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2018-08-27
Il vero processo al Carroccio è quello sul sequestro ai fondi. Il patto con M5s alla prova del fuoco
Ansa
Oltre al fascicolo relativo alla nave Diciotti, il leader della Lega Matteo Salvini si ritrova accerchiato dalle Procure di mezza Italia. Basta prendere il calendario delle prossime settimane per capire che quello del tribunale dei ministri di Palermo, dove si indaga per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d'ufficio, potrebbe essere solo uno dei tanti fronti caldi dello scontro tra Salvini e la magistratura. Anzi, l'indagine sul caso Diciotti è forse quella che destra meno preoccupazione in casa della Lega. C'è infatti una data cerchiata di rosso nella sede di via Bellerio. È il 5 settembre, quando il tribunale del riesame di Genova si esprimerà sulla decisione della Cassazione, che ha accolto la richiesta della Procura genovese per sequestrare a tappeto tutti i conti correnti del partito. Potrebbe essere il giorno zero della vecchia Lega, una spada di Damocle sul futuro della creatura fondata nel 1984 da Umberto Bossi che potrebbe portare a smottamenti interni con la nascita della nuova «Lega Salvini premier».
La questione dei sequestri, dovuta alle condanne di Bossi e dell'ex tesoriere Francesco Belsito in primo grado, fu già terreno di battaglia il 5 luglio scorso quando Salvini chiamò in causa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, numero uno del Csm. E proprio a palazzo dei Marescialli, pronto al rinnovo, è accaduto in questi giorni un fatto inconsueto. Per la prima volta dopo anni tutte le correnti della magistratura hanno preso posizione per chiedere il rispetto dell'indipendenza dei magistrati sul presunto sequestro della Diciotti. A ruota anche l'Anm ha parlato di interferenze da parte del ministro dell'Interno. E di certo non hanno aiutato le parole espresse su Facebook dal deputato leghista Giuseppe Bellachioma («se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa»).
L'aria è pesante. Per di più Salvini si ritrova oggetto di una denuncia per razzismo a Treviso e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede del M5s, dovrà prima o poi rispondere alla richiesta della Procura di Torino: Armando Spataro sta aspettando dal 2016 di avere l'autorizzazione a procedere per vilipendio all'ordine giudiziario. Il leader leghista definì all'epoca la magistratura «una schifezza». Non solo. Sempre a Genova, dove il capo della Procura Francesco Cozzi sta lavorando in questi giorni sul crollo del ponte Morandi, cova una nuova inchiesta per riciclaggio sui fondi della Lega, nella gestione post Belsito, quella che va da Roberto Maroni nel 2013 fino appunto all'attuale di Salvini. Oggetto: lo spostamento di 3 milioni di euro dal Lussemburgo alla Sparkasse di Bolzano dopo le elezioni. La segnalazione arrivò da Bankitalia. Le indagini sono in corso. E la possibilità che un avviso di garanzia possa arrivare anche al numero uno del Viminale circola da tempo. La tensione è alta. Non è un caso che Salvini abbia attaccato indirettamente proprio la Procura genovese ieri dopo l'avvio dell'inchiesta sulla Diciotti: «Dieci giorni fa è crollato un ponte sotto il quale sono morte 43 persone e non c'è un indagato; ma indagano un ministro che salvaguarda la sicurezza del Paese. È una vergogna». In procura a Genova hanno recepito il messaggio.
Alessandro Da Rold
Il patto Lega-M5s alla prova del fuoco
«Sempre più determinato a difendere gli italiani, un brindisi a chi indaga, insulta o ci vuole male!». Matteo Salvini è raggiante, e ne ha tutti i motivi. Pubblica su Facebook una foto con una canna da pesca e una pinta di birra, per «festeggiare» l'inchiesta a suo carico per il «caso Diciotti». Salvini brinda alla salute del procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, che accusandolo di sequestro di persona, arresto illegale e abuso d'ufficio, ha servito l'assist perfetto al ministro dell'Interno, che ora vedrà schizzare verso l'alto il suo indice di gradimento e la sua popolarità.
