastrofe politica ed economica con la Brexit. Un anno fa, di questi tempi, era giudicato un leader di fatto bollito, alle prese con una gestione pandemica inefficace e una situazione sanitaria disastrosa. Tutto questo vi hanno detto e ripetuto di Boris Johnson. Che, per carità, di errori ne ha certamente commessi. Ma che, se andiamo a vedere, in realtà è riuscito, dal punto di vista politico, a tornare saldamente in sella. E questo è evidente almeno sotto due aspetti: quello sanitario e quello calcistico. In primis, giova ricordare che, al momento, il Regno Unito è il sesto Paese al mondo per progressi nella campagna vaccinale. Non sarà del resto un caso che, appena pochi giorni fa, Downing Street abbia avviato il processo di riapertura delle attività economiche.
In secondo luogo, si pone anche un tema sportivo. Un tema che, attenzione, è tutt'altro che irrilevante. Quando, domenica scorsa, gli ormai famosi 12 club calcistici hanno annunciato la nascita della (già collassata) Superlega, Johnson è stato il leader politico che più di altri è andato subito all'attacco. Il premier britannico ha severamente condannato il progetto, parlando polemicamente di «cartello» contrario ai «basilari principi della concorrenza», oltre che «sospinto dai miliardi delle banche». Non solo: perché, oltre alle parole, aveva lasciato intendere di voler passare anche alle vie di fatto. «Dovremmo sganciare una bomba legislativa per fermare [l'iniziativa] e dovremmo farlo ora», aveva dichiarato. Una posizione battagliera, non poi molto dissimile - pur mutatis mutandis - dal triplice «no» di thatcheriana memoria.
Ricordiamo, per inciso, che il progetto aveva come architrave i sei più blasonati club inglesi (Manchester United, Manchester City, Liverpool, Chelsea, Tottenham e Arsenal). Un fattore, questo, che soprattutto alcune tifoserie non avevano affatto apprezzato. In particolare, a dissotterrare l'ascia di guerra erano stati i sostenitori dei red devils e dei blues, che hanno mostrato sin da subito una ferrea contrarietà al progetto. Non sarà del resto un caso che, dopo il naufragio (invero abbastanza celere) dei sogni di Florentino Perez, l'inquilino di Downing Street abbia prontamente cantato vittoria, twittando: «Questo è il risultato giusto per i tifosi, i club e le comunità di tutto il Paese. Dobbiamo continuare a proteggere il nostro amato gioco nazionale». Insomma, il premier si è sostanzialmente fatto portavoce dei sentimenti di larghi strati della tifoseria britannica. Eppure sbaglierebbe chi volesse derubricare il tutto a una mossa demagogica per solleticare l'istinto delle curve a scopi meramente elettorali. La questione è più profonda di così.
Johnson è riuscito ad intestarsi la rappresentanza di tutti quei tifosi che, anche al di là dei confini britannici, si erano opposti al progetto. È infatti nel solco da lui aperto che si sono efficacemente inseriti gli interventi contrari di Emmanuel Macron e dello stesso Mario Draghi, determinando un allineamento tra Regno Unito, Francia e Italia che non si vedeva probabilmente dai tempi della guerra di Crimea (sì: all'epoca c'era ancora il Regno di Sardegna, ma il concetto è chiaro). In tutto questo, Bruxelles si era invece collocata su una posizione fondamentalmente pilatesca. «Le controversie relative alla governance dello sport di solito possono essere gestite al meglio dagli organi arbitrali competenti e dai tribunali nazionali», si era limitato a dichiarare lunedì un portavoce della Commissione europea. Un atteggiamento cerchiobottista e attendista molto simile a quello - rivelatosi perdente - tenuto sulla vicenda vaccinale (si vedano le lungaggini sul sì ai vari vaccini e il pasticcio della contrattazione), che ha visto Uk superare di grand lena il Vecchio continente pe risultati.
Un fattore, questo, che non stupisce più di tanto. Il concetto di base su cui la Superlega voleva fondarsi era infatti quello di uno sradicamento storico-culturale che trova non poco apprezzamento ai piani alti delle istituzioni europee. Uno sradicamento nel cui nome non esistono più identità, nazioni, popoli, finanche città e quartieri. Il tutto asservito all'industria dell'intrattenimento, in cui qualsiasi cosa è indistinta e politicamente corretta. Qual è d'altronde ormai la differenza tra Netflix e l'Nba? Un processo, questo, che non sarebbe certo sorto ex abrupto con la Superlega, ma che il calcio europeo sta progressivamente vivendo (almeno) dai tempi della sentenza Bosman. Grossi interessi, spettacolarizzazione fine a sé stessa, tendenze al livellamento cosmopolita: tutto questo esiste già, non siamo ingenui. Alla fine, a farsi capofila di questa resistenza culturale, prima che sportiva, è stato Johnson. Il «becero» isolazionista che, nonostante il suo divorzio da Bruxelles, ha tracciato la linea per una rinascita dell'orgoglio nazionale nei Paesi europei. Con buona pace dei miliardi di Jp Morgan.
Il torneo delle big si sgonfia in 48 ore. Ora si tratta su Champions e diritti
Passerà alla storia come il campionato più breve di sempre: la Superlega europea dura 48 ore e si conclude con la sconfitta di tutti i partecipanti.
