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2019-02-03
Il peso dei polli è salito del 400% dagli anni Cinquanta fino a oggi
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Chi ancora possiede una pentola della nonna nella quale si cucinavano il pollo o la verdura si sarà accorto che i prodotti acquistati oggi non ci stanno più perché sono diventati più grandi. Alla fine degli anni Cinquanta un pollastro della razza broiler pesava in media poco meno di un chilo, già nel 1978 il suo peso era raddoppiato e oggi sfiora anche i cinque chili. Il broiler, per la scienza Gallus gallus domesticus, è quello che comunemente viene allevato per il consumo di carne e che oggi ha quel peso dopo una crescita resa rapidissima, che va da quattro a 14 settimane.
Il fenomeno si manifesta anche per maiali, agnelli e bovini, ed è ovviamente frutto dell'opera umana in fatto di tecniche d'allevamento intensivo, disponibilità di farmaci (tra questi anche gli antibiotici) e naturalmente di un'attenta selezione di razze, specie e varietà.
Oltre agli animali la trasformazione ha riguardato ogni tipo di coltivazione come cereali, frutta e verdura. Abbiamo così una certezza: nulla di ciò che oggi alleviamo, coltiviamo e quindi mangiamo possiede il suo genoma originario. Non si tratta di ingegneria genetica, ma di un'opera cominciata agli albori dell'agricoltura con la scoperta dei vantaggi della rotazione tra cereali e maggese nel periodo Neolitico, ovvero all'immagazzinamento di semi che intorno alla metà dell'ottavo millennio avanti Cristo riguardò farro e legumi in una zona del pianeta che oggi identifichiamo con l'Iraq settentrionale, fin verso l'attuale Iran occidentale e l'Anatolia.
Le pitture e l'arte figurativa in genere, così come la letteratura, ci hanno permesso di risalire a come apparivano frutta e verdura migliaia di anni fa.
Le banane, per esempio, 7.000 anni orsono avevano all'interno almeno un centinaio di grandi semi, mentre la polpa era più morbida e dal sapore più delicato. Le melanzane erano grandi come le nostre arance, erano di colore giallastro oppure biancastro, con la polpa decisamente più morbida e spine lungo il fusto della pianta. Anche carote e mais sono cambiate nei secoli, così come il cocomero, che quasi 700 anni fa aveva la parte bianca sotto la buccia molto più spessa e presentava da sei a otto grossi spicchi interni di polpa rosea e non rosso acceso.
La trasformazione più impressionante riguarda il mais, che 7.000 anni prima di Cristo non aveva pannocchie, non raggiungeva i due centimetri di grandezza e, stando alle descrizioni letterarie, regalava un gusto simile a quello delle patate crude. Facendo un paragone, il mais oggi è oltre 1.000 volte più grande, più dolce e con i grani raggruppati in pannocchie.
Dunque ben prima dell'ingegneria genetica e degli Ogm a rendere gli ortaggi come sono oggi sono stati millenni di pazienti tentativi di miglioramento, l'adattamento climatico, quello geografico e naturalmente il grande aumento di consumo da parte dell'umanità con le sue preferenze. La chimica è venuta in aiuto di questa evoluzione soltanto da poco tempo con l'uso dei fertilizzanti azotati per le piante, che hanno fatto un'enorme differenza.
Abbiamo iniziato a usare sempre più massicciamente i fertilizzanti di sintesi dal secondo dopoguerra e contemporaneamente abbiamo migliorato i sistemi d'irrigazione. Una coltivazione potrebbe arrivare a convertire in biomassa fino al 20% dell'energia luminosa che riceve, se questa energia ha le giuste lunghezze d'onda, mentre invece la media delle coltivazioni è soltanto dell'1-3% perché acqua e sostanze nutrienti diventano il fattore limitante. Negli ultimi 50 anni abbiamo ottimizzato questi due elementi: l'acqua viene data quando la pianta ne ha più bisogno, mentre l'azoto viene somministrato spesso in eccesso, e questo rappresenta un problema per l'ambiente, ma non per la pianta, che in realtà prospera.
