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2025-07-07
Isis e nuove milizie. Se la Siria esplode rischiamo anche noi
L'attentato alla chiesa di Damasco del 22 giugno (Ansa)
Il canale libanese Lbci ha riferito domenica scorsa, citando fonti a conoscenza degli sviluppi in Siria, sulle condizioni poste da Damasco per un accordo di pace con Israele. Secondo il rapporto, le condizioni includono il riconoscimento israeliano del regime del presidente siriano Ahmed al-Sharaa, il ritiro dai territori conquistati da Israele dallo scorso dicembre e dalla zona cuscinetto del Golan, la cessazione degli attacchi aerei israeliani in Siria e accordi di sicurezza nella Siria meridionale, in particolare lungo il confine e la zona trifrontaliera con la Giordania. Ma la cosa più importante, secondo il rapporto, è che la Siria pretende dagli Stati Uniti garanzie per gli accordi e il sostegno americano al regime siriano. In cambio, la Siria riconoscerebbe la sovranità israeliana sulle alture del Golan.
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha annunciato l’interesse di Gerusalemme a estendere gli accordi di «pace e normalizzazione» anche a Siria e Libano. «Israele intende ampliare il perimetro degli Accordi di Abramo», ha affermato Saar in conferenza stampa, facendo riferimento agli storici patti mediati dagli Stati Uniti e siglati nel 2020 con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco. «Vogliamo includere altri Paesi, come la Siria e il Libano, nel processo di pace e normalizzazione, garantendo al contempo la tutela degli interessi fondamentali e della sicurezza nazionale di Israele», ha concluso il ministro.
Tutto avviene mentre un’inchiesta approfondita firmata da Reuters ha svelato nuovi dettagli inquietanti sull’uccisione sistematica di circa 1.500 cittadini siriani di etnia alawita, avvenuta nel corso di una violenta offensiva mirata lungo la costa mediterranea tra il 7 e il 9 marzo 2025. Secondo quanto emerso, gli attacchi sarebbero stati orchestrati da milizie riconducibili al nuovo governo siriano, attraverso una catena di comando che, secondo il rapporto, risalirebbe fino agli apparati centrali del potere a Damasco.
Nonostante la gravità delle violenze documentate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che dispone la revoca totale delle sanzioni americane nei confronti della Siria, seguendo la linea già intrapresa in precedenza anche dall’Ue. Secondo quanto comunicato ufficialmente dalla Casa Bianca, la misura è subordinata a una serie di impegni vincolanti che Damasco dovrà rispettare: l’espulsione di tutte le fazioni terroristiche palestinesi presenti sul proprio territorio, l’avvio di un processo di normalizzazione diplomatica con Israele e l’assunzione del controllo diretto sulle carceri in cui sono detenuti oltre 10.000 combattenti dello Stato islamico. Tali condizioni pongono sfide considerevoli per il governo guidato da al-Sharaa che, sebbene abbia adottato un profilo esteriore più moderato – «si è accorciato la barba», notano alcuni osservatori – resta, per molti analisti internazionali, profondamente radicato nell’ideologia jihadista.
Premesso che la pacificazione tra Israele e Siria è ancora lontana, un accordo di queto tipo non piace allo Stato islamico e al nuovo gruppo jihadista siriano chiamato Saraya Ansar al-Sunna (Squadroni dei sostenitori della Sunna), autore dell’attacco kamikaze in una chiesa cristiana qualche giorno fa a Damasco. Nonostante la perdita del controllo territoriale nel 2019 e l’eliminazione di buona parte del suo vertice, lo Stato islamico continua a costituire un pericolo concreto e duraturo nell’area siriana. Le più recenti valutazioni, provenienti da fonti delle Nazioni Unite e istituti di ricerca internazionali, stimano che il gruppo conti attualmente tra i 5.000 e i 7.000 combattenti attivi distribuiti tra Siria e Iraq. In quest’ultimo Paese, i jihadisti presenti nelle aree desertiche sarebbero meno di mille. Questi combattenti operano in piccole unità mobili, principalmente nelle zone aride della Siria orientale, in particolare nelle province di Deir Ezzor, Homs e Hama. Sfruttano l’assenza di un’autorità stabile, effetto collaterale della guerra civile, e le tensioni irrisolte tra il regime siriano, le forze curde e la coalizione internazionale a guida statunitense. Secondo gli analisti dell’International Centre for Counter-Terrorism (Icct), l’organizzazione ha rivoluzionato la propria strategia: ha abbandonato il modello di esercito regolare in favore di un’insurrezione armata, puntando su attentati mirati, azioni di sabotaggio e attacchi contro le truppe governative siriane, le milizie curde delle Forze democratiche siriane (Sdf) e bersagli civili. Le operazioni vengono pianificate attraverso una struttura di comando non centralizzata, che si avvale di sistemi di comunicazione criptati e dell’esperienza militare accumulata in oltre un decennio di conflitto.
