True
2018-12-19
«Intesa con l’Ue». La letterina però è scritta
ANSA
Il Commissario Ue, Pierre Moscovici, ha rilasciato l'ennesima dichiarazione sull'Italia. «Sto lavorando per garantire che Roma non sia punita, e sono fiducioso», ha detto ieri mattina dando il via alla 24 ore di trattativa in vista della riunione odierna. Peccato che ieri pomeriggio sia trapelata una strategia bifronte. La Commissione ha già preparato i documenti per avviare la procedura per deficit eccessivo relativa al debito, anche se tutto dipenderà dall'esito del dibattito in seno al collegio dei commissari.
L'esecutivo comunitario non è però ancora giunto a una conclusione definitiva. Prima di apporre la parola fine o inizio sulla procedura, è stato ritenuto necessario un dibattito a livello politico. Il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, e lo stesso Moscovici, illustreranno oggi al collegio la situazione. «Tutte le opzioni sono aperte», ha detto ieri la portavoce della Commissione, Mina Andreeva, nel consueto appuntamento di mezzogiorno con la stampa: «il collegio potrà decidere ogni potenziale passo successivo». Diverse fonti hanno confermato che, mentre erano in corso i negoziati con il governo sugli obiettivi di deficit, la Commissione ha proseguito il lavoro sulla procedura per deficit eccessivo nei confronti dell'Italia. Il che lascia aperte tutte le strade. Anche perché Bruxelles stessa manda segnali discordanti.
La Commissione, che è un organo collegiale, sarebbe divisa al suo interno. Una conferma, indiretta ma significativa, della mancanza di accordo all'interno dell'esecutivo Ue è data dal fatto che ieri sera, dopo la lunga riunione dei capi di gabinetto che ha stabilito l'ordine del giorno della riunione odierna, dalla Commissione non sono arrivate comunicazioni, segno che le posizioni all'interno dell'esecutivo sono differenziate e che una sintesi interna da poter comunicare all'esterno non era ancora stata trovata. L'accordo tecnico tra Roma e Bruxelles si sarebbe potuto chiudere ieri. Fonti del governo ieri in serata hanno fatto sapere che l'accordo tecnico sul 2,04% di deficit sarebbe già stato raggiunto, il che al tempo stesso renderebbe improbabile la procedura d'infrazione. Il portavoce del ministro Giovanni Tria ha fatto sapere alle agenzia che la bozza informale è parime nti sul tavolo. Stando alle indiscrezioni il deficit dovrebbe essere confermato al 2,04 per cento dal precedente 2,4 ipotizzato nella prima versione, il debito ridursi per via di maggiori dismissioni di cespiti immobiliari e la crescita si arresterà all'1 per cento contro il contestato 1,5 per cento. Si restringono anche le platee di reddito di cittadinanza e quota 100 per via del rinvio delle misure e l'effetto rinuncia. Non a caso secondo quanto risulta alla Verità, il vice premier, Luigi Di Maio, sta preparando per il prossimo 18 gennaio un viaggio a New York. Ha chiesto di incontrare i rappresentanti di Bofa-Merrill Lynch. Al di là della propaganda anti banche, i grillini stanno cercando sponde negli Usa per tamponare le problematiche del 2019, magari intercettando investimenti. Su tutto resta infatti una incognita al momento difficile da definire. Si tratta della valutazione al ribasso della crescita del Pil italiano. «Credo che l'1% possa essere un target non solo realizzabile ma realistico, e che sulla base di questo obiettivo si possa sviluppare una politica d'investimento sana», ha ribadito ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Stefano Buffagni, alle telecamere di Sky tg24. La riduzione drastica all'1% potrebbe però imporre nuove revisioni sui termini della spesa e limare ulteriormente le voce di quota 100 e reddito di cittadinanza, almeno se si tiene il perno del 2,04% come elemento fisso attorno a cui far girare le altre voci. Non è da escludere però che ci sia stata una trattativa non ufficiale.
