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2018-10-02
Il vero terrorista è proprio Juncker: «L’Italia? Non voglio un’altra Grecia»
ANSA
L'offesa più grave è arrivata a fine giornata dall'uomo della sciatica, Jean Claude Juncker, con un incredibile paragone tra Italia e Grecia: «L'Italia si sta allontanando dagli obiettivi concordati, abbiamo appena risolto la crisi della Grecia, non voglio ritrovarmi nella stessa situazione. Se l'Italia vuole un trattamento speciale, sarebbe la fine dell'euro. Per questo dobbiamo essere molto rigidi», riporta la Reuters.
Ma per tutto il giorno non sono mancati altri colpi, nell'arena dell'Eurogruppo, tra l'«esaminato» Giovanni Tria che è giustamente tornato a casa in serata, non partecipando dunque all'Ecofin in programma oggi, per chiudere la Nota di aggiornamento al Def che stamattina sarà inviata alle Camere, e gli «esaminatori» che a freddo, prim'ancora di vedere la manovra (che dev'essere presentata entro il 15 ottobre), si sono lanciati in dichiarazioni ostili e perfino minacciose contro l'Italia. A rendere tutto ancora più psichedelico, il fatto che i più scatenati verso l'Italia siano quelli che hanno meno le carte in regola a casa loro, cioè i francesi.
Tria ha provato a gettare acqua sul fuoco: «Cercherò di spiegare come sarà formulata la manovra». Il ministro dell'Economia ha voluto rassicurare i partner Ue («stiano tranquilli»), aggiungendo che «il rapporto debito/Pil scenderà nel 2019». Ciononostante, i presunti pompieri dell'Ue si sono messi a fare i piromani, con tre dichiarazioni l'una più velenosa dell'altra. La prima è stata quella del vicepresidente della Commissione, il lettone Valdis Dombrovskis, arcigno portaparola delle posizioni francotedesche: «Aspettiamo la legge di stabilità, ma a prima vista i piani di bilancio italiani non sembrano compatibili con le regole del Patto». Quindi, la manovra ancora non c'è, ma il numero due della Commissione non si fa scrupolo, senza aver letto nulla, di dare un giudizio così severo.
Dichiarazione fotocopia da parte di Pierre Moscovici, francese, titolare di uno dei portafogli economici a Bruxelles: «La Commissione Ue aspetterà il 15 ottobre per pronunciarsi, ma a prima vista c'è una deviazione significativa dagli impegni da parte di Roma». E ancora, sempre parlando al buio e senza un testo: «La manovra privilegia la spesa pubblica, ai cittadini bisogna dire la verità». La terza dichiarazione è quella del ministro francese dell'Economia, Bruno Le Maire: «Le regole sono uguali per tutti perché il nostro destino è legato. C'è un legame nel futuro di Italia, Francia, Germania e Spagna: tutti i membri della zona euro sono legati».
Destino e legame curioso, però, quello evocato da Le Maire: siamo tutti uguali, però la Francia (più uguale degli altri?) può permettersi di presentare una manovra con il deficit al 2,8, mentre l'Italia viene preventivamente bacchettata se sta quattro decimali sotto.
Inutile girarci intorno. Dietro la lingua di legno e l'ipocrisia su patti e impegni, siamo nel campo di valutazioni politiche: e l'asse francotedesco non ha perso tempo a mostrare ostilità verso Roma.
Il primo ad accorgersene, con intelligente sarcasmo, è stato il corrispondente europeo del Wall Street Journal, Bojan Pancevski, che ha ironizzato sul «fantastico warning» contro l'Italia da parte di un Paese, la Francia, che «ha aggirato quelle stesse regole per un decennio».
Tuttavia, non è facile prevedere il comportamento di una Commissione Ue al capolinea, in vista delle elezioni europee di maggio. In questa situazione, qualcuno ritiene che commissari così politicamente indeboliti non se la sentiranno di fare scherzi all'Italia; altri però fanno osservare che proprio questa condizione di uscenti li renderà privi di scrupoli nel tentare di sgambettare il governo gialloblù.
Dura la reazione di Luigi Di Maio: «Stamattina a qualcuno non andava bene che lo spread non si fosse impennato… Moscovici, che non è italiano, si è svegliato e ha pensato bene di fare una dichiarazione contro l'Italia e creare tensione sui mercati». Mentre, sempre ieri, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato al Colle il premier Giuseppe Conte per un colloquio informale ieri mattina.
