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2018-10-02
Il vero terrorista è proprio Juncker: «L’Italia? Non voglio un’altra Grecia»
ANSA
L'offesa più grave è arrivata a fine giornata dall'uomo della sciatica, Jean Claude Juncker, con un incredibile paragone tra Italia e Grecia: «L'Italia si sta allontanando dagli obiettivi concordati, abbiamo appena risolto la crisi della Grecia, non voglio ritrovarmi nella stessa situazione. Se l'Italia vuole un trattamento speciale, sarebbe la fine dell'euro. Per questo dobbiamo essere molto rigidi», riporta la Reuters.
Ma per tutto il giorno non sono mancati altri colpi, nell'arena dell'Eurogruppo, tra l'«esaminato» Giovanni Tria che è giustamente tornato a casa in serata, non partecipando dunque all'Ecofin in programma oggi, per chiudere la Nota di aggiornamento al Def che stamattina sarà inviata alle Camere, e gli «esaminatori» che a freddo, prim'ancora di vedere la manovra (che dev'essere presentata entro il 15 ottobre), si sono lanciati in dichiarazioni ostili e perfino minacciose contro l'Italia. A rendere tutto ancora più psichedelico, il fatto che i più scatenati verso l'Italia siano quelli che hanno meno le carte in regola a casa loro, cioè i francesi.
Tria ha provato a gettare acqua sul fuoco: «Cercherò di spiegare come sarà formulata la manovra». Il ministro dell'Economia ha voluto rassicurare i partner Ue («stiano tranquilli»), aggiungendo che «il rapporto debito/Pil scenderà nel 2019». Ciononostante, i presunti pompieri dell'Ue si sono messi a fare i piromani, con tre dichiarazioni l'una più velenosa dell'altra. La prima è stata quella del vicepresidente della Commissione, il lettone Valdis Dombrovskis, arcigno portaparola delle posizioni francotedesche: «Aspettiamo la legge di stabilità, ma a prima vista i piani di bilancio italiani non sembrano compatibili con le regole del Patto». Quindi, la manovra ancora non c'è, ma il numero due della Commissione non si fa scrupolo, senza aver letto nulla, di dare un giudizio così severo.
Dichiarazione fotocopia da parte di Pierre Moscovici, francese, titolare di uno dei portafogli economici a Bruxelles: «La Commissione Ue aspetterà il 15 ottobre per pronunciarsi, ma a prima vista c'è una deviazione significativa dagli impegni da parte di Roma». E ancora, sempre parlando al buio e senza un testo: «La manovra privilegia la spesa pubblica, ai cittadini bisogna dire la verità». La terza dichiarazione è quella del ministro francese dell'Economia, Bruno Le Maire: «Le regole sono uguali per tutti perché il nostro destino è legato. C'è un legame nel futuro di Italia, Francia, Germania e Spagna: tutti i membri della zona euro sono legati».
Destino e legame curioso, però, quello evocato da Le Maire: siamo tutti uguali, però la Francia (più uguale degli altri?) può permettersi di presentare una manovra con il deficit al 2,8, mentre l'Italia viene preventivamente bacchettata se sta quattro decimali sotto.
Inutile girarci intorno. Dietro la lingua di legno e l'ipocrisia su patti e impegni, siamo nel campo di valutazioni politiche: e l'asse francotedesco non ha perso tempo a mostrare ostilità verso Roma.
Il primo ad accorgersene, con intelligente sarcasmo, è stato il corrispondente europeo del Wall Street Journal, Bojan Pancevski, che ha ironizzato sul «fantastico warning» contro l'Italia da parte di un Paese, la Francia, che «ha aggirato quelle stesse regole per un decennio».
Tuttavia, non è facile prevedere il comportamento di una Commissione Ue al capolinea, in vista delle elezioni europee di maggio. In questa situazione, qualcuno ritiene che commissari così politicamente indeboliti non se la sentiranno di fare scherzi all'Italia; altri però fanno osservare che proprio questa condizione di uscenti li renderà privi di scrupoli nel tentare di sgambettare il governo gialloblù.
Dura la reazione di Luigi Di Maio: «Stamattina a qualcuno non andava bene che lo spread non si fosse impennato… Moscovici, che non è italiano, si è svegliato e ha pensato bene di fare una dichiarazione contro l'Italia e creare tensione sui mercati». Mentre, sempre ieri, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato al Colle il premier Giuseppe Conte per un colloquio informale ieri mattina.