Più elasticità da parte della Ue e silenzio-assenso dei gialloblù su temi delicati come l'estensione del bail in e la revisione delle norme sulle sofferenze bancarie (che inevitabilmente penalizzeranno i nostri istituti). In ogni caso tra gli emendamenti ieri è spuntato il nome della Cdp per ovviare alla strada classica del dficit/debito. A Cassa depositi e prestiti sarà chiesto di anticipare gli oltre 40 miliardi che la Pubblica amministrazione ancora deve alle aziende private. Un modo per evitare che la cifra finisca nel debito pubblico e che in ogni caso possa essere evasa in tempi ragionevoli. Confermate anche misure a costo zero come il taglio dei contributi Inail. Alle aziende costeranno il 30% in meno i versamenti per la tutela dei dipendenti grazie al fatto che l'Istituto da oltre 15 anni non rivede le tariffe ed è riuscito ad accumulare una liquidità imponente: oltre 12 miliardi di euro. Ultima notizia, non positiva. Mentre partirà la pace fiscale e l'operazione a saldo e stralcio delle cartelle, dal primo gennaio il tasso degli interessi legali verrà quasi triplicato: passa dallo 0,3% applicato nel 2018 allo 0,8% previsto per il 2019. Un batosta per chi non avrà la liquidità per pagare le imposte.
Claudio Antonelli
L’Europa approva la stretta bancaria sulle sofferenze Ma la mossa è al buio
Per l'ennesima volta nell'arco di pochi mesi si torna a parlare di crediti deteriorati. Un settore nel quale le novità per le nostre banche sembrano non finire mai.
Nella giornata di ieri, infatti, Commissione europea, Parlamento e Consiglio hanno raggiunto un accordo sulla normativa europea che punta a ridurre i rischi per il settore bancario derivanti dall'accumulo dei non performing loans.
Come prima cosa, l'accordo definisce in maniera univoca come «deteriorato» quel credito che presenta un ritardo di 90 giorni nel pagamento del capitale o degli interessi. Ma, cosa ancora più importante, stabilisce una serrata tabella di marcia (denominata «backstop prudenziale») relativa agli accantonamenti di capitale che gli istituti di credito saranno tenuti a effettuare a copertura delle esposizioni diventate inesigibili. Le nuove regole, giova precisarlo, si applicano solamente ai nuovi flussi di credito che in futuro andranno a deteriorarsi. Tuttavia, quando ci si muove nel terreno minato della normativa bancaria ogni minima modifica dei regolamenti è in grado di provocare effetti inaspettati e di natura potenzialmente sistemica.
L'intesa, che dovrà comunque ottenere il via libera del Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper), è stata salutata con favore dai rappresentanti delle istituzioni europee. Secondo il vicepresidente della Commissione europea, il lettone Valdis Dombrovskis, l'accordo «rappresenta un nuovo passo in avanti verso l'Unione bancaria e consentirà alle banche di avere meno Npl». L'eurodeputato Roberto Gualtieri (S&D-Pd), presidente della commissione per gli Affari economici e monetari dell'Europarlamento, dal canto suo ha espresso «grande soddisfazione per l'accordo equilibrato raggiunto oggi sul nuovo regime prudenziale per i crediti deteriorati».
Nel dettaglio, il compromesso opera una distinzione tra esposizioni garantite e non garantite. Per queste ultime (che comprendono i crediti alle famiglie), considerate più rischiose, la banche saranno chiamate a effettuare accantonamenti più rapidi. Una volta deterioratosi il credito, agli istituti verrà richiesto di mettere da parte il 35% del capitale dopo due anni, e il 100% già dopo tre anni. Riguardo alle esposizioni garantite, invece, la proposta della Commissione è differente se si parla di garanzie ipotecarie (100% dopo 9 anni) oppure di altro tipo (100% dopo 7 anni).
Mancando una vera e propria valutazione d'impatto, stimare gli effetti sulle nostre banche e sull'economia nazionale risulta piuttosto arduo. Uno sforzo in tal senso ha provato a compierlo l'Autorità bancaria europea (Eba), la quale ha dipinto alcuni possibili scenari a seguito dell'introduzione del backstop, ma solo a livello continentale. Mediamente, su un orizzonte temporale di 20 anni, l'effetto in termini di Cet1 (il principale indicatore di solidità patrimoniale delle banche) sarebbe di 200 punti base (pari al 2%). Una differenziale che, verosimilmente, costringerebbe molti istituti a ricapitalizzare.
