True
2018-11-15
Il reddito di cittadinanza solo dopo luglio
ANSA
L'ultima edizione della legge di bilancio 2019 si compone di 108 articoli e 75 pagine. Ora il testo dovrà essere convertito in Legge dalle Camere entro il 31 dicembre per diventare operativo entro il primo gennaio. La maggiore novità è che il sistema pensionistico quota 100 e il reddito di cittadinanza, per cui sono stati stanziati rispettivamente 6,7 miliardi e 9 miliardi di euro per il 2019, diventeranno operativi attraverso un apposito disegno di legge collegato alla manovra, un fattore che potrebbe far slittare questi provvedimenti di qualche mese, anche se il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha affermato in più occasioni che tutto sarà pronto per la fine del 2018.
Quota 100 è una misura per «favorire il ricambio generazionale nel mercato», si spiega che «a decorrere dal 2019, è istituito un fondo per la revisione del sistema pensionistico attraverso l'introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l'assunzione di lavoratori giovani. Appositi provvedimenti normativi daranno attuazione, nei limiti delle risorse del fondo». Lo stesso vale per reddito di cittadinanza, volto a «inclusione sociale e contrasto alla povertà: un fondo «a decorrere dal 2019» per «pensioni e reddito di cittadinanza, anche attraverso politiche volte al sostegno economico e all'inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro», e «appositi provvedimenti, nei limiti delle risorse del fondo» per attuarli.
È proprio sulle tempistiche, però, che Di Maio fa un distinguo: «Da ministro del Lavoro la norma su quota 100 e reddito di cittadinanza ce l'ho già pronta: sarà in un decreto legge subito dopo la legge di bilancio. Non c'è slittamento, collegato, calende greche...», ha detto a margine del question time alla Camera. «Appena diventa operativo, con il voto del Parlamento sulla manovra, il fondo da 16 miliardi, chiederò a Conte di convocare il Cdm e fare il dl con le misure. Non ci si appigli alla lettera di Tria: nessuno slittamento, il reddito sarà legge alla fine del 2018». Il punto è che per realizzare una legge collegata di solito serve almeno qualche mese e questo potrebbe far slittare tutto a dopo il 2018.
Del resto il ministro del Lavoro era presente durante il Consiglio dei ministri in cui si è deciso che la riforma delle pensioni e il sussidio ai cittadini sarebbero stati resi operativi solo attraverso una legge delega. Pertanto Di Maio conosce benissimo le tempistiche secondo cui parrebbe piuttosto improbabile che si metta in piedi una legge delega in poco più di un mese entro la fine del 2018.
Quello che è certo è che, con una partenza ritardata intorno a giugno-luglio (calcolando almeno 5-6 mesi per una legge delega), il governo avrebbe certamente bisogno di meno risorse in deficit e questo dovrebbe portare a più miti consigli la Commissione europea.
Per questo, anche se il governo ha ribadito l'intenzione di non cambiare gli obiettivi della manovra all'interno della lettera inviata da ministro Giovanni Tria a Bruxelles, ha comunque introdotto delle clausole di salvaguardia per evitare lo sforamento qualora le previsioni di crescita del governo nella manovra non fossero confermate.
L'esecutivo ha infatti confermato un meccanismo di controlli della spesa e il piano investimenti e riforme: codice degli appalti, sburocratizzazione e fondi per contrastare il dissesto idrogeologico. «L'indebitamento netto sarà sottoposto a costante monitoraggio», si legge nella missiva, «verificando sia la coerenza del quadro macroeconomico sottostante le ipotesi di finanza pubblica, sia l'aumento delle entrate e delle spese». Il ministro dell'Economia «è tenuto ad assumere tempestivamente, in caso di deviazione, le conseguenti iniziative correttive nel rispetto dei principi costituzionali».
All'interno della manovra sono inoltre presenti 15 miliardi di euro di investimenti pubblici aggiuntivi previsti nei prossimi tre anni. Tra questi fondi ci sono anche quelli per le ristrutturazioni edilizie legate a terremoti e alluvioni. «Nella legge di bilancio», ha detto Di Maio, «ci sono 5 miliardi per gli investimenti, tra cui anche quelli che riguardano le ristrutturazioni antisismiche. I soldi ci sono e, come ho promesso non è una questione di fondi, ma di quantificare per bene tutti i danni e metterci al lavoro per risarcire quelle che sono le amministrazioni che sono state colpite dal sisma», ha detto il vicepremier. Si tratta di fondi che però erano già previsti all'interno della manovra e per questo non andranno a intaccare ulteriormente il deficit rimanendo intorno a un valore complessivo di circa 36 miliardi di euro per il 2019.
Cambiano infine i requisiti di accesso al regime forfettario dei minimi: la legge di bilancio 2019 prevede l'aliquota al 15% per compensi e ricavi fino a 65.000 euro, indipendentemente dall'attività esercitata. Inoltre è prevista una nuova imposta sostitutiva del 15% per le lezioni private. Un sorta di «flat tax» pensata per intervenire su un volume di affari stimato da uno studio della fondazione Einaudi in quasi un miliardo di euro, di cui solo il 10% viene dichiarato. Inoltre è previsto un bonus sistemazioni aree verdi che prevede una detrazione del 36% e un altro per lavori che migliorino l'efficienza energetica. In questo caso si può arrivare a scaricare fino a un massimo del 65% in base al tipo di lavoro eseguito.