L'«effetto martire» in Italia è una scienza esatta: il politico che finisce nel mirino della magistratura, salvo casi clamorosi di ruberie e mazzette, vede aumentare i consensi. Il vicepremier si ritrova ad essere iscritto nel registro degli indagati per avere fatto quello che aveva sempre promesso di fare: bloccare il flusso di immigrati irregolari. «Da ieri sera», gongola il leader del Carroccio, «quasi 100.000 tweet #nessunotocchiSalvini! Grazie, siete incredibili! Io non mollo, ve lo garantisco».
Lo sanno bene, gli oppositori del governo, che l'inchiesta a suo carico favorirà Salvini dal punto di vista elettorale. Una vecchia volpe come Pier Ferdinando Casini, eletto in Parlamento con il Pd, ieri ha commentato così la notizia: «Il mio giudizio sull'operato del ministro Salvini», ha scritto Casini in una nota, «è chiaro, ma vorrei fosse a tutti altrettanto chiaro che il procuratore della Repubblica di Agrigento, Luigi Patronaggio, ieri ha dato il via alla campagna elettorale del ministro dell'Interno per le elezioni europee. Questo è capitato e capiterà sempre ogni volta che si confondono i piani tra politica e giustizia». Al Pd e alla sinistra radicale, quindi, non è rimasto altro che attaccare il M5s, sperando di aprire una falla nella finora granitica alleanza con la Lega, solleticando gli istinti più giustizialisti della base grillina. Sui social, i sinistratissimi esponenti e militanti di Pd, Leu e cespuglietti vari, hanno fatto circolare a tambur battente un tweet di Luigi Di Maio del 2016, con il quale il capo politico del M5s chiedeva le dimissioni «in 5 minuti» dell'allora ministro dell'Interno, Angelino Alfano, che era stato appena indagato per abuso d'ufficio.
«Non chiediamo», ha twittato l'ex segretario del Pd, Matteo Renzi, «a Di Maio di far dimettere Salvini in 5 minuti. No! Noi diciamo solo a Di Maio che la sua doppia morale è una vergogna civile. E che manganellare via web gli avversari quando fa comodo non è politica, ma barbarie. Parlavano di onestà, dovrebbero scoprire la civiltà». La strategia della sinistra, quella di tentare di sobillare l'ala più giustizialista del M5s, si è dimostrata immediatamente fallimentare. La base grillina, come si può facilmente verificare dai social network, è tutta, senza eccezioni, al fianco di Salvini. Poteva avere un senso, il tentativo del Pd, se il ministro dell'Interno fosse stato indagato per un corruzione, per voto di scambio, per qualunque ipotesi di reato che comporta un tornaconto personale per l'accusato. L'inchiesta a carico di Salvini è invece talmente «politica» che l'elettorato del M5s non fa alcuna fatica non solo a digerirla, ma a schierarsi al fianco del leader alleato. Il tema dell'immigrazione senza controllo è molto sentito dalla base grillina, che in questi pochi mesi di governo legastellato si è resa conto di quante responsabilità abbiano i precedenti esecutivi se l'Italia si ritrova totalmente isolata in Europa, lasciata a contrastare una vera e propria invasione, a tentare di arginare un fiume di immigrati che approdano sulle nostre coste ma che poi si riversano in tutto il continente. Dunque, nessun imbarazzo, nessun distinguo, nessun «se» e nessun «però»: l'elettorato del M5s non ha dato alcun segno di insofferenza o preoccupazione per l'inchiesta a carico del leader della Lega.