Nel caso degli animali la faccenda si complica poiché gli strumenti e le tecniche dell'allevamento stanno cambiando rapidamente e con loro variano anche gli obiettivi di molti programmi di miglioramento genetico. Sebbene vi siano poche prove dei limiti genetici diretti alla selezione di una specie per favorire la resa, se questa selezione è focalizzata in modo troppo ristretto possono verificarsi risultati indesiderati. Come nei bovini da latte, che hanno evidenziato cambiamenti genetici indesiderabili come la riduzione della fertilità, la maggiore incidenza di malattie e l'eccessiva sensibilità complessiva allo stress, nonostante una migliore nutrizione e gestione della loro esistenza.
Così la tendenza attuale è quella di controllare il sistema e il ciclo di vita degli animali valutando l'intera gamma di costi e benefici e privilegiando gli incroci e la selezione delle razze.
Sulla Luna mele più grandi e sane
Non è un caso se da anni a bordo della Stazione spaziale internazionale, e anche recentemente sulla sonda lunare cinese, si tenta, e si tenterà ancora, di coltivare diverse specie di vegetali. La ridotta gravità e una differente irradiazione di luce solare, con le diverse lunghezze d'onda della luce non filtrata dall'atmosfera, potrebbero eliminare caratteristiche delle coltivazioni che riteniamo limitanti, consentendoci un domani di ottenere piante migliori dal punto di vista nutrizionale e gustativo. Potremmo avere, per esempio, mele anche cinque volte più grandi e senza contaminanti, perché in determinate condizioni le piante infestanti non sopravviverebbero o smetterebbero di aggredire.
Questo è importante non soltanto per rendere migliore la vita nello spazio, se mai l'uomo riuscirà a colonizzare altri pianeti, ma soprattutto per le coltivazioni destinate alla popolazione terrestre da sfamare.
Gli esperimenti a bordo della Iss sono in corso dal 2013, quando 1.000 piante germinate in orbita erano successivamente state trasportate presso il dipartimento di botanica dell'università del Wisconsin, dove Simon Gilroy, professore di botanica, ha cominciato a effettuare studi per esplorare il controllo genetico delle proteine che hanno permesso alle piante di crescere in condizioni di microgravità. Gilroy allora disse: «La gravità è una forza pervasiva che influenza l'intero ambito della biologia. Le piante nello spazio diventano pigre e crescono più lunghe e sottili e non sviluppano materiali resistenti, come succede alle persone che nello spazio perdono massa ossea, perché non gli è necessaria a sostenere il peso del corpo».
Si è infatti scoperto che la crescita vegetale in condizioni di gravità minima limita la formazione di lignina, un polimero componente del legno che permette funzioni essenziali alla vita delle piante perché, tra le altre cose, favorisce il trasporto interno di acqua e nutrienti, conferisce rigidezza alle pareti dei fusti perché connette le diverse cellule con le quali si forma il legno e crea uno scudo contro i microrganismi distruttivi.
Uno dei elementi che più interessano gli scienziati è comprendere le basi genetiche che determinano un fenomeno noto a chi lavora con le piante: quando queste crescono senza l'influenza di stress meccanici, che si tratti di vento, pioggia o altri elementi di disturbo, sono molto più soggette all'attacco degli insetti infestanti e non divengono particolarmente robuste.
Spiega Gilroy: «Se invece ci rechiamo in una serra terrestre e scuotiamo le piante noteremo che crescono molto più compatte e forti, oltre che resistenti allo stress. Anzi, sono anche più resistenti alle patologie tipiche degli organismi vegetali». Questo ha fatto comprendere ai ricercatori che la gravità è coinvolta anche nella difesa delle piante da elementi patogeni: potrebbe essere questo il motivo per cui, nello spazio, queste sono più suscettibili alle malattie.
