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2018-09-02
Il pompiere Tria rassicura i mercati: «Rispetteremo gli impegni europei»
Ansa
«Non bisogna tener conto di presunte intenzioni, ma solo dei fatti: mercati e agenzie di rating saranno presto convinti e rassicurati dalle azioni concrete del governo». Lo dice da Shanghai il ministro dell'Economia e delle finanze Giovanni Tria, imperturbabile davanti al giudizio di Fitch sull'Italia. La minaccia dell'agenzia di rating si è concretizzata venerdì sera: non ha abbassato il voto dell'Italia confermando il rating BBB, appena due gradini sopra i titoli spazzatura, ma ha abbassato l'outlook, ovvero le prospettive, da «stabili» a «negative», citando il rischio che i provvedimenti promessi dall'esecutivo sull'alleggerimento fiscale possano spingere fuori controllo i saldi di bilancio.
Gli esperti Fitch hanno parlato anche di un rischio elezioni anticipate, probabilmente al 2019 poiché dagli Usa non capiscono come si possa comporre lo «scontro» in atto tra le due anime della maggioranza. Negativo inoltre il giudizio sul decreto Dignità: «Avrà probabilmente un effetto limitato sulle dinamiche del mercato del lavoro ma revisioni delle precedenti riforme strutturali, compresa quella delle pensioni, potrebbero avere un impatto moderatamente negativo sulla crescita a medio termine e sulla finanza pubblica».
E se Palazzo Chigi aveva sottolineato la necessità di aspettare il documento di economia e finanza e l'attuazione delle riforme strutturali, Tria incontrando i giornalisti nell'ultima tappa della sua missione in Cina è andato nel dettaglio: «Vedo il mantenimento del rating da parte di Fitch, e il rinvio di quello di Moody's, come una corretta sospensione di giudizio in attesa di vedere le azioni del governo» ha sottolineato il ministro. «Poiché il programma di governo che si sta mettendo a punto risponde alle linee che sono già state più volte espresse ufficialmente, sia dal presidente del Consiglio sia da me, sia in giugno che ad agosto, al termine di una riunione con i due vicepresidenti Matteo Salvini e Luigi Di Maio, e che delineano i confini di bilancio su cui si sta lavorando. Evidentemente questo non ha convinto perché erano dichiarazioni. Ma adesso che le azioni nelle prossime settimane si tradurranno in documenti ufficiali del governo, io penso che questi giudizi verranno corretti e verranno corretti in senso positivo, poiché di fatto sono giudizi che non si basano su situazioni di fatto, ma si basano su attribuzioni di intenzioni che evidentemente differiscono dalle intenzioni dichiarate dal governo», ha ribadito il ministro.
Gli impegni che lo attendono in Italia sono la nota di aggiornamento al Def a fine settembre, il documento che riassume gli impegni di bilancio per i prossimi anni, e a seguire la legge di Stabilità. Insomma, una rassicurazione da parte di Tria ai dubbi degli analisti e dei mercati che si traducono con l'innalzamento dello spread per il timore che Lega e M5s provino a sfondare il rapporto tra deficit e Pil gonfiando ancora il debito per finanziare alcuni capitoli fondamentali del loro contratto di governo. «Manterremo l'equilibrio di bilancio non perché lo impone l'Europa, ma perché ce lo chiedono i mercati finanziari che non è una dichiarazione astratta. Il deficit significa chiedere prestiti e chiedere prestiti è anche una cosa legittima ma bisogna trovare chi il prestito è disposto a darlo e a quali condizioni», ha ribadito il titolare del Mef, aggiungendo: «Abbiamo impegni europei e vanno rispettati».
Il rapporto fra deficit e Pil è uno dei temi caldi che stanno alimentando le tensioni nella maggioranza. Il vicepremier pentastellato Luigi Di Maio lo vorrebbe più vicino possibile alla soglia limite del 3% per avviare il reddito di cittadinanza, mandando così in soffitta l'impegno preso dal governo Gentiloni con Bruxelles di ridurlo allo 0,8%. Secondo alcune indiscrezioni, per il 2019 il Mef vorrebbe mantenersi intorno all'1,5-1,6%, mentre altri componenti del governo vorrebbero salire almeno fino all'1,8%. Da questo calcolo però potrebbero essere escluse le spese per mettere in sicurezza il Paese: il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti ha ribadito che il tetto si può sforare per realizzare opere di questo tipo. Ipotesi smentita dal commissario europeo Pierre Moscovici, che, in un'intervista al Sole 24 Ore, ha detto che l'Italia non potrà ottenere flessibilità. Anche in questo caso, Tria è stato attento a non alzare troppo i toni, tanto da esprimere apprezzamento per le «parole gentili» di Moscovici, che recentemente, lo ha definito «un interlocutore serio e ragionevole». «Moscovici ha riferito di un rapporto del tutto tranquillo di dialogo con la Commissione Ue che non è mio personale. Bisogna sempre ricordare che quando parlo con Moscovici e con gli altri componenti della Commissione, parlo come ministro dell'Economia e quindi parlo a nome del governo», ha detto Tria.
Il titolare del Mef ha poi ribadito: «L'essenza del problema è questo: se si vuole comperare una casa, si chiede un mutuo e chi lo concede si fida che verrà restituito, pagando le rate; ma se si chiede il prestito per andare nei ristoranti è più complicato. L'Italia non ha mai usato i soldi per gozzovigliare. A volte, i mercati internazionali sono distratti. A volte leggono, invece di fare analisi attente. Guardano un po' i titoli sui giornali e pensano che in Italia ci sia la finanza allegra».
Per sostenere questa tesi con i dati e non con le parole, il ministro ha ricordato che «sono 20 anni che l'Italia ha un surplus primario, caso unico in Europa. Abbiamo un debito che viene da lontano. L'Italia ha partecipato agli aiuti ad altri Paesi europei che si sono trovati in difficoltà, ma non ha mai ricevuto o richiesto un solo euro a sostegno delle proprie finanze. È stato un comportamento generalmente virtuoso che passa attraverso vari governi, quindi non sto prendendo parte politica. Forse uno scatto d'orgoglio della stampa nazionale su questo sarebbe necessario». «Queste cose le abbiamo spiegate anche ai nostri interlocutori cinesi e ci siamo accorti che erano quasi sorpresi, ma questi sono i fatti».
