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2018-11-13
Il guru degli psichiatri Usa: i pazzi votano per le destre
ANSA
Fu lo psichiatra Massimo Fagioli a dichiarare perentoriamente: «Una persona sana di mente non può non essere di sinistra». E sebbene l'uomo fosse estremamente discutibile e discusso, fin troppi dalle nostre parti hanno fatto propria quella sua frase. Sono anni, ormai, che dal fronte progressista sentiamo ripetere ogni genere di bestialità. Di fronte all'avanzare dei partiti «di destra», «identitari» o «populisti», la sinistra ha ideato le spiegazioni più allucinanti. Chi rifiuta di votare i partiti «democratici» è stato dipinto come ignorante, stupido, poco scolarizzato, ostaggio di pregiudizi e paure.
Sulla paura, ultimamente, i progressisti insistono con particolare vigore. Non potendo dire apertamente che chi non li sostiene è un demente, dipingono il quadretto di un popolo in preda a timori irrazionali, privo di lucidità e guidato dai soli istinti. Un esempio perfetto di questo atteggiamento è il libro Nel labirinto delle paure, firmato dal sociologo Aldo Bonomi e dall'assessore milanese del Partito democratico Pierfrancesco Majorino. Il volumetto spiega che nel nostro Paese «si fa strada la paura», un sentimento che i «populismi e nazionalismi» sfruttano onde «alimentarla di rancore e rovesciarla su chi sta ancora più in basso».
A intemerate di questo tipo, dicevamo, ormai siamo abituati. Non stupisce e di certo non indigna vedere l'esponente del Pd o il titolato editorialista esprimere disprezzo verso la massa idiota che vota la Lega o i 5 stelle. Il problema sorge quando lo stesso disprezzo promana dalle pagine di uno dei più stimati e riveriti psichiatri del mondo. Stiamo parlando dell'americano Allen Frances, professore emerito di psichiatria alla Duke University e autore di una serie di saggi tradotti e apprezzati a livello globale.
L'editore Bollati Boringhieri (lo stesso di Bonomi e Majorino) ha appena pubblicato in Italia il nuovo bestseller di Frances intitolato Il crepuscolo di una nazione, che negli Stati Uniti ha suscitato ampio e scoppiettante dibattito.
Il senso del libro è perfettamente riassunto dalla frase che lo apre: «Non è Trump a essere pazzo. Siamo noi». Questa affermazione non scaturisce dal nulla. È la risposta del professore di Duke alle tesi di illustri intellettuali democratici che, negli ultimi tempi, hanno speculato sulla sanità mentale del presidente americano, utilizzando più o meno gli stessi argomenti sfoderati dai progressisti di casa nostra (i quali sono soliti clonare tutto ciò che arriva da New York e dintorni).
Secondo Frances, Donald Trump è un narcisista, tuttavia non è un malato mentale. In compenso, a mostrare segni evidenti di squilibrio sono tutti quelli che lo hanno votato. «Trump è sintomo di un mondo in difficoltà, non ne è l'unica causa», scrive lo psichiatria. «Rimproverarlo per i nostri problemi significa non vedere la ben più profonda malattia sociale che sta dietro e ha reso possibile la sua improbabile ascesa. Dire che Trump è un pazzo ci permette di non vedere la follia della nostra società - se vogliamo tornare a essere sani di mente, dobbiamo innanzitutto capire noi stessi. Detta in due parole: Trump non è pazzo, ma la nostra società sì».
Alcune pagine dopo, lo studioso rincara la dose: «Se il 46% della popolazione votante condivide una credenza bizzarra e ti elette presidente, si tratta di delirio collettivo, non personale».
Frances, a un certo punto del saggio, è costretto ad ammettere che i problemi da cui gli elettori di The Donald sono afflitti sono, effettivamente, concreti e pressanti. Tuttavia, non molla la presa e continua per oltre 300 pagine a spiegare perché chi sostiene i populisti vada considerato malato di mente.
La sua analisi, inoltre, non si ferma agli Stati Uniti, ma prende in esame anche fenomeni europei (da Marine Le Pen alla Brexit passando per la situazione italiana). «La nostra follia sociale», afferma, «è una pandemia diffusa e può essere curata solo con la collaborazione di tutto il mondo. Il tribalismo e il nazionalismo sono segnali della prolungata adolescenza della nostra specie: diventiamo adulti in fretta o potremmo non diventare adulti mai più».
Non per nulla, l'editore Bollati Boringhieri presenta il libro al pubblico italiano scrivendo che «Allen Frances scrive un'analisi impietosa del sistema democratica, che risulta valida, in questi tempi incerti, per ogni Stato che sia tentato dal fenomeno populista».
Giunti a questo punto, qualche lettore potrebbe obiettare: «Che c'è di strano? Si tratta dell'ennesimo professore americano che odia Trump e se la prende con i populisti, esattamente come fanno tanti intelligentoni di casa nostra».
Ed eccoci il punto. Allen Frances non è uno psichiatra qualunque. Egli ha fatto parte del comitato che ha redatto il Dsm-III (curandone la sezione sui disturbi di personalità) e ha guidato la squadra di studiosi che ha elaborato il Dsm-IV.
Il Dsm (Diagnostic and statistical manual of mental disorders) è il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali redatto dalla American Psychiatric Association. È il testo a cui fanno riferimento tutti i medici, psichiatri e psicanalisti del mondo per curare i pazienti. Attualmente è giunto alla quinta edizione, ma tante delle parti scritte da Frances e dai suoi collaboratori sono ancora valide. Insomma, il signore secondo cui l'ascesa dei populismi è frutto di follia è l'autore di un manuale che, a partire dal 2000 e per quasi 15 anni ha stabilito i confini della malattia mentale.
Tutto ciò deve far riflettere. Di questi tempi, la scienza viene presentata come una sorta di antidoto al populismo. Alcuni partiti ne fanno una bandiera, come a dire: di fronte all'irrazionalità delle destre, noi ci basiamo sulla verità suprema. Si pensa che la scienza sia impersonale, neutra, fatta di numeri e cifre. In realtà, è fatta di uomini e da uomini. Persone che esprimono opinioni politiche, e sono portatrici di ideologia. Studiosi come Allen Frances, uno che ha segnato la storia della psichiatria e poi scrive libri feroci e faziosi che lo fanno sembrare un Majorino qualsiasi.
Francesco Borgonovo
E a sinistra c’è chi vuole seguire il suo esempio
C'è chi considera malati di mente gli elettori dei partiti populisti. Ma c'è pure chi, da sinistra, pensa di imitarli. Per esempio Chantal Mouffe, docente di Teoria politica all'Università di Westminster, a Londra, considerata una delle più brillanti studiose del mondo, specialmente nei circoli progressisti.
L'editore Laterza ha appena dato alle stampe il suo agile libretto intitolato Per un populismo di sinistra, che a molti soloni nostrani farà probabilmente friggere il fegato. La Mouffe, in sostanza, sbriciola gran parte della retorica oggi molto in voga in Europa (e in Italia in particolare). Dalle nostre parti, è noto, va di moda gridare al fascismo. Impazzano «fascistometri» e altre insulsaggini della medesima risma.
Ma la studiosa di origine francese spiega: «Classificare i partiti populisti di destra come “di estrema destra" o “neofascisti", e attribuire il loro appeal alla mancanza di cultura di chi li sostiene è una soluzione fin troppo comoda per le forze di centrosinistra. È un facile espediente per sminuire il fenomeno senza riconoscere le responsabilità dello stesso centrosinistra per questa emergenza. Con lo stabilire una frontiera “morale", così da escludere gli “estremisti" dal dibattito democratico, i “bravi democratici" credono di poter interrompere l'ascesa e l'affermarsi di passioni “irrazionali". Tale strategia di demonizzazione dei “nemici" del consenso bipartisan può apparire di conforto sul piano morale, ma è politicamente castrante». Già, eppure la sinistra italiana è ferma lì, alla demonizzazione del nemico, all'infinita divisione fra buoni e cattivi.
Secondo la Mouffe, invece, è «necessario elaborare una risposta schiettamente politica» al populismo di destra. «Anziché escludere a priori gli elettori dei partiti populisti di destra, perché necessariamente animati da passioni primitive, condannandoli quindi a restare per sempre prigionieri di quei sentimenti, è necessario riconoscere il nucleo democratico all'origine di molte delle loro domande».
A parere della Mouffe, il populismo non è una bestia feroce da domare, anzi. In un'epoca caratterizzata dall'eclissi della politica, che è diventata mera «gestione dell'ordine costituito», totalmente schiacciata sul pensiero unico neoliberale, il populismo è un ritorno del politico. L'ascesa di populismi (di ogni colore) è l'indicatore di «un risveglio politico dopo anni di relativa apatia».
Quello che la studiosa vorrebbe creare è, sostanzialmente, un populismo di sinistra che conduca a «una riaffermazione ed estensione dei valori democratici».
Interessante, sulla carta. Viene da chiedersi come sia possibile realizzarlo, però. Il rischio (per la sinistra) è che il «suo» populismo si riveli una triste imitazione dei movimenti di destra, una brutta copia che arriva in ritardo, e con armi spuntate.
In ogni caso, poco c'importa. Quel che conta è notare come, specie in altri Paesi, ci sia a sinistra qualcuno capace di uscire dalle solite banalità. Qualcuno in grado di evitare la demonizzazione dell'avversario, qualcuno che non gridi al fascismo o non accusi gli avversari politici di essere malati di mente.
Forse, se dalle nostre parti ci fossero intellettuali come Chantal Mouffe, il livello del discorso sarebbe decisamente più elevato, l'astio politico non sarebbe così diffuso e tutto il Paese ne guadagnerebbe. Ma, purtroppo, di Mouffe per ora ce n'è una sola, e non sta in Italia.