La notte tra martedì e mercoledì, il tentativo di scissione dall'Uefa di 12 club, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Juve, Inter, Milan, Chelsea, Manchester City, Manchester United, Arsenal, Liverpool e Tottenham, capitanati da Florentino Perez e Andrea Agnelli, frana come un castello di sabbia colpito da un pallone calciato da un bambino. Le prime a sfilarsi sono le inglesi, probabilmente colte di sorpresa dalla durissima reazione del premier Boris Johnson, che già lunedì pomeriggio, quando il progetto sembrava ancora robusto, aveva bombardato il quartier generale degli scissionisti. Intorno alle 20.30 di martedì, le voci di un imminente ritiro di Chelsea e City si fanno sempre più insistenti, mentre i tifosi dei Blues protestano duramente all'esterno di Stanford Bridge. Alle 21.30, la Bbc annuncia l'imminente ritiro di Chelsea e City, mentre dalla Spagna il presidente del Barcellona, Joan Laporta, fa sapere che il club «non entrerà in Superlega finché non lo stabiliranno i voti dei soci: è il loro club, è la loro decisione». Crolla tutto: alle 22 i giocatori del Liverpool iniziano a pubblicare sui social, uno dopo l'altro, lo stesso messaggio contro la Superlega: «Non ci piace», scrivono i reds, «e non vogliamo che accada». I tifosi, nel pomeriggio, avevano esposto all'esterno di Anfield striscioni inequivocabili contro il progetto. Alle 23, il City si sfila ufficialmente attraverso una nota: «Manchester City football club conferma che sono formalmente iniziate le procedure per uscire fuori dal gruppo dei fondatori che sta pianificando l'European Super League». Il presidente dell'Uefa, lo sloveno Aleksander Ceferin, riaccoglie immediatamente il figliuol prodigo: «Sono lieto», afferma Ceferin, «di dare il bentornato al City nella famiglia del calcio europeo. Come ho detto al Congresso Uefa ci vuole coraggio per ammettere un errore, ma non ho mai dubitato che avessero la capacità e il buon senso di prendere quella decisione. Il City è una vera risorsa per il gioco e sono lieto di lavorare con loro», aggiunge Ceferin, «per un futuro migliore per il gioco europeo». I 12 scissionisti si riuniscono in videoconferenza, Perez e Agnelli tentano di mantenere a galla la nave, ma è troppo tardi. Alle 23.50 dicono addio alla Superlega anche Liverpool, Tottenham, Manchester United e Arsenal. I gunners scrivono sui social: «Abbiamo commesso un errore e ci scusiamo per questo». Scontato, a questo punto, anche l'addio del Chelsea. All'1.24 di ieri mattina l'Inter fa sapere all'Ansa di «non essere più interessata al progetto». Progetto che secondo fonti della stessa Superlega, a questo punto, è da «rimodulare». Ieri mattina esce un'intervista di Andrea Agnelli su Repubblica evidentemente superata dai fatti della notte: «Fra i nostri club», dice il presidente bianconero, «c'è un patto di sangue, il progetto della Superlega ha il 100% di possibilità di successo, andiamo avanti». Escono ufficialmente anche Chelsea e Atletico Madrid, ma ormai la Superlega è supermorta e supersepolta. Se ne accorge finalmente anche Agnelli: «Non penso», dice il numero uno della Juve alla Reuters, «che il progetto possa continuare con 5 o 6 squadre. Se avessi chiesto l'autorizzazione di altri, non credo che avrei realizzato un progetto come questo». Che infatti non ha realizzato lo stesso. E adesso, che succede?
L'ipotesi più concreta è quella di un finale a tarallucci e vino: chi si aspetta punizioni, castighi, sanzioni, esclusioni o altri provvedimenti clamorosi resterà deluso. Ieri mattina, al termine della notte della superdisfatta, Ceferin veste i panni del misericordioso: «Ho detto che è ammirevole ammettere di aver sbagliato e questi club hanno fatto un grande errore», scrive il numero uno dell'Uefa, «ma adesso sono tornati in gruppo e so che hanno tanto da offrire, non solo alle nostre competizioni, ma all'intero calcio europeo. La cosa importante adesso è andare avanti insieme e ricostruire l'unità di cui godeva prima questo sport». Traduzione: la trattativa sulla spartizione dei miliardi dei diritti tv andrà avanti, ma all'interno dell'Uefa, con i top club che chiedono più soldi rispetto a quanti ne ricevono ora, anche se sarebbe il momento che questi club straindebitati, invece che cercare di aumentare ancora i propri ricavi attraverso iniziative da veri e propri corsari del pallone, si rendessero conto che la strada da seguire è quella di ridurre i costi. Del resto, uno dei pilastri della (fu) Superlega sarebbe stato l'impegno a utilizzare solo il 55% delle loro entrate in «spese sportive», come gli stipendi dei giocatori, i trasferimenti e le commissioni degli agenti, mentre la media attuale per i grandi club europei è tra il 70 e l'80%. La partita è aperta, e ora l'Uefa ha il coltello dalla parte del manico: vedremo se spingerà i club più indebitati a riconsiderare le loro politiche.
Niente sanzioni nemmeno da parte della Figc: «Lunedì prossimo», dice il presidente Gabriele Gravina, «c'è il consiglio federale, non ci sono forme di processi, condanne o vendette trasversali. Noi abbiamo difeso strenuamente i confini dei valori e delle regole del mondo del calcio e pare che tutto sia tornato alla normalità. Sanzioni? No, assolutamente», aggiunge Gravina, «non si può sanzionare un'idea che non si è concretizzata».
Le piccole all’assalto della Lega di A
La Superlega somiglia a Umberto II di Savoia, il «re di maggio», ma il suo ruolo di regina del pallone è durato solo 48 ore. Prima si sono defilate le squadre inglesi, poi qualche spagnola, poi Milan e Inter, lasciando col cerino in mano la Juventus e il Real Madrid, cerimoniere dell'idea. L'effetto domino è preludio a una resa dei conti tutta italiana.
I blasoni piccoli fanno la voce grossa. In casa bianconera le impellenze sono legate al crollo del titolo in Borsa (-13%) e al confronto tra Andrea Agnelli, John Elkann e Alessandro Nasi. L'Inter ha giocato d'astuzia, ora dovrà riposizionarsi. Con un comunicato di rito la famiglia Zhang ha annunciato la sua uscita di scena dal progetto da cui era stata allettata per godere di entrate abbondanti che ne ripianassero le finanze dissestate. Dopodiché, tornando all'ovile, ha lasciato intendere di aspettarsi dall'Uefa una diversa ridistribuzione degli utili in gioco. Se l'ex patron Massimo Moratti commenta la vicenda con un «Tentativo malfatto, non c'erano le basi», il nodo da sciogliere riguarda l'ad Beppe Marotta e i suoi rapporti con gli omologhi di campionato.
Marotta in Figc è consigliere da febbraio e settimana scorsa era stato tra i firmatari della mozione di sfiducia verso Paolo Dal Pino, presidente di Lega Serie A. Dal Pino era stato accusato di aver tentato di favorire l'ingresso di fondi privati esteri al 10% nella costituzione di MediaCo, media company per la Serie A. La condizione affinché ciò si realizzasse era quella di legare al campionato nazionale per almeno dieci anni le tre grandi, Milan, Inter e Juve, vanificando sul nascere il golpe Superlega. Nel frattempo, il Milan giocava su due tavoli separati, aspettando di assaggiare la minestra prima di lanciarsi dalla finestra. Nell'assemblea di Lega, il presidente Paolo Scaroni aveva confermato la sua fiducia a Dal Pino: «Ho votato per lui e non cambio idea», mentre l'ad Ivan Gazidis iscriveva i rossoneri al maxi torneo continentale per ricchi. Pure il Diavolo è tornato nei ranghi canonici, e c'è chi mormora che ora Gazidis sia pronto a dimettersi. Ma c'è chi chiede la testa di Scaroni, oltre che di Agnelli e Marotta. È Urbano Cairo, che capeggia la fazione dei «lealisti» contro i club scissonisti: «Agnelli faceva parte del comitato di Lega delegato a trattare con i fondi, la sua è concorrenza sleale. Stimo Scaroni, ma anche lui deve fare un passo indietro. Marotta è un consigliere federale con delega della Serie A. Se Agnelli ha lasciato l'Eca, mi aspetto da Marotta un atto analogo per la Figc», tuona il patron del Torino al Corriere.