Il titolare di Via XX settembre ha poi terminato dicendo: «La discontinuità con il governo precedente non sta nel far saltare i conti pubblici ma nel cambiare le politiche, che in ogni caso devono esse portate avanti nell'ambito di un equilibrio di bilancio».
Sarina Biraghi
Fitch sgrida l’Italia ma da anni perdona Francia e Spagna
Bocciatura con riserva. È questo, in estrema sintesi, il giudizio che Fitch ha emesso venerdì nei confronti dell'Italia, come spiegato dalla Verità di ieri. L'agenzia di rating, pur confermando il livello BBB già assegnato in precedenza, ha modificato l'outlook (cioè la prospettiva) da «stabile» a «negativo». Ciò significa che nell'immediato futuro il nostro rating potrebbe andare incontro a un «downgrade», vale a dire a un peggioramento. Il nostro debito sovrano si trova in questo momento a due scalini dal girone dantesco dei «titoli spazzatura». Se dovesse ritrovarcisi, Roma farebbe fatica a finanziarsi in quanto il nostro Paese non sarebbe più considerato affidabile.
Pericolo scampato per alcuni, preoccupante monito per altri. Un declassamento a meno di 100 giorni dall'insediamento avrebbe rappresentato per l'esecutivo guidato da Giuseppe Conte un colpo potenzialmente letale. Ma, al tempo stesso, sarebbe stato una conferma per quanti sostengono la tesi di un possibile attacco speculativo nei confronti del nostro Paese, simile a quello che nel 2011 causò la caduta del governo Berlusconi. Le poche righe con le quali è stata comunicata la decisione di peggiorare l'outlook, d'altro canto, hanno sortito più effetti di tre mesi di opposizione del Pd.
Leggendo le motivazioni riportate dal comunicato stampa si arriva alla conclusione che il caveat di Fitch all'Italia poggi su presupposti poco tecnici e assai politici. Entrando nel merito delle cifre, l'agenzia di rating prevede che quest'anno il rapporto deficit/Pil scenda all'1,8%, per poi risalire al 2,2% nel 2019 e al 2,6% nel 2020. Valori lontani dagli obiettivi fissati dall'Ue, ma anche da quelli inseriti da Pier Carlo Padoan nella nota di aggiornamento al Def pubblicata nel settembre 2017. Secondo le previsioni di via XX settembre, infatti, l'anno prossimo il rapporto deficit/Pil si dovrebbe attestare allo 0,8%, per calare ulteriormente nel 2020 allo 0,2%. Numeri che hanno tutta l'aria di essere stati messi lì per accontentare Bruxelles. D'altronde, Paolo Gentiloni sapeva che, con le elezioni alle porte, la patata bollente sarebbe passata al nuovo governo.
Quello del deficit, tuttavia, rappresenta un falso problema. Basta guardare come Francia e Spagna, nell'ultimo decennio, abbiano allegramente sforato la regola del 3%, senza peraltro subire particolari conseguenze negative. Parigi ha «bucato» il rapporto deficit/Pil sistematicamente dal 2008 al 2016, facendo addirittura segnare il 7,2% nel 2009 e il 6,9% l'anno seguente. Le ultime previsioni dicono che, dopo essere tornata nei ranghi nell'ultimo biennio, la Francia tornerà nel 2019 a sforare il tetto fissato dall'Europa. Madrid ha fatto perfino peggio, andando per ben due volte in doppia cifra (11% nel 2009 e 10,5% nel 2012), prima di posizionarsi negli ultimi anni su livelli più contenuti. Tutto ciò non deve avere impressionato gli analisti di Fitch, dal momento che la Francia ha rating AA e la Spagna A-, rispettivamente sei e due gradini al di sopra dell'Italia.
Passando al capitolo debito pubblico, l'agenzia di rating si dice pessimista, prevedendo solo un lieve calo al 131,8% nel 2017 e al 130,4% nel 2020. Un dato che «lascerebbe l'Italia ai primi posti dei Paesi più indebitati». Secondo l'ultimo Debt sustainability report pubblicato dalla Commissione europea, è vero che il debito pubblico italiano è considerato ad alto rischio, ma questa valutazione è espressa in relazione all'obiettivo fissato dal fiscal compact di riportare il debito al 60% entro il 2032. Roma, tra l'altro, si trova in buona compagnia, visto che nella medesima situazione ci sono anche Francia, Spagna, Portogallo e Belgio. Il vero problema è che quel debito va piazzato e remunerato sui mercati. Preoccupano, da questo punto di vista, l'aumento dei rendimenti sui titoli decennali (saliti dal 2,68% di fine maggio al 3,24% di fine agosto) e l'andamento dello spread (arrivato a 291 punti). Ma, se tanto ci dà tanto, questi ultimi sono due indici che subiscono l'influenza dei giudizi delle agenzie di rating e non viceversa. Come accadde nel 2011, quando i rendimenti e lo spread schizzarono più per il panico dei mercati che per una reale difficoltà dell'Italia nel rimborsare il proprio debito.
Se deficit e debito non rappresentano un rischio più alto di quanto già non fossero, dove sta dunque il problema? Ecco che Fitch ci catapulta nel frastagliato terreno delle ipotesi. «A nostro avviso», si legge nella nota, «il rischio di un'inversione nelle riforme strutturali, fattore che ha un impatto negativo sui fondamentali del credito, è leggermente aumentato». «L'ostilità di alcune frange del governo nei confronti dell'Ue e dell'euro rappresenta un ulteriore rischio, anche se riteniamo molto bassa la probabilità che il governo porti avanti politiche che possano causare l'uscita dall'euro o la creazione di una valuta parallela». Infine, l'incertezza politica. «Non ci aspettiamo che questo governo arrivi alla fine della legislatura», anzi, «riconosciamo la crescente possibilità che si verifichino elezioni anticipate nel 2019». Guarda caso lo stesso anno delle elezioni europee, con l'Internazionale populista di Matteo Salvini a minacciare Emmanuel Macron.
Al di là delle ipotesi, una cosa è certa: se da lunedì finanziare il nostro debito ci costerà di più, dovremo ringraziare anche gli incerti condizionali di Fitch.
