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2019-09-23
Paghiamo ogni giorno 59 euro di tasse
Ma quanto paghiamo di tasse? Troppo, questo è evidente. Troppo sugli immobili (con una patrimoniale sul mattone da quasi 22 miliardi l'anno che ne ha schiantato il valore, oltre a prosciugare la liquidità degli italiani, come non si stanca di denunciare Confedilizia); troppo sulle imprese, con un total tax rate che mette le nostre aziende fuori competizione; troppo sui singoli, sui lavoratori e sulle famiglie. Un raro e positivo passo in avanti si era registrato l'anno scorso con l'esperimento voluto dalla Lega di una flat tax al 15% per le partite Iva, le piccole imprese e i professionisti (fino a 65.000 euro di fatturato), che dal 2020 avrebbe dovuto essere esteso fino ai 100.000 euro. Ma con il nuovo governo giallorosso si moltiplicano le voci secondo cui questo secondo passaggio sarebbe fortemente in discussione.
Partiamo tuttavia da un dato certo, per poi affidarci a due elaborazioni. Il dato certo viene dal Def della scorsa primavera: secondo quella fotografia, scattata dal precedente governo, la pressione fiscale passerà dal 42% del 2019 al 42,7% del biennio 2020-2021 per raggiungere il 42,5% nel 2022. Vedremo presto nella Nota di aggiornamento al Def, primo atto di politica economica del nuovo governo, se e come queste previsioni saranno ritoccate. Occorrerà aspettare ancora quattro giorni, fino a venerdì di questa settimana.
Intanto, il Centro studi di Unimpresa, a partire dalle cifre del Def di primavera, ha scorporato e elaborato i dati. Se le tendenze fossero confermate, nel 2022 lo Stato incasserebbe 890 miliardi (a tanto corrisponderebbe il 42,5% del Pil), mentre le uscite supererebbero il limite dei 900 miliardi. Se li dividessimo per ognuno dei 41 milioni di contribuenti, quegli 890 miliardi farebbero in media 21.707 euro di tasse a testa l'anno: 59 euro al giorno, 2,5 per ogni ora che passa.
Sempre Unimpresa ha scomposto e classificato la massa delle entrate. Il totale delle entrate tributarie si attesterà a quota 506,8 miliardi a fine 2019; di questi, 248,6 miliardi sono le imposte dirette (Irpef, Ires, Irap, Imu), 257,2 miliardi le indirette (Iva, accise, registro) e 967 milioni le altre in conto capitale. Si tratta di una voce del bilancio pubblico che salirà a 535,2 miliardi nel 2020 (rispettivamente 250,1 miliardi, 284,1 miliardi e 972 milioni), a 550,3 miliardi nel 2021 (rispettivamente 255,1 miliardi, 294,2 miliardi e 979 milioni), a 559,93 miliardi nel 2022 (rispettivamente 259,2 miliardi, 299,1 miliardi e 985 milioni).
Complessivamente - spiega ancora Unimpresa - considerando la variazione di ciascun anno del quadriennio in esame rispetto al 2018, l'aumento delle entrate tributarie nelle casse dello Stato sarà pari a 55,3 miliardi (+10,98%): le imposte dirette cresceranno di 10,4 miliardi (+4,18%), le indirette di 45,4 miliardi (17,92%) e le altre si ridurranno di 493 milioni (-33,36%).
Il report di Unimpresa mostra che cresceranno anche le entrate relative ai contributi sociali (previdenza e assistenza): dai 234,9 miliardi del 2018 si passerà ai 250,5 miliardi del 2019, ai 244,1 miliardi del 2020, ai 248,3 miliardi del 2021, ai 253,6 miliardi del 2022. L'incremento complessivo di questa voce, che ha effetti sul costo del lavoro per le imprese, sarà pari a 18,6 miliardi (+7,95%). In salita, poi, anche le altre entrate correnti per 2,1 miliardi (+2,92%). Ne consegue che il totale delle entrate dello Stato aumenterà di 76,2 miliardi (+9,37%) rispetto al 2018 nei prossimi 4 anni: dagli 834,4 miliardi del 2019 si passerà agli 856,6 miliardi del 2020, agli 875,4 miliardi del 2021 e agli 890,1 miliardi del 2022.
Anche la Cgia di Mestre ha realizzato un approfondimento, in questo caso comparando la situazione italiana con quella di altri Paesi europei. Con risultati impressionanti (in negativo) sia nel confronto tra l'Italia e la media degli altri Paesi Ue, sia tra l'Italia e quasi ogni altra singola nazione. Secondo la Cgia, nel 2018 gli italiani hanno pagato 33,4 miliardi di tasse in più rispetto all'ammontare complessivo medio versato dai cittadini dell'Ue. Un differenziale che vale circa 2 punti di Pil, letteralmente mangiati dallo Stato. Se invece - prosegue la Cgia - consideriamo il dato pro capite, viene fuori che i contribuenti italiani hanno versato al fisco circa 552 euro a testa in più rispetto alla media dei cittadini Ue.
Secondo la valutazione degli artigiani di Mestre, peggio di noi starebbero solo i contribuenti di Francia, Belgio, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia, in termini di tasse versate.
Rispetto a tutti gli altri, sono gli italiani i più tartassati. Qualche esempio tratto dall'elaborazione della Cgia? Se avessimo la pressione fiscale tedesca, pagheremmo 24,6 miliardi di tasse in meno (407 euro a testa); se avessimo quella olandese, 56,2 (930 euro pro capite); se avessimo quella britannica 114,2 (1.888 euro pro capite); se avessimo quella spagnola 119,5 (1.975 euro pro capite). E se non è un'emergenza questa…
Daniele Capezzone
Merendine, bibite, aerei, contanti Il Conte 2 studia già altre stangate
L'ultima arrivata è la tassa sulla pipì introdotta dalla Regione Lazio governata dal segretario Pd,
Nicola Zingaretti. Bar e ristoranti dovranno esporre il cartello con la somma chiesta per usare i servizi igienici: e pazienza se il regolamento di polizia urbana del Comune di Roma ne impone l'utilizzo gratuito anche a chi non prende un caffè, un bicchiere d'acqua o un pacchetto di caramelle. L'Italia è la patria delle tasse più assurde, soprattutto quando governa il centrosinistra. Che rimane fedele all'immortale frase del compianto Tomaso Padoa-Schioppa, ministro dell'Economia e delle finanze nel secondo governo di Romano Prodi, per il quale «le tasse sono una cosa bellissima».
