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2018-11-15
Il reddito di cittadinanza solo dopo luglio
ANSA
L'ultima edizione della legge di bilancio 2019 si compone di 108 articoli e 75 pagine. Ora il testo dovrà essere convertito in Legge dalle Camere entro il 31 dicembre per diventare operativo entro il primo gennaio. La maggiore novità è che il sistema pensionistico quota 100 e il reddito di cittadinanza, per cui sono stati stanziati rispettivamente 6,7 miliardi e 9 miliardi di euro per il 2019, diventeranno operativi attraverso un apposito disegno di legge collegato alla manovra, un fattore che potrebbe far slittare questi provvedimenti di qualche mese, anche se il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha affermato in più occasioni che tutto sarà pronto per la fine del 2018.
Quota 100 è una misura per «favorire il ricambio generazionale nel mercato», si spiega che «a decorrere dal 2019, è istituito un fondo per la revisione del sistema pensionistico attraverso l'introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l'assunzione di lavoratori giovani. Appositi provvedimenti normativi daranno attuazione, nei limiti delle risorse del fondo». Lo stesso vale per reddito di cittadinanza, volto a «inclusione sociale e contrasto alla povertà: un fondo «a decorrere dal 2019» per «pensioni e reddito di cittadinanza, anche attraverso politiche volte al sostegno economico e all'inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro», e «appositi provvedimenti, nei limiti delle risorse del fondo» per attuarli.
È proprio sulle tempistiche, però, che Di Maio fa un distinguo: «Da ministro del Lavoro la norma su quota 100 e reddito di cittadinanza ce l'ho già pronta: sarà in un decreto legge subito dopo la legge di bilancio. Non c'è slittamento, collegato, calende greche...», ha detto a margine del question time alla Camera. «Appena diventa operativo, con il voto del Parlamento sulla manovra, il fondo da 16 miliardi, chiederò a Conte di convocare il Cdm e fare il dl con le misure. Non ci si appigli alla lettera di Tria: nessuno slittamento, il reddito sarà legge alla fine del 2018». Il punto è che per realizzare una legge collegata di solito serve almeno qualche mese e questo potrebbe far slittare tutto a dopo il 2018.
Del resto il ministro del Lavoro era presente durante il Consiglio dei ministri in cui si è deciso che la riforma delle pensioni e il sussidio ai cittadini sarebbero stati resi operativi solo attraverso una legge delega. Pertanto Di Maio conosce benissimo le tempistiche secondo cui parrebbe piuttosto improbabile che si metta in piedi una legge delega in poco più di un mese entro la fine del 2018.
Quello che è certo è che, con una partenza ritardata intorno a giugno-luglio (calcolando almeno 5-6 mesi per una legge delega), il governo avrebbe certamente bisogno di meno risorse in deficit e questo dovrebbe portare a più miti consigli la Commissione europea.
Per questo, anche se il governo ha ribadito l'intenzione di non cambiare gli obiettivi della manovra all'interno della lettera inviata da ministro Giovanni Tria a Bruxelles, ha comunque introdotto delle clausole di salvaguardia per evitare lo sforamento qualora le previsioni di crescita del governo nella manovra non fossero confermate.
L'esecutivo ha infatti confermato un meccanismo di controlli della spesa e il piano investimenti e riforme: codice degli appalti, sburocratizzazione e fondi per contrastare il dissesto idrogeologico. «L'indebitamento netto sarà sottoposto a costante monitoraggio», si legge nella missiva, «verificando sia la coerenza del quadro macroeconomico sottostante le ipotesi di finanza pubblica, sia l'aumento delle entrate e delle spese». Il ministro dell'Economia «è tenuto ad assumere tempestivamente, in caso di deviazione, le conseguenti iniziative correttive nel rispetto dei principi costituzionali».
All'interno della manovra sono inoltre presenti 15 miliardi di euro di investimenti pubblici aggiuntivi previsti nei prossimi tre anni. Tra questi fondi ci sono anche quelli per le ristrutturazioni edilizie legate a terremoti e alluvioni. «Nella legge di bilancio», ha detto Di Maio, «ci sono 5 miliardi per gli investimenti, tra cui anche quelli che riguardano le ristrutturazioni antisismiche. I soldi ci sono e, come ho promesso non è una questione di fondi, ma di quantificare per bene tutti i danni e metterci al lavoro per risarcire quelle che sono le amministrazioni che sono state colpite dal sisma», ha detto il vicepremier. Si tratta di fondi che però erano già previsti all'interno della manovra e per questo non andranno a intaccare ulteriormente il deficit rimanendo intorno a un valore complessivo di circa 36 miliardi di euro per il 2019.
Cambiano infine i requisiti di accesso al regime forfettario dei minimi: la legge di bilancio 2019 prevede l'aliquota al 15% per compensi e ricavi fino a 65.000 euro, indipendentemente dall'attività esercitata. Inoltre è prevista una nuova imposta sostitutiva del 15% per le lezioni private. Un sorta di «flat tax» pensata per intervenire su un volume di affari stimato da uno studio della fondazione Einaudi in quasi un miliardo di euro, di cui solo il 10% viene dichiarato. Inoltre è previsto un bonus sistemazioni aree verdi che prevede una detrazione del 36% e un altro per lavori che migliorino l'efficienza energetica. In questo caso si può arrivare a scaricare fino a un massimo del 65% in base al tipo di lavoro eseguito.