Mossa anti debito: 30 miliardi dagli immobili
Il governo rilancia in grande stile il programma di vendita del mattone di Stato. Almeno negli obiettivi. La lettera del ministro, Giovanni Tria, a Bruxelles contiene la novità dell'accelerazione della vendita del patrimonio pubblico con la stima di un incasso di 18 miliardi nel 2019, l'1% del Pil, mantenendo allo 0,3% la previsione per il biennio successivo. In totale quasi 30 miliardi di euro nel triennio, quasi il doppio rispetto a quanto scritto nella nota di aggiornamento al Def. Inoltre il documento precedente indicava introiti da privatizzazioni pari allo 0,3% del Pil su base annua comprendendo partecipazioni, patrimonio pubblico e revisione del sistema delle concessioni. La nuova impostazione invece prevede che i 18 miliardi verranno esclusivamente dalla dismissione di beni immobili. Un obiettivo molto ambizioso rispetto alla tendenza degli ultimi dieci anni. Secondo un calcolo dell'Upb nell'ultimo decennio gli incassi totali da privatizzazioni sono ammontati a circa 12 miliardi, in pratica una media di 1,2 miliardi l'anno con picchi negativi nel 2015 e nel 2016 quando non si è raggiunta nemmeno quota un miliardo. Operazioni che comprendevano patrimonio pubblico e partecipazioni come i collocamenti di Enav e Poste. Ogni nuovo governo in tempi recenti ha annunciato consistenti piani di cessioni da 0,5 fino a 0,7 punti di Pil all'anno ma i risultati a consuntivo sono sempre stati modesti rispetto ai propositi. Nel corso degli ultimi anni le cessioni del patrimonio pubblico hanno registrato un andamento decrescente. Da circa un miliardo, negli ultimi due anni il bilancio complessivo oscilla intorno ai 600 milioni l'anno. Lo stesso Tria nella nota di aggiornamento al Def alla voce cessione del patrimonio immobiliare indicava una stima di 600 milioni di euro di incassi per l'anno in corso e la previsione di 640 milioni nel 2019 e 600 milioni nel 2020. A fronte di un patrimonio censito di 283 miliardi. Senza contare le partecipazioni dirette del Mef che valgono circa 80 miliardi.
Nella lettera del ministro Tria a Bruxelles sono indicati i nuovi target quantitativi sul capitolo dismissioni ma non sono forniti dettagli su strumenti e criteri per realizzare le cessioni. Negli ultimi due mesi però qualcosa è cambiato e soprattutto a spingere per la cartolarizzazione e la creazione di appositi fondi è stata proprio la banca di sistema. L'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, aveva indicato una proposta per affrontare la riduzione del rapporto debito/Pil con «determinazione» e non si tratta di «un obiettivo impossibile». Per aggredire il debito pubblico Messina indicava l'esigenza di valorizzare il patrimonio statale e comunale (circa 215 miliardi). «Si potrebbe dar vita a una serie di fondi comunali aperti con l'obiettivo di acquistare e valorizzare una parte di quegli immobili». Secondo Messina il primo beneficio è che ci sarebbero risparmi non irrilevanti per il comune venditore: «Non è un mistero che la gestione degli immobili pubblici molto spesso comporta deficit di bilancio anche rilevanti». Inoltre in questo modo gli enti territoriali «potrebbero ridurre il proprio debito, disponendo subito di risorse fresche per effettuare nuovi investimenti». Banche, fondazioni e fondi pensione potrebbero avere un ruolo diretto. La proprietà delle quote del fondo potrebbe essere in larga parte dei cittadini residenti nel territorio. «Il loro acquisto potrebbe essere incentivato da esenzioni fiscali modello Pir». Quanto ai numeri, Messina indicava che il valore degli immobili oggetto dell'operazione, almeno in una prima fase dovrebbe essere di circa 100 miliardi da collocare in tre anni. Ma si potrebbe arrivare anche a 200 miliardi. Intesa ha le idee chiare, vedremo il governo.
Chi distrusse la Grecia viene a darci lezioni
Nel giorno successivo all'invio della risposta alla Commissione europea da parte del ministro dell'Economia Giovanni Tria, nella quale sostanzialmente il governo rispedisce al mittente la richiesta di riscrivere la manovra, sui media nostrani va in scena un copione prevedibile. L'attenzione è centrata sui potenziali effetti derivanti dalla decisione di proseguire sulla strada dello scontro duro con le istituzioni europee. Di conseguenza, sulle pagine dei «giornaloni» è tutto un fiorire di consigli non richiesti per l'esecutivo. Per uno strano caso (?) del destino, le prime pagine del Corriere della Sera e di Repubblica hanno ospitato, nella giornata di ieri, un'intervista a tal Rishi Goyal, economista del Fondo monetario internazionale. Nel corso dell'ultima settimana, informano le due testate, Goyal era di stanza a Roma per la redazione del revisione annuale del Fmi, denominata in gergo «articolo IV». Giorni nei quali «non sono mancati momenti di alta tensione», tiene a precisare il curatore dell'intervista e vicedirettore ad personam del Corriere, Federico Fubini, annoverato ormai tra i massimi esperti mondiali di retroscenismo.
Ben imbeccato dalle domande mirate dei sui interlocutori, Goyal finisce per pontificare un po' su tutti gli argomenti. Ovviamente non poteva mancare lo spread. Sul Corriere, il capo missione del Fmi dichiara che «se questo aumento perdura, i rischi salgono». «Nel tempo», aggiunge stavolta su Repubblica, «ciò comporterebbe maggiori costi di finanziamento per le imprese e le famiglie». Un altro tema caldo riguarda il debito pubblico. Sempre su Repubblica, Goyal avvisa che «se si dovessero concretizzare modesti choc avversi, come un rallentamento della crescita, il debito aumenterebbe, aumentando il rischio che l'Italia possa essere costretta a tagliare notevolmente le spese o aumentare le tasse quando l'economia si sta indebolendo».
Fin qui, direte voi, normalissime osservazioni di un economista che guarda dall'esterno la situazione in corso nel nostro Paese. Ma le cose cambiano quando si passa alle critiche sulle manovra. Qua il giudizio passa, inevitabilmente, sul piano politico. «Il governo vuole stimolare la domanda», risponde a Repubblica, «ma la maggior parte dello stimolo è destinata all'espansione di protezione sociale e benefici pensionistici». Tradotto, il governo sta adottando misure sbagliate. Nel colloquio con Fubini, Goyal è ancora più chiaro: «Uno stimolo di bilancio proprio ora implica una maggiore vulnerabilità quando arriva uno choc negativo, per esempio una recessione o una frenata internazionale. Se questo choc arriva e il debito sale, l'Italia potrebbe davvero essere costretta a una stretta di bilancio brusca proprio quando l'economia è debole».
Lette attentamente, le parole dell'economista del Fmi sono proprio l'esatto contrario di quanto affermato da Giovanni Tria nella lettera indirizzata alla Commissione europea. Risulta «prioritaria», scrive infatti il ministro, «l'esigenza di rilanciare le prospettive di crescita» anche «per far fronte a un rallentamento del ciclo». In altre parole, la natura espansiva della manovra trova la sua ragione proprio nella necessità di far fronte al rischio di una recessione imminente.
La passione di Rishi Goyal per l'austerità non deve sorprendere, dal momento che al vertice della crisi greca era proprio lui a rappresentare, insieme a Klaus Masuch (Bce) e Declan Costello (Ue), il Fondo monetario internazionale per le attività della Troika in Grecia. Un punto del curriculum che deve aver fatto colpo sui due popolari giornali italiani e che, in qualche modo, giustifica la «doppietta» di ieri.