A questa minaccia operativa si aggiunge un altro fronte d’allarme: la presenza di migliaia di jihadisti detenuti in carceri e campi di prigionia nel nord-est della Siria, sotto sorveglianza curda. Secondo le stime fornite dalle Sdf, oltre 10.000 membri dello Stato islamico — inclusi numerosi stranieri — sono rinchiusi in strutture spesso precarie e sovraffollate. A questi si aggiungono circa 60.000 donne e minori legati al gruppo, confinati nel solo campo di Al-Hol, da tempo considerato un epicentro potenziale di nuova radicalizzazione jihadista.
La destabilizzazione della Siria non è che una delle preoccupazioni delle intelligence occidentali dato che l’Africa e il Sahel sono il campo di battaglia dell’Isis e di al-Qaeda che si sfidano sulla pelle dei civili per la supremazia. Qui i numeri sono spaventosi perché secondo recenti stime i vari gruppi locali dell’Isis possono contare su almeno 10.000/15.000 miliziani mentre al-Qaeda si attesterebbe attorno ai 16.000 uomini (circa 8.000 solo in Somalia con gli Shaabab). Tutto questo è più vicino a noi di quanto possiamo immaginare perché attraverso le rotte dei migranti (come visto molte volte), arrivano in Europa uomini preparati alla guerra che possono contare su importanti appoggi locali. Il pericolo jihadista nell’Unione europea non è mai venuto meno, come mostra l’ultimo rapporto di Europol 2025 che analizza l’evoluzione del terrorismo nell’Unione europea, offrendo una sintesi dettagliata su attentati, operazioni di polizia e sentenze legate al jihadismo, all’estremismo di destra e sinistra, a moventi etno-nazionalisti e ad altre forme di violenza ideologica. Nel corso del 2024, 14 Paesi Ue hanno registrato complessivamente 58 episodi di matrice terroristica: 34 portati a termine, 5 falliti e 19 neutralizzati prima di entrare in fase operativa. Nello stesso periodo, sono stati effettuati 449 arresti in 20 Stati dell’Unione. Particolarmente preoccupante è il dato anagrafico degli indagati: circa un terzo degli arrestati per reati legati al terrorismo era composto da minorenni o giovani appena maggiorenni. Il caso più eclatante riguarda un ragazzo di soli 12 anni, coinvolto in un’indagine per aver partecipato all’organizzazione di un attacco terroristico. E questa è la notizia più brutta.
«Meno propaganda contro l’Europa, ma è solo un ripiegamento tattico»
Elisa Garfagna, esperta di comunicazione, studia la propaganda jihadista sul web.
Lo Stato islamico almeno a livello di propaganda sembra essere meno interessato all’Europa. È così?