Mossa anti debito: 30 miliardi dagli immobili
Il governo rilancia in grande stile il programma di vendita del mattone di Stato. Almeno negli obiettivi. La lettera del ministro, Giovanni Tria, a Bruxelles contiene la novità dell'accelerazione della vendita del patrimonio pubblico con la stima di un incasso di 18 miliardi nel 2019, l'1% del Pil, mantenendo allo 0,3% la previsione per il biennio successivo. In totale quasi 30 miliardi di euro nel triennio, quasi il doppio rispetto a quanto scritto nella nota di aggiornamento al Def. Inoltre il documento precedente indicava introiti da privatizzazioni pari allo 0,3% del Pil su base annua comprendendo partecipazioni, patrimonio pubblico e revisione del sistema delle concessioni. La nuova impostazione invece prevede che i 18 miliardi verranno esclusivamente dalla dismissione di beni immobili. Un obiettivo molto ambizioso rispetto alla tendenza degli ultimi dieci anni. Secondo un calcolo dell'Upb nell'ultimo decennio gli incassi totali da privatizzazioni sono ammontati a circa 12 miliardi, in pratica una media di 1,2 miliardi l'anno con picchi negativi nel 2015 e nel 2016 quando non si è raggiunta nemmeno quota un miliardo. Operazioni che comprendevano patrimonio pubblico e partecipazioni come i collocamenti di Enav e Poste. Ogni nuovo governo in tempi recenti ha annunciato consistenti piani di cessioni da 0,5 fino a 0,7 punti di Pil all'anno ma i risultati a consuntivo sono sempre stati modesti rispetto ai propositi. Nel corso degli ultimi anni le cessioni del patrimonio pubblico hanno registrato un andamento decrescente. Da circa un miliardo, negli ultimi due anni il bilancio complessivo oscilla intorno ai 600 milioni l'anno. Lo stesso Tria nella nota di aggiornamento al Def alla voce cessione del patrimonio immobiliare indicava una stima di 600 milioni di euro di incassi per l'anno in corso e la previsione di 640 milioni nel 2019 e 600 milioni nel 2020. A fronte di un patrimonio censito di 283 miliardi. Senza contare le partecipazioni dirette del Mef che valgono circa 80 miliardi.
Nella lettera del ministro Tria a Bruxelles sono indicati i nuovi target quantitativi sul capitolo dismissioni ma non sono forniti dettagli su strumenti e criteri per realizzare le cessioni. Negli ultimi due mesi però qualcosa è cambiato e soprattutto a spingere per la cartolarizzazione e la creazione di appositi fondi è stata proprio la banca di sistema. L'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, aveva indicato una proposta per affrontare la riduzione del rapporto debito/Pil con «determinazione» e non si tratta di «un obiettivo impossibile». Per aggredire il debito pubblico Messina indicava l'esigenza di valorizzare il patrimonio statale e comunale (circa 215 miliardi). «Si potrebbe dar vita a una serie di fondi comunali aperti con l'obiettivo di acquistare e valorizzare una parte di quegli immobili». Secondo Messina il primo beneficio è che ci sarebbero risparmi non irrilevanti per il comune venditore: «Non è un mistero che la gestione degli immobili pubblici molto spesso comporta deficit di bilancio anche rilevanti». Inoltre in questo modo gli enti territoriali «potrebbero ridurre il proprio debito, disponendo subito di risorse fresche per effettuare nuovi investimenti». Banche, fondazioni e fondi pensione potrebbero avere un ruolo diretto. La proprietà delle quote del fondo potrebbe essere in larga parte dei cittadini residenti nel territorio. «Il loro acquisto potrebbe essere incentivato da esenzioni fiscali modello Pir». Quanto ai numeri, Messina indicava che il valore degli immobili oggetto dell'operazione, almeno in una prima fase dovrebbe essere di circa 100 miliardi da collocare in tre anni. Ma si potrebbe arrivare anche a 200 miliardi. Intesa ha le idee chiare, vedremo il governo.
Chi distrusse la Grecia viene a darci lezioni
Nel giorno successivo all'invio della risposta alla Commissione europea da parte del ministro dell'Economia Giovanni Tria, nella quale sostanzialmente il governo rispedisce al mittente la richiesta di riscrivere la manovra, sui media nostrani va in scena un copione prevedibile. L'attenzione è centrata sui potenziali effetti derivanti dalla decisione di proseguire sulla strada dello scontro duro con le istituzioni europee. Di conseguenza, sulle pagine dei «giornaloni» è tutto un fiorire di consigli non richiesti per l'esecutivo. Per uno strano caso (?) del destino, le prime pagine del Corriere della Sera e di Repubblica hanno ospitato, nella giornata di ieri, un'intervista a tal Rishi Goyal, economista del Fondo monetario internazionale. Nel corso dell'ultima settimana, informano le due testate, Goyal era di stanza a Roma per la redazione del revisione annuale del Fmi, denominata in gergo «articolo IV». Giorni nei quali «non sono mancati momenti di alta tensione», tiene a precisare il curatore dell'intervista e vicedirettore ad personam del Corriere, Federico Fubini, annoverato ormai tra i massimi esperti mondiali di retroscenismo.
Ben imbeccato dalle domande mirate dei sui interlocutori, Goyal finisce per pontificare un po' su tutti gli argomenti. Ovviamente non poteva mancare lo spread. Sul Corriere, il capo missione del Fmi dichiara che «se questo aumento perdura, i rischi salgono». «Nel tempo», aggiunge stavolta su Repubblica, «ciò comporterebbe maggiori costi di finanziamento per le imprese e le famiglie». Un altro tema caldo riguarda il debito pubblico. Sempre su Repubblica, Goyal avvisa che «se si dovessero concretizzare modesti choc avversi, come un rallentamento della crescita, il debito aumenterebbe, aumentando il rischio che l'Italia possa essere costretta a tagliare notevolmente le spese o aumentare le tasse quando l'economia si sta indebolendo».
