2022-04-13
Intesa Sanpaolo, per Messina i risparmi possono aiutare le imprese

L'ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina
Mettere assieme i due punti di forza del Paese: da un lato il risparmio degli italiani, dall’altro le imprese di qualità. Potenziando gli investimenti nella parte sana del settore produttivo. Solo così si potrà venir fuori dalla crisi contenendo l’aumento delle disuguaglianze. E superare il rallentamento del pil che nel 2022 crescerà del 2,5-3 per cento. Questo, in sintesi, il pensiero dell’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che è intervenuto al congresso della First Cisl a Roma.
«Il vero spread dell'Italia verso la Germania» ha spiegato il banchiere. Non è quello finanziario «ma è sul differenziale fra gli investimenti», il «punto debole del nostro paese» ha spiegato. Per il banchiere, la flessione del prodotto interno lordo pro-capite degli ultimi anni é infatti legato a doppio filo «alla carenza degli investimenti». Intanto gli italiani continuano a mettere soldi da parte senza contribuire a finanziare il sistema produttivo. «Il risparmio delle famiglie è addirittura cresciuto in volumi, ma anche le caratteristiche delle imprese sono migliorate moltissimo in questi anni». Secondo Messina, l’Italia ha quindi «due elementi di forza». Ma è necessario «mettere in contatto il risparmio con la parte migliore delle imprese».
Non senza il coinvolgimento dello Stato che «deve fornire una componente di garanzia salvando il capitale delle famiglie»., invogliare gli italiani ad investire nel sistema produttivo e attivando così un circuito di crescita e sviluppo. Quanto alla banca da lui guidata, in questo complesso momento storico per gli istituti di credito, Messina ha confortato i sindacali: «la nostra previsione e il mio impegno personale è mantenere l'occupazione agli attuali livelli» ha precisato. Attualmente «siamo 100 mila, a prescindere dalle uscite su base volontaria per l'integrazione con Ubi - ha ripreso - e l'impegno é mantenere i livelli attuali e garantire la dignità del lavoro». Nei progetti di Intesa Sanpaolo c’è la chiusura di 1000 sportelli, «ma ne rafforzeremo 3000» con una visione di lungo termine per raggiungere i risultati «non in un anno ma nei prossimi 10» ha precisato il banchiere che si è detto «molto preoccupato dall'aumento delle diseguaglianze e della povertà».
Secondo le sue stime, la crescita del pil dovrebbe rallentare nel 2022 al 2,5-3 per cento. Dal suo punto di vista, «è indubbio che l'aumento dei prezzi e le conseguenze di questa terribile guerra avranno un impatto fortissimo sulle famiglie», come ha chiarito Messina. Soprattutto sulla fascia più debole della popolazione. Il banchiere ha rilevato come «non dobbiamo dimenticarci la componente sociale nei parametri Esg». Per questo Intesa stia portando avanti il progetto contro la povertà «garantendo 26 milioni di pasti». Anche perché è convinto che le «banche con capacità di reddito» del calibro di Intesa «devono farsi carico di questa componente delle diseguaglianze».
Per Messina «dobbiamo fare in modo che la sostenibilità abbia una componente sociale, di cui tutti noi dobbiamo prenderci cura con grandissima attenzione». «I soggetti che hanno una capacità finanziaria forte - ha concluso - e hanno le risorse devono metterle a disposizione anche per sostenere materialmente le aree che hanno difficoltà a raggiungere la fine della giornata con soddisfazione».
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Piercamillo Davigo (Imagoeconomica)
La «tesi» di Gratteri sbugiardata da Piercamillo Davigo: l’ex procuratore ha preso un anno e 3 mesi in Cassazione ed è in prima fila contro la legge Nordio. Ma finalmente abbiamo la possibilità di smontare le loro bugie con un Sì.
È finita e finalmente si vota. Una campagna referendaria tra le più brutte e menzognere della storia. Dove invece che del merito, ovvero della riforma della giustizia, si è discusso di tutt’altro, con un processo alle intenzioni più che alle decisioni, e soprattutto con la volontà di colpire il governo più che migliorare l’efficienza di Procure e tribunali. A simboleggiare la conclusione dello scontro, il dibattito a Milano fra due ex magistrati: Piercamillo Davigo e Antonio Rinaudo, il primo a favore del No alla legge voluta dal governo, il secondo sostenitore del Sì.