Comprendere a fondo questi meccanismi potrebbe aiutarci nella battaglia senza fine contro le malattie dei vegetali, permettendoci di ottenere coltivazioni più resistenti. Più complicato, ovviamente, è pensare ad allevamenti di animali in orbita, per cui nasce pure una questione etica da superare, anche se c'è chi ha già pensato a specie commestibili con un volume tra polpa e ossa eccezionalmente favorevole al consumo. Quanto al sapore, ancora non ne sappiamo abbastanza.
Quando l'Europa raddrizzò i cetrioli
Sembrava una leggenda quella della curvatura dei cetrioli euro-compatibili, e invece la direttiva numero 1677 del 1988, in vigore fino al 2008, stabiliva che per essere vendibile l'euro-cetriolo dovesse avere una curvatura massima di un centimetro ogni dieci di lunghezza, rendendo il goniometro un attrezzo indispensabile per i contadini. Simili parametri erano legge anche per albicocche, zucchine, funghi, nocciole, porri, piselli, cipolle e altre varietà di frutta e verdura. Finché, nel 2008, l'allora commissario all'agricoltura, la danese Mariann Fischer Boel, annunciò: «È cominciata una nuova era per i cetrioli storti e le carote nodulose». E fu la liberazione per gli ortaggi, ma non ancora per le nostre arance e neppure per le mele, che il Regolamento 543 del 2011 (163 pagine esclusi gli emendamenti), definisce tali e di categoria “extra" soltanto se hanno il 75% della superficie totale rossa per le mele tipo A, 5% per le B e 33,3% per le C (e vorremmo vedere chi e come lo calcola, quello 0.3%). Ma questo solo per la categoria “extra", perché tanto per semplificare, le altre mele meno pregiate hanno percentuali differenti. Quanto alle dimensioni, le extra devono avere almeno 6 centimetri di diametro o pesare almeno 90 grammi. E in ciascuna cassetta, la differenza di calibro tra i frutti non deve superare i 5 mm, i frutti non devono presentare macchie, oppure per l'Ue non sono mele extra. Ogni frutto ha misure e caratteristiche di riferimento differenti: 4,5 centimetri di diametro minimo per limoni e mandarini, 5,3 centimetri per le arance, 3,5 centimetri per le clementine (altrimenti non si sa che cosa siano), e così via. Per i pomodori gli eurocrati si sono affidati invece a un teorema di geometria. Per ovviare alla difficoltà di definirli tali considerando i piccoli ciliegini ma anche i grossi cuore di bue, la legge dice: «il calibro è determinato dal diametro massimo della sezione equatoriale all'asse del frutto (...)». Tutto perché, dicono a Bruxelles, meglio tutelare i consumatori. Ma una cosa sono le regole di coltivazione e i limiti all'uso della chimica, che affliggono la sostanza, ben altro è la forma, che in tempi di recessione non dovrebbe essere un problema.
543del2011.pdf
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L'uomo modifica e seleziona frutta, verdura e animali da allevamento ben prima di scoprire chimica e Ogm. Nell'antichità, il mais era alto due centimetri e senza spighe. Le angurie avevano spicchi e polpa rosea.Gli esperimenti agricoli cinesi nello spazio servono per testare nuove tecniche da usare sulla Terra. Senza gravità spariscono pure piante infestanti e contaminanti.Sembrava una leggenda quella della curvatura dei cetrioli euro-compatibili, e invece la direttiva numero 1677 del 1988, in vigore fino al 2008, stabiliva che per essere vendibile l'euro-cetriolo dovesse avere una curvatura massima di un centimetro.Lo speciale contiene tre articoli.Chi ancora possiede una pentola della nonna nella quale si cucinavano il pollo o la verdura si sarà accorto che i prodotti acquistati oggi non ci stanno più perché sono diventati più grandi. Alla fine degli anni Cinquanta un pollastro della razza broiler pesava in media poco meno di un chilo, già nel 1978 il suo peso era raddoppiato e oggi sfiora anche i cinque chili. Il broiler, per la scienza Gallus gallus domesticus, è quello che comunemente viene allevato per il consumo di carne e che oggi ha quel peso dopo una crescita resa rapidissima, che va da quattro a 14 settimane.Il fenomeno