Fin qui, direte voi, normalissime osservazioni di un economista che guarda dall'esterno la situazione in corso nel nostro Paese. Ma le cose cambiano quando si passa alle critiche sulle manovra. Qua il giudizio passa, inevitabilmente, sul piano politico. «Il governo vuole stimolare la domanda», risponde a Repubblica, «ma la maggior parte dello stimolo è destinata all'espansione di protezione sociale e benefici pensionistici». Tradotto, il governo sta adottando misure sbagliate. Nel colloquio con Fubini, Goyal è ancora più chiaro: «Uno stimolo di bilancio proprio ora implica una maggiore vulnerabilità quando arriva uno choc negativo, per esempio una recessione o una frenata internazionale. Se questo choc arriva e il debito sale, l'Italia potrebbe davvero essere costretta a una stretta di bilancio brusca proprio quando l'economia è debole».
Lette attentamente, le parole dell'economista del Fmi sono proprio l'esatto contrario di quanto affermato da Giovanni Tria nella lettera indirizzata alla Commissione europea. Risulta «prioritaria», scrive infatti il ministro, «l'esigenza di rilanciare le prospettive di crescita» anche «per far fronte a un rallentamento del ciclo». In altre parole, la natura espansiva della manovra trova la sua ragione proprio nella necessità di far fronte al rischio di una recessione imminente.
La passione di Rishi Goyal per l'austerità non deve sorprendere, dal momento che al vertice della crisi greca era proprio lui a rappresentare, insieme a Klaus Masuch (Bce) e Declan Costello (Ue), il Fondo monetario internazionale per le attività della Troika in Grecia. Un punto del curriculum che deve aver fatto colpo sui due popolari giornali italiani e che, in qualche modo, giustifica la «doppietta» di ieri.
Peccato però che, a distanza di qualche anno, nessuno creda più al successo dell'esperienza ellenica, tutt'altro. Basta dare una lettura veloce al recente rapporto del commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, di cui La Verità ha dato conto qualche giorno fa, che ha individuato nelle misure di austerità imposte ad Atene la colpa del massacro economico e sociale avvenuto negli ultimi anni. Un disastro del quale il Fmi è pienamente corresponsabile, basti pensare che nel 2016 la presidente Christine Lagarde, a Bloomberg, ammise che i moltiplicatori utilizzati per la Grecia erano errati: «Sia noi che la Ue abbiamo sottostimato l'effetto recessivo di alcune delle misure imposte al Paese».
Non pago dei risultati ottenuti in Grecia, oggi Goyal punta il dito sull'Italia. E, ahinoi, ci tocca pure leggerlo due volte nello stesso giorno.
Dopo la nostra lettera l’Ue ci insulta: «Indebitarsi così non è intelligente»
Il governo tiene la barra dritta sulla manovra, attirandosi in Europa bordate da più parti. Il fronte più caldo è ovviamente Bruxelles, con la Commissione europea che ha fatto sapere che la prossima settimana, il 21 novembre, pubblicherà la nuova opinione sul Documento programmatico di bilancio inviato martedì sera dall'Italia. Lo ha reso noto un portavoce, precisando che i tecnici stanno analizzando anche le risposte alla lettera che chiedeva spiegazioni sui «fattori rilevanti» che giustificano l'andamento del debito.
Tuttavia, già ieri autorevoli membri dell'esecutivo di Bruxelles hanno chiarito le posizioni dell'Europa. Primo fra tutti il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, che in un tweet ha fatto sapere che «i piani del governo italiano sono controproducenti per l'economia italiana stessa, e ora i tassi d'interesse sul debito sovrano sono una volta e mezzo più alti di un anno fa». Per Dombrovskis i riflessi dello spread «sono evidenti nella disponibilità e nel costo del credito all'economia reale, per le imprese e cittadini, cosa che comincia a toccare gli investimenti». Da parte sua Andrus Ansip, vicepresidente della Commissione per il mercato digitale, ha ammonito: «Quando si è nella famiglia dell'Eurozona bisogna rispettare regole che noi stessi ci siamo dati. Fare debito con i soldi dei contribuenti non è un'idea intelligente. In Italia c'è un governo intelligente e spero che saranno in grado di trovare buone soluzioni per l'Unione europea e anche per gli italiani».
Pesanti critiche sono arrivate dall'Austria, che si è detta favorevole a votare un'eventuale procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Per il ministro delle Finanze di Vienna, Hartmut Loeger, «più che mai dobbiamo pretendere disciplina da Roma». Secondo Loeger «l'Italia corre il rischio di scivolare verso uno scenario greco», e il governo italiano, con i suoi messaggi populisti, sta «tenendo in ostaggio il suo stesso popolo. Contrariamente a quanto sostiene il mio collega (il ministro dell'Economia Tria, ndr) non si tratta di un affare italiano interno, ma di un affare europeo». E anche l'Olanda, tramite il ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, ha definito «poco sorprendente ma molto deludente» il fatto che «l'Italia non abbia rivisto il suo piano di bilancio. Le finanze pubbliche italiane sono sbilanciate e i piani del governo non porteranno a una robusta crescita economica. Questo budget è una violazione del Patto di stabilità e crescita. Ora sta alla Commissione europea fare i passi successivi».