Quanto ai contenuti della manovra, vanno sottolineati due temi. Uno di carattere generale, ripetutamente sottolineato in questi giorni dalla Verità: una volta compiuto l'atto coraggioso di forzare sul rapporto deficit/Pil, ora la vera partita politica starà nel dosaggio delle risorse. Quante saranno destinate al taglio di tasse? Riuscirà la componente leghista a evitare che la quota destinata ai sussidi sia eccessiva? Riuscirà a far sì che sotto i «titoli» delle misure fiscali lo «svolgimento» sia già consistente nel primo anno? È lì il cuore del problema: anche per mercati e investitori, che attendono di capire se la manovra sarà in grado di incoraggiare domanda interna, consumi, crescita.
C'è anche un tema più specifico, che da un'intervista domenicale di Tria è oggetto di dubbi, non esistendo certezze né un testo. Tria ha parlato di nuove clausole, non sul lato delle tasse ma su quello della spesa. La cosa si presta a due diverse interpretazioni. Si può pensare (e sarebbe ottimo: i lettori ricorderanno che si tratta di una proposta lanciata sulla Verità) a un'inversione della logica delle clausole: insomma, se gli obiettivi non vengono raggiunti, anziché scattare aumenti di tasse automatici, in futuro dovrebbero scattare tagli di spesa automatici. Ma si può anche temere (interpretazione meno incoraggiante) un ritorno dei tagli lineari: cosa assai diversa dall'auspicabile esame dettagliato e differenziato delle singole voci di spesa, a partire dalla montagna di 175 miliardi di tax expenditures. Ne capiremo presto di più.
Da ultimo, una curiosità. Alla riunione di oggi dell'Ecofin, al posto di Tria, dovrebbe partecipare il direttore generale del ministero, Alessandro Rivera. Insomma, un alto dirigente: categoria soavemente definita da Rocco Casalino i «pezzi di m…» del Mef.
Il disavanzo in sé non viola la Carta, ma la stretta di Monti ci frega
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Giovanni Tria all'Eurogruppo rassicura: «Il rapporto debito/Pil calerà». I commissari Ue minacciano: «Occhio, voi non rispettare i patti». E il capo della Commissione spara: «Con Roma saremo molto rigidi, o salta l'euro».Il vero scoglio con l'Ue è aver inserito nella Carta il pareggio di bilancio.Toccato per la prima volta il tasso del 59% di assunti. Crollano i contratti ai giovani.Lo speciale contiene tre articoli.L'offesa più grave è arrivata a fine giornata dall'uomo della sciatica, Jean Claude Juncker, con un incredibile paragone tra Italia e Grecia: «L'Italia si sta allontanando dagli obiettivi concordati, abbiamo appena risolto la crisi della Grecia, non voglio ritrovarmi nella stessa situazione. Se l'Italia vuole un trattamento speciale, sarebbe la fine dell'euro. Per questo dobbiamo essere molto rigidi», riporta la Reuters.Ma per tutto il giorno non sono mancati altri colpi, nell'arena dell'Eurogruppo, tra l'«esaminato» Giovanni Tria che è giustamente tornato a casa in serata, non partecipando dunque all'Ecofin in programma oggi, per chiudere la Nota di aggiornamento al Def che stamattina sarà inviata alle Camere, e gli «esaminatori» che a freddo, prim'ancora di vedere la manovra (che dev'essere presentata entro il 15 ottobre), si sono lanciati in dichiarazioni ostili e perfino minacciose contro l'Italia. A rendere tutto ancora più psichedelico, il fatto che i più scatenati verso l'Italia siano quelli che hanno meno le carte in regola a casa loro, cioè i francesi.Tria ha provato a gettare acqua sul fuoco: «Cercherò di spiegare come sarà formulata la manovra». Il ministro dell'Economia ha voluto rassicurare i partner Ue («stiano tranquilli»), aggiungendo che «il rapporto debito/Pil scenderà nel 2019». Ciononostante, i presunti pompieri dell'Ue si sono messi a fare i piromani, con tre dichiarazioni l'una più velenosa dell'altra. La prima è stata quella del vicepresidente della Commissione, il lettone Valdis Dombrovskis, arcigno portaparola delle posizioni francotedesche: «Aspettiamo la legge di stabilità, ma a prima vista i piani di bilancio italiani non sembrano compatibili con le regole del Patto». Quindi, la manovra ancora non c'è, ma il numero due della Commissione non si fa scrupolo, senza aver letto nulla, di dare un giudizio così severo.Dichiarazione fotocopia da parte di Pierre Moscovici, francese, titolare di uno dei portafogli economici a Bruxelles: «La Commissione Ue aspetterà il 15 ottobre