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2019-02-03
Il peso dei polli è salito del 400% dagli anni Cinquanta fino a oggi
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Chi ancora possiede una pentola della nonna nella quale si cucinavano il pollo o la verdura si sarà accorto che i prodotti acquistati oggi non ci stanno più perché sono diventati più grandi. Alla fine degli anni Cinquanta un pollastro della razza broiler pesava in media poco meno di un chilo, già nel 1978 il suo peso era raddoppiato e oggi sfiora anche i cinque chili. Il broiler, per la scienza Gallus gallus domesticus, è quello che comunemente viene allevato per il consumo di carne e che oggi ha quel peso dopo una crescita resa rapidissima, che va da quattro a 14 settimane.
Il fenomeno si manifesta anche per maiali, agnelli e bovini, ed è ovviamente frutto dell'opera umana in fatto di tecniche d'allevamento intensivo, disponibilità di farmaci (tra questi anche gli antibiotici) e naturalmente di un'attenta selezione di razze, specie e varietà.
Oltre agli animali la trasformazione ha riguardato ogni tipo di coltivazione come cereali, frutta e verdura. Abbiamo così una certezza: nulla di ciò che oggi alleviamo, coltiviamo e quindi mangiamo possiede il suo genoma originario. Non si tratta di ingegneria genetica, ma di un'opera cominciata agli albori dell'agricoltura con la scoperta dei vantaggi della rotazione tra cereali e maggese nel periodo Neolitico, ovvero all'immagazzinamento di semi che intorno alla metà dell'ottavo millennio avanti Cristo riguardò farro e legumi in una zona del pianeta che oggi identifichiamo con l'Iraq settentrionale, fin verso l'attuale Iran occidentale e l'Anatolia.
Le pitture e l'arte figurativa in genere, così come la letteratura, ci hanno permesso di risalire a come apparivano frutta e verdura migliaia di anni fa.
Le banane, per esempio, 7.000 anni orsono avevano all'interno almeno un centinaio di grandi semi, mentre la polpa era più morbida e dal sapore più delicato. Le melanzane erano grandi come le nostre arance, erano di colore giallastro oppure biancastro, con la polpa decisamente più morbida e spine lungo il fusto della pianta. Anche carote e mais sono cambiate nei secoli, così come il cocomero, che quasi 700 anni fa aveva la parte bianca sotto la buccia molto più spessa e presentava da sei a otto grossi spicchi interni di polpa rosea e non rosso acceso.
La trasformazione più impressionante riguarda il mais, che 7.000 anni prima di Cristo non aveva pannocchie, non raggiungeva i due centimetri di grandezza e, stando alle descrizioni letterarie, regalava un gusto simile a quello delle patate crude. Facendo un paragone, il mais oggi è oltre 1.000 volte più grande, più dolce e con i grani raggruppati in pannocchie.
Dunque ben prima dell'ingegneria genetica e degli Ogm a rendere gli ortaggi come sono oggi sono stati millenni di pazienti tentativi di miglioramento, l'adattamento climatico, quello geografico e naturalmente il grande aumento di consumo da parte dell'umanità con le sue preferenze. La chimica è venuta in aiuto di questa evoluzione soltanto da poco tempo con l'uso dei fertilizzanti azotati per le piante, che hanno fatto un'enorme differenza.
Abbiamo iniziato a usare sempre più massicciamente i fertilizzanti di sintesi dal secondo dopoguerra e contemporaneamente abbiamo migliorato i sistemi d'irrigazione. Una coltivazione potrebbe arrivare a convertire in biomassa fino al 20% dell'energia luminosa che riceve, se questa energia ha le giuste lunghezze d'onda, mentre invece la media delle coltivazioni è soltanto dell'1-3% perché acqua e sostanze nutrienti diventano il fattore limitante. Negli ultimi 50 anni abbiamo ottimizzato questi due elementi: l'acqua viene data quando la pianta ne ha più bisogno, mentre l'azoto viene somministrato spesso in eccesso, e questo rappresenta un problema per l'ambiente, ma non per la pianta, che in realtà prospera.
Nel caso degli animali la faccenda si complica poiché gli strumenti e le tecniche dell'allevamento stanno cambiando rapidamente e con loro variano anche gli obiettivi di molti programmi di miglioramento genetico. Sebbene vi siano poche prove dei limiti genetici diretti alla selezione di una specie per favorire la resa, se questa selezione è focalizzata in modo troppo ristretto possono verificarsi risultati indesiderati. Come nei bovini da latte, che hanno evidenziato cambiamenti genetici indesiderabili come la riduzione della fertilità, la maggiore incidenza di malattie e l'eccessiva sensibilità complessiva allo stress, nonostante una migliore nutrizione e gestione della loro esistenza.
