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2018-08-27
Il vero processo al Carroccio è quello sul sequestro ai fondi. Il patto con M5s alla prova del fuoco
Ansa
Oltre al fascicolo relativo alla nave Diciotti, il leader della Lega Matteo Salvini si ritrova accerchiato dalle Procure di mezza Italia. Basta prendere il calendario delle prossime settimane per capire che quello del tribunale dei ministri di Palermo, dove si indaga per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d'ufficio, potrebbe essere solo uno dei tanti fronti caldi dello scontro tra Salvini e la magistratura. Anzi, l'indagine sul caso Diciotti è forse quella che destra meno preoccupazione in casa della Lega. C'è infatti una data cerchiata di rosso nella sede di via Bellerio. È il 5 settembre, quando il tribunale del riesame di Genova si esprimerà sulla decisione della Cassazione, che ha accolto la richiesta della Procura genovese per sequestrare a tappeto tutti i conti correnti del partito. Potrebbe essere il giorno zero della vecchia Lega, una spada di Damocle sul futuro della creatura fondata nel 1984 da Umberto Bossi che potrebbe portare a smottamenti interni con la nascita della nuova «Lega Salvini premier».
La questione dei sequestri, dovuta alle condanne di Bossi e dell'ex tesoriere Francesco Belsito in primo grado, fu già terreno di battaglia il 5 luglio scorso quando Salvini chiamò in causa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, numero uno del Csm. E proprio a palazzo dei Marescialli, pronto al rinnovo, è accaduto in questi giorni un fatto inconsueto. Per la prima volta dopo anni tutte le correnti della magistratura hanno preso posizione per chiedere il rispetto dell'indipendenza dei magistrati sul presunto sequestro della Diciotti. A ruota anche l'Anm ha parlato di interferenze da parte del ministro dell'Interno. E di certo non hanno aiutato le parole espresse su Facebook dal deputato leghista Giuseppe Bellachioma («se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa»).
L'aria è pesante. Per di più Salvini si ritrova oggetto di una denuncia per razzismo a Treviso e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede del M5s, dovrà prima o poi rispondere alla richiesta della Procura di Torino: Armando Spataro sta aspettando dal 2016 di avere l'autorizzazione a procedere per vilipendio all'ordine giudiziario. Il leader leghista definì all'epoca la magistratura «una schifezza». Non solo. Sempre a Genova, dove il capo della Procura Francesco Cozzi sta lavorando in questi giorni sul crollo del ponte Morandi, cova una nuova inchiesta per riciclaggio sui fondi della Lega, nella gestione post Belsito, quella che va da Roberto Maroni nel 2013 fino appunto all'attuale di Salvini. Oggetto: lo spostamento di 3 milioni di euro dal Lussemburgo alla Sparkasse di Bolzano dopo le elezioni. La segnalazione arrivò da Bankitalia. Le indagini sono in corso. E la possibilità che un avviso di garanzia possa arrivare anche al numero uno del Viminale circola da tempo. La tensione è alta. Non è un caso che Salvini abbia attaccato indirettamente proprio la Procura genovese ieri dopo l'avvio dell'inchiesta sulla Diciotti: «Dieci giorni fa è crollato un ponte sotto il quale sono morte 43 persone e non c'è un indagato; ma indagano un ministro che salvaguarda la sicurezza del Paese. È una vergogna». In procura a Genova hanno recepito il messaggio.
Alessandro Da Rold
Il patto Lega-M5s alla prova del fuoco
«Sempre più determinato a difendere gli italiani, un brindisi a chi indaga, insulta o ci vuole male!». Matteo Salvini è raggiante, e ne ha tutti i motivi. Pubblica su Facebook una foto con una canna da pesca e una pinta di birra, per «festeggiare» l'inchiesta a suo carico per il «caso Diciotti». Salvini brinda alla salute del procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, che accusandolo di sequestro di persona, arresto illegale e abuso d'ufficio, ha servito l'assist perfetto al ministro dell'Interno, che ora vedrà schizzare verso l'alto il suo indice di gradimento e la sua popolarità.