per pronunciarsi, ma a prima vista c'è una deviazione significativa dagli impegni da parte di Roma». E ancora, sempre parlando al buio e senza un testo: «La manovra privilegia la spesa pubblica, ai cittadini bisogna dire la verità». La terza dichiarazione è quella del ministro francese dell'Economia, Bruno Le Maire: «Le regole sono uguali per tutti perché il nostro destino è legato. C'è un legame nel futuro di Italia, Francia, Germania e Spagna: tutti i membri della zona euro sono legati».Destino e legame curioso, però, quello evocato da Le Maire: siamo tutti uguali, però la Francia (più uguale degli altri?) può permettersi di presentare una manovra con il deficit al 2,8, mentre l'Italia viene preventivamente bacchettata se sta quattro decimali sotto.Inutile girarci intorno. Dietro la lingua di legno e l'ipocrisia su patti e impegni, siamo nel campo di valutazioni politiche: e l'asse francotedesco non ha perso tempo a mostrare ostilità verso Roma. Il primo ad accorgersene, con intelligente sarcasmo, è stato il corrispondente europeo del Wall Street Journal, Bojan Pancevski, che ha ironizzato sul «fantastico warning» contro l'Italia da parte di un Paese, la Francia, che «ha aggirato quelle stesse regole per un decennio».Tuttavia, non è facile prevedere il comportamento di una Commissione Ue al capolinea, in vista delle elezioni europee di maggio. In questa situazione, qualcuno ritiene che commissari così politicamente indeboliti non se la sentiranno di fare scherzi all'Italia; altri però fanno osservare che proprio questa condizione di uscenti li renderà privi di scrupoli nel tentare di sgambettare il governo gialloblù.Dura la reazione di Luigi Di Maio: «Stamattina a qualcuno non andava bene che lo spread non si fosse impennato… Moscovici, che non è italiano, si è svegliato e ha pensato bene di fare una dichiarazione contro l'Italia e creare tensione sui mercati». Mentre, sempre ieri, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato al Colle il premier Giuseppe Conte per un colloquio informale ieri mattina.Quanto ai contenuti della manovra, vanno sottolineati due temi. Uno di carattere generale, ripetutamente sottolineato in questi giorni dalla Verità: una volta compiuto l'atto coraggioso di forzare sul rapporto deficit/Pil, ora la vera partita politica starà nel dosaggio delle risorse. Quante saranno destinate al taglio di tasse? Riuscirà la componente leghista a evitare che la quota destinata ai sussidi sia eccessiva? Riuscirà a far sì che sotto i «titoli» delle misure fiscali lo «svolgimento» sia già consistente nel primo anno? È lì il cuore del problema: anche per mercati e investitori, che attendono di capire se la manovra sarà in grado di incoraggiare domanda interna, consumi, crescita.C'è anche un tema più specifico, che da un'intervista domenicale di Tria è oggetto di dubbi, non esistendo certezze né un testo. Tria ha parlato di nuove clausole, non sul lato delle tasse ma su quello della spesa. La cosa si presta a due diverse interpretazioni. Si può pensare (e sarebbe ottimo: i lettori ricorderanno che si tratta di una proposta lanciata sulla Verità) a un'inversione della logica delle clausole: insomma, se gli obiettivi non vengono raggiunti, anziché scattare aumenti di tasse automatici, in futuro dovrebbero scattare tagli di spesa automatici. Ma si può anche temere (interpretazione meno incoraggiante) un ritorno dei tagli lineari: cosa assai diversa dall'auspicabile esame dettagliato e differenziato delle singole voci di spesa, a partire dalla montagna di 175 miliardi di tax expenditures. Ne capiremo presto di più.Da ultimo, una curiosità. Alla riunione di oggi dell'Ecofin, al posto di Tria, dovrebbe partecipare il direttore generale del ministero, Alessandro Rivera. Insomma, un alto dirigente: categoria soavemente definita da Rocco Casalino i «pezzi di m…» del Mef.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-terrorista-e-proprio-juncker-litalia-non-voglio-unaltra-grecia-2609342731.