Il
Conte 2 è già partito sotto i migliori auspici, devoto alla linea. L'inesauribile fantasia dei nostri governanti è sempre al lavoro. Particolarmente attivo è il nuovo ministro dell'Istruzione, il grillino Lorenzo Fioramonti. Egli ne ha ipotizzate addirittura tre. La prima tassa colpirebbe le merendine vendute nelle scuole. La seconda si abbatterebbe sulle bibite zuccherate. La terza si dovrebbe concretizzare in una «mancia» di 1 euro per ogni volo aereo. Il triplice gettito dovrebbe andare a finanziare la scuola italiana, in particolare gli stipendi dei professori statali.
Già è sconcertante che in un Paese soffocato dal fisco un governo s'incaponisca a inventarsi nuove forme di prelievo. Ma la cosa più sbalorditiva sono i motivi addotti a giustificare la stangata. Si tratta di motivi «etici», pseudo educativi. Taglieggiare le merendine e le bibite contenute nei distributori automatici si propone di rieducare gli italiani, che secondo
Fioramonti sarebbero troppo grassi per colpa degli zuccheri ingeriti. E poiché gli spuntini e le bevande strategicamente piazzati nei corridoi delle scuole sono carichi di malefico glucosio, ecco che studenti e professori golosi vanno puniti.
Anche l'imposta sui voli è ispirata a un criterio etico, perché gli italiani devono essere ripresi e sgridati. Il nostro stile di vita va raddrizzato e corretto. Quella lanciata da
Fioramonti, ma - a quanto pare - già recepita favorevolmente da tutto il governo compreso il nuovo titolare delle Finanze Roberto Gualtieri, è una «greta-tax». Una tassa «gretina» perché segue le orme di Greta Thunberg, la giovane attivista verde che è andata dalla Svezia agli Stati Uniti in barca per non mettere piede su un odiato mezzo con le ali. Perché gli aerei inquinano, il cherosene bruciato dai jet si disperde nell'atmosfera, allarga il buco dell'ozono e contribuisce ai vituperati cambiamenti climatici. Quindi, dagli all'inquinatore alato e viva il movimento lento. Ora si attendono sgravi fiscali per i produttori di piroscafi o magari di zattere.
All'esame ci sono anche misure per colpire i cosiddetti ricchi. Il ministro
Roberto Speranza, l'unico rappresentante nell'esecutivo della sinistra di Liberi e uniti, vorrebbe togliere il ticket sulle visite specialistiche e sugli esami. Ottima cosa, a prima vista: salta una delle più odiate tasse sulla salute. Ma siccome i soldi per finanziare la sanità da qualche parte vanno trovati, ecco l'idea di infierire su qualche strumento finanziario. «Pagano banche, assicurazioni e fondi», ha detto Speranza. I quali prima protesteranno e infine scaricheranno il conto sui risparmiatori.
Dal canto suo, per non sfigurare davanti alla fantasia impositrice del governo, Confindustria ha proposto una tassa sui prelievi in contanti, come se non fossero sufficienti le commissioni da versare alle banche. Vogliono incentivare l'utilizzo delle carte elettroniche per combattere il «nero». Sarà. Intanto chi ci guadagna sono i gestori del credito. E sullo sfondo, con la coppia Pd-M5s a Palazzo Chigi, resta sempre il classico spettro di una patrimoniale.
Stefano Filippi
«Fisco locale, attenti alla riforma»
È all'esame del Parlamento una riforma del fisco locale che rischia di compromettere l'autonomia impositiva dei Comuni. Il professor Gaetano Ragucci, ordinario di diritto tributario alla Statale di Milano e presidente dell'Associazione nazionale tributaristi italiani, spiega il contesto di questa operazione.
Perché si vuole rivedere il sistema impositivo locale?
«La riforma risale al 2014, quando fu introdotta l'imposta unica comunale articolata in Imu e Tasi. Due imposte separate, una basata sulle rendite catastali, l'altra parametrata sui costi per i servizi indivisibili come l'illuminazione pubblica, la manutenzione delle strade, la sicurezza e altre voci alle quali tutti devono contribuire».
L'impianto non regge più?
«La Tasi era pensata come strumento di autonomia fiscale, cioè di responsabilità dei Comuni nella gestione delle proprie casse. Tanto si percepisce, tanto si spende e poi saranno i cittadini a giudicare al momento del voto. Questa impostazione è però andata in crisi».
Per quali motivi?
«Si sono combinati due fattori. Il primo è l'esenzione dall'Imu delle prime case, che ha determinato una sensibile riduzione del gettito. Il secondo è il meccanismo di perequazione tra Comuni, al quale non partecipa lo Stato, che impone agli enti locali con più risorse di trasferirne una parte a chi ne ha meno. In generale, le disponibilità sono diminuite e la Tasi, invece che imposta da gestire responsabilmente, è andata a compensare la perdita di gettito».
Ora il Parlamento che cosa intende fare?
«Ci sono tre proposte di legge, a firma Gusmeroli (Lega), Fragomeli (Pd) e Cancelleri (M5s) che nella sostanza prendono atto di questo fallimento e concordano nel fare confluire la Tasi nell'Imu».
L'Associazione dei tributaristi che cosa ne pensa?
«A luglio, come altre associazioni, siamo stati convocati per un'audizione alla Commissione finanze alla Camera e abbiamo osservato che questa riforma è a gettito invariato: semplifica, perché elimina una voce di imposta, ma non porta giovamento ai contribuenti. Inoltre, la riunione delle due vecchie imposte fa venire meno uno degli strumenti dell'autonomia impositiva dei Comuni».
Cioè toglie margini di intervento agli enti locali?
«Risponde a uno stato di necessità generale, ma riporta la fiscalità locale in una condizione di tensione finanziaria in cui molti invocano l'aiuto dello stato. L'Anci, per esempio, ha proposto che lo Stato tornasse a mettere risorse proprie nel fondo di perequazione per i Comuni meno abbienti».
Un ritorno al passato.
«Noi ci siamo discostati perché si ripropone un'impostazione abbandonata, quella della finanza locale che vive di trasferimenti dal centro. Tornerebbe la deresponsabilizzazione che fu ripudiata negli anni Novanta perché riconosciuta come causa dei fenomeni di malcostume. La riforma fu fatta proprio per evitare ciò».
E voi non volete che si faccia un passo indietro.
«No. Anzi si potrebbe approfittare della riforma in cantiere per accelerare sulla digitalizzazione del rapporto tra contribuente e amministrazioni locali. Su questo fronte non si parte da zero, come mostrano per esempio la fattura elettronica o le dichiarazioni precompilate. L'informatizzazione dovrebbe essere estesa alla fiscalità locale attraverso una piattaforma nazionale unitaria da cui il cittadino possa conoscere la sua posizione in tempo reale».
È anche uno strumento di lotta all'abusivismo.
«E una semplificazione reale, che eliminerebbe varie intermediazioni».