Preoccupazione nel merito era stata espressa dall'Abi, a seguito della consultazione pubblica aperta l'anno scorso dalla Commissione. L'associazione che riunisce le banche italiane, pur condividendo in linea generale l'esigenza di aumentare le coperture sulle esposizioni deteriorate, invitava alla cautela per il «potenziale effetto distorsivo sull'allocazione delle risorse e sull'economia» legato all'approccio adottato da Bruxelles. Nel documento inviato alla Commissione, l'Abi lamentava «l'assenza di prove dal punto di vista economico che giustifichino la scelta di introdurre una tale calibrazione degli accantonamenti», sottolineando come in virtù della copertura totale sarebbe stato sufficiente fermarsi all'80%, e comunque non prima di quattro anni.
Giudizio molto severo anche da parte di Intesa Sanpaolo, terzo istituto in Europa per capitalizzazione. Nel feedback inviato lo scorso maggio alla Commissione, si legge che tali misure «possono trovare giustificazione solo in situazioni di forte turbolenza finanziaria, ma non in una fase di ripresa economica e di robusta diminuzione di nuovi flussi di nuovi Npl, che dovrebbe portare il rapporto tra Npl e asset totali ai livelli pre crisi». Tra i rischi «non intenzionali» individuati dall'istituto, il calo nell'erogazione di nuovo credito e la concessione di nuovi finanziamenti limitatamente ai clienti particolarmente meritevoli (cosiddetto cherry picking).
Durissimo l'eurodeputato Marco Zanni (Enl-Lega) che alla Verità parla di «un altro pezzo di regolamentazione che andrà non solo a danneggiare il sistema bancario italiano, uno dei più solidi del continente, ma anche l'economia reale. Dovendo rispettare assurdi vincoli», aggiunge Zanni, «le banche stringeranno ancora di più i cordoni del credito. Alla faccia dello spread, il vero problema per il sistema finanziario ed economico italiano è la dannosa e inutile regolamentazione Ue».
La stessa Banca d'Italia, nelle Note di stabilità finanziaria e vigilanza pubblicate lo scorso aprile, ha argomentato la mancata correlazione tra aumentato livello di Npl e mancata crescita. Dal canto loro, le banche nostrane hanno già compiuto grossi sforzi in materia di crediti deteriorati, portando le esposizioni lorde ai livelli minimi dal 2011. Le nuove regole arrivano all'indomani dell'approvazione del «Pacchetto bancario», volte anch'esse a ridurre il rischio, senza che si siano fatti passi reali nella direzione della condivisione. Ma soprattutto rischiano di mettere lo sgambetto alle nostre banche proprio nel momento in cui esse sono chiamate a guidare il Paese fuori dal pericolo recessione.
Antonio Grizzuti
La nuova versione dell’ecotassa farà sborsare di più alle famiglie
L'ecotassa cambia ma non risparmia le auto delle famiglie. Un emendamento alla legge di bilancio depositato dai relatori in commissione Bilancio del Senato ha infatti alzato, portandola a 160 CO2 g/km, la soglia sopra la quale scatterà l'imposta una tantum parametrata al numero dei grammi di biossido di carbonio emessi. Nell'emendamento è stato poi definito il cosiddetto «ecosconto» per l'acquisto di auto elettriche o ibride, che arriverà fino a 6.000 euro, e sono stati stanziati 5 milioni per installare nuove colonnine di ricarica.
A dare l'annuncio è stato il sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, il pentastellato Michele Dell'Orco, con un tweet: «Pronta versione definitiva #ecosconto, avanti con bonus fino a 6.000 euro per auto elettriche, a partire da marzo 2019. Soglia alzata sopra i 160 CO2 g/km per scoraggiare auto veramente inquinanti e grossa cilindrata».
Nella versione precedente, la proposta dell'ecotassa si applicava ai veicoli con emissioni superiori ai 110 grammi per km di anidride carbonica, cioè, secondo le associazioni dei costruttori, a circa due terzi delle auto vendute. Dopo le modifiche, la norma prevede, a partire dal prossimo primo marzo, l'applicazione di una tassa sull'acquisto di auto nuove che parte da 1.100 euro per le vetture che emettono da 161 a 175 grammi di CO2 al chilometro (un'Audi 3.000 a benzina, ad esempio, emette 170 g/km) e che sale progressivamente a 1.600 euro per le auto che emettono tra 176 e 200 g/km, a 2.000 euro per emissioni tra 201 e 250 g/km e a 2.500 euro per le vetture che emettono oltre 250 grammi di Co2 per chilometro. Sarebbero invece esentati quasi tutti i diesel, considerando che un 3.000 sovralimentato emette circa 140 g/km di CO2. L'emendamento precisa che per la determinazione del livello di emissioni si tiene in considerazione il dato del ciclo di prova Nedc, come riportato nel libretto di circolazione. L'imposta sarà dovuta per le immatricolazioni dal 1 marzo 2019 al 31 dicembre 2021, con un gettito previsto di 60 milioni di euro per il 2019 e di 70 milioni l'anno per il 2020 e per il 2021.