si manifesta anche per maiali, agnelli e bovini, ed è ovviamente frutto dell'opera umana in fatto di tecniche d'allevamento intensivo, disponibilità di farmaci (tra questi anche gli antibiotici) e naturalmente di un'attenta selezione di razze, specie e varietà.Oltre agli animali la trasformazione ha riguardato ogni tipo di coltivazione come cereali, frutta e verdura. Abbiamo così una certezza: nulla di ciò che oggi alleviamo, coltiviamo e quindi mangiamo possiede il suo genoma originario. Non si tratta di ingegneria genetica, ma di un'opera cominciata agli albori dell'agricoltura con la scoperta dei vantaggi della rotazione tra cereali e maggese nel periodo Neolitico, ovvero all'immagazzinamento di semi che intorno alla metà dell'ottavo millennio avanti Cristo riguardò farro e legumi in una zona del pianeta che oggi identifichiamo con l'Iraq settentrionale, fin verso l'attuale Iran occidentale e l'Anatolia.Le pitture e l'arte figurativa in genere, così come la letteratura, ci hanno permesso di risalire a come apparivano frutta e verdura migliaia di anni fa.Le banane, per esempio, 7.000 anni orsono avevano all'interno almeno un centinaio di grandi semi, mentre la polpa era più morbida e dal sapore più delicato. Le melanzane erano grandi come le nostre arance, erano di colore giallastro oppure biancastro, con la polpa decisamente più morbida e spine lungo il fusto della pianta. Anche carote e mais sono cambiate nei secoli, così come il cocomero, che quasi 700 anni fa aveva la parte bianca sotto la buccia molto più spessa e presentava da sei a otto grossi spicchi interni di polpa rosea e non rosso acceso.La trasformazione più impressionante riguarda il mais, che 7.000 anni prima di Cristo non aveva pannocchie, non raggiungeva i due centimetri di grandezza e, stando alle descrizioni letterarie, regalava un gusto simile a quello delle patate crude. Facendo un paragone, il mais oggi è oltre 1.000 volte più grande, più dolce e con i grani raggruppati in pannocchie. Dunque ben prima dell'ingegneria genetica e degli Ogm a rendere gli ortaggi come sono oggi sono stati millenni di pazienti tentativi di miglioramento, l'adattamento climatico, quello geografico e naturalmente il grande aumento di consumo da parte dell'umanità con le sue preferenze. La chimica è venuta in aiuto di questa evoluzione soltanto da poco tempo con l'uso dei fertilizzanti azotati per le piante, che hanno fatto un'enorme differenza. Abbiamo iniziato a usare sempre più massicciamente i fertilizzanti di sintesi dal secondo dopoguerra e contemporaneamente abbiamo migliorato i sistemi d'irrigazione. Una coltivazione potrebbe arrivare a convertire in biomassa fino al 20% dell'energia luminosa che riceve, se questa energia ha le giuste lunghezze d'onda, mentre invece la media delle coltivazioni è soltanto dell'1-3% perché acqua e sostanze nutrienti diventano il fattore limitante. Negli ultimi 50 anni abbiamo ottimizzato questi due elementi: l'acqua viene data quando la pianta ne ha più bisogno, mentre l'azoto viene somministrato spesso in eccesso, e questo rappresenta un problema per l'ambiente, ma non per la pianta, che in realtà prospera.Nel caso degli animali la faccenda si complica poiché gli strumenti e le tecniche dell'allevamento stanno cambiando rapidamente e con loro variano anche gli obiettivi di molti programmi di miglioramento genetico. Sebbene vi siano poche prove dei limiti genetici diretti alla selezione di una specie per favorire la resa, se questa selezione è focalizzata in modo troppo ristretto possono verificarsi risultati indesiderati. Come nei bovini da latte, che hanno evidenziato cambiamenti genetici indesiderabili come la riduzione della fertilità, la maggiore incidenza di malattie e l'eccessiva sensibilità complessiva allo stress, nonostante una migliore nutrizione e gestione della loro esistenza. Così la tendenza attuale è quella di controllare il sistema e il ciclo di vita degli animali valutando l'intera gamma di costi e benefici e privilegiando gli incroci e la selezione delle razze.