«Nel giugno 2024, un’operazione internazionale coordinata da Europol ed Eurojust col supporto delle forze di sicurezza europee e Usa, ha portato allo smantellamento della Fondazione I’lam, considerata una delle principali infrastrutture mediatiche online al servizio dello Stato islamico. L’organizzazione curava la creazione, la gestione e la diffusione di contenuti propagandistici, promuovendo il jihadismo e incitando al terrorismo su scala globale. Attraverso siti web, social, radio e una agenzia di stampa, I’lam veicolava messaggi in oltre 30 lingue, alimentando la narrativa dello Stato islamico in tutto il mondo. La rete si avvaleva di una sofisticata architettura tecnologica, progettata per ostacolare il tracciamento e garantire resilienza operativa. I server sono stati individuati e disattivati in Germania, Paesi Bassi, Usa e Islanda e sono state arrestate nove persone. Per l’Isis il colpo è stato durissimo e oggi, almeno per il momento, la scelta è quella di diffondere sul dark web il loro sito privilegiando contenuti su Africa, Siria e Iraq. Questo non vuole dire che l’Isis non si interessi all’Europa ma si tratta, almeno nella propaganda, di un ripiegamento tattico interrotto durante i grandi eventi, ad esempio quelli sportivi, per minacciare attentati o chiedere ai cosiddetti «lupi solitari» di entrare in azione».
Come si articola la propaganda di Hamas?
«Hamas impiega una strategia comunicativa estremamente mirata, calcolata al millimetro curando soprattutto la potenziale influenza in Europa. La loro propaganda si basa su tre punti principali. Il primo è la narrazione della sofferenza umana, dipingendo le operazioni israeliane come «genocidio» o «pulizia etnica». Questo viene fatto con lo scopo di suscitare empatia e indignazione, sfruttando immagini e video di civili inermi. Il secondo punto è quello di diffondere accuse di assedio, colonizzazione e carestia, attribuendone la colpa interamente a Israele, al fine di presentarlo come un oppressore disumano. Questi messaggi vengono poi capillarmente diffusi tramite piattaforme come X, Telegram e TikTok per raggiungere un pubblico molto ampio. Il rilascio degli ostaggi è spesso trasformato in uno spettacolo altamente coreografato: l’intento è di trasmettere un’immagine «umanitaria» dei terroristi di Hamas e contemporaneamente offuscare la propria brutalità. Il terzo punto è la demonizzazione di Benjamin Netanyahu che viene dipinto come un leader sanguinario per personalizzare il conflitto e proiettarlo su un unico individuo che diviene bersaglio e polarizzare così meglio l’opinione pubblica».
Quanto uso fanno i propagandisti di Hamas dell’Intelligenza artificiale?
«I propagandisti di Hamas stanno studiando sempre di più le potenzialità dell’Intelligenza artificiale (Ia) per migliorare la loro comunicazione, andando ben oltre la semplice generazione tramite prompt di immagini e video. L’Ia viene impiegata per generare grandi volumi di contenuti di testo e vocali in diverse lingue. Questo permette ad Hamas di aumentare in modo imponente la portata e l’efficacia del messaggio. Per non parlare della difficoltà sempre più crescente, di distinguere il vero dal falso. Un altro utilizzo dell’Ia è nell’automazione della diffusione sui social: bot e account falsi amplificano i messaggi con «mi piace», condivisioni e commenti, creando l’illusione di un consenso sempre più grande e simulando interazioni organiche tra utenti. L’Ia consente inoltre un targeting altamente personalizzato dei messaggi, analizzando i dati degli utenti per identificarne i punti deboli e adattare le campagne di comunicazione. Inoltre l’Ia può essere sfruttata per aggirare i sistemi di censura delle piattaforme, sviluppando contenuti che sfuggono ai controlli automatici».
I gruppi terroristici puntano molto sugli adolescenti e sui bambini.
«Tutti puntano strategicamente su adolescenti e bambini, facendo leva sulla loro vulnerabilità. Iniziano sempre col descrivere la propria comunità come vittima di ingiustizie, scatenando così un naturale senso di vendetta e resistenza all'oppressore. I terroristi esaltano figure di eroi e martiri, promettendo gloria e successo. In questo modo i giovani colmano il loro desiderio di identità e di appartenenza. Infine, il passaggio più subdolo è quello di usare contenuti moderni e molto impattanti a livello emozionale, che parlano direttamente il linguaggio dei giovani. Video perfetti, canzoni rap, elementi di gamification e meme, tutti progettati per essere condivisibili e virali su piattaforme come TikTok e Telegram. Questo approccio è molto ben studiato, è difficile ridurne la diffusione in modo tempestivo. Reclutare e radicalizzare: questo è lo scopo».
