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2025-07-07
Isis e nuove milizie. Se la Siria esplode rischiamo anche noi
L'attentato alla chiesa di Damasco del 22 giugno (Ansa)
Il canale libanese Lbci ha riferito domenica scorsa, citando fonti a conoscenza degli sviluppi in Siria, sulle condizioni poste da Damasco per un accordo di pace con Israele. Secondo il rapporto, le condizioni includono il riconoscimento israeliano del regime del presidente siriano Ahmed al-Sharaa, il ritiro dai territori conquistati da Israele dallo scorso dicembre e dalla zona cuscinetto del Golan, la cessazione degli attacchi aerei israeliani in Siria e accordi di sicurezza nella Siria meridionale, in particolare lungo il confine e la zona trifrontaliera con la Giordania. Ma la cosa più importante, secondo il rapporto, è che la Siria pretende dagli Stati Uniti garanzie per gli accordi e il sostegno americano al regime siriano. In cambio, la Siria riconoscerebbe la sovranità israeliana sulle alture del Golan.
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha annunciato l’interesse di Gerusalemme a estendere gli accordi di «pace e normalizzazione» anche a Siria e Libano. «Israele intende ampliare il perimetro degli Accordi di Abramo», ha affermato Saar in conferenza stampa, facendo riferimento agli storici patti mediati dagli Stati Uniti e siglati nel 2020 con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco. «Vogliamo includere altri Paesi, come la Siria e il Libano, nel processo di pace e normalizzazione, garantendo al contempo la tutela degli interessi fondamentali e della sicurezza nazionale di Israele», ha concluso il ministro.
Tutto avviene mentre un’inchiesta approfondita firmata da Reuters ha svelato nuovi dettagli inquietanti sull’uccisione sistematica di circa 1.500 cittadini siriani di etnia alawita, avvenuta nel corso di una violenta offensiva mirata lungo la costa mediterranea tra il 7 e il 9 marzo 2025. Secondo quanto emerso, gli attacchi sarebbero stati orchestrati da milizie riconducibili al nuovo governo siriano, attraverso una catena di comando che, secondo il rapporto, risalirebbe fino agli apparati centrali del potere a Damasco.
Nonostante la gravità delle violenze documentate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che dispone la revoca totale delle sanzioni americane nei confronti della Siria, seguendo la linea già intrapresa in precedenza anche dall’Ue. Secondo quanto comunicato ufficialmente dalla Casa Bianca, la misura è subordinata a una serie di impegni vincolanti che Damasco dovrà rispettare: l’espulsione di tutte le fazioni terroristiche palestinesi presenti sul proprio territorio, l’avvio di un processo di normalizzazione diplomatica con Israele e l’assunzione del controllo diretto sulle carceri in cui sono detenuti oltre 10.000 combattenti dello Stato islamico. Tali condizioni pongono sfide considerevoli per il governo guidato da al-Sharaa che, sebbene abbia adottato un profilo esteriore più moderato – «si è accorciato la barba», notano alcuni osservatori – resta, per molti analisti internazionali, profondamente radicato nell’ideologia jihadista.
Premesso che la pacificazione tra Israele e Siria è ancora lontana, un accordo di queto tipo non piace allo Stato islamico e al nuovo gruppo jihadista siriano chiamato Saraya Ansar al-Sunna (Squadroni dei sostenitori della Sunna), autore dell’attacco kamikaze in una chiesa cristiana qualche giorno fa a Damasco. Nonostante la perdita del controllo territoriale nel 2019 e l’eliminazione di buona parte del suo vertice, lo Stato islamico continua a costituire un pericolo concreto e duraturo nell’area siriana. Le più recenti valutazioni, provenienti da fonti delle Nazioni Unite e istituti di ricerca internazionali, stimano che il gruppo conti attualmente tra i 5.000 e i 7.000 combattenti attivi distribuiti tra Siria e Iraq. In quest’ultimo Paese, i jihadisti presenti nelle aree desertiche sarebbero meno di mille. Questi combattenti operano in piccole unità mobili, principalmente nelle zone aride della Siria orientale, in particolare nelle province di Deir Ezzor, Homs e Hama. Sfruttano l’assenza di un’autorità stabile, effetto collaterale della guerra civile, e le tensioni irrisolte tra il regime siriano, le forze curde e la coalizione internazionale a guida statunitense. Secondo gli analisti dell’International Centre for Counter-Terrorism (Icct), l’organizzazione ha rivoluzionato la propria strategia: ha abbandonato il modello di esercito regolare in favore di un’insurrezione armata, puntando su attentati mirati, azioni di sabotaggio e attacchi contro le truppe governative siriane, le milizie curde delle Forze democratiche siriane (Sdf) e bersagli civili. Le operazioni vengono pianificate attraverso una struttura di comando non centralizzata, che si avvale di sistemi di comunicazione criptati e dell’esperienza militare accumulata in oltre un decennio di conflitto.
A questa minaccia operativa si aggiunge un altro fronte d’allarme: la presenza di migliaia di jihadisti detenuti in carceri e campi di prigionia nel nord-est della Siria, sotto sorveglianza curda. Secondo le stime fornite dalle Sdf, oltre 10.000 membri dello Stato islamico — inclusi numerosi stranieri — sono rinchiusi in strutture spesso precarie e sovraffollate. A questi si aggiungono circa 60.000 donne e minori legati al gruppo, confinati nel solo campo di Al-Hol, da tempo considerato un epicentro potenziale di nuova radicalizzazione jihadista.