Non ha mancato di dire la sua anche il presidente della Bundesbank - la banca centrale tedesca - Jens Weidmann, secondo cui per l'Eurozona ora non è il momento di attenuare il rigore fiscale, e nazioni fortemente indebitate «come l'Italia» dovrebbero ridurre il carico del debito. «È perfettamente legittimo che un nuovo governo stabilisca nuove priorità politiche, ma se sono associate a spese aggiuntive sarebbe consigliabile ridurre altre spese o aumentare le entrate. Non condivido l'idea che i problemi di crescita siano risolti facendo sempre più debito, e che l'alto debito non sia problematico», ha puntualizzato Weidmann.
Obiezioni rispedite al mittente dal ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Ci sono dei grafomani a Bruxelles che ci scrivono letterine e noi educatamente rispondiamo, ma non ci muoviamo di un millimetro. Chi è in torto», ha spiegato, «è l'Unione Europea, che nei trattati dice che devono essere garantite piena occupazione e diritti sociali, ma se non ci fa spendere come li garantiamo?».
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La manovra spedita a Bruxelles rilancia il piano di vendita di edifici dello Stato, ma l'Ue la boccia. L'economista Fmi che ci bacchetta è quello che, secondo lo stesso Fmi, ha fatto disastri in Grecia.Dalla cessione di patrimonio lo Stato punta a 18 miliardi solo nel 2019. Il ruolo delle banche e il piano di Intesa.«Repubblica» e «Corriere» intervistano in tandem Rishi Goyal, del Fmi. Trattato come un oracolo, l'economista sbertuccia la ricetta sviluppista della manovra e paventa «una stretta di bilancio». E di lacrime e sangue se ne intende, avendo portato la Troika ad Atene.L'Austria spinge per la procedura d'infrazione. La Bundesbank: «Servono più tasse».Lo speciale contiene quattro articoli.L'ultima edizione della legge di bilancio 2019 si compone di 108 articoli e 75 pagine. Ora il testo dovrà essere convertito in Legge dalle Camere entro il 31 dicembre per diventare operativo entro il primo gennaio. La maggiore novità è che il sistema pensionistico quota 100 e il reddito di cittadinanza, per cui sono stati stanziati rispettivamente 6,7 miliardi e 9 miliardi di euro per il 2019, diventeranno operativi attraverso un apposito disegno di legge collegato alla manovra, un fattore che potrebbe far slittare questi provvedimenti di qualche mese, anche se il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha affermato in più occasioni che tutto sarà pronto per la fine del 2018. Quota 100 è una misura per «favorire il ricambio generazionale nel mercato», si spiega che «a decorrere dal 2019, è istituito un fondo per la revisione del sistema pensionistico attraverso l'introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l'assunzione di lavoratori giovani. Appositi provvedimenti normativi daranno attuazione, nei limiti delle risorse del fondo». Lo stesso vale per reddito di cittadinanza, volto a «inclusione sociale e contrasto alla povertà: un fondo «a decorrere dal 2019» per «pensioni e reddito di cittadinanza, anche attraverso politiche volte al sostegno economico e all'inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro», e «appositi provvedimenti, nei limiti delle risorse del fondo» per attuarli.È proprio sulle tempistiche, però, che Di Maio fa un distinguo: «Da ministro del Lavoro la norma su quota 100 e reddito di cittadinanza ce l'ho già pronta: sarà in un decreto legge subito dopo la legge di bilancio. Non c'è slittamento, collegato, calende greche...», ha detto a margine del question time alla Camera. «Appena diventa operativo, con il voto del Parlamento sulla manovra, il fondo da 16 miliardi, chiederò a Conte di convocare il Cdm e fare il dl con le misure. Non ci si appigli alla lettera di Tria: nessuno slittamento, il reddito sarà legge alla fine del 2018». Il punto è che per realizzare una legge collegata di solito serve almeno qualche mese e questo potrebbe far slittare tutto a dopo il 2018. Del resto il ministro del Lavoro era presente durante il Consiglio dei ministri in cui si è deciso che la riforma delle pensioni e il sussidio ai cittadini sarebbero stati resi operativi solo attraverso una legge delega. Pertanto Di Maio conosce benissimo le tempistiche secondo cui parrebbe piuttosto improbabile che si metta in piedi una legge delega in poco più di un mese entro la fine del 2018. Quello che è certo è che, con una partenza ritardata intorno a giugno-luglio (calcolando almeno 5-6 mesi per una legge delega), il governo avrebbe certamente bisogno di meno risorse in deficit e questo dovrebbe portare a più miti consigli la Commissione europea.Per questo, anche se il governo ha ribadito l'intenzione di non cambiare gli obiettivi della manovra all'interno della lettera inviata da ministro Giovanni Tria a Bruxelles, ha comunque introdotto delle clausole di salvaguardia per evitare lo sforamento qualora le previsioni di crescita del governo nella manovra non fossero confermate.L'esecutivo ha infatti confermato un meccanismo di controlli della spesa e il piano investimenti e riforme: codice degli appalti, sburocratizzazione e fondi per contrastare il dissesto idrogeologico. «L'indebitamento netto sarà sottoposto a costante monitoraggio», si legge nella missiva, «verificando sia la coerenza del quadro macroeconomico sottostante le ipotesi di finanza pubblica, sia l'aumento delle entrate e delle spese». Il ministro dell'Economia «è tenuto ad assumere tempestivamente, in caso di deviazione, le conseguenti iniziative correttive nel rispetto dei principi costituzionali».All'interno della manovra sono inoltre presenti 15 miliardi di euro di investimenti pubblici aggiuntivi previsti nei prossimi