Quanto ai contenuti della manovra, vanno sottolineati due temi. Uno di carattere generale, ripetutamente sottolineato in questi giorni dalla Verità: una volta compiuto l'atto coraggioso di forzare sul rapporto deficit/Pil, ora la vera partita politica starà nel dosaggio delle risorse. Quante saranno destinate al taglio di tasse? Riuscirà la componente leghista a evitare che la quota destinata ai sussidi sia eccessiva? Riuscirà a far sì che sotto i «titoli» delle misure fiscali lo «svolgimento» sia già consistente nel primo anno? È lì il cuore del problema: anche per mercati e investitori, che attendono di capire se la manovra sarà in grado di incoraggiare domanda interna, consumi, crescita.
C'è anche un tema più specifico, che da un'intervista domenicale di Tria è oggetto di dubbi, non esistendo certezze né un testo. Tria ha parlato di nuove clausole, non sul lato delle tasse ma su quello della spesa. La cosa si presta a due diverse interpretazioni. Si può pensare (e sarebbe ottimo: i lettori ricorderanno che si tratta di una proposta lanciata sulla Verità) a un'inversione della logica delle clausole: insomma, se gli obiettivi non vengono raggiunti, anziché scattare aumenti di tasse automatici, in futuro dovrebbero scattare tagli di spesa automatici. Ma si può anche temere (interpretazione meno incoraggiante) un ritorno dei tagli lineari: cosa assai diversa dall'auspicabile esame dettagliato e differenziato delle singole voci di spesa, a partire dalla montagna di 175 miliardi di tax expenditures. Ne capiremo presto di più.
Da ultimo, una curiosità. Alla riunione di oggi dell'Ecofin, al posto di Tria, dovrebbe partecipare il direttore generale del ministero, Alessandro Rivera. Insomma, un alto dirigente: categoria soavemente definita da Rocco Casalino i «pezzi di m…» del Mef.
Il disavanzo in sé non viola la Carta, ma la stretta di Monti ci frega
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Giovanni Tria all'Eurogruppo rassicura: «Il rapporto debito/Pil calerà». I commissari Ue minacciano: «Occhio, voi non rispettare i patti». E il capo della Commissione spara: «Con Roma saremo molto rigidi, o salta l'euro».Il vero scoglio con l'Ue è aver inserito nella Carta il pareggio di bilancio.Toccato per la prima volta il tasso del 59% di assunti. Crollano i contratti ai giovani.Lo speciale contiene tre articoli.L'offesa più grave è arrivata a fine giornata dall'uomo della sciatica, Jean Claude Juncker, con un incredibile paragone tra Italia e Grecia: «L'Italia si sta allontanando dagli obiettivi concordati, abbiamo appena risolto la crisi della Grecia, non voglio ritrovarmi nella stessa situazione. Se l'Italia vuole un trattamento speciale, sarebbe la fine dell'euro. Per questo dobbiamo essere molto rigidi», riporta la Reuters.Ma per tutto il giorno non sono mancati altri colpi, nell'arena dell'Eurogruppo, tra l'«esaminato» Giovanni Tria che è giustamente tornato a casa in serata, non partecipando dunque all'Ecofin in programma oggi, per chiudere la Nota di aggiornamento al Def che stamattina sarà inviata alle Camere, e gli «esaminatori» che a freddo, prim'ancora di vedere la manovra (che dev'essere presentata entro il 15 ottobre), si sono lanciati in dichiarazioni ostili e perfino minacciose contro l'Italia. A rendere tutto ancora più psichedelico, il fatto che i più scatenati verso l'Italia siano quelli che hanno meno le carte in regola a casa loro, cioè i francesi.Tria ha provato a gettare acqua sul fuoco: «Cercherò di spiegare come sarà formulata la manovra». Il ministro dell'Economia ha voluto rassicurare i partner Ue («stiano tranquilli»), aggiungendo che «il rapporto debito/Pil scenderà nel 2019». Ciononostante, i presunti pompieri dell'Ue si sono messi a fare i piromani, con tre dichiarazioni l'una più velenosa dell'altra. La prima è stata quella del vicepresidente della Commissione, il lettone Valdis Dombrovskis, arcigno portaparola delle posizioni francotedesche: «Aspettiamo la legge di stabilità, ma a prima vista i piani di bilancio italiani non sembrano compatibili con le regole del Patto». Quindi, la manovra ancora non c'è, ma il numero due della Commissione non si fa scrupolo, senza aver letto nulla, di dare un giudizio così severo.Dichiarazione fotocopia da parte di Pierre Moscovici, francese, titolare di uno dei portafogli economici a