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2019-08-31
Il Pd ha il terrore che salti tutto e insulta il neoalleato: «Sei un disperato»
Ansa
«È un disperato». Prima una serie di dichiarazioni di colonnelli indignati, parole di fuoco, sprezzanti, retroscena all'acido muriatico. Poi, alle sei e mezza di sera, persino una dichiarazione ufficiale del segretario Nicola Zingaretti su Twitter - più prudente ma netta - per far capire che la situazione è preoccupante: «Patti chiari, amicizia lunga. Stiamo lavorando con serietà», avverte il segretario del Partito democratico, «per dare un nuovo governo all'Italia, per una svolta europeista, sociale e verde. Ma basta con gli ultimatum inaccettabili», conclude, «o non si va da nessuna parte». Come se in bastasse, il leader del Pd annulla un incontro già preventivato (doveva svolgersi ieri) con il capo politico del Movimento 5 stelle. Tutto questo per reazione al discorso di Luigi Di Maio, per un moto di stizza dopo l'ennesimo rilancio.
Il Pd rallenta, dunque, e si interroga. Indignato non solo per il contenuto ma anche per il tono, per quel «prendere o lasciare». Se però volete capire l'umore vero che attraversa il partito, devo ricorrere alle parole coperte che mi consegna - veramente arrabbiato - uno dei dirigenti democratici che ha negoziato (e sta ancora negoziando) il programma del governo. Frasi ancora più venefiche, e ancora più interessanti per capire per con quale rabbia al Nazareno oggi siano stati percepiti lo strappo del leader pentastellato e il suo discorso: «La verità, che non si può dire, è che siamo di fronte ad un povero disperato». Pausa teatrale. «Con la delegazione abbiamo lavorato benissimo, il dialogo è vero, costruttivo. Ma pensiamo che Di Maio incominci a credere che Conte lo stia, di fatto, spodestando dalla leadership e che questa sensazione gli stia facendo perdere la testa. Questo terrore lo mette in crisi», dice il dirigente piddino, «e lo porta a giocare la carta del ricatto».
Un altro degli uomini più vicini a Zingaretti in questi giorni, Gianni Cuperlo, aggiunge, senza chiedere off records: «Io credo che il discorso debba essere chiaro: il Pd non è un partito che può avviare un dialogo subendo la logica del ricatto. Noi abbiamo senso di responsabilità da vendere, ma anche grande dignità: il Pd non si fa ricattare. Se pensano di proseguire su questa strada, la stessa si interrompe». Poi Cuperlo aggiunge: «Oggi siamo stati subissati di messaggi della nostra base, inferociti, arrabbiati, delusi. Il Movimento 5 stelle deve sapere che non ci faremo imporre diktat, in primo luogo per il rispetto che dobbiamo a loro».