Peccato però che, a distanza di qualche anno, nessuno creda più al successo dell'esperienza ellenica, tutt'altro. Basta dare una lettura veloce al recente rapporto del commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, di cui La Verità ha dato conto qualche giorno fa, che ha individuato nelle misure di austerità imposte ad Atene la colpa del massacro economico e sociale avvenuto negli ultimi anni. Un disastro del quale il Fmi è pienamente corresponsabile, basti pensare che nel 2016 la presidente Christine Lagarde, a Bloomberg, ammise che i moltiplicatori utilizzati per la Grecia erano errati: «Sia noi che la Ue abbiamo sottostimato l'effetto recessivo di alcune delle misure imposte al Paese».
Non pago dei risultati ottenuti in Grecia, oggi Goyal punta il dito sull'Italia. E, ahinoi, ci tocca pure leggerlo due volte nello stesso giorno.
Dopo la nostra lettera l’Ue ci insulta: «Indebitarsi così non è intelligente»
Il governo tiene la barra dritta sulla manovra, attirandosi in Europa bordate da più parti. Il fronte più caldo è ovviamente Bruxelles, con la Commissione europea che ha fatto sapere che la prossima settimana, il 21 novembre, pubblicherà la nuova opinione sul Documento programmatico di bilancio inviato martedì sera dall'Italia. Lo ha reso noto un portavoce, precisando che i tecnici stanno analizzando anche le risposte alla lettera che chiedeva spiegazioni sui «fattori rilevanti» che giustificano l'andamento del debito.
Tuttavia, già ieri autorevoli membri dell'esecutivo di Bruxelles hanno chiarito le posizioni dell'Europa. Primo fra tutti il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, che in un tweet ha fatto sapere che «i piani del governo italiano sono controproducenti per l'economia italiana stessa, e ora i tassi d'interesse sul debito sovrano sono una volta e mezzo più alti di un anno fa». Per Dombrovskis i riflessi dello spread «sono evidenti nella disponibilità e nel costo del credito all'economia reale, per le imprese e cittadini, cosa che comincia a toccare gli investimenti». Da parte sua Andrus Ansip, vicepresidente della Commissione per il mercato digitale, ha ammonito: «Quando si è nella famiglia dell'Eurozona bisogna rispettare regole che noi stessi ci siamo dati. Fare debito con i soldi dei contribuenti non è un'idea intelligente. In Italia c'è un governo intelligente e spero che saranno in grado di trovare buone soluzioni per l'Unione europea e anche per gli italiani».
Pesanti critiche sono arrivate dall'Austria, che si è detta favorevole a votare un'eventuale procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Per il ministro delle Finanze di Vienna, Hartmut Loeger, «più che mai dobbiamo pretendere disciplina da Roma». Secondo Loeger «l'Italia corre il rischio di scivolare verso uno scenario greco», e il governo italiano, con i suoi messaggi populisti, sta «tenendo in ostaggio il suo stesso popolo. Contrariamente a quanto sostiene il mio collega (il ministro dell'Economia Tria, ndr) non si tratta di un affare italiano interno, ma di un affare europeo». E anche l'Olanda, tramite il ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, ha definito «poco sorprendente ma molto deludente» il fatto che «l'Italia non abbia rivisto il suo piano di bilancio. Le finanze pubbliche italiane sono sbilanciate e i piani del governo non porteranno a una robusta crescita economica. Questo budget è una violazione del Patto di stabilità e crescita. Ora sta alla Commissione europea fare i passi successivi».
Non ha mancato di dire la sua anche il presidente della Bundesbank - la banca centrale tedesca - Jens Weidmann, secondo cui per l'Eurozona ora non è il momento di attenuare il rigore fiscale, e nazioni fortemente indebitate «come l'Italia» dovrebbero ridurre il carico del debito. «È perfettamente legittimo che un nuovo governo stabilisca nuove priorità politiche, ma se sono associate a spese aggiuntive sarebbe consigliabile ridurre altre spese o aumentare le entrate. Non condivido l'idea che i problemi di crescita siano risolti facendo sempre più debito, e che l'alto debito non sia problematico», ha puntualizzato Weidmann.
Obiezioni rispedite al mittente dal ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Ci sono dei grafomani a Bruxelles che ci scrivono letterine e noi educatamente rispondiamo, ma non ci muoviamo di un millimetro. Chi è in torto», ha spiegato, «è l'Unione Europea, che nei trattati dice che devono essere garantite piena occupazione e diritti sociali, ma se non ci fa spendere come li garantiamo?».