Per la parte di «bonus» si introduce il tetto di 45.000 euro (Iva esclusa) al valore dell'auto da incentivare: oltre quella soglia, non ci saranno sconti. Entra poi la discriminante della rottamazione: se si porta un veicolo al concessionario, il bonus è di 6.000 euro per la vettura nuova con emissioni di biossido di carbonio per chilometro tra 0 e 20, di 2.500 euro tra 21 e 70 CO2 g/km. In assenza di rottamazione, l'incentivo scende.
Con la nuova formulazione, l'ecotassa risparmierà le utilitarie, ma non si applicherà soltanto ad auto potenti, di lusso o Suv. Nella categoria tassata rientrerebbero infatti parecchi modelli di marchi prestigiosi, come Jaguar, Bmw, Land Rover, Mercedes, Volvo, Porsche, Audi, Alfa Romeo (tra cui la Giulietta), ma anche auto gettonate dalle famiglie certamente non lussuose, ma necessarie per gli spostamenti di chi ha bambini e magari vive in zone poco servite dal trasporto pubblico. È il caso, solo per citare alcuni esempi, della Ford Focus CMax benzina, della Kia Sportage, ma soprattutto di moltissimi modelli Fiat: dalla Qubo, alla 500 X cross e alle 500 L. Modelli destinati a un pubblico di massa, che rischia di pagare caro l'istituzione del nuovo balzello.
Non solo: l'emendamento preoccupa anche per altri motivi. Come ha sintetizzato il leader del sindacato autonomo Fismic Confsal, Roberto Di Maulo, «sembrerebbe che il governo abbia cancellato parzialmente la cosiddetta ecotassa togliendo dal dispositivo la parte più odiosa, ma ancora la normativa non va assolutamente bene perché favorisce le case produttrici di automobili estere rispetto alla casa produttrice nazionale». Il riferimento è in particolare agli incentivi per l'acquisto delle auto elettriche. «La Fca», ha aggiunto Di Maulo, «ha annunciato un piano industriale nel quale il decollo delle motorizzazioni elettriche avverrà solo sul mercato a partire dal 2020. Di conseguenza, se il provvedimento governativo dovesse iniziare nel 2019 aprirebbe il mercato a produttori coreani e giapponesi penalizzando l'intera filiera produttiva automotive, non solo italiana, ma anche europea. Si tratta di un provvedimento cervellotico, anche perché le macchine ibride prodotte attualmente fanno parte di una tecnologia ormai superata che garantisce un buon impatto ecologico soltanto quando il guidatore procede a 35-40 km/h. Superato tale limite, sono delle volgari vetture a benzina».
Di «misura ingiusta e punitiva nei confronti delle industrie e dei consumatori» ha parlato la deputata di Forza Italia Daniela Ruffino, secondo cui «non basta la revisione: l'ecotassa deve sparire perché è una misura ingiusta e punitiva nei confronti delle industrie e dei consumatori. Il settore dell'automotive è troppo importante per il nostro Paese. Non si può scherzare con un comparto industriale così strategico con migliaia di posti di lavoro in gioco».