Così la tendenza attuale è quella di controllare il sistema e il ciclo di vita degli animali valutando l'intera gamma di costi e benefici e privilegiando gli incroci e la selezione delle razze.
Sulla Luna mele più grandi e sane
Non è un caso se da anni a bordo della Stazione spaziale internazionale, e anche recentemente sulla sonda lunare cinese, si tenta, e si tenterà ancora, di coltivare diverse specie di vegetali. La ridotta gravità e una differente irradiazione di luce solare, con le diverse lunghezze d'onda della luce non filtrata dall'atmosfera, potrebbero eliminare caratteristiche delle coltivazioni che riteniamo limitanti, consentendoci un domani di ottenere piante migliori dal punto di vista nutrizionale e gustativo. Potremmo avere, per esempio, mele anche cinque volte più grandi e senza contaminanti, perché in determinate condizioni le piante infestanti non sopravviverebbero o smetterebbero di aggredire.
Questo è importante non soltanto per rendere migliore la vita nello spazio, se mai l'uomo riuscirà a colonizzare altri pianeti, ma soprattutto per le coltivazioni destinate alla popolazione terrestre da sfamare.
Gli esperimenti a bordo della Iss sono in corso dal 2013, quando 1.000 piante germinate in orbita erano successivamente state trasportate presso il dipartimento di botanica dell'università del Wisconsin, dove Simon Gilroy, professore di botanica, ha cominciato a effettuare studi per esplorare il controllo genetico delle proteine che hanno permesso alle piante di crescere in condizioni di microgravità. Gilroy allora disse: «La gravità è una forza pervasiva che influenza l'intero ambito della biologia. Le piante nello spazio diventano pigre e crescono più lunghe e sottili e non sviluppano materiali resistenti, come succede alle persone che nello spazio perdono massa ossea, perché non gli è necessaria a sostenere il peso del corpo».
Si è infatti scoperto che la crescita vegetale in condizioni di gravità minima limita la formazione di lignina, un polimero componente del legno che permette funzioni essenziali alla vita delle piante perché, tra le altre cose, favorisce il trasporto interno di acqua e nutrienti, conferisce rigidezza alle pareti dei fusti perché connette le diverse cellule con le quali si forma il legno e crea uno scudo contro i microrganismi distruttivi.
Uno dei elementi che più interessano gli scienziati è comprendere le basi genetiche che determinano un fenomeno noto a chi lavora con le piante: quando queste crescono senza l'influenza di stress meccanici, che si tratti di vento, pioggia o altri elementi di disturbo, sono molto più soggette all'attacco degli insetti infestanti e non divengono particolarmente robuste.
Spiega Gilroy: «Se invece ci rechiamo in una serra terrestre e scuotiamo le piante noteremo che crescono molto più compatte e forti, oltre che resistenti allo stress. Anzi, sono anche più resistenti alle patologie tipiche degli organismi vegetali». Questo ha fatto comprendere ai ricercatori che la gravità è coinvolta anche nella difesa delle piante da elementi patogeni: potrebbe essere questo il motivo per cui, nello spazio, queste sono più suscettibili alle malattie.
Comprendere a fondo questi meccanismi potrebbe aiutarci nella battaglia senza fine contro le malattie dei vegetali, permettendoci di ottenere coltivazioni più resistenti. Più complicato, ovviamente, è pensare ad allevamenti di animali in orbita, per cui nasce pure una questione etica da superare, anche se c'è chi ha già pensato a specie commestibili con un volume tra polpa e ossa eccezionalmente favorevole al consumo. Quanto al sapore, ancora non ne sappiamo abbastanza.