Continua a leggereRiduci
La manovra spedita a Bruxelles rilancia il piano di vendita di edifici dello Stato, ma l'Ue la boccia. L'economista Fmi che ci bacchetta è quello che, secondo lo stesso Fmi, ha fatto disastri in Grecia.Dalla cessione di patrimonio lo Stato punta a 18 miliardi solo nel 2019. Il ruolo delle banche e il piano di Intesa.«Repubblica» e «Corriere» intervistano in tandem Rishi Goyal, del Fmi. Trattato come un oracolo, l'economista sbertuccia la ricetta sviluppista della manovra e paventa «una stretta di bilancio». E di lacrime e sangue se ne intende, avendo portato la Troika ad Atene.L'Austria spinge per la procedura d'infrazione. La Bundesbank: «Servono più tasse».Lo speciale contiene quattro articoli.L'ultima edizione della legge di bilancio 2019 si compone di 108 articoli e 75 pagine. Ora il testo dovrà essere convertito in Legge dalle Camere entro il 31 dicembre per diventare operativo entro il primo gennaio. La maggiore novità è che il sistema pensionistico quota 100 e il reddito di cittadinanza, per cui sono stati stanziati rispettivamente 6,7 miliardi e 9 miliardi di euro per il 2019, diventeranno operativi attraverso un apposito disegno di legge collegato alla manovra, un fattore che potrebbe far slittare questi provvedimenti di qualche mese, anche se il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha affermato in più occasioni che tutto sarà pronto per la fine del 2018. Quota 100 è una misura per «favorire il ricambio generazionale nel mercato», si spiega che «a decorrere dal 2019, è istituito un fondo per la revisione del sistema pensionistico attraverso l'introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l'assunzione di lavoratori giovani. Appositi provvedimenti normativi daranno attuazione, nei limiti delle risorse del fondo». Lo stesso vale per reddito di cittadinanza, volto a «inclusione sociale e contrasto alla povertà: un fondo «a decorrere dal 2019» per «pensioni e reddito di cittadinanza, anche attraverso politiche volte al sostegno economico e all'inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro», e «appositi provvedimenti, nei limiti delle risorse del fondo» per attuarli.È proprio sulle tempistiche, però, che Di Maio fa un distinguo: «Da ministro del Lavoro la norma su quota 100 e reddito di cittadinanza ce l'ho già pronta: sarà in un decreto legge subito dopo la legge di bilancio. Non c'è slittamento, collegato, calende greche...», ha detto a margine del question time alla Camera. «Appena diventa operativo, con il voto del Parlamento sulla manovra, il fondo da 16 miliardi, chiederò a Conte di convocare il Cdm e fare il dl con le misure. Non ci si appigli alla lettera di Tria: nessuno slittamento, il reddito sarà legge alla fine del 2018». Il punto è che per realizzare una legge collegata di solito serve almeno qualche mese e questo potrebbe far slittare tutto a dopo il 2018. Del resto il ministro del Lavoro era presente durante il Consiglio dei ministri in cui si è deciso che la riforma delle pensioni e il sussidio ai cittadini sarebbero stati resi operativi solo attraverso una legge delega. Pertanto Di Maio conosce benissimo le tempistiche secondo cui parrebbe piuttosto improbabile che si metta in piedi una legge delega in poco più di un mese entro la fine del 2018. Quello che è certo è che, con una partenza ritardata intorno a giugno-luglio (calcolando almeno 5-6 mesi per una legge delega), il governo avrebbe certamente bisogno di meno risorse in deficit e questo dovrebbe portare a più miti consigli la Commissione europea.Per questo, anche se il governo ha ribadito l'intenzione di non cambiare gli obiettivi della manovra all'interno della lettera inviata da ministro Giovanni Tria a Bruxelles, ha comunque introdotto delle clausole di salvaguardia per evitare lo sforamento qualora le previsioni di crescita del governo nella manovra non fossero confermate.L'esecutivo ha infatti confermato un meccanismo di controlli della spesa e il piano investimenti e riforme: codice degli appalti, sburocratizzazione e fondi per contrastare il dissesto idrogeologico. «L'indebitamento netto sarà sottoposto a costante monitoraggio», si legge nella missiva, «verificando sia la coerenza del quadro macroeconomico sottostante le ipotesi di finanza pubblica, sia l'aumento delle entrate e delle spese». Il ministro dell'Economia «è tenuto ad assumere tempestivamente, in caso di deviazione, le conseguenti iniziative correttive nel rispetto dei principi costituzionali».All'interno della manovra sono inoltre presenti 15 miliardi di euro di investimenti pubblici aggiuntivi previsti nei prossimi tre anni. Tra questi fondi ci sono anche quelli per le ristrutturazioni edilizie legate a terremoti e alluvioni. «Nella legge di bilancio», ha detto Di Maio, «ci sono 5 miliardi per gli investimenti, tra cui anche quelli che riguardano le ristrutturazioni antisismiche. I soldi ci sono e, come ho promesso non è una questione di fondi, ma di quantificare per bene tutti i danni e metterci al lavoro per risarcire quelle che sono le amministrazioni che sono state colpite dal sisma», ha detto il vicepremier. Si tratta di fondi che però erano già previsti all'interno della manovra e per questo non andranno a intaccare ulteriormente il deficit rimanendo intorno a un valore complessivo di circa 36 miliardi di euro per il 2019.Cambiano infine i requisiti di accesso al regime forfettario dei minimi: la legge di bilancio 2019 prevede l'aliquota al 15% per compensi e ricavi fino a 65.000 euro, indipendentemente dall'attività esercitata. Inoltre è prevista una nuova imposta sostitutiva del 15% per le lezioni private. Un sorta di «flat tax» pensata per intervenire su un volume di affari stimato da uno studio della fondazione Einaudi in quasi un miliardo di euro, di cui solo il 10% viene dichiarato. Inoltre è previsto un bonus sistemazioni aree verdi che prevede una detrazione del 36% e un altro per lavori che migliorino l'efficienza energetica. In questo caso si può arrivare a scaricare fino a un massimo del 65% in base al tipo di lavoro eseguito. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-reddito-in-manovra-solo-da-luglio-ma-di-maio-non-ci-sta-entro-lanno-2619749291.