Chiara Merico
Continua a leggereRiduci
Oggi la riunione cruciale della Commissione. La decisione sulla procedura di infrazione per debito non è ancora presa, tuttavia i documenti sono già pronti. Il governo è ottimista sul via libera al 2,04%. Ma intanto il Pil è stato rivisto al ribasso dall'1,5 all'1%.L'Ue vara la nuova norma sugli Npl: la soglia di deterioramento sarà 90 giorni, accantonamenti ridefiniti. Nessuna valutazione.L'imposizione investirà le vetture che emettono più di 160 grammi di CO2 a chilometro. Nel primo scaglione, da 1.100 euro, rientrano molti modelli Fiat usati da nuclei numerosi. Incentivo massimo solo per chi rottama.Lo speciale contiene tre articoli.Il Commissario Ue, Pierre Moscovici, ha rilasciato l'ennesima dichiarazione sull'Italia. «Sto lavorando per garantire che Roma non sia punita, e sono fiducioso», ha detto ieri mattina dando il via alla 24 ore di trattativa in vista della riunione odierna. Peccato che ieri pomeriggio sia trapelata una strategia bifronte. La Commissione ha già preparato i documenti per avviare la procedura per deficit eccessivo relativa al debito, anche se tutto dipenderà dall'esito del dibattito in seno al collegio dei commissari. L'esecutivo comunitario non è però ancora giunto a una conclusione definitiva. Prima di apporre la parola fine o inizio sulla procedura, è stato ritenuto necessario un dibattito a livello politico. Il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, e lo stesso Moscovici, illustreranno oggi al collegio la situazione. «Tutte le opzioni sono aperte», ha detto ieri la portavoce della Commissione, Mina Andreeva, nel consueto appuntamento di mezzogiorno con la stampa: «il collegio potrà decidere ogni potenziale passo successivo». Diverse fonti hanno confermato che, mentre erano in corso i negoziati con il governo sugli obiettivi di deficit, la Commissione ha proseguito il lavoro sulla procedura per deficit eccessivo nei confronti dell'Italia. Il che lascia aperte tutte le strade. Anche perché Bruxelles stessa manda segnali discordanti. La Commissione, che è un organo collegiale, sarebbe divisa al suo interno. Una conferma, indiretta ma significativa, della mancanza di accordo all'interno dell'esecutivo Ue è data dal fatto che ieri sera, dopo la lunga riunione dei capi di gabinetto che ha stabilito l'ordine del giorno della riunione odierna, dalla Commissione non sono arrivate comunicazioni, segno che le posizioni all'interno dell'esecutivo sono differenziate e che una sintesi interna da poter comunicare all'esterno non era ancora stata trovata. L'accordo tecnico tra Roma e Bruxelles si sarebbe potuto chiudere ieri. Fonti del governo ieri in serata hanno fatto sapere che l'accordo tecnico sul 2,04% di deficit sarebbe già stato raggiunto, il che al tempo stesso renderebbe improbabile la procedura d'infrazione. Il portavoce del ministro Giovanni Tria ha fatto sapere alle agenzia che la bozza informale è parime nti sul tavolo. Stando alle indiscrezioni il deficit dovrebbe essere confermato al 2,04 per cento dal precedente 2,4 ipotizzato nella prima versione, il debito ridursi per via di maggiori dismissioni di cespiti immobiliari e la crescita si arresterà all'1 per cento contro il contestato 1,5 per cento. Si restringono anche le platee di reddito di cittadinanza e quota 100 per via del rinvio delle misure e l'effetto rinuncia. Non a caso secondo quanto risulta alla Verità, il vice premier, Luigi Di Maio, sta preparando per il prossimo 18 gennaio un viaggio a New York. Ha chiesto di incontrare i rappresentanti di Bofa-Merrill Lynch. Al di là della propaganda anti banche, i grillini stanno cercando sponde negli Usa per tamponare le problematiche del 2019, magari intercettando investimenti. Su tutto resta infatti una incognita al momento difficile da definire. Si tratta della valutazione al ribasso della crescita del Pil italiano. «Credo che l'1% possa essere un target non solo realizzabile ma realistico, e che sulla base di questo obiettivo si possa sviluppare una politica d'investimento sana», ha ribadito ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Stefano Buffagni, alle telecamere di Sky tg24. La riduzione drastica all'1% potrebbe però imporre nuove revisioni sui termini della spesa e limare ulteriormente le voce di quota 100 e reddito di