Quando l'Europa raddrizzò i cetrioli
Sembrava una leggenda quella della curvatura dei cetrioli euro-compatibili, e invece la direttiva numero 1677 del 1988, in vigore fino al 2008, stabiliva che per essere vendibile l'euro-cetriolo dovesse avere una curvatura massima di un centimetro ogni dieci di lunghezza, rendendo il goniometro un attrezzo indispensabile per i contadini. Simili parametri erano legge anche per albicocche, zucchine, funghi, nocciole, porri, piselli, cipolle e altre varietà di frutta e verdura. Finché, nel 2008, l'allora commissario all'agricoltura, la danese Mariann Fischer Boel, annunciò: «È cominciata una nuova era per i cetrioli storti e le carote nodulose». E fu la liberazione per gli ortaggi, ma non ancora per le nostre arance e neppure per le mele, che il Regolamento 543 del 2011 (163 pagine esclusi gli emendamenti), definisce tali e di categoria “extra" soltanto se hanno il 75% della superficie totale rossa per le mele tipo A, 5% per le B e 33,3% per le C (e vorremmo vedere chi e come lo calcola, quello 0.3%). Ma questo solo per la categoria “extra", perché tanto per semplificare, le altre mele meno pregiate hanno percentuali differenti. Quanto alle dimensioni, le extra devono avere almeno 6 centimetri di diametro o pesare almeno 90 grammi. E in ciascuna cassetta, la differenza di calibro tra i frutti non deve superare i 5 mm, i frutti non devono presentare macchie, oppure per l'Ue non sono mele extra. Ogni frutto ha misure e caratteristiche di riferimento differenti: 4,5 centimetri di diametro minimo per limoni e mandarini, 5,3 centimetri per le arance, 3,5 centimetri per le clementine (altrimenti non si sa che cosa siano), e così via. Per i pomodori gli eurocrati si sono affidati invece a un teorema di geometria. Per ovviare alla difficoltà di definirli tali considerando i piccoli ciliegini ma anche i grossi cuore di bue, la legge dice: «il calibro è determinato dal diametro massimo della sezione equatoriale all'asse del frutto (...)». Tutto perché, dicono a Bruxelles, meglio tutelare i consumatori. Ma una cosa sono le regole di coltivazione e i limiti all'uso della chimica, che affliggono la sostanza, ben altro è la forma, che in tempi di recessione non dovrebbe essere un problema.
543del2011.pdf
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L'uomo modifica e seleziona frutta, verdura e animali da allevamento ben prima di scoprire chimica e Ogm. Nell'antichità, il mais era alto due centimetri e senza spighe. Le angurie avevano spicchi e polpa rosea.Gli esperimenti agricoli cinesi nello spazio servono per testare nuove tecniche da usare sulla Terra. Senza gravità spariscono pure piante infestanti e contaminanti.Sembrava una leggenda quella della curvatura dei cetrioli euro-compatibili, e invece la direttiva numero 1677 del 1988, in vigore fino al 2008, stabiliva che per essere vendibile l'euro-cetriolo dovesse avere una curvatura massima di un centimetro.Lo speciale contiene tre articoli.Chi ancora possiede una pentola della nonna nella quale si cucinavano il pollo o la verdura si sarà accorto che i prodotti acquistati oggi non ci stanno più perché sono diventati più grandi. Alla fine degli anni Cinquanta un pollastro della razza broiler pesava in media poco meno di un chilo, già nel 1978 il suo peso era raddoppiato e oggi sfiora anche i cinque chili. Il broiler, per la scienza Gallus gallus domesticus, è quello che comunemente viene allevato per il consumo di carne e che oggi ha quel peso dopo una crescita resa rapidissima, che va da quattro a 14 settimane.Il fenomeno si manifesta anche per maiali, agnelli e bovini, ed è ovviamente frutto dell'opera umana in fatto di tecniche d'allevamento intensivo, disponibilità di farmaci (tra questi anche gli antibiotici) e naturalmente di un'attenta selezione di razze, specie e varietà.Oltre agli animali la trasformazione ha riguardato ogni tipo di coltivazione come cereali, frutta e verdura. Abbiamo così una certezza: nulla di ciò che oggi alleviamo, coltiviamo e quindi mangiamo possiede il suo genoma originario. Non si tratta di ingegneria genetica, ma di un'opera cominciata agli albori dell'agricoltura con la scoperta dei vantaggi della rotazione tra cereali e maggese nel periodo Neolitico, ovvero all'immagazzinamento di semi che intorno alla metà dell'ottavo millennio avanti Cristo riguardò farro e legumi in una zona del pianeta che oggi identifichiamo con l'Iraq settentrionale, fin verso l'attuale Iran occidentale e l'Anatolia.Le pitture e l'arte figurativa in genere, così come la letteratura, ci hanno permesso di risalire a come apparivano frutta e verdura migliaia di anni fa.Le banane, per esempio, 7.000 anni orsono