Antonio Grizzuti
Il centrodestra frena sulla fusione
Essere o non essere (premier)? Il futuro del centrodestra e quello della Lega sono legati a questo interrogativo: fino a quando Matteo Salvini, di gran lunga il leader politico più popolare, capo del partito che i sondaggi accreditano come il più forte d'Italia (intorno al 30%), si accontenterà di recitare il ruolo di comprimario di lusso, di vicepremier di Giuseppe Conte e di alleato «di minoranza», in termini di ministeri, del M5s?
«Il governo durerà cinque anni», ripete Salvini, e non potrebbe dire nulla di diverso. Ma il prossimo 5 settembre la decisione del tribunale del riesame di Genova sul sequestro dei fondi del Carroccio inciderà sugli sviluppi del quadro politico, in un senso o nell'altro. Se il riesame «salverà» la Lega, tutto resterà come è adesso; se invece i giudici confermeranno il sequestro, ha detto il braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, «è evidente a quel punto che il partito non può più esistere, perché non ha più soldi». Si dovrà procedere alla costituzione di una nuova Lega, non zavorrata dalle conseguenze finanziarie della condanna in primo grado per truffa allo Stato inflitta all'ex leader Umberto Bossi e all'ex tesoriere Francesco Belsito. Secondo l'Huffpost, statuto e nome (Lega per Salvini premier) sono già pronti.
Quale occasione migliore per dare vita a un nuovo contenitore del centrodestra? Un partito unico, nel quale confluiscano il Carroccio, Forza Italia e Fratelli d'Italia? Forza Italia, ovviamente, non ha alcuna intenzione di consegnarsi a Salvini, tanto più che in questa fase sarebbe un'operazione politicamente insostenibile, visto che il «partitone» di centrodestra si ritroverebbe con una corrente interna, quella leghista, al governo con il M5s, e con un'altra all'opposizione.
«Il partito unico», ha detto ieri il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Mariastella Gelmini, a TgCom 24, «rievoca un nome bulgaro dal sapore antico, e francamente non ci interessa: lo riteniamo inutile. Noi pensiamo», ha aggiunto la Gelmini, «che il centrodestra sia un'esperienza plurale nella quale ci sono più voci: c'è la voce della Lega, di Fratelli d'Italia e di Forza Italia. Il che permette agli italiani, all'interno del centrodestra, di poter scegliere».
«Il centrodestra», ha aggiunto Mariastella Gelmini, «è evidentemente davanti a una prova nuova: Fratelli d'Italia e Forza Italia sono all'opposizione, la Lega è al governo con il M5s, è chiaro che è una dinamica nuova. Toccherà a Salvini spiegare se questa esperienza di governo è un'esperienza temporanea, legata a un fatto emergenziale, oppure, come qualcuno pensa, se preluda a una maggioranza destinata a durare. Noi crediamo nel centrodestra», ha aggiunto la Gelmini, «e crediamo nelle esperienze di governo, come in Lombardia, Veneto, Liguria, Sicilia, Friuli, Molise. Crediamo in esperienze di governo comunali dove governiamo con tutto il centrodestra unito che è garanzia di buona politica e di buona amministrazione. Pensiamo che si debba ripartire da lì. Toccherà a Salvini illustrare al presidente Silvio Berlusconi e ai leader della coalizione quale sarà la sua posizione».
In realtà, al di là delle dichiarazioni ufficiali, dai piani alti berlusconiani trapela anche una certa irritazione per la coincidenza tra il riaprirsi del dibattito sul partito unico e l'avvicinarsi della sentenza del riesame: «Sciogliere Forza Italia perché la Lega deve cambiare simbolo? Mi sembra una barzelletta», dice alla Verità un parlamentare di lungo corso. In ogni caso, sembra ormai prossimo un vertice tra Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Antonio Tajani, il presidente del Parlamento europeo che ha assunto il ruolo di «vice Silvio» e che non ha alcuna intenzione di essere ricordato come il liquidatore di Forza Italia.
Ma anche a Matteo Salvini, dal punto di vista prettamente elettorale, il partito unico potrebbe non convenire. Il motivo è semplice: se si tornerà al voto prima di aver cambiato la legge elettorale, Salvini, con la crescita esponenziale dei consensi della Lega, recuperati anche al di fuori del perimetro della coalizione, avrebbe la strada per Palazzo Chigi spianata davanti a sé in quanto leader del primo partito del centrodestra, al quale andrebbe anche la stragrande maggioranza dei ministeri. L'apporto di Forza Italia, seppure ridotta a un partito intorno al 10%, sarebbe fondamentale, soprattutto al Sud, per vincere in relativa scioltezza le elezioni, e consentirebbe ai berluscones di andare al governo incassando qualche poltrona. Salvini, ieri a Monza per assistere alle prove del gran premio di Formula 1, ha dribblato le domande dei cronisti sul futuro della Lega: «Oggi solo Ferrari, oggi solo Ferrari», ha detto. Dunque, l'unica cosa certa è che saranno le elezioni regionali (Abruzzo, Sardegna, Trentino Alto Adige) e amministrative in programma tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019 il primo banco di prova. La Lega sarà ancora nel centrodestra o preferirà allearsi con il M5s? Un bivio fondamentale per il futuro del Carroccio e di tutta la politica italiana.