Quest’ultimo ha alle spalle una lunga carriera da pubblico ministero e, per ricordare le principali inchieste, è sufficiente citare le indagini sul movimento No Tav e quelle sulla tragedia di piazza San Carlo, a Torino, dove morirono tre persone e 1.600 rimasero ferite. Oltre a questo di lui si sa poco, ma del suo avversario invece si sa molto, perché per oltre 30 anni ha incarnato l’immagine di un giustizialismo senza confini e, talvolta, anche senza ragioni. Piercavillo, così lo soprannominarono i cronisti nell’epoca di Tangentopoli, era uno dei quattro moschettieri di Mani Pulite che si opposero al decreto Biondi: Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Francesco Greco e lui. Tutti uniti contro la limitazione della carcerazione preventiva. A Davigo il Pool aveva affidato il compito di trovare la formulazione corretta per motivare le imputazioni da rivolgere agli indagati. E di questo suo ruolo di fine accusatore, l’ex pm per anni si è fatto vanto, diventando un testimonial delle Procure in molti talk show. Un eloquio da giurista e uno sproloquio da novello Torquemada.
Restano famose alcune sue frasi. La più celebre è la promessa che pronunciò all’inizio dell’inchiesta milanese: «Rivolteremo l’Italia come un calzino». E che cosa intendesse con quel proponimento lo si capì dopo poco, quando aggiunse: «Non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti». Le massime di Davigo pronunciate in maniera perentoria davanti alle telecamere erano sentenze inappellabili: «Non abbiamo eliminato la corruzione», disse qualche anno dopo: «abbiamo solo selezionato la specie». E tanto per far capire come fosse cambiato il Paese, aggiunse: «I politici non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi». E a proposito dell’immagine da lui percepita dell’Italia, spiegò: «Non ci sono troppi prigionieri, ci sono troppo poche prigioni». Insomma, più che una Repubblica fondata sul lavoro, una nazione che si regge sul furto, sull’abuso e la corruzione.
In questo furore giustizialista però, a un certo punto Davigo è incespicato. È accaduto quando, lasciata la Procura e raggiunta la Cassazione, decise di intraprendere anche la carriera di sindacalista delle toghe, fondando una corrente e poi addirittura facendosi eleggere segretario dell’Anm, l’associazione di categoria, una scelta che lo portò anche a farsi nominare nel Consiglio superiore della magistratura. Ecco, questo è stato l’ultimo atto del Grande accusatore, perché giunto alla fine della carriera e alle soglie della pensione è incappato in un guaio. Nel 2020, il pm di Milano Paolo Storari gli consegnò gli atti di un’indagine su una presunta loggia massonica denominata Ungheria. Non si sa che fine fecero quelle carte, ma una manina le recapitò, invece che davanti a un giudice, alla redazione del Fatto quotidiano. Risultato, l’uomo che voleva rivoltare l’Italia come un calzino e teorizzava l’inesistenza di innocenti ma solo di colpevoli ancora non scoperti, è stato condannato a un anno e tre mesi di reclusione per rivelazione del segreto d’ufficio, sentenza confermata in secondo grado e pure in Cassazione, dove addirittura per ricorso pretestuoso l’ex pm è stato costretto a pagare una multa, oltre a dover risarcire un collega con 20.000 euro.
Ecco, lui venerdì sera a Milano ha rappresentato i sostenitori del No alla riforma. Il personaggio perfetto per smentire la tesi di Nicola Gratteri, il quale per giustificare il suo sostegno alla campagna contro la separazione delle carriere ha detto che condannati e massoni avrebbero votato Sì. Ma il Davigo condannato è testimonial del No. E, a quanto pare, anche altri pregiudicati.
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Ansa
Il comando americano: «Abbiamo deteriorato le capacità nemiche nello Stretto». Si allarga la coalizione per una futura missione, il Giappone già tratta con l’Iran un passaggio. I pasdaran minacciano il Mar Rosso. «Axios»: «Washington studia un negoziato».
Somigliano a uno sforzo di riconciliazione le ultime mosse degli Stati Uniti e dei loro alleati per sbloccare lo Stretto di Hormuz. Ieri, l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom, il Comando centrale Usa, ha dichiarato che i raid americani su infrastrutture sotterranee, razzi antinave e sistemi radar e d’intelligence nemici hanno «degradato» le capacità degli iraniani di ostacolare il traffico commerciale in quelle acque: «La loro Marina non è operativa, i caccia tattici non volano e hanno perso la facoltà di lanciare missili e droni ai ritmi osservati all’inizio del conflitto». Una comunicazione a suo modo incoraggiante, nelle ore in cui si è appreso che un regime che dovrebbe essere alle corde ha scagliato due testate balistiche a 4.000 chilometri di distanza, verso la base di Diego Garcia. Chissà se è stato quell’annuncio - usando l’espressione di Donald Trump - a «svegliare» i partner, dentro e fuori la Nato.