La destabilizzazione della Siria non è che una delle preoccupazioni delle intelligence occidentali dato che l’Africa e il Sahel sono il campo di battaglia dell’Isis e di al-Qaeda che si sfidano sulla pelle dei civili per la supremazia. Qui i numeri sono spaventosi perché secondo recenti stime i vari gruppi locali dell’Isis possono contare su almeno 10.000/15.000 miliziani mentre al-Qaeda si attesterebbe attorno ai 16.000 uomini (circa 8.000 solo in Somalia con gli Shaabab). Tutto questo è più vicino a noi di quanto possiamo immaginare perché attraverso le rotte dei migranti (come visto molte volte), arrivano in Europa uomini preparati alla guerra che possono contare su importanti appoggi locali. Il pericolo jihadista nell’Unione europea non è mai venuto meno, come mostra l’ultimo rapporto di Europol 2025 che analizza l’evoluzione del terrorismo nell’Unione europea, offrendo una sintesi dettagliata su attentati, operazioni di polizia e sentenze legate al jihadismo, all’estremismo di destra e sinistra, a moventi etno-nazionalisti e ad altre forme di violenza ideologica. Nel corso del 2024, 14 Paesi Ue hanno registrato complessivamente 58 episodi di matrice terroristica: 34 portati a termine, 5 falliti e 19 neutralizzati prima di entrare in fase operativa. Nello stesso periodo, sono stati effettuati 449 arresti in 20 Stati dell’Unione. Particolarmente preoccupante è il dato anagrafico degli indagati: circa un terzo degli arrestati per reati legati al terrorismo era composto da minorenni o giovani appena maggiorenni. Il caso più eclatante riguarda un ragazzo di soli 12 anni, coinvolto in un’indagine per aver partecipato all’organizzazione di un attacco terroristico. E questa è la notizia più brutta.
«Meno propaganda contro l’Europa, ma è solo un ripiegamento tattico»
Elisa Garfagna, esperta di comunicazione, studia la propaganda jihadista sul web.
Lo Stato islamico almeno a livello di propaganda sembra essere meno interessato all’Europa. È così?
«Nel giugno 2024, un’operazione internazionale coordinata da Europol ed Eurojust col supporto delle forze di sicurezza europee e Usa, ha portato allo smantellamento della Fondazione I’lam, considerata una delle principali infrastrutture mediatiche online al servizio dello Stato islamico. L’organizzazione curava la creazione, la gestione e la diffusione di contenuti propagandistici, promuovendo il jihadismo e incitando al terrorismo su scala globale. Attraverso siti web, social, radio e una agenzia di stampa, I’lam veicolava messaggi in oltre 30 lingue, alimentando la narrativa dello Stato islamico in tutto il mondo. La rete si avvaleva di una sofisticata architettura tecnologica, progettata per ostacolare il tracciamento e garantire resilienza operativa. I server sono stati individuati e disattivati in Germania, Paesi Bassi, Usa e Islanda e sono state arrestate nove persone. Per l’Isis il colpo è stato durissimo e oggi, almeno per il momento, la scelta è quella di diffondere sul dark web il loro sito privilegiando contenuti su Africa, Siria e Iraq. Questo non vuole dire che l’Isis non si interessi all’Europa ma si tratta, almeno nella propaganda, di un ripiegamento tattico interrotto durante i grandi eventi, ad esempio quelli sportivi, per minacciare attentati o chiedere ai cosiddetti «lupi solitari» di entrare in azione».
Come si articola la propaganda di Hamas?
«Hamas impiega una strategia comunicativa estremamente mirata, calcolata al millimetro curando soprattutto la potenziale influenza in Europa. La loro propaganda si basa su tre punti principali. Il primo è la narrazione della sofferenza umana, dipingendo le operazioni israeliane come «genocidio» o «pulizia etnica». Questo viene fatto con lo scopo di suscitare empatia e indignazione, sfruttando immagini e video di civili inermi. Il secondo punto è quello di diffondere accuse di assedio, colonizzazione e carestia, attribuendone la colpa interamente a Israele, al fine di presentarlo come un oppressore disumano. Questi messaggi vengono poi capillarmente diffusi tramite piattaforme come X, Telegram e TikTok per raggiungere un pubblico molto ampio. Il rilascio degli ostaggi è spesso trasformato in uno spettacolo altamente coreografato: l’intento è di trasmettere un’immagine «umanitaria» dei terroristi di Hamas e contemporaneamente offuscare la propria brutalità. Il terzo punto è la demonizzazione di Benjamin Netanyahu che viene dipinto come un leader sanguinario per personalizzare il conflitto e proiettarlo su un unico individuo che diviene bersaglio e polarizzare così meglio l’opinione pubblica».
Quanto uso fanno i propagandisti di Hamas dell’Intelligenza artificiale?
«I propagandisti di Hamas stanno studiando sempre di più le potenzialità dell’Intelligenza artificiale (Ia) per migliorare la loro comunicazione, andando ben oltre la semplice generazione tramite prompt di immagini e video. L’Ia viene impiegata per generare grandi volumi di contenuti di testo e vocali in diverse lingue. Questo permette ad Hamas di aumentare in modo imponente la portata e l’efficacia del messaggio. Per non parlare della difficoltà sempre più crescente, di distinguere il vero dal falso. Un altro utilizzo dell’Ia è nell’automazione della diffusione sui social: bot e account falsi amplificano i messaggi con «mi piace», condivisioni e commenti, creando l’illusione di un consenso sempre più grande e simulando interazioni organiche tra utenti. L’Ia consente inoltre un targeting altamente personalizzato dei messaggi, analizzando i dati degli utenti per identificarne i punti deboli e adattare le campagne di comunicazione. Inoltre l’Ia può essere sfruttata per aggirare i sistemi di censura delle piattaforme, sviluppando contenuti che sfuggono ai controlli automatici».
I gruppi terroristici puntano molto sugli adolescenti e sui bambini.
«Tutti puntano strategicamente su adolescenti e bambini, facendo leva sulla loro vulnerabilità. Iniziano sempre col descrivere la propria comunità come vittima di ingiustizie, scatenando così un naturale senso di vendetta e resistenza all'oppressore. I terroristi esaltano figure di eroi e martiri, promettendo gloria e successo. In questo modo i giovani colmano il loro desiderio di identità e di appartenenza. Infine, il passaggio più subdolo è quello di usare contenuti moderni e molto impattanti a livello emozionale, che parlano direttamente il linguaggio dei giovani. Video perfetti, canzoni rap, elementi di gamification e meme, tutti progettati per essere condivisibili e virali su piattaforme come TikTok e Telegram. Questo approccio è molto ben studiato, è difficile ridurne la diffusione in modo tempestivo. Reclutare e radicalizzare: questo è lo scopo».