Bruxelles: «La Commissione Ue aspetterà il 15 ottobre per pronunciarsi, ma a prima vista c'è una deviazione significativa dagli impegni da parte di Roma». E ancora, sempre parlando al buio e senza un testo: «La manovra privilegia la spesa pubblica, ai cittadini bisogna dire la verità». La terza dichiarazione è quella del ministro francese dell'Economia, Bruno Le Maire: «Le regole sono uguali per tutti perché il nostro destino è legato. C'è un legame nel futuro di Italia, Francia, Germania e Spagna: tutti i membri della zona euro sono legati».Destino e legame curioso, però, quello evocato da Le Maire: siamo tutti uguali, però la Francia (più uguale degli altri?) può permettersi di presentare una manovra con il deficit al 2,8, mentre l'Italia viene preventivamente bacchettata se sta quattro decimali sotto.Inutile girarci intorno. Dietro la lingua di legno e l'ipocrisia su patti e impegni, siamo nel campo di valutazioni politiche: e l'asse francotedesco non ha perso tempo a mostrare ostilità verso Roma. Il primo ad accorgersene, con intelligente sarcasmo, è stato il corrispondente europeo del Wall Street Journal, Bojan Pancevski, che ha ironizzato sul «fantastico warning» contro l'Italia da parte di un Paese, la Francia, che «ha aggirato quelle stesse regole per un decennio».Tuttavia, non è facile prevedere il comportamento di una Commissione Ue al capolinea, in vista delle elezioni europee di maggio. In questa situazione, qualcuno ritiene che commissari così politicamente indeboliti non se la sentiranno di fare scherzi all'Italia; altri però fanno osservare che proprio questa condizione di uscenti li renderà privi di scrupoli nel tentare di sgambettare il governo gialloblù.Dura la reazione di Luigi Di Maio: «Stamattina a qualcuno non andava bene che lo spread non si fosse impennato… Moscovici, che non è italiano, si è svegliato e ha pensato bene di fare una dichiarazione contro l'Italia e creare tensione sui mercati». Mentre, sempre ieri, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato al Colle il premier Giuseppe Conte per un colloquio informale ieri mattina.Quanto ai contenuti della manovra, vanno sottolineati due temi. Uno di carattere generale, ripetutamente sottolineato in questi giorni dalla Verità: una volta compiuto l'atto coraggioso di forzare sul rapporto deficit/Pil, ora la vera partita politica starà nel dosaggio delle risorse. Quante saranno destinate al taglio di tasse? Riuscirà la componente leghista a evitare che la quota destinata ai sussidi sia eccessiva? Riuscirà a far sì che sotto i «titoli» delle misure fiscali lo «svolgimento» sia già consistente nel primo anno? È lì il cuore del problema: anche per mercati e investitori, che attendono di capire se la manovra sarà in grado di incoraggiare domanda interna, consumi, crescita.C'è anche un tema più specifico, che da un'intervista domenicale di Tria è oggetto di dubbi, non esistendo certezze né un testo. Tria ha parlato di nuove clausole, non sul lato delle tasse ma su quello della spesa. La cosa si presta a due diverse interpretazioni. Si può pensare (e sarebbe ottimo: i lettori ricorderanno che si tratta di una proposta lanciata sulla Verità) a un'inversione della logica delle clausole: insomma, se gli obiettivi non vengono raggiunti, anziché scattare aumenti di tasse automatici, in futuro dovrebbero scattare tagli di spesa automatici. Ma si può anche temere (interpretazione meno incoraggiante) un ritorno dei tagli lineari: cosa assai diversa dall'auspicabile esame dettagliato e differenziato delle singole voci di spesa, a partire dalla montagna di 175 miliardi di tax expenditures. Ne capiremo presto di più.Da ultimo, una curiosità. Alla riunione di oggi dell'Ecofin, al posto di Tria, dovrebbe partecipare il direttore generale del ministero, Alessandro Rivera. Insomma, un alto dirigente: categoria soavemente definita da Rocco Casalino i «pezzi di m…» del Mef.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-terrorista-e-proprio-juncker-litalia-non-voglio-unaltra-grecia-2609342731.