Più tardi, dal sito di Downing Street si è appreso che il numero di Paesi disposti a partecipare a una missione nello Stretto, che comunque inizierebbe soltanto dopo la tregua, è salito da sei a 22: in squadra ci sono Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Giappone, Canada, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Danimarca, Lettonia, Lituania, Estonia, Slovenia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. La coalizione ha chiesto a Teheran «di cessare immediatamente le sue minacce, la posa delle mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale», oltre che di «conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite», la quale condanna le interferenze con la libertà di solcare i mari come una «minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale».
È la risposta degli alleati «ingrati» agli appelli di Trump, che nella serata di venerdì aveva accennato alla possibilità di «ridurre» l’impegno bellico. Forse una tattica per allentare un po’ la pressione sui mercati; forse la spia di un disagio che serpeggia alla Casa Bianca e che ne tradisce il desiderio di smarcarsi in fretta dalla campagna a rimorchio degli israeliani, decisi invece ad andare avanti a oltranza.
Da parte iraniana, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha detto di essere pronto ad accogliere «ogni iniziativa che possa portare questa guerra a una totale conclusione». Bocciata, invece, l’idea di un semplice cessate il fuoco. Sembra di rileggere il copione recitato dai russi in Ucraina. Il punto è che, paradossalmente, il regime sciita ha più carte in mano: non ha molto da perdere in confronto a Washington e, finché è in grado di resistere e di sfruttare la leva del petrolio e del gas, sa di avere un formidabile strumento a propria disposizione. Al premier indiano, Narendra Modi, che gli ha «ribadito l’importanza di salvaguardare la libertà di navigazione», il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha quindi risposto dettando le sue condizioni: «Cessazione immediata dell’aggressione» e garanzia che simili attacchi non si ripetano in futuro.
Nel frattempo, a Hormuz c’è chi si arrangia da sé. È il caso di citare l’effetto sorpresa, su cui ha scherzato Trump nello Studio ovale, alla presenza di un’imbarazzata Sanae Takaichi: «Perché il Giappone non mi ha detto di Pearl Harbor?». Lo stesso Araghchi, infatti, ha confermato all’emittente nipponica Kyodo che, in seguito all’avvio di colloqui diplomatici, l’Iran consentirà il transito delle imbarcazioni battenti bandiera del Sol Levante.
Per Tokyo, è un accordo vitale: il 70% delle spedizioni di petrolio di cui ha bisogno passa proprio per lo Stretto. Non si conoscono i termini dell’intesa e, in particolare, non si sa se il Giappone abbia imitato la soluzione cinese: pagare un pedaggio. Il ministro Araghchi ha giurato che basterà «contattare» le autorità iraniane e concordare i dettagli logistici. Una dichiarazione coerente con la versione dei mullah, secondo cui il braccio di mare rimane aperto a tutti meno che ai belligeranti e a chi li aiuta.
Potrebbe essere invece legato alla sospensione delle sanzioni sul greggio iraniano, varata dagli Usa per permettere l’immissione sul mercato di nuove scorte e, dunque, per favorire un’auspicabile riduzione dei prezzi, l’operazione di carico di 4 milioni di barili, a bordo di una superpetroliera Vlcc, condotta sull’isola di Kharg. Quella che Trump medita di invadere, oppure di cingere d’assedio, così come pare voglia impadronirsi delle riserve di materiale nucleare accumulate dalla Repubblica islamica. L’agenzia stampa Tasnim, affiliata ai pasdaran, ha scritto che se davvero i Marines provassero a sbarcare sull’atollo, si innescherebbe una reazione «senza precedenti», con ripercussioni anche sul Mar Rosso e sull’altro Stretto strategico, quello di Bab al-Mandeb. Gli Huthi avevano già avvisato l’Occidente: «Abbiamo il dito sul grilletto».
Sarebbe un motivo in più per chiudere in fretta le ostilità. Non stupisce che il presidente della Camera statunitense, il repubblicano Mike Johnson, abbia detto che la «missione originaria» è «ormai praticamente compiuta» e che basterà «riportare un po’ di calma» a Hormuz per dichiarare vittoria.