L’evoluzione dei seguaci del «califfo». Cambio al vertice e struttura più decentrata
Nell’agosto 2023 lo Stato islamico ha annunciato l’insediamento di un nuovo comandante: Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi. La nomina è stata resa pubblica tramite un messaggio audio diffuso dalla macchina propagandistica jihadista, nel quale il nuovo portavoce del gruppo, Abu Hudhayfah al-Ansari, ha proclamato la sua lealtà al nuovo «califfo». Sull’identità del leader si conosce ben poco. Il nome adottato - in linea con la tradizione dei vertici dell’Isis - è intenzionalmente enigmatico. L’epiteto «al-Hashimi al-Qurashi» ha un valore simbolico: richiama la stirpe del profeta Maometto e, secondo la dottrina salafita-jihadista, costituisce un requisito essenziale per la legittimazione alla guida dello Stato islamico. Abu Hafs è succeduto ad Abu al-Hussein al-Husseini al-Qurashi, eliminato pochi mesi prima nel nord-ovest della Siria durante un’operazione riconducibile a milizie dell’opposizione siriana, la cui identità è stata poi confermata dalle autorità turche. In seguito alla sua uccisione, il Consiglio della Shura dell’organizzazione ha seguito il rituale canonico per selezionare il successore, un processo che oggi appare sempre più svuotato di effettivo peso decisionale.
Per due anni Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi pur essendo una sorta di fantasma (non esistono audio o video di lui), è stato riconosciuto dalle agenzia di intelligence come il nuovo capo dei tagliagole dell’Isis, poi nel febbraio scorso una notizia ha rimescolato le carte. Un rapporto del team di monitoraggio delle sanzioni dell’Onu, basato su informazioni di intelligence fornite dagli Stati membri, rilancia l’ipotesi che Abdul Qadir Mumin, già a capo della filiale somala dello Stato islamico, possa essere il nuovo leader globale del gruppo jihadista. La figura di Mumin è da tempo considerata centrale nelle dinamiche operative dell’Isis su scala internazionale. In precedenza era stato indicato come responsabile della direzione generale delle province, con particolare influenza sulle affiliate africane. Ma nuove informazioni emerse a fine 2023 – e ritenute attendibili da alcuni funzionari del Comando Africa degli Stati Uniti – suggeriscono che Mumin ricopra in realtà il vertice assoluto dell’organizzazione.
Tale analisi si sta diffondendo tra gli Stati membri dell’Onu, che osservano come lo Stato islamico stia ristrutturando il proprio apparato per rispondere alle mutate condizioni operative in Iraq e Siria. Il rapporto evidenzia un possibile spostamento di assetti strategici in nuove aree geografiche e un graduale passaggio verso una struttura di comando più decentralizzata. Non tutti, però, condividono questa visione. Alcuni governi giudicano improbabile che il gruppo rinunci al controllo delle sue tradizionali roccaforti mediorientali. Altri sollevano dubbi sulla legittimità religiosa di Mumin, in quanto non discendente diretto del profeta Maometto – elemento ritenuto essenziale dalla dottrina salafita-jihadista per guidare il cosiddetto califfato. Il rapporto Onu fornisce anche dettagli sulla base operativa di Abdul Qadir Mumin, identificata in un’area remota di Buur Dhexaad, nel cuore della catena montuosa Cal Miskaad, nel nord della Somalia. Si tratterebbe di un sistema ben articolato di grotte naturali e strutture fortificate che garantirebbero al gruppo una protezione strategica contro raid aerei: l’asperità del terreno e l’altitudine rendono difficile ogni incursione, offrendo un vantaggio tattico che rafforza la capacità di sopravvivenza dell’organizzazione.
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L’attentato alla chiesa di Damasco è opera di un gruppo appena nato. I negoziati con Israele e le ambiguità del leader Al Sharaa.L’esperta Elisa Garfagna: «Oggi lo Stato islamico si concentra su Africa e Medio Oriente. I terroristi sfruttano l’Intelligenza artificiale e la conoscenza dei social. Il loro target sono gli adolescenti. Obiettivo: radicalizzare e reclutare».Nell’agosto 2023 lo Stato islamico ha annunciato l’insediamento di un nuovo comandante: Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi. La nomina è stata resa pubblica tramite un messaggio audio diffuso dalla macchina propagandistica jihadista, nel quale il nuovo portavoce del gruppo, Abu Hudhayfah al-Ansari, ha proclamato la sua lealtà al nuovo «califfo».Lo speciale contiene tre articoli.Il canale libanese Lbci ha riferito domenica scorsa, citando fonti a conoscenza degli sviluppi in Siria, sulle condizioni poste da Damasco per un accordo di pace con Israele. Secondo il rapporto, le condizioni includono il riconoscimento israeliano del regime del presidente siriano Ahmed al-Sharaa, il ritiro dai territori conquistati da Israele dallo scorso dicembre e dalla zona cuscinetto del Golan, la cessazione degli attacchi aerei israeliani in Siria e accordi di sicurezza nella Siria meridionale, in particolare lungo il confine e la zona trifrontaliera con la Giordania. Ma la cosa più importante, secondo il rapporto, è che la Siria pretende dagli Stati Uniti garanzie per gli accordi e il sostegno americano al regime siriano. In cambio, la Siria riconoscerebbe la sovranità israeliana sulle alture del Golan. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha annunciato l’interesse di Gerusalemme a estendere gli accordi di «pace e normalizzazione» anche a Siria e Libano. «Israele intende ampliare il perimetro degli Accordi di Abramo», ha affermato Saar in conferenza stampa, facendo riferimento agli storici patti mediati dagli Stati Uniti e siglati nel 2020 con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco. «Vogliamo includere altri Paesi, come la Siria e il Libano, nel processo di pace e normalizzazione, garantendo al contempo la tutela degli interessi fondamentali e della sicurezza nazionale di Israele», ha concluso il ministro. Tutto avviene mentre un’inchiesta approfondita firmata da Reuters ha svelato nuovi dettagli inquietanti sull’uccisione sistematica di circa 1.500 cittadini siriani di etnia alawita, avvenuta nel corso di una violenta offensiva mirata lungo la costa mediterranea tra il 7 e il 9 marzo 2025. Secondo quanto emerso, gli attacchi sarebbero stati orchestrati da milizie riconducibili al nuovo governo siriano, attraverso una catena di comando che, secondo il rapporto, risalirebbe fino agli apparati centrali del potere a Damasco. Nonostante la gravità delle violenze documentate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che dispone la revoca totale delle sanzioni americane nei