Cairo guida la riscossa degli esclusi, tra i quali si registra il silenzio sornione di Aurelio De Laurentiis. «Superlega? Dormivo...», avrebbe ironizzato il presidente del Napoli. La sua posizione in realtà è nota: avrebbe avallato la nascita di un nuovo torneo continentale per grandi società solo sotto l'egida Uefa. Ora, assieme a Claudio Lotito della Lazio (fino a oggi rimasto in silenzio strategico, ma nel 2019 aveva detto: «Non esiste che un club ricco conti più di un altro», suggerendo una cabina di regia per il dialogo tra leghe nazionali, federazioni e Uefa) passerà all'incasso, rafforzando il suo peso politico nelle assemblee. Quel potere di influenza che fa ruggire Luca Percassi, ceo della virtuosa Atalanta: «La Superlega era sbagliata, lo sport è meritocratico, ma ben venga uno scossone che ci consenta di raccogliere opportunità. Eravamo contro l'operazione dei fondi perché illogica, ora dobbiamo tornare a parlare davvero di calcio».
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Il premier britannico cavalca il fallimento del golpe pallonaro. Nuovo schiaffo a Bruxelles dopo la Brexit e le vaccinazioni.L'addio delle inglesi sbriciola il campionato d'élite. In Italia, niente sanzioni dalla Figc. Aleksander Ceferin (Uefa) tende una mano. Le grandi però vogliono più soldi dalla confederazione, che invece spinge perché riducano i debiti.Urbano Cairo si scaglia sull'ad dell'Inter (che aveva tentato il blitz contro Paolo Dal Pino) e Paolo Scaroni, alla guida del Milan. Lazio, Atalanta e Napoli sono pronte a dare battaglia ai top team.Lo speciale contiene tre articoli.Era partito come l'impresentabile. Un povero populista che, pur di solleticare e cavalcare gli istinti isolazionisti del suo elettorato, avrebbe portato il Regno Unito alla catastrofe politica ed economica con la Brexit. Un anno fa, di questi tempi, era giudicato un leader di fatto bollito, alle prese con una gestione pandemica inefficace e una situazione sanitaria disastrosa. Tutto questo vi hanno detto e ripetuto di Boris Johnson. Che, per carità, di errori ne ha certamente commessi. Ma che, se andiamo a vedere, in realtà è riuscito, dal punto di vista politico, a tornare saldamente in sella. E questo è evidente almeno sotto due aspetti: quello sanitario e quello calcistico. In primis, giova ricordare che, al momento, il Regno Unito è il sesto Paese al mondo per progressi nella campagna vaccinale. Non sarà del resto un caso che, appena pochi giorni fa, Downing Street abbia avviato il processo di riapertura delle attività economiche. In secondo luogo, si pone anche un tema sportivo. Un tema che, attenzione, è tutt'altro che irrilevante. Quando, domenica scorsa, gli ormai famosi 12 club calcistici hanno annunciato la nascita della (già collassata) Superlega, Johnson è stato il leader politico che più di altri è andato subito all'attacco. Il premier britannico ha severamente condannato il progetto, parlando polemicamente di «cartello» contrario ai «basilari principi della concorrenza», oltre che «sospinto dai miliardi delle banche». Non solo: perché, oltre alle parole, aveva lasciato intendere di voler passare anche alle vie di fatto. «Dovremmo sganciare una bomba legislativa per fermare [l'iniziativa] e dovremmo farlo ora», aveva dichiarato. Una posizione battagliera, non poi molto dissimile - pur mutatis mutandis - dal triplice «no» di thatcheriana memoria. Ricordiamo, per inciso, che il progetto aveva come architrave i sei più blasonati club inglesi (Manchester United, Manchester City, Liverpool, Chelsea, Tottenham e Arsenal). Un fattore, questo, che soprattutto alcune tifoserie non avevano affatto apprezzato. In particolare, a dissotterrare l'ascia di guerra erano stati i sostenitori dei red devils e dei blues, che hanno mostrato sin da subito una ferrea contrarietà al progetto. Non sarà del resto un caso che, dopo il naufragio (invero abbastanza celere) dei sogni di Florentino Perez, l'inquilino di Downing Street abbia prontamente cantato vittoria, twittando: «Questo è il risultato giusto per i tifosi, i club e le comunità di tutto il Paese. Dobbiamo continuare a proteggere il nostro amato gioco nazionale». Insomma, il premier si è sostanzialmente fatto portavoce dei sentimenti di larghi strati della tifoseria britannica. Eppure sbaglierebbe chi volesse derubricare il tutto a una mossa demagogica per solleticare l'istinto delle curve a scopi meramente elettorali. La questione è più profonda di così. Johnson è riuscito ad intestarsi la rappresentanza di tutti quei tifosi che, anche al di là dei confini britannici, si erano opposti al progetto. È infatti nel solco da lui aperto che si sono efficacemente inseriti gli interventi contrari di Emmanuel Macron e dello stesso Mario Draghi, determinando un allineamento tra Regno Unito, Francia e Italia che non si vedeva probabilmente dai tempi della guerra di Crimea (sì: all'epoca c'era ancora il Regno di Sardegna, ma il concetto è chiaro). In tutto questo, Bruxelles si era invece collocata su una posizione fondamentalmente pilatesca. «Le controversie relative alla governance dello sport di solito possono essere gestite al meglio dagli organi arbitrali competenti e dai tribunali nazionali», si era limitato a dichiarare lunedì un portavoce della Commissione europea. Un atteggiamento cerchiobottista e attendista molto simile a quello - rivelatosi perdente - tenuto sulla vicenda vaccinale (si vedano le lungaggini sul sì ai vari vaccini e il pasticcio della contrattazione), che ha visto Uk superare di grand lena il Vecchio continente pe risultati.Un fattore, questo, che non stupisce più di tanto. Il concetto di base su cui la Superlega voleva fondarsi era infatti quello di uno sradicamento storico-culturale che trova non poco apprezzamento ai piani alti delle istituzioni europee. Uno sradicamento nel cui nome non esistono più identità, nazioni, popoli, finanche città e quartieri. Il tutto asservito all'industria dell'intrattenimento, in cui qualsiasi cosa è indistinta e politicamente corretta. Qual è d'altronde ormai la differenza tra Netflix e l'Nba? Un processo, questo, che non sarebbe certo sorto ex abrupto con la Superlega, ma che il calcio europeo sta progressivamente vivendo (almeno) dai tempi della sentenza Bosman. Grossi interessi, spettacolarizzazione fine a sé stessa, tendenze al livellamento cosmopolita: tutto questo esiste già, non siamo ingenui. Alla fine, a farsi capofila di questa resistenza culturale, prima che sportiva, è stato Johnson. Il «becero» isolazionista che, nonostante il suo divorzio da Bruxelles, ha tracciato la linea per una rinascita dell'orgoglio nazionale nei Paesi europei. Con buona pace dei miliardi di Jp Morgan. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/johnson-sei-inglesi-football-ue-2652679869.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-torneo-delle-big-si-sgonfia-in-48-ore-ora-si-tratta-su-champions-e-diritti" data-post-id="2652679869" data-published-at="1619039463" data-use-pagination="False"> Il torneo delle big si sgonfia in 48 ore. Ora si tratta su Champions e diritti Passerà alla storia come il campionato più breve di sempre: la Superlega europea dura 48 ore e si conclude con la sconfitta di tutti i partecipanti. La notte tra martedì e mercoledì, il tentativo di scissione dall'Uefa di 12 club, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Juve, Inter, Milan, Chelsea, Manchester City, Manchester United, Arsenal, Liverpool e Tottenham, capitanati da Florentino Perez e Andrea Agnelli, frana come un castello di sabbia colpito da un pallone calciato da un bambino. Le prime a sfilarsi sono le inglesi, probabilmente colte di sorpresa dalla durissima reazione del premier Boris Johnson, che già lunedì pomeriggio, quando il progetto sembrava ancora robusto, aveva bombardato il quartier generale degli scissionisti. Intorno alle 20.30 di martedì, le voci di un imminente ritiro di Chelsea e City si fanno sempre più insistenti, mentre i tifosi dei Blues protestano duramente all'esterno di Stanford Bridge. Alle 21.30, la Bbc annuncia l'imminente ritiro di Chelsea e City, mentre dalla Spagna il presidente del Barcellona, Joan Laporta, fa sapere che il club «non entrerà in Superlega finché non lo stabiliranno i voti dei soci: è il loro club, è la loro decisione». Crolla tutto: alle 22 i giocatori del Liverpool iniziano a pubblicare sui social, uno dopo l'altro, lo stesso messaggio contro la Superlega: «Non ci piace», scrivono i reds, «e non vogliamo che accada». I tifosi, nel pomeriggio, avevano esposto all'esterno di Anfield striscioni inequivocabili contro il progetto. Alle 23, il City si sfila ufficialmente attraverso una nota: «Manchester City football club conferma che sono formalmente iniziate le procedure per uscire fuori dal gruppo dei fondatori che sta pianificando l'European Super League». Il presidente dell'Uefa, lo sloveno Aleksander Ceferin, riaccoglie immediatamente il figliuol prodigo: «Sono lieto», afferma Ceferin, «di dare il bentornato al City nella famiglia del calcio europeo. Come ho detto al Congresso Uefa ci vuole coraggio per ammettere un errore, ma non ho mai dubitato che avessero la capacità e il buon senso di prendere quella decisione. Il City è una vera risorsa per il gioco e sono lieto di lavorare con loro», aggiunge Ceferin, «per un futuro migliore per il gioco europeo». I 12 scissionisti si riuniscono in videoconferenza, Perez e Agnelli tentano di mantenere a galla la nave, ma è troppo tardi. Alle 23.50 dicono addio alla Superlega anche Liverpool, Tottenham, Manchester United e Arsenal. I gunners scrivono sui social: «Abbiamo commesso un errore e ci scusiamo per questo». Scontato, a questo punto, anche l'addio del Chelsea. All'1.24 di ieri mattina l'Inter fa sapere all'Ansa di «non essere più interessata al progetto». Progetto che secondo fonti della stessa Superlega, a questo punto, è da «rimodulare». Ieri mattina esce un'intervista di Andrea Agnelli su Repubblica evidentemente superata dai fatti della notte: «Fra i nostri club», dice il presidente bianconero, «c'è un patto di sangue, il progetto della Superlega ha il 100% di possibilità di successo, andiamo avanti». Escono ufficialmente anche Chelsea e Atletico Madrid, ma ormai la Superlega è supermorta e supersepolta. Se ne accorge finalmente anche Agnelli: «Non penso», dice il numero uno della Juve alla Reuters, «che il progetto possa continuare con 5 o 6 squadre. Se avessi chiesto l'autorizzazione di altri, non credo che avrei realizzato un progetto come questo». Che infatti non ha realizzato lo stesso. E adesso, che succede? L'ipotesi più concreta è quella di un finale a tarallucci e vino: chi si aspetta punizioni, castighi, sanzioni, esclusioni o altri provvedimenti clamorosi resterà deluso. Ieri mattina, al termine della notte della superdisfatta, Ceferin veste i panni del misericordioso: «Ho detto che è ammirevole ammettere di aver sbagliato e questi club hanno fatto un grande errore», scrive il numero uno dell'Uefa, «ma adesso sono tornati in gruppo e so che hanno tanto da offrire, non solo alle nostre competizioni, ma all'intero calcio europeo. La cosa importante adesso è andare avanti insieme e ricostruire l'unità di cui godeva prima questo sport». Traduzione: la trattativa sulla spartizione dei miliardi dei diritti tv andrà avanti, ma all'interno dell'Uefa, con i top club che chiedono più soldi rispetto a quanti ne ricevono ora, anche se sarebbe il momento che questi club straindebitati, invece che cercare di aumentare ancora i propri ricavi attraverso iniziative da veri e propri corsari del pallone, si rendessero conto che la strada da seguire è quella di ridurre i costi. Del resto, uno dei pilastri della (fu) Superlega sarebbe stato l'impegno a utilizzare solo il 55% delle loro entrate in «spese sportive», come gli stipendi dei giocatori, i trasferimenti e le commissioni degli agenti, mentre la media attuale per i grandi club europei è tra il 70 e l'80%. La partita è aperta, e ora l'Uefa ha il coltello dalla parte del manico: vedremo se spingerà i club più indebitati a riconsiderare le loro politiche. Niente sanzioni nemmeno da parte della Figc: «Lunedì prossimo», dice il presidente Gabriele Gravina, «c'è il consiglio federale, non ci sono forme di processi, condanne o vendette trasversali. Noi abbiamo difeso strenuamente i confini dei valori e delle regole del mondo del calcio e pare che tutto sia tornato alla normalità. Sanzioni? No, assolutamente», aggiunge Gravina, «non si può sanzionare un'idea che non si è concretizzata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/johnson-sei-inglesi-football-ue-2652679869.