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2018-11-13
Il guru degli psichiatri Usa: i pazzi votano per le destre
ANSA
Fu lo psichiatra Massimo Fagioli a dichiarare perentoriamente: «Una persona sana di mente non può non essere di sinistra». E sebbene l'uomo fosse estremamente discutibile e discusso, fin troppi dalle nostre parti hanno fatto propria quella sua frase. Sono anni, ormai, che dal fronte progressista sentiamo ripetere ogni genere di bestialità. Di fronte all'avanzare dei partiti «di destra», «identitari» o «populisti», la sinistra ha ideato le spiegazioni più allucinanti. Chi rifiuta di votare i partiti «democratici» è stato dipinto come ignorante, stupido, poco scolarizzato, ostaggio di pregiudizi e paure.
Sulla paura, ultimamente, i progressisti insistono con particolare vigore. Non potendo dire apertamente che chi non li sostiene è un demente, dipingono il quadretto di un popolo in preda a timori irrazionali, privo di lucidità e guidato dai soli istinti. Un esempio perfetto di questo atteggiamento è il libro Nel labirinto delle paure, firmato dal sociologo Aldo Bonomi e dall'assessore milanese del Partito democratico Pierfrancesco Majorino. Il volumetto spiega che nel nostro Paese «si fa strada la paura», un sentimento che i «populismi e nazionalismi» sfruttano onde «alimentarla di rancore e rovesciarla su chi sta ancora più in basso».
A intemerate di questo tipo, dicevamo, ormai siamo abituati. Non stupisce e di certo non indigna vedere l'esponente del Pd o il titolato editorialista esprimere disprezzo verso la massa idiota che vota la Lega o i 5 stelle. Il problema sorge quando lo stesso disprezzo promana dalle pagine di uno dei più stimati e riveriti psichiatri del mondo. Stiamo parlando dell'americano Allen Frances, professore emerito di psichiatria alla Duke University e autore di una serie di saggi tradotti e apprezzati a livello globale.
L'editore Bollati Boringhieri (lo stesso di Bonomi e Majorino) ha appena pubblicato in Italia il nuovo bestseller di Frances intitolato Il crepuscolo di una nazione, che negli Stati Uniti ha suscitato ampio e scoppiettante dibattito.
Il senso del libro è perfettamente riassunto dalla frase che lo apre: «Non è Trump a essere pazzo. Siamo noi». Questa affermazione non scaturisce dal nulla. È la risposta del professore di Duke alle tesi di illustri intellettuali democratici che, negli ultimi tempi, hanno speculato sulla sanità mentale del presidente americano, utilizzando più o meno gli stessi argomenti sfoderati dai progressisti di casa nostra (i quali sono soliti clonare tutto ciò che arriva da New York e dintorni).
Secondo Frances, Donald Trump è un narcisista, tuttavia non è un malato mentale. In compenso, a mostrare segni evidenti di squilibrio sono tutti quelli che lo hanno votato. «Trump è sintomo di un mondo in difficoltà, non ne è l'unica causa», scrive lo psichiatria. «Rimproverarlo per i nostri problemi significa non vedere la ben più profonda malattia sociale che sta dietro e ha reso possibile la sua improbabile ascesa. Dire che Trump è un pazzo ci permette di non vedere la follia della nostra società - se vogliamo tornare a essere sani di mente, dobbiamo innanzitutto capire noi stessi. Detta in due parole: Trump non è pazzo, ma la nostra società sì».
Alcune pagine dopo, lo studioso rincara la dose: «Se il 46% della popolazione votante condivide una credenza bizzarra e ti elette presidente, si tratta di delirio collettivo, non personale».
Frances, a un certo punto del saggio, è costretto ad ammettere che i problemi da cui gli elettori di The Donald sono afflitti sono, effettivamente, concreti e pressanti. Tuttavia, non molla la presa e continua per oltre 300 pagine a spiegare perché chi sostiene i populisti vada considerato malato di mente.
La sua analisi, inoltre, non si ferma agli Stati Uniti, ma prende in esame anche fenomeni europei (da Marine Le Pen alla Brexit passando per la situazione italiana). «La nostra follia sociale», afferma, «è una pandemia diffusa e può essere curata solo con la collaborazione di tutto il mondo. Il tribalismo e il nazionalismo sono segnali della prolungata adolescenza della nostra specie: diventiamo adulti in fretta o potremmo non diventare adulti mai più».