confronti della Siria, seguendo la linea già intrapresa in precedenza anche dall’Ue. Secondo quanto comunicato ufficialmente dalla Casa Bianca, la misura è subordinata a una serie di impegni vincolanti che Damasco dovrà rispettare: l’espulsione di tutte le fazioni terroristiche palestinesi presenti sul proprio territorio, l’avvio di un processo di normalizzazione diplomatica con Israele e l’assunzione del controllo diretto sulle carceri in cui sono detenuti oltre 10.000 combattenti dello Stato islamico. Tali condizioni pongono sfide considerevoli per il governo guidato da al-Sharaa che, sebbene abbia adottato un profilo esteriore più moderato – «si è accorciato la barba», notano alcuni osservatori – resta, per molti analisti internazionali, profondamente radicato nell’ideologia jihadista. Premesso che la pacificazione tra Israele e Siria è ancora lontana, un accordo di queto tipo non piace allo Stato islamico e al nuovo gruppo jihadista siriano chiamato Saraya Ansar al-Sunna (Squadroni dei sostenitori della Sunna), autore dell’attacco kamikaze in una chiesa cristiana qualche giorno fa a Damasco. Nonostante la perdita del controllo territoriale nel 2019 e l’eliminazione di buona parte del suo vertice, lo Stato islamico continua a costituire un pericolo concreto e duraturo nell’area siriana. Le più recenti valutazioni, provenienti da fonti delle Nazioni Unite e istituti di ricerca internazionali, stimano che il gruppo conti attualmente tra i 5.000 e i 7.000 combattenti attivi distribuiti tra Siria e Iraq. In quest’ultimo Paese, i jihadisti presenti nelle aree desertiche sarebbero meno di mille. Questi combattenti operano in piccole unità mobili, principalmente nelle zone aride della Siria orientale, in particolare nelle province di Deir Ezzor, Homs e Hama. Sfruttano l’assenza di un’autorità stabile, effetto collaterale della guerra civile, e le tensioni irrisolte tra il regime siriano, le forze curde e la coalizione internazionale a guida statunitense. Secondo gli analisti dell’International Centre for Counter-Terrorism (Icct), l’organizzazione ha rivoluzionato la propria strategia: ha abbandonato il modello di esercito regolare in favore di un’insurrezione armata, puntando su attentati mirati, azioni di sabotaggio e attacchi contro le truppe governative siriane, le milizie curde delle Forze democratiche siriane (Sdf) e bersagli civili. Le operazioni vengono pianificate attraverso una struttura di comando non centralizzata, che si avvale di sistemi di comunicazione criptati e dell’esperienza militare accumulata in oltre un decennio di conflitto. A questa minaccia operativa si aggiunge un altro fronte d’allarme: la presenza di migliaia di jihadisti detenuti in carceri e campi di prigionia nel nord-est della Siria, sotto sorveglianza curda. Secondo le stime fornite dalle Sdf, oltre 10.000 membri dello Stato islamico — inclusi numerosi stranieri — sono rinchiusi in strutture spesso precarie e sovraffollate. A questi si aggiungono circa 60.000 donne e minori legati al gruppo, confinati nel solo campo di Al-Hol, da tempo considerato un epicentro potenziale di nuova radicalizzazione jihadista. La destabilizzazione della Siria non è che una delle preoccupazioni delle intelligence occidentali dato che l’Africa e il Sahel sono il campo di battaglia dell’Isis e di al-Qaeda che si sfidano sulla pelle dei civili per la supremazia. Qui i numeri sono spaventosi perché secondo recenti stime i vari gruppi locali dell’Isis possono contare su almeno 10.000/15.000 miliziani mentre al-Qaeda si attesterebbe attorno ai 16.000 uomini (circa 8.000 solo in Somalia con gli Shaabab). Tutto questo è più vicino a noi di quanto possiamo immaginare perché attraverso le rotte dei migranti (come visto molte volte), arrivano in Europa uomini preparati alla guerra che possono contare su importanti appoggi locali. Il pericolo jihadista nell’Unione europea non è mai venuto meno, come mostra l’ultimo rapporto di Europol 2025 che analizza l’evoluzione del terrorismo nell’Unione europea, offrendo una sintesi dettagliata su attentati, operazioni di polizia e sentenze legate al jihadismo, all’estremismo di destra e sinistra, a moventi etno-nazionalisti e ad altre forme di violenza ideologica. Nel corso del 2024, 14 Paesi Ue hanno registrato complessivamente 58 episodi di matrice terroristica: 34 portati a termine, 5 falliti e 19 neutralizzati prima di entrare in fase operativa. Nello stesso periodo, sono stati effettuati 449 arresti in 20 Stati dell’Unione. Particolarmente preoccupante è il dato anagrafico degli indagati: circa un terzo degli arrestati per reati legati al terrorismo era composto da minorenni o giovani appena maggiorenni. Il caso più eclatante riguarda un ragazzo di soli 12 anni, coinvolto in un’indagine per aver partecipato all’organizzazione di un attacco terroristico. 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L’organizzazione curava la creazione, la gestione e la diffusione di contenuti propagandistici, promuovendo il jihadismo e incitando al terrorismo su scala globale. Attraverso siti web, social, radio e una agenzia di stampa, I’lam veicolava messaggi in oltre 30 lingue, alimentando la narrativa dello Stato islamico in tutto il mondo. La rete si avvaleva di una sofisticata architettura tecnologica, progettata per ostacolare il tracciamento e garantire resilienza operativa. I server sono stati individuati e disattivati in Germania, Paesi Bassi, Usa e Islanda e sono state arrestate nove persone. Per l’Isis il colpo è stato durissimo e oggi, almeno per il momento, la scelta è quella di diffondere sul dark web il loro sito privilegiando contenuti su Africa, Siria e Iraq. Questo non vuole dire che l’Isis non si interessi all’Europa ma si tratta, almeno nella propaganda, di un ripiegamento tattico interrotto durante i grandi eventi, ad esempio quelli sportivi, per minacciare attentati o chiedere ai cosiddetti «lupi solitari» di entrare in azione».Come si articola la propaganda di Hamas?