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2021-01-13
Il nuovo «piano pandemico» smaschera le bugie raccontate da Speranza
Ansa
All'inizio di dicembre, Roberto Speranza ha concesso un'intervista a Porta a porta accettando - per la prima e unica volta - di parlare dell'ormai famigerato piano pandemico, cioè il documento che avrebbe dovuto guidare la risposta italiana al Covid. Come noto, l'Italia non aveva un piano aggiornato: l'unico di cui eravamo in possesso era fermo al 2006 e, in ogni caso, non è mai stato utilizzato perché - come ha confessato a questo giornale un dirigente del ministero della Salute - «nessuno ci ha pensato». Sull'argomento, in tv, Speranza si è mostrato piuttosto sicuro. Con il sorriso stampato sulle labbra ha sostenuto una tesi un po' strampalata: a suo dire, il piano pandemico non c'entrava nulla con il Covid. Anche se il documento fosse stato aggiornato, ha detto il ministro, non ci sarebbe servito a nulla.
Nelle scorse settimane, numerosi e autorevoli esperti hanno provveduto a spiegare che, al contrario, avere un piano aggiornato e applicarlo avrebbe consentito di evitare migliaia di morti, 10.000 o forse più. E già questo basterebbe per consigliare al ministro di dimettersi.
Ma ora c'è un elemento in più. Da un paio di giorni, infatti, ha cominciato a circolare un nuovo testo intitolato Piano strategico-operativo nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale (PanFlu) 2021-2023 che porta l'intestazione della Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute. Già ieri ne abbiamo dato conto, ma occorre aggiungere qualche riflessione non secondaria.
1 Questo nuovo «piano» in realtà non è un piano. Intanto è una bozza che necessita ancora di essere approvata e di passare al vaglio delle Regioni. Ciò significa che, prima dell'approvazione, passeranno ancora diversi mesi. Contando che ci è stato detto da Ue e Oms di aggiornare il piano pandemico nel 2009, nel 2013 e nel 2017, capite che il ritardo è enorme.
2 Alla nuova bozza mancano diversi aspetti che potremmo definire operativi. Un piano, infatti, per essere efficace deve fornire indicazioni precise ed essere testato tramite simulazioni. Questo testo, invece, contiene molto spesso indicazioni generiche difficili da tradurre in pratica.
3 In ogni caso, il nodo centrale è il seguente: se il piano pandemico non c'entra nulla con il Covid, come disse Speranza, per quale motivo ci viene presentato un nuovo piano proprio adesso? Se davvero questa roba è inutile come mai - dopo settimane di polemiche a livello internazionale magicamente appare la nuova bozza di un testo fermo da anni (l'ultima versione è stata prodotta, e poi dimenticata, nell'aprile 2019)?
4 Risulta evidente, scorrendo il nuovo «piano», il tentativo del ministero e dei vari tecnici di salvare la faccia. A pagina 9, ad esempio, è scritto (scusa non richiesta) che il Covid «è un virus completamente diverso da quello dell'influenza anche se il suo comportamento in termini di dinamica epidemica, potenzialità pandemiche, e conseguenze cliniche nei casi gravi ricorda quello delle influenze pandemiche». Ottimo. Ma, di nuovo, se un piano pandemico anti influenzale non serve contro il Covid, per quale motivo la nuova bozza (dedicata alla «preparazione e risposta a una pandemia influenzale») si occupa del Covid? È curioso, non trovate?
5 Dopo che a pagina 9 ci viene detto che Covid e influenza sono due cose diverse (tesi di Speranza), a pagina 10 il discorso cambia. Troviamo infatti questa frase: «Rimane la consapevolezza che molte delle misure prevedibili in una pianificazione pandemica influenzale sarebbero incluse in una più ampia pianificazione per un patogeno X simile a Sars-CoV-2 per cui è sicuramente necessaria, al termine della pandemia in corso, una programmazione in base anche a documenti di indirizzo internazionali che saranno resi disponibili nei prossimi mesi e che tenga conto di quanto già programmato reattivamente». Capito? Covid e influenza sono diversi, ma le misure utili contro l'influenza servono anche contro le pandemie simili al Covid. Dunque, per l'ennesima volta, le bugie del ministro vengono al pettine, e a farle crollare sono proprio i tecnici del ministero.