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-peso-dei-polli-e-salito-del-400-dagli-anni-cinquanta-fino-a-oggi-2627814068.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sulla-luna-mele-piu-grandi-e-sane" data-post-id="2627814068" data-published-at="1780414084" data-use-pagination="False"> Sulla Luna mele più grandi e sane Non è un caso se da anni a bordo della Stazione spaziale internazionale, e anche recentemente sulla sonda lunare cinese, si tenta, e si tenterà ancora, di coltivare diverse specie di vegetali. La ridotta gravità e una differente irradiazione di luce solare, con le diverse lunghezze d'onda della luce non filtrata dall'atmosfera, potrebbero eliminare caratteristiche delle coltivazioni che riteniamo limitanti, consentendoci un domani di ottenere piante migliori dal punto di vista nutrizionale e gustativo. Potremmo avere, per esempio, mele anche cinque volte più grandi e senza contaminanti, perché in determinate condizioni le piante infestanti non sopravviverebbero o smetterebbero di aggredire. Questo è importante non soltanto per rendere migliore la vita nello spazio, se mai l'uomo riuscirà a colonizzare altri pianeti, ma soprattutto per le coltivazioni destinate alla popolazione terrestre da sfamare. Gli esperimenti a bordo della Iss sono in corso dal 2013, quando 1.000 piante germinate in orbita erano successivamente state trasportate presso il dipartimento di botanica dell'università del Wisconsin, dove Simon Gilroy, professore di botanica, ha cominciato a effettuare studi per esplorare il controllo genetico delle proteine che hanno permesso alle piante di crescere in condizioni di microgravità. Gilroy allora disse: «La gravità è una forza pervasiva che influenza l'intero ambito della biologia. Le piante nello spazio diventano pigre e crescono più lunghe e sottili e non sviluppano materiali resistenti, come succede alle persone che nello spazio perdono massa ossea, perché non gli è necessaria a sostenere il peso del corpo». Si è infatti scoperto che la crescita vegetale in condizioni di gravità minima limita la formazione di lignina, un polimero componente del legno che permette funzioni essenziali alla vita delle piante perché, tra le altre cose, favorisce il trasporto interno di acqua e nutrienti, conferisce rigidezza alle pareti dei fusti perché connette le diverse cellule con le quali si forma il legno e crea uno scudo contro i microrganismi distruttivi. Uno dei elementi che più interessano gli scienziati è comprendere le basi genetiche che determinano un fenomeno noto a chi lavora con le piante: quando queste crescono senza l'influenza di stress meccanici, che si tratti di vento, pioggia o altri elementi di disturbo, sono molto più soggette all'attacco degli insetti infestanti e non divengono particolarmente robuste. Spiega Gilroy: «Se invece ci rechiamo in una serra terrestre e scuotiamo le piante noteremo che crescono molto più compatte e forti, oltre che resistenti allo stress. Anzi, sono anche più resistenti alle patologie tipiche degli organismi vegetali». Questo ha fatto comprendere ai ricercatori che la gravità è coinvolta anche nella difesa delle piante da elementi patogeni: potrebbe essere questo il motivo per cui, nello spazio, queste sono più suscettibili alle malattie. Comprendere a fondo questi meccanismi potrebbe aiutarci nella battaglia senza fine contro le malattie dei vegetali, permettendoci di ottenere coltivazioni più resistenti. Più complicato, ovviamente, è pensare ad allevamenti di animali in orbita, per cui nasce pure una questione etica da superare, anche se c'è chi ha già pensato a specie commestibili con un volume tra polpa e ossa eccezionalmente favorevole al consumo. Quanto al sapore, ancora non ne sappiamo abbastanza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-peso-dei-polli-e-salito-del-400-dagli-anni-cinquanta-fino-a-oggi-2627814068.