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2019-09-23
Paghiamo ogni giorno 59 euro di tasse
Ma quanto paghiamo di tasse? Troppo, questo è evidente. Troppo sugli immobili (con una patrimoniale sul mattone da quasi 22 miliardi l'anno che ne ha schiantato il valore, oltre a prosciugare la liquidità degli italiani, come non si stanca di denunciare Confedilizia); troppo sulle imprese, con un total tax rate che mette le nostre aziende fuori competizione; troppo sui singoli, sui lavoratori e sulle famiglie. Un raro e positivo passo in avanti si era registrato l'anno scorso con l'esperimento voluto dalla Lega di una flat tax al 15% per le partite Iva, le piccole imprese e i professionisti (fino a 65.000 euro di fatturato), che dal 2020 avrebbe dovuto essere esteso fino ai 100.000 euro. Ma con il nuovo governo giallorosso si moltiplicano le voci secondo cui questo secondo passaggio sarebbe fortemente in discussione.
Partiamo tuttavia da un dato certo, per poi affidarci a due elaborazioni. Il dato certo viene dal Def della scorsa primavera: secondo quella fotografia, scattata dal precedente governo, la pressione fiscale passerà dal 42% del 2019 al 42,7% del biennio 2020-2021 per raggiungere il 42,5% nel 2022. Vedremo presto nella Nota di aggiornamento al Def, primo atto di politica economica del nuovo governo, se e come queste previsioni saranno ritoccate. Occorrerà aspettare ancora quattro giorni, fino a venerdì di questa settimana.
Intanto, il Centro studi di Unimpresa, a partire dalle cifre del Def di primavera, ha scorporato e elaborato i dati. Se le tendenze fossero confermate, nel 2022 lo Stato incasserebbe 890 miliardi (a tanto corrisponderebbe il 42,5% del Pil), mentre le uscite supererebbero il limite dei 900 miliardi. Se li dividessimo per ognuno dei 41 milioni di contribuenti, quegli 890 miliardi farebbero in media 21.707 euro di tasse a testa l'anno: 59 euro al giorno, 2,5 per ogni ora che passa.
Sempre Unimpresa ha scomposto e classificato la massa delle entrate. Il totale delle entrate tributarie si attesterà a quota 506,8 miliardi a fine 2019; di questi, 248,6 miliardi sono le imposte dirette (Irpef, Ires, Irap, Imu), 257,2 miliardi le indirette (Iva, accise, registro) e 967 milioni le altre in conto capitale. Si tratta di una voce del bilancio pubblico che salirà a 535,2 miliardi nel 2020 (rispettivamente 250,1 miliardi, 284,1 miliardi e 972 milioni), a 550,3 miliardi nel 2021 (rispettivamente 255,1 miliardi, 294,2 miliardi e 979 milioni), a 559,93 miliardi nel 2022 (rispettivamente 259,2 miliardi, 299,1 miliardi e 985 milioni).
Complessivamente - spiega ancora Unimpresa - considerando la variazione di ciascun anno del quadriennio in esame rispetto al 2018, l'aumento delle entrate tributarie nelle casse dello Stato sarà pari a 55,3 miliardi (+10,98%): le imposte dirette cresceranno di 10,4 miliardi (+4,18%), le indirette di 45,4 miliardi (17,92%) e le altre si ridurranno di 493 milioni (-33,36%).
Il report di Unimpresa mostra che cresceranno anche le entrate relative ai contributi sociali (previdenza e assistenza): dai 234,9 miliardi del 2018 si passerà ai 250,5 miliardi del 2019, ai 244,1 miliardi del 2020, ai 248,3 miliardi del 2021, ai 253,6 miliardi del 2022. L'incremento complessivo di questa voce, che ha effetti sul costo del lavoro per le imprese, sarà pari a 18,6 miliardi (+7,95%). In salita, poi, anche le altre entrate correnti per 2,1 miliardi (+2,92%). Ne consegue che il totale delle entrate dello Stato aumenterà di 76,2 miliardi (+9,37%) rispetto al 2018 nei prossimi 4 anni: dagli 834,4 miliardi del 2019 si passerà agli 856,6 miliardi del 2020, agli 875,4 miliardi del 2021 e agli 890,1 miliardi del 2022.
Anche la Cgia di Mestre ha realizzato un approfondimento, in questo caso comparando la situazione italiana con quella di altri Paesi europei. Con risultati impressionanti (in negativo) sia nel confronto tra l'Italia e la media degli altri Paesi Ue, sia tra l'Italia e quasi ogni altra singola nazione. Secondo la Cgia, nel 2018 gli italiani hanno pagato 33,4 miliardi di tasse in più rispetto all'ammontare complessivo medio versato dai cittadini dell'Ue. Un differenziale che vale circa 2 punti di Pil, letteralmente mangiati dallo Stato. Se invece - prosegue la Cgia - consideriamo il dato pro capite, viene fuori che i contribuenti italiani hanno versato al fisco circa 552 euro a testa in più rispetto alla media dei cittadini Ue.
Secondo la valutazione degli artigiani di Mestre, peggio di noi starebbero solo i contribuenti di Francia, Belgio, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia, in termini di tasse versate.
Rispetto a tutti gli altri, sono gli italiani i più tartassati. Qualche esempio tratto dall'elaborazione della Cgia? Se avessimo la pressione fiscale tedesca, pagheremmo 24,6 miliardi di tasse in meno (407 euro a testa); se avessimo quella olandese, 56,2 (930 euro pro capite); se avessimo quella britannica 114,2 (1.888 euro pro capite); se avessimo quella spagnola 119,5 (1.975 euro pro capite). E se non è un'emergenza questa…
Daniele Capezzone
Merendine, bibite, aerei, contanti Il Conte 2 studia già altre stangate
L'ultima arrivata è la tassa sulla pipì introdotta dalla Regione Lazio governata dal segretario Pd,
Nicola Zingaretti. Bar e ristoranti dovranno esporre il cartello con la somma chiesta per usare i servizi igienici: e pazienza se il regolamento di polizia urbana del Comune di Roma ne impone l'utilizzo gratuito anche a chi non prende un caffè, un bicchiere d'acqua o un pacchetto di caramelle. L'Italia è la patria delle tasse più assurde, soprattutto quando governa il centrosinistra. Che rimane fedele all'immortale frase del compianto Tomaso Padoa-Schioppa, ministro dell'Economia e delle finanze nel secondo governo di Romano Prodi, per il quale «le tasse sono una cosa bellissima».
Il
Conte 2 è già partito sotto i migliori auspici, devoto alla linea. L'inesauribile fantasia dei nostri governanti è sempre al lavoro. Particolarmente attivo è il nuovo ministro dell'Istruzione, il grillino Lorenzo Fioramonti. Egli ne ha ipotizzate addirittura tre. La prima tassa colpirebbe le merendine vendute nelle scuole. La seconda si abbatterebbe sulle bibite zuccherate. La terza si dovrebbe concretizzare in una «mancia» di 1 euro per ogni volo aereo. Il triplice gettito dovrebbe andare a finanziare la scuola italiana, in particolare gli stipendi dei professori statali.