«Hamas impiega una strategia comunicativa estremamente mirata, calcolata al millimetro curando soprattutto la potenziale influenza in Europa. La loro propaganda si basa su tre punti principali. Il primo è la narrazione della sofferenza umana, dipingendo le operazioni israeliane come «genocidio» o «pulizia etnica». Questo viene fatto con lo scopo di suscitare empatia e indignazione, sfruttando immagini e video di civili inermi. Il secondo punto è quello di diffondere accuse di assedio, colonizzazione e carestia, attribuendone la colpa interamente a Israele, al fine di presentarlo come un oppressore disumano. Questi messaggi vengono poi capillarmente diffusi tramite piattaforme come X, Telegram e TikTok per raggiungere un pubblico molto ampio. Il rilascio degli ostaggi è spesso trasformato in uno spettacolo altamente coreografato: l’intento è di trasmettere un’immagine «umanitaria» dei terroristi di Hamas e contemporaneamente offuscare la propria brutalità. Il terzo punto è la demonizzazione di Benjamin Netanyahu che viene dipinto come un leader sanguinario per personalizzare il conflitto e proiettarlo su un unico individuo che diviene bersaglio e polarizzare così meglio l’opinione pubblica».Quanto uso fanno i propagandisti di Hamas dell’Intelligenza artificiale?«I propagandisti di Hamas stanno studiando sempre di più le potenzialità dell’Intelligenza artificiale (Ia) per migliorare la loro comunicazione, andando ben oltre la semplice generazione tramite prompt di immagini e video. L’Ia viene impiegata per generare grandi volumi di contenuti di testo e vocali in diverse lingue. Questo permette ad Hamas di aumentare in modo imponente la portata e l’efficacia del messaggio. Per non parlare della difficoltà sempre più crescente, di distinguere il vero dal falso. Un altro utilizzo dell’Ia è nell’automazione della diffusione sui social: bot e account falsi amplificano i messaggi con «mi piace», condivisioni e commenti, creando l’illusione di un consenso sempre più grande e simulando interazioni organiche tra utenti. L’Ia consente inoltre un targeting altamente personalizzato dei messaggi, analizzando i dati degli utenti per identificarne i punti deboli e adattare le campagne di comunicazione. Inoltre l’Ia può essere sfruttata per aggirare i sistemi di censura delle piattaforme, sviluppando contenuti che sfuggono ai controlli automatici».I gruppi terroristici puntano molto sugli adolescenti e sui bambini. «Tutti puntano strategicamente su adolescenti e bambini, facendo leva sulla loro vulnerabilità. Iniziano sempre col descrivere la propria comunità come vittima di ingiustizie, scatenando così un naturale senso di vendetta e resistenza all'oppressore. I terroristi esaltano figure di eroi e martiri, promettendo gloria e successo. In questo modo i giovani colmano il loro desiderio di identità e di appartenenza. Infine, il passaggio più subdolo è quello di usare contenuti moderni e molto impattanti a livello emozionale, che parlano direttamente il linguaggio dei giovani. Video perfetti, canzoni rap, elementi di gamification e meme, tutti progettati per essere condivisibili e virali su piattaforme come TikTok e Telegram. Questo approccio è molto ben studiato, è difficile ridurne la diffusione in modo tempestivo. Reclutare e radicalizzare: questo è lo scopo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/isis-pericolo-2672840250.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="levoluzione-dei-seguaci-del-califfo-cambio-al-vertice-e-struttura-piu-decentrata" data-post-id="2672840250" data-published-at="1751891798" data-use-pagination="False"> L’evoluzione dei seguaci del «califfo». Cambio al vertice e struttura più decentrata Nell’agosto 2023 lo Stato islamico ha annunciato l’insediamento di un nuovo comandante: Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi. La nomina è stata resa pubblica tramite un messaggio audio diffuso dalla macchina propagandistica jihadista, nel quale il nuovo portavoce del gruppo, Abu Hudhayfah al-Ansari, ha proclamato la sua lealtà al nuovo «califfo». Sull’identità del leader si conosce ben poco. Il nome adottato - in linea con la tradizione dei vertici dell’Isis - è intenzionalmente enigmatico. L’epiteto «al-Hashimi al-Qurashi» ha un valore simbolico: richiama la stirpe del profeta Maometto e, secondo la dottrina salafita-jihadista, costituisce un requisito essenziale per la legittimazione alla guida dello Stato islamico. Abu Hafs è succeduto ad Abu al-Hussein al-Husseini al-Qurashi, eliminato pochi mesi prima nel nord-ovest della Siria durante un’operazione riconducibile a milizie dell’opposizione siriana, la cui identità è stata poi confermata dalle autorità turche. In seguito alla sua uccisione, il Consiglio della Shura dell’organizzazione ha seguito il rituale canonico per selezionare il successore, un processo che oggi appare sempre più svuotato di effettivo peso decisionale.Per due anni Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi pur essendo una sorta di fantasma (non esistono audio o video di lui), è stato riconosciuto dalle agenzia di intelligence come il nuovo capo dei tagliagole dell’Isis, poi nel febbraio scorso una notizia ha rimescolato le carte. Un rapporto del team di monitoraggio delle sanzioni dell’Onu, basato su informazioni di intelligence fornite dagli Stati membri, rilancia l’ipotesi che Abdul Qadir Mumin, già a capo della filiale somala dello Stato islamico, possa essere il nuovo leader globale del gruppo jihadista. La figura di Mumin è da tempo considerata centrale nelle dinamiche operative dell’Isis su scala internazionale. In precedenza era stato indicato come responsabile della direzione generale delle province, con particolare influenza sulle affiliate africane. Ma nuove informazioni emerse a fine 2023 – e ritenute attendibili da alcuni funzionari del Comando Africa degli Stati Uniti – suggeriscono che Mumin ricopra in realtà il vertice assoluto dell’organizzazione.Tale analisi si sta diffondendo tra gli Stati membri dell’Onu, che osservano come lo Stato islamico stia ristrutturando il proprio apparato per rispondere alle mutate condizioni operative in Iraq e Siria. Il rapporto evidenzia un possibile spostamento di assetti strategici in nuove aree geografiche e un graduale passaggio verso una struttura di comando più decentralizzata. Non tutti, però, condividono questa visione. Alcuni governi giudicano improbabile che il gruppo rinunci al controllo delle sue tradizionali roccaforti mediorientali. Altri sollevano dubbi sulla legittimità religiosa di Mumin, in quanto non discendente diretto del profeta Maometto – elemento ritenuto essenziale dalla dottrina salafita-jihadista per guidare il cosiddetto califfato. Il rapporto Onu fornisce anche dettagli sulla base operativa di Abdul Qadir Mumin, identificata in un’area remota di Buur Dhexaad, nel cuore della catena montuosa Cal Miskaad, nel nord della Somalia. Si tratterebbe di un sistema ben articolato di grotte naturali e strutture fortificate che garantirebbero al gruppo una protezione strategica contro raid aerei: l’asperità del terreno e l’altitudine rendono difficile ogni incursione, offrendo un vantaggio tattico che rafforza la capacità di sopravvivenza dell’organizzazione.