cittadinanza, almeno se si tiene il perno del 2,04% come elemento fisso attorno a cui far girare le altre voci. Non è da escludere però che ci sia stata una trattativa non ufficiale. Più elasticità da parte della Ue e silenzio-assenso dei gialloblù su temi delicati come l'estensione del bail in e la revisione delle norme sulle sofferenze bancarie (che inevitabilmente penalizzeranno i nostri istituti). In ogni caso tra gli emendamenti ieri è spuntato il nome della Cdp per ovviare alla strada classica del dficit/debito. A Cassa depositi e prestiti sarà chiesto di anticipare gli oltre 40 miliardi che la Pubblica amministrazione ancora deve alle aziende private. Un modo per evitare che la cifra finisca nel debito pubblico e che in ogni caso possa essere evasa in tempi ragionevoli. Confermate anche misure a costo zero come il taglio dei contributi Inail. Alle aziende costeranno il 30% in meno i versamenti per la tutela dei dipendenti grazie al fatto che l'Istituto da oltre 15 anni non rivede le tariffe ed è riuscito ad accumulare una liquidità imponente: oltre 12 miliardi di euro. Ultima notizia, non positiva. Mentre partirà la pace fiscale e l'operazione a saldo e stralcio delle cartelle, dal primo gennaio il tasso degli interessi legali verrà quasi triplicato: passa dallo 0,3% applicato nel 2018 allo 0,8% previsto per il 2019. Un batosta per chi non avrà la liquidità per pagare le imposte.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/intesa-con-lue-la-letterina-pero-e-scritta-2623777204.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leuropa-approva-la-stretta-bancaria-sulle-sofferenze-ma-la-mossa-e-al-buio" data-post-id="2623777204" data-published-at="1779304675" data-use-pagination="False"> L’Europa approva la stretta bancaria sulle sofferenze Ma la mossa è al buio Per l'ennesima volta nell'arco di pochi mesi si torna a parlare di crediti deteriorati. Un settore nel quale le novità per le nostre banche sembrano non finire mai. Nella giornata di ieri, infatti, Commissione europea, Parlamento e Consiglio hanno raggiunto un accordo sulla normativa europea che punta a ridurre i rischi per il settore bancario derivanti dall'accumulo dei non performing loans. Come prima cosa, l'accordo definisce in maniera univoca come «deteriorato» quel credito che presenta un ritardo di 90 giorni nel pagamento del capitale o degli interessi. Ma, cosa ancora più importante, stabilisce una serrata tabella di marcia (denominata «backstop prudenziale») relativa agli accantonamenti di capitale che gli istituti di credito saranno tenuti a effettuare a copertura delle esposizioni diventate inesigibili. Le nuove regole, giova precisarlo, si applicano solamente ai nuovi flussi di credito che in futuro andranno a deteriorarsi. Tuttavia, quando ci si muove nel terreno minato della normativa bancaria ogni minima modifica dei regolamenti è in grado di provocare effetti inaspettati e di natura potenzialmente sistemica. L'intesa, che dovrà comunque ottenere il via libera del Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper), è stata salutata con favore dai rappresentanti delle istituzioni europee. Secondo il vicepresidente della Commissione europea, il lettone Valdis Dombrovskis, l'accordo «rappresenta un nuovo passo in avanti verso l'Unione bancaria e consentirà alle banche di avere meno Npl». L'eurodeputato Roberto Gualtieri (S&D-Pd), presidente della commissione per gli Affari economici e monetari dell'Europarlamento, dal canto suo ha espresso «grande soddisfazione per l'accordo equilibrato raggiunto oggi sul nuovo regime prudenziale per i crediti deteriorati». Nel dettaglio, il compromesso opera una distinzione tra esposizioni garantite e non garantite. Per queste ultime (che comprendono i crediti alle famiglie), considerate più rischiose, la banche saranno chiamate a effettuare accantonamenti più rapidi. Una volta deterioratosi il credito, agli istituti verrà richiesto di mettere da parte il 35% del capitale dopo due anni, e il 100% già dopo tre anni. Riguardo alle esposizioni garantite, invece, la proposta della Commissione è differente se si parla di garanzie ipotecarie (100% dopo 9 anni) oppure di altro tipo (100% dopo 7 anni). Mancando una vera e propria valutazione d'impatto, stimare gli effetti sulle nostre banche e sull'economia nazionale risulta