Anche Andrea Orlando insinua il dubbio più caustico: «Incomprensibile la conferenza stampa di Luigi Di Maio. Ha cambiato idea? Lo dica con chiarezza». E poi Maria Elena Boschi: «Noi vogliamo evitare recessione e aumento dell'Iva. Ma proprio per questo gli ultimatum e le minacce di Di Maio sono irricevibili». Insomma un coro, che per una volta unisce le correnti del Partito democratico. Tuttavia, asciugate le dichiarazioni dell'adrenalina, dell'ansia da titolo, della vis polemica accessoria, ed avrete il senso di quello che pensano davvero al Nazareno. Gli uomini di Zingaretti hanno letto con molta attenzione quel che hanno detto ieri i capigruppo grillini Stefano Patuanelli e Francesco D'Uva (che in serata gettavano acqua sul fuoco), e persino quella frase di Conte, secondo cui il premier non avrebbe nemmeno sentito le parole di Di Maio. Da tutto questo, compreso il tenore dei colloqui, considerato molto positivo, si sono fatti l'idea che sia in corso un duello tra le due anime del M5s, quelli più vicini a Beppe Grillo che lavorano alacremente per l'accordo, quelli vicini a Davide Casaleggio più freddi. E poi - ovviamente - ci sarebbe Di Maio, che loro vedono come un ostacolo, e su cui hanno elaborato questo sospetto: sta giocando una partita personale. D'altra parte, a corroborare questa tesi, è arrivata la lettura della nota serale di Palazzo Chigi, che ha fatto fare un salto sulla sedia ai dirigenti democratici: Conte dice che stamattina prosegue il tavolo sul programma. Così scelgono di affidarsi ad una nota ufficiale: «La delegazione del Pd indicata dal segretario Zingaretti e rappresentata da Andrea Orlando e Dario Franceschini ha partecipato oggi pomeriggio (ieri, ndr) ad un incontro richiesto dal presidente incaricato con i rappresentanti del Movimento 5 stelle e con lo stesso premier Conte. L'incontro», recita il comunicato, «è servito a porre l'esigenza di un chiarimento sulle dichiarazioni di Luigi Di Maio, al termine delle consultazioni, come precondizione per proseguire nel percorso avviato negli scorsi giorni». Insomma la linea è questa: chiedere a Conte di fare il suo lavoro di premier e di tenerlo a bada lui. E poi rendere chiaro l'isolamento di Di Maio. Il vaso sarà reincollato. Ma i cocci del rapporto col capo politico del Movimento 5 stelle resteranno sul tavolo, con le loro punte aguzze.
Luca Telese
La bomba Rousseau è innescata
L'ultima contorsione del Movimento 5 stelle è un po' filosofica e un po' circense. Nel senso che la contorsione riguarda Rousseau, la piattaforma per i referendum interni al M5s creata dalla Casaleggio & associati: il mitico totem internettiano dei grillini, l'altare elettronico sul quale da sempre si celebra la loro peculiare democrazia diretta, fondata sull'aureo principio «uno vale uno». Ma ha anche i colori del circo, perché mentre M5s e Pd lavorano al varo del nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, Rousseau viene annodato come un contorsionista e sbattuto in gabbia.
Spaventati dal vento di burrasca che da una settimana spira sui social network, dove elettori e simpatizzanti grillini gridano infuriati contro l'alleanza con quello che fino a ieri veniva dipinto come il «Partito di Bibbiano», i vertici del pentastellati fanno finta di non aver mai sentito parlare di Rousseau, fischiettano guardando altrove. Del resto, nelle consultazioni al Quirinale, Sergio Mattarella ha fatto loro capire che non potranno sottomettere il prossimo governo al voto di qualche decina di migliaia di aderenti, per di più espresso attraverso un oscuro sistema informatico gestito da una società privata. Lo ha raccontato senza mezzi termini il Fatto Quotidiano di ieri, in un articolo intitolato «Ora Conte e Luigi Di Maio rassicurano il Colle: “Rousseau non conta"», dove si spiegava che «comunque vada la consultazione tra gli iscritti, i Cinque stelle diranno sì all'accordo per il governo giallorosso».
Insomma, se mai ci sarà, la votazione su Rousseau sarà una presa in giro. E così sarà, ha aggiunto il giornale più vicino al M5s, in quanto «Mattarella ha voluto fosse chiarito che il percorso per la formazione del Conte bis non sarebbe stato inficiato dai voleri di qualche decina di migliaia di sostenitori grillini». Sempre secondo il Fatto Quotidiano il presidente si sarebbe sentito rispondere da Conte che «i gruppi parlamentari voteranno la fiducia al nuovo esecutivo».