Riccardo Torrescura
Il giullare contro le élite Quando Dario Fo dava lezioni di populismo
«Stringimi forte i polsi/contro le mani tue/ ed anche ad occhi chiusi/ gli occhi tuoi vedrò/ prego, raccogli il mio amore/ ti prego/ per un sorriso/ se vuoi te lo cedo…». Questa è la canzone con cui il 15 ottobre del 2016, sul sagrato del duomo di Milano, si è aperta la cerimonia laica per salutare il premio nobel Dario Fo. «La aveva scritta lui per la mamma», Franca Rame, dichiarava il figlio Jacopo, commosso. Ed era vero. Vero era anche, come subito avevano ricordato molti giornali, che la canzone, nella versione cantata da Mina, fu la colonna sonora della contestata Canzonissima del 1962, condotta proprio dalla coppia Fo-Rame, che inaugurò ufficialmente la fama maledetta da contestatori del duo milanese. Tuttavia, Fo aveva scritto la canzone anni prima. Nel 1959, essa compare nella commedia in tre atti Gli arcangeli non giocano a flipper, musicata dal leggendario Fiorenzo Carpi.
Se Canzonissima segna pubblicamente (l'inizio de) il passaggio dal Fo del teatro «leggero» al Fo giullare contro il potere, Gli arcangeli non giocano a flipper è considerata, tra i lavori del premio Nobel, un testo di transizione. Sebbene non contenga una satira politica militante come i lavori dei tardi anni Sessanta e Settanta, elementi del Fo più tardo sono in essa contenuti in nuce. A fare da trait d'union satirico nella commedia, infatti, è un altro capolavoro musicale di Fo e Carpi: Fratelli d'ufficio, l'inno dei burocrati italiani.
«Alziam gli sportelli, laudiamo al Signore/ Che per nostro amore qui tutto creò: / I timbri rotondi, la carta bollata/ La marca da dieci, la carta intestata/ l'usciere alla porta, i portapennini / La penna, i cestini per il capo-sezion!». Così cantano i burocrati. Nella commedia, l'amore popolare si oppone alla proverbiale burocrazia italica.
Negli anni successivi, fanno capolino nella produzione di Fo altri temi che la sinistra odierna liquiderebbe come becera e banalizzante antipolitica. In Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963), commedia che dà un ritratto antieroico e truffaldino di Cristoforo Colombo e della sua impresa, è, nuovamente, un canzone, quella che chiude il primo tempo, cantata a squarciagola sullo sfondo della splendida scenografia disegnata da Fo che si può apprezzare nella registrazione Rai del 1977, a restituirci il succo morale (moralista?) dello spettacolo: «Cristoforo Colombo con due facce di bronzo/ cacciando qualche balla ottenne le tre caravelle/ […] così fece propria codesta morale/ se tu vuoi dall'uomo fiducia acquistare/ tu non farti scrupoli lo devi truffare/ perché nella truffa vivendo da un pezzo/ ei più non distingue profumo da puzza».
Il Colombo di Fo è un fanfarone che convince la regina Isabella (Franca Rame) a dargli le navi a suon di balle. L'America è dietro l'angolo e Colombo è il classico italiano smargiasso. Ma sì, che importa mentire (o non fare gli scontrini), tanto in Italia è tutto marcio.
Una visione che Fo conferma pochi anni dopo, in Settimo ruba un po' meno. Fo è sempre Fo. Di nuovo battone, di nuovo stralunati e qualche matto vero, loschi commercialisti e suore. Il ritratto dell'Italia del 1964 è impietoso: la commedia si conclude con un altro inno, non dei burocrati ma degli Italioti: «Se ci dicon: quello ruba, quello truffa, quello frega, / noi alziamo la spalluccia e da idioti sorridiam. / Perché siamo gli italioti, razza antica indo-fenicia, / siam felici, siam contenti del cervello che teniamo. / Anche voi dovreste farlo: trapanatevi il cervello / e mettetevi anche un'elica, per andar sempre col vento».
Tutta brava gente, altra canzonetta della commedia, accompagna il disvelarsi del politico intrigo con parole inequivocabili: «Truffe sui medicinali, sulle mutue e gli ospedali, / sopra i dazi e le dogane, gli aeroplani e le banane./ Oh, che pacchia, che cuccagna: / bella è la vita per chi la sa far! / Ma tu, miracolato del ceto medio basso, / tu devi risparmiare, accetta sto salasso: / non devi mangiar carne, / devi salvar la lira / e, mentre gli altri fregano, tu fai l'austerità!». Il miracolato del ceto medio basso (che detto nell'Italia del boom fa forse sorridere oggi) fa l'austerità mentre chi sta al potere, truffa proprio su tutto. L'unica differenza è che oggi, al posto della lira dobbiamo salvare l'euro.
«Italioti lobotomizzati sveglia! Di austerity si muore, mentre loro gozzovigliano», sembra dire Fo. Ma non è proprio per via di argomenti del genere che quelli «giusti» e illuminati prendono in giro i populisti ai nostri giorni?
Dario Fo ha vinto il Nobel restituendo, con la sua arte, dignità agli oppressi, così diceva l'accademia di Svezia premiando l'attore lombardo. «Arte popolare» è una locuzione che ritorna in modo quasi ridondante nel lavoro di Dario Fo e Franca Rame. L'idea di Fo era quella di riscoprire la vecchia e dimenticata arte popolare, quella dei giullari che l'attore tornerà a far vivere in Mistero Buffo. Popolare nei luoghi che abitava (Fo uscì dal circuito teatrale tradizionale e portò il teatro nelle fabbriche e in luoghi non convenzionali) e nei temi, oltre che nel linguaggio.
Dall'opera di Fo prepotentemente emerge quel populismo letterario che già Alberto Asor Rosa, da sinistra, stroncò, nel celebre Scrittori e popolo del 1965, da poco ristampato proprio in chiava anti populista. Il critico disprezzava l'arte che proponeva una visione di popolo mitizzato, la stessa della sinistra ufficiale del Pci. I comunisti italiani scrivevano «proletariato», ma intendevano il «popolo che ha sempre ragione». Si riferivano al mite e sentimentale popolo italico dei romanzi di Ignazio Silone (membro attivo della sinistra ufficiale del Psi) e dei quadri di Renato Guttuso (de facto pittore ufficiale del Pci). Questo popolo, a ben vedere, non è poi troppo diverso dal popolo dipinto dal fascista Mario Sironi. Quando uscì Scrittori e popolo, L'Unità non risparmiò Asor Rosa, definendolo un «piccolo borghese sul piedistallo». Tre anni dopo l'uscita del libro, nel 1968, molti di quei «piccoli borghesi» avrebbero scavalcato, dai loro piedistalli, il Pci, dettando le regole della nuova gauche internazionale, a cui lo stesso Fo giurò fedeltà per più di un decennio.
La svolta populista di Dario Fo e Franca Rame (lei senatrice Idv, lui grillino di ferro) degli ultimi anni non è stata quindi frutto di rimbambimento senile, ma è semplicemente parte di un fil-rouge pluridecennale. Fo, forse suo malgrado, cantando di un medioevo e di una contemporaneità da lui fin troppo proletarizzati, ha anticipato la polarizzazione sociale di oggi. Giullari contro nobili, Fra Dolcino contro Bonifacio VIII, il poer nano Caino contro Abele il prediletto. L'italiota contro la burocrazia e l'austerità. L'italiota innamorato di una battona vecchio stampo, come quelle dei carrugi genovesi, che in fondo, dietro le labbra rosso fuoco, ha un cuore d'oro.
Popolo contro élite, per farla breve. Una contrapposizione che la sinistra italiana di oggi giudica semplicistica e figlia dell'ignoranza.