Già è sconcertante che in un Paese soffocato dal fisco un governo s'incaponisca a inventarsi nuove forme di prelievo. Ma la cosa più sbalorditiva sono i motivi addotti a giustificare la stangata. Si tratta di motivi «etici», pseudo educativi. Taglieggiare le merendine e le bibite contenute nei distributori automatici si propone di rieducare gli italiani, che secondo
Fioramonti sarebbero troppo grassi per colpa degli zuccheri ingeriti. E poiché gli spuntini e le bevande strategicamente piazzati nei corridoi delle scuole sono carichi di malefico glucosio, ecco che studenti e professori golosi vanno puniti.
Anche l'imposta sui voli è ispirata a un criterio etico, perché gli italiani devono essere ripresi e sgridati. Il nostro stile di vita va raddrizzato e corretto. Quella lanciata da
Fioramonti, ma - a quanto pare - già recepita favorevolmente da tutto il governo compreso il nuovo titolare delle Finanze Roberto Gualtieri, è una «greta-tax». Una tassa «gretina» perché segue le orme di Greta Thunberg, la giovane attivista verde che è andata dalla Svezia agli Stati Uniti in barca per non mettere piede su un odiato mezzo con le ali. Perché gli aerei inquinano, il cherosene bruciato dai jet si disperde nell'atmosfera, allarga il buco dell'ozono e contribuisce ai vituperati cambiamenti climatici. Quindi, dagli all'inquinatore alato e viva il movimento lento. Ora si attendono sgravi fiscali per i produttori di piroscafi o magari di zattere.
All'esame ci sono anche misure per colpire i cosiddetti ricchi. Il ministro
Roberto Speranza, l'unico rappresentante nell'esecutivo della sinistra di Liberi e uniti, vorrebbe togliere il ticket sulle visite specialistiche e sugli esami. Ottima cosa, a prima vista: salta una delle più odiate tasse sulla salute. Ma siccome i soldi per finanziare la sanità da qualche parte vanno trovati, ecco l'idea di infierire su qualche strumento finanziario. «Pagano banche, assicurazioni e fondi», ha detto Speranza. I quali prima protesteranno e infine scaricheranno il conto sui risparmiatori.
Dal canto suo, per non sfigurare davanti alla fantasia impositrice del governo, Confindustria ha proposto una tassa sui prelievi in contanti, come se non fossero sufficienti le commissioni da versare alle banche. Vogliono incentivare l'utilizzo delle carte elettroniche per combattere il «nero». Sarà. Intanto chi ci guadagna sono i gestori del credito. E sullo sfondo, con la coppia Pd-M5s a Palazzo Chigi, resta sempre il classico spettro di una patrimoniale.
Stefano Filippi
«Fisco locale, attenti alla riforma»
È all'esame del Parlamento una riforma del fisco locale che rischia di compromettere l'autonomia impositiva dei Comuni. Il professor Gaetano Ragucci, ordinario di diritto tributario alla Statale di Milano e presidente dell'Associazione nazionale tributaristi italiani, spiega il contesto di questa operazione.
Perché si vuole rivedere il sistema impositivo locale?
«La riforma risale al 2014, quando fu introdotta l'imposta unica comunale articolata in Imu e Tasi. Due imposte separate, una basata sulle rendite catastali, l'altra parametrata sui costi per i servizi indivisibili come l'illuminazione pubblica, la manutenzione delle strade, la sicurezza e altre voci alle quali tutti devono contribuire».
L'impianto non regge più?
«La Tasi era pensata come strumento di autonomia fiscale, cioè di responsabilità dei Comuni nella gestione delle proprie casse. Tanto si percepisce, tanto si spende e poi saranno i cittadini a giudicare al momento del voto. Questa impostazione è però andata in crisi».
Per quali motivi?
«Si sono combinati due fattori. Il primo è l'esenzione dall'Imu delle prime case, che ha determinato una sensibile riduzione del gettito. Il secondo è il meccanismo di perequazione tra Comuni, al quale non partecipa lo Stato, che impone agli enti locali con più risorse di trasferirne una parte a chi ne ha meno. In generale, le disponibilità sono diminuite e la Tasi, invece che imposta da gestire responsabilmente, è andata a compensare la perdita di gettito».
Ora il Parlamento che cosa intende fare?
«Ci sono tre proposte di legge, a firma Gusmeroli (Lega), Fragomeli (Pd) e Cancelleri (M5s) che nella sostanza prendono atto di questo fallimento e concordano nel fare confluire la Tasi nell'Imu».
L'Associazione dei tributaristi che cosa ne pensa?
«A luglio, come altre associazioni, siamo stati convocati per un'audizione alla Commissione finanze alla Camera e abbiamo osservato che questa riforma è a gettito invariato: semplifica, perché elimina una voce di imposta, ma non porta giovamento ai contribuenti. Inoltre, la riunione delle due vecchie imposte fa venire meno uno degli strumenti dell'autonomia impositiva dei Comuni».
Cioè toglie margini di intervento agli enti locali?
«Risponde a uno stato di necessità generale, ma riporta la fiscalità locale in una condizione di tensione finanziaria in cui molti invocano l'aiuto dello stato. L'Anci, per esempio, ha proposto che lo Stato tornasse a mettere risorse proprie nel fondo di perequazione per i Comuni meno abbienti».
Un ritorno al passato.
«Noi ci siamo discostati perché si ripropone un'impostazione abbandonata, quella della finanza locale che vive di trasferimenti dal centro. Tornerebbe la deresponsabilizzazione che fu ripudiata negli anni Novanta perché riconosciuta come causa dei fenomeni di malcostume. La riforma fu fatta proprio per evitare ciò».
E voi non volete che si faccia un passo indietro.
«No. Anzi si potrebbe approfittare della riforma in cantiere per accelerare sulla digitalizzazione del rapporto tra contribuente e amministrazioni locali. Su questo fronte non si parte da zero, come mostrano per esempio la fattura elettronica o le dichiarazioni precompilate. L'informatizzazione dovrebbe essere estesa alla fiscalità locale attraverso una piattaforma nazionale unitaria da cui il cittadino possa conoscere la sua posizione in tempo reale».
È anche uno strumento di lotta all'abusivismo.
«E una semplificazione reale, che eliminerebbe varie intermediazioni».
Che cosa chiedete dunque al Parlamento?
«Una semplificazione effettiva e che non si perda la prospettiva dell'autonomia impositiva locale».
Stefano Filippi
La gara tra sindaci: inventare tributi per servizi scadenti
La tendenza va avanti da anni. Sempre più spesso il gettito di diverse imposte finisce per passare dalle tasche dello Stato a quelle dei Comuni. In parole povere, le tasse locali aumentano, ma i servizi restano sempre gli stessi (quando non diminuiscono).
Oltre alle più note Imu (nel 2019, secondo uno studio Uil, le aliquote dell'imposta sulla casa sono salite in 215 Comuni), Tari (aumentata in 44 Comuni italiani) e addizionali comunali (divenute più salate in 566 amministrazione locali) esiste infatti una moltitudine di tributi locali che finiscono per ingrassare i portafogli dei Comuni senza offrire però particolari benefici ai cittadini.