Roberto Vannacci. Nel riquadro, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello (Ansa)
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma.
«Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta». Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a Sky Tg24, lo definisce «incompatibile con i valori della Lega, che è stata un taxi anche molto comodo sul quale si è seduto». L’avventura ultrasovranista dell’ex generale apre le porte ai primi aspiranti adepti e rimescola le carte in Parlamento. In tanti sono pronti a dire «ci sono», ma con una postilla grossa come una casa. Serve una classe dirigente. Tradotto: vogliono sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce per loro un seggio sicuro. Lasciare un partito va bene, ma rimanere senza poltrona mai. A Vannacci riconoscono il carisma di un vero patriota ma la fedeltà passa prima dall’ufficio di un notaio.
Chi si butta a corpo morto nel sacro fuoco del sovranismo sono i deputati (ex) leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso. Ieri hanno lasciato la Lega e sono entrati, a piedi, nel grande garage del gruppo misto: «Seguiamo Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista». Un altro che non ha avuto esitazioni è Emanuele Pozzolo, anche lui nel minestrone del misto, emarginato da Fratelli d’Italia per aver ferito una persona con una pistola ad una festa di Capodanno. Per lui Vannacci è destinato a diventare il Charles de Gaulle italiano. La concorrenza si fa affollata, il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga. Ex leghisti in cerca d’autore, raccattati, transfughi ideologici, nostalgici assortiti e qualche impresentabile. Qualche giorno fa, a proposito dei fantomatici incontri tra Vannacci, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, l’ex generale scrisse su Facebook: «Di questo passo ci diranno che sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Soumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». L’ex paladino dei braccianti ieri ha smentito i rumors di un suo possibile ingresso nel movimento dell’ex parà: «Una barzelletta che mi ha fatto sorridere, essendo la notizia completamente priva di fondamento e che pertanto smentisco totalmente. Mi sorprende, inoltre, che provenga da persone che avrebbero potuto, se non altro, contattarmi direttamente, anziché diffondere un mucchio di falsità».
Il folklore attorno a Vannacci continua con il sindaco di Pennabili (comune di 2.000 anime in provincia di Rimini), Mauro Giannini, il quale si dichiara pronto a sostenere Vannacci, «patriota vero», con toni da adunata del Ventennio e camicia strappata per mostrare il tatuaggio della Decima Mas. «Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce, questo è il mio petto, fucilatemi». Una scena che sembra uscita dall’Istituto Luce e caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, imposto da Vannacci come consigliere della Lega in Veneto, il quale vuol farci digerire che difendere Vladimir Putin significa difendere la democrazia. Il premio del grande guazzabuglio va però a Mario Adinolfi, che vaneggia di un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. «Noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme». Pure Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integralista, con la sua Democrazia sovrana popolare, apre a collaborazioni. Tra i veterani rispunta Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una folla di scontenti.
Insomma, il mercato è aperto e i colori sono quelli del banco della frutta. Tutti. A orbitare attorno a Futuro Nazionale c’è anche Simone Ruzzi, conosciuto come «Cicalone», ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente». Per candidarsi c’è sempre tempo. Infine, c’è pure chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come il deputato leghista Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa con Casapound alla Camera sulla remigrazione, che ringrazia ma prosegue col Carroccio. Il progetto di Vannacci è pronto, in tanti vogliono arrampicarsi, soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere, in cerca di notorietà. Mentre questo raduno avanza, c’è da risolvere il problema del simbolo. Il marchio «Futuro Nazionale» risultava già registrato. Ma ieri questa nube si è dissolta. Il simbolo fu infatti depositato nel 2010 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese da un ex consigliere regionale M5s, Riccardo Mercante, poi deceduto in un incidente stradale nel 2020. «Non mi piace Vannacci. Non mi piace proprio. E non intendiamo cedergli il marchio depositato da mio marito», ha dichiarato al Fatto quotidiano la vedova del penstallato, Marina Caprioni. Tuttavia si è scoperto che la registrazione non è stata rinnovata alla scadenza dei dieci anni come la legge impone, pertanto è libero da ogni proprietà. «Finché non c’è nulla di diverso - replica Vannacci - continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare».
Il portavoce del movimento «Il Mondo al Contrario» e consigliere regionale della Toscana Massimiliano Simoni, chiarisce: "Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che l’uso improprio e non autorizzato del simbolo di Futuro Nazionale che è di Vannacci non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».
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Il saluto di Giorgia Meloni alle forze dell'ordine a Milano Rogoredo (Ansa)
Meloni arriva in mattinata alla stazione di Rogoredo, uno dei luoghi più delicati del capoluogo lombardo. Tra binari e parcheggi sono schierati i carri leggeri Puma dell’esercito e i militari dell’operazione Strade sicure, insieme a carabinieri e polizia. La visita è rapida, senza dichiarazioni ufficiali, fatta di saluti e brevi scambi con gli uomini in servizio. «Sono venuta a salutare e ringraziare», dirà poi in un video diffuso sui social.