Carlo Tarallo
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Il ministro Giovanni Tria risponde alle previsioni negative sul Paese: «Discontinuità significa scelte nuove, non far saltare i conti pubblici. I giudizi sulle riforme saranno positivi. Il governo ha già trovato l'intesa sul bilancio».Fitch sgrida l'Italia ma da anni perdona Francia e Spagna. A Parigi e Madrid sono stati concessi sforamenti macroscopici del rapporto deficit/Pil. Il doppiopesismo ha ragioni politiche.Il centrodestra frena sulla fusione. I forzisti sembrano decisi a non creare un partito unico con Lega e Fratelli d'Italia. Anche Matteo Salvini avrebbe dubbi: con il proporzionale il Carroccio vola verso Palazzo Chigi.Lo speciale contiene tre articoli.«Non bisogna tener conto di presunte intenzioni, ma solo dei fatti: mercati e agenzie di rating saranno presto convinti e rassicurati dalle azioni concrete del governo». Lo dice da Shanghai il ministro dell'Economia e delle finanze Giovanni Tria, imperturbabile davanti al giudizio di Fitch sull'Italia. La minaccia dell'agenzia di rating si è concretizzata venerdì sera: non ha abbassato il voto dell'Italia confermando il rating BBB, appena due gradini sopra i titoli spazzatura, ma ha abbassato l'outlook, ovvero le prospettive, da «stabili» a «negative», citando il rischio che i provvedimenti promessi dall'esecutivo sull'alleggerimento fiscale possano spingere fuori controllo i saldi di bilancio. Gli esperti Fitch hanno parlato anche di un rischio elezioni anticipate, probabilmente al 2019 poiché dagli Usa non capiscono come si possa comporre lo «scontro» in atto tra le due anime della maggioranza. Negativo inoltre il giudizio sul decreto Dignità: «Avrà probabilmente un effetto limitato sulle dinamiche del mercato del lavoro ma revisioni delle precedenti riforme strutturali, compresa quella delle pensioni, potrebbero avere un impatto moderatamente negativo sulla crescita a medio termine e sulla finanza pubblica». E se Palazzo Chigi aveva sottolineato la necessità di aspettare il documento di economia e finanza e l'attuazione delle riforme strutturali, Tria incontrando i giornalisti nell'ultima tappa della sua missione in Cina è andato nel dettaglio: «Vedo il mantenimento del rating da parte di Fitch, e il rinvio di quello di Moody's, come una corretta sospensione di giudizio in attesa di vedere le azioni del governo» ha sottolineato il ministro. «Poiché il programma di governo che si sta mettendo a punto risponde alle linee che sono già state più volte espresse ufficialmente, sia dal presidente del Consiglio sia da me, sia in giugno che ad agosto, al termine di una riunione con i due vicepresidenti Matteo Salvini e Luigi Di Maio, e che delineano i confini di bilancio su cui si sta lavorando. Evidentemente questo non ha convinto perché erano dichiarazioni. Ma adesso che le azioni nelle prossime settimane si tradurranno in documenti ufficiali del governo, io penso che questi giudizi verranno corretti e verranno corretti in senso positivo, poiché di fatto sono giudizi che non si basano su situazioni di fatto, ma si basano su attribuzioni di intenzioni che evidentemente differiscono dalle intenzioni dichiarate dal governo», ha ribadito il ministro. Gli impegni che lo attendono in Italia sono la nota di aggiornamento al Def a fine settembre, il documento che riassume gli impegni di bilancio per i prossimi anni, e a seguire la legge di Stabilità. Insomma, una rassicurazione da parte di Tria ai dubbi degli analisti e dei mercati che si traducono con l'innalzamento dello spread per il timore che Lega e M5s provino a sfondare il rapporto tra deficit e Pil gonfiando ancora il debito per finanziare alcuni capitoli fondamentali del loro contratto di governo. «Manterremo l'equilibrio di bilancio non perché lo impone l'Europa, ma perché ce lo chiedono i mercati finanziari che non è una dichiarazione astratta. Il deficit significa chiedere prestiti e chiedere prestiti è anche una cosa legittima ma bisogna trovare chi il prestito è disposto a darlo e a quali condizioni», ha ribadito il titolare del Mef, aggiungendo: «Abbiamo impegni europei e vanno rispettati». Il rapporto fra deficit e Pil è uno dei temi caldi che stanno alimentando le tensioni nella maggioranza. Il vicepremier pentastellato Luigi Di Maio lo vorrebbe più vicino possibile alla soglia limite del 3% per avviare il reddito di cittadinanza, mandando così in soffitta l'impegno preso dal governo Gentiloni con Bruxelles di ridurlo allo 0,8%. Secondo alcune indiscrezioni, per il 2019 il Mef vorrebbe mantenersi intorno all'1,5-1,6%, mentre altri componenti del governo vorrebbero salire almeno fino all'1,8%. Da questo calcolo però potrebbero essere escluse le spese per mettere in sicurezza il Paese: il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti ha ribadito che il tetto si può sforare per realizzare opere di questo tipo. Ipotesi smentita dal commissario europeo Pierre Moscovici, che, in un'intervista al Sole 24 Ore, ha detto che l'Italia non potrà ottenere flessibilità. Anche in questo caso, Tria è stato attento a non alzare troppo i toni, tanto da esprimere apprezzamento per le «parole gentili» di Moscovici, che recentemente, lo ha definito «un interlocutore serio e ragionevole». «Moscovici ha riferito di un rapporto del tutto tranquillo di dialogo con la Commissione Ue che non è mio personale. Bisogna sempre ricordare che quando parlo con Moscovici e con gli altri componenti della Commissione, parlo come ministro dell'Economia e quindi parlo a nome del governo», ha detto Tria. Il titolare del Mef ha poi ribadito: «L'essenza del problema è questo: se si vuole comperare una casa, si chiede un mutuo e chi lo concede si fida che verrà restituito, pagando le rate; ma se si chiede il prestito per andare nei ristoranti è più complicato. L'Italia non ha mai usato i soldi per gozzovigliare. A volte, i mercati internazionali sono distratti. A volte leggono, invece di fare analisi attente. Guardano un po' i titoli sui giornali e pensano che in Italia ci sia la finanza allegra». Per sostenere questa tesi con i dati e non con le parole, il ministro ha ricordato che «sono 20 anni che l'Italia ha un surplus primario, caso unico in Europa. Abbiamo un debito che viene da lontano. L'Italia ha partecipato agli aiuti ad altri Paesi europei che si sono trovati in difficoltà, ma non ha mai ricevuto o richiesto un solo euro a sostegno delle proprie finanze. È stato un comportamento generalmente virtuoso che passa attraverso vari governi, quindi non sto prendendo parte politica. Forse uno scatto d'orgoglio della stampa nazionale su questo sarebbe necessario». «Queste cose le abbiamo spiegate anche ai nostri interlocutori cinesi e ci siamo accorti che erano quasi sorpresi, ma questi sono i fatti». Il titolare di Via XX settembre ha poi terminato dicendo: «La discontinuità con il governo precedente non sta nel far saltare i conti pubblici ma nel cambiare le politiche, che in ogni caso devono esse portate avanti nell'ambito di un equilibrio di bilancio». Sarina Biraghi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pompiere-tria-rassicura-i-mercati-rispetteremo-gli-impegni-europei-2601085246.