Come spiegano alcuni dati forniti dall'ex consigliere economico del presidente del Consiglio
Renzi (e poi Gentiloni), Luigi Marattin, molti amministrazioni locali hanno iniziato a tagliare le spese e a ingolfare di tasse «fantasiose» le tasche dei cittadini.
Secondo
Marattin, dal 2010 i Comuni hanno tagliato la spesa pubblica del 28,24%. Un taglio che si è tradotto in una riduzione dei servizi: per fare un esempio, secondo il sito Openbilanci.it, nel 2005 la spesa media in cultura delle città con più di 200.000 abitanti era di 71,5 euro per ogni abitante. Nel 2014, la somma spesa per diffondere cultura dalle amministrazioni locali è scesa a 61 euro per abitante.
Che dire poi di tutti i servizi per l'infanzia. Un'elaborazione della Fp Cgil Nazionale, condotta sui dati Istat relativi all'offerta comunale di asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia, mostra come la spesa dei Comuni per i nidi abbia smesso di crescere da tempo, passando da 1,6 miliardi di euro del 2012 a 1,475 miliardi del 2016 (ultimo dato disponibile).
Con questi chiari di luna è dunque evidente come le amministrazioni locali tentino in tutti i modi, anche quelli più fantasiosi, di trovare altri introiti attraverso nuove imposte.
Esiste ad esempio un'imposta per l'esposizione della bandiera, di fatto un balzello per la pubblicità allo Stato, per poter esibire la bandiera dello Stato italiano. La nota divertente è che per la bandiera della Comunità europea questa imposta non vige.
C'è persino un'imposta sui gradini. Il proprietario di un immobile con scalini che danno direttamente sulla strada pubblica, ha infatti l'obbligo di pagare un'imposta. Questo vale anche sui ballatoi prospicienti sulla pubblica via. Lo stesso vale per chi vuole posare uno zerbino sul suolo pubblico.
In Italia esiste anche una tassa sull'ombra che grava su qualsiasi locale che monti una tenda che proietti ombra sul marciapiede occupando quindi il suolo pubblico.
Sono tutte imposte riconducibili alla Tosap, la tassa di occupazione del suolo pubblico, un tributo più che giusto quando marciapiedi, strade e piazze di proprietà pubblica sono effettivamente occupati dai privati. Il problema è che la Tosap diventa anacronistica quando, ad esempio, si colpisce il passaggio obbligato che un cittadino deve fare per entrare e uscire da casa sua.
Esiste persino un balzello sui permessi della raccolta dei funghi. Per raccogliere funghi serve un permesso su cui grava un'imposta di bollo. In alcuni comuni vige anche la tassa sulla raccolta delle castagne.
Persino per chi passa a miglior vita c'è da pagare. Il rilascio del certificato di constatazione di decesso rilasciato dall'ufficiale sanitario dell'Asl ha un costo di 35 euro più un euro di bollettino postale. Non finisce qui, chi sceglie di essere cremato e di disperdere in aria le sue ceneri deve pagare una tassa più relative imposte di bollo. Senza considerare il diritto fisso sul trasporto dei defunti e la tassa per la manutenzione dei cimiteri.
Le amministrazioni comunali chiedono soldi anche per sposarsi. Chi sceglie di convolare a nozze in Comune deve pagare una tassa sulla celebrazione. Il bello è che il prezzo varia da Comune a Comune oppure anche se vi si risiede o meno. Ad esempio, sposarsi in Campidoglio a Roma per chi non ci abita costa 150 euro nei giorni feriali e 200 nel fine settimana. In un primo momento si pensò anche a un contributo di 100 euro per i residenti, proposta poi ritirata.
Pur non avendo centrali nucleari attive in Italia i contribuenti italiani sono costretti ancora oggi (dopo il referendum del 1987 che mise fine alle centrali nucleari in Italia) a pagare attraverso la bolletta dell'elettricità
un euro ogni 5.000 chilowattora per finanziare quelle amministrazioni locali che ai tempi avevano deciso di ospitare impianti per la produzione di energia attraverso combustibili nucleari.
Tra i balzelli più curiosi c'è persino una imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili (che vige anche per chi non ha preso un aereo in vita sua). A questa va aggiunta l'addizionale comunale su diritti di imbarco dei passeggeri.
Tutta questa fantasia tributaria è figlia di un'ondata federalista partita nei primi anni 2000 che invece di avvicinare le tasse ai servizi attesi dai cittadini, invece di semplificare loro la vita, ha tolto certezza di diritto e ha aggiunto lacci del tutto inutili all'attività economica. A questo si aggiunga una crisi economica da cui l'Italia non si è mai davvero rialzata. Come spiega la Cgia, negli ultimi 20 anni la ricchezza del nostro Paese è cresciuta mediamente soltanto dello 0,2% ogni anno. I soldi non bastano al fabbisogno delle amministrazioni e questo innesca una spasmodica necessità di fare cassa. Il punto è che, all'aumentare delle imposte, i cittadini non vedono da tempo un aumento dei servizi.