Alberto Pesaro
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Allen Frances ha curato la stesura del manuale diagnostico dei disturbi mentali. Nel nuovo libro spiega che l'ascesa dei movimenti identitari è dovuta a follia.E a sinistra c'è chi vuole seguire il suo esempio. L'intellettuale Chantal Mouffe, in un pamphlet, propone di creare un «populismo alternativo» per far rinascere i partiti democratici europei.Il giullare contro le élite. Quando Dario Fo dava lezioni di populismo. Nelle commedie e nelle canzoni del premio Nobel si trovano temi e toni molto simili a quelli che i progressisti di oggi condannano.Lo speciale comprende tre articoli. Fu lo psichiatra Massimo Fagioli a dichiarare perentoriamente: «Una persona sana di mente non può non essere di sinistra». E sebbene l'uomo fosse estremamente discutibile e discusso, fin troppi dalle nostre parti hanno fatto propria quella sua frase. Sono anni, ormai, che dal fronte progressista sentiamo ripetere ogni genere di bestialità. Di fronte all'avanzare dei partiti «di destra», «identitari» o «populisti», la sinistra ha ideato le spiegazioni più allucinanti. Chi rifiuta di votare i partiti «democratici» è stato dipinto come ignorante, stupido, poco scolarizzato, ostaggio di pregiudizi e paure. Sulla paura, ultimamente, i progressisti insistono con particolare vigore. Non potendo dire apertamente che chi non li sostiene è un demente, dipingono il quadretto di un popolo in preda a timori irrazionali, privo di lucidità e guidato dai soli istinti. Un esempio perfetto di questo atteggiamento è il libro Nel labirinto delle paure, firmato dal sociologo Aldo Bonomi e dall'assessore milanese del Partito democratico Pierfrancesco Majorino. Il volumetto spiega che nel nostro Paese «si fa strada la paura», un sentimento che i «populismi e nazionalismi» sfruttano onde «alimentarla di rancore e rovesciarla su chi sta ancora più in basso». A intemerate di questo tipo, dicevamo, ormai siamo abituati. Non stupisce e di certo non indigna vedere l'esponente del Pd o il titolato editorialista esprimere disprezzo verso la massa idiota che vota la Lega o i 5 stelle. Il problema sorge quando lo stesso disprezzo promana dalle pagine di uno dei più stimati e riveriti psichiatri del mondo. Stiamo parlando dell'americano Allen Frances, professore emerito di psichiatria alla Duke University e autore di una serie di saggi tradotti e apprezzati a livello globale. L'editore Bollati Boringhieri (lo stesso di Bonomi e Majorino) ha appena pubblicato in Italia il nuovo bestseller di Frances intitolato Il crepuscolo di una nazione, che negli Stati Uniti ha suscitato ampio e scoppiettante dibattito. Il senso del libro è perfettamente riassunto dalla frase che lo apre: «Non è Trump a essere pazzo. Siamo noi». Questa affermazione non scaturisce dal nulla. È la risposta del professore di Duke alle tesi di illustri intellettuali democratici che, negli ultimi tempi, hanno speculato sulla sanità mentale del presidente americano, utilizzando più o meno gli stessi argomenti sfoderati dai progressisti di casa nostra (i quali sono soliti clonare tutto ciò che arriva da New York e dintorni). Secondo Frances, Donald Trump è un narcisista, tuttavia non è un malato mentale. In compenso, a mostrare segni evidenti di squilibrio sono tutti quelli che lo hanno votato. «Trump è sintomo di un mondo in difficoltà, non ne è l'unica causa», scrive lo psichiatria. «Rimproverarlo per i nostri problemi significa non vedere la ben più profonda malattia sociale che sta dietro e ha reso possibile la sua improbabile ascesa. Dire che Trump è un pazzo ci permette di non vedere la follia della nostra società - se vogliamo tornare a essere sani di mente, dobbiamo innanzitutto capire noi stessi. Detta in due parole: Trump non è pazzo, ma la nostra società sì». Alcune pagine dopo, lo studioso rincara la dose: «Se il 46% della popolazione votante condivide una credenza bizzarra e ti elette presidente, si tratta di delirio collettivo, non personale». Frances, a un certo punto del saggio, è costretto ad ammettere che i problemi da cui gli elettori di The Donald sono afflitti sono, effettivamente, concreti e pressanti. Tuttavia, non molla la presa e continua per oltre 300 pagine a spiegare perché chi sostiene i populisti vada considerato malato di mente. La sua analisi, inoltre, non si ferma agli Stati Uniti, ma prende in esame anche fenomeni europei (da Marine Le Pen alla Brexit passando per la situazione italiana). «La nostra follia sociale», afferma, «è una pandemia diffusa e può essere curata solo con la collaborazione di tutto il mondo. Il tribalismo e il nazionalismo sono segnali della prolungata adolescenza della nostra specie: diventiamo adulti in fretta o potremmo non diventare adulti mai più». Non per nulla, l'editore Bollati Boringhieri presenta il libro al pubblico italiano scrivendo che «Allen Frances scrive un'analisi impietosa del sistema democratica, che risulta valida, in questi tempi incerti, per ogni Stato che sia tentato dal fenomeno populista». Giunti a questo punto, qualche lettore potrebbe obiettare: «Che c'è di strano? Si tratta dell'ennesimo professore americano che odia Trump e se la prende con i populisti, esattamente come fanno tanti intelligentoni di casa nostra». Ed eccoci il punto. Allen Frances non è uno psichiatra qualunque. Egli ha fatto parte del comitato che ha redatto il Dsm-III (curandone la sezione sui disturbi di personalità) e ha guidato la squadra di studiosi che ha elaborato il Dsm-IV. Il Dsm (Diagnostic and statistical manual of mental disorders) è il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali redatto dalla American Psychiatric Association. È il testo a cui fanno riferimento tutti i medici, psichiatri e psicanalisti del mondo per curare i pazienti. Attualmente è giunto alla quinta edizione, ma tante delle parti scritte da Frances e dai suoi collaboratori sono ancora valide. Insomma, il signore secondo cui l'ascesa dei populismi è frutto di follia è l'autore di un manuale che, a partire dal 2000 e per quasi 15 anni ha stabilito i confini della malattia mentale. Tutto ciò deve far riflettere. Di questi tempi, la scienza viene presentata come una sorta di antidoto al populismo. Alcuni partiti ne fanno una bandiera, come a dire: di fronte all'irrazionalità delle destre, noi ci basiamo sulla verità suprema. Si pensa che la scienza sia impersonale, neutra, fatta di numeri e cifre. In realtà, è fatta di uomini e da uomini. Persone che esprimono opinioni politiche, e sono portatrici di ideologia. Studiosi come Allen Frances, uno che ha segnato la storia della psichiatria e poi scrive libri feroci e faziosi che lo fanno sembrare un Majorino qualsiasi.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-guru-degli-psichiatri-usa-i-pazzi-votano-per-le-destre-2619405795.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-a-sinistra-ce-chi-vuole-seguire-il-suo-esempio" data-post-id="2619405795" data-published-at="1767672876" data-use-pagination="False"> E a sinistra c’è chi vuole seguire il suo esempio C'è chi considera malati di mente gli elettori dei partiti populisti. Ma c'è pure chi, da sinistra, pensa di imitarli. Per esempio Chantal Mouffe, docente di Teoria politica all'Università di Westminster, a Londra, considerata una delle più brillanti studiose del mondo, specialmente nei circoli progressisti. L'editore Laterza ha appena dato alle stampe il suo agile libretto intitolato Per un populismo di sinistra, che a molti soloni nostrani farà probabilmente friggere il fegato. La Mouffe, in sostanza, sbriciola gran parte della retorica oggi molto in voga in Europa (e in Italia in particolare). Dalle nostre parti, è noto, va di moda gridare al fascismo. Impazzano «fascistometri» e altre insulsaggini della medesima risma. Ma la studiosa di origine francese spiega: «Classificare i partiti populisti di destra come “di estrema destra" o “neofascisti", e attribuire il loro appeal alla mancanza di cultura di chi li sostiene è una soluzione fin troppo comoda per le forze di centrosinistra. È un facile espediente per sminuire il fenomeno senza riconoscere le responsabilità dello stesso centrosinistra per questa emergenza. Con lo stabilire una frontiera “morale", così da escludere gli “estremisti" dal dibattito democratico, i “bravi democratici" credono di poter interrompere l'ascesa e l'affermarsi di passioni “irrazionali". Tale strategia di demonizzazione dei “nemici" del consenso bipartisan può apparire di conforto sul piano morale, ma è politicamente castrante». Già, eppure la sinistra italiana è ferma lì, alla demonizzazione del nemico, all'infinita divisione fra buoni e cattivi. Secondo la Mouffe, invece, è «necessario elaborare una risposta schiettamente politica» al populismo di destra. «Anziché escludere a priori gli elettori dei partiti populisti di destra, perché necessariamente animati da passioni primitive, condannandoli quindi a restare per sempre prigionieri di quei sentimenti, è necessario riconoscere il nucleo democratico all'origine di molte delle loro domande». A parere della Mouffe, il populismo non è una bestia feroce da domare, anzi. In un'epoca caratterizzata dall'eclissi della politica, che è diventata mera «gestione dell'ordine costituito», totalmente schiacciata sul pensiero unico neoliberale, il populismo è un ritorno del politico. L'ascesa di populismi (di ogni colore) è l'indicatore di «un risveglio politico dopo anni di relativa apatia». Quello che la studiosa vorrebbe creare è, sostanzialmente, un populismo di sinistra che conduca a «una riaffermazione ed estensione dei valori democratici». Interessante, sulla carta. Viene da chiedersi come sia possibile realizzarlo, però. Il rischio (per la sinistra) è che il «suo» populismo si riveli una triste imitazione dei movimenti di destra, una brutta copia che arriva in ritardo, e con armi spuntate. In ogni caso, poco c'importa. Quel che conta è notare come, specie in altri Paesi, ci sia a sinistra qualcuno capace di uscire dalle solite banalità. Qualcuno in grado di evitare la demonizzazione dell'avversario, qualcuno che non gridi al fascismo o non accusi gli avversari politici di essere malati di mente. Forse, se dalle nostre parti ci fossero intellettuali come Chantal Mouffe, il livello del discorso sarebbe decisamente più elevato, l'astio politico non sarebbe così diffuso e tutto il Paese ne guadagnerebbe. Ma, purtroppo, di Mouffe per ora ce n'è una sola, e non sta in Italia. Riccardo Torrescura <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-guru-degli-psichiatri-usa-i-pazzi-votano-per-le-destre-2619405795.