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fitch-sgrida-litalia-ma-da-anni-perdona-francia-e-spagna" data-post-id="2601085246" data-published-at="1779804151" data-use-pagination="False"> Fitch sgrida l’Italia ma da anni perdona Francia e Spagna Bocciatura con riserva. È questo, in estrema sintesi, il giudizio che Fitch ha emesso venerdì nei confronti dell'Italia, come spiegato dalla Verità di ieri. L'agenzia di rating, pur confermando il livello BBB già assegnato in precedenza, ha modificato l'outlook (cioè la prospettiva) da «stabile» a «negativo». Ciò significa che nell'immediato futuro il nostro rating potrebbe andare incontro a un «downgrade», vale a dire a un peggioramento. Il nostro debito sovrano si trova in questo momento a due scalini dal girone dantesco dei «titoli spazzatura». Se dovesse ritrovarcisi, Roma farebbe fatica a finanziarsi in quanto il nostro Paese non sarebbe più considerato affidabile. Pericolo scampato per alcuni, preoccupante monito per altri. Un declassamento a meno di 100 giorni dall'insediamento avrebbe rappresentato per l'esecutivo guidato da Giuseppe Conte un colpo potenzialmente letale. Ma, al tempo stesso, sarebbe stato una conferma per quanti sostengono la tesi di un possibile attacco speculativo nei confronti del nostro Paese, simile a quello che nel 2011 causò la caduta del governo Berlusconi. Le poche righe con le quali è stata comunicata la decisione di peggiorare l'outlook, d'altro canto, hanno sortito più effetti di tre mesi di opposizione del Pd. Leggendo le motivazioni riportate dal comunicato stampa si arriva alla conclusione che il caveat di Fitch all'Italia poggi su presupposti poco tecnici e assai politici. Entrando nel merito delle cifre, l'agenzia di rating prevede che quest'anno il rapporto deficit/Pil scenda all'1,8%, per poi risalire al 2,2% nel 2019 e al 2,6% nel 2020. Valori lontani dagli obiettivi fissati dall'Ue, ma anche da quelli inseriti da Pier Carlo Padoan nella nota di aggiornamento al Def pubblicata nel settembre 2017. Secondo le previsioni di via XX settembre, infatti, l'anno prossimo il rapporto deficit/Pil si dovrebbe attestare allo 0,8%, per calare ulteriormente nel 2020 allo 0,2%. Numeri che hanno tutta l'aria di essere stati messi lì per accontentare Bruxelles. D'altronde, Paolo Gentiloni sapeva che, con le elezioni alle porte, la patata bollente sarebbe passata al nuovo governo. Quello del deficit, tuttavia, rappresenta un falso problema. Basta guardare come Francia e Spagna, nell'ultimo decennio, abbiano allegramente sforato la regola del 3%, senza peraltro subire particolari conseguenze negative. Parigi ha «bucato» il rapporto deficit/Pil sistematicamente dal 2008 al 2016, facendo addirittura segnare il 7,2% nel 2009 e il 6,9% l'anno seguente. Le ultime previsioni dicono che, dopo essere tornata nei ranghi nell'ultimo biennio, la Francia tornerà nel 2019 a sforare il tetto fissato dall'Europa. Madrid ha fatto perfino peggio, andando per ben due volte in doppia cifra (11% nel 2009 e 10,5% nel 2012), prima di posizionarsi negli ultimi anni su livelli più contenuti. Tutto ciò non deve avere impressionato gli analisti di Fitch, dal momento che la Francia ha rating AA e la Spagna A-, rispettivamente sei e due gradini al di sopra dell'Italia. Passando al capitolo debito pubblico, l'agenzia di rating si dice pessimista, prevedendo solo un lieve calo al 131,8% nel 2017 e al 130,4% nel 2020. Un dato che «lascerebbe l'Italia ai primi posti dei Paesi più indebitati». Secondo l'ultimo Debt sustainability report pubblicato dalla Commissione europea, è vero che il debito pubblico italiano è considerato ad alto rischio, ma questa valutazione è espressa in relazione all'obiettivo fissato dal fiscal compact di riportare il debito al 60% entro il 2032. Roma, tra l'altro, si trova in buona compagnia, visto che nella medesima situazione ci sono anche Francia, Spagna, Portogallo e Belgio. Il vero problema è che quel debito va piazzato e remunerato sui mercati. Preoccupano, da questo punto di vista, l'aumento dei rendimenti sui titoli decennali (saliti dal 2,68% di fine maggio al 3,24% di fine agosto) e l'andamento dello spread (arrivato a 291 punti). Ma, se tanto ci dà tanto, questi ultimi sono due indici che subiscono l'influenza dei giudizi delle agenzie di rating e non viceversa. Come accadde nel 2011, quando i rendimenti e lo spread schizzarono più per il panico dei mercati che per una reale difficoltà dell'Italia nel rimborsare il proprio debito. Se deficit e debito non rappresentano un rischio più alto di quanto già non fossero, dove sta dunque il problema? Ecco che Fitch ci catapulta nel frastagliato terreno delle ipotesi. «A nostro avviso», si legge nella nota, «il rischio di un'inversione nelle riforme strutturali, fattore che ha un impatto negativo sui fondamentali del credito, è leggermente aumentato». «L'ostilità di alcune frange del governo nei confronti dell'Ue e dell'euro rappresenta un ulteriore rischio, anche se riteniamo molto bassa la probabilità che il governo porti avanti politiche che possano causare l'uscita dall'euro o la creazione di una valuta parallela». Infine, l'incertezza politica. «Non ci aspettiamo che questo governo arrivi alla fine della legislatura», anzi, «riconosciamo la crescente possibilità che si verifichino elezioni anticipate nel 2019». Guarda caso lo stesso anno delle elezioni europee, con l'Internazionale populista di Matteo Salvini a minacciare Emmanuel Macron. Al di là delle ipotesi, una cosa è certa: se da lunedì finanziare il nostro debito ci costerà di più, dovremo ringraziare anche gli incerti condizionali di Fitch. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pompiere-tria-rassicura-i-mercati-rispetteremo-gli-impegni-europei-2601085246.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-centrodestra-frena-sulla-fusione" data-post-id="2601085246" data-published-at="1779804151" data-use-pagination="False"> Il centrodestra frena sulla fusione Essere o non essere (premier)? Il futuro del centrodestra e quello della Lega sono legati a questo interrogativo: fino a quando Matteo Salvini, di gran lunga il leader politico più popolare, capo del partito che i sondaggi accreditano come il più forte d'Italia (intorno al 30%), si accontenterà di recitare il ruolo di comprimario di lusso, di vicepremier di Giuseppe Conte e di alleato «di minoranza», in termini di ministeri, del M5s? «Il governo durerà cinque anni», ripete Salvini, e non potrebbe dire nulla di diverso. Ma il prossimo 5 settembre la decisione del tribunale del riesame di Genova sul sequestro dei fondi del Carroccio inciderà sugli sviluppi del quadro politico, in un senso o nell'altro. Se il riesame «salverà» la Lega, tutto resterà come è adesso; se invece i giudici confermeranno il sequestro, ha detto il braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, «è evidente a quel punto che il partito non può più esistere, perché non ha più soldi». Si dovrà procedere alla costituzione di una nuova Lega, non zavorrata dalle conseguenze finanziarie della condanna in primo grado per truffa allo Stato inflitta all'ex leader Umberto Bossi e all'ex tesoriere Francesco Belsito. Secondo l'Huffpost, statuto e nome (Lega per Salvini premier) sono già pronti. Quale occasione migliore per dare vita a un nuovo contenitore del centrodestra? Un partito unico, nel quale confluiscano il Carroccio, Forza Italia e Fratelli d'Italia? Forza Italia, ovviamente, non ha alcuna intenzione di consegnarsi a Salvini, tanto più che in questa fase sarebbe un'operazione politicamente insostenibile, visto che il «partitone» di centrodestra si ritroverebbe con una corrente interna, quella leghista, al governo con il M5s, e con un'altra all'opposizione. «Il partito unico», ha detto ieri il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Mariastella Gelmini, a TgCom 24, «rievoca un nome bulgaro dal sapore antico, e francamente non ci interessa: lo riteniamo inutile. Noi pensiamo», ha aggiunto la Gelmini, «che il centrodestra sia un'esperienza plurale nella quale ci sono più voci: c'è la voce della Lega, di Fratelli d'Italia e di Forza Italia. Il che permette agli italiani, all'interno del centrodestra, di poter scegliere». «Il centrodestra», ha aggiunto Mariastella Gelmini, «è evidentemente davanti a una prova nuova: Fratelli d'Italia e Forza Italia sono all'opposizione, la Lega è al governo con il M5s, è chiaro che è una dinamica nuova. Toccherà a Salvini spiegare se questa esperienza di governo è un'esperienza temporanea, legata a un fatto emergenziale, oppure, come qualcuno pensa, se preluda a una maggioranza destinata a durare. Noi crediamo nel centrodestra», ha aggiunto la Gelmini, «e crediamo nelle esperienze di governo, come in Lombardia, Veneto, Liguria, Sicilia, Friuli, Molise. Crediamo in esperienze di governo comunali dove governiamo con tutto il centrodestra unito che è garanzia di buona politica e di buona amministrazione. Pensiamo che si debba ripartire da lì. Toccherà a Salvini illustrare al presidente Silvio Berlusconi e ai leader della coalizione quale sarà la sua posizione». In realtà, al di là delle dichiarazioni ufficiali, dai piani alti berlusconiani trapela anche una certa irritazione per la coincidenza tra il riaprirsi del dibattito sul partito unico e l'avvicinarsi della sentenza del riesame: «Sciogliere Forza Italia perché la Lega deve cambiare simbolo? Mi sembra una barzelletta», dice alla Verità un parlamentare di lungo corso. In ogni caso, sembra ormai prossimo un vertice tra Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Antonio Tajani, il presidente del Parlamento europeo che ha assunto il ruolo di «vice Silvio» e che non ha alcuna intenzione di essere ricordato come il liquidatore di Forza Italia. Ma anche a Matteo Salvini, dal punto di vista prettamente elettorale, il partito unico potrebbe non convenire. Il motivo è semplice: se si tornerà al voto prima di aver cambiato la legge elettorale, Salvini, con la crescita esponenziale dei consensi della Lega, recuperati anche al di fuori del perimetro della coalizione, avrebbe la strada per Palazzo Chigi spianata davanti a sé in quanto leader del primo partito del centrodestra, al quale andrebbe anche la stragrande maggioranza dei ministeri. L'apporto di Forza Italia, seppure ridotta a un partito intorno al 10%, sarebbe fondamentale, soprattutto al Sud, per vincere in relativa scioltezza le elezioni, e consentirebbe ai berluscones di andare al governo incassando qualche poltrona. Salvini, ieri a Monza per assistere alle prove del gran premio di Formula 1, ha dribblato le domande dei cronisti sul futuro della Lega: «Oggi solo Ferrari, oggi solo Ferrari», ha detto. Dunque, l'unica cosa certa è che saranno le elezioni regionali (Abruzzo, Sardegna, Trentino Alto Adige) e amministrative in programma tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019 il primo banco di prova. La Lega sarà ancora nel centrodestra o preferirà allearsi con il M5s? Un bivio fondamentale per il futuro del Carroccio e di tutta la politica italiana. Carlo Tarallo
Olimpia Tarzia (Imagoeconomica)
di Olimpia Tarzia, Responsabile del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia
Il 27 novembre 2020 il presidente Berlusconi mi nominò responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia. Accolsi la proposta, accettando, per la prima volta - in 20 anni di vita politica e istituzionale vissuta, nelle tre legislature alla Regione Lazio, come indipendente nell’area del centrodestra - di aderire a un partito, proprio a motivo delle sue posizioni sul tema della vita, considerando che, pur nelle variegate sfumature delle singole posizioni sui temi etici presenti in Fi, affidarmi un tale Dipartimento esprimeva una precisa volontà politica del presidente di rafforzare una visione antropologica basata su principi e valori cristiani.