Gianluca Baldini
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Ogni contribuente paga in media 59 euro di imposte al giorno, cioè 21.707 euro all'anno. Rispetto agli altri Paesi dell'Unione europea, gli italiani versano al fisco 552 euro a testa in più. Radiografia di un sistema che il nuovo governo potrebbe inasprire.Il più creativo è il ministro Lorenzo Fioramonti: aumentare i cost per cambiare stili di vita.L'allarme del presidente dei tributaristi: il Parlamento sta lavorando alle modifiche di Imu e Tasi. Ma dietro alla proposta, si nascondono alcuni pericoli. Ecco quali.Balzelli sull'ombra, i morti, la bandiera: sempre più fantasiose le gabelle applicate dai Comuni senza vantaggi per i cittadini.Lo speciale contiene quattro articoliMa quanto paghiamo di tasse? Troppo, questo è evidente. Troppo sugli immobili (con una patrimoniale sul mattone da quasi 22 miliardi l'anno che ne ha schiantato il valore, oltre a prosciugare la liquidità degli italiani, come non si stanca di denunciare Confedilizia); troppo sulle imprese, con un total tax rate che mette le nostre aziende fuori competizione; troppo sui singoli, sui lavoratori e sulle famiglie. Un raro e positivo passo in avanti si era registrato l'anno scorso con l'esperimento voluto dalla Lega di una flat tax al 15% per le partite Iva, le piccole imprese e i professionisti (fino a 65.000 euro di fatturato), che dal 2020 avrebbe dovuto essere esteso fino ai 100.000 euro. Ma con il nuovo governo giallorosso si moltiplicano le voci secondo cui questo secondo passaggio sarebbe fortemente in discussione. Partiamo tuttavia da un dato certo, per poi affidarci a due elaborazioni. Il dato certo viene dal Def della scorsa primavera: secondo quella fotografia, scattata dal precedente governo, la pressione fiscale passerà dal 42% del 2019 al 42,7% del biennio 2020-2021 per raggiungere il 42,5% nel 2022. Vedremo presto nella Nota di aggiornamento al Def, primo atto di politica economica del nuovo governo, se e come queste previsioni saranno ritoccate. Occorrerà aspettare ancora quattro giorni, fino a venerdì di questa settimana.Intanto, il Centro studi di Unimpresa, a partire dalle cifre del Def di primavera, ha scorporato e elaborato i dati. Se le tendenze fossero confermate, nel 2022 lo Stato incasserebbe 890 miliardi (a tanto corrisponderebbe il 42,5% del Pil), mentre le uscite supererebbero il limite dei 900 miliardi. Se li dividessimo per ognuno dei 41 milioni di contribuenti, quegli 890 miliardi farebbero in media 21.707 euro di tasse a testa l'anno: 59 euro al giorno, 2,5 per ogni ora che passa. Sempre Unimpresa ha scomposto e classificato la massa delle entrate. Il totale delle entrate tributarie si attesterà a quota 506,8 miliardi a fine 2019; di questi, 248,6 miliardi sono le imposte dirette (Irpef, Ires, Irap, Imu), 257,2 miliardi le indirette (Iva, accise, registro) e 967 milioni le altre in conto capitale. Si tratta di una voce del bilancio pubblico che salirà a 535,2 miliardi nel 2020 (rispettivamente 250,1 miliardi, 284,1 miliardi e 972 milioni), a 550,3 miliardi nel 2021 (rispettivamente 255,1 miliardi, 294,2 miliardi e 979 milioni), a 559,93 miliardi nel 2022 (rispettivamente 259,2 miliardi, 299,1 miliardi e 985 milioni). Complessivamente - spiega ancora Unimpresa - considerando la variazione di ciascun anno del quadriennio in esame rispetto al 2018, l'aumento delle entrate tributarie nelle casse dello Stato sarà pari a 55,3 miliardi (+10,98%): le imposte dirette cresceranno di 10,4 miliardi (+4,18%), le indirette di 45,4 miliardi (17,92%) e le altre si ridurranno di 493 milioni (-33,36%).Il report di Unimpresa mostra che cresceranno anche le entrate relative ai contributi sociali (previdenza e assistenza): dai 234,9 miliardi del 2018 si passerà ai 250,5 miliardi del 2019, ai 244,1 miliardi del 2020, ai 248,3 miliardi del 2021, ai 253,6 miliardi del 2022. L'incremento complessivo di questa voce, che ha effetti sul costo del lavoro per le imprese, sarà pari a 18,6 miliardi (+7,95%). In salita, poi, anche le altre entrate correnti per 2,1 miliardi (+2,92%). Ne consegue che il totale delle entrate dello Stato aumenterà di 76,2 miliardi (+9,37%) rispetto al 2018 nei prossimi 4 anni: dagli 834,4 miliardi del 2019 si passerà agli 856,6 miliardi del 2020, agli 875,4 miliardi del 2021 e agli 890,1 miliardi del 2022.Anche la Cgia di Mestre ha realizzato un approfondimento, in questo caso comparando la situazione italiana con quella di altri Paesi europei. Con risultati impressionanti (in negativo) sia nel confronto tra l'Italia e la media degli altri Paesi Ue, sia tra l'Italia e quasi ogni altra singola nazione. Secondo la Cgia, nel 2018 gli italiani hanno pagato 33,4 miliardi di tasse in più rispetto all'ammontare complessivo medio versato dai cittadini dell'Ue. Un differenziale che vale circa 2 punti di Pil, letteralmente mangiati dallo Stato. Se invece - prosegue la Cgia - consideriamo il dato pro capite, viene fuori che i contribuenti italiani hanno versato al fisco circa 552 euro a testa in più rispetto alla media dei cittadini Ue.Secondo la valutazione degli artigiani di Mestre, peggio di noi starebbero solo i contribuenti di Francia, Belgio, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia, in termini di tasse versate. Rispetto a tutti gli altri, sono gli italiani i più tartassati. Qualche esempio tratto dall'elaborazione della Cgia? Se avessimo la pressione fiscale tedesca, pagheremmo 24,6 miliardi di tasse in meno (407 euro a testa); se avessimo quella olandese, 56,2 (930 euro pro capite); se avessimo quella britannica 114,2 (1.888 euro pro capite); se avessimo quella spagnola 119,5 (1.975 euro pro capite). E se non è un'emergenza questa…Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paese-delle-tasse-2640476853.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="merendine-bibite-aerei-contanti-il-conte-2-studia-gia-altre-stangate" data-post-id="2640476853" data-published-at="1768519701" data-use-pagination="False"> Merendine, bibite, aerei, contanti Il Conte 2 studia già altre stangate L'ultima arrivata è la tassa sulla pipì introdotta dalla Regione Lazio governata dal segretario Pd, Nicola Zingaretti. Bar e ristoranti dovranno esporre il cartello con la somma chiesta per usare i servizi igienici: e pazienza se il regolamento di polizia urbana del Comune di Roma ne impone l'utilizzo gratuito anche a chi non prende un caffè, un bicchiere d'acqua o un pacchetto di caramelle. L'Italia è la patria delle tasse più assurde, soprattutto quando governa il centrosinistra. Che rimane fedele all'immortale frase del compianto Tomaso Padoa-Schioppa, ministro dell'Economia e delle finanze nel secondo governo di Romano Prodi, per il quale «le tasse sono una cosa bellissima». Il Conte 2 è già partito sotto i migliori auspici, devoto alla linea. L'inesauribile fantasia dei nostri governanti è sempre al lavoro. Particolarmente attivo è il nuovo ministro dell'Istruzione, il grillino Lorenzo Fioramonti. Egli ne ha ipotizzate addirittura tre. La prima tassa colpirebbe le merendine vendute nelle scuole. La seconda si abbatterebbe sulle bibite zuccherate. La terza si dovrebbe concretizzare in una «mancia» di 1 euro per ogni volo aereo. Il triplice gettito dovrebbe andare a finanziare la scuola italiana, in particolare gli stipendi dei professori statali. Già è sconcertante che in un Paese soffocato dal fisco un governo s'incaponisca a inventarsi nuove forme di prelievo. Ma la cosa