Che cosa chiedete dunque al Parlamento?
«Una semplificazione effettiva e che non si perda la prospettiva dell'autonomia impositiva locale».
Stefano Filippi
La gara tra sindaci: inventare tributi per servizi scadenti
La tendenza va avanti da anni. Sempre più spesso il gettito di diverse imposte finisce per passare dalle tasche dello Stato a quelle dei Comuni. In parole povere, le tasse locali aumentano, ma i servizi restano sempre gli stessi (quando non diminuiscono).
Oltre alle più note Imu (nel 2019, secondo uno studio Uil, le aliquote dell'imposta sulla casa sono salite in 215 Comuni), Tari (aumentata in 44 Comuni italiani) e addizionali comunali (divenute più salate in 566 amministrazione locali) esiste infatti una moltitudine di tributi locali che finiscono per ingrassare i portafogli dei Comuni senza offrire però particolari benefici ai cittadini.
Come spiegano alcuni dati forniti dall'ex consigliere economico del presidente del Consiglio
Renzi (e poi Gentiloni), Luigi Marattin, molti amministrazioni locali hanno iniziato a tagliare le spese e a ingolfare di tasse «fantasiose» le tasche dei cittadini.
Secondo
Marattin, dal 2010 i Comuni hanno tagliato la spesa pubblica del 28,24%. Un taglio che si è tradotto in una riduzione dei servizi: per fare un esempio, secondo il sito Openbilanci.it, nel 2005 la spesa media in cultura delle città con più di 200.000 abitanti era di 71,5 euro per ogni abitante. Nel 2014, la somma spesa per diffondere cultura dalle amministrazioni locali è scesa a 61 euro per abitante.
Che dire poi di tutti i servizi per l'infanzia. Un'elaborazione della Fp Cgil Nazionale, condotta sui dati Istat relativi all'offerta comunale di asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia, mostra come la spesa dei Comuni per i nidi abbia smesso di crescere da tempo, passando da 1,6 miliardi di euro del 2012 a 1,475 miliardi del 2016 (ultimo dato disponibile).
Con questi chiari di luna è dunque evidente come le amministrazioni locali tentino in tutti i modi, anche quelli più fantasiosi, di trovare altri introiti attraverso nuove imposte.
Esiste ad esempio un'imposta per l'esposizione della bandiera, di fatto un balzello per la pubblicità allo Stato, per poter esibire la bandiera dello Stato italiano. La nota divertente è che per la bandiera della Comunità europea questa imposta non vige.
C'è persino un'imposta sui gradini. Il proprietario di un immobile con scalini che danno direttamente sulla strada pubblica, ha infatti l'obbligo di pagare un'imposta. Questo vale anche sui ballatoi prospicienti sulla pubblica via. Lo stesso vale per chi vuole posare uno zerbino sul suolo pubblico.
In Italia esiste anche una tassa sull'ombra che grava su qualsiasi locale che monti una tenda che proietti ombra sul marciapiede occupando quindi il suolo pubblico.
Sono tutte imposte riconducibili alla Tosap, la tassa di occupazione del suolo pubblico, un tributo più che giusto quando marciapiedi, strade e piazze di proprietà pubblica sono effettivamente occupati dai privati. Il problema è che la Tosap diventa anacronistica quando, ad esempio, si colpisce il passaggio obbligato che un cittadino deve fare per entrare e uscire da casa sua.
Esiste persino un balzello sui permessi della raccolta dei funghi. Per raccogliere funghi serve un permesso su cui grava un'imposta di bollo. In alcuni comuni vige anche la tassa sulla raccolta delle castagne.
Persino per chi passa a miglior vita c'è da pagare. Il rilascio del certificato di constatazione di decesso rilasciato dall'ufficiale sanitario dell'Asl ha un costo di 35 euro più un euro di bollettino postale. Non finisce qui, chi sceglie di essere cremato e di disperdere in aria le sue ceneri deve pagare una tassa più relative imposte di bollo. Senza considerare il diritto fisso sul trasporto dei defunti e la tassa per la manutenzione dei cimiteri.
Le amministrazioni comunali chiedono soldi anche per sposarsi. Chi sceglie di convolare a nozze in Comune deve pagare una tassa sulla celebrazione. Il bello è che il prezzo varia da Comune a Comune oppure anche se vi si risiede o meno. Ad esempio, sposarsi in Campidoglio a Roma per chi non ci abita costa 150 euro nei giorni feriali e 200 nel fine settimana. In un primo momento si pensò anche a un contributo di 100 euro per i residenti, proposta poi ritirata.
Pur non avendo centrali nucleari attive in Italia i contribuenti italiani sono costretti ancora oggi (dopo il referendum del 1987 che mise fine alle centrali nucleari in Italia) a pagare attraverso la bolletta dell'elettricità
un euro ogni 5.000 chilowattora per finanziare quelle amministrazioni locali che ai tempi avevano deciso di ospitare impianti per la produzione di energia attraverso combustibili nucleari.
Tra i balzelli più curiosi c'è persino una imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili (che vige anche per chi non ha preso un aereo in vita sua). A questa va aggiunta l'addizionale comunale su diritti di imbarco dei passeggeri.
Tutta questa fantasia tributaria è figlia di un'ondata federalista partita nei primi anni 2000 che invece di avvicinare le tasse ai servizi attesi dai cittadini, invece di semplificare loro la vita, ha tolto certezza di diritto e ha aggiunto lacci del tutto inutili all'attività economica. A questo si aggiunga una crisi economica da cui l'Italia non si è mai davvero rialzata. Come spiega la Cgia, negli ultimi 20 anni la ricchezza del nostro Paese è cresciuta mediamente soltanto dello 0,2% ogni anno. I soldi non bastano al fabbisogno delle amministrazioni e questo innesca una spasmodica necessità di fare cassa. Il punto è che, all'aumentare delle imposte, i cittadini non vedono da tempo un aumento dei servizi.