6 Ultima riflessione. Questo nuovo «piano» è stato elaborato tenendo conto delle indicazioni dell'Oms relative ad altre, precedenti pandemie (ulteriore smentita). Ma, si dice, è stato scritto anche tenendo conto della risposta italiana al Covid. Ecco: quali studi esistono riguardo a tale risposta? Che ci risulti, uno soltanto: il documento dell'Oms curato da Francesco Zambon e poi subito ritirato. Ma se è stato ritirato, come ha fatto il ministero a tenerne conto? E se non ha tenuto conto di quello, su che diamine ha basato le nuove valutazioni? Prima o poi qualcuno dovrebbe degnarsi di spiegarlo.
Nel frattempo, a epidemia ancora in corso, un piano vero ancora non c'è.
Vogliono combattere i nuovi virus con una cura chiamata censura
Tutti i documenti che si occupano di contrasto alle pandemie prodotti negli ultimi anni dalle istituzioni internazionali (Oms e Ue) dedicano grande spazio all'informazione. Spiegano, ad esempio, che i governi, in caso di emergenza, devono garantire massima trasparenza, parlare con le «comunità locali», spiegare per filo e per segno tutte le misure che vengono prese, senza calarle dall'alto come invece è stato fatto in Italia in questi mesi. Si deve, insomma, preparare un piano di comunicazione, individuare dei portavoce con responsabilità precise e rendere conto alla popolazione di come si agisce.
Dalle nostre parti, evidentemente, nulla di tutto questo è stato fatto finora. Adesso, però, il ministero della Salute ha finalmente approntato una nuova bozza di piano pandemico che recepisce vari documenti internazionali, alcuni dei quali trattano anche il tema dell'informazione. Verrebbe da pensare che, nel nuovo documento, sia stato tenuto adeguatamente conto della questione comunicativa. Solo che, scorrendo il testo, ci si accorge che le indicazioni dell'Oms sono state recepite in un modo un po' particolare.
A pagina 81, per esempio, si esamina il comportamento da tenere nella «fase di allerta» della pandemia e si spiega che bisogna «costruire un rapporto di fiducia attraverso interventi comunicativi trasparenti e tempestivi, espliciti rispetto a quanto è noto e quanto incerto, e di facile comprensibilità per tutta la popolazione». Basta leggere queste righe per rendersi conto che, se regole simili fossero state applicate all'inizio dell'emergenza Covid, forse gli italiani non sarebbero stati abbandonati al caos. Ma il punto nodale è che queste belle parole sulla trasparenza non solo sono state disattese da febbraio 2020 a oggi, ma vengono disattese anche all'interno del nuovo piano. A pagina 80 del documento, infatti, troviamo una indicazione inquietante riguardo la «comunicazione del rischio». C'è scritto, infatti, che bisogna «monitorare e contenere la divulgazione di disinformazione, fake news, e fughe di notizie che possono portare alla diffusione di comportamenti scorretti, nonché all'emergenza di atteggiamenti e comportamenti discriminatori e di stigma sociale». Ah, le onnipresenti fake news, che bello ritrovarle. Solo una domanda: chi decide che cosa siano la disinformazione e le fake news?
L'attuale maggioranza di governo ha trattato come pericolosi negazionisti tutti coloro che, nei mesi passati, hanno osato avanzare critiche (anche molto sensate) o chiedere lumi su scelte apparentemente assurde. Dev'essere gente così a stabilire che cosa si può dire e che cosa no durante un'epidemia? Esempio concreto. Mettiamo che uno, lo scorso marzo, avesse detto: «Le mascherine servono a tutti, non solo ai medici, ma il governo dice il contrario solo perché le mascherine non le ha e non sa dove trovarle». Un'affermazione del genere, benché polemica, sarebbe stata vera. Però la versione ufficiale dell'esecutivo era diversa. Bene, in un caso simile, come avrebbe agito un comitato anti fake news? Avrebbe censurato chi diceva il vero? Il dubbio rimane.