L’evoluzione dei seguaci del «califfo». Cambio al vertice e struttura più decentrata
Nell’agosto 2023 lo Stato islamico ha annunciato l’insediamento di un nuovo comandante: Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi. La nomina è stata resa pubblica tramite un messaggio audio diffuso dalla macchina propagandistica jihadista, nel quale il nuovo portavoce del gruppo, Abu Hudhayfah al-Ansari, ha proclamato la sua lealtà al nuovo «califfo». Sull’identità del leader si conosce ben poco. Il nome adottato - in linea con la tradizione dei vertici dell’Isis - è intenzionalmente enigmatico. L’epiteto «al-Hashimi al-Qurashi» ha un valore simbolico: richiama la stirpe del profeta Maometto e, secondo la dottrina salafita-jihadista, costituisce un requisito essenziale per la legittimazione alla guida dello Stato islamico. Abu Hafs è succeduto ad Abu al-Hussein al-Husseini al-Qurashi, eliminato pochi mesi prima nel nord-ovest della Siria durante un’operazione riconducibile a milizie dell’opposizione siriana, la cui identità è stata poi confermata dalle autorità turche. In seguito alla sua uccisione, il Consiglio della Shura dell’organizzazione ha seguito il rituale canonico per selezionare il successore, un processo che oggi appare sempre più svuotato di effettivo peso decisionale.
Per due anni Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi pur essendo una sorta di fantasma (non esistono audio o video di lui), è stato riconosciuto dalle agenzia di intelligence come il nuovo capo dei tagliagole dell’Isis, poi nel febbraio scorso una notizia ha rimescolato le carte. Un rapporto del team di monitoraggio delle sanzioni dell’Onu, basato su informazioni di intelligence fornite dagli Stati membri, rilancia l’ipotesi che Abdul Qadir Mumin, già a capo della filiale somala dello Stato islamico, possa essere il nuovo leader globale del gruppo jihadista. La figura di Mumin è da tempo considerata centrale nelle dinamiche operative dell’Isis su scala internazionale. In precedenza era stato indicato come responsabile della direzione generale delle province, con particolare influenza sulle affiliate africane. Ma nuove informazioni emerse a fine 2023 – e ritenute attendibili da alcuni funzionari del Comando Africa degli Stati Uniti – suggeriscono che Mumin ricopra in realtà il vertice assoluto dell’organizzazione.
Tale analisi si sta diffondendo tra gli Stati membri dell’Onu, che osservano come lo Stato islamico stia ristrutturando il proprio apparato per rispondere alle mutate condizioni operative in Iraq e Siria. Il rapporto evidenzia un possibile spostamento di assetti strategici in nuove aree geografiche e un graduale passaggio verso una struttura di comando più decentralizzata. Non tutti, però, condividono questa visione. Alcuni governi giudicano improbabile che il gruppo rinunci al controllo delle sue tradizionali roccaforti mediorientali. Altri sollevano dubbi sulla legittimità religiosa di Mumin, in quanto non discendente diretto del profeta Maometto – elemento ritenuto essenziale dalla dottrina salafita-jihadista per guidare il cosiddetto califfato. Il rapporto Onu fornisce anche dettagli sulla base operativa di Abdul Qadir Mumin, identificata in un’area remota di Buur Dhexaad, nel cuore della catena montuosa Cal Miskaad, nel nord della Somalia. Si tratterebbe di un sistema ben articolato di grotte naturali e strutture fortificate che garantirebbero al gruppo una protezione strategica contro raid aerei: l’asperità del terreno e l’altitudine rendono difficile ogni incursione, offrendo un vantaggio tattico che rafforza la capacità di sopravvivenza dell’organizzazione.