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giullare-contro-le-elite-quando-dario-fo-dava-lezioni-di-populismo" data-post-id="2619405795" data-published-at="1767672876" data-use-pagination="False"> Il giullare contro le élite Quando Dario Fo dava lezioni di populismo «Stringimi forte i polsi/contro le mani tue/ ed anche ad occhi chiusi/ gli occhi tuoi vedrò/ prego, raccogli il mio amore/ ti prego/ per un sorriso/ se vuoi te lo cedo…». Questa è la canzone con cui il 15 ottobre del 2016, sul sagrato del duomo di Milano, si è aperta la cerimonia laica per salutare il premio nobel Dario Fo. «La aveva scritta lui per la mamma», Franca Rame, dichiarava il figlio Jacopo, commosso. Ed era vero. Vero era anche, come subito avevano ricordato molti giornali, che la canzone, nella versione cantata da Mina, fu la colonna sonora della contestata Canzonissima del 1962, condotta proprio dalla coppia Fo-Rame, che inaugurò ufficialmente la fama maledetta da contestatori del duo milanese. Tuttavia, Fo aveva scritto la canzone anni prima. Nel 1959, essa compare nella commedia in tre atti Gli arcangeli non giocano a flipper, musicata dal leggendario Fiorenzo Carpi. Se Canzonissima segna pubblicamente (l'inizio de) il passaggio dal Fo del teatro «leggero» al Fo giullare contro il potere, Gli arcangeli non giocano a flipper è considerata, tra i lavori del premio Nobel, un testo di transizione. Sebbene non contenga una satira politica militante come i lavori dei tardi anni Sessanta e Settanta, elementi del Fo più tardo sono in essa contenuti in nuce. A fare da trait d'union satirico nella commedia, infatti, è un altro capolavoro musicale di Fo e Carpi: Fratelli d'ufficio, l'inno dei burocrati italiani. «Alziam gli sportelli, laudiamo al Signore/ Che per nostro amore qui tutto creò: / I timbri rotondi, la carta bollata/ La marca da dieci, la carta intestata/ l'usciere alla porta, i portapennini / La penna, i cestini per il capo-sezion!». Così cantano i burocrati. Nella commedia, l'amore popolare si oppone alla proverbiale burocrazia italica. Negli anni successivi, fanno capolino nella produzione di Fo altri temi che la sinistra odierna liquiderebbe come becera e banalizzante antipolitica. In Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963), commedia che dà un ritratto antieroico e truffaldino di Cristoforo Colombo e della sua impresa, è, nuovamente, un canzone, quella che chiude il primo tempo, cantata a squarciagola sullo sfondo della splendida scenografia disegnata da Fo che si può apprezzare nella registrazione Rai del 1977, a restituirci il succo morale (moralista?) dello spettacolo: «Cristoforo Colombo con due facce di bronzo/ cacciando qualche balla ottenne le tre caravelle/ […] così fece propria codesta morale/ se tu vuoi dall'uomo fiducia acquistare/ tu non farti scrupoli lo devi truffare/ perché nella truffa vivendo da un pezzo/ ei più non distingue profumo da puzza». Il Colombo di Fo è un fanfarone che convince la regina Isabella (Franca Rame) a dargli le navi a suon di balle. L'America è dietro l'angolo e Colombo è il classico italiano smargiasso. Ma sì, che importa mentire (o non fare gli scontrini), tanto in Italia è tutto marcio. Una visione che Fo conferma pochi anni dopo, in Settimo ruba un po' meno. Fo è sempre Fo. Di nuovo battone, di nuovo stralunati e qualche matto vero, loschi commercialisti e suore. Il ritratto dell'Italia del 1964 è impietoso: la commedia si conclude con un altro inno, non dei burocrati ma degli Italioti: «Se ci dicon: quello ruba, quello truffa, quello frega, / noi alziamo la spalluccia e da idioti sorridiam. / Perché siamo gli italioti, razza antica indo-fenicia, / siam felici, siam contenti del cervello che teniamo. / Anche voi dovreste farlo: trapanatevi il cervello / e mettetevi anche un'elica, per andar sempre col vento». Tutta brava gente, altra canzonetta della commedia, accompagna il disvelarsi del politico intrigo con parole inequivocabili: «Truffe sui medicinali, sulle mutue e gli ospedali, / sopra i dazi e le dogane, gli aeroplani e le banane./ Oh, che pacchia, che cuccagna: / bella è la vita per chi la sa far! / Ma tu, miracolato del ceto medio basso, / tu devi risparmiare, accetta sto salasso: / non devi mangiar carne, / devi salvar la lira / e, mentre gli altri fregano, tu fai l'austerità!». Il miracolato del ceto medio basso (che detto nell'Italia del boom fa forse sorridere oggi) fa l'austerità mentre chi sta al potere, truffa proprio su tutto. L'unica differenza è che oggi, al posto della lira dobbiamo salvare l'euro. «Italioti lobotomizzati sveglia! Di austerity si muore, mentre loro gozzovigliano», sembra dire Fo. Ma non è proprio per via di argomenti del genere che quelli «giusti» e illuminati prendono in giro i populisti ai nostri giorni? Dario Fo ha vinto il Nobel restituendo, con la sua arte, dignità agli oppressi, così diceva l'accademia di Svezia premiando l'attore lombardo. «Arte popolare» è una locuzione che ritorna in modo quasi ridondante nel lavoro di Dario Fo e Franca Rame. L'idea di Fo era quella di riscoprire la vecchia e dimenticata arte popolare, quella dei giullari che l'attore tornerà a far vivere in Mistero Buffo. Popolare nei luoghi che abitava (Fo uscì dal circuito teatrale tradizionale e portò il teatro nelle fabbriche e in luoghi non convenzionali) e nei temi, oltre che nel linguaggio. Dall'opera di Fo prepotentemente emerge quel populismo letterario che già Alberto Asor Rosa, da sinistra, stroncò, nel celebre Scrittori e popolo del 1965, da poco ristampato proprio in chiava anti populista. Il critico disprezzava l'arte che proponeva una visione di popolo mitizzato, la stessa della sinistra ufficiale del Pci. I comunisti italiani scrivevano «proletariato», ma intendevano il «popolo che ha sempre ragione». Si riferivano al mite e sentimentale popolo italico dei romanzi di Ignazio Silone (membro attivo della sinistra ufficiale del Psi) e dei quadri di Renato Guttuso (de facto pittore ufficiale del Pci). Questo popolo, a ben vedere, non è poi troppo diverso dal popolo dipinto dal fascista Mario Sironi. Quando uscì Scrittori e popolo, L'Unità non risparmiò Asor Rosa, definendolo un «piccolo borghese sul piedistallo». Tre anni dopo l'uscita del libro, nel 1968, molti di quei «piccoli borghesi» avrebbero scavalcato, dai loro piedistalli, il Pci, dettando le regole della nuova gauche internazionale, a cui lo stesso Fo giurò fedeltà per più di un decennio. La svolta populista di Dario Fo e Franca Rame (lei senatrice Idv, lui grillino di ferro) degli ultimi anni non è stata quindi frutto di rimbambimento senile, ma è semplicemente parte di un fil-rouge pluridecennale. Fo, forse suo malgrado, cantando di un medioevo e di una contemporaneità da lui fin troppo proletarizzati, ha anticipato la polarizzazione sociale di oggi. Giullari contro nobili, Fra Dolcino contro Bonifacio VIII, il poer nano Caino contro Abele il prediletto. L'italiota contro la burocrazia e l'austerità. L'italiota innamorato di una battona vecchio stampo, come quelle dei carrugi genovesi, che in fondo, dietro le labbra rosso fuoco, ha un cuore d'oro. Popolo contro élite, per farla breve. Una contrapposizione che la sinistra italiana di oggi giudica semplicistica e figlia dell'ignoranza. Alberto Pesaro
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E, spesso e volentieri, in quanto industrializzato e ormai iperprocessato, è un cibo che sembra nutrire e fare bene e invece ci fa incamerare troppe calorie e ci fa male. Oggi, chi non sta attento sia ad informarsi, sia a mangiare e bere, ingurgita spesso troppe calorie.
Una strada per la quale passano troppe calorie dirette al nostro organismo e al nostro sistema metabolico e alla quale molti non pensano e non fanno attenzione è quella delle calorie liquide. Che cosa sono? Le calorie sono quelle fornite da bevande e liquidi che diversamente dall’acqua contengono calorie, date dai macronutrienti che sono i carboidrati, proteine e grassi. Il flacone di «bevanda proteica al cioccolato» che vedete al banco frigo del supermercato e che certamente il nostro avo vissuto nel Settecento non poteva vedere non esistendo bevande di questo tipo, inesistenti in natura, prodotte e soprattutto concepite dall’industria? Sono calorie. Un bel bicchiere di cioccolata calda o un altrettanto bel bicchierino di caffè al ginseng della macchinetta della metropolitana che sempre il nostro antenato di 300 anni fa non avrebbe mai potuto bere perché non esistevano le macchinette distributrici di bevande e snack (né la metropolitana, a dirla tutta)? Sono calorie. Calorie liquide, che di solito non annoveriamo nel conteggio calorico quotidiano, se lo compiliamo. E, se non lo facciamo, non stiamo a guardare il capello mettendoci ad indagare su quante siano e come siano composte queste calorie ovvero da che macronutrienti provengano, aspetto che fa la differenza. Anche l’olio, per esempio, che naturalmente non beviamo, ma usiamo per cucinare e condire il nostro cibo solido, presenta calorie. Quello di oliva presenta circa 884 calorie ogni 100 g, tutte conferite da grassi. Arrotondiamo a 9, ciò significa che ogni cucchiaio di olio di oliva sono 90 calorie. Se usiamo un cucchiaio a pasto, siamo molto virtuosi, se usiamo 10 cucchiai a pasto sono 900 calorie a pasto solo di olio! Se lo usiamo per friggere, l’olio non aumenta le sue calorie, naturalmente, ma per friggere ne usiamo parecchio e tutto quell’olio passerà le sue calorie al cibo che ci abbiamo fritto dentro. Facciamo un esempio: le patate hanno 70 calorie ogni 100 g da crude, ma fritte salgono a 300-500 calorie. Ecco perché più volte, su queste pagine, abbiamo consigliato il «finto fritto», cioè di cuocere al forno (o in friggitrice ad aria, aggiungiamo ora che nel frattempo è nata e diventata di moda) dopo aver spennellato o spruzzato una minima quantità di olio direttamente sulla pietanza da «finto-friggere». La maionese non è liquida come l’olio, ma è anch’essa una salsa che spesso si usa in grandi quantità. Idem il ketchup. O la salsa di soia, se si è amanti dei ristoranti cinesi e giapponesi.
Vediamoli meglio. La maionese è molto calorica, con circa 650-700 calorie per 100 grammi, principalmente a causa del suo alto contenuto di grassi (olio e tuorli d’uovo) che sono circa 70 g. Una porzione di un cucchiaio, circa 10-15 grammi, contiene all'incirca 90-110 calorie, ma esistono anche versioni leggere con meno grassi e calorie, come quelle «light». Il ketchup ha tra 90 e 120 calorie per 100 grammi, ma il contenuto calorico può variare a seconda di produttore e formulazione, per esempio se è senza zuccheri aggiunti, con valori che possono scendere a 40 calorie o salire oltre 100 calorie per 100 g, principalmente da zuccheri e carboidrati. Una porzione da un cucchiaio (circa 15 g) apporta circa 15 calorie, mentre una bustina ne ha circa 6. La salsa di soia ha basso contenuto calorico, circa 50-70 calorie per 100 ml (che più o meno sono 100 g), un cucchiaio, circa 15 ml, ha circa 7-10 calorie, c’è però molto sale. Anche il vino e i superalcolici sono calorie liquide. L’alcol ha più calorie di carboidrati e zuccheri, che ne hanno circa 4 ogni grammo. L’alcol, infatti, ne ha 7, valore che lo avvicina più alle calorie dei grassi che a quelle degli agli zuccheri. Le calorie in vino e superalcolici provengono principalmente dall’alcol (circa 7 calorie per grammo), ma variano molto in base a gradazione alcolica e zuccheri residui: un bicchiere di vino (125 ml) ha 80-110 calorie (più per vini dolci/corposi), mentre un superalcolico (40 ml) ne ha circa 55-100, con i cocktail che possono superare le 200-400. Vediamo le calorie di 125 ml di vino: bianco secco 80-90 calorie (11-12% alcol); rosso corposo (13-14%) 100-110 calorie; dolce o passito: circa 150 e anche di più, in rapporto agli zuccheri effettivamente presenti. Nei superalcolici, invece, in una dose di 40 ml, il bicchierino, di vodka o gin o rum o whisky troviamo circa 90-100 calorie; negli amari e nei liquori dolci troviamo tra le 60 e le 100 calorie; nei cocktail troviamo calorie variabili, ma sempre alte, come abbiamo visto. Per esempio, un Mojito presenta 242 calorie, un Long Island Ice Tea 420. Anche se con la birra scendiamo di livello alcolico, 1 birra da 330 ml presenta tra le 100 e le 150 calorie. Si capisce come bevendo spesso e molto si aggiungano non poche calorie all’introito giornaliero necessario.