Nessun problema ha avuto Luigi Di Maio a spiegare perché il M5s è - e rimarrà - al fianco di Salvini, rintuzzando le accuse della sinistra: «Doppia morale? Alfano», ha ribattuto ieri Di Maio, «si doveva dimettere perché era Angelino Alfano, perché l'inchiesta a suo carico riguardava una questione delicata circa prefetti siciliani e appalti, mentre qui stiamo parlando di una decisione politica, quella di non far sbarcare i migranti, condivisa da tutto il governo. Si tratta di un atto dovuto perché il Viminale ha in capo quelle decisioni. In questi giorni», ha aggiunto Di Maio, «noi non stavamo in giro a chiedere appalti. Tutto quello che è stato fatto è stato fatto nell'interesse nazionale. Questo principio fa il paio con il principio del governo del cambiamento, che sta cominciando a mettere in mostra tutte le ipocrisie dell'Europa. Noi gli atti dovuti, come l'indagine a carico di Salvini, li abbiamo avuti per alcuni sindaci, Nogarin, Appendino, Raggi e questo vale anche per il ministro dell'Interno. Non è che stiamo cambiando linea, se durante le indagini vengono fuori cose sconcertanti allora non aspettiamo il primo grado di giudizio e si devono dimettere». E ancora: «C'è il codice etico dei ministri nel nostro contratto», ha aggiunto Di Maio, «e secondo il codice etico dei ministri e del M5s il ministro deve continuare a fare il ministro. È nostro dovere attuare il programma elettorale ma è anche diritto-dovere della magistratura portare avanti i procedimenti giudiziari. Quindi», ha concluso Di Maio, «pieno rispetto per la magistratura e non facciamo ripiombare questo paese negli scontri tra Procure, pm e politica». Pur con la cautela dovuta al suo ruolo, si è fatto sentire anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Ho seguito con attenzione», ha detto, «la vicenda della nave Diciotti. Non entro nel merito delle indagini scattate in seguito a quanto accaduto, posso però dire che il governo è sempre stato compatto su questo fronte: l'Unione europea è evidentemente sorda rispetto agli stessi valori di solidarietà e mutualità che ne erano il fondamento».
Per quanto riguarda l'inchiesta, i pm di Agrigento dovrebbero trasmettere mercoledì il fascicolo alla Procura di Palermo, che a sua volta dovrà poi inoltrare gli atti al tribunale dei ministri, competente sull'indagine visto il coinvolgimento di un membro dell'esecutivo. «Sereno, tranquillo e determinato» si è detto, stando a fonti a lui vicine, il capo di gabinetto di Salvini, Matteo Piantedosi, indagato insieme al vicepremier.
Carlo Tarallo
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Il 5 settembre il tribunale di Genova deciderà sul blocco dei conti (anche se è già pronto il nuovo partito). Contro il capo del Viminale pure una denuncia per razzismo.Matteo Salvini è indagato per la Diciotti, grillini a un bivio. L'opposizione stuzzica la base: «Doppia morale». Luigi Di Maio però è sereno: «Matteo resta dov'è, ha fatto solo ciò che aveva promesso».Lo speciale contiene due articoliOltre al fascicolo relativo alla nave Diciotti, il leader della Lega Matteo Salvini si ritrova accerchiato dalle Procure di mezza Italia. Basta prendere il calendario delle prossime settimane per capire che quello del tribunale dei ministri di Palermo, dove si indaga per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d'ufficio, potrebbe essere solo uno dei tanti fronti caldi dello scontro tra Salvini e la magistratura. Anzi, l'indagine sul caso Diciotti è forse quella che destra meno preoccupazione in casa della Lega. C'è infatti una data cerchiata di rosso nella sede di via Bellerio. È il 5 settembre, quando il tribunale del riesame di Genova si esprimerà sulla decisione della Cassazione, che ha accolto la richiesta della Procura genovese per sequestrare a tappeto tutti i conti correnti del partito. Potrebbe essere il giorno zero della vecchia Lega, una spada di Damocle sul futuro della creatura fondata nel 1984 da Umberto Bossi che potrebbe portare a smottamenti interni con la nascita della nuova «Lega Salvini premier». La questione dei sequestri, dovuta alle condanne di Bossi e dell'ex tesoriere Francesco Belsito in primo grado, fu già terreno di battaglia il 5 luglio scorso quando Salvini chiamò in causa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, numero uno del Csm. E proprio a palazzo dei Marescialli, pronto al rinnovo, è accaduto