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quando-l-europa-raddrizzo-i-cetrioli" data-post-id="2627814068" data-published-at="1780414084" data-use-pagination="False"> Quando l'Europa raddrizzò i cetrioli Sembrava una leggenda quella della curvatura dei cetrioli euro-compatibili, e invece la direttiva numero 1677 del 1988, in vigore fino al 2008, stabiliva che per essere vendibile l'euro-cetriolo dovesse avere una curvatura massima di un centimetro ogni dieci di lunghezza, rendendo il goniometro un attrezzo indispensabile per i contadini. Simili parametri erano legge anche per albicocche, zucchine, funghi, nocciole, porri, piselli, cipolle e altre varietà di frutta e verdura. Finché, nel 2008, l'allora commissario all'agricoltura, la danese Mariann Fischer Boel, annunciò: «È cominciata una nuova era per i cetrioli storti e le carote nodulose». E fu la liberazione per gli ortaggi, ma non ancora per le nostre arance e neppure per le mele, che il Regolamento 543 del 2011 (163 pagine esclusi gli emendamenti), definisce tali e di categoria “extra" soltanto se hanno il 75% della superficie totale rossa per le mele tipo A, 5% per le B e 33,3% per le C (e vorremmo vedere chi e come lo calcola, quello 0.3%). Ma questo solo per la categoria “extra", perché tanto per semplificare, le altre mele meno pregiate hanno percentuali differenti. Quanto alle dimensioni, le extra devono avere almeno 6 centimetri di diametro o pesare almeno 90 grammi. E in ciascuna cassetta, la differenza di calibro tra i frutti non deve superare i 5 mm, i frutti non devono presentare macchie, oppure per l'Ue non sono mele extra. Ogni frutto ha misure e caratteristiche di riferimento differenti: 4,5 centimetri di diametro minimo per limoni e mandarini, 5,3 centimetri per le arance, 3,5 centimetri per le clementine (altrimenti non si sa che cosa siano), e così via. Per i pomodori gli eurocrati si sono affidati invece a un teorema di geometria. Per ovviare alla difficoltà di definirli tali considerando i piccoli ciliegini ma anche i grossi cuore di bue, la legge dice: «il calibro è determinato dal diametro massimo della sezione equatoriale all'asse del frutto (...)». Tutto perché, dicono a Bruxelles, meglio tutelare i consumatori. Ma una cosa sono le regole di coltivazione e i limiti all'uso della chimica, che affliggono la sostanza, ben altro è la forma, che in tempi di recessione non dovrebbe essere un problema. 543del2011.pdf
Elly Schlein (Ansa)
E così, domani, alle ore 11, la Schlein presenterà, all’interno della sede del Partito democratico, una proposta di legge per garantire il diritto dei giovani a rimanere nelle comunità in cui sono nati e vorrebbero crescere. Un progetto concreto che prevede «un potenziamento salariale di 200 euro lordi al mese, quindi 2.400 euro l’anno, a tutti i lavoratori e nei confronti delle imprese che però adottano il contratto comparativamente più rappresentativo», come ha spiegato l’onorevole Marco Sarracino, che fa parte della segreteria nazionale del Pd con delega al Sud e alle aree interne.
Solitamente si dice che piuttosto che niente è meglio piuttosto. Tuttavia, colpisce che, per il Partito democratico, il diritto di restare valga così poco, soprattutto se lo paragoniamo a quanto si spende per i migranti, coloro che invece hanno deciso di non restare nella loro nazione di origine, che ora si trovano nel nostro Paese. E che, molto spesso, non avrebbero alcun diritto di restare qui.
Il costo medio per straniero presente nei centri di accoglienza varia infatti da un minimo di 24,65 euro a un massimo di 46,43 euro al giorno, a seconda della struttura che lo ospita. Questa cifra comprende anche il cosiddetto pocket money che viene concesso agli stranieri presenti nei centri: 2,50 euro al giorno, che però possono diventare anche 7,50 per nucleo familiare. Prendiamo il costo al ribasso: un migrante costa circa 739,50 euro al mese allo Stato. Se invece consideriamo quello più alto, la cifra aumenta parecchio: 1392,90 euro. Quasi il doppio. E ben al di sopra dei 200 euro (lordi, non dimentichiamolo) proposti dal Partito democratico per far sì che i giovani non lascino i comuni in cui sono nati e cresciuti. Ma non solo.