Il luogo è legato a una sequenza di fatti ravvicinati: il 26 gennaio uno spacciatore è stato ucciso durante un intervento di polizia nei pressi del cosiddetto «boschetto della droga»; pochi giorni dopo, nella stessa area, un secondo episodio armato ha riportato l’allarme sicurezza su una zona che da anni rappresenta uno dei nodi più difficili di Milano. Due sparatorie in poco più di una settimana che hanno riacceso il dibattito sull’ordine pubblico e sulle condizioni operative delle forze dell’ordine. L’inchiesta giudiziaria avviata sul poliziotto coinvolto nel primo episodio (con una inspiegabile accusa di omicidio volontario) ha irrigidito il clima, mentre sul fronte sindacale il Sap ha promosso una raccolta fondi per sostenere le spese legali dell’agente, con centinaia di adesioni in pochi giorni e una sottoscrizione di almeno 15.000 euro. La presenza del premier si colloca dentro questa cronaca e diventa, al tempo stesso, una risposta politica indiretta. Da un lato al centrosinistra che governa Milano in vista delle elezioni del 2027 e che sul tema della sicurezza, sotto l’amministrazione di Beppe Sala, appare esposto e in difficoltà; dall’altro a chi, anche a destra, insiste nel raccontare Fratelli d’Italia come una forza ormai centrista, sostenendo che la «vera» destra securitaria sia altrove, magari in quella che sta creando Roberto Vannacci in uscita dalla Lega. La scena di Rogoredo, accompagnata dal decreto Sicurezza approvato alla vigilia, serve a ribadire che quel terreno resta centrale per il governo. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivendica l’impiego di circa 12.000 carabinieri ausiliari per rafforzare il presidio sul territorio, mentre il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato parla di presidi fissi necessari e di una risposta che, a suo giudizio, doveva arrivare da tempo.
Dal quadrante Sud-est il baricentro della giornata si sposta verso il centro, in una città sempre più blindata. La prefettura ha sede a Palazzo Diotti, da sempre snodo dell’amministrazione statale in città. Oggi è circondato da transenne e forze dell’ordine ed è il fulcro degli incontri istituzionali. Meloni incontra prima l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al Thani, in un colloquio riservato su cooperazione economica, energia e dossier mediorientali. Poi arriva la delegazione statunitense guidata dal vicepresidente J.D. Vance, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio. All’inizio del faccia a faccia Meloni lega l’incontro al contesto simbolico della giornata: «Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, l’Occidente che è alla base della nostra cooperazione e del futuro che vogliamo costruire insieme».
Vance risponde con toni cordiali, elogiando l’organizzazione dei Giochi e la città: «Avete fatto un lavoro eccezionale, la città è bellissima. Abbiamo ottimi rapporti, connessioni economiche e partnership, ed è bello avere valori condivisi». Il bilaterale dura oltre due ore e mezzo ed è seguito da un pranzo privato. Secondo Palazzo Chigi, al centro del colloquio ci sono i principali dossier di politica internazionale, «con particolare riferimento agli ultimi sviluppi in Iran e Venezuela».
Dal lato americano, l’ufficio del vicepresidente sottolinea «la grande solidità delle relazioni bilaterali» e il confronto sugli sforzi comuni per migliorare il clima per gli affari e gli investimenti. È qui che la cronaca lascia intravedere la lettura politica più ampia: l’incontro serve a smentire l’idea di una Meloni marginale nel rapporto con la nuova amministrazione americana. La presenza di Vance a Milano, il tempo dedicato al bilaterale e il linguaggio usato da entrambe le parti raccontano un rapporto che resta solido. Il pranzo produce anche una nota di colore, quando lo staff americano indica per errore ai giornalisti la presenza del «coniuge» del premier, salvo correggere poco dopo l’elenco dei partecipanti. Nel primo pomeriggio Vance e la moglie Usha lasciano Palazzo Diotti per una breve visita alla Pinacoteca di Brera, meno di mezz’ora tra le sale del museo prima del rientro in albergo. Meloni, invece, si dirige a Palazzo Reale per il ricevimento con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i capi di Stato e di governo presenti per i Giochi.
In serata l’ultimo appuntamento allo stadio Meazza per la cerimonia inaugurale di Milano-Cortina.
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La cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali allo stadio di San Siro (Ansa)
Il presidente Mattarella, Giorgia Meloni e la presidente del Cio, Kirsty Coventry (colei che ha rimediato al delirio dei transgender nelle gare femminili) fanno da padroni di casa a 51 capi di Stato, presidenti e teste coronate, con il segretario dell’Onu, António Guterres, gli americani J.D. Vance (fischiato sul maxischermo) e Marco Rubio, re Carlo Gustavo di Svezia, Anna d’Inghilterra, Felipe di Spagna, l’emiro del Qatar, Al Thani, la consigliera di Stato cinese, Shen Yiqina. Si fa prima a dire chi ha disertato: Emmanuel Macron in preda al dilemma infantile di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se ci sono o se non ci sono?». Curiosa assenza anche perché i prossimi Giochi invernali del 2030 saranno in Alta Savoia.
L’emozione aumenta fra i 70.000 sugli spalti quando Mariah Carey canta «Nel blu dipinto di blu» e Andrea Bocelli fa snowboard sulle note classiche a lui care. Il gruppo di creativi di Marco Balich, un’autorità in tema di cerimonie olimpiche (ne ha organizzate 16) ha fatto un buon lavoro nell’alveo politicamente corretto con inclinazioni nazionalpopolari. Doveroso il rimpallo in contemporanea con Cortina, Livigno, Predazzo per celebrare la prima olimpiade invernale multisede. Per fortuna non c’è lo scempio queer che ha ammorbato l’inaugurazione delle Olimpiadi di Parigi. Qui domina l’italianità, l’identità culturale, a superamento del globalismo dozzinale da supermarket. Si parte con un balletto di angeli, senza il volto di Giorgia Meloni per non turbare il progressista medio collegato.
Ecco il km zero delle nostre eccellenze planetarie: i volti di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gioacchino Rossini. Manca Leonardo Da Vinci, in panchina. Poi un volo d’angelo sulla Storia e le sue vestigia (l’Impero romano, il Rinascimento), sulla letteratura e l’architettura-design, sul made in Italy della cucina e della moda. Non può mancare la tendenza spaghetti-mandolino, dura a morire. Pierfrancesco Favino recita l’Infinito di Giacomo Leopardi; Sabrina Impacciatore vestita a caso da Humana vintage si agita inutilmente; Brenda Lodigiani impartisce una lezione di «lingua parallela dei gesti» molto italiana.