L'«effetto martire» in Italia è una scienza esatta: il politico che finisce nel mirino della magistratura, salvo casi clamorosi di ruberie e mazzette, vede aumentare i consensi. Il vicepremier si ritrova ad essere iscritto nel registro degli indagati per avere fatto quello che aveva sempre promesso di fare: bloccare il flusso di immigrati irregolari. «Da ieri sera», gongola il leader del Carroccio, «quasi 100.000 tweet #nessunotocchiSalvini! Grazie, siete incredibili! Io non mollo, ve lo garantisco».
Lo sanno bene, gli oppositori del governo, che l'inchiesta a suo carico favorirà Salvini dal punto di vista elettorale. Una vecchia volpe come Pier Ferdinando Casini, eletto in Parlamento con il Pd, ieri ha commentato così la notizia: «Il mio giudizio sull'operato del ministro Salvini», ha scritto Casini in una nota, «è chiaro, ma vorrei fosse a tutti altrettanto chiaro che il procuratore della Repubblica di Agrigento, Luigi Patronaggio, ieri ha dato il via alla campagna elettorale del ministro dell'Interno per le elezioni europee. Questo è capitato e capiterà sempre ogni volta che si confondono i piani tra politica e giustizia». Al Pd e alla sinistra radicale, quindi, non è rimasto altro che attaccare il M5s, sperando di aprire una falla nella finora granitica alleanza con la Lega, solleticando gli istinti più giustizialisti della base grillina. Sui social, i sinistratissimi esponenti e militanti di Pd, Leu e cespuglietti vari, hanno fatto circolare a tambur battente un tweet di Luigi Di Maio del 2016, con il quale il capo politico del M5s chiedeva le dimissioni «in 5 minuti» dell'allora ministro dell'Interno, Angelino Alfano, che era stato appena indagato per abuso d'ufficio.
«Non chiediamo», ha twittato l'ex segretario del Pd, Matteo Renzi, «a Di Maio di far dimettere Salvini in 5 minuti. No! Noi diciamo solo a Di Maio che la sua doppia morale è una vergogna civile. E che manganellare via web gli avversari quando fa comodo non è politica, ma barbarie. Parlavano di onestà, dovrebbero scoprire la civiltà». La strategia della sinistra, quella di tentare di sobillare l'ala più giustizialista del M5s, si è dimostrata immediatamente fallimentare. La base grillina, come si può facilmente verificare dai social network, è tutta, senza eccezioni, al fianco di Salvini. Poteva avere un senso, il tentativo del Pd, se il ministro dell'Interno fosse stato indagato per un corruzione, per voto di scambio, per qualunque ipotesi di reato che comporta un tornaconto personale per l'accusato. L'inchiesta a carico di Salvini è invece talmente «politica» che l'elettorato del M5s non fa alcuna fatica non solo a digerirla, ma a schierarsi al fianco del leader alleato. Il tema dell'immigrazione senza controllo è molto sentito dalla base grillina, che in questi pochi mesi di governo legastellato si è resa conto di quante responsabilità abbiano i precedenti esecutivi se l'Italia si ritrova totalmente isolata in Europa, lasciata a contrastare una vera e propria invasione, a tentare di arginare un fiume di immigrati che approdano sulle nostre coste ma che poi si riversano in tutto il continente. Dunque, nessun imbarazzo, nessun distinguo, nessun «se» e nessun «però»: l'elettorato del M5s non ha dato alcun segno di insofferenza o preoccupazione per l'inchiesta a carico del leader della Lega.