L'incertezza aumenta a dismisura se ci si concentra sul passaggio del nuovo piano in cui si dice che bisogna combattere «l'emergenza di atteggiamenti e comportamenti discriminatori e di stigma sociale». Quali sono questi comportamenti discriminatori e come li si osteggia? La risposta la troviamo a pagina 82 del testo, dove si legge che, in caso di pandemia, bisogna «attivare un monitorare (sic) dei casi di divulgazione di notizie false, confondenti, non verificate e fake news e garantire immediata risposta per prevenire la creazione di stereotipi sulle persone malate, i loro familiari, o su razze e gruppi sociali particolari che possono portare ad adottare comportamenti discriminatori e di stigma sociale».
Chiaro? Bisogna impedire la discriminazione di «razze e gruppi sociali». Tradotto, vuol dire che se un giornalista scrive che i migranti nei centri di accoglienza prendono il virus, bisogna zittirlo, perché - anche se afferma il vero - sta creando uno «stigma sociale». Pensate che stiamo esagerando? Vi basti sapere che lo stesso concetto è stato ribadito di recente dall'associazione Carta di Roma, nelle dichiarazioni dell'Unar (l'ente anti razzismo della presidenza del Consiglio) e in vari altri documenti.
Ci dicevano che «il vero virus era il razzismo», ora ci consegnano un piano che si preoccupa di non «discriminare» le minoranze. A quanto pare, pensano che le malattie si curino con la censura.
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Un progetto anti influenza adeguato avrebbe evitato migliaia di morti. Il ministro disse che contro il Covid non serviva. Ma un documento del ministero lo smentisceTra le mosse indicate dagli esperti ministeriali per affrontare le emergenze c'è la «lotta alle fake news» E compare la specifica pro migranti: «Bisogna prevenire la creazione di stereotipi su razze e gruppi sociali»Lo speciale contiene due articoliAll'inizio di dicembre, Roberto Speranza ha concesso un'intervista a Porta a porta accettando - per la prima e unica volta - di parlare dell'ormai famigerato piano pandemico, cioè il documento che avrebbe dovuto guidare la risposta italiana al Covid. Come noto, l'Italia non aveva un piano aggiornato: l'unico di cui eravamo in possesso era fermo al 2006 e, in ogni caso, non è mai stato utilizzato perché - come ha confessato a questo giornale un dirigente del ministero della Salute - «nessuno ci ha pensato». Sull'argomento, in tv, Speranza si è mostrato piuttosto sicuro. Con il sorriso stampato sulle labbra ha sostenuto una tesi un po' strampalata: a suo dire, il piano pandemico non c'entrava nulla con il Covid. Anche se il documento fosse stato aggiornato, ha detto il ministro, non ci sarebbe servito a nulla. Nelle scorse settimane, numerosi e autorevoli esperti hanno provveduto a spiegare che, al contrario, avere un piano aggiornato e applicarlo avrebbe consentito di evitare migliaia di morti, 10.000 o forse più. E già questo basterebbe per consigliare al ministro di dimettersi. Ma ora c'è un elemento in più. Da un paio di giorni, infatti, ha cominciato a circolare un nuovo testo intitolato Piano strategico-operativo nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale (PanFlu) 2021-2023 che porta l'intestazione della Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute. Già ieri ne abbiamo dato conto, ma occorre aggiungere qualche riflessione non secondaria. 1 Questo nuovo «piano» in realtà non è un piano. Intanto è una bozza che necessita ancora di essere approvata e di passare al vaglio delle Regioni. Ciò significa che, prima dell'approvazione, passeranno ancora diversi mesi. Contando che ci è stato detto da Ue e Oms di aggiornare il piano pandemico nel 2009, nel 2013 e nel 2017, capite che il ritardo è enorme. 2 Alla nuova bozza mancano diversi aspetti che potremmo definire operativi. Un piano, infatti, per essere efficace deve fornire indicazioni precise ed essere testato tramite simulazioni. Questo testo, invece, contiene molto spesso indicazioni generiche difficili da tradurre in pratica. 