avevano all'interno almeno un centinaio di grandi semi, mentre la polpa era più morbida e dal sapore più delicato. Le melanzane erano grandi come le nostre arance, erano di colore giallastro oppure biancastro, con la polpa decisamente più morbida e spine lungo il fusto della pianta. Anche carote e mais sono cambiate nei secoli, così come il cocomero, che quasi 700 anni fa aveva la parte bianca sotto la buccia molto più spessa e presentava da sei a otto grossi spicchi interni di polpa rosea e non rosso acceso.La trasformazione più impressionante riguarda il mais, che 7.000 anni prima di Cristo non aveva pannocchie, non raggiungeva i due centimetri di grandezza e, stando alle descrizioni letterarie, regalava un gusto simile a quello delle patate crude. Facendo un paragone, il mais oggi è oltre 1.000 volte più grande, più dolce e con i grani raggruppati in pannocchie. Dunque ben prima dell'ingegneria genetica e degli Ogm a rendere gli ortaggi come sono oggi sono stati millenni di pazienti tentativi di miglioramento, l'adattamento climatico, quello geografico e naturalmente il grande aumento di consumo da parte dell'umanità con le sue preferenze. La chimica è venuta in aiuto di questa evoluzione soltanto da poco tempo con l'uso dei fertilizzanti azotati per le piante, che hanno fatto un'enorme differenza. Abbiamo iniziato a usare sempre più massicciamente i fertilizzanti di sintesi dal secondo dopoguerra e contemporaneamente abbiamo migliorato i sistemi d'irrigazione. Una coltivazione potrebbe arrivare a convertire in biomassa fino al 20% dell'energia luminosa che riceve, se questa energia ha le giuste lunghezze d'onda, mentre invece la media delle coltivazioni è soltanto dell'1-3% perché acqua e sostanze nutrienti diventano il fattore limitante. Negli ultimi 50 anni abbiamo ottimizzato questi due elementi: l'acqua viene data quando la pianta ne ha più bisogno, mentre l'azoto viene somministrato spesso in eccesso, e questo rappresenta un problema per l'ambiente, ma non per la pianta, che in realtà prospera.Nel caso degli animali la faccenda si complica poiché gli strumenti e le tecniche dell'allevamento stanno cambiando rapidamente e con loro variano anche gli obiettivi di molti programmi di miglioramento genetico. Sebbene vi siano poche prove dei limiti genetici diretti alla selezione di una specie per favorire la resa, se questa selezione è focalizzata in modo troppo ristretto possono verificarsi risultati indesiderati. Come nei bovini da latte, che hanno evidenziato cambiamenti genetici indesiderabili come la riduzione della fertilità, la maggiore incidenza di malattie e l'eccessiva sensibilità complessiva allo stress, nonostante una migliore nutrizione e gestione della loro esistenza. Così la tendenza attuale è quella di controllare il sistema e il ciclo di vita degli animali valutando l'intera gamma di costi e benefici e privilegiando gli incroci e la selezione delle razze.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-peso-dei-polli-e-salito-del-400-dagli-anni-cinquanta-fino-a-oggi-2627814068.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sulla-luna-mele-piu-grandi-e-sane" data-post-id="2627814068" data-published-at="1778858933" data-use-pagination="False"> Sulla Luna mele più grandi e sane Non è un caso se da anni a bordo della Stazione spaziale internazionale, e anche recentemente sulla sonda lunare cinese, si tenta, e si tenterà ancora, di coltivare diverse specie di vegetali. La ridotta gravità e una differente irradiazione di luce solare, con le diverse lunghezze d'onda della luce non filtrata dall'atmosfera, potrebbero eliminare caratteristiche delle coltivazioni che riteniamo limitanti, consentendoci un domani di ottenere piante migliori dal punto di vista nutrizionale e gustativo. Potremmo avere, per esempio, mele anche cinque volte più grandi e senza contaminanti, perché in determinate condizioni le piante infestanti non sopravviverebbero o smetterebbero di aggredire. Questo è importante non soltanto per rendere migliore la vita nello spazio, se mai l'uomo riuscirà a colonizzare altri pianeti, ma soprattutto per le coltivazioni destinate alla popolazione terrestre da sfamare. Gli esperimenti a bordo della Iss sono in corso dal 2013, quando 1.000 piante germinate in orbita erano successivamente state trasportate presso il dipartimento di botanica dell'università del Wisconsin, dove Simon Gilroy, professore di botanica, ha cominciato a effettuare studi per esplorare il controllo genetico delle proteine che hanno permesso alle piante di crescere in condizioni di microgravità. Gilroy allora disse: «La gravità è una forza pervasiva che influenza l'intero ambito della biologia. Le