Lo scorso mese è montata una grande polemica politica sul compenso, circa 615 euro, che il governo aveva previsto per gli avvocati che avrebbero aiutato i migranti a fare le pratiche per tornare nei loro Paesi d’origine. All’epoca il Partito democratico si stracciò le vesti. Il Quirinale fece filtrare la propria irritazione e il provvedimento venne fermato. Eppure quella proposta aveva una sua ragion d’essere. Sia perché comunque gli avvocati devono sbrigare delle pratiche per i migranti che desiderano tornare nei loro Paesi d’origine e quindi è giusto che vengano pagati. Sia perché comunque, nel caso in cui il cittadino straniero decidesse di tornare a casa, lo Stato risparmierebbe almeno 100 euro al mese. O addirittura più di 700 nel caso in cui si trovasse in una delle strutture più costose. Un risparmio non da poco, che si sarebbe potuto impiegare, per esempio, per aiutare maggiormente i giovani italiani che desiderano rimanere là dove sono nati.
Ma non è così che ragiona il Pd, il cui slogan potrebbe essere: aiutiamo gli stranieri a casa nostra. Come se tutto ciò non avesse alcun impatto sulle casse del nostro Paese. Come se gli italiani fossero costretti a restare, sempre e comunque, al secondo posto.
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Diffuse le immagini registrate dalle bodycam degli agenti intervenuti a Southampton nel dicembre 2025. Il giovane, ferito mortalmente, ripete più volte di non riuscire a respirare prima di morire. Nel Regno Unito esplode il dibattito sul diverso trattamento riservato a casi che presentano inquietanti analogie.
Le immagini diffuse che ritraggono la scena dell'arresto e poi della morte di Henry Nowak sono particolarmente forti e agghiaccianti. Nel filmato, registrato dalle telecamere in dotazione agli agenti intervenuti sul posto e diffuso dopo la conclusione del processo, il ragazzo appare gravemente ferito mentre cerca di spiegare di essere stato accoltellato. Più volte ripete: «I can't breathe», «non riesco a respirare». Nonostante le sue condizioni, viene inizialmente trattato come un sospetto e ammanettato dagli agenti, che in quei momenti ritengono attendibile la versione fornita dal suo aggressore.
Sono immagini che hanno immediatamente e inevitabilmente richiamato alla memoria il caso di George Floyd, morto a Minneapolis nel 2020. Anche allora le parole «I can't breathe» divennero il simbolo di una vicenda destinata ad avere un impatto mondiale, alimentando proteste, mobilitazioni e la crescita del movimento Black Lives Matter.
La diffusione del video di Henry Nowak ha quindi riaperto nel Regno Unito, e non solo, una discussione molto diversa ma ugualmente accesa. Esponenti politici e commentatori conservatori sostengono che il caso abbia ricevuto un'attenzione pubblica e mediatica incomparabilmente inferiore rispetto a quella riservata alla morte di Floyd, nonostante le evidenti analogie presenti nelle immagini. Tra le voci più critiche c'è quella di Nigel Farage, che ha denunciato l'esistenza di un doppio standard nel modo in cui episodi di questo tipo vengono raccontati e percepiti dall'opinione pubblica. Il caso resta al centro delle polemiche anche per il comportamento degli agenti intervenuti quella notte. La famiglia di Nowak accusa infatti la polizia di non aver compreso immediatamente che il ragazzo fosse la vittima dell'aggressione e non il responsabile. Una circostanza che rende ancora più drammatiche le immagini diffuse in queste ore e che continua ad alimentare il dibattito nel Paese.