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-disavanzo-in-se-non-viola-la-carta-ma-la-stretta-di-monti-ci-frega" data-post-id="2609342731" data-published-at="1782192077" data-use-pagination="False"> Il disavanzo in sé non viola la Carta, ma la stretta di Monti ci frega La battaglia per convincere i partner europei della bontà della manovra sarà dura, ma il governo rischia di subire uno sgambetto preventivo ancora più clamoroso della bocciatura di Bruxelles. Venerdì scorso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti ricordato che tenere i conti pubblici in ordine è una «condizione indispensabile di sicurezza sociale, soprattutto per i giovani e per il loro futuro. La Costituzione», ha sottolineato Mattarella durante un Convegno sui 70 anni della Carta, «all'articolo 97 dispone che occorre assicurare l'equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico. Questo per tutelare i risparmi dei nostri concittadini, le risorse per le famiglie e per le imprese, per difendere le pensioni, per rendere possibili interventi sociali concreti ed efficaci». Un avvertimento talmente puntuale che non può essere preso sotto gamba. Non bisogna dimenticare, infatti, che la figura del presidente della Repubblica funge da garante della Costituzione, e il precedente rappresentato dal rifiuto di nominare Paolo Savona al Mef ha dato prova che l'inquilino del Colle sa mostrare i muscoli quando lo ritiene necessario. Tuttavia, in sé il ricorso al deficit non può essere considerato una misura contraria alla Costituzione: è anzi la norma per la stragrande maggioranza di tutti gli Stati, Italia compresa. Ciò che ha cambiato il quadro è stata la decisione di inserire il pareggio di bilancio all'interno della nostra Costituzione. Il che, dal 2012, rappresenta un inevitabile capestro per qualsiasi governo, presente e futuro, che manifesti velleità di intervento sui conti pubblici. La scelta fu presa nel 2011, quando a settembre il governo presieduto da Silvio Berlusconi varò un disegno di legge costituzionale volto a introdurre questo principio. Appena due giorni dopo l'approvazione del testo da parte della Commissione Bilancio, il 12 novembre, Berlusconi rassegnò le dimissioni. Sull'onda della crisi dello spread, che aveva sfondato proprio in quei giorni quota 500, il Parlamento decise di dare un segnale forte all'Ue accelerando l'approvazione della norma. Nel giro di cinque mesi il pareggio entrò in Costituzione. La sterzata verso il rigore totale anticipò di fatto quanto avrebbe disciplinato il famigerato «fiscal compact», approvato dal Parlamento italiano solo l'estate dell'anno successivo, e che all'articolo 3c prevede l'obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio. Fino ad allora, l'unico vago riferimento in merito era contenuto all'articolo 104c del Trattato di Maastricht che stabiliva che «gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi». E in effetti, chi avrà la pazienza di rileggersi gli interventi del dibattito in Aula, ma soprattutto il dossier dell'Ufficio studi della Camera elaborato nel novembre 2011, si renderà senz'altro conto che tale decisione fu presa in un momento di panico sotto la forma di un vero e proprio «atto di fede». «Le disposizioni vigenti dei Trattati in materia di Unione economica e monetaria e il Protocollo sui disavanzi eccessivi», si legge nella relazione fornita ai parlamentari, «non stabiliscono espressamente l'obbligo di introdurre negli ordinamenti nazionali regole, costituzionali o legislative, volte ad assicurare il rispetto dei valori di riferimento relativi al disavanzo e al debito fissati a livello europeo». Più avanti, l'Ufficio studi fa riferimento alla direttiva sui quadri nazionali di bilancio, il cui termine per il recepimento veniva fissato al 31 dicembre 2013, e il «Patto euro plus», in alcun modo non vincolante. Il rapporto fa invece menzione del vertice di Capi di stato e di governo del 26 ottobre 2011, che ha «elogiato l'obiettivo dell'Italia di introdurre nella Costituzione una norma in materia di pareggio di bilancio entro la metà del 2012». Un intento, si legge poco più sotto, «indicato in una lettera trasmessa, secondo fonti informali, prima del medesimo vertice, dal Presidente del Consiglio (Silvio Berlusconi, ndr) ai Presidenti del Consiglio europeo e della Commissione europea». È questa la genesi, eterodiretta dalle istituzioni europee, della trappola che potrebbe portare il governo gialloblù allo scontro finale con l'Unione europea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-terrorista-e-proprio-juncker-litalia-non-voglio-unaltra-grecia-2609342731.