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-disavanzo-in-se-non-viola-la-carta-ma-la-stretta-di-monti-ci-frega" data-post-id="2609342731" data-published-at="1779441285" data-use-pagination="False"> Il disavanzo in sé non viola la Carta, ma la stretta di Monti ci frega La battaglia per convincere i partner europei della bontà della manovra sarà dura, ma il governo rischia di subire uno sgambetto preventivo ancora più clamoroso della bocciatura di Bruxelles. Venerdì scorso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti ricordato che tenere i conti pubblici in ordine è una «condizione indispensabile di sicurezza sociale, soprattutto per i giovani e per il loro futuro. La Costituzione», ha sottolineato Mattarella durante un Convegno sui 70 anni della Carta, «all'articolo 97 dispone che occorre assicurare l'equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico. Questo per tutelare i risparmi dei nostri concittadini, le risorse per le famiglie e per le imprese, per difendere le pensioni, per rendere possibili interventi sociali concreti ed efficaci». Un avvertimento talmente puntuale che non può essere preso sotto gamba. Non bisogna dimenticare, infatti, che la figura del presidente della Repubblica funge da garante della Costituzione, e il precedente rappresentato dal rifiuto di nominare Paolo Savona al Mef ha dato prova che l'inquilino del Colle sa mostrare i muscoli quando lo ritiene necessario. Tuttavia, in sé il ricorso al deficit non può essere considerato una misura contraria alla Costituzione: è anzi la norma per la stragrande maggioranza di tutti gli Stati, Italia compresa. Ciò che ha cambiato il quadro è stata la decisione di inserire il pareggio di bilancio all'interno della nostra Costituzione. Il che, dal 2012, rappresenta un inevitabile capestro per qualsiasi governo, presente e futuro, che manifesti velleità di intervento sui conti pubblici. La scelta fu presa nel 2011, quando a settembre il governo presieduto da Silvio Berlusconi varò un disegno di legge costituzionale volto a introdurre questo principio. Appena due giorni dopo l'approvazione del testo da parte della Commissione Bilancio, il 12 novembre, Berlusconi rassegnò le dimissioni. Sull'onda della crisi dello spread, che aveva sfondato proprio in quei giorni quota 500, il Parlamento decise di dare un segnale forte all'Ue accelerando l'approvazione della norma. Nel giro di cinque mesi il pareggio entrò in Costituzione. La sterzata verso il rigore totale anticipò di fatto quanto avrebbe disciplinato il famigerato «fiscal compact», approvato dal Parlamento italiano solo l'estate dell'anno successivo, e che all'articolo 3c prevede l'obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio. Fino ad allora, l'unico vago riferimento in merito era contenuto all'articolo 104c del Trattato di Maastricht che stabiliva che «gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi». E in effetti, chi avrà la pazienza di rileggersi gli interventi del dibattito in Aula, ma soprattutto il dossier dell'Ufficio studi della Camera elaborato nel novembre 2011, si renderà senz'altro conto che tale decisione fu presa in un momento di panico sotto la forma di un vero e proprio «atto di fede». «Le disposizioni vigenti dei Trattati in materia di Unione economica e monetaria e il Protocollo sui disavanzi eccessivi», si legge nella relazione fornita ai parlamentari, «non stabiliscono espressamente l'obbligo di introdurre negli ordinamenti nazionali regole, costituzionali o legislative, volte ad assicurare il rispetto dei valori di riferimento relativi al disavanzo e al debito fissati a livello europeo». Più avanti, l'Ufficio studi fa riferimento alla direttiva sui quadri nazionali di bilancio, il cui termine per il recepimento veniva fissato al 31 dicembre 2013, e il «Patto euro plus», in alcun modo non vincolante. Il rapporto fa invece menzione del vertice di Capi di stato e di governo del 26 ottobre 2011, che ha «elogiato l'obiettivo dell'Italia di introdurre nella Costituzione una norma in materia di pareggio di bilancio entro la metà del 2012». Un intento, si legge poco più sotto, «indicato in una lettera trasmessa, secondo fonti informali, prima del medesimo vertice, dal Presidente del Consiglio (Silvio Berlusconi, ndr) ai Presidenti del Consiglio europeo e della Commissione europea». È questa la genesi, eterodiretta dalle istituzioni europee, della trappola che potrebbe portare il governo gialloblù allo scontro finale con l'Unione europea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-terrorista-e-proprio-juncker-litalia-non-voglio-unaltra-grecia-2609342731.