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Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Imagoeconomica)
È una discussione, ha evidenziato, che «affronteremo insieme a tutti gli alleati». Un buon campanello d’allarme per i contribuenti mentre con il 1° giugno si è entrati in uno dei mesi topici per gli appuntamenti degli italiani con il fisco. La data più prossima è il 16 che riguarda il versamento dell’acconto Imu l’imposta sulle seconde e terze abitazioni, perchè la prima casa è esentata grazie all’intuizione di Silvio Berlusconi e alla radicata posizione di tutto il centrodestra. A questa prima rata seguirà il saldo a dicembre. Una tassa che vede l’applicazione delle aliquote più alte proprio nei Comuni di centrosinistra. Stessa musica anche per le addizionali comunali sul’Irpef.
Seconda scadenza da tenere d’occhio, il 30 giugno, entro la quale bisogna versare appunto il saldo delle imposte sui redditi del 2025 e il primo acconto del 2026. Con una penalizzazione dello 0,4%, il pagamento della prima rata può essere dilazionato al 30 luglio. Tutto questo senza contare che entro il 1° giugno andavano registrati i contratti di locazioni e versata la relativa imposta di registro. Il 30 giugno scade anche il termine per collegare il Pos al registratore di cassa, una novità che sta dando ottimi risultati anti evasione. Intanto dal 30 aprile ad oggi, oltre 4 milioni di contribuenti hanno già effettuato l’accesso alla dichiarazione precompilata dei loro redditi resa consultabile dall’Agenzia delle Entrate. Anche se sono oltre 11 milioni gli italiani che non fanno il 730, la scadenza è certamente impegnativa per gran parte del Paese. Tra coloro che pagano l’Irpef, il 76,6% ha redditi tra zero e 35.000 euro e paga il 34,9% del totale, il 18,6% tra 35.000 e 70.000 e versa il 32,1%, il 4,6% tra 70.000 e 300.000 euro versa il 26,4% e l’ultimo scaglione, lo 0,2% si colloca oltre 300.000 euro e paga il 6,6%.
Numerose sono le differenze non solo tra le varie categorie e tra scaglioni di reddito - come è logico - ma se guardiamo alle addizionali comunali anche il dato territoriale rappresenta un elemento di differenziazione importante. E anche qui, tra le situazioni di spicco, si notano importanti amministrazioni di centrosinistra. Un recentissimo dossier della Uil sulle politiche fiscali, ha preso in esame due situazioni reddituali: quelle con di 20.000 euro l’anno e quelle con 40.000 euro. Emerge un dato paradossale: i capoluoghi con l’addizionale comunale più alta si trovano prevalentemente al Centro Sud e sono governati dal centrosinistra. La città con l’addizionale comunale più alta è Napoli: 607 euro per un reddito di 20.000 euro e 1.220 euro per un reddito di 40.000. Questa classifica del più alto prelievo vede al secondo posto Roma (556 euro con 20.000 euro e 1.150 con 40.000) seguita da Torino (544 euro e 1.120 euro).
Il centrosinistra fa il pieno di imposte anche per l’Imu. Roma, Milano e Potenza, tutte amministrate dal centrosinistra applicano l’aliquota massima consentita dalla legge pari all’11,4 per mille. Ben 16 capoluoghi su 21, tra cui Torino, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Genova, applicano la fascia standard alta, pari al 10,6 per mille. Naturalmente il costo dell’Imu tiene conto oltre che delle aliquote, del valore catastale delle seconde case e questo spiega una ulteriore differenziazione tra le città più grandi e quelle più piccole e tra Nord e Sud. In base a questa valutazione il costo medio annuo dell’Imu è di 3.499 a Roma (che è di gran lunga la città con l’Imu più cara d’Italia) segue Milano con 2.957 euro, poi Venezia dove pesa il valore degli immobili lagunari con 2.335 euro. Poi in sequenza Torino (1984 euro), Firenze (1.973 euro), Bologna (1.860 euro), Genova (1.410 euro) e Napoli (1.350).
Guardando nello specifico, all’acconto Imu di giugno, Roma si aggiudica il primo posto con una media di versamento di 1.749 euro seguita da Milano (1.479) e da Venezia (1.168 euro).
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