tre anni. Tra questi fondi ci sono anche quelli per le ristrutturazioni edilizie legate a terremoti e alluvioni. «Nella legge di bilancio», ha detto Di Maio, «ci sono 5 miliardi per gli investimenti, tra cui anche quelli che riguardano le ristrutturazioni antisismiche. I soldi ci sono e, come ho promesso non è una questione di fondi, ma di quantificare per bene tutti i danni e metterci al lavoro per risarcire quelle che sono le amministrazioni che sono state colpite dal sisma», ha detto il vicepremier. Si tratta di fondi che però erano già previsti all'interno della manovra e per questo non andranno a intaccare ulteriormente il deficit rimanendo intorno a un valore complessivo di circa 36 miliardi di euro per il 2019.Cambiano infine i requisiti di accesso al regime forfettario dei minimi: la legge di bilancio 2019 prevede l'aliquota al 15% per compensi e ricavi fino a 65.000 euro, indipendentemente dall'attività esercitata. Inoltre è prevista una nuova imposta sostitutiva del 15% per le lezioni private. Un sorta di «flat tax» pensata per intervenire su un volume di affari stimato da uno studio della fondazione Einaudi in quasi un miliardo di euro, di cui solo il 10% viene dichiarato. Inoltre è previsto un bonus sistemazioni aree verdi che prevede una detrazione del 36% e un altro per lavori che migliorino l'efficienza energetica. In questo caso si può arrivare a scaricare fino a un massimo del 65% in base al tipo di lavoro eseguito. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-reddito-in-manovra-solo-da-luglio-ma-di-maio-non-ci-sta-entro-lanno-2619749291.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mossa-anti-debito-30-miliardi-dagli-immobili" data-post-id="2619749291" data-published-at="1770370689" data-use-pagination="False"> Mossa anti debito: 30 miliardi dagli immobili Il governo rilancia in grande stile il programma di vendita del mattone di Stato. Almeno negli obiettivi. La lettera del ministro, Giovanni Tria, a Bruxelles contiene la novità dell'accelerazione della vendita del patrimonio pubblico con la stima di un incasso di 18 miliardi nel 2019, l'1% del Pil, mantenendo allo 0,3% la previsione per il biennio successivo. In totale quasi 30 miliardi di euro nel triennio, quasi il doppio rispetto a quanto scritto nella nota di aggiornamento al Def. Inoltre il documento precedente indicava introiti da privatizzazioni pari allo 0,3% del Pil su base annua comprendendo partecipazioni, patrimonio pubblico e revisione del sistema delle concessioni. La nuova impostazione invece prevede che i 18 miliardi verranno esclusivamente dalla dismissione di beni immobili. Un obiettivo molto ambizioso rispetto alla tendenza degli ultimi dieci anni. Secondo un calcolo dell'Upb nell'ultimo decennio gli incassi totali da privatizzazioni sono ammontati a circa 12 miliardi, in pratica una media di 1,2 miliardi l'anno con picchi negativi nel 2015 e nel 2016 quando non si è raggiunta nemmeno quota un miliardo. Operazioni che comprendevano patrimonio pubblico e partecipazioni come i collocamenti di Enav e Poste. Ogni nuovo governo in tempi recenti ha annunciato consistenti piani di cessioni da 0,5 fino a 0,7 punti di Pil all'anno ma i risultati a consuntivo sono sempre stati modesti rispetto ai propositi. Nel corso degli ultimi anni le cessioni del patrimonio pubblico hanno registrato un andamento decrescente. Da circa un miliardo, negli ultimi due anni il bilancio complessivo oscilla intorno ai 600 milioni l'anno. Lo stesso Tria nella nota di aggiornamento al Def alla voce cessione del patrimonio immobiliare indicava una stima di 600 milioni di euro di incassi per l'anno in corso e la previsione di 640 milioni nel 2019 e 600 milioni nel 2020. A fronte di un patrimonio censito di 283 miliardi. Senza contare le partecipazioni dirette del Mef che valgono circa 80 miliardi. Nella lettera del ministro Tria a Bruxelles sono indicati i nuovi target quantitativi sul capitolo dismissioni ma non sono forniti dettagli su strumenti e criteri per realizzare le cessioni. Negli ultimi due mesi però qualcosa è cambiato e soprattutto a spingere per la cartolarizzazione e la creazione di appositi fondi è stata proprio la banca di sistema. L'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, aveva indicato una proposta per affrontare la riduzione del rapporto debito/Pil con «determinazione» e non si tratta di «un obiettivo impossibile». Per aggredire il debito pubblico Messina indicava l'esigenza di valorizzare il patrimonio statale e comunale (circa 215 miliardi). «Si potrebbe dar vita a una serie di fondi comunali aperti con l'obiettivo di acquistare e valorizzare una parte di quegli immobili». Secondo Messina il primo beneficio è che ci sarebbero risparmi non irrilevanti per il comune venditore: «Non è un mistero che la gestione degli immobili pubblici molto spesso comporta deficit di bilancio anche rilevanti». Inoltre in questo modo gli enti territoriali «potrebbero ridurre il proprio debito, disponendo subito di risorse fresche per effettuare nuovi investimenti». Banche, fondazioni e fondi pensione potrebbero avere un ruolo diretto. La proprietà delle quote del fondo potrebbe essere in larga parte dei cittadini residenti nel territorio. «Il loro acquisto potrebbe essere incentivato da esenzioni fiscali modello Pir». Quanto ai numeri, Messina indicava che il valore degli immobili oggetto dell'operazione, almeno in una prima fase dovrebbe essere di circa 100 miliardi da collocare in tre anni. Ma si potrebbe arrivare anche a 200 miliardi. Intesa ha le idee chiare, vedremo il governo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-reddito-in-manovra-solo-da-luglio-ma-di-maio-non-ci-sta-entro-lanno-2619749291.