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-piccole-allassalto-della-lega-di-a" data-post-id="2652679869" data-published-at="1619039463" data-use-pagination="False"> Le piccole all’assalto della Lega di A La Superlega somiglia a Umberto II di Savoia, il «re di maggio», ma il suo ruolo di regina del pallone è durato solo 48 ore. Prima si sono defilate le squadre inglesi, poi qualche spagnola, poi Milan e Inter, lasciando col cerino in mano la Juventus e il Real Madrid, cerimoniere dell'idea. L'effetto domino è preludio a una resa dei conti tutta italiana. I blasoni piccoli fanno la voce grossa. In casa bianconera le impellenze sono legate al crollo del titolo in Borsa (-13%) e al confronto tra Andrea Agnelli, John Elkann e Alessandro Nasi. L'Inter ha giocato d'astuzia, ora dovrà riposizionarsi. Con un comunicato di rito la famiglia Zhang ha annunciato la sua uscita di scena dal progetto da cui era stata allettata per godere di entrate abbondanti che ne ripianassero le finanze dissestate. Dopodiché, tornando all'ovile, ha lasciato intendere di aspettarsi dall'Uefa una diversa ridistribuzione degli utili in gioco. Se l'ex patron Massimo Moratti commenta la vicenda con un «Tentativo malfatto, non c'erano le basi», il nodo da sciogliere riguarda l'ad Beppe Marotta e i suoi rapporti con gli omologhi di campionato. Marotta in Figc è consigliere da febbraio e settimana scorsa era stato tra i firmatari della mozione di sfiducia verso Paolo Dal Pino, presidente di Lega Serie A. Dal Pino era stato accusato di aver tentato di favorire l'ingresso di fondi privati esteri al 10% nella costituzione di MediaCo, media company per la Serie A. La condizione affinché ciò si realizzasse era quella di legare al campionato nazionale per almeno dieci anni le tre grandi, Milan, Inter e Juve, vanificando sul nascere il golpe Superlega. Nel frattempo, il Milan giocava su due tavoli separati, aspettando di assaggiare la minestra prima di lanciarsi dalla finestra. Nell'assemblea di Lega, il presidente Paolo Scaroni aveva confermato la sua fiducia a Dal Pino: «Ho votato per lui e non cambio idea», mentre l'ad Ivan Gazidis iscriveva i rossoneri al maxi torneo continentale per ricchi. Pure il Diavolo è tornato nei ranghi canonici, e c'è chi mormora che ora Gazidis sia pronto a dimettersi. Ma c'è chi chiede la testa di Scaroni, oltre che di Agnelli e Marotta. È Urbano Cairo, che capeggia la fazione dei «lealisti» contro i club scissonisti: «Agnelli faceva parte del comitato di Lega delegato a trattare con i fondi, la sua è concorrenza sleale. Stimo Scaroni, ma anche lui deve fare un passo indietro. Marotta è un consigliere federale con delega della Serie A. Se Agnelli ha lasciato l'Eca, mi aspetto da Marotta un atto analogo per la Figc», tuona il patron del Torino al Corriere. Cairo guida la riscossa degli esclusi, tra i quali si registra il silenzio sornione di Aurelio De Laurentiis. «Superlega? Dormivo...», avrebbe ironizzato il presidente del Napoli. La sua posizione in realtà è nota: avrebbe avallato la nascita di un nuovo torneo continentale per grandi società solo sotto l'egida Uefa. Ora, assieme a Claudio Lotito della Lazio (fino a oggi rimasto in silenzio strategico, ma nel 2019 aveva detto: «Non esiste che un club ricco conti più di un altro», suggerendo una cabina di regia per il dialogo tra leghe nazionali, federazioni e Uefa) passerà all'incasso, rafforzando il suo peso politico nelle assemblee. Quel potere di influenza che fa ruggire Luca Percassi, ceo della virtuosa Atalanta: «La Superlega era sbagliata, lo sport è meritocratico, ma ben venga uno scossone che ci consenta di raccogliere opportunità. Eravamo contro l'operazione dei fondi perché illogica, ora dobbiamo tornare a parlare davvero di calcio».
Umberto Bossi (Ansa)
Il Gran ciambellano Bruno Vespa quel giorno di primavera del 1996 è particolarmente eccitato; dopo trattative di settimane è riuscito a mettere insieme Ciriaco De Mita e Umberto Bossi per un faccia a faccia a Porta a porta. L’intellettuale della Magna Grecia (così Gianni Agnelli aveva soprannominato Ciriaco per il suo vaporoso nulla) attacca un pontificale senza fine spaziando a volo d’uccello sui problemi del Paese con improbabili e polverose ricette per risolverli. Quando la parola passa al Visigoto, tutto lo studio ha la palpebra reclinante. Lui sta qualche secondo assorto, poi si rivolge al gran visir di Nusco e dice: «Ma tàches al tram». In quel preciso istante, mentre milioni di italiani esplodono idealmente in un boato di approvazione da stadio, finisce la Prima repubblica.
Con quel motto da osteria di porta Cicca, il leader della Lega manda in pensione un mondo. Un rivoluzionario. È il primo a capire che oltre all’annosa questione meridionale, negli anni Ottanta del benessere comincia a svilupparsi una questione un po’ più ostica perché riguarda il forziere d’Italia: quella settentrionale. Tartassati dallo Stato, schiavi d’una burocrazia borbonica, abbandonati dal Pci - e in generale dai partiti di sinistra che non hanno capito nulla del declino delle grandi fabbriche e dell’esplosione delle partite Iva -, quegli italiani di Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia avvertono il bisogno fisico di meno Stato e di più autonomia. Davanti al fallimento del moloch centralista, vorrebbero poter volare da soli, competere sui mercati internazionali senza lacci e balzelli. Pretendono di reinvestire le ricchezze pubbliche nelle loro terre per costruire strade, ponti, aeroporti, ma anche ripulire fiumi, realizzare parchi, lasciare ai figli qualcosa di meglio di ciò che era stato riservato ai padri. «Padroni a casa nostra».
Umberto Bossi è morto a 84 anni nella sua Varese, all’ospedale di Circolo. Era nato il 19 settembre 1941 a Cassano Magnago dove le valli varesine diventano pianura, e lì è riuscito a intercettare le ragioni del postfordismo senza sapere cosa fosse. E neppure poteva saperlo, perché non era un intellettuale. Finì inchiodato a una definizione lapidaria come quella che gli avrebbe riservato un giorno il professor Gianfranco Miglio: «Bossi è uno che non legge niente, non ha mai letto una riga. Non che sia ignorante, ma le cose che esterna le orecchia». Eppure possedeva due doti ancora più importanti per un politico di successo: il fiuto per gli argomenti da trattare e la capacità immediata di entrare in sintonia con il popolo.
Parliamone al presente, dunque: fonda un movimento, gli crea un’identità forte attorno ad Alberto da Giussano, gli piazza un fazzoletto verde nel taschino, infine lo convoca sul pratone di Pontida che secondo la leggenda era stato teatro del giuramento dei primi indipendentisti contro l’imperatore Federico Barbarossa. E sintetizza il tutto con lo slogan supremo: «Roma ladrona, la Lega non perdona».