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mossa-anti-debito-30-miliardi-dagli-immobili" data-post-id="2619749291" data-published-at="1782709960" data-use-pagination="False"> Mossa anti debito: 30 miliardi dagli immobili Il governo rilancia in grande stile il programma di vendita del mattone di Stato. Almeno negli obiettivi. La lettera del ministro, Giovanni Tria, a Bruxelles contiene la novità dell'accelerazione della vendita del patrimonio pubblico con la stima di un incasso di 18 miliardi nel 2019, l'1% del Pil, mantenendo allo 0,3% la previsione per il biennio successivo. In totale quasi 30 miliardi di euro nel triennio, quasi il doppio rispetto a quanto scritto nella nota di aggiornamento al Def. Inoltre il documento precedente indicava introiti da privatizzazioni pari allo 0,3% del Pil su base annua comprendendo partecipazioni, patrimonio pubblico e revisione del sistema delle concessioni. La nuova impostazione invece prevede che i 18 miliardi verranno esclusivamente dalla dismissione di beni immobili. Un obiettivo molto ambizioso rispetto alla tendenza degli ultimi dieci anni. Secondo un calcolo dell'Upb nell'ultimo decennio gli incassi totali da privatizzazioni sono ammontati a circa 12 miliardi, in pratica una media di 1,2 miliardi l'anno con picchi negativi nel 2015 e nel 2016 quando non si è raggiunta nemmeno quota un miliardo. Operazioni che comprendevano patrimonio pubblico e partecipazioni come i collocamenti di Enav e Poste. Ogni nuovo governo in tempi recenti ha annunciato consistenti piani di cessioni da 0,5 fino a 0,7 punti di Pil all'anno ma i risultati a consuntivo sono sempre stati modesti rispetto ai propositi. Nel corso degli ultimi anni le cessioni del patrimonio pubblico hanno registrato un andamento decrescente. Da circa un miliardo, negli ultimi due anni il bilancio complessivo oscilla intorno ai 600 milioni l'anno. Lo stesso Tria nella nota di aggiornamento al Def alla voce cessione del patrimonio immobiliare indicava una stima di 600 milioni di euro di incassi per l'anno in corso e la previsione di 640 milioni nel 2019 e 600 milioni nel 2020. A fronte di un patrimonio censito di 283 miliardi. Senza contare le partecipazioni dirette del Mef che valgono circa 80 miliardi. Nella lettera del ministro Tria a Bruxelles sono indicati i nuovi target quantitativi sul capitolo dismissioni ma non sono forniti dettagli su strumenti e criteri per realizzare le cessioni. Negli ultimi due mesi però qualcosa è cambiato e soprattutto a spingere per la cartolarizzazione e la creazione di appositi fondi è stata proprio la banca di sistema. L'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, aveva indicato una proposta per affrontare la riduzione del rapporto debito/Pil con «determinazione» e non si tratta di «un obiettivo impossibile». Per aggredire il debito pubblico Messina indicava l'esigenza di valorizzare il patrimonio statale e comunale (circa 215 miliardi). «Si potrebbe dar vita a una serie di fondi comunali aperti con l'obiettivo di acquistare e valorizzare una parte di quegli immobili». Secondo Messina il primo beneficio è che ci sarebbero risparmi non irrilevanti per il comune venditore: «Non è un mistero che la gestione degli immobili pubblici molto spesso comporta deficit di bilancio anche rilevanti». Inoltre in questo modo gli enti territoriali «potrebbero ridurre il proprio debito, disponendo subito di risorse fresche per effettuare nuovi investimenti». Banche, fondazioni e fondi pensione potrebbero avere un ruolo diretto. La proprietà delle quote del fondo potrebbe essere in larga parte dei cittadini residenti nel territorio. «Il loro acquisto potrebbe essere incentivato da esenzioni fiscali modello Pir». Quanto ai numeri, Messina indicava che il valore degli immobili oggetto dell'operazione, almeno in una prima fase dovrebbe essere di circa 100 miliardi da collocare in tre anni. Ma si potrebbe arrivare anche a 200 miliardi. Intesa ha le idee chiare, vedremo il governo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-reddito-in-manovra-solo-da-luglio-ma-di-maio-non-ci-sta-entro-lanno-2619749291.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="chi-distrusse-la-grecia-viene-a-darci-lezioni" data-post-id="2619749291" data-published-at="1782709960" data-use-pagination="False"> Chi distrusse la Grecia viene a darci lezioni Nel giorno successivo all'invio della risposta alla Commissione europea da parte del ministro dell'Economia Giovanni Tria, nella quale sostanzialmente il governo rispedisce al mittente la richiesta di riscrivere la manovra, sui media nostrani va in scena un copione prevedibile. L'attenzione è centrata sui potenziali effetti derivanti dalla decisione di proseguire sulla strada dello scontro duro con le istituzioni europee. Di conseguenza, sulle pagine dei «giornaloni» è tutto un fiorire di consigli non richiesti per l'esecutivo. Per uno strano caso (?) del destino, le prime pagine del Corriere della Sera e di Repubblica hanno ospitato, nella giornata di ieri, un'intervista a tal Rishi Goyal, economista del Fondo monetario internazionale. Nel corso dell'ultima settimana, informano le due testate, Goyal era di stanza a Roma per la redazione del revisione annuale del Fmi, denominata in gergo «articolo IV». Giorni nei quali «non sono mancati momenti di alta tensione», tiene a precisare il curatore dell'intervista e vicedirettore ad personam del Corriere, Federico Fubini, annoverato ormai tra i massimi esperti mondiali di retroscenismo. Ben imbeccato dalle domande mirate dei sui interlocutori, Goyal finisce per pontificare un po' su tutti gli argomenti. Ovviamente non poteva mancare lo spread. Sul Corriere, il capo missione del Fmi dichiara che «se questo aumento perdura, i rischi salgono». «Nel tempo», aggiunge stavolta su Repubblica, «ciò comporterebbe maggiori costi di finanziamento per le imprese e le famiglie». Un altro tema caldo riguarda il debito pubblico. Sempre su Repubblica, Goyal avvisa che «se si dovessero concretizzare modesti choc avversi, come un rallentamento della crescita, il debito aumenterebbe, aumentando il rischio che l'Italia possa essere costretta a tagliare notevolmente le spese o aumentare le tasse quando l'economia si sta indebolendo». Fin qui, direte voi, normalissime osservazioni di un economista che guarda dall'esterno la situazione in corso nel nostro Paese. Ma le cose cambiano quando si passa alle critiche sulle manovra. Qua il giudizio passa, inevitabilmente, sul piano politico. «Il governo vuole stimolare la domanda», risponde a Repubblica, «ma la maggior parte dello stimolo è destinata all'espansione di protezione sociale e benefici pensionistici». Tradotto, il governo sta adottando misure sbagliate. Nel colloquio con Fubini, Goyal è ancora più chiaro: «Uno stimolo di bilancio proprio ora implica una maggiore vulnerabilità quando arriva uno choc negativo, per esempio una recessione o una frenata internazionale. Se questo choc arriva e il debito sale, l'Italia potrebbe davvero essere costretta a una stretta di bilancio brusca proprio quando l'economia è debole». Lette attentamente, le parole dell'economista del Fmi sono proprio l'esatto contrario di quanto affermato da Giovanni Tria nella lettera indirizzata alla Commissione europea. Risulta «prioritaria», scrive infatti il ministro, «l'esigenza di rilanciare le prospettive di crescita» anche «per far fronte a un rallentamento del ciclo». In altre parole, la natura espansiva della manovra trova la sua ragione proprio nella necessità di far fronte al rischio di una recessione imminente. La passione di Rishi Goyal per l'austerità non deve sorprendere, dal momento che al vertice della crisi greca era proprio lui a rappresentare, insieme a Klaus Masuch (Bce) e Declan Costello (Ue), il Fondo monetario internazionale per le attività della Troika in Grecia. Un punto del curriculum