Gianluca Baldini
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Ogni contribuente paga in media 59 euro di imposte al giorno, cioè 21.707 euro all'anno. Rispetto agli altri Paesi dell'Unione europea, gli italiani versano al fisco 552 euro a testa in più. Radiografia di un sistema che il nuovo governo potrebbe inasprire.Il più creativo è il ministro Lorenzo Fioramonti: aumentare i cost per cambiare stili di vita.L'allarme del presidente dei tributaristi: il Parlamento sta lavorando alle modifiche di Imu e Tasi. Ma dietro alla proposta, si nascondono alcuni pericoli. Ecco quali.Balzelli sull'ombra, i morti, la bandiera: sempre più fantasiose le gabelle applicate dai Comuni senza vantaggi per i cittadini.Lo speciale contiene quattro articoliMa quanto paghiamo di tasse? Troppo, questo è evidente. Troppo sugli immobili (con una patrimoniale sul mattone da quasi 22 miliardi l'anno che ne ha schiantato il valore, oltre a prosciugare la liquidità degli italiani, come non si stanca di denunciare Confedilizia); troppo sulle imprese, con un total tax rate che mette le nostre aziende fuori competizione; troppo sui singoli, sui lavoratori e sulle famiglie. Un raro e positivo passo in avanti si era registrato l'anno scorso con l'esperimento voluto dalla Lega di una flat tax al 15% per le partite Iva, le piccole imprese e i professionisti (fino a 65.000 euro di fatturato), che dal 2020 avrebbe dovuto essere esteso fino ai 100.000 euro. Ma con il nuovo governo giallorosso si moltiplicano le voci secondo cui questo secondo passaggio sarebbe fortemente in discussione. Partiamo tuttavia da un dato certo, per poi affidarci a due elaborazioni. Il dato certo viene dal Def della scorsa primavera: secondo quella fotografia, scattata dal precedente governo, la pressione fiscale passerà dal 42% del 2019 al 42,7% del biennio 2020-2021 per raggiungere il 42,5% nel 2022. Vedremo presto nella Nota di aggiornamento al Def, primo atto di politica economica del nuovo governo, se e come queste previsioni saranno ritoccate. Occorrerà aspettare ancora quattro giorni, fino a venerdì di questa settimana.Intanto, il Centro studi di Unimpresa, a partire dalle cifre del Def di primavera, ha scorporato e elaborato i dati. Se le tendenze fossero confermate, nel 2022 lo Stato incasserebbe 890 miliardi (a tanto corrisponderebbe il 42,5% del Pil), mentre le uscite supererebbero il limite dei 900 miliardi. Se li dividessimo per ognuno dei 41 milioni di contribuenti, quegli 890 miliardi farebbero in media 21.707 euro di tasse a testa l'anno: 59 euro al giorno, 2,5 per ogni ora che passa. Sempre Unimpresa ha scomposto e classificato la massa delle entrate. Il totale delle entrate tributarie si attesterà a quota 506,8 miliardi a fine 2019; di questi, 248,6 miliardi sono le imposte dirette (Irpef, Ires, Irap, Imu), 257,2 miliardi le indirette (Iva, accise, registro) e 967 milioni le altre in conto capitale. Si tratta di una voce del bilancio pubblico che salirà a 535,2 miliardi nel 2020 (rispettivamente 250,1 miliardi, 284,1 miliardi e 972 milioni), a 550,3 miliardi nel 2021 (rispettivamente 255,1 miliardi, 294,2 miliardi e 979 milioni), a 559,93 miliardi nel 2022 (rispettivamente 259,2 miliardi, 299,1 miliardi e 985 milioni). Complessivamente - spiega ancora Unimpresa - considerando la variazione di ciascun anno del quadriennio in esame rispetto al 2018, l'aumento delle entrate tributarie nelle casse dello Stato sarà pari a 55,3 miliardi (+10,98%): le imposte dirette cresceranno di 10,4 miliardi (+4,18%), le indirette di 45,4 miliardi (17,92%) e le altre si ridurranno di 493 milioni (-33,36%).Il report di Unimpresa mostra che cresceranno anche le entrate relative ai contributi sociali (previdenza e assistenza): dai 234,9 miliardi del 2018 si passerà ai 250,5 miliardi del 2019, ai 244,1 miliardi del 2020, ai 248,3 miliardi del 2021, ai 253,6 miliardi del 2022. L'incremento complessivo di questa voce, che ha effetti sul costo del lavoro per le imprese, sarà pari a 18,6 miliardi (+7,95%). In salita, poi, anche le altre entrate correnti per 2,1 miliardi (+2,92%). Ne consegue che il totale delle entrate dello Stato aumenterà di 76,2 miliardi (+9,37%) rispetto al 2018 nei prossimi 4 anni: dagli 834,4 miliardi del 2019 si passerà agli 856,6 miliardi del 2020, agli 875,4 miliardi del 2021 e agli 890,1 miliardi del 2022.Anche la Cgia di Mestre ha realizzato un approfondimento, in questo caso comparando la situazione italiana con quella di altri Paesi europei. Con risultati impressionanti (in negativo) sia nel confronto tra l'Italia e la media degli altri Paesi Ue, sia tra l'Italia e quasi ogni altra singola nazione. Secondo la Cgia, nel 2018 gli italiani hanno pagato 33,4 miliardi di tasse in più rispetto all'ammontare complessivo medio versato dai cittadini dell'Ue. Un differenziale che vale circa 2 punti di Pil, letteralmente mangiati dallo Stato. Se invece - prosegue la Cgia - consideriamo il dato pro capite, viene fuori che i contribuenti italiani hanno versato al fisco circa 552 euro a testa in più rispetto alla media dei cittadini Ue.Secondo la valutazione degli artigiani di Mestre, peggio di noi starebbero solo i contribuenti di Francia, Belgio, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia, in termini di tasse versate. Rispetto a tutti gli altri, sono gli italiani i più tartassati. Qualche esempio tratto dall'elaborazione della Cgia? Se avessimo la pressione fiscale tedesca, pagheremmo 24,6 miliardi di tasse in meno (407 euro a testa); se avessimo quella olandese, 56,2 (930 euro pro capite); se avessimo quella britannica 114,2 (1.888 euro pro capite); se avessimo quella spagnola 119,5 (1.975 euro pro capite). E se non è un'emergenza questa…Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paese-delle-tasse-2640476853.