Nelle valli di quel Nord scambiato per una mucca da mungere non serve altro e alle politiche del 1987, pur non andando oltre l’1% a livello nazionale, nei piccoli Comuni di Lombardia e Veneto la Lega guadagna percentuali vicino al 10. Pazzesco. Nelle sedi dei grandi partiti morenti nessuno ci fa caso, così tre anni dopo, alle regionali, il movimento di Bossi arriva al 19 per cento. Secondo partito dopo la Dc, stracciato il Pci. Basterebbe poco a capire che dietro quel successo c’è il popolo, ci sono i numeri, c’è la forte identità di gente che vuole dare una spallata al sistema. Un grillismo da strada con 30 anni di anticipo. Il Palazzo si limita ad alzare il sopracciglio, un po' irritato, e poi scatena i giornaloni nell’operazione di demolizione di quegli elettori, definiti «razzisti, barbari, gentaglia». E più quelli picchiano giudizi feroci, più Bossi serra le file e prende consensi. Alle politiche del 1992, mentre infuria Tangentopoli con la Lega a sostenere la rivoluzione giudiziaria, quei barbari felici arrivati da Varese, da Bergamo, da Brescia, portano a casa 6 milioni di voti, 80 fra deputati e senatori, diventati 177 dopo l’alleanza con Forza Italia di Silvio Berlusconi.
Tutto questo mentre lui un giorno spiega il suo nebuloso passato: «Mi allontanai dall’etica severa dei miei genitori e dalla Weltanschauung del mondo agricolo». E il giorno dopo attacca il capo dello Stato, l’arcivescovo Oscar Luigi Scalfaro, con la delicata frase: «Scalfaro lo mandiamo via. Se resiste, gli sbianchiamo i capelli con una scoreggia».
La Lega è il capolavoro di un uomo con la voce roca e gli occhiali Rayban a 26 pollici, con il trench stropicciato del tenente Colombo o la canottiera a vista (così si presenta a Porto Cervo e scandalizza pure il Cavaliere). Un tipo ruvido che tiene le riunioni strategiche in una pizzeria di Ponte di Legno, trasforma Va’ pensiero nell’inno del partito e spiega serio col toscano fra le labbra: «Giulio Cesare è stato il primo leghista, per questo l’hanno ucciso. Voleva sostituire la classe politica e militare romana con i Galli. Meglio ancora, con la sua terza legione, che poi erano i Lombardi». Umberto Bossi, ovvero il primo politico postmoderno della storia d’Italia era uno showman. Ancora più di Berlusconi perché per tenere insieme la sua gente deve inventarsi una terra promessa, la Padania, con l’acqua del Po raccolta nell’ampolla al Monviso e sparsa a Venezia. Un po' collante, molto folclore.
Qui, all’apice del suo successo, vale la pena fare un passo indietro e cogliere quelle fragilità e quelle furbizie giovanili che fanno di Umberto Bossi un personaggio che danza fra le contraddizioni. Del resto, diceva Indro Montanelli: il ritratto è come un quadro fiammingo, esige il chiaroscuro. La più evidente incoerenza: colui che a pranzo e a cena «manda a lavorare» l’intera Italia del Sud non ha mai avuto particolare affinità con il verbo sgobbare. Spiegò sua sorella Angela: «Dice che sono buona solo a fare bistecche. Se le ricorda bene quelle bistecche, perché per anni solo quelle ha mangiato, quel mantegnù. Stiamo parlando di uno che ha organizzato tre feste di laurea senza essersi mai laureato». L’Umberto si arrabattava, cantava nelle balere l’hit Caterpillar, studiava medicina e si definiva «esperto di elettronica applicata in sala operatoria». Usciva di casa con la valigetta da medico, ma quando la prima moglie Gigliola Guidali si accorse che non andava a esercitare in ospedale, lo lasciò. L’ex ambasciatore Sergio Romano l’avrebbe definito: «Un carisma in cerca di impiego».
Una volta al governo, Bossi mostra di avere quintali di carisma, ma non ancora esperienza di manovra. Dopo meno di un anno di alleanza con Berlusconi sfascia tutto per la felicità di Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione che lo avevano convinto a dare la spallata nel famoso «Patto della sardina». È il Ribaltone, è l’inizio di una stagione di assestamento che non porta successi, anzi annuncia il declino nell’urna. Ma proprio in quegli anni il capo costruisce la sua creatura preferita, quella che lo porterà ad essere ministro delle Riforme Istituzionali: la Lega bifronte di lotta e di governo. Nasce una classe politica. Roberto Maroni è più volte ministro, Roberto Calderoli presidia le istituzioni, Giancarlo Giorgetti entra nei cda che contano. E lui, il leader in canottiera, è libero di svolgere il ruolo che predilige, quello di capopopolo dalle mani libere. Tra un dito medio e un fremito di celodurismo. Ma la gente comincia a capire che il federalismo è un pasticcio, la secessione una favola, le tasse una cattiva compagnia sempre più invadente. E il Bossi grida per niente.
La svolta decisiva avviene nel 2004, quando il numero uno della Lega è colpito da un ictus pesantissimo e rimane a lungo in clinica per una riabilitazione molto faticosa. «Dopo la malattia mi sono spaventato così tanto che sono diventato più buono». Sono le parole che definiscono una stagione più fragile, intimista, trascorsa accanto alla seconda moglie Manuela Marrone, ai figli Renzo detto il Trota, Roberto Libertà ed Eridano Sirio e a quel cerchio magico di amici che lo avvolge nelle sue spire. È un Bossi diverso, sa che la vita da condottiero sta finendo, che la Padania è un’ipotesi e che la Lega può fare persino a meno di lui. L’inchiesta del 2012 è il colpo finale: i leghisti convinti d’essere diversi scoprono che il tesoriere del partito Francesco Belsito usava i soldi dei rimborsi elettorali per fare investimenti in Tanzania, a Cipro, in Norvegia. Li passava alla famiglia del capo, comprava la laurea in Albania (70.000 euro) al rampante Renzo, consentiva a tutti loro di fare la bella vita. Il resto è oggi, è la notte delle ramazze alla Fiera di Bergamo dove lo slogan fu: «È ora di pulire il pollaio». Il resto è Matteo Salvini.
Umberto Bossi ha vinto o ha perso? Ha certamente perso perché non è riuscito a dare forma alla protesta di milioni di persone e a incanalarla verso riforme istituzionali decisive per modernizzare un Paese immobile. Ha certamente vinto perché, cavalcando lo spirito del tempo, ha dato i primi colpi di piccone all’allora inavvicinabile casta della Prima repubblica. Oggi non è più tempo di gladiatori, e chi si aspettava di più era un romantico. Onore a Umberto Bossi, alla sua canottiera liberatoria, alla sua spontaneità da uomo della strada. Imperfetto, ambiguo, qualche volta crudele e qualche altra debole come tutti gli uomini.
Il blues del Braveheart di Varese, che sognava una Lombardia ordinata come la Svizzera, ricca come la Baviera e orgogliosa come i Paesi Baschi, ora si affievolisce sino a diventare silenzio. E nell’ultima ora rimane dentro i timpani quella voce roca, ruvida e in fondo saggia, dello zio eccentrico che si presenta al pranzo della domenica con mille idee e una bottiglia di vino. Ha una risposta per tutto, l’ascella pezzata e il toscano fra le labbra. Se lo contraddici se ne sta assorto per qualche secondo. Poi, accompagnando le parole con un largo gesto del braccio, ti urla ridendo: «Ma tàches al tram».