Nessun problema ha avuto Luigi Di Maio a spiegare perché il M5s è - e rimarrà - al fianco di Salvini, rintuzzando le accuse della sinistra: «Doppia morale? Alfano», ha ribattuto ieri Di Maio, «si doveva dimettere perché era Angelino Alfano, perché l'inchiesta a suo carico riguardava una questione delicata circa prefetti siciliani e appalti, mentre qui stiamo parlando di una decisione politica, quella di non far sbarcare i migranti, condivisa da tutto il governo. Si tratta di un atto dovuto perché il Viminale ha in capo quelle decisioni. In questi giorni», ha aggiunto Di Maio, «noi non stavamo in giro a chiedere appalti. Tutto quello che è stato fatto è stato fatto nell'interesse nazionale. Questo principio fa il paio con il principio del governo del cambiamento, che sta cominciando a mettere in mostra tutte le ipocrisie dell'Europa. Noi gli atti dovuti, come l'indagine a carico di Salvini, li abbiamo avuti per alcuni sindaci, Nogarin, Appendino, Raggi e questo vale anche per il ministro dell'Interno. Non è che stiamo cambiando linea, se durante le indagini vengono fuori cose sconcertanti allora non aspettiamo il primo grado di giudizio e si devono dimettere». E ancora: «C'è il codice etico dei ministri nel nostro contratto», ha aggiunto Di Maio, «e secondo il codice etico dei ministri e del M5s il ministro deve continuare a fare il ministro. È nostro dovere attuare il programma elettorale ma è anche diritto-dovere della magistratura portare avanti i procedimenti giudiziari. Quindi», ha concluso Di Maio, «pieno rispetto per la magistratura e non facciamo ripiombare questo paese negli scontri tra Procure, pm e politica». Pur con la cautela dovuta al suo ruolo, si è fatto sentire anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Ho seguito con attenzione», ha detto, «la vicenda della nave Diciotti. Non entro nel merito delle indagini scattate in seguito a quanto accaduto, posso però dire che il governo è sempre stato compatto su questo fronte: l'Unione europea è evidentemente sorda rispetto agli stessi valori di solidarietà e mutualità che ne erano il fondamento».
Per quanto riguarda l'inchiesta, i pm di Agrigento dovrebbero trasmettere mercoledì il fascicolo alla Procura di Palermo, che a sua volta dovrà poi inoltrare gli atti al tribunale dei ministri, competente sull'indagine visto il coinvolgimento di un membro dell'esecutivo. «Sereno, tranquillo e determinato» si è detto, stando a fonti a lui vicine, il capo di gabinetto di Salvini, Matteo Piantedosi, indagato insieme al vicepremier.
Carlo Tarallo
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Il 5 settembre il tribunale di Genova deciderà sul blocco dei conti (anche se è già pronto il nuovo partito). Contro il capo del Viminale pure una denuncia per razzismo.Matteo Salvini è indagato per la Diciotti, grillini a un bivio. L'opposizione stuzzica la base: «Doppia morale». Luigi Di Maio però è sereno: «Matteo resta dov'è, ha fatto solo ciò che aveva promesso».Lo speciale contiene due articoliOltre al fascicolo relativo alla nave Diciotti, il leader della Lega Matteo Salvini si ritrova accerchiato dalle Procure di mezza Italia. Basta prendere il calendario delle prossime settimane per capire che quello del tribunale dei ministri di Palermo, dove si indaga per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d'ufficio, potrebbe essere solo uno dei tanti fronti caldi dello scontro tra Salvini e la magistratura. Anzi, l'indagine sul caso Diciotti è forse quella che destra meno preoccupazione in casa della Lega. C'è infatti una data cerchiata di rosso nella sede di via Bellerio. È il 5 settembre, quando il tribunale del riesame di Genova si esprimerà sulla decisione della Cassazione, che ha accolto la richiesta della Procura genovese per sequestrare a tappeto tutti i conti correnti del partito. Potrebbe essere il giorno zero della vecchia Lega, una spada di Damocle sul futuro della creatura fondata nel 1984 da Umberto Bossi che potrebbe portare a smottamenti interni con la nascita della nuova «Lega Salvini premier». La questione dei sequestri, dovuta alle condanne di Bossi e dell'ex tesoriere Francesco Belsito in primo grado, fu già terreno di battaglia il 5 luglio scorso quando Salvini chiamò in causa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, numero uno del Csm. E proprio a palazzo dei Marescialli, pronto al rinnovo, è accaduto in questi giorni un fatto inconsueto. Per la prima volta dopo anni tutte le correnti della magistratura