Queste le sue parole nel motivare l’incarico affidatomi: «Un affettuoso benvenuto ad Olimpia Tarzia, che ha scelto di far parte di Forza Italia. La sua decisione ha un grande significato: Olimpia in questi anni è stata ed è una degli esponenti più qualificati e più rappresentativi dell’associazionismo e del volontariato cattolico. Le sue competenze e il suo impegno nel delicatissimo settore della bioetica, l’esperienza del Movimento per la vita di cui è cofondatrice, le tante battaglie per la vita e per la famiglia delle quali è stata protagonista, ne fanno un punto di riferimento per tutti coloro che credono nei valori di un autentico umanesimo cristiano. Sono valori che Forza Italia considera parte integrante della sua visione dell’uomo e della società, e per i quali ci siamo battuti e ci batteremo, pur nel rispetto della libertà di coscienza di ciascuno, in ogni occasione parlamentare e politica. La presenza di Olimpia ci darà più forza in queste battaglie di civiltà. Con lei ci rivolgeremo ai tanti elettori cattolici disorientati e delusi dalla politica e dai politici che li hanno rappresentati in Parlamento».
A settembre 2022 Berlusconi rilasciò una lunga intervista ad Avvenire, in cui affermava: «Noi su temi come unioni civili e biotestamento abbiamo sempre votato contro».
Sui temi eticamente sensibili, in questi anni, fino a pochi mesi fa, ho potuto liberamente condurre il Dipartimento su tale strada. Da quando è iniziato il dibattito sul ddl Fine vita, in diverse occasioni, in colloqui singoli all’interno del partito, ma anche pubblicamente, ho manifestato la mia contrarietà a una legge che normasse il suicidio assistito, sottolineando la rilevanza etica e antropologica di una tale disciplina giuridica, nella ferma convinzione che una legge ad hoc non serva e che le direttive della Consulta non necessitino di una legge che le recepisca, in quanto la Consulta ha già di fatto eliminato, alle condizioni indicate, il presidio della sanzione penale all’aiuto al suicidio che è stato posto dall’articolo 580 del Codice penale.
Su questo tema sono intervenuta più volte, fin dal 2021, con significativi risultati di coinvolgimento e sensibilizzazione attraverso molteplici iniziative rivolte particolarmente al mondo cattolico, sia con interventi sui media, sia organizzando convegni e incontri, ribadendo tale linea e sostenendo la necessità di un rafforzamento delle cure palliative in termini di allocazione di fondi e di realizzazione di strutture ad hoc. Come è chiaramente scritto nell’Evangelium vitae (n. 66): «Condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito” significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ingiustizia che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta».
È per questo motivo che le recenti prese di posizione del partito sul fine vita, che, non tenendo in considerazione le mie forti perplessità, hanno portato alla scelta di portare avanti un disegno di legge sul suicidio assistito, mi costringono a constatare che sono venuti a mancare i presupposti per mantenere, in tale contesto, il mio incarico come responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia.
Nella mia storia di vita personale, associativa e politica, ho sempre considerato la libertà interiore, la coerenza delle scelte e la fedeltà ai principi in cui si crede un punto fermo, anche a costo di sacrifici personali: non intendo ora rendermi corresponsabile di una legge, foriera di inevitabili pericolose implicazioni e conseguenze, che di fatto sancisce, anche se surrettiziamente, il «diritto al suicidio», una legge che vedrebbe lo Stato, anziché garantire e tutelare il diritto alla vita, specialmente dei più vulnerabili, assicurare la morte, mettendo a disposizione risorse economiche e strutture adeguate a rendere fruibile quell’atto, anche magari tramite il Servizio sanitario nazionale.
Con questa mia decisione non ho alcuna intenzione di colpevolizzare chi sta impegnandosi per trovare le migliori soluzioni possibili a una questione estremamente delicata e complessa, ma non posso condividere l’idea di considerare questa proposta di legge come una scelta obbligata al fine di perseguire una «riduzione del danno» perché il «male minore», come ci insegna la dottrina cattolica, si può tollerare, se inevitabilmente costretti (e non è questo il caso), ma non può mai essere una scelta.
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Stefano Zenni, musicologo jazz, ricorda Sonny Rollins, leggendario sassofonista scomparso a 95 anni e a poche ore dal centenario di Miles Davis. La sua inesauribile fantasia, unita a generose dosi di ironia e sarcasmo, lo ha reso un colosso assoluto dell’arte dell’improvvisazione.
Nel riquadro, un frame dell'episodio di violenza nei confronti di due docenti in un parco di Parma (iStock-Ansa)
Codraro ha chiesto che la scuola prenda provvedimenti contro lo studente, ma ha deciso di non denunciarlo. Ricevendo per questo il plauso del segretario generale della Flc Cgil di Pordenone, Giuseppe Mancaniello, che ha dichiarato al Gazzettino: «L’insegnante si è comportato bene non denunciando, perché in questo caso si trattava di giovanissimi sotto i 14 anni».
È la stessa decisione che hanno preso, a Parma, i due professori pesantemente malmenati da un gruppo di maranza in un parco fuori da un istituto tecnico. Sdegno sì, ma niente vie legali. Sulle prime anche il provveditore di Parma, Andrea Grossi, aveva caldeggiato la linea morbida, spiegando che la scuola «educa ma non sanziona». Poi però, forse riflettendoci un poco di più, ha cambiato opinione: «La scuola educa anche sanzionando».
Sulla rissa di Pordenone interviene invece Silvia Burelli, vicepreside della scuola secondaria di primo grado Terzo Drusin, che afferma: «Da domani ci attiveremo per tutte quelle azioni educative che possiamo avviare, in accordo con la famiglia. Azioni che prevedono attività con le tante associazioni del territorio che ci supportano». Insomma, il ragazzino picchiatore se la caverà con un po’ di volontariato.
È un fatto: ogni volta che esplodono casi di violenza adolescenziale si assiste a un profluvio di dichiarazioni di tenore più o meno analogo. C’è chi sostiene che si ascoltino poco e male i giovani, chi propone ore di educazione affettiva, chi se la prende con gli adulti che fanno la guerra. E può anche darsi che ci sia del vero in tutte queste affermazioni. Il problema, nel frattempo, resta e peggiora. Il che suggerirebbe, forse, di cambiare prospettiva.