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="chi-distrusse-la-grecia-viene-a-darci-lezioni" data-post-id="2619749291" data-published-at="1770370689" data-use-pagination="False"> Chi distrusse la Grecia viene a darci lezioni Nel giorno successivo all'invio della risposta alla Commissione europea da parte del ministro dell'Economia Giovanni Tria, nella quale sostanzialmente il governo rispedisce al mittente la richiesta di riscrivere la manovra, sui media nostrani va in scena un copione prevedibile. L'attenzione è centrata sui potenziali effetti derivanti dalla decisione di proseguire sulla strada dello scontro duro con le istituzioni europee. Di conseguenza, sulle pagine dei «giornaloni» è tutto un fiorire di consigli non richiesti per l'esecutivo. Per uno strano caso (?) del destino, le prime pagine del Corriere della Sera e di Repubblica hanno ospitato, nella giornata di ieri, un'intervista a tal Rishi Goyal, economista del Fondo monetario internazionale. Nel corso dell'ultima settimana, informano le due testate, Goyal era di stanza a Roma per la redazione del revisione annuale del Fmi, denominata in gergo «articolo IV». Giorni nei quali «non sono mancati momenti di alta tensione», tiene a precisare il curatore dell'intervista e vicedirettore ad personam del Corriere, Federico Fubini, annoverato ormai tra i massimi esperti mondiali di retroscenismo. Ben imbeccato dalle domande mirate dei sui interlocutori, Goyal finisce per pontificare un po' su tutti gli argomenti. Ovviamente non poteva mancare lo spread. Sul Corriere, il capo missione del Fmi dichiara che «se questo aumento perdura, i rischi salgono». «Nel tempo», aggiunge stavolta su Repubblica, «ciò comporterebbe maggiori costi di finanziamento per le imprese e le famiglie». Un altro tema caldo riguarda il debito pubblico. Sempre su Repubblica, Goyal avvisa che «se si dovessero concretizzare modesti choc avversi, come un rallentamento della crescita, il debito aumenterebbe, aumentando il rischio che l'Italia possa essere costretta a tagliare notevolmente le spese o aumentare le tasse quando l'economia si sta indebolendo». Fin qui, direte voi, normalissime osservazioni di un economista che guarda dall'esterno la situazione in corso nel nostro Paese. Ma le cose cambiano quando si passa alle critiche sulle manovra. Qua il giudizio passa, inevitabilmente, sul piano politico. «Il governo vuole stimolare la domanda», risponde a Repubblica, «ma la maggior parte dello stimolo è destinata all'espansione di protezione sociale e benefici pensionistici». Tradotto, il governo sta adottando misure sbagliate. Nel colloquio con Fubini, Goyal è ancora più chiaro: «Uno stimolo di bilancio proprio ora implica una maggiore vulnerabilità quando arriva uno choc negativo, per esempio una recessione o una frenata internazionale. Se questo choc arriva e il debito sale, l'Italia potrebbe davvero essere costretta a una stretta di bilancio brusca proprio quando l'economia è debole». Lette attentamente, le parole dell'economista del Fmi sono proprio l'esatto contrario di quanto affermato da Giovanni Tria nella lettera indirizzata alla Commissione europea. Risulta «prioritaria», scrive infatti il ministro, «l'esigenza di rilanciare le prospettive di crescita» anche «per far fronte a un rallentamento del ciclo». In altre parole, la natura espansiva della manovra trova la sua ragione proprio nella necessità di far fronte al rischio di una recessione imminente. La passione di Rishi Goyal per l'austerità non deve sorprendere, dal momento che al vertice della crisi greca era proprio lui a rappresentare, insieme a Klaus Masuch (Bce) e Declan Costello (Ue), il Fondo monetario internazionale per le attività della Troika in Grecia. Un punto del curriculum che deve aver fatto colpo sui due popolari giornali italiani e che, in qualche modo, giustifica la «doppietta» di ieri. Peccato però che, a distanza di qualche anno, nessuno creda più al successo dell'esperienza ellenica, tutt'altro. Basta dare una lettura veloce al recente rapporto del commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, di cui La Verità ha dato conto qualche giorno fa, che ha individuato nelle misure di austerità imposte ad Atene la colpa del massacro economico e sociale avvenuto negli ultimi anni. Un disastro del quale il Fmi è pienamente corresponsabile, basti pensare che nel 2016 la presidente Christine Lagarde, a Bloomberg, ammise che i moltiplicatori utilizzati per la Grecia erano errati: «Sia noi che la Ue abbiamo sottostimato l'effetto recessivo di alcune delle misure imposte al Paese». Non pago dei risultati ottenuti in Grecia, oggi Goyal punta il dito sull'Italia. E, ahinoi, ci tocca pure leggerlo due volte nello stesso giorno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-reddito-in-manovra-solo-da-luglio-ma-di-maio-non-ci-sta-entro-lanno-2619749291.