3 In ogni caso, il nodo centrale è il seguente: se il piano pandemico non c'entra nulla con il Covid, come disse Speranza, per quale motivo ci viene presentato un nuovo piano proprio adesso? Se davvero questa roba è inutile come mai - dopo settimane di polemiche a livello internazionale magicamente appare la nuova bozza di un testo fermo da anni (l'ultima versione è stata prodotta, e poi dimenticata, nell'aprile 2019)? 4 Risulta evidente, scorrendo il nuovo «piano», il tentativo del ministero e dei vari tecnici di salvare la faccia. A pagina 9, ad esempio, è scritto (scusa non richiesta) che il Covid «è un virus completamente diverso da quello dell'influenza anche se il suo comportamento in termini di dinamica epidemica, potenzialità pandemiche, e conseguenze cliniche nei casi gravi ricorda quello delle influenze pandemiche». Ottimo. Ma, di nuovo, se un piano pandemico anti influenzale non serve contro il Covid, per quale motivo la nuova bozza (dedicata alla «preparazione e risposta a una pandemia influenzale») si occupa del Covid? È curioso, non trovate? 5 Dopo che a pagina 9 ci viene detto che Covid e influenza sono due cose diverse (tesi di Speranza), a pagina 10 il discorso cambia. Troviamo infatti questa frase: «Rimane la consapevolezza che molte delle misure prevedibili in una pianificazione pandemica influenzale sarebbero incluse in una più ampia pianificazione per un patogeno X simile a Sars-CoV-2 per cui è sicuramente necessaria, al termine della pandemia in corso, una programmazione in base anche a documenti di indirizzo internazionali che saranno resi disponibili nei prossimi mesi e che tenga conto di quanto già programmato reattivamente». Capito? Covid e influenza sono diversi, ma le misure utili contro l'influenza servono anche contro le pandemie simili al Covid. Dunque, per l'ennesima volta, le bugie del ministro vengono al pettine, e a farle crollare sono proprio i tecnici del ministero. 6 Ultima riflessione. Questo nuovo «piano» è stato elaborato tenendo conto delle indicazioni dell'Oms relative ad altre, precedenti pandemie (ulteriore smentita). Ma, si dice, è stato scritto anche tenendo conto della risposta italiana al Covid. Ecco: quali studi esistono riguardo a tale risposta? Che ci risulti, uno soltanto: il documento dell'Oms curato da Francesco Zambon e poi subito ritirato. Ma se è stato ritirato, come ha fatto il ministero a tenerne conto? E se non ha tenuto conto di quello, su che diamine ha basato le nuove valutazioni? Prima o poi qualcuno dovrebbe degnarsi di spiegarlo. Nel frattempo, a epidemia ancora in corso, un piano vero ancora non c'è. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nuovo-piano-pandemico-smaschera-le-bugie-raccontate-da-speranza-2649917749.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vogliono-combattere-i-nuovi-virus-con-una-cura-chiamata-censura" data-post-id="2649917749" data-published-at="1610485832" data-use-pagination="False"> Vogliono combattere i nuovi virus con una cura chiamata censura Tutti i documenti che si occupano di contrasto alle pandemie prodotti negli ultimi anni dalle istituzioni internazionali (Oms e Ue) dedicano grande spazio all'informazione. Spiegano, ad esempio, che i governi, in caso di emergenza, devono garantire massima trasparenza, parlare con le «comunità locali», spiegare per filo e per segno tutte le misure che vengono prese, senza calarle dall'alto come invece è stato fatto in Italia in questi mesi. Si deve, insomma, preparare un piano di comunicazione, individuare dei portavoce con responsabilità precise e rendere conto alla popolazione di come si agisce. Dalle nostre parti, evidentemente, nulla di tutto questo è stato fatto finora. Adesso, però, il ministero della Salute ha finalmente approntato una nuova bozza di piano pandemico che recepisce vari documenti internazionali, alcuni dei quali trattano anche il tema dell'informazione. Verrebbe da pensare che, nel nuovo