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="occupazione-mai-cosi-alta-dal-2012-ma-esplodono-i-lavori-a-termine" data-post-id="2609342731" data-published-at="1782192077" data-use-pagination="False"> Occupazione mai così alta dal 2012, ma esplodono i lavori a termine I dati diffusi ieri dall'Istat sulla disoccupazione in Italia sono come spesso accade a due facce. La notizia positiva è che l'occupazione ha raggiunto per la prima volta un tasso del 59%, il più alto da quando esistono le serie storiche Istat. Quella negativa è che il trend è ormai segnato: in un anno (agosto 2017-agosto 2018) sono diminuiti di 49.000 unità gli occupati permanenti (-0,3%) e sono aumentati di 351.000 (+12,6%) quelli a termine. Se non altro, però, nel mese di agosto sono cresciuti tutti i tipi di posizioni: gli occupati dipendenti (+95.000), sia permanenti (+50.000) sia a termine (+45.000). Valori incoraggianti che però non includono ancora gli effetti concreti del decreto Dignità. Al netto, dunque, di chi ha anche perso il lavoro, dopo il calo di giugno e luglio è tornato a crescere il numero di occupati ad agosto (+69.000), mentre sui 12 mesi la crescita è stata di 312.000 occupati. Al contrario, i disoccupati sono diminuiti sul mese di 119.000 unità a 2,52 milioni mentre sono calati di 438.000 unità rispetto ad agosto 2017. A preoccupare però è la disoccupazione giovanile: ad agosto si è attestata al 31% (+0,2%). I dati mostrano come l'occupazione giovanile sia sostanzialmente ferma (+0,2%) mentre è cresciuta molto (+2,8%) quella degli over 50, a conferma di una tendenza ormai assodata. «In questo contesto», spiega una nota di Confcommercio, «tuttavia, non vanno trascurati gli elementi di squilibrio che permangono all'interno del mercato del lavoro: gli ultra cinquantenni sono il segmento che più beneficia dei miglioramenti occupazionali (ad oggi rappresentano circa il 34% dell'occupazione, quota che si attestava di poco al di sopra del 29% ad inizio 2014), e la continua erosione sul versante dell'occupazione indipendente. Va anche aggiunto che i dati vanno valutati con molta cautela, in quanto il rallentamento dell'economia in atto da alcuni mesi potrebbe non essersi ancora trasferito al mercato del lavoro». L'incidenza dei disoccupati sulla popolazione della classe di età 15-24 anni ad agosto è risultata pari al 7,8% ed è stabile rispetto a luglio mentre il tasso d'occupazione dei 15-24enni è sceso dello 0,2%. Più fortunati i professionisti tra i 35 ei 49 anni di età con una crescita dello 0,4%. Inoltre, le persone inattive si sono mostrate in crescita in tutte le classi d'età. In totale si tratta di 46.000 persone in più che non cercano lavoro e non ce l'hanno. L'aumento è distribuito tra uomini (+26.000) e, per quasi il doppio, donne (+43.000) mentre sui 12 mesi la performance tra i due sessi è più simile con +171.000 uomini e +141.000 donne. Come spiega su Twitter Francesco Seghezzi, direttore della fondazione Adapt che studia il mondo del lavoro, «la ripresa degli occupati è positiva, così come è positivo il calo dei disoccupati. Si confermano, però, anche le criticità», sottolinea. «Molto negativo il dato anagrafico che punisce i giovani, forte crescita lavoro a termine, con politiche attive assenti», evidenzia l'esperto. Per quanto riguarda il decreto dignità, aggiunge Seghezzi su Twitter, gli effetti si dovrebbe vedere da novembre o da dicembre di quest'anno. Proprio su questo tema ha commentato Confesercenti: «Sul boom degli occupati a tempo determinato potrebbe incidere in misura significativa anche la corsa al rinnovo e alla proroga dei contratti a termine prima dell'arrivo del decreto dignità, pubblicato a luglio con la previsione di un periodo di transizione fino al 31 ottobre per i contratti già in essere al momento dell'approvazione del decreto». Ancora una volta, dunque, i dati diffusi dall'Istat fanno storcere il naso. Come al solito l'ottimismo di alcuni dati come il tasso di disoccupazione ai minimi e quello di occupazione ai massimi non possono far scordare che il nostro mercato del lavoro sta andando verso una tendenza per cui si offrono sempre meno garanzie ai lavoratori e i giovani sono sempre la categoria con meno prospettive. Infine, come se non bastasse, gli ultra cinquantenni devono lavorare sempre più per riuscire a sbarcare il lunario.