più sbalorditiva sono i motivi addotti a giustificare la stangata. Si tratta di motivi «etici», pseudo educativi. Taglieggiare le merendine e le bibite contenute nei distributori automatici si propone di rieducare gli italiani, che secondo Fioramonti sarebbero troppo grassi per colpa degli zuccheri ingeriti. E poiché gli spuntini e le bevande strategicamente piazzati nei corridoi delle scuole sono carichi di malefico glucosio, ecco che studenti e professori golosi vanno puniti. Anche l'imposta sui voli è ispirata a un criterio etico, perché gli italiani devono essere ripresi e sgridati. Il nostro stile di vita va raddrizzato e corretto. Quella lanciata da Fioramonti, ma - a quanto pare - già recepita favorevolmente da tutto il governo compreso il nuovo titolare delle Finanze Roberto Gualtieri, è una «greta-tax». Una tassa «gretina» perché segue le orme di Greta Thunberg, la giovane attivista verde che è andata dalla Svezia agli Stati Uniti in barca per non mettere piede su un odiato mezzo con le ali. Perché gli aerei inquinano, il cherosene bruciato dai jet si disperde nell'atmosfera, allarga il buco dell'ozono e contribuisce ai vituperati cambiamenti climatici. Quindi, dagli all'inquinatore alato e viva il movimento lento. Ora si attendono sgravi fiscali per i produttori di piroscafi o magari di zattere. All'esame ci sono anche misure per colpire i cosiddetti ricchi. Il ministro Roberto Speranza, l'unico rappresentante nell'esecutivo della sinistra di Liberi e uniti, vorrebbe togliere il ticket sulle visite specialistiche e sugli esami. Ottima cosa, a prima vista: salta una delle più odiate tasse sulla salute. Ma siccome i soldi per finanziare la sanità da qualche parte vanno trovati, ecco l'idea di infierire su qualche strumento finanziario. «Pagano banche, assicurazioni e fondi», ha detto Speranza. I quali prima protesteranno e infine scaricheranno il conto sui risparmiatori. Dal canto suo, per non sfigurare davanti alla fantasia impositrice del governo, Confindustria ha proposto una tassa sui prelievi in contanti, come se non fossero sufficienti le commissioni da versare alle banche. Vogliono incentivare l'utilizzo delle carte elettroniche per combattere il «nero». Sarà. Intanto chi ci guadagna sono i gestori del credito. E sullo sfondo, con la coppia Pd-M5s a Palazzo Chigi, resta sempre il classico spettro di una patrimoniale. Stefano Filippi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paese-delle-tasse-2640476853.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="fisco-locale-attenti-alla-riforma" data-post-id="2640476853" data-published-at="1768519701" data-use-pagination="False"> «Fisco locale, attenti alla riforma» È all'esame del Parlamento una riforma del fisco locale che rischia di compromettere l'autonomia impositiva dei Comuni. Il professor Gaetano Ragucci, ordinario di diritto tributario alla Statale di Milano e presidente dell'Associazione nazionale tributaristi italiani, spiega il contesto di questa operazione. Perché si vuole rivedere il sistema impositivo locale? «La riforma risale al 2014, quando fu introdotta l'imposta unica comunale articolata in Imu e Tasi. Due imposte separate, una basata sulle rendite catastali, l'altra parametrata sui costi per i servizi indivisibili come l'illuminazione pubblica, la manutenzione delle strade, la sicurezza e altre voci alle quali tutti devono contribuire». L'impianto non regge più? «La Tasi era pensata come strumento di autonomia fiscale, cioè di responsabilità dei Comuni nella gestione delle proprie casse. Tanto si percepisce, tanto si spende e poi saranno i cittadini a giudicare al momento del voto. Questa impostazione è però andata in crisi». Per quali motivi? «Si sono combinati due fattori. Il primo è l'esenzione dall'Imu delle prime case, che ha determinato una sensibile riduzione del gettito. Il secondo è il meccanismo di perequazione tra Comuni, al quale non partecipa lo Stato, che impone agli enti locali con più risorse di trasferirne una parte a chi ne ha meno. In generale, le disponibilità sono diminuite e la Tasi, invece che imposta da gestire responsabilmente, è andata a compensare la perdita di gettito». Ora il Parlamento che cosa intende fare? «Ci sono tre proposte di legge, a firma Gusmeroli (Lega), Fragomeli (Pd) e Cancelleri (M5s) che nella sostanza prendono atto di questo fallimento e concordano nel fare confluire la Tasi nell'Imu». L'Associazione dei tributaristi che cosa ne pensa? «A luglio, come altre associazioni, siamo stati convocati per un'audizione alla Commissione finanze alla Camera e abbiamo osservato che questa riforma è a gettito invariato: semplifica, perché elimina una voce di imposta, ma non porta giovamento ai contribuenti. Inoltre, la riunione delle due vecchie imposte fa venire meno uno degli strumenti dell'autonomia impositiva dei Comuni». Cioè toglie margini di intervento agli enti locali? «Risponde a uno stato di necessità generale, ma riporta la fiscalità locale in una condizione di tensione finanziaria in cui molti invocano l'aiuto dello stato. L'Anci, per esempio, ha proposto che lo Stato tornasse a mettere risorse proprie nel fondo di perequazione per i Comuni meno abbienti». Un ritorno al passato. «Noi ci siamo discostati perché si ripropone un'impostazione abbandonata, quella della finanza locale che vive di trasferimenti dal centro. Tornerebbe la deresponsabilizzazione che fu ripudiata negli anni Novanta perché riconosciuta come causa dei fenomeni di malcostume. La riforma fu fatta proprio per evitare ciò». E voi non volete che si faccia un passo indietro. «No. Anzi si potrebbe approfittare della riforma in cantiere per accelerare sulla digitalizzazione del rapporto tra contribuente e amministrazioni locali. Su questo fronte non si parte da zero, come mostrano per esempio la fattura elettronica o le dichiarazioni precompilate. L'informatizzazione dovrebbe essere estesa alla fiscalità locale attraverso una piattaforma nazionale unitaria da cui il cittadino possa conoscere la sua posizione in tempo reale». È anche uno strumento di lotta all'abusivismo. «E una semplificazione reale, che eliminerebbe varie intermediazioni». Che cosa chiedete dunque al Parlamento? «Una semplificazione effettiva e che non si perda la prospettiva dell'autonomia impositiva locale». Stefano Filippi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paese-delle-tasse-2640476853.