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L’attentato alla chiesa di Damasco è opera di un gruppo appena nato. I negoziati con Israele e le ambiguità del leader Al Sharaa.L’esperta Elisa Garfagna: «Oggi lo Stato islamico si concentra su Africa e Medio Oriente. I terroristi sfruttano l’Intelligenza artificiale e la conoscenza dei social. Il loro target sono gli adolescenti. Obiettivo: radicalizzare e reclutare».Nell’agosto 2023 lo Stato islamico ha annunciato l’insediamento di un nuovo comandante: Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi. La nomina è stata resa pubblica tramite un messaggio audio diffuso dalla macchina propagandistica jihadista, nel quale il nuovo portavoce del gruppo, Abu Hudhayfah al-Ansari, ha proclamato la sua lealtà al nuovo «califfo».Lo speciale contiene tre articoli.Il canale libanese Lbci ha riferito domenica scorsa, citando fonti a conoscenza degli sviluppi in Siria, sulle condizioni poste da Damasco per un accordo di pace con Israele. Secondo il rapporto, le condizioni includono il riconoscimento israeliano del regime del presidente siriano Ahmed al-Sharaa, il ritiro dai territori conquistati da Israele dallo scorso dicembre e dalla zona cuscinetto del Golan, la cessazione degli attacchi aerei israeliani in Siria e accordi di sicurezza nella Siria meridionale, in particolare lungo il confine e la zona trifrontaliera con la Giordania. Ma la cosa più importante, secondo il rapporto, è che la Siria pretende dagli Stati Uniti garanzie per gli accordi e il sostegno americano al regime siriano. In cambio, la Siria riconoscerebbe la sovranità israeliana sulle alture del Golan. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha annunciato l’interesse di Gerusalemme a estendere gli accordi di «pace e normalizzazione» anche a Siria e Libano. «Israele intende ampliare il perimetro degli Accordi di Abramo», ha affermato Saar in conferenza stampa, facendo riferimento agli storici patti mediati dagli Stati Uniti e siglati nel 2020 con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco. «Vogliamo includere altri Paesi, come la Siria e il Libano, nel processo di pace e normalizzazione, garantendo al contempo la tutela degli interessi fondamentali e della sicurezza nazionale di Israele», ha concluso il ministro. Tutto avviene mentre un’inchiesta approfondita firmata da Reuters ha svelato nuovi dettagli inquietanti sull’uccisione sistematica di circa 1.500 cittadini siriani di etnia alawita, avvenuta nel corso di una violenta offensiva mirata lungo la costa mediterranea tra il 7 e il 9 marzo 2025. Secondo quanto emerso, gli attacchi sarebbero stati orchestrati da milizie riconducibili al nuovo governo siriano, attraverso una catena di comando che, secondo il rapporto, risalirebbe fino agli apparati centrali del potere a Damasco. Nonostante la gravità delle violenze documentate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che dispone la revoca totale delle sanzioni americane nei confronti della Siria, seguendo la linea già intrapresa in precedenza anche dall’Ue. Secondo quanto comunicato ufficialmente dalla Casa Bianca, la misura è subordinata a una serie di impegni vincolanti che Damasco dovrà rispettare: l’espulsione di tutte le fazioni terroristiche palestinesi presenti sul proprio territorio, l’avvio di un processo di normalizzazione diplomatica con Israele e l’assunzione del controllo diretto sulle carceri in cui sono detenuti oltre 10.000 combattenti dello Stato islamico. Tali condizioni pongono sfide considerevoli per il governo guidato da al-Sharaa che, sebbene abbia adottato un profilo esteriore più moderato – «si è accorciato la barba», notano alcuni osservatori – resta, per molti analisti internazionali, profondamente radicato nell’ideologia jihadista. Premesso che la pacificazione tra Israele e Siria è ancora lontana, un accordo di queto tipo non piace allo Stato islamico e al nuovo gruppo jihadista siriano chiamato Saraya Ansar al-Sunna (Squadroni dei sostenitori della Sunna), autore dell’attacco kamikaze in una chiesa cristiana qualche giorno fa a Damasco. Nonostante