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="merendine-bibite-aerei-contanti-il-conte-2-studia-gia-altre-stangate" data-post-id="2640476853" data-published-at="1769859643" data-use-pagination="False"> Merendine, bibite, aerei, contanti Il Conte 2 studia già altre stangate L'ultima arrivata è la tassa sulla pipì introdotta dalla Regione Lazio governata dal segretario Pd, Nicola Zingaretti. Bar e ristoranti dovranno esporre il cartello con la somma chiesta per usare i servizi igienici: e pazienza se il regolamento di polizia urbana del Comune di Roma ne impone l'utilizzo gratuito anche a chi non prende un caffè, un bicchiere d'acqua o un pacchetto di caramelle. L'Italia è la patria delle tasse più assurde, soprattutto quando governa il centrosinistra. Che rimane fedele all'immortale frase del compianto Tomaso Padoa-Schioppa, ministro dell'Economia e delle finanze nel secondo governo di Romano Prodi, per il quale «le tasse sono una cosa bellissima». Il Conte 2 è già partito sotto i migliori auspici, devoto alla linea. L'inesauribile fantasia dei nostri governanti è sempre al lavoro. Particolarmente attivo è il nuovo ministro dell'Istruzione, il grillino Lorenzo Fioramonti. Egli ne ha ipotizzate addirittura tre. La prima tassa colpirebbe le merendine vendute nelle scuole. La seconda si abbatterebbe sulle bibite zuccherate. La terza si dovrebbe concretizzare in una «mancia» di 1 euro per ogni volo aereo. Il triplice gettito dovrebbe andare a finanziare la scuola italiana, in particolare gli stipendi dei professori statali. Già è sconcertante che in un Paese soffocato dal fisco un governo s'incaponisca a inventarsi nuove forme di prelievo. Ma la cosa più sbalorditiva sono i motivi addotti a giustificare la stangata. Si tratta di motivi «etici», pseudo educativi. Taglieggiare le merendine e le bibite contenute nei distributori automatici si propone di rieducare gli italiani, che secondo Fioramonti sarebbero troppo grassi per colpa degli zuccheri ingeriti. E poiché gli spuntini e le bevande strategicamente piazzati nei corridoi delle scuole sono carichi di malefico glucosio, ecco che studenti e professori golosi vanno puniti. Anche l'imposta sui voli è ispirata a un criterio etico, perché gli italiani devono essere ripresi e sgridati. Il nostro stile di vita va raddrizzato e corretto. Quella lanciata da Fioramonti, ma - a quanto pare - già recepita favorevolmente da tutto il governo compreso il nuovo titolare delle Finanze Roberto Gualtieri, è una «greta-tax». Una tassa «gretina» perché segue le orme di Greta Thunberg, la giovane attivista verde che è andata dalla Svezia agli Stati Uniti in barca per non mettere piede su un odiato mezzo con le ali. Perché gli aerei inquinano, il cherosene bruciato dai jet si disperde nell'atmosfera, allarga il buco dell'ozono e contribuisce ai vituperati cambiamenti climatici. Quindi, dagli all'inquinatore alato e viva il movimento lento. Ora si attendono sgravi fiscali per i produttori di piroscafi o magari di zattere. All'esame ci sono anche misure per colpire i cosiddetti ricchi. Il ministro Roberto Speranza, l'unico rappresentante nell'esecutivo della sinistra di Liberi e uniti, vorrebbe togliere il ticket sulle visite specialistiche e sugli esami. Ottima cosa, a prima vista: salta una delle più odiate tasse sulla salute. Ma siccome i soldi per finanziare la sanità da qualche parte vanno trovati, ecco l'idea di infierire su qualche strumento finanziario. «Pagano banche, assicurazioni e fondi», ha detto Speranza. I quali prima protesteranno e infine scaricheranno il conto sui risparmiatori. Dal canto suo, per non sfigurare davanti alla fantasia impositrice del governo, Confindustria ha proposto una tassa sui prelievi in contanti, come se non fossero sufficienti le commissioni da versare alle banche. Vogliono incentivare l'utilizzo delle carte elettroniche per combattere il «nero». Sarà. Intanto chi ci guadagna sono i gestori del credito. E sullo sfondo, con la coppia Pd-M5s a Palazzo Chigi, resta sempre il classico spettro di una patrimoniale. Stefano Filippi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paese-delle-tasse-2640476853.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="fisco-locale-attenti-alla-riforma" data-post-id="2640476853" data-published-at="1769859643" data-use-pagination="False"> «Fisco locale, attenti alla riforma» È all'esame del Parlamento una riforma del fisco locale che rischia di compromettere l'autonomia impositiva dei Comuni. Il professor Gaetano Ragucci, ordinario di diritto tributario alla Statale di Milano e presidente dell'Associazione nazionale tributaristi italiani, spiega il contesto di questa operazione. Perché si vuole rivedere il sistema impositivo locale? «La riforma risale al 2014, quando fu introdotta l'imposta unica comunale articolata in Imu e Tasi. Due imposte separate, una basata sulle rendite catastali, l'altra parametrata sui costi per i servizi indivisibili come l'illuminazione pubblica, la manutenzione delle strade, la sicurezza e altre voci alle quali tutti devono contribuire». L'impianto non regge più? «La Tasi era pensata come strumento di autonomia fiscale, cioè di responsabilità dei Comuni nella gestione delle proprie casse. Tanto si percepisce, tanto si spende e poi saranno i cittadini a giudicare al momento del voto. Questa impostazione è però andata in crisi». Per quali motivi? «Si sono combinati due fattori. Il primo è l'esenzione dall'Imu delle prime case, che ha determinato una sensibile riduzione del gettito. Il secondo è il meccanismo di perequazione tra Comuni, al quale non partecipa lo Stato, che impone agli enti locali con più risorse di trasferirne una parte a chi ne ha meno. In generale, le disponibilità sono diminuite e la Tasi, invece che imposta da gestire responsabilmente, è andata a compensare la perdita di gettito». Ora il Parlamento che cosa intende fare? «Ci sono tre proposte di legge, a firma Gusmeroli (Lega), Fragomeli (Pd) e Cancelleri (M5s) che nella sostanza prendono atto di questo fallimento e concordano nel fare confluire la Tasi nell'Imu». L'Associazione dei tributaristi che cosa ne pensa? «A luglio, come altre associazioni, siamo stati convocati per un'audizione alla Commissione finanze alla Camera e abbiamo osservato che questa riforma è a gettito invariato: semplifica, perché elimina una voce di imposta, ma non porta giovamento ai contribuenti. Inoltre, la riunione delle due vecchie imposte fa venire meno uno degli strumenti dell'autonomia impositiva dei Comuni». Cioè toglie margini di intervento agli enti locali? «Risponde a uno stato di necessità generale, ma riporta la fiscalità locale in una condizione di tensione finanziaria in cui molti invocano l'aiuto dello stato. L'Anci, per esempio, ha proposto che lo Stato tornasse a mettere risorse proprie nel fondo di perequazione per i Comuni meno abbienti». Un ritorno al passato. «Noi ci siamo discostati perché si ripropone un'impostazione abbandonata, quella della finanza locale che vive di trasferimenti dal centro. Tornerebbe la deresponsabilizzazione che fu ripudiata negli anni Novanta perché riconosciuta come causa dei fenomeni di malcostume. La riforma fu fatta proprio per evitare ciò». E voi non volete che si faccia un passo indietro. «No. Anzi si potrebbe approfittare della riforma in cantiere per accelerare sulla digitalizzazione del rapporto tra contribuente e amministrazioni locali. Su questo fronte non si parte da zero, come mostrano per esempio la fattura elettronica o le dichiarazioni precompilate. L'informatizzazione dovrebbe essere estesa alla fiscalità locale attraverso una piattaforma nazionale unitaria da cui il cittadino possa conoscere la sua posizione in tempo reale». È anche uno strumento di lotta all'abusivismo. «E una semplificazione reale, che eliminerebbe varie intermediazioni». Che cosa chiedete dunque al Parlamento? «Una semplificazione effettiva e che non si perda la prospettiva dell'autonomia impositiva locale». Stefano Filippi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paese-delle-tasse-2640476853.