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-gara-tra-sindaci-inventare-tributi-per-servizi-scadenti" data-post-id="2640476853" data-published-at="1768519701" data-use-pagination="False"> La gara tra sindaci: inventare tributi per servizi scadenti La tendenza va avanti da anni. Sempre più spesso il gettito di diverse imposte finisce per passare dalle tasche dello Stato a quelle dei Comuni. In parole povere, le tasse locali aumentano, ma i servizi restano sempre gli stessi (quando non diminuiscono). Oltre alle più note Imu (nel 2019, secondo uno studio Uil, le aliquote dell'imposta sulla casa sono salite in 215 Comuni), Tari (aumentata in 44 Comuni italiani) e addizionali comunali (divenute più salate in 566 amministrazione locali) esiste infatti una moltitudine di tributi locali che finiscono per ingrassare i portafogli dei Comuni senza offrire però particolari benefici ai cittadini. Come spiegano alcuni dati forniti dall'ex consigliere economico del presidente del Consiglio Renzi (e poi Gentiloni), Luigi Marattin, molti amministrazioni locali hanno iniziato a tagliare le spese e a ingolfare di tasse «fantasiose» le tasche dei cittadini. Secondo Marattin, dal 2010 i Comuni hanno tagliato la spesa pubblica del 28,24%. Un taglio che si è tradotto in una riduzione dei servizi: per fare un esempio, secondo il sito Openbilanci.it, nel 2005 la spesa media in cultura delle città con più di 200.000 abitanti era di 71,5 euro per ogni abitante. Nel 2014, la somma spesa per diffondere cultura dalle amministrazioni locali è scesa a 61 euro per abitante. Che dire poi di tutti i servizi per l'infanzia. Un'elaborazione della Fp Cgil Nazionale, condotta sui dati Istat relativi all'offerta comunale di asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia, mostra come la spesa dei Comuni per i nidi abbia smesso di crescere da tempo, passando da 1,6 miliardi di euro del 2012 a 1,475 miliardi del 2016 (ultimo dato disponibile). Con questi chiari di luna è dunque evidente come le amministrazioni locali tentino in tutti i modi, anche quelli più fantasiosi, di trovare altri introiti attraverso nuove imposte. Esiste ad esempio un'imposta per l'esposizione della bandiera, di fatto un balzello per la pubblicità allo Stato, per poter esibire la bandiera dello Stato italiano. La nota divertente è che per la bandiera della Comunità europea questa imposta non vige. C'è persino un'imposta sui gradini. Il proprietario di un immobile con scalini che danno direttamente sulla strada pubblica, ha infatti l'obbligo di pagare un'imposta. Questo vale anche sui ballatoi prospicienti sulla pubblica via. Lo stesso vale per chi vuole posare uno zerbino sul suolo pubblico. In Italia esiste anche una tassa sull'ombra che grava su qualsiasi locale che monti una tenda che proietti ombra sul marciapiede occupando quindi il suolo pubblico. Sono tutte imposte riconducibili alla Tosap, la tassa di occupazione del suolo pubblico, un tributo più che giusto quando marciapiedi, strade e piazze di proprietà pubblica sono effettivamente occupati dai privati. Il problema è che la Tosap diventa anacronistica quando, ad esempio, si colpisce il passaggio obbligato che un cittadino deve fare per entrare e uscire da casa sua. Esiste persino un balzello sui permessi della raccolta dei funghi. Per raccogliere funghi serve un permesso su cui grava un'imposta di bollo. In alcuni comuni vige anche la tassa sulla raccolta delle castagne. Persino per chi passa a miglior vita c'è da pagare. Il rilascio del certificato di constatazione di decesso rilasciato dall'ufficiale sanitario dell'Asl ha un costo di 35 euro più un euro di bollettino postale. Non finisce qui, chi sceglie di essere cremato e di disperdere in aria le sue ceneri deve pagare una tassa più relative imposte di bollo. Senza considerare il diritto fisso sul trasporto dei defunti e la tassa per la manutenzione dei cimiteri. Le amministrazioni comunali chiedono soldi anche per sposarsi. Chi sceglie di convolare a nozze in Comune deve pagare una tassa sulla celebrazione. Il bello è che il prezzo varia da Comune a Comune oppure anche se vi si risiede o meno. Ad esempio, sposarsi in Campidoglio a Roma per chi non ci abita costa 150 euro nei giorni feriali e 200 nel fine settimana. In un primo momento si pensò anche a un contributo di 100 euro per i residenti, proposta poi ritirata. Pur non avendo centrali nucleari attive in Italia i contribuenti italiani sono costretti ancora oggi (dopo il referendum del 1987 che mise fine alle centrali nucleari in Italia) a pagare attraverso la bolletta dell'elettricità un euro ogni 5.000 chilowattora per finanziare quelle amministrazioni locali che ai tempi avevano deciso di ospitare impianti per la produzione di energia attraverso combustibili nucleari. Tra i balzelli più curiosi c'è persino una imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili (che vige anche per chi non ha preso un aereo in vita sua). A questa va aggiunta l'addizionale comunale su diritti di imbarco dei passeggeri. Tutta questa fantasia tributaria è figlia di un'ondata federalista partita nei primi anni 2000 che invece di avvicinare le tasse ai servizi attesi dai cittadini, invece di semplificare loro la vita, ha tolto certezza di diritto e ha aggiunto lacci del tutto inutili all'attività economica. A questo si aggiunga una crisi economica da cui l'Italia non si è mai davvero rialzata. Come spiega la Cgia, negli ultimi 20 anni la ricchezza del nostro Paese è cresciuta mediamente soltanto dello 0,2% ogni anno. I soldi non bastano al fabbisogno delle amministrazioni e questo innesca una spasmodica necessità di fare cassa. Il punto è che, all'aumentare delle imposte, i cittadini non vedono da tempo un aumento dei servizi. Gianluca Baldini
Monsignor Antonio Suetta
E in effetti, Suetta è risultato politicamente scorretto forse anche al di là delle sue intenzioni. Ogni giorno fa suonare una campana per i bambini non nati e per questo è stato ferocemente attaccato da sinistra, in particolare dalla Cgil.
«L’iniziativa risale a qualche anno fa», dice il vescovo. «Noi ogni anno, da un po' di tempo, ci prepariamo alla Giornata della vita, che è sempre la prima domenica di febbraio, con una nostra iniziativa: i 40 giorni per la vita, che iniziano il 28 dicembre, giorno della memoria liturgica dei santi innocenti martiri. Nel 2021 abbiamo pensato a questa campana, l’abbiamo fatta fondere e l’abbiamo benedetta e presentata il 5 febbraio 2022. Perciò di per sé non è una novità, solo che probabilmente è caduta nel dimenticatoio. Avevamo dei lavori in corso qui nella villa dove ora è stata collocata, ma ora finalmente abbiamo potuto metterla in funzione. Lo abbiamo fatto appunto il 28 dicembre. Lo scopo è quello che ho scritto: prima di tutto, richiamare alla preghiera per tutti coloro che sono coinvolti nel grande dramma dell’aborto. In primis, naturalmente, i bambini che non hanno potuto nascere - mi riferisco tanto agli aborti volontari quanto agli aborti spontanei, quindi è un atto di pietà e di comunione dei santi - e poi tutte le altre persone che sono coinvolte. Certamente le donne, le mamme in primo luogo, e poi le famiglie, i medici, gli operatori sanitari e la società tutta. In secondo luogo, la campana suona come un monito per la coscienza. Non vuol dire puntare il dito, ma richiamare il principio sacrosanto del non uccidere».
La Cgil l’ha invitata a fare risuonare la campana per i morti palestinesi, ucraini, russi, per i giovani di Teheran, per René Nicole Goode uccisa dall’Ice.
«Condivido poco il benaltrismo. Ma al di là di questo io aderisco volentieri, personalmente e come diocesi, a tutte le iniziative di solidarietà, di preghiera, di sensibilizzazione che di quando in quando attraversano la vita della nostra società e soprattutto quelle che sono suggerite dal Santo Padre e dalla Conferenza episcopale italiana. Perciò la maggior parte di queste cose che sono state citate dai comunicati della Cgil non mi trovano estraneo, non mi trovano insensibile e tantomeno mi trovano contrario. Perché ho scelto un tema particolare? Perché sul discorso dell’aborto è calata, volutamente, la congiura del silenzio. Mentre per tutte le altre cose no. Sui migranti, essendo qui in una zona di frontiera, io personalmente tante volte mi sono speso. Ma è un tema che grazie a Dio è adeguatamente trattato ed è all’ordine del giorno. Mentre dell’aborto non si vuole parlare e tutte le polemiche che questa campana ha fatto nascere, che tra parentesi a me fanno piacere perché ne amplificano la voce, stanno a dimostrarlo».