la perdita del controllo territoriale nel 2019 e l’eliminazione di buona parte del suo vertice, lo Stato islamico continua a costituire un pericolo concreto e duraturo nell’area siriana. Le più recenti valutazioni, provenienti da fonti delle Nazioni Unite e istituti di ricerca internazionali, stimano che il gruppo conti attualmente tra i 5.000 e i 7.000 combattenti attivi distribuiti tra Siria e Iraq. In quest’ultimo Paese, i jihadisti presenti nelle aree desertiche sarebbero meno di mille. Questi combattenti operano in piccole unità mobili, principalmente nelle zone aride della Siria orientale, in particolare nelle province di Deir Ezzor, Homs e Hama. Sfruttano l’assenza di un’autorità stabile, effetto collaterale della guerra civile, e le tensioni irrisolte tra il regime siriano, le forze curde e la coalizione internazionale a guida statunitense. Secondo gli analisti dell’International Centre for Counter-Terrorism (Icct), l’organizzazione ha rivoluzionato la propria strategia: ha abbandonato il modello di esercito regolare in favore di un’insurrezione armata, puntando su attentati mirati, azioni di sabotaggio e attacchi contro le truppe governative siriane, le milizie curde delle Forze democratiche siriane (Sdf) e bersagli civili. Le operazioni vengono pianificate attraverso una struttura di comando non centralizzata, che si avvale di sistemi di comunicazione criptati e dell’esperienza militare accumulata in oltre un decennio di conflitto. A questa minaccia operativa si aggiunge un altro fronte d’allarme: la presenza di migliaia di jihadisti detenuti in carceri e campi di prigionia nel nord-est della Siria, sotto sorveglianza curda. Secondo le stime fornite dalle Sdf, oltre 10.000 membri dello Stato islamico — inclusi numerosi stranieri — sono rinchiusi in strutture spesso precarie e sovraffollate. A questi si aggiungono circa 60.000 donne e minori legati al gruppo, confinati nel solo campo di Al-Hol, da tempo considerato un epicentro potenziale di nuova radicalizzazione jihadista. La destabilizzazione della Siria non è che una delle preoccupazioni delle intelligence occidentali dato che l’Africa e il Sahel sono il campo di battaglia dell’Isis e di al-Qaeda che si sfidano sulla pelle dei civili per la supremazia. Qui i numeri sono spaventosi perché secondo recenti stime i vari gruppi locali dell’Isis possono contare su almeno 10.000/15.000 miliziani mentre al-Qaeda si attesterebbe attorno ai 16.000 uomini (circa 8.000 solo in Somalia con gli Shaabab). Tutto questo è più vicino a noi di quanto possiamo immaginare perché attraverso le rotte dei migranti (come visto molte volte), arrivano in Europa uomini preparati alla guerra che possono contare su importanti appoggi locali. Il pericolo jihadista nell’Unione europea non è mai venuto meno, come mostra l’ultimo rapporto di Europol 2025 che analizza l’evoluzione del terrorismo nell’Unione europea, offrendo una sintesi dettagliata su attentati, operazioni di polizia e sentenze legate al jihadismo, all’estremismo di destra e sinistra, a moventi etno-nazionalisti e ad altre forme di violenza ideologica. Nel corso del 2024, 14 Paesi Ue hanno registrato complessivamente 58 episodi di matrice terroristica: 34 portati a termine, 5 falliti e 19 neutralizzati prima di entrare in fase operativa. Nello stesso periodo, sono stati effettuati 449 arresti in 20 Stati dell’Unione. Particolarmente preoccupante è il dato anagrafico degli indagati: circa un terzo degli arrestati per reati legati al terrorismo era composto da minorenni o giovani appena maggiorenni. Il caso più eclatante riguarda un ragazzo di soli 12 anni, coinvolto in un’indagine per aver partecipato all’organizzazione di un attacco terroristico. 