Ci sono poi le calorie liquide contenute nelle bevande in senso stretto, in primo luogo le bibite gassate zuccherate. Coca Cola e aranciata hanno circa 40-50 calorie per 100 ml e sono tutte da zuccheri. I succhi di frutta variano molto, quando non sono senza zuccheri aggiunti hanno comunque gli zuccheri della frutta e quando hanno gli zuccheri aggiunti ci troviamo di fronte a un doppio zucchero, pensate che quando parliamo di zucchero aggiunto parliamo di circa 15 g (3 cucchiaini) in 100 ml. La cioccolata calda della macchinetta è preparata con una polvere che contiene cacao, zucchero e latte e di solito è più calorica della cioccolata preparata con cioccolato fondente. Siamo tra le 160 e le 200 calorie a bicchiere, che possono scendere un po’ se selezioniamo zero zucchero mentre la ordiniamo, ma comunque avremo lo zucchero già presente nel preparato in polvere. Se si bevono più «porzioni» di queste calorie liquide al giorno, come fanno molti, le calorie liquide naturalmente aumentano. Calorie liquide sono anche quelle del caffè al ginseng. Se un caffè senza zucchero presenta 0 calorie, un caffè al ginseng ha circa 25-30 calorie, da 0,5 g di grassi e 4-5 g di carboidrati (per lo più zuccheri). Anche se non aggiungiamo zucchero (per esempio alla macchinetta selezioniamo zero zucchero), il nostro caffè al ginseng conterrà gli zuccheri della ricetta base del preparato (il caffè al ginseng è preparato con estratto dolce di ginseng, caffè e caramello). Anche il preparato liofilizzato per tè contiene zucchero, zucchero che si incamera anche se si sceglie il tè ma senza aggiungere ulteriore zucchero. Anche la camomilla solubile può contenere zucchero e se pensate che spesso si usa senza limite per il biberon dei neonati si capisce come ormai non sia così strano che i bimbi siano sovrappeso e desiderosi oltremodo di zucchero già da piccoli. Bevendo continuamente queste calorie liquide, infatti, si può addirittura sviluppare, inconsapevolmente, una dipendenza da zucchero, perché non si pensa mai che si tratta di bevande che, quale più, quale meno, ne contengono in maniera inevitabile. Ed evitare un eccesso di zuccheri non è solo l’obiettivo di un’alimentazione dietetica, dimagrante, è l’obiettivo di chiunque voglia mantenersi sano e in forma, perché l’eccesso di zuccheri può condurre anche ad insulino resistenza, diabete, sovrappeso, obesità, fegato grasso e, se si continua ad incamerare gli zuccheri delle calorie liquide tutte queste patologie possono evolvere nello stadio successivo che per esempio, per il fegato, significa epatopatia, cirrosi epatica e cancro. Idem per i condimenti grassi. Spremute con tanto zucchero aggiunto (non ne aggiungete proprio, non serve), frullati, frappè, cappuccini, caffè, bibite gassate zuccherate e tutto quello che di liquido ci può venire in mente di bere durante il giorno può essere un veicolo di calorie liquide. Le quali non sono problematiche solo perché in eccesso rispetto all’introito calorico fanno ingrassare. Il problema è anche che sono calorie che non possono mai saziare come quelle solide. Il mancato senso di sazietà dopo aver assunto queste bevande deriva dal fatto che, non masticando, poiché ingoiamo un liquido in pochi secondi, non c’è possibilità che il cervello mandi al nostro organismo il segnale di essere sazio. Bere calorie liquide troppo spesso non serve a spezzare la fame, ma, contro intuitivamente, ad aumentarla, con l’ulteriore danno di avere incamerato anche calorie a fronte di nessuna sensazione di sazietà. Quando si arriverà al pasto solido, difatti, si mangerà ancora di più, perché dopo avere ingurgitato zucchero bevendo bibite apportatrici di calorie liquide avremo un calo di zuccheri. Il processo è logico. Lo zucchero è da sempre considerato una caloria vuota, perché dà all’organismo apporto calorico senza nemmeno conferire sazietà e nutrienti importanti, causando picchi glicemici che poi mutano in crolli glicemici che - eccoci al punto - ci fanno sentire il bisogno pressante di mangiare per ritirare su la glicemia precedentemente alzata dalla bevanda zuccherata. Spesso si bevono queste bevande al posto dell’acqua e nel tentativo di saziare la fame, ma a parte 2, massimo 3, caffè al giorno, meglio se con un cucchiaino di zucchero al mattino e poi senza zucchero durante la giornata, per stare bene dovremmo cercare di saziare la fame tra un pasto e l’altro bevendo acqua. Almeno 1,5-2 litri al giorno. Inoltre, dovremmo imparare a leggere le etichette di quello che beviamo per renderci conto di quante calorie liquide ci circondano e decidere, magari, di lasciarle dove sono.
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Il 2026 rischia di essere per l’Italia l’anno della morte assistita. Infatti, per quanto pochi giorni fa, con la sentenza 204/2025, la Corte Costituzionale abbia dichiarato la parziale illegittimità della norma in materia della Regione Toscana, nessun passo indietro è stato fatto, anzi, dalla Consulta rispetto ai precedenti e reiterati moniti al Parlamento a legiferare al riguardo. Larga parte della stessa maggioranza di centrodestra al governo, del resto, pare essersi ormai persuasa della «necessità di una legge sul fine vita». Staremo ora vedere cosa ci riserverà il nuovo anno.
Quel che è certo è che, prima di approvare una norma, farebbe bene ai nostri parlamentari dare un semplice sguardo a dove una legge sul fine vita effettivamente c’è - ed ormai da dieci anni: il Canada. Un Paese che, anche in ragione delle sue bellezze naturali e paesaggistiche, viene spesso guardato con ammirazione, ma che oggi si trova a dover fare i conti con un problema piuttosto serio: il dilagare epidemico dell’eutanasia.
I numeri, come si dice in questi casi, parlano chiaro. Anche troppo: da quando la procedura di morte assistita (Maid) è stata introdotta, nel 2016, poco meno di 76.500 persone (76.475 il numero esatto), vi hanno fatto ricorso ottenendola. Solo nel 2024 i cittadini che hanno «beneficiato» del servizio sono stati 16.499 - cifra che equivale al 5% di tutti i decessi del Paese. Degno di nota è inoltre il fatto che un quarto di quanti accedono alla morte su richiesta non sperimenta neppure le cure palliative. Viene direttamente eliminato. Si potrebbe pensare che ciò accade perché sono situazioni in cui le condizioni di chi chiede di morire sono così disperate che la morte assistita viene subito concessa.
Chi la pensa così dovrebbe però spiegare come mai, a pagina 11 di un rapporto della Commissione sul fine vita del Québec con cui sono stati esaminati i casi di persone che, tra il 1°aprile 2018 e il 31 marzo 2019, hanno avuto accesso all’aide médicale à mourir, si parlava di almeno «tre casi» nei quali «la diagnosi della persona era una frattura dell’anca». «Fu presentata ai canadesi come un’opzione eccezionale per una morte naturale già imminente. Come è possibile che la morte assistita oggi sia diventata così popolare?», si è chiesta la giornalista Sharon Kirkey in un articolo pubblicato la vigilia di Natale sul National Post.
In effetti il punto ora è questo: com’è possibile che, in pochi anni, il Canada sia diventato la Mecca planetaria dell’eutanasia? Le spiegazioni possibili sono tante. Di certo non ha arginato il fenomeno il fatto che, non appena la morte assistita fu legalizzata, nel 2016 come si diceva poc’anzi, ci sia stato subito chi si è messo a fare due conti per sottolineare quanto avrebbe fatto risparmiare ai contribuenti. Il riferimento è ad uno studio pubblicato nel 2017 sul Canadian Medical Association Journal a firma di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, i quali, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, avevano quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l’anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche.
Da parte loro, Trachtenberg e Manns avevano sottolineato di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire - e ci mancherebbe -, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo. Un peso nel dilagare mortifero dei decessi on demand l’ha avuto, in Canada, di certo pure la secolarizzazione, che se da un lato è già correlata all’aumento dei suicidi e di quelli che i sociologi chiamano «morti per disperazione» - overdosi, abuso di alcool, ecc. -, dall’altro certamente non contrasta, anzi, il trend della «dolce morte». A diffondere poi la morte assistita ci ha pensato la stessa legge, che l’ha introdotta ma in modo non sufficientemente preciso; di qui i numerosi abusi ed eccessi.
«Ci sono abusi ed eccessi anche nei Paesi Bassi e in Belgio», spiega alla Verità Alex Schadenberg dell’Euthanasia prevention coalition, intervistato più approfonditamente nella pagina accanto, «ma in Canada la legge, fin dall’inizio, è stata priva di una vera definizione. Pertanto, il gruppo pro choice Dying With Dignity affermerebbe che la legge prevede rigide garanzie mentre, invece, ne prevede poche o nessuna, poiché priva d’una definizione». «Inoltre», continua l’attivista canadese, «la legge stabilisce che il medico o l’infermiere specializzato debbano solo essere del parere che la persona soddisfi i criteri della legge. Ciò significa che è impossibile controllare la legge - anche nelle circostanze più gravi - perché il medico dirà alle autorità di essere del parere che la persona soddisfi i criteri della legge». «Infine», conclude con parole forti Schadenberg, «ci sono diversi medici che sono diventati di fatto assassini professionisti, il che significa che questo è quasi tutto ciò che fanno. Si vantano di quanto amano uccidere. Questo è a dir poco spaventoso».