Infatti il problema nasce proprio sull’aborto. Sempre la Cgil dice che «nel 2026 mentre le donne cercano ancora di sottrarsi alla violenza della cultura patriarcale, il vescovo la celebra colpevolizzandole e imponendo a un’intera comunità e al Paese il proprio pensiero che poco ha a che vedere con l’umana misericordia predicata dalle religioni».
«Dal mio punto di vista la cultura patriarcale non c’entra esattamente niente, almeno dalla prospettiva in cui io considero la cosa e in cui la considera la Chiesa. Anzi, ritengo che tutte le volte che parlando di aborto si sposta l’attenzione su argomenti che possono essere più o meno connessi si rischia di non considerare adeguatamente il tema. Bisogna considerare primariamente colui che è abortito, che è un essere umano. Questo è il fulcro della questione. Poi si capisce che intorno a questo tema vi sono tante altre prospettive e dimensioni che vanno tenute in giusta considerazione, ma che non possono prevalere sul principio che la vita è sacra, inviolabile e non è nella disponibilità di nessuno. Quindi questo è il tema che ho voluto sottolineare e portare all’attenzione. Quanto alla misericordia...».
Dica.
«La più grande misericordia la dovremmo avere nei confronti della vita innocente e indifesa che viene soppressa. E in secondo luogo la Chiesa ha sempre e in mille modi teso la mano alle donne che sono in difficoltà: a quelle che sono in difficoltà nell’accogliere una maternità e a quelle che purtroppo hanno abortito e portano il peso grande di un rimorso e spesso anche di traumi molto gravi».
Secondo lei l’aborto è un diritto?
«L’aborto non è un diritto ma un delitto. Però, come abbiamo visto con il recente inserimento dell’aborto come diritto nella Costituzione francese e poi con tutte le politiche europee sul tema, c’è questa tendenza a spostare il concetto di aborto: da fatto di estrema necessità a diritto nel segno della assoluta emancipazione e promozione della donna. Nonostante i numeri drammatici dell’aborto - che sono esorbitanti in Italia e nel mondo e che purtroppo stanno a dimostrare che non ci sia alcun impedimento ad abortire - trovo che ci sia una sorta di accanimento. Che rivela non tanto un approccio maldestro a una situazione di emergenza, ma qualcosa di peggio».
Cioè?
«Una antropologia sbagliata, una destrutturazione dell’uomo, un rifiuto dei valori, dei principi cristiani. Ma anche senza scomodare la fede, dei principi normali di una ragione sana. E ci vedo qualcosa di degradante, bestiale, posto che le bestie non fanno questo. E ci vedo, da un punto di vista religioso e teologico, qualcosa di diabolico».
Papa Leone XIV, pochi giorni fa, ha preso posizione molto netta: «È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto».
«Ho accolto quel discorso con grande condivisione, con tanta gratitudine al Santo Padre per aver detto queste cose e soprattutto per averle dette in quel contesto, perché ha parlato al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e di conseguenza ha mandato direttamente un messaggio a tutti gli stati del mondo».
La politica secondo lei dovrebbe discutere di più dell’aborto?
«Sì, dovrebbe discuterne di più. Capisco che per la politica sia difficile: da una parte questo argomento viene utilizzato come una bandiera ideologica. Dall’altra parte, anche se magari singolarmente gli esponenti politici condividono i principi cristiani, forse sono un po' timidi o sono scoraggiati dal fatto che un approccio diverso da quello oggi prevalente circa l’aborto non sarebbe capito, non avrebbe numeri, non avrebbe possibilità di successo. Ma questo discorso, ovviamente in maniera seria, va riportato alla ribalta perché è necessario. E lo ripeto, sono i numeri che ce lo dicono. Chi si ostina a difendere l’aborto cita sempre i cosiddetti casi estremi per giustificarlo, ma i numeri ci dicono che l’aborto non riguarda principalmente casi estremi. L’aborto purtroppo riguarda una concezione ormai decaduta, sbagliata e insufficiente della vita umana».
La campana fino a quando continuerà a suonare?
«La faremo suonare sempre, tutti i giorni. Sempre è una parola grande... Diciamo stabilmente».
Non sembra poi un gesto così violento. E nemmeno lei sembra violento.
«No, io non sono un violento, però mi piace essere, per usare un termine evangelico, franco. È quello che la Bibbia chiama parresia. Le cose vanno chiamate con il loro nome e vanno dette con chiarezza, senza paura. Io devo essere sincero, in questi giorni certo ho sentito il vento delle polemiche, talvolta davvero violente e sbagliate. Soprattutto mi hanno fatto un po' tenerezza i tanti giovani indottrinati e i loro slogan. Però ho ricevuto tante condivisioni e tante belle testimonianze personali. Il che vuol dire, sempre per citare la Bibbia, che il Signore ha un popolo numeroso in questa città e la campana suona per questo».
Alla Chiesa manca o è mancata la franchezza a cui ha fatto riferimento?
«Penso che magari l’intenzione sia buona, è quella di accostarsi a tutti, cercando di accompagnarsi al passo di ciascuno per orientare adeguatamente il cammino. Questo sicuramente è un atteggiamento previo, indispensabile per l’attività pastorale. Però poi cammin facendo, mi sembra che ce lo insegni proprio l’ultimo film di Checco Zalone, la direzione si deve chiarire. E quindi è il cammino stesso che davanti a certi bivi chiede di dire se si debba andare da una parte o dall’altra ed è compito del pastore indicare la strada sicura».
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Ecco #DimmiLaVerità del 15 gennaio 2026. Il deputato della Lega Eugenio Zoffili ci spiega perché l'operazione Strade Sicure dei nostri militari andrà avanti e sarà potenziata.
Si avvia alla fase finale Energie per il futuro dell’export, il Roadshow itinerante di SACE, l’Export Credit Agency italiana partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, nato come percorso di ascolto strutturato del tessuto produttivo italiano e come strumento di dialogo diretto con le imprese sui territori.
Un viaggio che, in poco più di due mesi, ha attraversato l’Italia da Nord a Sud – Milano, Venezia, Napoli, Bari, Bologna, Firenze – ed è volato a Dubai, unica tappa internazionale del Roadshow, dedicata al confronto con le imprese italiane attive nei mercati del Golfo e le controparti locali. Oltre 1.300 chilometri percorsi nella Penisola e più di 300 imprese incontrate, trasformando le sedi territoriali di SACE in vere e proprie Case delle Imprese, luoghi di confronto operativo, raccolta di idee e costruzione di soluzioni.
Un ascolto che ha coinvolto aziende di tutte le dimensioni e dei principali settori produttivi – dalla manifattura alla meccanica strumentale, dal tessile-abbigliamento all’agroalimentare, dalla farmaceutica ai servizi – e che ha posto le imprese al centro di ogni tappa del Roadshow. Non semplici partecipanti, ma protagoniste attive del confronto, chiamate a condividere esperienze di crescita internazionale, testimonianze concrete e momenti di scambio operativo con altre aziende. Un dialogo aperto e partecipato, arricchito anche da sessioni di speed thinking, pensate per favorire il confronto rapido, la contaminazione di idee e la circolazione di soluzioni tra imprese che affrontano sfide simili sui mercati esteri.