piuttosto arduo. Uno sforzo in tal senso ha provato a compierlo l'Autorità bancaria europea (Eba), la quale ha dipinto alcuni possibili scenari a seguito dell'introduzione del backstop, ma solo a livello continentale. Mediamente, su un orizzonte temporale di 20 anni, l'effetto in termini di Cet1 (il principale indicatore di solidità patrimoniale delle banche) sarebbe di 200 punti base (pari al 2%). Una differenziale che, verosimilmente, costringerebbe molti istituti a ricapitalizzare. Preoccupazione nel merito era stata espressa dall'Abi, a seguito della consultazione pubblica aperta l'anno scorso dalla Commissione. L'associazione che riunisce le banche italiane, pur condividendo in linea generale l'esigenza di aumentare le coperture sulle esposizioni deteriorate, invitava alla cautela per il «potenziale effetto distorsivo sull'allocazione delle risorse e sull'economia» legato all'approccio adottato da Bruxelles. Nel documento inviato alla Commissione, l'Abi lamentava «l'assenza di prove dal punto di vista economico che giustifichino la scelta di introdurre una tale calibrazione degli accantonamenti», sottolineando come in virtù della copertura totale sarebbe stato sufficiente fermarsi all'80%, e comunque non prima di quattro anni. Giudizio molto severo anche da parte di Intesa Sanpaolo, terzo istituto in Europa per capitalizzazione. Nel feedback inviato lo scorso maggio alla Commissione, si legge che tali misure «possono trovare giustificazione solo in situazioni di forte turbolenza finanziaria, ma non in una fase di ripresa economica e di robusta diminuzione di nuovi flussi di nuovi Npl, che dovrebbe portare il rapporto tra Npl e asset totali ai livelli pre crisi». Tra i rischi «non intenzionali» individuati dall'istituto, il calo nell'erogazione di nuovo credito e la concessione di nuovi finanziamenti limitatamente ai clienti particolarmente meritevoli (cosiddetto cherry picking). Durissimo l'eurodeputato Marco Zanni (Enl-Lega) che alla Verità parla di «un altro pezzo di regolamentazione che andrà non solo a danneggiare il sistema bancario italiano, uno dei più solidi del continente, ma anche l'economia reale. Dovendo rispettare assurdi vincoli», aggiunge Zanni, «le banche stringeranno ancora di più i cordoni del credito. Alla faccia dello spread, il vero problema per il sistema finanziario ed economico italiano è la dannosa e inutile regolamentazione Ue». La stessa Banca d'Italia, nelle Note di stabilità finanziaria e vigilanza pubblicate lo scorso aprile, ha argomentato la mancata correlazione tra aumentato livello di Npl e mancata crescita. Dal canto loro, le banche nostrane hanno già compiuto grossi sforzi in materia di crediti deteriorati, portando le esposizioni lorde ai livelli minimi dal 2011. Le nuove regole arrivano all'indomani dell'approvazione del «Pacchetto bancario», volte anch'esse a ridurre il rischio, senza che si siano fatti passi reali nella direzione della condivisione. Ma soprattutto rischiano di mettere lo sgambetto alle nostre banche proprio nel momento in cui esse sono chiamate a guidare il Paese fuori dal pericolo recessione. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/intesa-con-lue-la-letterina-pero-e-scritta-2623777204.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-nuova-versione-dellecotassa-fara-sborsare-di-piu-alle-famiglie" data-post-id="2623777204" data-published-at="1779304675" data-use-pagination="False"> La nuova versione dell’ecotassa farà sborsare di più alle famiglie L'ecotassa cambia ma non risparmia le auto delle famiglie. Un emendamento alla legge di bilancio depositato dai relatori in commissione Bilancio del Senato ha infatti alzato, portandola a 160 CO2 g/km, la soglia sopra la quale scatterà l'imposta una tantum parametrata al numero dei grammi di biossido di carbonio emessi. Nell'emendamento è stato poi definito il cosiddetto «ecosconto» per l'acquisto di auto elettriche o ibride, che arriverà fino a 6.000 euro, e sono stati stanziati 5 milioni per installare nuove colonnine di ricarica. A dare l'annuncio è stato il sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, il pentastellato Michele Dell'Orco, con un tweet: «Pronta versione definitiva #ecosconto, avanti con bonus fino a 6.000 euro per auto elettriche, a partire da marzo 2019. Soglia alzata sopra i 160 