Axios, ieri sera, ha svelato che l’amministrazione Trump ha iniziato a pianificare i negoziati con l’Iran, le cui richieste vengono valutate dai soliti Jared Kushner e Steve Witkoff. L’intesa dovrebbe limitare il programma atomico di Teheran, interrompere il suo sostegno ai ribelli yemeniti, a Hezbollah e ad Hamas e portare alla sospirata riapertura di Hormuz. Per ora, saremmo allo stadio di trattative indirette. E il tempo non è dalla parte dell’America.
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Asaad al-Shaibani, ministro degli Esteri siriano (Ansa)
Il ministro degli Esteri di Damasco, Asaad al-Shaibani: «Stiamo ricostruendo lo Stato, Israele si fermi».
Nel complesso scacchiere mediorientale la Siria sembra sempre più vicina ad essere coinvolta negli scontri. Israele ha attaccato alcuni obiettivi militari nella Siria meridionale, precisamente nel governatorato di Suwayda, con il dichiarato intento di difendere la minoranza drusa.
Nel luglio scorso Tel Aviv aveva ripetutamente colpito il Sud della nazione confinante e diversi obiettivi nella capitale Damasco, prendendo per la prima volta le difese dei drusi, un gruppo etno-religioso che vive in Siria, Libano, Giordania e anche in Israele. I drusi israeliani sono parte integrante della società e prestano servizio nell’esercito, con un battaglione dedicato. Sono cittadini perfettamente inseriti e come i loro fratelli oltre frontiera non hanno nessuna rivendicazione territoriale o nazionalista. In Siria però tutte le minoranze sono sotto attacco da quando Ahmad al Shara ha preso il potere abbattendo il regime di Bashar al Assad. Prima gli alawiti, colpevoli di essere ancora fedeli alla famiglia Assad, poi i drusi, contro i quali sono stati usati i beduini del deserto e anche la minoranza cristiana, ridotta ad un quinto della popolazione originaria, vive nella preoccupazione. Asaad al Shaibani è il ministro degli Esteri di Damasco da quando gli ex miliziani di al Qaeda hanno preso il potere. Vecchio sodale e compagno d’armi dell’attuale presidente, al Shaibani ha cercato di cambiare la politica estera della sua nazione aprendo ai Paesi del Golfo, alla Turchia, visitando Russia e Cina e creando un canale anche con Israele.
Ministro al Shaibani, Israele ha attaccato ancora una volta il Sud della Siria, accusando l’esercito nazionale di aver ucciso alcuni membri della minoranza drusa.
«Il governo siriano si è impegnato a difendere tutte le minoranze che compongono il mosaico della nostra nazione. I fatti avvenuti con gli alawiti erano giustificati perché stavano organizzando un colpo di Stato, mentre con i drusi, gli armeni, i circassi e i cristiani vogliamo convivere pacificamente. Nella scorsa estate la violenza è scoppiata per questioni di pascolo con alcune tribù beduine ed è falso che l’esercito li avesse armati per uccidere i drusi. Oggi la situazione è sotto controllo e Israele deve cessare immediatamente ogni tipo di attacco. L’aggressione israeliana è in flagrante violazione del diritto internazionale e della sovranità siriana».
Una milizia drusa indipendente ha parlato di nove morti, arresti e addirittura di rapimenti, accusando le forze armate di Damasco.
«Si tratta di propaganda fatta da chi ha soltanto interesse a spaccare la Siria. Questi sedicenti miliziani sono dei criminali senza nessuna credibilità e lo dimostra il fatto che nessun leader druso ha appoggiato le loro dichiarazioni. Stiamo ricostruendo il paese dopo decenni di dittatura e in troppi hanno interessi a dividerci per mantenerci deboli».
A luglio scorso ha avuto un incontro con alcuni funzionari israeliani, mediato dall’inviato speciale di Washington Tom Barrack. Quali sono i rapporti con Tel Aviv oggi?
«Il meeting serviva ad aprire una trattativa per pacificare il confine meridionale, ma gli equilibri restano estremamente precari. In Israele c’è chi non crede alla buona fede del nostro governo, ma noi siamo disposti a parlare anche delle alture del Golan, una questione che rimane in sospeso dal 1967».
In molti dicono che la vostra politica estera sia mediata dalla Turchia che ha enormi interessi in Siria
«La Turchia è una nazione amica che ha accettato di addestrare le nostre forze armate. Ankara ha il secondo esercito più grande della Nato e una grande esperienza militare. Ma la Siria resta indipendente e sovrana, senza essere subalterna a nessuno. Non prendiamo ordini e confermo quello che ha detto l’ambasciatore Tom Barrack sul nostro coinvolgimento in Libano, nessuno ce lo ha chiesto e nessuno può imporcelo».
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