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L’organizzazione curava la creazione, la gestione e la diffusione di contenuti propagandistici, promuovendo il jihadismo e incitando al terrorismo su scala globale. Attraverso siti web, social, radio e una agenzia di stampa, I’lam veicolava messaggi in oltre 30 lingue, alimentando la narrativa dello Stato islamico in tutto il mondo. La rete si avvaleva di una sofisticata architettura tecnologica, progettata per ostacolare il tracciamento e garantire resilienza operativa. I server sono stati individuati e disattivati in Germania, Paesi Bassi, Usa e Islanda e sono state arrestate nove persone. Per l’Isis il colpo è stato durissimo e oggi, almeno per il momento, la scelta è quella di diffondere sul dark web il loro sito privilegiando contenuti su Africa, Siria e Iraq. Questo non vuole dire che l’Isis non si interessi all’Europa ma si tratta, almeno nella propaganda, di un ripiegamento tattico interrotto durante i grandi eventi, ad esempio quelli sportivi, per minacciare attentati o chiedere ai cosiddetti «lupi solitari» di entrare in azione».Come si articola la propaganda di Hamas?«Hamas impiega una strategia comunicativa estremamente mirata, calcolata al millimetro curando soprattutto la potenziale influenza in Europa. La loro propaganda si basa su tre punti principali. Il primo è la narrazione della sofferenza umana, dipingendo le operazioni israeliane come «genocidio» o «pulizia etnica». Questo viene fatto con lo scopo di suscitare empatia e indignazione, sfruttando immagini e video di civili inermi. Il secondo punto è quello di diffondere accuse di assedio, colonizzazione e carestia, attribuendone la colpa interamente a Israele, al fine di presentarlo come un oppressore disumano. Questi messaggi vengono poi capillarmente diffusi tramite piattaforme come X, Telegram e TikTok per raggiungere un pubblico molto ampio. Il rilascio degli ostaggi è spesso trasformato in uno spettacolo altamente coreografato: l’intento è di trasmettere un’immagine «umanitaria» dei terroristi di Hamas e contemporaneamente offuscare la propria brutalità. Il terzo punto è la demonizzazione di Benjamin Netanyahu che viene dipinto come un leader sanguinario per personalizzare il conflitto e proiettarlo su un unico individuo che diviene bersaglio e polarizzare così meglio l’opinione pubblica».Quanto uso fanno i propagandisti di Hamas dell’Intelligenza artificiale?«I propagandisti di Hamas stanno studiando sempre di più le potenzialità dell’Intelligenza artificiale (Ia) per migliorare la loro comunicazione, andando ben oltre la semplice generazione tramite prompt di immagini e video. L’Ia viene impiegata per generare grandi volumi di contenuti di testo e vocali in diverse lingue. Questo permette ad Hamas di aumentare in modo imponente la portata e l’efficacia del messaggio. Per non parlare della difficoltà sempre più crescente, di distinguere il vero dal falso. Un altro utilizzo dell’Ia è nell’automazione della diffusione sui social: bot e account falsi amplificano i messaggi con «mi piace», condivisioni e commenti, creando l’illusione di un consenso sempre più grande e simulando interazioni organiche tra utenti. L’Ia consente inoltre un targeting altamente personalizzato dei messaggi, analizzando i dati degli utenti per identificarne i punti deboli e adattare le campagne di comunicazione. Inoltre l’Ia può essere sfruttata per aggirare i sistemi di censura delle piattaforme, sviluppando contenuti che sfuggono ai controlli automatici».I gruppi terroristici puntano molto sugli adolescenti e sui bambini. «Tutti puntano strategicamente su adolescenti e bambini, facendo leva sulla loro vulnerabilità. Iniziano sempre col descrivere la propria comunità come vittima di ingiustizie, scatenando così un naturale senso di vendetta e resistenza all'oppressore. I terroristi esaltano figure di eroi e martiri, promettendo gloria e successo. In questo modo i giovani colmano il loro desiderio di identità e di appartenenza. Infine, il passaggio più subdolo è quello di usare contenuti moderni e molto impattanti a livello emozionale, che parlano direttamente il linguaggio dei giovani. Video perfetti, canzoni rap, elementi di gamification e meme, tutti progettati per essere condivisibili e virali su piattaforme come TikTok e Telegram. Questo approccio è molto ben studiato, è difficile ridurne la diffusione in modo tempestivo. Reclutare e radicalizzare: questo è lo scopo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/isis-pericolo-2672840250.