in questi giorni un fatto inconsueto. Per la prima volta dopo anni tutte le correnti della magistratura hanno preso posizione per chiedere il rispetto dell'indipendenza dei magistrati sul presunto sequestro della Diciotti. A ruota anche l'Anm ha parlato di interferenze da parte del ministro dell'Interno. E di certo non hanno aiutato le parole espresse su Facebook dal deputato leghista Giuseppe Bellachioma («se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa»). L'aria è pesante. Per di più Salvini si ritrova oggetto di una denuncia per razzismo a Treviso e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede del M5s, dovrà prima o poi rispondere alla richiesta della Procura di Torino: Armando Spataro sta aspettando dal 2016 di avere l'autorizzazione a procedere per vilipendio all'ordine giudiziario. Il leader leghista definì all'epoca la magistratura «una schifezza». Non solo. Sempre a Genova, dove il capo della Procura Francesco Cozzi sta lavorando in questi giorni sul crollo del ponte Morandi, cova una nuova inchiesta per riciclaggio sui fondi della Lega, nella gestione post Belsito, quella che va da Roberto Maroni nel 2013 fino appunto all'attuale di Salvini. Oggetto: lo spostamento di 3 milioni di euro dal Lussemburgo alla Sparkasse di Bolzano dopo le elezioni. La segnalazione arrivò da Bankitalia. Le indagini sono in corso. E la possibilità che un avviso di garanzia possa arrivare anche al numero uno del Viminale circola da tempo. La tensione è alta. Non è un caso che Salvini abbia attaccato indirettamente proprio la Procura genovese ieri dopo l'avvio dell'inchiesta sulla Diciotti: «Dieci giorni fa è crollato un ponte sotto il quale sono morte 43 persone e non c'è un indagato; ma indagano un ministro che salvaguarda la sicurezza del Paese. È una vergogna». In procura a Genova hanno recepito il messaggio. Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-processo-al-carroccio-e-quello-sul-sequestro-ai-fondi-2599257689.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-patto-lega-m5s-alla-prova-del-fuoco" data-post-id="2599257689" data-published-at="1781023508" data-use-pagination="False"> Il patto Lega-M5s alla prova del fuoco «Sempre più determinato a difendere gli italiani, un brindisi a chi indaga, insulta o ci vuole male!». Matteo Salvini è raggiante, e ne ha tutti i motivi. Pubblica su Facebook una foto con una canna da pesca e una pinta di birra, per «festeggiare» l'inchiesta a suo carico per il «caso Diciotti». Salvini brinda alla salute del procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, che accusandolo di sequestro di persona, arresto illegale e abuso d'ufficio, ha servito l'assist perfetto al ministro dell'Interno, che ora vedrà schizzare verso l'alto il suo indice di gradimento e la sua popolarità. L'«effetto martire» in Italia è una scienza esatta: il politico che finisce nel mirino della magistratura, salvo casi clamorosi di ruberie e mazzette, vede aumentare i consensi. Il vicepremier si ritrova ad essere iscritto nel registro degli indagati per avere fatto quello che aveva sempre promesso di fare: bloccare il flusso di immigrati irregolari. «Da ieri sera», gongola il leader del Carroccio, «quasi 100.000 tweet #nessunotocchiSalvini! Grazie, siete incredibili! Io non mollo, ve lo garantisco». Lo sanno bene, gli oppositori del governo, che l'inchiesta a suo carico favorirà Salvini dal punto di vista elettorale. Una vecchia volpe come Pier Ferdinando Casini, eletto in Parlamento con il Pd, ieri ha commentato così la notizia: «Il mio giudizio sull'operato del ministro Salvini», ha scritto Casini in una nota, «è chiaro, ma vorrei fosse a tutti altrettanto chiaro che il procuratore della Repubblica di Agrigento, Luigi Patronaggio, ieri ha dato il via alla campagna elettorale del ministro dell'Interno per le elezioni europee. Questo è capitato e capiterà sempre ogni volta che si confondono i piani tra politica e giustizia». Al Pd e alla sinistra radicale, quindi, non è rimasto altro che attaccare il M5s, sperando di aprire una falla nella finora granitica alleanza con la Lega, solleticando gli istinti più giustizialisti della base grillina. Sui social, i sinistratissimi esponenti e militanti di Pd, Leu e cespuglietti vari, hanno fatto circolare a tambur battente un tweet di Luigi Di Maio del 2016, con il quale il capo politico del M5s chiedeva le dimissioni «in 5 