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Joe Lovano
Un albero genealogico che il gigante buono del sax tenore - orgoglioso delle sue radici ben piantate a Cleveland (Ohio), ma che arrivano a toccare la Sicilia - potrebbe descrivere all’infinito, ramo per ramo. «Attraversare questa storia è come vivere in una immensa biblioteca di suoni e anime dove lasciarsi influenzare dai più grandi e scoprire che avevano imparato qualcosa da chi è venuto prima». Una visione comunitaria e quasi mistica della musica dalla quale il jazzista (classe 1952) ha ricavato un’idea chiave, «Setting the pace», per costruire la nuova edizione del Bergamo Jazz Festival, del quale è direttore artistico per la terza volta. Un omaggio a chi ha saputo «segnare il passo» a cominciare da due profeti che nel 2026 avrebbero compiuto 100 anni: Miles Davis (26 maggio) e John Coltrane (23 settembre).
Nella sua storia chi è stato il primo a dettare il ritmo?
«Si chiamava Tony “Big T” Lovano ed era mio padre. Sono cresciuto osservandolo mentre ascoltava i dischi di Trane, ma anche di Illinois Jacquet e Gene Ammons. Di giorno faceva il parrucchiere, di notte era uno dei protagonisti della scena di Cleveland. Mia madre ricordava sempre che lo aveva visto aprire, con il suo sax, i concerti di Stan Getz e che conobbe Coltrane quando si presentò in città con una blues band, nella quale suonava il sassofono alto. Non ho mai dimenticato la lezione che papà mi diede a 13 anni».
Quale?
«Mi stavo esercitando con le scale, fluttuando su e giù alla velocità della luce. Entrò nella stanza e disse: “Hey Joey, quello che fai è ok, ma perché non provi questo?”. Iniziò a far vibrare quelle stesse note, molto più lentamente, come se fossero parte di una vera e propria canzone (inquadra il Qr code a destra per ascoltare il podcast con gli esempi musicali, ndr). Poi posò lo strumento e se ne andò, lasciandomi di sasso».
Morale della favola?
«Senza il cuore la tecnica è inutile, senza un racconto costruito con il suono le note restano solo note. Ho capito dopo che mio padre aveva fatto suoi gli insegnamenti di Trane, che ha saputo creare una musica spirituale partendo da un materiale basilare».
Altri consigli preziosi?
«All’inizio suonavo esattamente come lui. Poi, osservando da chi si lasciava suggestionare, mi sono accorto che per trovare la mia voce dovevo imparare da tutti: dai batteristi - come Roy Haynes e il mio amato Paul Motian - dai pianisti, dai cantanti… L’ispirazione e l’imitazione non sono la stessa cosa».
Un giorno chiesero a Michael Brecker: «Cosa si prova a essere il numero uno?». E lui rispose: «Non lo so, domandatelo a Joe Lovano». Ce lo ha raccontato Enrico Rava su queste colonne, anticipandoci che nel nuovo disco dei Fearless Five lei sarà l’ospite di lusso.
«Enrico è un tesoro!» (ride). «Anche lui ha dettato il ritmo, ha una bellissima melodia nel cuore e sono felice della collaborazione con il suo gruppo formidabile anche perché la scintilla è scattata proprio sul palco di Bergamo Jazz Festival. Su Michael avrei un paio di cose da dire».
Prego.
«Parliamo di un virtuoso incredibile che non generava solo meraviglia dal punto di vista tecnico, ma pura bellezza. Per suonare alla sua maniera era costretto a studiare sempre e quella dedizione non l’ho vista in nessun altro. Ed è stato uno dei più copiati. Il problema è che ciò accadeva quando Mike era ancora tra noi e posso affermare con certezza che non gli faceva piacere. Infine noto che i giovani vanno a sbirciare cosa combinavano i sassofonisti del passato ma si fermano a Brecker, senza la curiosità di andare ancora più indietro. Sbagliano...».
Il Festival inizia oggi e proseguirà fino a domenica. Ci sarà Dave Holland, il contrabbassista che Davis pescò giovanissimo al Ronnie’s Scott di Londra portandoselo dietro nel suo viaggio elettrico che culminerà nell’album leggenda Bitches Brew del 1970. Ma anche Franco D’Andrea, caposcuola del pianoforte, una protagonista del nostro tempo folgorata da Coltrane come Lakecia Benjamin e molti altri.
«Ho voluto chiamare gli artisti che stanno mostrando a tutti nuove strade per celebrare l’eredità di Miles e Trane. E che ci ricordano che la musica non è tecnica perché vibra nell’aria, ha a che fare con il cuore e con lo spirito».
Nel gran finale lei guiderà la super band che, in questa sorta di giubileo laico del jazz, celebrerà i due centenari che abbiamo citato prima. Saranno al suo fianco Avishai Cohen, George Garzone, Shabaka Hutchings, Jakob Bro, Leo Genovese, Drew Gress e Joey Baron. Melius abundare...
«Abbiamo una missione: far rivivere la magia che si è creata nella storia quando la tromba di Davis e il sassofono di Coltrane si sono incrociati, evocando anche i loro compagni d’avventure come Bill Evans e Philly Joe Jones. Poi passeremo all’itinerario musicale e spirituale che Coltrane intraprese una volta lasciato Davis. E infine affronteremo quel tratto di strada del Principe delle tenebre nel quale Miles ha continuato a essere un leader, ma senza Trane vicino. Il mio sogno è che il pubblico non venga a sentire un solo concerto, ma si goda tutto il viaggio».
Nel documentario Lovano Supreme lei visita la casa di Coltrane a Long Island (New York) come se fosse un luogo sacro.
«Non avrei mai pensato di poter entrare nelle stanze in cui Trane ha concepito A love supreme (1965, ndr). Improvvisare tra quei muri è stata un’esperienza sconvolgente. La verità è che John ha veramente vissuto l’Amore supremo di cui parla. Non si tratta solo di un titolo».
Un album che, per rimanere in tema, ha segnato il passo.
«La maggior parte dei dischi è formata da pezzi a sé stanti cuciti assieme. Quei quattro movimenti invece sono una cosa sola: una dichiarazione di un uomo davanti all’Amore supremo, a Dio, al Creatore. Guarda caso quella cellula di poche note, che è diventata leggendaria perché attraversa questo capolavoro, la si può ritrovare nelle composizioni che ha scritto durante tutta la sua esistenza».
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A sostenere il recupero è soprattutto la fine della fase più pesante degli investimenti in 5g e fibra. «La fase di maggiori investimenti infrastrutturali sta volgendo al termine», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «e questo sta finalmente migliorando i margini di profitto. Le aziende stanno passando dalla fase di spesa a quella della raccolta dei frutti, con flussi di cassa in aumento che aprono la strada a dividendi più generosi e riduzione del debito».