che deve aver fatto colpo sui due popolari giornali italiani e che, in qualche modo, giustifica la «doppietta» di ieri. Peccato però che, a distanza di qualche anno, nessuno creda più al successo dell'esperienza ellenica, tutt'altro. Basta dare una lettura veloce al recente rapporto del commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, di cui La Verità ha dato conto qualche giorno fa, che ha individuato nelle misure di austerità imposte ad Atene la colpa del massacro economico e sociale avvenuto negli ultimi anni. Un disastro del quale il Fmi è pienamente corresponsabile, basti pensare che nel 2016 la presidente Christine Lagarde, a Bloomberg, ammise che i moltiplicatori utilizzati per la Grecia erano errati: «Sia noi che la Ue abbiamo sottostimato l'effetto recessivo di alcune delle misure imposte al Paese». Non pago dei risultati ottenuti in Grecia, oggi Goyal punta il dito sull'Italia. E, ahinoi, ci tocca pure leggerlo due volte nello stesso giorno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-reddito-in-manovra-solo-da-luglio-ma-di-maio-non-ci-sta-entro-lanno-2619749291.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="dopo-la-nostra-lettera-lue-ci-insulta-indebitarsi-cosi-non-e-intelligente" data-post-id="2619749291" data-published-at="1782709960" data-use-pagination="False"> Dopo la nostra lettera l’Ue ci insulta: «Indebitarsi così non è intelligente» Il governo tiene la barra dritta sulla manovra, attirandosi in Europa bordate da più parti. Il fronte più caldo è ovviamente Bruxelles, con la Commissione europea che ha fatto sapere che la prossima settimana, il 21 novembre, pubblicherà la nuova opinione sul Documento programmatico di bilancio inviato martedì sera dall'Italia. Lo ha reso noto un portavoce, precisando che i tecnici stanno analizzando anche le risposte alla lettera che chiedeva spiegazioni sui «fattori rilevanti» che giustificano l'andamento del debito. Tuttavia, già ieri autorevoli membri dell'esecutivo di Bruxelles hanno chiarito le posizioni dell'Europa. Primo fra tutti il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, che in un tweet ha fatto sapere che «i piani del governo italiano sono controproducenti per l'economia italiana stessa, e ora i tassi d'interesse sul debito sovrano sono una volta e mezzo più alti di un anno fa». Per Dombrovskis i riflessi dello spread «sono evidenti nella disponibilità e nel costo del credito all'economia reale, per le imprese e cittadini, cosa che comincia a toccare gli investimenti». Da parte sua Andrus Ansip, vicepresidente della Commissione per il mercato digitale, ha ammonito: «Quando si è nella famiglia dell'Eurozona bisogna rispettare regole che noi stessi ci siamo dati. Fare debito con i soldi dei contribuenti non è un'idea intelligente. In Italia c'è un governo intelligente e spero che saranno in grado di trovare buone soluzioni per l'Unione europea e anche per gli italiani». Pesanti critiche sono arrivate dall'Austria, che si è detta favorevole a votare un'eventuale procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Per il ministro delle Finanze di Vienna, Hartmut Loeger, «più che mai dobbiamo pretendere disciplina da Roma». Secondo Loeger «l'Italia corre il rischio di scivolare verso uno scenario greco», e il governo italiano, con i suoi messaggi populisti, sta «tenendo in ostaggio il suo stesso popolo. Contrariamente a quanto sostiene il mio collega (il ministro dell'Economia Tria, ndr) non si tratta di un affare italiano interno, ma di un affare europeo». E anche l'Olanda, tramite il ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, ha definito «poco sorprendente ma molto deludente» il fatto che «l'Italia non abbia rivisto il suo piano di bilancio. Le finanze pubbliche italiane sono sbilanciate e i piani del governo non porteranno a una robusta crescita economica. Questo budget è una violazione del Patto di stabilità e crescita. Ora sta alla Commissione europea fare i passi successivi». Non ha mancato di dire la sua anche il presidente della Bundesbank - la banca centrale tedesca - Jens Weidmann, secondo cui per l'Eurozona ora non è il momento di attenuare il rigore fiscale, e nazioni fortemente indebitate «come l'Italia» dovrebbero ridurre il carico del debito. «È perfettamente legittimo che un nuovo governo stabilisca nuove priorità politiche, ma se sono associate a spese aggiuntive sarebbe consigliabile ridurre altre spese o aumentare le entrate. Non condivido l'idea che i problemi di crescita siano risolti facendo sempre più debito, e che l'alto debito non sia problematico», ha puntualizzato Weidmann. Obiezioni rispedite al mittente dal ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Ci sono dei grafomani a Bruxelles che ci scrivono letterine e noi educatamente rispondiamo, ma non ci muoviamo di un millimetro. Chi è in torto», ha spiegato, «è l'Unione Europea, che nei trattati dice che devono essere garantite piena occupazione e diritti sociali, ma se non ci fa spendere come li garantiamo?».
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
Continua a leggereRiduci
Petroliere in navigazione nello Stretto di Hormuz (Getty Images)
Dopo l’attacco, sabato, di un drone iraniano alla petroliera Kiku, battente bandiera panamense, è partita la rappresaglia americana con raid aerei su basi militari iraniane nel porto di Sirik e nell’isola di Qeshm, sul lato iraniano dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha reagito con missili e droni verso le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. A seguito degli incidenti, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ieri in visita in Iraq, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz resterà sotto controllo iraniano per 30 giorni: «Lo Stretto di Hormuz rimane sotto la completa supervisione e gestione dell’Iran per i prossimi 30 giorni e, una volta rimossi tutti gli ostacoli, la piena capacità di navigazione del canale sarà ripristinata».
Da giorni Teheran rivendica che il transito dallo Stretto debba avvenire «in modo coordinato con la Guardia rivoluzionaria», ovvero i pasdaran, e lungo «corridoi concordati con l’Iran». Ciò nella prospettiva, in cui gli iraniani sperano ancora, che nei negoziati con gli Usa previsti fino a metà agosto, possano cavarne un pedaggio. Sono tali rivendicazioni all’origine dell’incidente della nave Kiku e di un precedente analogo, giovedì scorso. La reazione del comando americano Centcom, su ordine del presidente Donald Trump, è partita la notte fra sabato e domenica. Stando al Centcom, aerei statunitensi «hanno colpito 10 obiettivi in Iran fra cui infrastrutture di sorveglianza militari, sistemi di comunicazione, siti di difesa aerea, impianti di stoccaggio di droni e mezzi per la posa di mine». Trump ha postato sul social Truth l’ennesimo monito: «Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di essere ragionevoli e saremo costretti a portare a termine militarmente il lavoro che abbiamo iniziato. Se ciò accadesse, la Repubblica islamica dell’Iran cesserebbe di esistere».