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-gara-tra-sindaci-inventare-tributi-per-servizi-scadenti" data-post-id="2640476853" data-published-at="1769859643" data-use-pagination="False"> La gara tra sindaci: inventare tributi per servizi scadenti La tendenza va avanti da anni. Sempre più spesso il gettito di diverse imposte finisce per passare dalle tasche dello Stato a quelle dei Comuni. In parole povere, le tasse locali aumentano, ma i servizi restano sempre gli stessi (quando non diminuiscono). Oltre alle più note Imu (nel 2019, secondo uno studio Uil, le aliquote dell'imposta sulla casa sono salite in 215 Comuni), Tari (aumentata in 44 Comuni italiani) e addizionali comunali (divenute più salate in 566 amministrazione locali) esiste infatti una moltitudine di tributi locali che finiscono per ingrassare i portafogli dei Comuni senza offrire però particolari benefici ai cittadini. Come spiegano alcuni dati forniti dall'ex consigliere economico del presidente del Consiglio Renzi (e poi Gentiloni), Luigi Marattin, molti amministrazioni locali hanno iniziato a tagliare le spese e a ingolfare di tasse «fantasiose» le tasche dei cittadini. Secondo Marattin, dal 2010 i Comuni hanno tagliato la spesa pubblica del 28,24%. Un taglio che si è tradotto in una riduzione dei servizi: per fare un esempio, secondo il sito Openbilanci.it, nel 2005 la spesa media in cultura delle città con più di 200.000 abitanti era di 71,5 euro per ogni abitante. Nel 2014, la somma spesa per diffondere cultura dalle amministrazioni locali è scesa a 61 euro per abitante. Che dire poi di tutti i servizi per l'infanzia. Un'elaborazione della Fp Cgil Nazionale, condotta sui dati Istat relativi all'offerta comunale di asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia, mostra come la spesa dei Comuni per i nidi abbia smesso di crescere da tempo, passando da 1,6 miliardi di euro del 2012 a 1,475 miliardi del 2016 (ultimo dato disponibile). Con questi chiari di luna è dunque evidente come le amministrazioni locali tentino in tutti i modi, anche quelli più fantasiosi, di trovare altri introiti attraverso nuove imposte. Esiste ad esempio un'imposta per l'esposizione della bandiera, di fatto un balzello per la pubblicità allo Stato, per poter esibire la bandiera dello Stato italiano. La nota divertente è che per la bandiera della Comunità europea questa imposta non vige. C'è persino un'imposta sui gradini. Il proprietario di un immobile con scalini che danno direttamente sulla strada pubblica, ha infatti l'obbligo di pagare un'imposta. Questo vale anche sui ballatoi prospicienti sulla pubblica via. Lo stesso vale per chi vuole posare uno zerbino sul suolo pubblico. In Italia esiste anche una tassa sull'ombra che grava su qualsiasi locale che monti una tenda che proietti ombra sul marciapiede occupando quindi il suolo pubblico. Sono tutte imposte riconducibili alla Tosap, la tassa di occupazione del suolo pubblico, un tributo più che giusto quando marciapiedi, strade e piazze di proprietà pubblica sono effettivamente occupati dai privati. Il problema è che la Tosap diventa anacronistica quando, ad esempio, si colpisce il passaggio obbligato che un cittadino deve fare per entrare e uscire da casa sua. Esiste persino un balzello sui permessi della raccolta dei funghi. Per raccogliere funghi serve un permesso su cui grava un'imposta di bollo. In alcuni comuni vige anche la tassa sulla raccolta delle castagne. Persino per chi passa a miglior vita c'è da pagare. Il rilascio del certificato di constatazione di decesso rilasciato dall'ufficiale sanitario dell'Asl ha un costo di 35 euro più un euro di bollettino postale. Non finisce qui, chi sceglie di essere cremato e di disperdere in aria le sue ceneri deve pagare una tassa più relative imposte di bollo. Senza considerare il diritto fisso sul trasporto dei defunti e la tassa per la manutenzione dei cimiteri. Le amministrazioni comunali chiedono soldi anche per sposarsi. Chi sceglie di convolare a nozze in Comune deve pagare una tassa sulla celebrazione. Il bello è che il prezzo varia da Comune a Comune oppure anche se vi si risiede o meno. Ad esempio, sposarsi in Campidoglio a Roma per chi non ci abita costa 150 euro nei giorni feriali e 200 nel fine settimana. In un primo momento si pensò anche a un contributo di 100 euro per i residenti, proposta poi ritirata. Pur non avendo centrali nucleari attive in Italia i contribuenti italiani sono costretti ancora oggi (dopo il referendum del 1987 che mise fine alle centrali nucleari in Italia) a pagare attraverso la bolletta dell'elettricità un euro ogni 5.000 chilowattora per finanziare quelle amministrazioni locali che ai tempi avevano deciso di ospitare impianti per la produzione di energia attraverso combustibili nucleari. Tra i balzelli più curiosi c'è persino una imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili (che vige anche per chi non ha preso un aereo in vita sua). A questa va aggiunta l'addizionale comunale su diritti di imbarco dei passeggeri. Tutta questa fantasia tributaria è figlia di un'ondata federalista partita nei primi anni 2000 che invece di avvicinare le tasse ai servizi attesi dai cittadini, invece di semplificare loro la vita, ha tolto certezza di diritto e ha aggiunto lacci del tutto inutili all'attività economica. A questo si aggiunga una crisi economica da cui l'Italia non si è mai davvero rialzata. Come spiega la Cgia, negli ultimi 20 anni la ricchezza del nostro Paese è cresciuta mediamente soltanto dello 0,2% ogni anno. I soldi non bastano al fabbisogno delle amministrazioni e questo innesca una spasmodica necessità di fare cassa. Il punto è che, all'aumentare delle imposte, i cittadini non vedono da tempo un aumento dei servizi. Gianluca Baldini
Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
La crisi iraniana è sempre più caratterizzata da un inestricabile groviglio di tensione militare e diplomazia. Ieri, il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha affermato che Teheran risponderà immediatamente a «qualsiasi aggressione», per poi accusare Washington di «azioni ostili». Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che, al momento, non sono previsti dei colloqui con esponenti del governo statunitense.