In Europa la locomotiva resta Deutsche Telekom, ma il risveglio è diffuso. «Il passaggio da quattro a tre operatori in mercati chiave è una pietra miliare», continua Gaziano, «e segnala che l’Europa ha capito che la frammentazione eccessiva mina la redditività. Come sostiene anche Mario Draghi, il consolidamento è l’unica via per recuperare efficienza e sovranità digitale».
In questo quadro si inserisce Tim, in una fase cruciale dopo la cessione di NetCo. I conti del 2025, primo esercizio completo nel nuovo assetto, mostrano ricavi per 13,7 miliardi di euro e un Ebitda after lease cresciuto del 7% a 3,7 miliardi. «Il 2025 ha segnato un passo decisivo per rendere Tim una società finanziariamente prevedibile e disciplinata», continua l’esperto, «e l’ingresso di Poste Italiane nell’azionariato ha dato stabilità alla governance, allineandola agli obiettivi strategici».
Il mercato guarda al 2027, quando Tim punta a distribuire 0,5 miliardi di euro di dividendi. «Dopo il closing di Sparkle previsto per il secondo trimestre e la definizione completa del perimetro con Poste», aggiunge, «il Capital Market Day previsto dopo l’estate sarà il momento della verità per misurare la reale capacità di generazione di cassa del nuovo assetto». Resta però il nodo del mercato italiano. Christoph Aeschlimann, ceo di Swisscom, lo ha riassunto così: «Il mercato italiano è troppo piccolo per quattro grandi concorrenti».
Ma mentre il settore riscopre attrattività, all’orizzonte si muovono minacce nuove. Starlink punta a 25 milioni di utenti entro l’anno e dal 2028 promette connessioni satellitari dirette agli smartphone nelle aree senza copertura terrestre. Intanto Nvidia immagina reti mobili trasformate in piattaforme intelligenti. «Nei nostri portafogli in SoldiExpert Scf manteniamo una selezione rigorosa», conclude Gaziano. «La forza attuale è reale, ma la capacità di trasformarsi in aziende tecnologiche capaci di generare cassa, e non solo di aumentare i prezzi per inseguire l’inflazione, farà la differenza. Il settore Tlc è tornato appetibile, ma richiede una gestione attiva per evitare le trappole di valore di chi non saprà innovare».
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Ineos Grenadier SW
Per la festa del papà, un corso off-road per due persone in omaggio con l’acquisto di un Grenadier SW o Quartermaster.
«Papà, mi insegni?». «Papà, mi fai vedere come si fa?». Quante volte i nostri figli ci hanno posto queste domande. E allora giù a spiegarli come bisogna fare una determinata cosa e pure come non farla. Momenti di condivisione che, solitamente, diventano sempre più rari mentre i nostri figli crescono. «Il tuo Michele è già grande», mi diceva un amico il giorno dopo che era nato il mio primogenito. Ed è davvero così. Ieri, o quasi, ha aperto per la prima volta gli occhi. Oggi, invece, va già in bicicletta e chiede di poter star dietro in moto. «Va bene, ma solo col casco e nel piazzale di casa». Un domani chiederà dell’auto. Una passione che potrà portare avanti o meno. Ma che è bello condividere già da oggi.
Per questo motivo, in occasione della Festa del Papà, Ineos, offre un’esperienza esclusiva dedicata a chi desidera acquistare un Grenadier, il fuoristrada europeo progettato secondo la filosofia «Built for More», pensato per offrire solide capacità off-road, robustezza e comfort anche nell’utilizzo quotidiano.
Dal 19 marzo al 30 aprile 2026, i nuovi acquirenti di Grenadier presso la rete ufficiale italiana riceveranno in omaggio un corso di guida off-road per due persone; pensato non solo per celebrare la condivisione della passione per il fuoristrada fra generazioni, ma anche per dare la possibilità a chiunque abbia deciso di entrare in possesso di un mezzo dalle indiscutibili doti off-road di conoscerne a fondo ogni dettaglio.
Non importa quale generazione abbia dato il via alla passione, ciò che conta è la possibilità di condividere questa esperienza formativa e i ricordi indelebili che potrà lasciare. Senza contare che una volta concluso il corso, ogni nuova avventura su Ineos sarà sicuramente più appagante e coinvolgente.
Un corso di off-road è infatti un’esperienza autentica, progettata per mettere alla prova mezzo e equipaggio in un contesto tecnico e controllato, dove emergono le reali capacità del Grenadier e lo spirito di avventura che lo contraddistingue fin dal suo esordio. Come ha detto Giuseppe Rovito, Managing Director Ineos per l’Italia: «Con questo omaggio, che prende spunto dalla "Festa del Papà", abbiamo voluto creare qualcosa che andasse oltre l’incentivo commerciale, offrendo un’esperienza coerente con lo spirito di Grenadier: il mezzo ideale per costruire ricordi indelebili. La guida in off-road rappresenta l’essenza del progetto: condividerla fra generazioni significa trasmettere valori di competenza, passione e autenticità che sono parte integrante del DNA del brand»,
Il corso si terrà guidando il proprio mezzo, in un’area dedicata e con il supporto di istruttori professionisti. L’occasione di poterlo fare assieme a una persona importante è ciò che rende questa possibilità ancora più imperdibile. L’iniziativa coinvolge tutti i nuovi acquirenti di Ineos Grenadier SW e Quartermaster, ma anche gli attuali proprietari: per loro, la possibilità di partecipare al corso con un vantaggio di costo importante grazie al contributo di Ineos Automotive.
«Per Ineos, questa attività rappresenta un modo concreto per rafforzare il legame fra il brand e la community di owner, offrendo un’occasione di formazione e di divertimento ad alto contenuto emozionale. Oltretutto, questo è il primo passo di una strategia ben definita», ha aggiunto Nicholas Vagliviello, Communication & Partnership Coordinator in ATflow, «Per il marchio Ineos abbiamo in serbo molte altre attività rivolte agli appassionati di off-road e alcune di queste partiranno già con l’estate 2026».
Il corso di guida off-road per i clienti attuali e nuovi di Ineos Grenadier è una proposta che rende ancora più unico questo veicolo progettato senza compromessi, con telaio a longheroni, assali rigidi e motorizzazioni sei cilindri diesel o benzina Bmw, abbinate a cambio automatico ZF, per prestazioni affidabili anche negli scenari più impegnativi.
Il design del Grenadier esprime robustezza e rigore progettuale, mentre l’architettura tecnica è pensata per resistere agli impieghi più gravosi, nel solco della tradizione dei grandi fuoristrada europei.I posti per il corso off-road sono limitati e disponibili fino a esaurimento nel periodo di validità dell’iniziativa. Le date e i luoghi dei corsi verranno confermati entro la fine di aprile.Per aderire all’iniziativa «Festa del Papà» è possibile rivolgersi al proprio concessionario Ineos di zona.
Per informazioni: https://ineosgrenadier.com/it/it/trova-un-rivenditore
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