Chiaramente gli Usa non potrebbero «far cessare di esistere l’Iran», se non con armi atomiche, fuori discussione. La reazione dei pasdaran ha preso corpo con missili e droni su avamposti statunitensi. Secondo la Guardia rivoluzionaria «sono state distrutte otto infrastrutture delle forze Usa nella base aerea Ali Al Salem, in Kuwait, e nella base della Quinta Flotta dell’US Navy a Port Salman, in Bahrein». Le truppe kuwaitiane, equipaggiate coi missili antiaerei Patriot forniti dagli Usa, hanno affermato di aver «intercettato e neutralizzato due missili balistici iraniani» e che l’incursione «non ha causato danni, né vittime». Dal ministero degli Esteri di Kuwait City è poi stata diramata «una condanna delle aggressioni dell’Iran in violazione della nostra sovranità». Stessi toni dal Bahrein, il cui comando militare ha denunciato «attacchi con missili balistici e droni intercettati e distrutto dalle nostre difese». Inoltre, il ministero degli Esteri del Bahrein, indicando «l’Iran responsabile di ogni escalation», ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di riunirsi «in sessione urgente».
La pretesa iraniana di dominare lo Stretto di Hormuz e la prontezza di Trump a reagire a ogni sgarro con attacchi aerei, paiono indicare che entrambe parti facciano a gara nel presentarsi come «vincitore» della guerra, per quanto nel caso iraniano la pretesa sia assai meno lontana dalla verità. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha promesso che «gli Stati Uniti continueranno, militarmente se necessario, a smantellare le infrastrutture che Teheran cerca di usare per controllare illegalmente una via navigabile internazionale». Ieri il gruppo armatoriale Cma-Cgm ha comunicato che una sua nave cargo battente bandiera francese «è riuscita a uscire dallo Stretto di Hormuz», ma che «10 navi del gruppo sono ancora bloccate». Inoltre, il Financial Times ha pubblicato i commenti di Takaya Soga, amministratore delegato della società di navigazione giapponese Nyk Line, secondo cui la presenza delle almeno 80 mine iraniane posate nei mesi scorsi ostacolerà il traffico navale attraverso Hormuz per mesi. Ha spiegato: «Le rotte disponibili sono limitate, una presso l’isola di Larak, vicino alla costa iraniana, e un’altra vicino all’Oman, a Sud».
Il processo negoziale dipenderà anche dall’evoluzione della situazione in Libano, dove ancora ieri sono proseguiti scontri fra truppe di Israele e miliziani Hezbollah, con l’uccisione di un soldato ebraico e di un miliziano sciita. Il ministro iraniano Araghchi chiede che «gli Stati Uniti costringano l’entità sionista (Israele, ndr) a cessare i raid». Secondo Axios, gli Usa avrebbero, per ora, «chiesto a Israele due modifiche sul testo dell’accordo con il Libano, una che impegna le truppe ebraiche a ritirarsi da un villaggio del Libano meridionale, l’altra che impegna a un più ampio ritiro dal Paese».
Continua a leggereRiduci
Eugenia Roccella (Ansa)
Cavallari e la moglie si trovavano a bordo di una piccola imbarcazione in località Fiorò, nel Comune di Ronciglione. Stando a una prima ricostruzione effettuata dai carabinieri, l’uomo sarebbe riemerso per qualche istante dopo il tuffo, il tempo di dire alla moglie di non sentirsi bene. Ma la barca, che non era ancorata, nel frattempo si era allontanata, rendendo impossibile un intervento immediato.
È stata proprio la Roccella a dare l’allarme, facendo scattare la macchina dei soccorsi. L’incidente è avvenuto a poche decine di metri dalla riva, in una zona molto frequentata: nelle vicinanze c’erano numerosi bagnanti e i clienti di un ristorante affacciato sul lago. Dopo essere stata portata a riva, Roccella è stata accompagnata nella casa sua e del marito in provincia di Viterbo, in località Rio Vicano, dove attende notizie in uno stato di comprensibile disperazione.
Le operazioni si sono articolate su più fronti: ricerche visive da parte dei sommozzatori, impiego di Rov, ovvero sonde filoguidate dotate di telecamere, ecoscandagli e termocamere. La sfida più grande che le squadre di soccorso si trovano ad affrontare è la scarsissima visibilità sott’acqua. Lo ha spiegato chiaramente il vicario del prefetto di Viterbo, Andrea Nino Caputo, presente sul posto a coordinare le operazioni: «Stanno procedendo ininterrottamente le ricerche nel lago di Vico per individuare il coniuge del ministro Eugenia Roccella. Si sta procedendo con verifiche da parte dei sommozzatori ma anche con strumenti che aiutano l’operazione mirata nel lago. Si tratta di una ricerca particolarmente complessa per lo scenario: la visibilità è molto bassa già a pelo dell’acqua, quindi più si scende più si riduce ed è prossima allo zero».
Non appena la notizia della scomparsa di Cavallari si è diffusa in rete, su piattaforme come X, Facebook e Instagram si sono moltiplicati commenti di una ferocia inaudita. Chi si definisce «antifascista», chi si dichiara pro Palestina, chi semplicemente nutre un odio viscerale per il governo Meloni ha trasformato la tragedia di una famiglia in un’occasione di sfogo e di esultanza. C’è chi ha scritto «dovrebbero andare tutti lì», riferendosi agli altri ministri del governo e al lago teatro della tragedia. C’è chi ha tirato in ballo Gaza con una logica distorta: «Ora la Roccella proverà quello che provano le mogli e le madri di Gaza». C’è chi ha insinuato che il ministro avrebbe «consentito» a un uomo anziano di tuffarsi, attribuendole una responsabilità morale nell’accaduto. Qualcuno, con cinismo da brividi, ha commentato «se ne sarà scappato da lei». «Ora avrà meno tempo per provare ad abrogare le unioni civili», un altro vergognoso commento.
L’ondata di odio ha suscitato la feroce reazione del premier Giorgia Meloni: «C’è un limite che non dovrebbe mai essere superato, ed è quello del rispetto dovuto alla sofferenza umana. Quando si arriva a colpire una persona in un momento così, non si è più nel campo dello scontro politico, ma in quello della miseria morale. È anche il frutto di un clima avvelenato che alcuni hanno alimentato, legittimando odio, disumanizzazione e disprezzo. Questo schifo dovrebbe indignare tutti».