Malgrado le rassicurazioni di Conte, però, ieri il corpaccione del Movimento ha continuato a contorcersi. Perché Di Maio, smentendo il Fatto Quotidiano, ha confermato che «il voto degli iscritti per noi è fondante: non lo barattiamo». È parso subito evidente che l'irrigidimento su Rousseau - che ancora in maggio, va ricordato, aveva confermato Di Maio come leader politico del M5s con quasi 45.000 sì su 56.000 clic, malgrado la batosta alle elezioni europee - oggi serva allo stesso Di Maio per imporsi nei confronti di Conte: se il premier incaricato dovesse provare a escludere l'ex vicepremier dalla nuova compagine governativa, ecco che la pistola di Rousseau sarebbe pronta a sparargli un bel «no» e a creargli qualche problema di coerenza nei parlamentari.
In questa surreale sfida all'Ok Corrall, poco dopo le 16 di ieri è entrato con un fucile Winchester anche il Blog delle stelle, la voce di Davide Casaleggio. Con un post intitolato «Rousseau conta», un anonimo estensore ha sparato un colpo forte e chiaro: ha scritto che sì, ora la politica è in mano ai gruppi parlamentari del M5s, ma poi «la parola passerà agli iscritti certificati della piattaforma Rousseau e ci atterremo, com'è ovvio, alla loro decisione».
Per non lasciare dubbi, il «sacro blog» ha ricordato che «il voto su Rousseau rappresenta il volere di coloro che ci mettono la faccia ogni giorno senza chiedere nulla in cambio e si impegnano con passione […]. Queste persone, questi iscritti, sono l'anima del M5s e dunque il loro orientamento prevalente diventa, com'è naturale che sia, l'orientamento di tutto il Movimento».
I commenti, numerosi, si sono subito suddivisi tra favorevoli e contrari all'intesa con il Pd, e quindi - specularmente - tra contrari e favorevoli al voto online. Il commento più azzeccato è stato quello di tale Alex: «Speriamo che Rousseau non si trasformi in Truffaut». Ovviamente, non nel senso del regista…
Carlo Tarallo
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Colonnelli democratici furibondi con Di Maio: «Niente ricatti» Al Nazareno tifano Giuseppe Conte e Beppe Grillo: gli unici che possano fermarlo.La votazione online inquieta Giuseppe Conte e Colle. Il «Fatto» tenta di stroncarla: «Non conta». Ma il capo politico grillino, spalleggiato da Davide Casaleggio, può scatenare il caos col «no».Lo speciale contiene due articoli «È un disperato». Prima una serie di dichiarazioni di colonnelli indignati, parole di fuoco, sprezzanti, retroscena all'acido muriatico. Poi, alle sei e mezza di sera, persino una dichiarazione ufficiale del segretario Nicola Zingaretti su Twitter - più prudente ma netta - per far capire che la situazione è preoccupante: «Patti chiari, amicizia lunga. Stiamo lavorando con serietà», avverte il segretario del Partito democratico, «per dare un nuovo governo all'Italia, per una svolta europeista, sociale e verde. Ma basta con gli ultimatum inaccettabili», conclude, «o non si va da nessuna parte». Come se in bastasse, il leader del Pd annulla un incontro già preventivato (doveva svolgersi ieri) con il capo politico del Movimento 5 stelle. Tutto questo per reazione al discorso di Luigi Di Maio, per un moto di stizza dopo l'ennesimo rilancio. Il Pd rallenta, dunque, e si interroga. Indignato non solo per il contenuto ma anche per il tono, per quel «prendere o lasciare». Se però volete capire l'umore vero che attraversa il partito, devo ricorrere alle parole coperte che mi consegna - veramente arrabbiato - uno dei dirigenti democratici che ha negoziato (e sta ancora negoziando) il programma del governo. Frasi ancora più venefiche, e ancora più interessanti per capire per con quale rabbia al Nazareno oggi siano stati percepiti lo strappo del leader pentastellato e il suo discorso: «La verità, che non si può dire, è che siamo di fronte ad un povero disperato». Pausa teatrale. «Con la