CO2 g/km per scoraggiare auto veramente inquinanti e grossa cilindrata». Nella versione precedente, la proposta dell'ecotassa si applicava ai veicoli con emissioni superiori ai 110 grammi per km di anidride carbonica, cioè, secondo le associazioni dei costruttori, a circa due terzi delle auto vendute. Dopo le modifiche, la norma prevede, a partire dal prossimo primo marzo, l'applicazione di una tassa sull'acquisto di auto nuove che parte da 1.100 euro per le vetture che emettono da 161 a 175 grammi di CO2 al chilometro (un'Audi 3.000 a benzina, ad esempio, emette 170 g/km) e che sale progressivamente a 1.600 euro per le auto che emettono tra 176 e 200 g/km, a 2.000 euro per emissioni tra 201 e 250 g/km e a 2.500 euro per le vetture che emettono oltre 250 grammi di Co2 per chilometro. Sarebbero invece esentati quasi tutti i diesel, considerando che un 3.000 sovralimentato emette circa 140 g/km di CO2. L'emendamento precisa che per la determinazione del livello di emissioni si tiene in considerazione il dato del ciclo di prova Nedc, come riportato nel libretto di circolazione. L'imposta sarà dovuta per le immatricolazioni dal 1 marzo 2019 al 31 dicembre 2021, con un gettito previsto di 60 milioni di euro per il 2019 e di 70 milioni l'anno per il 2020 e per il 2021. Per la parte di «bonus» si introduce il tetto di 45.000 euro (Iva esclusa) al valore dell'auto da incentivare: oltre quella soglia, non ci saranno sconti. Entra poi la discriminante della rottamazione: se si porta un veicolo al concessionario, il bonus è di 6.000 euro per la vettura nuova con emissioni di biossido di carbonio per chilometro tra 0 e 20, di 2.500 euro tra 21 e 70 CO2 g/km. In assenza di rottamazione, l'incentivo scende. Con la nuova formulazione, l'ecotassa risparmierà le utilitarie, ma non si applicherà soltanto ad auto potenti, di lusso o Suv. Nella categoria tassata rientrerebbero infatti parecchi modelli di marchi prestigiosi, come Jaguar, Bmw, Land Rover, Mercedes, Volvo, Porsche, Audi, Alfa Romeo (tra cui la Giulietta), ma anche auto gettonate dalle famiglie certamente non lussuose, ma necessarie per gli spostamenti di chi ha bambini e magari vive in zone poco servite dal trasporto pubblico. È il caso, solo per citare alcuni esempi, della Ford Focus CMax benzina, della Kia Sportage, ma soprattutto di moltissimi modelli Fiat: dalla Qubo, alla 500 X cross e alle 500 L. Modelli destinati a un pubblico di massa, che rischia di pagare caro l'istituzione del nuovo balzello. Non solo: l'emendamento preoccupa anche per altri motivi. Come ha sintetizzato il leader del sindacato autonomo Fismic Confsal, Roberto Di Maulo, «sembrerebbe che il governo abbia cancellato parzialmente la cosiddetta ecotassa togliendo dal dispositivo la parte più odiosa, ma ancora la normativa non va assolutamente bene perché favorisce le case produttrici di automobili estere rispetto alla casa produttrice nazionale». Il riferimento è in particolare agli incentivi per l'acquisto delle auto elettriche. «La Fca», ha aggiunto Di Maulo, «ha annunciato un piano industriale nel quale il decollo delle motorizzazioni elettriche avverrà solo sul mercato a partire dal 2020. Di conseguenza, se il provvedimento governativo dovesse iniziare nel 2019 aprirebbe il mercato a produttori coreani e giapponesi penalizzando l'intera filiera produttiva automotive, non solo italiana, ma anche europea. Si tratta di un provvedimento cervellotico, anche perché le macchine ibride prodotte attualmente fanno parte di una tecnologia ormai superata che garantisce un buon impatto ecologico soltanto quando il guidatore procede a 35-40 km/h. Superato tale limite, sono delle volgari vetture a benzina». Di «misura ingiusta e punitiva nei confronti delle industrie e dei consumatori» ha parlato la deputata di Forza Italia Daniela Ruffino, secondo cui «non basta la revisione: l'ecotassa deve sparire perché è una misura ingiusta e punitiva nei confronti delle industrie e dei consumatori. Il settore dell'automotive è troppo importante per il nostro Paese. Non si può scherzare con un comparto industriale così strategico con migliaia di posti di lavoro in gioco». Chiara Merico
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
Continua a leggereRiduci
Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
Continua a leggereRiduci