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="occupazione-mai-cosi-alta-dal-2012-ma-esplodono-i-lavori-a-termine" data-post-id="2609342731" data-published-at="1779441285" data-use-pagination="False"> Occupazione mai così alta dal 2012, ma esplodono i lavori a termine I dati diffusi ieri dall'Istat sulla disoccupazione in Italia sono come spesso accade a due facce. La notizia positiva è che l'occupazione ha raggiunto per la prima volta un tasso del 59%, il più alto da quando esistono le serie storiche Istat. Quella negativa è che il trend è ormai segnato: in un anno (agosto 2017-agosto 2018) sono diminuiti di 49.000 unità gli occupati permanenti (-0,3%) e sono aumentati di 351.000 (+12,6%) quelli a termine. Se non altro, però, nel mese di agosto sono cresciuti tutti i tipi di posizioni: gli occupati dipendenti (+95.000), sia permanenti (+50.000) sia a termine (+45.000). Valori incoraggianti che però non includono ancora gli effetti concreti del decreto Dignità. Al netto, dunque, di chi ha anche perso il lavoro, dopo il calo di giugno e luglio è tornato a crescere il numero di occupati ad agosto (+69.000), mentre sui 12 mesi la crescita è stata di 312.000 occupati. Al contrario, i disoccupati sono diminuiti sul mese di 119.000 unità a 2,52 milioni mentre sono calati di 438.000 unità rispetto ad agosto 2017. A preoccupare però è la disoccupazione giovanile: ad agosto si è attestata al 31% (+0,2%). I dati mostrano come l'occupazione giovanile sia sostanzialmente ferma (+0,2%) mentre è cresciuta molto (+2,8%) quella degli over 50, a conferma di una tendenza ormai assodata. «In questo contesto», spiega una nota di Confcommercio, «tuttavia, non vanno trascurati gli elementi di squilibrio che permangono all'interno del mercato del lavoro: gli ultra cinquantenni sono il segmento che più beneficia dei miglioramenti occupazionali (ad oggi rappresentano circa il 34% dell'occupazione, quota che si attestava di poco al di sopra del 29% ad inizio 2014), e la continua erosione sul versante dell'occupazione indipendente. Va anche aggiunto che i dati vanno valutati con molta cautela, in quanto il rallentamento dell'economia in atto da alcuni mesi potrebbe non essersi ancora trasferito al mercato del lavoro». L'incidenza dei disoccupati sulla popolazione della classe di età 15-24 anni ad agosto è risultata pari al 7,8% ed è stabile rispetto a luglio mentre il tasso d'occupazione dei 15-24enni è sceso dello 0,2%. Più fortunati i professionisti tra i 35 ei 49 anni di età con una crescita dello 0,4%. Inoltre, le persone inattive si sono mostrate in crescita in tutte le classi d'età. In totale si tratta di 46.000 persone in più che non cercano lavoro e non ce l'hanno. L'aumento è distribuito tra uomini (+26.000) e, per quasi il doppio, donne (+43.000) mentre sui 12 mesi la performance tra i due sessi è più simile con +171.000 uomini e +141.000 donne. Come spiega su Twitter Francesco Seghezzi, direttore della fondazione Adapt che studia il mondo del lavoro, «la ripresa degli occupati è positiva, così come è positivo il calo dei disoccupati. Si confermano, però, anche le criticità», sottolinea. «Molto negativo il dato anagrafico che punisce i giovani, forte crescita lavoro a termine, con politiche attive assenti», evidenzia l'esperto. Per quanto riguarda il decreto dignità, aggiunge Seghezzi su Twitter, gli effetti si dovrebbe vedere da novembre o da dicembre di quest'anno. Proprio su questo tema ha commentato Confesercenti: «Sul boom degli occupati a tempo determinato potrebbe incidere in misura significativa anche la corsa al rinnovo e alla proroga dei contratti a termine prima dell'arrivo del decreto dignità, pubblicato a luglio con la previsione di un periodo di transizione fino al 31 ottobre per i contratti già in essere al momento dell'approvazione del decreto». Ancora una volta, dunque, i dati diffusi dall'Istat fanno storcere il naso. Come al solito l'ottimismo di alcuni dati come il tasso di disoccupazione ai minimi e quello di occupazione ai massimi non possono far scordare che il nostro mercato del lavoro sta andando verso una tendenza per cui si offrono sempre meno garanzie ai lavoratori e i giovani sono sempre la categoria con meno prospettive. Infine, come se non bastasse, gli ultra cinquantenni devono lavorare sempre più per riuscire a sbarcare il lunario.
Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
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Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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