delegazione abbiamo lavorato benissimo, il dialogo è vero, costruttivo. Ma pensiamo che Di Maio incominci a credere che Conte lo stia, di fatto, spodestando dalla leadership e che questa sensazione gli stia facendo perdere la testa. Questo terrore lo mette in crisi», dice il dirigente piddino, «e lo porta a giocare la carta del ricatto». Un altro degli uomini più vicini a Zingaretti in questi giorni, Gianni Cuperlo, aggiunge, senza chiedere off records: «Io credo che il discorso debba essere chiaro: il Pd non è un partito che può avviare un dialogo subendo la logica del ricatto. Noi abbiamo senso di responsabilità da vendere, ma anche grande dignità: il Pd non si fa ricattare. Se pensano di proseguire su questa strada, la stessa si interrompe». Poi Cuperlo aggiunge: «Oggi siamo stati subissati di messaggi della nostra base, inferociti, arrabbiati, delusi. Il Movimento 5 stelle deve sapere che non ci faremo imporre diktat, in primo luogo per il rispetto che dobbiamo a loro». Anche Andrea Orlando insinua il dubbio più caustico: «Incomprensibile la conferenza stampa di Luigi Di Maio. Ha cambiato idea? Lo dica con chiarezza». E poi Maria Elena Boschi: «Noi vogliamo evitare recessione e aumento dell'Iva. Ma proprio per questo gli ultimatum e le minacce di Di Maio sono irricevibili». Insomma un coro, che per una volta unisce le correnti del Partito democratico. Tuttavia, asciugate le dichiarazioni dell'adrenalina, dell'ansia da titolo, della vis polemica accessoria, ed avrete il senso di quello che pensano davvero al Nazareno. Gli uomini di Zingaretti hanno letto con molta attenzione quel che hanno detto ieri i capigruppo grillini Stefano Patuanelli e Francesco D'Uva (che in serata gettavano acqua sul fuoco), e persino quella frase di Conte, secondo cui il premier non avrebbe nemmeno sentito le parole di Di Maio. Da tutto questo, compreso il tenore dei colloqui, considerato molto positivo, si sono fatti l'idea che sia in corso un duello tra le due anime del M5s, quelli più vicini a Beppe Grillo che lavorano alacremente per l'accordo, quelli vicini a Davide Casaleggio più freddi. E poi - ovviamente - ci sarebbe Di Maio, che loro vedono come un ostacolo, e su cui hanno elaborato questo sospetto: sta giocando una partita personale. D'altra parte, a corroborare questa tesi, è arrivata la lettura della nota serale di Palazzo Chigi, che ha fatto fare un salto sulla sedia ai dirigenti democratici: Conte dice che stamattina prosegue il tavolo sul programma. Così scelgono di affidarsi ad una nota ufficiale: «La delegazione del Pd indicata dal segretario Zingaretti e rappresentata da Andrea Orlando e Dario Franceschini ha partecipato oggi pomeriggio (ieri, ndr) ad un incontro richiesto dal presidente incaricato con i rappresentanti del Movimento 5 stelle e con lo stesso premier Conte. L'incontro», recita il comunicato, «è servito a porre l'esigenza di un chiarimento sulle dichiarazioni di Luigi Di Maio, al termine delle consultazioni, come precondizione per proseguire nel percorso avviato negli scorsi giorni». Insomma la linea è questa: chiedere a Conte di fare il suo lavoro di premier e di tenerlo a bada lui. E poi rendere chiaro l'isolamento di Di Maio. Il vaso sarà reincollato. Ma i cocci del rapporto col capo politico del Movimento 5 stelle resteranno sul tavolo, con le loro punte aguzze.Luca Telese<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-ha-il-terrore-che-salti-tutto-e-insulta-il-neoalleato-sei-un-disperato-2640127323.