minuti» dell'allora ministro dell'Interno, Angelino Alfano, che era stato appena indagato per abuso d'ufficio. «Non chiediamo», ha twittato l'ex segretario del Pd, Matteo Renzi, «a Di Maio di far dimettere Salvini in 5 minuti. No! Noi diciamo solo a Di Maio che la sua doppia morale è una vergogna civile. E che manganellare via web gli avversari quando fa comodo non è politica, ma barbarie. Parlavano di onestà, dovrebbero scoprire la civiltà». La strategia della sinistra, quella di tentare di sobillare l'ala più giustizialista del M5s, si è dimostrata immediatamente fallimentare. La base grillina, come si può facilmente verificare dai social network, è tutta, senza eccezioni, al fianco di Salvini. Poteva avere un senso, il tentativo del Pd, se il ministro dell'Interno fosse stato indagato per un corruzione, per voto di scambio, per qualunque ipotesi di reato che comporta un tornaconto personale per l'accusato. L'inchiesta a carico di Salvini è invece talmente «politica» che l'elettorato del M5s non fa alcuna fatica non solo a digerirla, ma a schierarsi al fianco del leader alleato. Il tema dell'immigrazione senza controllo è molto sentito dalla base grillina, che in questi pochi mesi di governo legastellato si è resa conto di quante responsabilità abbiano i precedenti esecutivi se l'Italia si ritrova totalmente isolata in Europa, lasciata a contrastare una vera e propria invasione, a tentare di arginare un fiume di immigrati che approdano sulle nostre coste ma che poi si riversano in tutto il continente. Dunque, nessun imbarazzo, nessun distinguo, nessun «se» e nessun «però»: l'elettorato del M5s non ha dato alcun segno di insofferenza o preoccupazione per l'inchiesta a carico del leader della Lega. Nessun problema ha avuto Luigi Di Maio a spiegare perché il M5s è - e rimarrà - al fianco di Salvini, rintuzzando le accuse della sinistra: «Doppia morale? Alfano», ha ribattuto ieri Di Maio, «si doveva dimettere perché era Angelino Alfano, perché l'inchiesta a suo carico riguardava una questione delicata circa prefetti siciliani e appalti, mentre qui stiamo parlando di una decisione politica, quella di non far sbarcare i migranti, condivisa da tutto il governo. Si tratta di un atto dovuto perché il Viminale ha in capo quelle decisioni. In questi giorni», ha aggiunto Di Maio, «noi non stavamo in giro a chiedere appalti. Tutto quello che è stato fatto è stato fatto nell'interesse nazionale. Questo principio fa il paio con il principio del governo del cambiamento, che sta cominciando a mettere in mostra tutte le ipocrisie dell'Europa. Noi gli atti dovuti, come l'indagine a carico di Salvini, li abbiamo avuti per alcuni sindaci, Nogarin, Appendino, Raggi e questo vale anche per il ministro dell'Interno. Non è che stiamo cambiando linea, se durante le indagini vengono fuori cose sconcertanti allora non aspettiamo il primo grado di giudizio e si devono dimettere». E ancora: «C'è il codice etico dei ministri nel nostro contratto», ha aggiunto Di Maio, «e secondo il codice etico dei ministri e del M5s il ministro deve continuare a fare il ministro. È nostro dovere attuare il programma elettorale ma è anche diritto-dovere della magistratura portare avanti i procedimenti giudiziari. Quindi», ha concluso Di Maio, «pieno rispetto per la magistratura e non facciamo ripiombare questo paese negli scontri tra Procure, pm e politica». Pur con la cautela dovuta al suo ruolo, si è fatto sentire anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Ho seguito con attenzione», ha detto, «la vicenda della nave Diciotti. Non entro nel merito delle indagini scattate in seguito a quanto accaduto, posso però dire che il governo è sempre stato compatto su questo fronte: l'Unione europea è evidentemente sorda rispetto agli stessi valori di solidarietà e mutualità che ne erano il fondamento». Per quanto riguarda l'inchiesta, i pm di Agrigento dovrebbero trasmettere mercoledì il fascicolo alla Procura di Palermo, che a sua volta dovrà poi inoltrare gli atti al tribunale dei ministri, competente sull'indagine visto il coinvolgimento di un membro dell'esecutivo. «Sereno, tranquillo e determinato» si è detto, stando a fonti a lui vicine, il capo di gabinetto di Salvini, Matteo Piantedosi, indagato insieme al vicepremier. Carlo Tarallo
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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