Alex Schwazer (Ansa)
Ancora guai, ancora accuse di doping. E questa volta sarebbe la terza, nonostante le stranezze che hanno contraddistinto soprattutto la seconda, nel 2016. Alex Schwazer non ha pace e, dice lui, a 41 anni sta considerando l’ipotesi di tirare i remi in barca. O meglio di appendere al chiodo le scarpe da maratoneta. Già da lunedì i corvi volavano sopra la sua testa: un comunicato della Nada, l’Agenzia nazionale antidoping della Germania, aveva fatto intendere di voler aprire un procedimento contro l’atleta altoatesino. Schwazer sarebbe risultato positivo ai controlli sull’utilizzo di eritroproietina (l’Epo, sostanza proibita che favorisce l’ossigenazione del sangue migliorando le prestazioni aerobiche) a margine dei campionati tedeschi di maratona, da lui vinti con un tempo record, poco più di tre ore, lo scorso 27 aprile.
La Nada ha comunicato di aver trasmesso la documentazione anche alla magistratura ordinaria perché in Germania, come in Italia, il doping in una gara sportiva sotto l’egida del Cio costituisce reato. Già nel 2012 il corridore azzurro era incappato in una vicenda analoga, alla vigilia delle Olimpiadi di Londra. Poi arrivò un altro episodio nel 2016, un fattaccio assai nebuloso: positività all’utilizzo di testosterone in un controllo a sorpresa che gli costò una squalifica di otto anni. Salvo poi, nel 2021, vedere archiviate le accuse a suo carico dal Gip di Bolzano per «non aver commesso il fatto». Fatto archiviato, ma squalifica confermata dalla Wada, l’agenzia mondiale antidoping, al punto che Schwazer ha considerato l’ipotesi di una manomissione ad arte delle provette di urina per farlo finire nei guai.
Nel 2025, l’azzurro è tornato a gareggiare quasi per diletto, allenandosi nei ritagli di tempo scovati tra il lavoro e i momenti con la famiglia, senza rinunciare alle velleità competitive. La sua prestazione in Germania aveva addirittura rilanciato la sua candidatura all’Europeo di Birmingham, poi sfumata. Schwazer ha spiegato la sua versione dei fatti in una conferenza stampa convocata su Zoom dalla sua manager Giulia Mancini. L’atmosfera sembrava intrisa di palese rassegnazione. «Venerdì mattina ho ricevuto una mail in cui incredibilmente si parla di una mia positività all’Epo», ha spiegato con occhi esausti. «Sono innocente, non ho assunto Epo e non ho assunto altre sostanze vietate. Allo stesso tempo dico che questa volta non mi difenderò più. Non ho più la forza e l’energia di farlo».
Poi la memoria corre indietro nel tempo: «Se ripenso a tutte le battaglie che abbiamo intrapreso con udienze, perizie, memorie, ricorsi, controricorsi, al pensiero di dover affrontare un percorso di questo tipo, io non ce la faccio più. Possono fare quello che vogliono, tanto lo farebbero comunque. Ho 41 anni, una bella famiglia e una mia vita, un lavoro che nulla ha a che fare con lo sport. Non voglio rovinare tutto». Insomma, sia fatta la volontà del Cielo, pare dire lui. Non rinunciando a un’ultima mossa: «Non mi difenderò più, l’unica cosa che chiederemo sarà una controanalisi, a patto che venga analizzato pure un campione di urina che Sandro (Donati, il suo allenatore, ndr) ha portato a casa. Non stateci male, probabilmente io nello sport non posso più starci, ma ho la coscienza a posto».
C’è tempo per qualche riflessione ulteriore: «Non so come l’Epo sia finita nella provetta, non lo voglio sapere, non siamo a dieci anni fa quando i miei giorni giravano intorno a queste domande. Altrimenti mi rovino. Sono un innocente e le altre cose non mi interessano».