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="dopo-la-nostra-lettera-lue-ci-insulta-indebitarsi-cosi-non-e-intelligente" data-post-id="2619749291" data-published-at="1770370689" data-use-pagination="False"> Dopo la nostra lettera l’Ue ci insulta: «Indebitarsi così non è intelligente» Il governo tiene la barra dritta sulla manovra, attirandosi in Europa bordate da più parti. Il fronte più caldo è ovviamente Bruxelles, con la Commissione europea che ha fatto sapere che la prossima settimana, il 21 novembre, pubblicherà la nuova opinione sul Documento programmatico di bilancio inviato martedì sera dall'Italia. Lo ha reso noto un portavoce, precisando che i tecnici stanno analizzando anche le risposte alla lettera che chiedeva spiegazioni sui «fattori rilevanti» che giustificano l'andamento del debito. Tuttavia, già ieri autorevoli membri dell'esecutivo di Bruxelles hanno chiarito le posizioni dell'Europa. Primo fra tutti il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, che in un tweet ha fatto sapere che «i piani del governo italiano sono controproducenti per l'economia italiana stessa, e ora i tassi d'interesse sul debito sovrano sono una volta e mezzo più alti di un anno fa». Per Dombrovskis i riflessi dello spread «sono evidenti nella disponibilità e nel costo del credito all'economia reale, per le imprese e cittadini, cosa che comincia a toccare gli investimenti». Da parte sua Andrus Ansip, vicepresidente della Commissione per il mercato digitale, ha ammonito: «Quando si è nella famiglia dell'Eurozona bisogna rispettare regole che noi stessi ci siamo dati. Fare debito con i soldi dei contribuenti non è un'idea intelligente. In Italia c'è un governo intelligente e spero che saranno in grado di trovare buone soluzioni per l'Unione europea e anche per gli italiani». Pesanti critiche sono arrivate dall'Austria, che si è detta favorevole a votare un'eventuale procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Per il ministro delle Finanze di Vienna, Hartmut Loeger, «più che mai dobbiamo pretendere disciplina da Roma». Secondo Loeger «l'Italia corre il rischio di scivolare verso uno scenario greco», e il governo italiano, con i suoi messaggi populisti, sta «tenendo in ostaggio il suo stesso popolo. Contrariamente a quanto sostiene il mio collega (il ministro dell'Economia Tria, ndr) non si tratta di un affare italiano interno, ma di un affare europeo». E anche l'Olanda, tramite il ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, ha definito «poco sorprendente ma molto deludente» il fatto che «l'Italia non abbia rivisto il suo piano di bilancio. Le finanze pubbliche italiane sono sbilanciate e i piani del governo non porteranno a una robusta crescita economica. Questo budget è una violazione del Patto di stabilità e crescita. Ora sta alla Commissione europea fare i passi successivi». Non ha mancato di dire la sua anche il presidente della Bundesbank - la banca centrale tedesca - Jens Weidmann, secondo cui per l'Eurozona ora non è il momento di attenuare il rigore fiscale, e nazioni fortemente indebitate «come l'Italia» dovrebbero ridurre il carico del debito. «È perfettamente legittimo che un nuovo governo stabilisca nuove priorità politiche, ma se sono associate a spese aggiuntive sarebbe consigliabile ridurre altre spese o aumentare le entrate. Non condivido l'idea che i problemi di crescita siano risolti facendo sempre più debito, e che l'alto debito non sia problematico», ha puntualizzato Weidmann. Obiezioni rispedite al mittente dal ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Ci sono dei grafomani a Bruxelles che ci scrivono letterine e noi educatamente rispondiamo, ma non ci muoviamo di un millimetro. Chi è in torto», ha spiegato, «è l'Unione Europea, che nei trattati dice che devono essere garantite piena occupazione e diritti sociali, ma se non ci fa spendere come li garantiamo?».
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l'inviato statunitense per il Medio Oriente Steve Witkoff (Ansa)
Stando ad Axios, ciò sarebbe accaduto anche a seguito del pressing che i Paesi arabi avrebbero esercitato sulla Casa Bianca. Inoltre, ieri, Trump ha affermato che l’Iran starebbe trattando, temendo un’azione militare statunitense. «Non vogliono che li colpiamo. Stanno negoziando», ha detto più o meno mentre, stando alla Bbc, Washington stava dispiegato nuovi rinforzi aerei in Medio Oriente.
In questo quadro, secondo Al Jazeera, Qatar, Turchia ed Egitto avrebbero approntato una bozza di accordo, sulla cui base l’Iran accetterebbe di non arricchire l’uranio durante l’arco di un triennio, per poi fermarsi a una soglia inferiore all’1,5%. Teheran si impegnerebbe inoltre a non armare più i propri proxy regionali e a non utilizzare i missili balistici. Infine, il regime khomeinista sottoscriverebbe un patto di non aggressione con Washington. Almeno fino a ieri sera, né gli americani né gli iraniani avevano commentato la bozza di accordo, che contiene elementi difficili da digerire per entrambi. Gli ayatollah sono infatti restii a rinunciare all’arricchimento dell’uranio e a rompere i rapporti con i loro proxy, mentre gli Usa vorrebbero delle ferree limitazioni al numero e alla gittata dei missili balistici iraniani. A questo si aggiunga che, mentre Washington oggi punta a discutere di vari argomenti, Teheran - oltre a pretendere ieri «serietà, realismo e responsabilità» dalla Casa Bianca - ha fatto a più riprese sapere di voler parlare esclusivamente di energia atomica.
Insomma, in attesa dei colloqui, la diplomazia resta sospesa, mentre i pasdaran, da sempre fautori della linea dura nei confronti di Washington, stanno alimentando la tensione. Ieri, le Guardie della rivoluzione non solo hanno sequestrato nel Golfo Persico due petroliere (la cui nazionalità non è ancora stata resa nota) ma hanno anche dispiegato, in una base sotterranea, il nuovo missile balistico a medio raggio, Khorramshahr-4. In questo quadro, lo Stato ebraico sta diventando sempre più irrequieto. Non a caso, Benjamin Netanyahu ha riunito ieri il consiglio di sicurezza per discutere dei colloqui previsti oggi in Oman: colloqui rispetto a cui il premier israeliano si mantiene fondamentalmente guardingo, non fidandosi degli ayatollah. In particolare, Gerusalemme teme non soltanto le ambizioni nucleari di Teheran, ma anche il suo programma balistico, oltre al sostegno che la Repubblica islamica continua a fornire ai propri proxy regionali.