Questo percorso di ascolto trova ora il suo momento di sintesi e restituzione a gennaio a Roma, tappa finale del Roadshow. Un appuntamento che rappresenta non solo la chiusura del viaggio, ma soprattutto un punto di messa a sistema degli spunti emersi, delle priorità individuate e delle traiettorie di sviluppo su cui SACE intende rafforzare il proprio impegno a fianco delle imprese italiane.
Supporto all’export: la missione di SACE
Il Roadshow è stato anche un’occasione per ribadire la missione di SACE: sostenere l’export e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, valorizzando un fattore chiave della crescita economica del Paese. Un percorso che ha riaffermato il ruolo strategico dell’export come leva di sviluppo e competitività e ha posto al centro l’esigenza di una maggiore diversificazione dei mercati di sbocco, elemento essenziale per ridurre i rischi legati alla concentrazione geografica e cogliere nuove opportunità di crescita.
In un contesto globale complesso, l’export continua a rappresentare uno dei pilastri della tenuta e dello sviluppo dell’economia italiana. Le imprese attive sui mercati esteri mostrano livelli più elevati di produttività, capacità innovativa e resilienza, e l’esperienza internazionale contribuisce ad accelerarne i percorsi di crescita, rafforzando la competitività complessiva del Sistema Paese.
Dal confronto diretto con le imprese sono emerse le direttrici prioritarie che orienteranno l’azione futura di SACE, in particolare: competitività, per consolidare la presenza del Made in Italy sui mercati esteri e diversificazione geografica, per intercettare le opportunità dei mercati ad alto potenziale e rafforzare la resilienza dell’export italiano.
La tappa conclusiva di Roma rappresenterà quindi un momento di sintesi e indirizzo, in cui SACE condividerà le evidenze emerse lungo il Roadshow e ribadirà il proprio ruolo a supporto dell’export, al fianco delle imprese italiane, in Italia e nel mondo.
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Federico Cafiero De Raho (Ansa)
In questo quadro si colloca il rapporto tra Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, e il quotidiano Domani, fondato e controllato da Carlo De Benedetti, indicato come uno degli snodi attraverso cui quel sistema avrebbe prodotto effetti concreti, con informazioni riservate confluite in articoli di stampa. L’origine dell’indagine viene ricondotta all’ottobre del 2022, quando il ministro Guido Crosetto presenta denuncia dopo la pubblicazione di articoli basati su dati «non acquisibili da fonti aperte», dando avvio agli accertamenti sugli accessi alle banche dati. È da qui che emerge la figura di Striano e, soprattutto, l’anomalia quantitativa delle sue consultazioni: nel periodo analizzato, secondo quanto riportato, il militare avrebbe effettuato oltre 400.000 interrogazioni di banche dati riservate, un volume definito dalla commissione «oggettivamente abnorme» e tale da escludere qualsiasi ricostruzione episodica o casuale. Questo dato diventa centrale non solo per attribuire le singole condotte, ma per chiamare in causa i vertici dell’Antimafia. La relazione, pur escludendo profili di responsabilità penale diretta, parla apertamente di gravi carenze nei sistemi di controllo interno della Dna.
La relazione poi evidenzia il collegamento con l’attività giornalistica. Attraverso il raffronto sistematico tra articoli pubblicati e segnalazioni di operazioni sospette, la commissione richiama atti della Procura di Perugia che parlano di 57 pezzi contenenti informazioni tratte da Sos consultate da Striano prima della pubblicazione, di cui ben 27, editi per lo più tra il 2019 e il 2021, riguardanti la Lega (e un’altra ventina su soggetti legati agli altri partiti del centrodestra). Un dato che, nel documento, non è presentato come neutro o casuale, ma come indice di un metodo.
Secondo quanto riportato negli atti richiamati dalla commissione, questi articoli contenevano dati riconducibili a segnalazioni di operazioni sospette relative a movimentazioni finanziarie e profili patrimoniali di soggetti collegati al partito. Il raffronto tra il contenuto degli articoli e le informazioni estraibili dalle banche dati consultate da Striano porta gli inquirenti a ritenere che «la fonte non possa essere di altri, se non Striano», in assenza di «qualsivoglia interesse istituzionale» della Direzione nazionale antimafia che giustificasse quelle consultazioni.
La relazione non colloca questa vicenda in un vuoto istituzionale. Al contrario, ricostruisce anche le tensioni interne alla magistratura che accompagnano la vicenda. In particolare, viene richiamato il contrasto tra la Procura di Milano, guidata all’epoca da Francesco Greco, e la Direzione nazionale antimafia, allora diretta da Federico Cafiero De Raho. La Commissione ricorda come, già prima dell’esplosione del caso Striano, vi fossero stati attriti e divergenze sul perimetro delle competenze e sull’uso delle informazioni antimafia, culminati in uno scontro istituzionale che evidenziava una frattura tra livelli diversi dell’azione giudiziaria. I nomi dei giornalisti coinvolti sono quelli di Giovanni Tizian, Stefano Vergine e Nello Trocchia. Vengono descritti come interlocutori diretti di Striano, protagonisti di una relazione che la Commissione definisce strutturale e consolidata nel tempo.
La relazione riferisce che «in plurime occasioni» Tizian si sarebbe attivato «nel richiedere i dati dei quali aveva bisogno per collazionare i suoi articoli», indicando in modo mirato i soggetti e l’utilizzo successivo delle informazioni. Non una ricezione passiva, dunque, ma una sollecitazione mirata. In alcuni casi Striano e Tizian «si erano accordati per incontrarsi di persona» per la consegna dei dati, in altri il trasferimento sarebbe avvenuto via email. Il caso Crosetto segna il punto di massima tensione. Dopo la denuncia, secondo la commissione, i giornalisti avrebbero tentato di costruire una giustificazione a posteriori: la relazione parla di una memoria redatta «proprio al fine di dare una veste di liceità all’attività invece illecita per la quale oggi si procede», attribuendone la paternità a Vergine e Tizian.
In questo passaggio del documento si legge: «Sono stati dunque i due giornalisti a “vestire” le visure su Crosetto collegandole a quelle con i fratelli Mangione», e aggiunge che «il Vergine ed il Tizian si sono attivati per assicurare protezione alla loro fonte, cercando di elaborare una giustificazione per quegli accessi illegittimi che hanno consentito la redazione degli articoli oggetto di denuncia». La relazione richiama anche l’audizione di Emiliano Fittipaldi, direttore di Domani, che ha affermato «con vigore» che il giornalismo deve pubblicare notizie vere e di interesse pubblico, «indipendentemente dalla natura della fonte», precisando di aver assunto la direzione solo nel 2023 e negando qualsiasi ingerenza dell’editore Carlo De Benedetti nella linea editoriale. Nelle conclusioni, tuttavia, la Commissione giudica queste affermazioni «quantomeno allarmanti», richiamando i limiti posti dalla giurisprudenza alla libertà di stampa quando si traduce nell’utilizzazione consapevole di condotte illecite di pubblici ufficiali.
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