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L'ad di Unicredit Andrea Orcel (Ansa)
Nel lessico corrente, significa che il gruppo guidato da Andrea Orcel ha deciso di chiudere la porta del tribunale per tornare nella stanza dove si giocano davvero le partite del risiko: quella delle trattative, delle iniziative di mercato, e soprattutto dei rapporti di forza con la politica economica. Il Consiglio di Stato prende atto della rinuncia all’appello contro la sentenza del Tar del Lazio sulle prescrizioni imposte dal Golden power nell’operazione su Banco Bpm. Una chiusura formale che però ha il sapore sostanziale di una tregua. Una maniera per togliere tensioni e imbarazzi. Del resto, in questa nuova stagione di consolidamento del sistema bancario, il confronto si svolge su più tavoli e nessuno ha tempo per restare impigliato troppo a lungo in quello giudiziario. E mentre Unicredit archivia la pratica romana, sullo sfondo resta la partita vera: quella industriale e azionaria, dove i numeri contano più delle sentenze e i soci più dei tribunali.
A Siena il mondo continua a girare con il suo passo antico e inquieto. Monte dei Paschi si muove dentro la seconda fase del grande risiko bancario italiano, quello in cui non è mai del tutto chiaro chi sia il predatore e chi la preda. Il cda di Banca Monte dei Paschi, con la regia di Luigi Lovaglio, si riunisce mentre sul tavolo si accumulano dossier che hanno più il peso della storia che quello della contabilità: aggregazioni, scorpori, fusioni, e soprattutto la lunga ombra delle operazioni su Mediobanca.
C’è chi a Siena continua a parlare di «integrazione industriale», e chi più brutalmente di sopravvivenza. In questo senso l’operazione privilegiata è quella con Banco Bpm che tuttavia si scontra con il piatto da 30 miliarmesso sul tavolo da Intesa. In attesa che si definiscano gli assetti proprietari il riassetto del gruppo toscano va avanti con una geometria complessa: scissioni parziali, scorpori, riorganizzazioni societarie che ridisegnano perimetri e identità. Un mosaico in movimento che dovrebbe trovare un primo ordine entro il quarto trimestre dell’anno, sempre che il mercato e le autorità non decidano di riscrivere qualche tessera lungo il percorso. Nella nuova Mediobanca disegnata da Luigi Lovaglio resterà la storica partecipazione del 13% in Generali. L’altro braccio sarà costituito dalle reti di consulenti finanziari di Mediobanca Premier e Banca Widiba.
Sul fronte più caldo del risiko, però, la scena non è solo italiana ma ha accento tedesco. L’operazione di Unicredit su Commerzbank riparte per il secondo tempo, ma il copione non cambia. Berlino, ancora una volta, alza un sopracciglio più che un ponte.
Dalle colonne dell’Handelsblatt arriva un messaggio che somiglia a una porta socchiusa ma ben presidiata: il governo federale tedesco, che detiene circa il 13% della banca, non ha alcuna intende vendere. E finché lo Stato resta dentro, ricordano a Francoforte, parole come delisting o fusioni verso Milano restano esercizi teorici. E dire che numeri e percentuali, almeno sulla carta, raccontano una storia diversa. Unicredit è già salita oltre il 39% del capitale e potrebbe spingersi al 42,5% con gli strumenti convertibili, fino al 44,33% dopo l’annullamento delle azioni proprie da parte della banca tedesca. Una posizione tutt’altro che marginale, con l’offerta che viaggia anche su un premio contenuto (1,9%) ma simbolicamente significativo. Eppure, come spesso accade nelle partite più delicate, la matematica non basta quando entra in scena la politica.
I tempi supplementari dell’Ops sembrano allora più un prolungamento tattico che una svolta decisiva. Ancora pochi giorni di Borsa aperta per provare a convincere gli indecisi, poi l’8 luglio dirà il resto. Ma anche lì, più che un verdetto definitivo, si intravede l’ennesimo capitolo di una trattativa in corso.
Così tra Milano, Siena e Francoforte, il risiko bancario europeo assume sempre più le sembianze di un gioco a incastri dove ogni mossa genera una contro-mossa, e ogni avanzata si porta dietro un passo laterale della politica. Insomma mentre in Italia si chiude – almeno formalmente – il contenzioso sul Golden power con il ritiro del ricorso di Unicredit contro il governo sull’operazione Banco Bpm, e mentre il sistema bancario italiano continua a ridisegnarsi tra offerte, fusioni e contro-proposte, resta aperto il fronte più delicato per Orcel.