hanno preso posizione per chiedere il rispetto dell'indipendenza dei magistrati sul presunto sequestro della Diciotti. A ruota anche l'Anm ha parlato di interferenze da parte del ministro dell'Interno. E di certo non hanno aiutato le parole espresse su Facebook dal deputato leghista Giuseppe Bellachioma («se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa»). L'aria è pesante. Per di più Salvini si ritrova oggetto di una denuncia per razzismo a Treviso e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede del M5s, dovrà prima o poi rispondere alla richiesta della Procura di Torino: Armando Spataro sta aspettando dal 2016 di avere l'autorizzazione a procedere per vilipendio all'ordine giudiziario. Il leader leghista definì all'epoca la magistratura «una schifezza». Non solo. Sempre a Genova, dove il capo della Procura Francesco Cozzi sta lavorando in questi giorni sul crollo del ponte Morandi, cova una nuova inchiesta per riciclaggio sui fondi della Lega, nella gestione post Belsito, quella che va da Roberto Maroni nel 2013 fino appunto all'attuale di Salvini. Oggetto: lo spostamento di 3 milioni di euro dal Lussemburgo alla Sparkasse di Bolzano dopo le elezioni. La segnalazione arrivò da Bankitalia. Le indagini sono in corso. E la possibilità che un avviso di garanzia possa arrivare anche al numero uno del Viminale circola da tempo. La tensione è alta. Non è un caso che Salvini abbia attaccato indirettamente proprio la Procura genovese ieri dopo l'avvio dell'inchiesta sulla Diciotti: «Dieci giorni fa è crollato un ponte sotto il quale sono morte 43 persone e non c'è un indagato; ma indagano un ministro che salvaguarda la sicurezza del Paese. È una vergogna». In procura a Genova hanno recepito il messaggio. Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-processo-al-carroccio-e-quello-sul-sequestro-ai-fondi-2599257689.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-patto-lega-m5s-alla-prova-del-fuoco" data-post-id="2599257689" data-published-at="1781879671" data-use-pagination="False"> Il patto Lega-M5s alla prova del fuoco «Sempre più determinato a difendere gli italiani, un brindisi a chi indaga, insulta o ci vuole male!». Matteo Salvini è raggiante, e ne ha tutti i motivi. Pubblica su Facebook una foto con una canna da pesca e una pinta di birra, per «festeggiare» l'inchiesta a suo carico per il «caso Diciotti». Salvini brinda alla salute del procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, che accusandolo di sequestro di persona, arresto illegale e abuso d'ufficio, ha servito l'assist perfetto al ministro dell'Interno, che ora vedrà schizzare verso l'alto il suo indice di gradimento e la sua popolarità. L'«effetto martire» in Italia è una scienza esatta: il politico che finisce nel mirino della magistratura, salvo casi clamorosi di ruberie e mazzette, vede aumentare i consensi. Il vicepremier si ritrova ad essere iscritto nel registro degli indagati per avere fatto quello che aveva sempre promesso di fare: bloccare il flusso di immigrati irregolari. «Da ieri sera», gongola il leader del Carroccio, «quasi 100.000 tweet #nessunotocchiSalvini! Grazie, siete incredibili! Io non mollo, ve lo garantisco». Lo sanno bene, gli oppositori del governo, che l'inchiesta a suo carico favorirà Salvini dal punto di vista elettorale. Una vecchia volpe come Pier Ferdinando Casini, eletto in Parlamento con il Pd, ieri ha commentato così la notizia: «Il mio giudizio sull'operato del ministro Salvini», ha scritto Casini in una nota, «è chiaro, ma vorrei fosse a tutti altrettanto chiaro che il procuratore della Repubblica di Agrigento, Luigi Patronaggio, ieri ha dato il via alla campagna elettorale del ministro dell'Interno per le elezioni europee. Questo è capitato e capiterà sempre ogni volta che si confondono i piani tra politica e giustizia». Al Pd e alla sinistra radicale, quindi, non è rimasto altro che attaccare il M5s, sperando di aprire una falla nella finora granitica alleanza con la Lega, solleticando gli istinti più giustizialisti della base grillina. Sui social, i sinistratissimi esponenti e militanti di Pd, Leu e cespuglietti vari, hanno fatto circolare a tambur battente un tweet di Luigi Di Maio del 2016, con il quale il capo politico del M5s chiedeva le dimissioni «in 5 minuti» dell'allora ministro dell'Interno, Angelino Alfano, che era stato appena indagato per abuso d'ufficio. «Non chiediamo», ha twittato l'ex segretario del Pd, Matteo Renzi, «a Di Maio di far dimettere