In effetti, c’è poco da stare tranquilli in un Paese dove la morte assistita, più che concessa, viene proposta. Si prenda quanto avvenuto a Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo. Ebbene, nel 2018 l’uomo si era trovato dinnanzi ad un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley decise di denunciare l’ospedale e il governo dell’Ontario, producendo pure due audio (uno del 2017, l’altro del 2018) nelle quali il personale ospedaliero cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita. Caso isolato? Non esattamente.
Per maggiori informazioni chiedere all’atleta paralimpica Christine Gauthier, la quale qualche anno fa aveva osato protestare per i ritardi nell’installazione in casa sua d’un montascale; risultato: si è sentita proporre la morte assistita. Lo scorso dicembre proprio sulla Verità si era poi raccontata l’assurda vicenda di Jolene Van Alstine, 37 anni, residente nella provincia canadese del Saskatchewan. La donna soffre da otto anni di iperparatiroidismo primario normocalcemico, una malattia paratiroidea molto rara ma curabile. Il punto è che nel Saskatchewan pare non ci siano chirurghi in grado di eseguire l’operazione di cui ha bisogno, motivo per cui la donna si è imbarcata in una eterna lista d’attesa a fronte della quale, disperata, ha provato a chiedere il suicidio assistito: richiesta accettata. Forse perché nel Canada diventato la patria della morte on demand non è raro crepare in attesa di cure.
Secondo i dati diffusi a fine novembre dal think tank canadese SecondStreet.org, infatti, solo tra aprile 2024 e marzo 2025 sono deceduti quasi 24.000 pazienti – 23.746, il numero esatto – che erano nelle liste d’attesa per le cure. La cosa più tragica è che perfino l’opinione pubblica si è ormai assuefatta all’idea che, a certe condizioni, le persone siano più che altro un costo. Non si spiegherebbe altrimenti come sia stato possibile che nel 2023 un sondaggio di Research Co. abbia rilevato che il 28% dei canadesi sia d’accordo per il suicidio assistito per le persone senza dimora in salute e il 27% sia favorevole per offrirlo a quanti versano in condizioni di estrema povertà. No, i canadesi non sono impazziti: è la cultura eutanasica e produrre questi frutti. Con tutto il rispetto per la Consulta, ci pensino bene i nostri parlamentari prima di spalancare le porte a simili scenari. Perché non si potrà più dire che non si sapeva.
«Dissero che era per i casi terminali. Adesso fanno pressione sui disabili»
Si possono esaminare dati, studi scientifici e report, anzi è doveroso farlo per mettere a fuoco il fenomeno nel suo insieme; ma se si vuole scavare più in profondità, non c’è modo migliore per capire davvero la piaga della morte assistita in Canada se non, va da sé, parlarne con un canadese. Possibilmente con qualcuno che anche segua e monitori la questione con costanza. Proprio per questo, La Verità ha contattato Alex Schadenberg, 57 anni, attivista nato a Woodstock, Ontario, e grande conoscitore di questi temi in quanto direttore esecutivo dell’Epc, acronimo che sta per Euthanasia prevention coalition.
Schadenberg, come descrive la realtà del suicidio assistito in Canada?
«L’eutanasia è stata legalizzata in Canada nel 2016 con la promessa di essere strettamente controllata e limitata alle persone malate terminali e sofferenti. Fin dall’inizio, la norma è stata però poco circoscritta e ha iniziato a espandersi immediatamente; il che significa che la morte assistita veniva data a persone con una condizione terminale ma che non sarebbero morte a breve. La legge è stata poi ampliata nel 2021 includendo persone che non sono malate terminali, ma piuttosto affette da una “condizione medica grave e irreparabile” non definita, e l’estensione del 2021 ha incluso anche l’eutanasia per le sole malattie mentali, la cui attuazione è stata ora posticipata a marzo 2027».
Tutto questo, a livello pratico, che cosa sta comportando?
«Nel 2025 si sono contati decessi per eutanasia di persone con disabilità che vivevano in condizioni di senzatetto, povertà o difficoltà a ottenere cure mediche. Alcuni dei medici canadesi ora sono specializzati nell’eutanasia, il che significa che sono coinvolti in molti decessi e tendono a somministrare la morte in modo più diffuso».
Quali sono le prossime frontiere?
«Le prossime frontiere della legge canadese sull’eutanasia, come già dicevo poc’anzi, sono l’implementazione dell’eutanasia solo per malattie mentali - prevista per marzo 2027 -, l’estensione della legge alle richieste anticipate di eutanasia, il che significa che i medici potranno sopprimere una persona incapace che aveva precedentemente richiesto la morte mentre era ancora in grado di intendere e di volere, e ai bambini definiti “minori maturi”».
Il dilagare della morte assistita nel Paese che conseguenze sta avendo verso malati e disabili?
«Il punto è che le persone con disabilità, da marzo 2021, hanno diritto all’eutanasia in base a una “condizione medica grave e irreparabile”, non definita dalla legge. Ci sono ormai molte storie di persone con disabilità esortate a chiedere l’eutanasia, tra cui Roger Foley e Heather Hancock, solo per fare due nomi. Poiché molte persone con disabilità vivono in povertà o hanno difficoltà a trovare un alloggio a prezzi accessibili, spesso si sentono già svalutate. Se a tutto questo si aggiunge la crisi sanitaria canadese - con le persone con disabilità che hanno grandi difficoltà a ricevere le cure di cui hanno bisogno - si comprende come l’eutanasia legalizzata stia minacciando la loro vita».
In Canada le persone si rendono conto degli amari frutti della mentalità eutanasica?
«Notiamo che alcuni gruppi riconoscono i cambiamenti avvenuti in Canada dopo la legalizzazione dell’eutanasia. C’è per esempio un gruppo di veterani di guerra che ha reagito pubblicamente quando, al posto delle terapie di cui aveva bisogno, si è sentito offrire la morte assistita. Non solo. Ci sono persone con disabilità che hanno paura di andare in ospedale. Durante un’audizione della Commissione Finanze del parlamento canadese, Krista Carr, ceo di Inclusion Canada, una federazione nazionale di persone con disabilità, ha dichiarato testualmente: “Le persone con disabilità hanno oggi molta paura, in molte circostanze, a presentarsi al sistema sanitario con problemi ricorrenti, perché spesso la morte assistita viene loro proposta come soluzione a quella che è considerata una sofferenza intollerabile, causata da problemi come la povertà e le situazioni in cui le persone con disabilità si ritrovano in modo sproporzionato rispetto agli altri canadesi”».
In tutto questo, che ruolo giocano i mass media?
«I principali media, per la maggior parte, sostengono pienamente l’eutanasia, nonostante siano stati scritti molti articoli che ne mettono in discussione le modalità di attuazione. È molto difficile che il nostro punto di vista, in Canada, trovi spazio sui media tradizionali».
In Italia il Parlamento sta discutendo, a seguito di diverse sentenze della Corte Costituzionale, di introdurre una legge sul suicidio assistito. Che cosa direbbe ai parlamentari italiani?
«Il mio messaggio all’Italia è di non legalizzare l’eutanasia o il suicidio assistito. Quasi tutti gli ordinamenti che hanno legalizzato la morte assistita, anche se lo hanno fatto con “buone intenzioni”, hanno successivamente ampliato la legge. Le leggi vengono ampliate dalla pratica, il che significa che un medico esegue l’atto in un caso controverso e, quando non succede nulla, altri seguono l’esempio. Si comportano anche come se fossero costretti ad ampliare la legge sulla base di discriminazioni. Una volta legali, si sostiene che le “restrizioni” siano in realtà discriminatorie perché negano pari opportunità di accesso alla legge. Anche esaminando le leggi americane sul suicidio assistito, vediamo questo fenomeno».
Troppi abusi pure in Olanda e Belgio
Guardando l’inchiesta proposta su queste pagine, uno potrebbe farsi l’idea che eccessi ed abusi legati all’eutanasia legale siano una grana canadese. Ebbene, non è così dato che scenari non diversissimi avvengono anche in Europa, come dimostra l’esperienza dei Paesi Bassi e quella del Belgio. Iniziamo coi Paesi Bassi che, nel 2001, sono stati il primo Paese al mondo a legalizzare la pratica eutanasica.
La prima cosa che balza all’occhio è una costante impennata del numero dei casi di «dolce morte». Se infatti in Olanda nel 2002 si registrarono 1.882 di questi decessi, nel 2024 essi erano lievitati a quasi a poco meno di 10.000 (9.958) - con una crescita di circa il 430%. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England Journal of Medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe registrato; il che vuol dire che il boom eutanasico è di fatto ancora più devastante di quanto già appaia e che legalizzare il fenomeno non elimina affatto, neppure dopo anni, il suo lato clandestino. Non è finita.
Se si scava oltre, emerge un quadro più allarmante, che prova come legalizzare il diritto ad essere uccisi generi un clima di morte duro da arginare, che finisce per colpire anche i soggetti più deboli: i bambini. Lo prova l’avvenuta approvazione, nel giugno 2005 da parte dei Pediatri dei Paesi Bassi, del Protocollo di Groningen, che sono delle linee guida per l’eutanasia infantile. Cosa che, da quelle parti, era comunque già realtà anche prima. Diversamente Eduard Verhagen, l’autore del suddetto protocollo, non avrebbe potuto ammettere, come ha fatto sulle colonne del New England Journal of Medicine del 10 marzo 2005, che su 1.000 bambini che già allora morivano nel loro primo anno di vita, 600 - quindi il 60%, vale a dire ben oltre la metà - smettevano di vivere in conseguenza di una decisione eutanasica.