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="levoluzione-dei-seguaci-del-califfo-cambio-al-vertice-e-struttura-piu-decentrata" data-post-id="2672840250" data-published-at="1751891798" data-use-pagination="False"> L’evoluzione dei seguaci del «califfo». Cambio al vertice e struttura più decentrata Nell’agosto 2023 lo Stato islamico ha annunciato l’insediamento di un nuovo comandante: Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi. La nomina è stata resa pubblica tramite un messaggio audio diffuso dalla macchina propagandistica jihadista, nel quale il nuovo portavoce del gruppo, Abu Hudhayfah al-Ansari, ha proclamato la sua lealtà al nuovo «califfo». Sull’identità del leader si conosce ben poco. Il nome adottato - in linea con la tradizione dei vertici dell’Isis - è intenzionalmente enigmatico. L’epiteto «al-Hashimi al-Qurashi» ha un valore simbolico: richiama la stirpe del profeta Maometto e, secondo la dottrina salafita-jihadista, costituisce un requisito essenziale per la legittimazione alla guida dello Stato islamico. Abu Hafs è succeduto ad Abu al-Hussein al-Husseini al-Qurashi, eliminato pochi mesi prima nel nord-ovest della Siria durante un’operazione riconducibile a milizie dell’opposizione siriana, la cui identità è stata poi confermata dalle autorità turche. In seguito alla sua uccisione, il Consiglio della Shura dell’organizzazione ha seguito il rituale canonico per selezionare il successore, un processo che oggi appare sempre più svuotato di effettivo peso decisionale.Per due anni Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi pur essendo una sorta di fantasma (non esistono audio o video di lui), è stato riconosciuto dalle agenzia di intelligence come il nuovo capo dei tagliagole dell’Isis, poi nel febbraio scorso una notizia ha rimescolato le carte. Un rapporto del team di monitoraggio delle sanzioni dell’Onu, basato su informazioni di intelligence fornite dagli Stati membri, rilancia l’ipotesi che Abdul Qadir Mumin, già a capo della filiale somala dello Stato islamico, possa essere il nuovo leader globale del gruppo jihadista. La figura di Mumin è da tempo considerata centrale nelle dinamiche operative dell’Isis su scala internazionale. In precedenza era stato indicato come responsabile della direzione generale delle province, con particolare influenza sulle affiliate africane. Ma nuove informazioni emerse a fine 2023 – e ritenute attendibili da alcuni funzionari del Comando Africa degli Stati Uniti – suggeriscono che Mumin ricopra in realtà il vertice assoluto dell’organizzazione.Tale analisi si sta diffondendo tra gli Stati membri dell’Onu, che osservano come lo Stato islamico stia ristrutturando il proprio apparato per rispondere alle mutate condizioni operative in Iraq e Siria. Il rapporto evidenzia un possibile spostamento di assetti strategici in nuove aree geografiche e un graduale passaggio verso una struttura di comando più decentralizzata. Non tutti, però, condividono questa visione. Alcuni governi giudicano improbabile che il gruppo rinunci al controllo delle sue tradizionali roccaforti mediorientali. Altri sollevano dubbi sulla legittimità religiosa di Mumin, in quanto non discendente diretto del profeta Maometto – elemento ritenuto essenziale dalla dottrina salafita-jihadista per guidare il cosiddetto califfato. Il rapporto Onu fornisce anche dettagli sulla base operativa di Abdul Qadir Mumin, identificata in un’area remota di Buur Dhexaad, nel cuore della catena montuosa Cal Miskaad, nel nord della Somalia. Si tratterebbe di un sistema ben articolato di grotte naturali e strutture fortificate che garantirebbero al gruppo una protezione strategica contro raid aerei: l’asperità del terreno e l’altitudine rendono difficile ogni incursione, offrendo un vantaggio tattico che rafforza la capacità di sopravvivenza dell’organizzazione.
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
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Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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