È tempo di guardare le stelle: sfilano gli atleti. Le nazioni sono 96, i protagonisti 2.900. I più attesi sono i 196 italiani come sempre griffati Giorgio Armani. Avanzano sui «tunz tunz» di dj Mace, guidati dai portabandiera Arianna Fontana e Federico Pellegrino a Milano, Federica Brignone e Amos Mosaner a Cortina. Ci sono anche gli altri. Molto applauditi i 46 ucraini, la guerra non li ferma. Russi e bielorussi non sfilano ma gareggiano come privati. I quattro iraniani sono più forti della dittatura degli ayatollah. Per rimanere nell’alveo politico, gli israeliani vengono fischiati in un momento di tristezza e di vergogna.
Arrivano gli snowboardisti australiani, lo slalomista brasiliano e quello della Guinea Bissau che si allena in un centro commerciale a Dubai. E poi i tradizionali bobisti giamaicani, due bellissime cilene (freestyle e sci alpino), la groenlandese inuit del biathlon Ukaleq Slettemark plurintervistata sulla geopolitica, la freestyler cino-americana Eileen Gu (guadagna 20 milioni di dollari l’anno ha 2 milioni di follower su Instagram) con 125 agguerriti connazionali.
Tutto scivola verso la fine. Il rappresentante italiano del Cio, Giovanni Malagò, si autocelebra e s’inceppa. Il presidente Mattarella dichiara aperti i Giochi con la formula classica. I tedofori campioni accendono fiaccola (il bambino di 11 anni lasciato per strada ha aiutato ad alzare la bandiera a Cortina) e speranze: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Gustavo Thoeni e Sofia Goggia a Cortina. Arriva Ghali, che recita la poesia di Gianni Rodari «Promemoria» contro la guerra. Non ne ha azzeccata una. Voleva cantare l’inno di Mameli ma senza l’autotune non lo avrebbe sentito nessuno. Si è lamentato perché l’arabo sarebbe stato bandito, ma il giuramento olimpico è stato pronunciato come sempre anche in quella lingua.
Orgoglio e malinconia nel vedere così sfavillante lo stadio di San Siro, sapendo che la vecchia signora pittata dai visagisti delle dive è all’ultima uscita, prima del De profundis necessario. Perché un conto è vedere lo spettacolo dai box vip e un altro avere bisogno dei bagni per la gente comune o salire le scale da falansterio del socialismo reale. Ieri sera i giornalisti di tutto il pianeta rimpiangevano Pechino e Sochi in una sala stampa da quarto mondo senza le prese, ma con le bustine di malva per calmare i più nervosi.
La fiaccola approda nel braciere dell’Arco della Pace da dove vigilerà sulle due settimane di gare, maranza e pro pal permettendo. Da oggi entrano in scena cronometri, pattini, cancelletti, scioline. E il cuore degli atleti azzurri, si spera, a fare la differenza. Subito a tifare per Giovanni Franzoni e Dominik Paris nella discesa libera, per Francesca Lollobrigida (pronipote della Lollo) nel pattinaggio di velocità. Nell’attesa, neofiti ed espertoni di short track dall’altroieri, tutti a rivedere «Miracle», la partita di hockey più leggendaria della storia. Ovviamente sul divano.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Nelle stesse ore in cui Milano e Cortina accendevano i riflettori olimpici, Macron si trovava a Nuuk per inaugurare il nuovo consolato francese in Groenlandia. Si tratta di un avamposto diplomatico di dimensioni ridotte, con pochi funzionari e competenze limitate, ma caricato dall’Eliseo di un forte significato politico. La presenza francese, ha spiegato il nuovo console Jean-Noël Poirier, serve a ribadire l’impegno di Parigi a tutela della sovranità e dell’integrità territoriale di Danimarca e Groenlandia. «Abbiamo una linea rossa chiara: non faremo nulla che non sia in piena sintonia con ciò che vogliono i nostri amici danesi», ha affermato Poirier con solenne sicumera transalpina.
Quello che, formalmente, potrebbe sembrare un atto di ordinaria amministrazione diplomatica, nella sostanza vuole essere un gesto ad alta densità simbolica. Secondo Bloomberg, che ha fornito un’interessante lettura della vicenda, il peso dell’operazione è piuttosto modesto: un consolato minuscolo non sposta gli equilibri della sicurezza artica, ma consente tutt’al più alla Francia di segnalare la propria presenza in una regione divenuta cruciale nello scontro tra potenze. Sull’Artico, com’è noto, si sono posati da tempo gli occhi di Russia, Cina e, soprattutto, degli Stati Uniti, tornati a rivendicare apertamente la Groenlandia come tassello strategico della propria sicurezza. La sortita di Macron a trombe spiegate appare più teatro che sostanza. Una bandierina piantata nel ghiaccio per accreditarsi come protagonista europeo, senza però impegnarsi troppo sul piano operativo.
Leggermente diverso, ma speculare, è il caso del Canada che, al pari della Francia, ha deciso di aprire un suo consolato a Nuuk. Ottawa, però, si muove con maggiore cautela rispetto all’elefante francese nella cristalleria artica, dato che, al contrario di Parigi, è perfettamente consapevole della propria vulnerabilità nei confronti di Washington e dei rapporti sempre più tesi con Donald Trump. Anche qui, tuttavia, il messaggio politico conta più delle dimensioni dell’avamposto: riaffermare interessi artici trascurati per decenni e farsi trovare al tavolo quando si discuterà del futuro della regione. Oltre a sollevare dubbi sulla reale efficacia della sua mossa antitrumpiana, Macron ha finito anche per fare un evidente sgarbo a Roma, preferendo i ghiacci della Groenlandia ai riflettori olimpici di Milano-Cortina. E qui non può non tornare alla mente l’incidente accaduto alle Olimpiadi di Parigi, quando l’Italia non fece mancare la propria presenza, ma con Sergio Mattarella abbandonato sotto il diluvio senza nemmeno un ombrello: simbolo di un’accoglienza maldestra da parte del distratto anfitrione transalpino. Ieri come allora, insomma, tra le (velleitarie) ambizioni geopolitiche dell’Eliseo e il galateo diplomatico nei confronti dei «cugini» italiani sembra essersi creata una crepa che neppure i ghiacci eterni riescono più a nascondere.
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