A Parma il disastro era annunciato. Anzi è stato preceduto da altri e numerosi disastri. Sono anni che dal territorio si levano voci allarmate riguardo all’esorbitante presenza di maranza intemperanti. Fuori dal coro e altre trasmissioni hanno dedicato servizi alla (un tempo) placida città emiliana. Le denunce pubbliche di cittadini e politici, negli anni, sono state fin troppe. Il fenomeno è talmente evidente che l’anno scorso qualcuno ha avuto la brillante idea di girare un video musicale in stile trap intitolato Parma città di maranza, interpretato da studenti anche minorenni. Una operazione perfino divertente a testimonianza di una situazione drammatica. Segno che qualche provvedimento si poteva e si doveva prendere anche prima. Il massimo che le istituzioni sono riuscite a escogitare è l’introduzione dei cosiddetti «street tutor», figure a metà tra gli addetti alla sicurezza delle discoteche (da cui in effetti sembra che alcuni provengano) e i mediatori culturali che dovrebbe occuparsi di «prevenzione dei rischi e mediazione dei conflitti», anche grazie alla conoscenza dell’arabo. Insomma, vigilantes anti maranza che però non sono vigilantes e non hanno compiti di polizia ma di mediazione culturale. Boh.
È chiaro: non esistono soluzioni semplici e immediatamente efficaci. Tuttavia, è abbastanza ovvio che servano due approcci congiunti: uno politico (più misure di sicurezza) e uno culturale. Quest’ultimo potrebbe seguire alcune direttrici che vari analisti nel corso del tempo hanno indicato. Tra questi c’è il filosofo Stefano Zecchi, che sul tema dei maranza e della violenza giovanile ha le idee piuttosto chiare.
«Cominciamo dalla scuola e dalla famiglia che sono le due istituzioni che educano i ragazzi», dice. «In entrambe quello che viene a mancare ormai da tanti anni è l’autorità, il senso del rispetto di un’autorità che oltrepassa, trascende le singole persone. Questa autorità è stata sostituita da uno sfrenato individualismo, per cui ognuno pensa per sé e pensa di raggiungere da solo certi risultati. Questo porta evidentemente a situazioni paradossali, come nei casi in cui i genitori fanno da schermo per evitare danni ai figli oppure essi stessi aggrediscono i professori».
In tanti lo hanno detto: manca il padre simbolico, cioè colui che fissa le regole e i limiti. «Il padre è l’autorevolezza, non voglio dire la parola autorità che oggi sembra sconcia, nella famiglia», spiega Zecchi. «Non dico che debba prendere le decisioni da solo, deve certo condividerle, ma il suo compito è cercare di portare una razionalità all’interno della famiglia: soprattutto il padre ha questa funzione. Nella scuola vale lo stesso con la figura dell’insegnante. Sento dire che la scuola educa, ma non è vero. La scuola non educa, deve insegnare. Ha un compito molto complesso, quello di insegnare e attraverso l’insegnamento far capire i modi di comportamento. A scuola non vengono insegnate le buone maniere: si prende semmai, dico per fare un esempio, una poesia di Pascoli e attraverso quella poesia si comincia anche a capire il mondo e a rispettare gli altri».
La mancanza del padre non è una banalità da psicologi: è un tema serissimo che trova conferma nella rinuncia dei docenti alle denunce e a un approccio più severo: sembra che l’autorità debba essere sempre smorzata.
Quanto alla mancanza di dialogo con gli adolescenti, Zecchi appare scettico. «Questo discorso lo sento fare in continuazione», dice. «Mi sembra una via di fuga e anche una specie di giustificazione. Non è che i ragazzi non vengano ascoltati, semmai i ragazzi non hanno intenzione di parlare. Oggi il mondo dei ragazzi è una specie di recinto chiuso da questa ipnotica visione del cellulare che sostituisce i discorsi. Non è che i genitori non ascoltano i figli, i figli non parlano con i genitori, questo è il problema. Questa retorica di dare la colpa sempre ai genitori perché non ascoltano è sociologistica, non riflette bene su ciò che accade. Io mi muovo a Milano con la metropolitana: non c’è una persona adulta, meno adulta, piccola, non piccola che non abbia in mano il cellulare. L’altro giorno sempre in metropolitana è arrivata una banda di ragazzini delle elementari, erano proprio piccoli: erano festosi, gridavano, scherzavano tra di loro, toccavano... Il cellulare non esisteva. Ma piano piano, andando avanti con l’età, tutto questo sparisce».
Forse allora bisogna pensare a limitazioni serie sull’uso della tecnologia, e ragionare sul rapporto che hanno con essa anche gli adulti, non solo i più piccoli. E poi c’è un altro tema enorme che non si può eludere: l’immigrazione.
«È un elemento di rottura di uno schema convenzionale, tradizionale», dice Zecchi. «Ormai dobbiamo abituarci a convivere con questa realtà e a scuola si fa molto per favorire l’integrazione. Che però resta una cosa, come dire, non naturale. Non voglio usare parole troppo dure ma è qualcosa fuori dalla naturalezza, a cui non c’è un’adeguata preparazione. L’integrazione in fondo è una violenza, è sradicare la persona dalla sua storia, dalla sua tradizione, dalla sua religione. Sono state tentate tante vie per l’integrazione: c’è quella inglese, c’è quella tedesca e c’è quella francese... Non ha funzionato nessuna delle tre».
Come si vede, le questioni sono stratificate e complesse, e tocca agire a più livelli. Ma una bussola, spiega Zecchi, l’abbiamo: «Non bisogna aver paura di sostenere l’autorità, di sostenere le figure paterne dentro la famiglia e gli insegnanti dentro la scuola».
Viene da dire che anche gli insegnanti, in questo senso, talvolta potrebbero offrire un maggiore contributo. Ai fini di difendere la presenza di una autorità non sembra molto utile evitare di denunciare chi picchia e bastona.
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Per Fausto Biloslavo l'attacco di Modena fatto da Salim El Koudri ricalca fedelmente la cosiddetta «tattica dei mille tagli», una strategia di terrore teorizzata dallo Stato Islamico e rilanciata anche di recente sulle sue riviste digitali. Un metodo che spinge lupi solitari e soggetti instabili a colpire nelle piazze europee usando armi di uso quotidiano, come automobili e coltelli da cucina. Ne è prova anche l'arresto eseguito a Reggio Emilia dell'ennesimo radicalizzato che progettava attacchi.