Parole, le sue, che cozzano con quanto affermato da Donald Trump, il quale, nella serata di giovedì, aveva reso noto di aver avuto delle conversazioni con Teheran. «Le ho avute e ho intenzione di farle», aveva dichiarato. Ciononostante, ieri, le parole del presidente americano sono tornate a farsi minacciose. «Abbiamo una grande armata, una flottiglia, chiamatela come volete, che si sta dirigendo verso l’Iran in questo momento», ha detto, specificando che la flotta schierata è «persino più grande di quella che avevamo in Venezuela». «La situazione è difficile», ha specificato, pur ribadendo che, secondo lui, «l’Iran vuole fare un accordo». Il presidente americano ha anche confermato di aver dato agli ayatollah una scadenza entro cui accettare un’intesa prima di un eventuale attacco.
Tuttavia, secondo Al Monitor, un alto funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran non avrebbe intenzione di accettare gli ultimatum di Washington sull’arricchimento dell’uranio e sulle limitazioni del programma balistico. In questo quadro, il New York Times ha riportato che, tra le opzioni militari considerate dalla Casa Bianca, vi sarebbe anche quella di possibili incursioni di soldati americani volte a colpire quei siti nucleari iraniani che Washington non aveva bombardato lo scorso giugno. Non solo. Ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni a un’entità collegata alla Repubblica islamica, oltreché a una serie di soggetti, tra cui il ministro dell’Interno iraniano e alcuni alti esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Insomma, la possibilità di un’azione bellica da parte di Washington è più concreta che mai. E il regime khomeinista ne è consapevole. Ecco perché, oltre a fare la voce grossa, sta cercando di far leva sulla Turchia. La Repubblica islamica spera che Ankara riesca a convincere Trump a desistere. Non a caso, ieri Pezeshkian ha avuto un colloquio telefonico con Recep Tayyip Erdogan. Nell’occasione, il sultano ha garantito che «la Turchia è pronta ad assumere un ruolo di mediazione tra l’Iran e gli Stati Uniti per allentare le tensioni e risolvere i problemi». Non solo. Sempre ieri, Araghchi si è recato a Istanbul, dove ha incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan. «Abbiamo detto ai nostri omologhi in ogni occasione che siamo contrari a un intervento militare contro l’Iran», ha affermato il ministro turco in una conferenza stampa congiunta. «Ci auguriamo che i problemi interni dell’Iran vengano risolti pacificamente dal popolo iraniano, senza alcun intervento esterno», ha proseguito, rendendo anche noto di aver parlato giovedì con Steve Witkoff.
La Repubblica islamica sa bene che, per quanto riguarda il dossier mediorientale, Ankara ha un ascendente maggiore di Mosca su Washington. Oltre a far parte della Nato, la Turchia è il principale sponsor dell’attuale regime siriano e, negli scorsi mesi, ha anche rafforzato notevolmente i suoi legami con l’Arabia Saudita: quell’Arabia Saudita che Trump spera presto di convincere ad aderire agli Accordi di Abramo. Ankara ha insomma un peso notevole nel Medio Oriente che l’attuale presidente americano vorrebbe costruire. È per questo che gli ayatollah stanno cercando di far leva su un Erdogan, il cui ascendente sulla Casa Bianca, per quanto significativo, è comunque limitato: difficilmente il sultano potrà evitare un attacco americano contro la Repubblica islamica, se gli ayatollah non accetteranno di ammorbidire le proprie posizioni su arricchimento dell’uranio e missili balistici. Dall’altra parte, temendo la crescente influenza diplomatica turca, la Russia sta cercando di ritagliarsi un ruolo maggiormente incisivo. Ieri, Vladimir Putin ha infatti ricevuto al Cremlino il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani. Ad auspicare una de-escalation è stato anche il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi. «Stiamo compiendo sforzi significativi, con calma e perseveranza, per raggiungere un dialogo in ogni modo possibile, al fine di ridurre l’escalation della crisi iraniana», ha detto.
Continua nel frattempo a salire la tensione tra la Repubblica islamica e l’Ue. Dopo dieci anni di sostanziale appeasement verso gli ayatollah, Bruxelles ha adottato la linea dura, designando i pasdaran come organizzazione terroristica. A mo’ di ritorsione, Teheran sta ipotizzando di designare a sua volta come «terroriste» le forze armate dei Paesi europei.
Mosca: niente raid fino a domani. Il vertice ad Abu Dhabi può slittare
La tregua in Ucraina «a causa del freddo estremo» annunciata dal presidente americano, Donald Trump, è stata confermata ufficialmente da Mosca, ma dovrebbe terminare già domani. Mentre la Capitale ucraina deve far fronte a quasi 400 edifici senza riscaldamento, con le temperature che scenderanno a -30 °C nei prossimi giorni, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che lo zar russo, Vladimir Putin, ha accettato la proposta americana. Tuttavia, la Russia si asterrà dai bombardamenti solamente fino a domani. Peskov ha infatti spiegato: «Il presidente Trump ha effettivamente chiesto personalmente al presidente Putin di astenersi dall’attaccare Kiev per una settimana, fino al 1° febbraio, al fine di creare condizioni favorevoli ai negoziati». A questo proposito, l’inviato speciale dello zar, Kirill Dmitriev, è atteso oggi a Miami per incontrare membri dell’amministrazione Usa.
Il leader ucraino, Volodymyr Zelensky , ha rivelato che giovedì pomeriggio «sono stati colpiti proprio gli impianti energetici in diverse regioni». Prima della conferma del Cremlino, Zelensky aveva spiegato che quanto annunciato giovedì da Trump fosse «più un’opportunità, anziché un accordo». In ogni caso aveva dato la disponibilità da parte ucraina: «Se Mosca interromperà gli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina, Kiev in cambio si asterrà dal colpire i siti energetici russi». Più tardi ha precisato che nella notte «non ci sono stati attacchi contro obiettivi energetici» da parte di Mosca. Ma, secondo quanto rivelato da Zelensky, la Russia sta indirizzando i suoi raid «contro la logistica». E nonostante il Cremlino abbia accolto la tregua in vista dei negoziati ad Abu Dhabi, non è nemmeno certo che si terranno domani. A sollevare il dubbio di fronte ai giornalisti è stato lo stesso Zelensky: «La data o il luogo potrebbero cambiare perché, a nostro avviso, sta succedendo qualcosa nella situazione tra gli Stati Uniti e l’Iran. E questi sviluppi potrebbero probabilmente influire sulle tempistiche». Peraltro, ha precisato che è importante che al round di colloqui partecipino sempre le stesse delegazioni per monitorare meglio gli sviluppi su quanto precedentemente concordato.