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-bomba-rousseau-e-innescata" data-post-id="2640127323" data-published-at="1781285512" data-use-pagination="False"> La bomba Rousseau è innescata L'ultima contorsione del Movimento 5 stelle è un po' filosofica e un po' circense. Nel senso che la contorsione riguarda Rousseau, la piattaforma per i referendum interni al M5s creata dalla Casaleggio & associati: il mitico totem internettiano dei grillini, l'altare elettronico sul quale da sempre si celebra la loro peculiare democrazia diretta, fondata sull'aureo principio «uno vale uno». Ma ha anche i colori del circo, perché mentre M5s e Pd lavorano al varo del nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, Rousseau viene annodato come un contorsionista e sbattuto in gabbia. Spaventati dal vento di burrasca che da una settimana spira sui social network, dove elettori e simpatizzanti grillini gridano infuriati contro l'alleanza con quello che fino a ieri veniva dipinto come il «Partito di Bibbiano», i vertici del pentastellati fanno finta di non aver mai sentito parlare di Rousseau, fischiettano guardando altrove. Del resto, nelle consultazioni al Quirinale, Sergio Mattarella ha fatto loro capire che non potranno sottomettere il prossimo governo al voto di qualche decina di migliaia di aderenti, per di più espresso attraverso un oscuro sistema informatico gestito da una società privata. Lo ha raccontato senza mezzi termini il Fatto Quotidiano di ieri, in un articolo intitolato «Ora Conte e Luigi Di Maio rassicurano il Colle: “Rousseau non conta"», dove si spiegava che «comunque vada la consultazione tra gli iscritti, i Cinque stelle diranno sì all'accordo per il governo giallorosso». Insomma, se mai ci sarà, la votazione su Rousseau sarà una presa in giro. E così sarà, ha aggiunto il giornale più vicino al M5s, in quanto «Mattarella ha voluto fosse chiarito che il percorso per la formazione del Conte bis non sarebbe stato inficiato dai voleri di qualche decina di migliaia di sostenitori grillini». Sempre secondo il Fatto Quotidiano il presidente si sarebbe sentito rispondere da Conte che «i gruppi parlamentari voteranno la fiducia al nuovo esecutivo». Malgrado le rassicurazioni di Conte, però, ieri il corpaccione del Movimento ha continuato a contorcersi. Perché Di Maio, smentendo il Fatto Quotidiano, ha confermato che «il voto degli iscritti per noi è fondante: non lo barattiamo». È parso subito evidente che l'irrigidimento su Rousseau - che ancora in maggio, va ricordato, aveva confermato Di Maio come leader politico del M5s con quasi 45.000 sì su 56.000 clic, malgrado la batosta alle elezioni europee - oggi serva allo stesso Di Maio per imporsi nei confronti di Conte: se il premier incaricato dovesse provare a escludere l'ex vicepremier dalla nuova compagine governativa, ecco che la pistola di Rousseau sarebbe pronta a sparargli un bel «no» e a creargli qualche problema di coerenza nei parlamentari. In questa surreale sfida all'Ok Corrall, poco dopo le 16 di ieri è entrato con un fucile Winchester anche il Blog delle stelle, la voce di Davide Casaleggio. Con un post intitolato «Rousseau conta», un anonimo estensore ha sparato un colpo forte e chiaro: ha scritto che sì, ora la politica è in mano ai gruppi parlamentari del M5s, ma poi «la parola passerà agli iscritti certificati della piattaforma Rousseau e ci atterremo, com'è ovvio, alla loro decisione». Per non lasciare dubbi, il «sacro blog» ha ricordato che «il voto su Rousseau rappresenta il volere di coloro che ci mettono la faccia ogni giorno senza chiedere nulla in cambio e si impegnano con passione […]. Queste persone, questi iscritti, sono l'anima del M5s e dunque il loro orientamento prevalente diventa, com'è naturale che sia, l'orientamento di tutto il Movimento». I commenti, numerosi, si sono subito suddivisi tra favorevoli e contrari all'intesa con il Pd, e quindi - specularmente - tra contrari e favorevoli al voto online. Il commento più azzeccato è stato quello di tale Alex: «Speriamo che Rousseau non si trasformi in Truffaut». Ovviamente, non nel senso del regista… Carlo Tarallo
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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