documento, sia stato tenuto adeguatamente conto della questione comunicativa. Solo che, scorrendo il testo, ci si accorge che le indicazioni dell'Oms sono state recepite in un modo un po' particolare. A pagina 81, per esempio, si esamina il comportamento da tenere nella «fase di allerta» della pandemia e si spiega che bisogna «costruire un rapporto di fiducia attraverso interventi comunicativi trasparenti e tempestivi, espliciti rispetto a quanto è noto e quanto incerto, e di facile comprensibilità per tutta la popolazione». Basta leggere queste righe per rendersi conto che, se regole simili fossero state applicate all'inizio dell'emergenza Covid, forse gli italiani non sarebbero stati abbandonati al caos. Ma il punto nodale è che queste belle parole sulla trasparenza non solo sono state disattese da febbraio 2020 a oggi, ma vengono disattese anche all'interno del nuovo piano. A pagina 80 del documento, infatti, troviamo una indicazione inquietante riguardo la «comunicazione del rischio». C'è scritto, infatti, che bisogna «monitorare e contenere la divulgazione di disinformazione, fake news, e fughe di notizie che possono portare alla diffusione di comportamenti scorretti, nonché all'emergenza di atteggiamenti e comportamenti discriminatori e di stigma sociale». Ah, le onnipresenti fake news, che bello ritrovarle. Solo una domanda: chi decide che cosa siano la disinformazione e le fake news? L'attuale maggioranza di governo ha trattato come pericolosi negazionisti tutti coloro che, nei mesi passati, hanno osato avanzare critiche (anche molto sensate) o chiedere lumi su scelte apparentemente assurde. Dev'essere gente così a stabilire che cosa si può dire e che cosa no durante un'epidemia? Esempio concreto. Mettiamo che uno, lo scorso marzo, avesse detto: «Le mascherine servono a tutti, non solo ai medici, ma il governo dice il contrario solo perché le mascherine non le ha e non sa dove trovarle». Un'affermazione del genere, benché polemica, sarebbe stata vera. Però la versione ufficiale dell'esecutivo era diversa. Bene, in un caso simile, come avrebbe agito un comitato anti fake news? Avrebbe censurato chi diceva il vero? Il dubbio rimane. L'incertezza aumenta a dismisura se ci si concentra sul passaggio del nuovo piano in cui si dice che bisogna combattere «l'emergenza di atteggiamenti e comportamenti discriminatori e di stigma sociale». Quali sono questi comportamenti discriminatori e come li si osteggia? La risposta la troviamo a pagina 82 del testo, dove si legge che, in caso di pandemia, bisogna «attivare un monitorare (sic) dei casi di divulgazione di notizie false, confondenti, non verificate e fake news e garantire immediata risposta per prevenire la creazione di stereotipi sulle persone malate, i loro familiari, o su razze e gruppi sociali particolari che possono portare ad adottare comportamenti discriminatori e di stigma sociale». Chiaro? Bisogna impedire la discriminazione di «razze e gruppi sociali». Tradotto, vuol dire che se un giornalista scrive che i migranti nei centri di accoglienza prendono il virus, bisogna zittirlo, perché - anche se afferma il vero - sta creando uno «stigma sociale». Pensate che stiamo esagerando? Vi basti sapere che lo stesso concetto è stato ribadito di recente dall'associazione Carta di Roma, nelle dichiarazioni dell'Unar (l'ente anti razzismo della presidenza del Consiglio) e in vari altri documenti. Ci dicevano che «il vero virus era il razzismo», ora ci consegnano un piano che si preoccupa di non «discriminare» le minoranze. A quanto pare, pensano che le malattie si curino con la censura.
La Ferrari elettrica Luce (Ansa)
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
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Dario Amodei (Getty Images)
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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iStock
Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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