La situazione non è più rosea in Belgio, dove la «dolce morte» è stata legalizzata dal Parlamento nel 2003, crescendo poi esponenzialmente. Basti dire che nel 2024 si sono verificati quasi 4.000 casi (3.991), facendo segnare un’impennata del 16% rispetto all’anno precedente; impennata che, se invece si considera l’arco temporale dal 2003 al 2019, risulta superiore al 1.000%. Il risultato è che l’idea che esistano vite «indegne di essere vissute», anche in Belgio, è arrivata fino ai bambini. Ha fotografato bene questa sconvolgente realtà un articolo di cui quasi nessuno in Italia ha dato notizia, uscito sulla rivista scientifica Archives of Disease in Childhood - Fetal and Neonatal Edition – e commentato sul sito dell’European Institute of Bioethics – intitolato End-of-life decisions in neonates and infants.
Secondo quella pubblicazione, solo tra settembre 2016 e dicembre 2017, le decisioni sul fine vita avevano interessato 24 bambini di età compresa tra 0 e 1 anno di vita. 24 bambini vuol dire che il 10% dei piccoli morti entro il loro primo anno di vita, nelle Fiandre, è venuto a mancare sulla base di una decisione precedente, sfociata in un trattamento attivo come un’iniezione letale. Tale percentuale, oltre ad essere elevata, certifica un aumento dato che in rilevazioni effettuate tra il 1999 e il 2000, essa risultava essere del 7%. L’eutanasia infantile, di cui si è già detto parlando dell’Olanda, si è dunque radicata pure in Belgio. E tutto lascia immaginare che, se l’Italia nel 2026 aprisse alla morte assistita, l’eutanasia infantile – anche se non subito, il tempo che l’opinione pubblica possa gradualmente abituarsi a considerare l’idea – verrebbe proposta anche da noi. Vogliamo davvero arrivare a questo?
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Un immigrato clandestino con precedenti per violenza sessuale, due decreti di espulsione mai eseguiti e anni di libertà in Italia: secondo Maurizio Belpietro, il caso dell’omicidio di Aurora Livoli mostra il fallimento totale del sistema delle espulsioni. Tra garantismo senza limiti, provvedimenti annullati e controlli mancati, chi è pericoloso resta libero di colpire.
Leggi qui l'editoriale di Maurizio Belpietro.
Nel giro di un decennio la Turchia ha smontato pezzo dopo pezzo il proprio apparato di sicurezza e giustizia. Epurazioni, promozioni per fedeltà politica e corruzione ad alti livelli hanno ridotto polizia, intelligence e magistratura a istituzioni più utili alla stabilità del potere che alla tenuta dello Stato. È in questo contesto – segnato dalla leadership di Recep Tayyip Erdogan e dall’alleanza con l’ultranazionalista Mhp – che, secondo Nordic Monitor, è maturata una nuova generazione di reti mafiose: più giovani, più mobili, più armate e soprattutto ormai proiettate in Europa. Il salto di qualità è duplice. Da un lato queste bande operano su tutto lo spettro criminale: droga, riciclaggio, estorsioni, contrabbando di armi. Dall’altro hanno esportato all’estero il proprio modello: faide interne, omicidi su commissione, intimidazioni pubbliche e struttura quasi paramilitare. La cronaca europea degli ultimi anni – tra agguati, arresti e sequestri di arsenali – racconta un fenomeno che non può più essere letto come semplice «delinquenza d’importazione». È la proiezione esterna di un degrado istituzionale interno.
Il punto di svolta arrivò nel 2013, quando l’Akp riuscì a sopravvivere alle grandi inchieste per corruzione che avevano lambito la cerchia del premier di allora, Erdogan. Quelle indagini chiamavano in causa personaggi collegati a un promotore iraniano già sanzionato dagli Usa e a un ex finanziatore saudita di Al-Qaeda. Dopo il 2016, col «golpe di cartone» usato da Erdogan come acceleratore della purga nello Stato turco, lo smantellamento divenne sistematico: decine di migliaia di ufficiali, pm, giudici e analisti furono licenziati o incarcerati e rimpiazzati da fedelissimi spesso privi di esperienza e autonomia. E così figure allontanate in passato per legami con la criminalità organizzata sono state persino reintegrate e collocate in posizioni sensibili di controllo su polizia e tribunali.
In parallelo, Ankara ha tollerato – e talvolta usato – circuiti criminali come strumenti informali di pressione. Nordic Monitor cita due nomi diventati simbolici: Alaaddin Çakici, boss mafioso condannato, e Sedat Peker, figura emblematica dei rapporti tra politica, intimidazione e sottobosco criminale. Il risultato, sul piano sociale, è un bacino di reclutamento quasi infinito: giovani senza prospettive, spesso provenienti dalle periferie più povere di Istanbul, attratti da denaro facile, status e identità di gruppo. È da qui che spuntano clan con nomi presi dall’immaginario pop – Daltonlar, Casperlar, Red Kits, Çirkinler – aggregati flessibili ma feroci, capaci di trasformare i social in vetrina di potere. Su TikTok, Instagram e Telegram ostentano armi, lanciano minacce e costruiscono reputazioni. Il reclutamento include minorenni. Tra le sigle più note, il gruppo di Baris Boyun, nato nell’area di Beyoglu-Kasımpaşa a Istanbul. Boyun – oggi detenuto in Italia – è descritto come uno dei capi più temuti, con una rete accusata di omicidi e «servizi» per altre organizzazioni internazionali. A questa galassia viene collegato l’assassinio del boss serbo Jovan Vukotić, leader del cartello Škaljari, ucciso a colpi d’arma da fuoco a Istanbul nel settembre 2022 da sicari in moto. Il «contratto», secondo l’accusa turca, avrebbe avuto un valore di 1,5 milioni di euro. Boyun, che rivendica identità curda e alevita, è al centro di una battaglia sull’estradizione e – sempre secondo Nordic Monitor – affronta anche contestazioni in Italia.
Un atto d’accusa recente contro il gruppo di Istanbul avrebbe rivelato l’uso di 40 minorenni tra 15 e 18 anni come sicari e manovalanza per estorsioni e raid armati. Molti sarebbero adolescenti siriani e azeri portati in città e spinti a sparare con promesse di denaro o minacce. Le ragazze, in alcuni casi, sarebbero state usate per filmare gli attacchi o adescare le vittime. Sul fronte rivale emergono i Dalton, guidati da Berat Can Gökdemir, curdo della provincia di Batman. Inizialmente vicino a Boyun, si sarebbe poi separato dopo una rottura. Nordic Monitor segnala che Gökdemir si troverebbe in Russia. I Dalton sono citati anche per l’attacco al consolato iracheno a Şişli (Istanbul) nel marzo 2025, presentato come rappresaglia dopo l’arresto in Iraq di Ahmet Mustafa Timo, detto «Timocan», e il suo trasferimento in Turchia. Nella rete compaiono anche arresti e rimpatri: Sinan Memi fermato a Varsavia (settembre 2024) ed estradato; Atakan Avci, condannato a 30 anni per droga, catturato a Sofia (novembre 2024). Il dossier allarga poi il quadro all’estero: a maggio 2025 i Dalton vengono indicati anche in relazione a un attacco armato contro agenti dell’intelligence greca a Salonicco durante una sorveglianza; Atene avrebbe arrestato sei cittadini turchi e sequestrato un deposito di armi. E ancora: nel settembre 2023 sei uomini della rete di Boyun furono uccisi ad Artemida, nei pressi di Atene, in un’agguato attribuito a Dalton o Red Kits.
I Red Kits sarebbero guidati da Ferhat Delen, curdo di Mardin, e vengono descritti come evoluzione di una rete nata dagli ultras del Fenerbahçe ( serie A turca) e trasformata in gang. Delen è accusato di aver orchestrato sparatorie contro capi ultras come Cem Gölbaşi e Ibrahim Gümüş, sopravvissuti. Secondo Nordic Monitor, anche lui si nasconderebbe in Grecia.
Tra i gruppi più spietati troviamo i Casper, emersi dopo un attacco notturno davanti a un ospedale di Bahçelievler, con colpi esplosi contro l’edificio per colpire un rivale ferito: feriti un poliziotto, due gendarmi, una guardia e un civile. La leadership viene attribuita a Ismail Atiz, detto «Hamuş», anch’egli di Mardin: arrestato in Germania a luglio, poi rilasciato e nuovamente fermato in Italia. Nel mosaico rientra anche il gruppo di Emrah Ayverdi, in faida con la fazione Boyun, con episodi come l’attacco con granate contro una sala matrimoni nel quartiere Eyüp. Accanto alle gang «brandizzate», ci sono clan familiari: i Bayrolar (quattro fratelli, molti all’estero) e i Baygaralar guidati dal latitante Ramazan Baygara, legato a omicidi di alto profilo, tra cui quello del vicepreside di una scuola a Tuzla.
Il punto, però, è l’Europa. La Spagna viene indicata come nuova piattaforma operativa: costa mediterranea, affitti brevi, mobilità Schengen, turismo e un ecosistema criminale già rodato tra riciclaggio e armi. Il 3 agosto 2025 a Torrevieja (Alicante) è stato ucciso Caner Koçer, figura del clan Dalton: un omicidio attribuito ai Casper per indebolire la leadership. Tre i sospetti fermati, tra cui Burak Bulut, entrato in Spagna con un’auto rubata in Francia. Poche settimane dopo, il 31 ottobre 2025, la polizia intercetta vicino Torrevieja un veicolo con targa francese e un carico di Kalashnikov: armi riconducibili a Mensur Gümüş, leader dei Çirkinler, poi arrestato con due complici. Segnali che certificano la trasformazione della Spagna: non più rifugio, ma la retrovia di una guerra tra clan. Come osserva Nordic Monitor la sicurezza europea sta subendo le conseguenze del collasso istituzionale turco. Bande digitali, giovanissime, armate e transnazionali sono ormai un problema strutturale. Non solo criminalità organizzata, ma un indicatore di come la fragilità di uno Stato possa diventare una minaccia esportabile.