Salvini in 5 minuti. No! Noi diciamo solo a Di Maio che la sua doppia morale è una vergogna civile. E che manganellare via web gli avversari quando fa comodo non è politica, ma barbarie. Parlavano di onestà, dovrebbero scoprire la civiltà». La strategia della sinistra, quella di tentare di sobillare l'ala più giustizialista del M5s, si è dimostrata immediatamente fallimentare. La base grillina, come si può facilmente verificare dai social network, è tutta, senza eccezioni, al fianco di Salvini. Poteva avere un senso, il tentativo del Pd, se il ministro dell'Interno fosse stato indagato per un corruzione, per voto di scambio, per qualunque ipotesi di reato che comporta un tornaconto personale per l'accusato. L'inchiesta a carico di Salvini è invece talmente «politica» che l'elettorato del M5s non fa alcuna fatica non solo a digerirla, ma a schierarsi al fianco del leader alleato. Il tema dell'immigrazione senza controllo è molto sentito dalla base grillina, che in questi pochi mesi di governo legastellato si è resa conto di quante responsabilità abbiano i precedenti esecutivi se l'Italia si ritrova totalmente isolata in Europa, lasciata a contrastare una vera e propria invasione, a tentare di arginare un fiume di immigrati che approdano sulle nostre coste ma che poi si riversano in tutto il continente. Dunque, nessun imbarazzo, nessun distinguo, nessun «se» e nessun «però»: l'elettorato del M5s non ha dato alcun segno di insofferenza o preoccupazione per l'inchiesta a carico del leader della Lega. Nessun problema ha avuto Luigi Di Maio a spiegare perché il M5s è - e rimarrà - al fianco di Salvini, rintuzzando le accuse della sinistra: «Doppia morale? Alfano», ha ribattuto ieri Di Maio, «si doveva dimettere perché era Angelino Alfano, perché l'inchiesta a suo carico riguardava una questione delicata circa prefetti siciliani e appalti, mentre qui stiamo parlando di una decisione politica, quella di non far sbarcare i migranti, condivisa da tutto il governo. Si tratta di un atto dovuto perché il Viminale ha in capo quelle decisioni. In questi giorni», ha aggiunto Di Maio, «noi non stavamo in giro a chiedere appalti. Tutto quello che è stato fatto è stato fatto nell'interesse nazionale. Questo principio fa il paio con il principio del governo del cambiamento, che sta cominciando a mettere in mostra tutte le ipocrisie dell'Europa. Noi gli atti dovuti, come l'indagine a carico di Salvini, li abbiamo avuti per alcuni sindaci, Nogarin, Appendino, Raggi e questo vale anche per il ministro dell'Interno. Non è che stiamo cambiando linea, se durante le indagini vengono fuori cose sconcertanti allora non aspettiamo il primo grado di giudizio e si devono dimettere». E ancora: «C'è il codice etico dei ministri nel nostro contratto», ha aggiunto Di Maio, «e secondo il codice etico dei ministri e del M5s il ministro deve continuare a fare il ministro. È nostro dovere attuare il programma elettorale ma è anche diritto-dovere della magistratura portare avanti i procedimenti giudiziari. Quindi», ha concluso Di Maio, «pieno rispetto per la magistratura e non facciamo ripiombare questo paese negli scontri tra Procure, pm e politica». Pur con la cautela dovuta al suo ruolo, si è fatto sentire anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Ho seguito con attenzione», ha detto, «la vicenda della nave Diciotti. Non entro nel merito delle indagini scattate in seguito a quanto accaduto, posso però dire che il governo è sempre stato compatto su questo fronte: l'Unione europea è evidentemente sorda rispetto agli stessi valori di solidarietà e mutualità che ne erano il fondamento». Per quanto riguarda l'inchiesta, i pm di Agrigento dovrebbero trasmettere mercoledì il fascicolo alla Procura di Palermo, che a sua volta dovrà poi inoltrare gli atti al tribunale dei ministri, competente sull'indagine visto il coinvolgimento di un membro dell'esecutivo. «Sereno, tranquillo e determinato» si è detto, stando a fonti a lui vicine, il capo di gabinetto di Salvini, Matteo Piantedosi, indagato insieme al vicepremier. Carlo Tarallo
Ansa
I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
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Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Un dato che va naturalmente preso con le molle, ma che riflette non solo il trend in crescita che anche altri istituti segnalano per Vannacci, ma anche il solido dato di realtà costituito dalle tante adesioni a Fn in ogni parte d’Italia.