piante nello spazio diventano pigre e crescono più lunghe e sottili e non sviluppano materiali resistenti, come succede alle persone che nello spazio perdono massa ossea, perché non gli è necessaria a sostenere il peso del corpo». Si è infatti scoperto che la crescita vegetale in condizioni di gravità minima limita la formazione di lignina, un polimero componente del legno che permette funzioni essenziali alla vita delle piante perché, tra le altre cose, favorisce il trasporto interno di acqua e nutrienti, conferisce rigidezza alle pareti dei fusti perché connette le diverse cellule con le quali si forma il legno e crea uno scudo contro i microrganismi distruttivi. Uno dei elementi che più interessano gli scienziati è comprendere le basi genetiche che determinano un fenomeno noto a chi lavora con le piante: quando queste crescono senza l'influenza di stress meccanici, che si tratti di vento, pioggia o altri elementi di disturbo, sono molto più soggette all'attacco degli insetti infestanti e non divengono particolarmente robuste. Spiega Gilroy: «Se invece ci rechiamo in una serra terrestre e scuotiamo le piante noteremo che crescono molto più compatte e forti, oltre che resistenti allo stress. Anzi, sono anche più resistenti alle patologie tipiche degli organismi vegetali». Questo ha fatto comprendere ai ricercatori che la gravità è coinvolta anche nella difesa delle piante da elementi patogeni: potrebbe essere questo il motivo per cui, nello spazio, queste sono più suscettibili alle malattie. Comprendere a fondo questi meccanismi potrebbe aiutarci nella battaglia senza fine contro le malattie dei vegetali, permettendoci di ottenere coltivazioni più resistenti. Più complicato, ovviamente, è pensare ad allevamenti di animali in orbita, per cui nasce pure una questione etica da superare, anche se c'è chi ha già pensato a specie commestibili con un volume tra polpa e ossa eccezionalmente favorevole al consumo. Quanto al sapore, ancora non ne sappiamo abbastanza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-peso-dei-polli-e-salito-del-400-dagli-anni-cinquanta-fino-a-oggi-2627814068.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quando-l-europa-raddrizzo-i-cetrioli" data-post-id="2627814068" data-published-at="1778858933" data-use-pagination="False"> Quando l'Europa raddrizzò i cetrioli Sembrava una leggenda quella della curvatura dei cetrioli euro-compatibili, e invece la direttiva numero 1677 del 1988, in vigore fino al 2008, stabiliva che per essere vendibile l'euro-cetriolo dovesse avere una curvatura massima di un centimetro ogni dieci di lunghezza, rendendo il goniometro un attrezzo indispensabile per i contadini. Simili parametri erano legge anche per albicocche, zucchine, funghi, nocciole, porri, piselli, cipolle e altre varietà di frutta e verdura. Finché, nel 2008, l'allora commissario all'agricoltura, la danese Mariann Fischer Boel, annunciò: «È cominciata una nuova era per i cetrioli storti e le carote nodulose». E fu la liberazione per gli ortaggi, ma non ancora per le nostre arance e neppure per le mele, che il Regolamento 543 del 2011 (163 pagine esclusi gli emendamenti), definisce tali e di categoria “extra" soltanto se hanno il 75% della superficie totale rossa per le mele tipo A, 5% per le B e 33,3% per le C (e vorremmo vedere chi e come lo calcola, quello 0.3%). Ma questo solo per la categoria “extra", perché tanto per semplificare, le altre mele meno pregiate hanno percentuali differenti. Quanto alle dimensioni, le extra devono avere almeno 6 centimetri di diametro o pesare almeno 90 grammi. E in ciascuna cassetta, la differenza di calibro tra i frutti non deve superare i 5 mm, i frutti non devono presentare macchie, oppure per l'Ue non sono mele extra. Ogni frutto ha misure e caratteristiche di riferimento differenti: 4,5 centimetri di diametro minimo per limoni e mandarini, 5,3 centimetri per le arance, 3,5 centimetri per le clementine (altrimenti non si sa che cosa siano), e così via. Per i pomodori gli eurocrati si sono affidati invece a un teorema di geometria. Per ovviare alla difficoltà di definirli tali considerando i piccoli ciliegini ma anche i grossi cuore di bue, la legge dice: «il calibro è determinato dal diametro massimo della sezione equatoriale all'asse del frutto (...)». Tutto perché, dicono a Bruxelles, meglio tutelare i consumatori. Ma una cosa sono le regole di coltivazione e i limiti all'uso della chimica, che affliggono la sostanza, ben altro è la forma, che in tempi di recessione non dovrebbe essere un problema. 543del2011.pdf
iStock
Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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