Continua a leggereRiduci
Walter Pfeiffer. Untitled, 1975 © Walter Pfeiffer. Courtesy the artist and Galerie Gregor Staiger, Zurich / Milan
Inaugurata nel 2002 per custodire le opere della collezione privata di Gianni e Marella Agnelli, la Pinacoteca che li ricorda nel nome e ne celebra la grande passione per l’arte non è mai stata un museo nel senso «più classico» del termine, ma una sorta di laboratorio culturale, multidisciplinare e dinamico, dove l’arte contemporanea è in costante dialogo con le opere della sua collezione storica, prezioso «scrigno» di capolavori assoluti di artisti come Matisse, Picasso, Renoir, Modigliani e Canaletto: uno «Scrigno» in acciaio e vetro, che l’archistar Renzo Piano ha voluto letteralmente sospeso a 34 metri d'altezza, sul tetto della storica fabbrica del Lingotto. Uno spazio espositivo unico, che prosegue con il più grande giardino pensile d’Europa, ricco di oltre 40.000 piante e ricavato dalla leggendaria pista di collaudo automobilistico (La Pista 500) posta sul tetto dell’ex fabbrica FIAT: è qui, in questo museo a cielo aperto, che periodicamente si ospitano installazioni site-specific e sculture di artisti internazionali, che regalano ai visitatori spettacolari passeggiate panoramiche nell’arte.
La Pinacoteca Agnelli non è un luogo fine a sé stesso, ma uno spazio aperto e «in movimento» che unisce collezione, architettura e ricerca e che, come recita il titolo de progetto che la anima dal 2022 (Beyond the Collection), vuole andare «Oltre la collezione»…E la programmazione espositiva per la primavera/estate di quest’anno non tradisce certo le aspettative, presentando al pubblico (da aprile a settembre) tre progettualità inedite: un'ampia monografica dedicata all'artista svizzero Walter Pfeiffer; una nuova edizione del ciclo Beyond the Collection, che vede protagonista Amedeo Modigliani e due nuove installazioni site-specific sulla Pista 500, una dell’artista francese Nathalie Du Pasquier e l’altra del notissimo Peter Fischli , presente - insieme all’amico e collega David Weiss – nei musei di arte contemporanea di tutto il mondo. Percorsi espositivi diversi, ma che usano l’architettura come parte integrante del discorso critico e che ora conosciamo un po’ più da vicino. A partire dal fotografo svizzero Walter Pfeiffer.
Walter Pfeiffer. In Good Company
Pop prima del pop, queer prima che fosse categoria, Walter Pfeiffer - svizzero di Beggingen, classe 1946 – è capace di muoversi con disinvoltura fra diversi soggetti e generi, rappresentando con ironia e grande senso dell’umorismo top model e gente comune, erotismo gay e scene di vita quotidiana. Presente al Lingotto con oltre cento scatti , dagli anni Settanta ad oggi, la sua è una fotografia «spiazzante», per soggetti e uso del colore, una fotografia fatta di forti contrasti cromatici, che rifiuta le gerarchie, non cerca lo scandalo, ma che osserva (e immortala) con sguardo particolarmente incisivo i ruoli di genere e la cultura del consumo. In un susseguirsi di scatti iconici e immagini inedite, la mostra torinese ci restituisce «l’autoritratto» di un artista capace di spaziare con maestria dalla moda alla fotografia indipendente, capace di reinventarsi costantemente insieme ai suoi soggetti. Fra i suoi scatti più originali, sicuramente Untitled, 2015 , dove dita affusolate di donna stringono il ritratto di una nobildonna settecentesca da cui spuntano due paia di lunghe gambe femminili…
Modigliani sottopelle. Quattro capolavori
Accostare Pfeiffer e Modigliani è un azzardo, ma anche una mossa azzeccata,. Siamo davanti a due modi opposti di trattare il corpo: uno, Pfeiffer, lo veste di luce, l’altro, Modì, lo scava fino all’osso, in una mostra che già a partire dal titolo - Modigliani sottopelle. Quattro capolavori - invita il pubblico ad andare oltre la superficie visibile delle opere, interrogando ogni dettaglio e portando alla luce tracce nascoste, grazie al lavoro di storici dell’arte, restauratori e scienziati.
Fulcro dell’esposizione il famoso Nu couché (straordinaria tela dell’artista livornese acquistata da Giovanni e Marella Agnelli nel 1960), che in mostra dialoga con altri tre grandi capolavori di Modigliani: Female Nude Reclining on a White Pillow, in prestito dalla Staatsgalerie di Stoccarda, il ritratto di Gaston Modot e Maternité, entrambi provenienti dal Centre Pompidou di Parigi. Un percorso espositivo breve ma interessante, che accanto alle quattro opere pittoriche presenta una raccolta di documenti d’archivio e interessanti risultati di indagini scientifiche, che grazie allo studio della tecnica e dei materiali utilizzati dall’artista ( in particolar modo tre rotoli di tela utilizzati da Modigliani tra il 1917 e il 1919) rivelano i segreti nascosti sotto la superficie pittorica, arrivando a stabilire nuove datazioni e addirittura quali tele provengano dallo stesso rotolo. Una mostra che va oltre «i colli lunghi e gli occhi senza pupille», superando l’immagine stereotipata del Modigliani bohémien per regalarci quella di un’artista che supera l’anedotto per rientrare nella storia...
La Pista 500: Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli
Dallo Scrigno alla Pista 500 il passo è breve e qui, sul tetto del Lingotto, in questo enorme spazio espositivo a cielo aperto, regna l’arte contemporanea. Sculture e installazioni che si susseguono, corrono dove un tempo correvano le automobili FIAT e che quest’anno si arricchiscono di nuove opere, create per l'occasione da Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli, artisti contemporanei di spessore internazionale.
In perfetta armonia con l’architettura industriale dello spazio che li ospita, i quindici gonfaloni colorati pensati da Nathalie Du Pasquier svettano sulla facciata est del Lingotto, Bandiere per Zefiro (questo il titolo dell’installazione) mosse dal vento in modo dinamico e giocoso, fondendo forma, colore e paesaggio.
Ad attraversare verticalmente lo spazio della rampa ellittica dell’ex fabbrica FIAT è invece Addition, Subtraction, Multtipication, l’opera di Peter Fischli che si ispira ai trenini turistici su ruote per unire, metaforicamente, la base «operaia e commerciale» dell’edificio al suo vertice culturale, rappresentato dal museo sulla pista automobilistica. Un’installazione di grande impatto visivo, che richiama vagamente i canoni del Futurismo ( Velocità astratta di Giacomo Balla della Collezione Permanente in primis…) e un’idea di modernità e progresso di cui il Lingotto è simbolo.
Continua a leggereRiduci