Arsenali e clandestini. L’Italia è usata come base logistica
L’Italia non è più soltanto un territorio di passaggio per la criminalità straniera. Negli ultimi anni è diventata una retrovia operativa stabile per una nuova generazione di gruppi criminali turchi, strutture fluide e violente che agiscono su scala europea e che utilizzano il nostro Paese come base logistica, finanziaria e di copertura. Le inchieste giudiziarie più recenti mostrano un salto di qualità: non bande marginali, ma organizzazioni armate, capaci di muovere armi da guerra, droga e uomini lungo direttrici che collegano la Turchia ai Balcani, all’Europa centrale e al Mediterraneo.
Gli arresti disposti dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano lo scorso 17 dicembre, si inseriscono in questo quadro. Al centro di uno dei fascicoli più delicati c’è Baris Boyun (arrestato a Viterbo nel 2024 e che è in carcere con il 41 bis dal 2024), indicato dagli inquirenti come figura di vertice di una rete accusata di associazione per delinquere armata, traffico internazionale di armi, droga, riciclaggio, falsificazione di documenti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un’organizzazione che, secondo l’accusa, non avrebbe avuto come obiettivo l’Italia in sé, ma avrebbe scelto il territorio italiano come piattaforma sicura da cui pianificare e sostenere attività criminali destinate a colpire altrove. Le carte giudiziarie raccontano un modello ormai consolidato che non è non sfuggito al ministero degli Interni e ai vertici del comparto sicurezza. Le azioni più violente – omicidi, attentati, regolamenti di conti – vengono progettate o consumate fuori dai confini nazionali, mentre in Italia restano le funzioni meno visibili ma decisive: l’approvvigionamento delle armi, il transito dei fondi, la protezione dei latitanti, l’organizzazione degli spostamenti. È una strategia già vista con altre mafie transnazionali, ma qui assume una dimensione particolarmente allarmante per la quantità e la qualità dell’armamento intercettato e per la capacità di muoversi rapidamente tra diversi Paesi europei.
Un primo campanello d’allarme era suonato già nel 2024, quando un’indagine partita dal Nord Italia aveva portato a una serie di arresti di cittadini turchi collegati a omicidi commessi in altri Stati europei. In quel caso, l’Italia emergeva come luogo di rifugio e riorganizzazione, non come teatro della violenza. Lo stesso schema ritorna oggi: depositi improvvisati, abitazioni di copertura, strutture ricettive utilizzate per nascondere armi e uomini. In almeno un episodio recente nel Lazio, gli investigatori hanno sequestrato armi e materiali che fanno pensare a una faida criminale importata, con radici in Turchia ma ramificazioni operative sul nostro territorio.
La domanda che attraversa tutte le inchieste è sempre la stessa: perché l’Italia? La risposta non è ideologica, ma pragmatica. L’Italia offre snodi logistici strategici, una posizione geografica centrale, collegamenti rapidi con i Balcani e l’Europa occidentale, e una lunga esperienza – anche criminale – che produce zone grigie facilmente sfruttabili. Le reti turche non paiono interessate a un controllo diretto del territorio, né a entrare in conflitto con le mafie storiche. Puntano piuttosto a inserirsi nei vuoti, a utilizzare l’infrastruttura esistente per i propri scopi, mantenendo un profilo basso sul piano della violenza locale. Sul fondo rimane un elemento politicamente sensibile, ma sempre più presente nelle analisi investigative: il legame tra l’espansione di queste organizzazioni e il progressivo indebolimento delle istituzioni in Turchia. Epurazioni, corruzione e collusioni hanno creato un contesto in cui settori della criminalità organizzata hanno potuto rafforzarsi e proiettarsi all’estero. Non è un’accusa formale allo Stato turco, ma una dinamica già vista in altri contesti: quando i controlli interni si allentano, il crimine si internazionalizza. La mafia turca, a differenza delle organizzazioni tradizionali, non cerca mai il consenso sociale e non ha bisogno di radicamento culturale. È una criminalità pragmatica, mobile, ben armata, che ragiona per reti e non per territori. Ed è proprio questa caratteristica a renderla difficile da intercettare e, allo stesso tempo, estremamente pericolosa. Gli arresti delle ultime settimane dimostrano che l’attenzione delle procure è alta, ma mostrano anche un dato inquietante: l’Italia rischia di essere percepita sempre più come un retroterra sicuro per guerre criminali combattute altrove. Una condizione che, se sottovalutata, può trasformare una base logistica silenziosa in un problema di sicurezza nazionale. I reati, scrive il procuratore di Milano Marcello Viola, «sono tutti finalizzati a destabilizzare gli assetti dello Stato turco e a creare allarme sociale anche in Europa».
A rendere il quadro ancora più critico è la dimensione europea del fenomeno. Le indagini italiane si intrecciano sempre più spesso con dossier aperti in Germania, Olanda, Belgio e nei Paesi scandinavi, dove gli stessi nomi e le stesse sigle riemergono in contesti diversi. Le reti criminali turche dimostrano una notevole capacità di adattamento: cambiano Paese, mutano gli assetti, sfruttano i vuoti normativi e la lentezza delle cooperazioni giudiziarie. In questo scenario, l’Italia non è un’eccezione ma un anello strategico. Un dettaglio, nelle informative, torna con insistenza: la centralità dei «servizi» collaterali, quelli che non sparano ma rendono possibile tutto il resto. Appartamenti intestati a prestanome, auto a noleggio pagate in contanti, telefoni e sim intestate a soggetti di comodo, money transfer spezzettati in micro-trasferimenti, società usa-e-getta utili a giustificare flussi di cassa e spostamenti. È la normalità apparente che protegge l’eccezione criminale. E poi c’è il capitolo delle armi: non soltanto pistole, ma disponibilità di materiale che suggerisce la volontà di reggere uno scontro, di intimidire, di imporre disciplina interna. Quando una rete così si appoggia a un territorio, anche senza «fare guerra» in casa, lascia tracce. Il punto è intercettarle prima che diventino sistema.
«I killer offrono i loro servizi su Telegram»
Elisa Garfagna studia i fenomeni criminali e terroristici sul web.
Che cosa fanno i mafiosi turchi sui social network?
«Oggi le reti criminali turche non si nascondono più nell’ombra, ma hanno invaso il mondo digitale trasformando le app di messaggistica in veri e propri marketplace della violenza. Sulle piattaforme crittografate si vendono omicidi, estorsioni e traffico di droga con una sfrontatezza disarmante. Il loro obiettivo principale è la propaganda: usano i social per adescare i giovanissimi, ostentando una vita fatta di auto di lusso, mazzette di contanti e armi pesanti, dipingendo il crimine come l’unica via d’uscita per ottenere rispetto e potere. La vera svolta però è l’arruolamento: certi canali chiedono agli aspiranti killer di inviare un curriculum vitae dettagliato, specificando le proprie “competenze” nel mondo del malaffare».
Quali sono le piattaforme preferite ?
«Il quartier generale di questa malavita 2.0 è senza dubbio Telegram. La protezione offerta dalla crittografia ha permesso la proliferazione di canali dai nomi agghiaccianti come “Il posto del sicario” (Tetikçi Mekanı) o “Squadra di assassini” (Suikast Timi). Questi spazi funzionano come club privati: sono comunità chiuse dove si entra solo con il via libera dell’amministratore, come accade per il gruppo “Tetikçi Nsth”, nato appena nel novembre 2024. Questa precisa struttura rende quasi impossibile il lavoro di infiltrazione e monitoraggio per polizie e investigatori».
Ci sono casi conosciuti di minori ingaggiati per compiere crimini?
«Purtroppo non è solo un sospetto, ma una strategia ben precisa e in forte crescita: solo nel 2024 si è registrato un aumento del 13% dei sospettati minorenni. Le gang approfittano del codice penale turco, che permette agli under 18 di godere di sconti di pena fino al 75%. Un caso che ha sconvolto l’opinione pubblica è quello del ventunenne Görkem Mete: nel maggio 2025 ha confessato di aver accettato un “contratto” via Telegram per 250.000 lire, volando fino a Cipro del Nord per crivellare di colpi un’auto, il tutto mentre riceveva istruzioni in tempo reale via chat dai suoi mandanti in Turchia».
È vero che offrono omicidi su commissione, e quanto costano?
«La realtà supera la finzione di un romanzo criminale! Questi gruppi pubblicizzano “servizi di esecuzione professionale” con slogan che sembrano pubblicitari, tipo “Kralına bir gece suikast” ovvero “Un attentato al re in una notte” promettendo esecuzioni notturne impeccabili. Il listino prezzi per un omicidio a Istanbul oscilla solitamente tra i 2 e i 3 milioni di lire turche, circa 60-90.000 dollari. Per chi ha meno budget, esistono opzioni più economiche che partono da 200.000 lire (7.000 dollari), e la normalizzazione è tale che in alcuni canali vengono proposti persino pagamenti a rate per finanziare un delitto».
Quali altri servizi pubblicizzano?
«Il catalogo del crimine è vasto. Si possono commissionare incendi dolosi per 350 dollari o sparatorie intimidatorie contro uffici per 1.400 dollari. Telegram è anche la corsia preferenziale per i trafficanti di uomini: gruppi con migliaia di iscritti offrono rotte verso l’Italia o la Germania a circa 4.500 euro a testa. Il prezzo raddoppia per i latitanti o chi ha il passaporto bloccato dalla magistratura, arrivando a oltre 10.000 euro. Sotto nomi di facciata come “servizi di corriere”, si nascondono poi il traffico di droga e complessi servizi di “protezione” mafiosa».
Perché le piattaforme non bloccano questi gruppi?
«Il problema è digitale e sociale al tempo stesso. L’anonimato digitale permette ai criminali di incassare il denaro e far sparire l’account in pochi secondi, rendendo inutili tutte le segnalazioni. Ma a pesare è soprattutto la cornice sociale turca: con una disoccupazione giovanile che tocca il 15,1% e un sistema dove la carriera dipende dalla fedeltà politica a Recep Tayyip Erdogan piuttosto che dal merito, moltissimi giovani finiscono per vedere in queste vetrine digitali della morte l’unica possibilità concreta di guadagno e di riscatto».
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