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L'ex ministro dei Trasporti spagnolo Josè Luis Ábalos (Ansa)
La Spagna si conferma un Paese all’avanguardia per il centrosinistra italiano. Ieri l’ex numero tre del partito socialista, Josè Luis Ábalos, ex braccio destro del premier Pedro Sánchez, si è preso una condanna monstre da 24 anni di carcere per corruzione, nell’ambito di uno scandalo sulle forniture di mascherine e altro materiale sanitario ai tempi del Covid 19. Il governo idolatrato per otto anni dal Pd traballa ogni giorno di più e ieri è arrivata anche una nuova puntata dello scandalo giudiziario e politico che riguarda la moglie di Sànchez, Begoña Gómez, alla quale è stato ritirato il passaporto. Stessa misura preventiva era toccata due settimane fa all’ex premier José Luis Zapatero, al centro di un’inchiesta per corruzione che rischia di travolgere quel che resta dei socialisti iberici.
L’ex ministro dei Trasporti Ábalos è stato per anni l’uomo più fidato di Sánchez, fin quando è stato bruciato dallo scandalo Koldo, dal nome del consigliere ministeriale Koldo Garcia. Si tratta di un’inchiesta sulla fornitura di mascherine e altro materiale sanitario ai tempi della pandemia cinese, con un bel giro di tangenti. Scandalo impreziosito da una serie di assunzioni femminili in varie aziende pubbliche, in un’interpretazione estensiva delle quote rosa. Ieri il collegio giudicante della Corte suprema spagnola, con sette voti su sette, ha inflitto una condanna da 24 anni e tre mesi di carcere per corruzione ad Ábalos. A Koldo Garcia sono stati comminati 19 anni e otto mesi, mentre un terzo imputato, che ha confessato di aver pagato tangenti, si è preso solo quattro anni e mezzo con pena sospesa. Due anni fa, la stampa spagnola aveva riportato le micidiali chat degli indagati, tra le quali una sembrava portare all’Italia. In particolare, due indagati parlavano di «una ministra» da coinvolgere nel business delle mascherine perché, a sua volta, quella avrebbe potuto «metterci in contatto con il ministro della Salute in Italia» (all’epoca era Roberto Speranza).
La banda spagnola delle mascherine seguiva con grandissima attenzione l’evolversi dei contagi in Italia, nella primavera del 2020, e ha pensato di introdursi sul mercato della nostra Penisola. Ma non risulta che poi ci sia stato alcun seguito pratico a tutti quei discorsi e, infatti, nessun italiano è stato coinvolto nello scandalo Koldo. Se da molte settimane Sánchez, almeno prima della batosta di ieri ad Ábalos, ripeteva che è oggetto di un accerchiamento giudiziario tutto di matrice politica, ieri il «sistema» ha reagito. L’equivalente del Csm spagnolo ha aperto un procedimento disciplinare contro il giudice Juan Carlos Peinado, che indaga sulla signora Sánchez. Sabato, questo giudice, dopo ben due anni di indagini, aveva osato ritirare il passaporto a donna Begoña, che verrà processata per corruzione. Il fatto che il giudice, nel motivare il ritiro del passaporto, abbia ipotizzato il rischio di favoreggiamenti della polizia in un’eventuale fuga della signora ha scatenato mille polemiche e il Csm per primo ha censurato la sfiducia ingenerata dal giudice nei confronti della polizia. Insomma, una bella rissa tra corpi dello Stato. Begoña Gómez è sotto inchiesta per appropriazione indebita, traffico di influenze e corruzione in affari nell’ambito di un’indagine avviata nel 2024 per accertare se avesse sfruttato la posizione di moglie del premier per profitto personale, in relazione al lavoro presso l’Università Complutense di Madrid.
Tanto per rendere l’idea del clima di lacerazione, la decisione del Csm di mettere sotto inchiesta il giudice è stata presa con quattro voti a favore e quattro contrari. Tra i vari scandali che hanno offuscato la stella cometa Sánchez c’è anche quello del fratello David, direttore d’orchestra accusato di aver ottenuto nel 2017 il posto di coordinatore dei conservatori della sua regione con un procedimento «ad hoc». Il processo è in corso, ma il reato è a rischio prescrizione. L’inchiesta appena emersa che riguarda Zapatero è pesantissima perché ci sono accuse non solo di corruzione, ma pure di riciclaggio di somme enormi. E Zapatero è stato la levatrice di Sánchez. Che intorno a sé, ormai, ha solo indagati.
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