Dall’altra parte, Turchia, Egitto e Qatar proseguono nel tessere la loro tela diplomatica. «Stiamo facendo tutto il possibile per impedire che queste tensioni tra Stati Uniti e Iran trascinino la regione verso un nuovo conflitto e caos. Ci stiamo lavorando. Abbiamo chiaramente espresso la nostra opposizione a un intervento militare in Iran. Vedo che le parti stanno dando spazio alla diplomazia, e questo è uno sviluppo positivo», ha affermato Recep Tayyip Erdogan. Anche l’Egitto ha auspicato che l’incontro odierno in Oman possa portare a delle «soluzioni diplomatiche e politiche». Dal canto suo, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim bin Jaber Al Thani, ha ricevuto, ieri sera, Witkoff e Kushner. Insomma, la diplomazia procede. Ma la strada appare tutt’altro che in discesa.
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Friedrich Merz (Ansa)
Difficile dire oggi se per i francesi sarebbe uno smacco oppure ciò che vogliono, stante che se sul piano finanziario sarebbe complicato affrontare da soli la creazione di un nuovo caccia, in Europa sono però quelli messi meglio sul piano tecnologico. Comunque sia, il cancelliere Friedrich Merz ne ha parlato con il presidente Meloni, che è stata possibilista in un momento nel quale si sta anche valutando l’ingresso nel progetto Gcap dell’Arabia Saudita, ben visto dagli inglesi, e non mancano questioni da risolvere con la Bae System, azienda del Regno Unito che guida il programma e che dovrebbe, nel caso, approvare l’ingresso dei tedeschi.
Se ciò accadesse, si ridurrebbe i costi del programma a carico degli attuali partecipanti e il momento è opportuno anche per Roma perché, soltanto qualche giorno fa, in Parlamento era stato discusso l’aumento di spesa da 7 a 18,6 miliardi per sviluppare quello che viene ritenuto il più moderno e complesso «sistema di sistemi» mai realizzato e per il quale è stata costituita Edgewing, la joint-venture tra Leonardo, Bae System e Mitsubishi con sede a Reading (Regno Unito).
L’intento è costruire quello che sarà il super caccia che prenderà il posto degli Eurofighter a partire dal 2035: oltre 100 gli aerei inglesi, 140 quelli tedeschi, 90 quelli italiani. Senza contare le vendite estere e la possibilità di piazzarli in Spagna. Non è facile andare d’accordo in questi grandi progetti, la storia insegna che Dassault abbandonò l’Eurofighter proprio perché gli altri partner non vollero fargli costruire il motore, così fecero il Rafale per conto loro.
Ma è altrettanto vero che oggi Londra mantiene un atteggiamento dominante sul programma e c’è chi pensa che dietro tale comportamento ci siano pressioni di Trump per sostenere il suo programma, lo Ngad (Next generation air dominance), per far nascere lo F-47 che sostituirà lo F-35.
Non a caso, nei giorni scorsi il ministro della Difesa Guido Crosetto ha affermato ai microfoni della Reuters: «Ho chiesto a Leonardo di condividere tutto con gli inglesi e con i giapponesi. L’egoismo può soltanto danneggiare la cooperazione. Nessuno può essere considerato di prima o seconda classe o può difendere le vecchie eredità, bisogna abbattere le barriere egoistiche. L’Italia le ha abbattute completamente, il Giappone quasi completamente. Mi sembra che il Regno Unito sia più riluttante e questo è un errore perché l’egoismo è il peggior nemico delle nazioni e Londra farebbe un enorme favore a russi e cinesi».
Oggi nel Regno Unito, l’ufficio governativo trinazionale Gcap sta lavorando a stretto contatto con le aziende che si occupano di sensori, propulsione e integrazione, con l’obiettivo di consegnare l’aereo nei tempi previsti. E nell’incontro del 17 gennaio tra il primo ministro italiano Giorgia Meloni e quello giapponese Takaichi Sanae, si è proprio consolidata l’importanza di sviluppare rapidamente le tecnologie necessarie al Gcap senza indugi. Un eventuale ingresso di Berlino cambierebbe totalmente gli equilibri industriali in gioco: probabilmente Airbus potrebbe entrare in Edgewing, ma oggi le strutture e i motori del nascente Gcap sono nelle mani di Londra con Bae System e Rolls-Royce. Inoltre, il tempo passa e l’esemplare dimostratore tecnologico del Gcap dovrebbe volare già nel 2027, quindi prima degli altri. Nell’agosto scorso l’autorità britannica per la Trasformazione delle infrastrutture e dei servizi (Nista), nel suo «Delivery confidence assesment» aveva etichettato il programma come «rosso», indicando così la sua notevole complessità tecnica e le scadenze serrate delle varie fasi del programma. Il ministero della Difesa inglese ha stanziato circa due miliardi di sterline finora, con una previsione di spesa di oltre 12 miliardi nei prossimi dieci anni, ma la pressione politica sul budget della Difesa rimane alta anche se, a oggi, il Gcap sostiene già oltre 3.500 posti di lavoro e 600 fornitori nel solo Regno Unito.
Se l’Italia favorisse l’ingresso di Berlino nel Gcap potrebbe anche porre sul piatto una nostra maggiore partecipazione ad altri programmi anche navali o terrestri; ma altre condizioni le può porre Londra, magari chiedendo di rientrare in programmi europei abbandonati dopo la Brexit.
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