Per il resto, Fratelli d’Italia resta primo partito con il 27,8% (+0,1); crescono il Pd (22,2%,+0,5), Forza Italia (8,2%,+0,4) e Alleanza Verdi Sinistra (6,8%,+0,4). Vistoso il calo del M5s (12,1%,-1,4). Azione è al 3,1%(-0,1) e Italia Viva al 2,1 (-0,1). Il Partito Liberaldemocratico è stabile all’1,2%, , Ora! all’1,1%, +Europa all’1% e Noi Moderati allo 0,9%. Di corto muso, direbbe Massimiliano Allegri, ma il sorpasso c’è, e viene celebrato sulla pagina Fb di Futuro nazionale: «Dovevano essere una parentesi», recita il post, «dovevano essere folklore. Dovevamo essere il partito personale destinato a sparire. E invece Futuro nazionale cresce ancora e, secondo il sondaggio Youtrend per Sky Tg24, raggiunge il 5,9% e supera la Lega. Un risultato che non nasce nei salotti televisivi, ma nelle piazze, nei territori, tra la gente che non si rassegna alla solita politica, ai giochi di palazzo e ai compromessi al ribasso. Che c’è un popolo che vuole identità, coraggio, sovranità, sicurezza, libertà di parola e difesa degli interessi nazionali. Ci avevano detto che era impossibile. Noi abbiamo iniziato a camminare. E adesso acceleriamo». «Le cose stanno andando secondo i piani», commenta Vannacci a La Presse, «molto bene. Ma i veri sondaggi rimangono quelli fatti tra la gente e in mezzo alla strada. Noi non ci occupiamo delle dinamiche degli altri partiti e di quanto dicano i loro esponenti ma lavoriamo solo affinché Futuro nazionale cresca e per il bene dell’Italia e degli italiani». E nel frattempo rispunta un video del 2025 in cui il generale si dichiara pronto per Palazzo Chigi: «Se l’elettorato lo vorrà, io certamente non mi tiro indietro».
Lucida come sempre l’analisi dell’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato della Lega che ha aderito a Futuro nazionale: «Attenzione», dice Rinaldi alla Verità, «perché i sondaggi sono voti virtuali, i voti reali sono un’altra cosa. Il fatto che ci sia attenzione su Futuro nazionale sicuramente premia i nostri sforzi. Penso che il nostro bacino sia anche l’astensione e da questi dati si evince anche un’erosione del M5s. Ci sono dei delusi anche lì dalle promesse andate al vento. Il centrodestra dovrebbe essere contento se noi riusciamo a recuperare voti che loro non riescono a intercettare».
Non si scompone il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo: «Siamo un po’ stanchi», commenta Romeo, «tutti i giorni di guardare i sondaggi di Vannacci. Noi siamo qui per lavorare, siamo al governo, e la nostra preoccupazione è quella di dare risposte ai cittadini. Stiamo facendo bene nel campo della sicurezza e i rimpatri dal 2023 ad oggi sono più di 20.000. Le norme che abbiamo voluto nei decreti sicurezza sul contrasto ai maranza stanno dando i loro frutti», aggiunge Romeo, «il nuovo regolamento europeo sui migranti dà ragione al fatto che bisogna essere più rapidi e più veloci sulle espulsioni, come ha voluto la Lega nell’ultimo decreto sicurezza. Sostanzialmente siamo stati legittimati anche rispetto alla costruzione di centri in paesi fuori dall’Unione europea. Quindi si sta andando nella direzione che i cittadini vogliono».
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