A essere sicuramente rimandato è il faccia a faccia tra i due protagonisti della guerra. Dopo che lo zar russo ha accettato di vedere Zelensky a Mosca, il leader ucraino ha rilanciato: «Per me è impossibile incontrare Putin a Mosca. Sarebbe come incontrarlo a Kiev. Posso anche invitarlo a Kiev, lasciarlo venire. Lo inviterò pubblicamente, se ha coraggio».
Ma Zelensky ha puntato il dito anche contro l’Europa: è colpevole, a suo dire, di aver lasciato scoperta la difesa ucraina proprio mentre i raid russi spingevano l’Ucraina «sull’orlo del blackout». Ha raccontato che i missili intercettori Pac-3, essenziali per i sistemi Patriot, sarebbero arrivati con un giorno di ritardo perché «la tranche dell’iniziativa Purl (Prioritised Ukraine requirements list) non era stata pagata» agli Stati Uniti e quindi «i missili non sono arrivati». E sarebbe questo il motivo che ha portato il leader di Kiev a lanciare l’invettiva contro gli europei dal palco del World economic forum di Davos la scorsa settimana. A criticare però quanto detto da Zelensky sono stati due funzionari occidentali: al Financial Times hanno rivelato che le dichiarazioni del presidente ucraino non sono corrette. E anche un funzionario della Nato ha affermato che il Purl «continua a fornire equipaggiamento statunitense cruciale all’Ucraina, finanziato da alleati e partner della Nato» in modo costante.
A tenere banco è anche la questione del processo accelerato per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Zelensky, a tal proposito, ha rimarcato: «Ho chiesto ai nostri diplomatici: quando saremo pronti? Tecnicamente, nel 2027». A suo dire il «processo accelerato» è necessario per Kiev, visto che «gli altri Paesi candidati non sono in guerra». Dall’altra parte, il premier ungherese, Viktor Orbán, ha continuato a lanciare avvertimenti: «Se l’Ucraina diventa un membro dell’Ue ci sarà la guerra in Europa». A commentare l’ipotetica adesione dell’Ucraina è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Ora è importante raggiungere la pace. L’Ue sarà parte dell’intesa finale».
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Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.
La Gioielleria Mario Roggero di Grinzane Cavour, nel Cuneese, dove il 28 aprile 2021 un tentativo di rapina finì nel sangue. Nel riquadro il gioielliere Mario Roggero (Ansa)
La frase citata, probabilmente destinata a far discutere, fa parte delle motivazioni con cui i familiari di uno dei due rapinatori uccisi da Mario Roggero, il gioielliere settantunenne di Grinzane Cavour, condannato in appello a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e per il ferimento di un terzo, chiedono i danni al commerciante. Che, solo di provvisionali, dovrà pagare alle 15 parti civili l’impressionante cifra di 780.000 euro complessivi.
La somma chiesta a Roggero arriva a 3,3 milioni, ma a stabilire la fondatezza di quelle rivendicazioni dovrà essere, nell’eventualità di una condanna definitiva, un giudizio civile, che valuterà ogni singola posizione. Come raccontato ieri dalla Verità, i problemi per Roggero rischiano di arrivare a breve. Dopo la sentenza di primo grado di dicembre 2023, nel maggio del 2024 i due immobili di proprietà di Roggero erano stati sottoposti a sequestro conservativo, disposto sulla base della provvisionale. E con l’esecutività del pronunciamento sulle questioni civilistiche, il sequestro conservativo si è convertito in pignoramento immobiliare.
Il gioielliere ha già versato 300.000 euro (recuperati vendendo altri immobili), quindi attualmente devono essere corrisposti altri 480.000 euro, oltre alle spese legali, che ammontano ad almeno 88.000 euro. Richieste risarcitorie alle quali Roggero non è in grado di far fronte.
Le motivazioni riportate in questo articolo sono quelle esposte dai legali che rappresentano la famiglia di Andrea Spinelli, uno dei componenti della banda che il 28 aprile del 2021 assaltò la gioielleria di Roggero e che fu ucciso dai colpi sparati dal commerciante, convinto di essere in pericolo di vita.
Alla «figlia di fatto» di Spinelli, le toghe del tribunale di Asti hanno riconosciuto una provvisionale di 20.000 euro, a fronte di una richiesta di 245.000 euro, la stessa cifra rivendicata dalla madre dell’uomo, che ha però ottenuto un «acconto» di 30.000 euro.
Il «padre di fatto» del rapinatore ucciso (rappresentato da un diverso avvocato dello stesso studio legale che assiste gli altri congiunti) ha chiesto anche lui 245.000 euro, per i quali ha ottenuto una provvisionale di 20.000. La convivente di Spinelli ha diritto a una provvisionale di 60.000 euro, calcolati su una richiesta di 323.000 euro, mentre al fratello e alla sorella dell’uomo, che hanno rispettivamente chiesto 124.000 e 137.000 euro, sono andati 20.000 euro a testa.
I fatti che hanno portato alla condanna del gioielliere risalgono al 28 aprile 2021, quando Roggero subì una rapina a mano armata all’interno del suo negozio. Tre banditi, armati di pistola (poi risultata finta) e coltello, fecero irruzione nell’attività, terrorizzando il commerciante, sua figlia e la moglie. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo dal gioielliere, l’arma gli fu puntata in faccia ripetutamente, per costringerlo a consegnare il contenuto della cassaforte, mentre la moglie fu colpita duramente al volto. Convinto di essere in imminente pericolo di vita e affermando di voler proteggere sé stesso e la famiglia, dopo un’iniziale colluttazione nel negozio, Roggero reagì sparando con una pistola legalmente detenuta.
A portare alla condanna del commerciante è stato proprio il conflitto a fuoco che si tenne all’esterno della gioielleria. Mentre i rapinatori cercavano di fuggire in auto con il bottino, Roggero li inseguì sparando in rapida successione quattro colpi di pistola. Il bilancio di quell’episodio fu tragico: due banditi, Giuseppe Mazzarino e Spinelli, rimasero uccisi. Un terzo complice, Alessandro Modica, ferito a una gamba, patteggiò successivamente una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione per la tentata rapina alla gioielleria. Ma questo non gli ha impedito di rivendicare un risarcimento di 214.886 euro, che con la «personalizzazione massima» potrebbe arrivare a 250.000 euro. Nella richiesta i legali dell’uomo (che era riuscito a fuggire dal luogo della tentata rapina per poi essere arrestato qualche ora dopo) affermano che Roggero, «esplodendo non uno, ma ben due colpi di arma da fuoco nella direzione del Modica, ha per ben due volte attentato alla sua vita».
Tra le varie voci che quantificano il danno, spicca quello del danno biologico di 140.000 euro, legato a un’invalidità permanente del 35%, la cui esatta origine non è però specificata nel documento. A Modica i giudici hanno riconosciuto una provvisionale da 10.000 euro a fronte degli 80.000 richiesti.
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