Non per nulla, l'editore Bollati Boringhieri presenta il libro al pubblico italiano scrivendo che «Allen Frances scrive un'analisi impietosa del sistema democratica, che risulta valida, in questi tempi incerti, per ogni Stato che sia tentato dal fenomeno populista».
Giunti a questo punto, qualche lettore potrebbe obiettare: «Che c'è di strano? Si tratta dell'ennesimo professore americano che odia Trump e se la prende con i populisti, esattamente come fanno tanti intelligentoni di casa nostra».
Ed eccoci il punto. Allen Frances non è uno psichiatra qualunque. Egli ha fatto parte del comitato che ha redatto il Dsm-III (curandone la sezione sui disturbi di personalità) e ha guidato la squadra di studiosi che ha elaborato il Dsm-IV.
Il Dsm (Diagnostic and statistical manual of mental disorders) è il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali redatto dalla American Psychiatric Association. È il testo a cui fanno riferimento tutti i medici, psichiatri e psicanalisti del mondo per curare i pazienti. Attualmente è giunto alla quinta edizione, ma tante delle parti scritte da Frances e dai suoi collaboratori sono ancora valide. Insomma, il signore secondo cui l'ascesa dei populismi è frutto di follia è l'autore di un manuale che, a partire dal 2000 e per quasi 15 anni ha stabilito i confini della malattia mentale.
Tutto ciò deve far riflettere. Di questi tempi, la scienza viene presentata come una sorta di antidoto al populismo. Alcuni partiti ne fanno una bandiera, come a dire: di fronte all'irrazionalità delle destre, noi ci basiamo sulla verità suprema. Si pensa che la scienza sia impersonale, neutra, fatta di numeri e cifre. In realtà, è fatta di uomini e da uomini. Persone che esprimono opinioni politiche, e sono portatrici di ideologia. Studiosi come Allen Frances, uno che ha segnato la storia della psichiatria e poi scrive libri feroci e faziosi che lo fanno sembrare un Majorino qualsiasi.
Francesco Borgonovo
E a sinistra c’è chi vuole seguire il suo esempio
C'è chi considera malati di mente gli elettori dei partiti populisti. Ma c'è pure chi, da sinistra, pensa di imitarli. Per esempio Chantal Mouffe, docente di Teoria politica all'Università di Westminster, a Londra, considerata una delle più brillanti studiose del mondo, specialmente nei circoli progressisti.
L'editore Laterza ha appena dato alle stampe il suo agile libretto intitolato Per un populismo di sinistra, che a molti soloni nostrani farà probabilmente friggere il fegato. La Mouffe, in sostanza, sbriciola gran parte della retorica oggi molto in voga in Europa (e in Italia in particolare). Dalle nostre parti, è noto, va di moda gridare al fascismo. Impazzano «fascistometri» e altre insulsaggini della medesima risma.
Ma la studiosa di origine francese spiega: «Classificare i partiti populisti di destra come “di estrema destra" o “neofascisti", e attribuire il loro appeal alla mancanza di cultura di chi li sostiene è una soluzione fin troppo comoda per le forze di centrosinistra. È un facile espediente per sminuire il fenomeno senza riconoscere le responsabilità dello stesso centrosinistra per questa emergenza. Con lo stabilire una frontiera “morale", così da escludere gli “estremisti" dal dibattito democratico, i “bravi democratici" credono di poter interrompere l'ascesa e l'affermarsi di passioni “irrazionali". Tale strategia di demonizzazione dei “nemici" del consenso bipartisan può apparire di conforto sul piano morale, ma è politicamente castrante». Già, eppure la sinistra italiana è ferma lì, alla demonizzazione del nemico, all'infinita divisione fra buoni e cattivi.
Secondo la Mouffe, invece, è «necessario elaborare una risposta schiettamente politica» al populismo di destra. «Anziché escludere a priori gli elettori dei partiti populisti di destra, perché necessariamente animati da passioni primitive, condannandoli quindi a restare per sempre prigionieri di quei sentimenti, è necessario riconoscere il nucleo democratico all'origine di molte delle loro domande».
A parere della Mouffe, il populismo non è una bestia feroce da domare, anzi. In un'epoca caratterizzata dall'eclissi della politica, che è diventata mera «gestione dell'ordine costituito», totalmente schiacciata sul pensiero unico neoliberale, il populismo è un ritorno del politico. L'ascesa di populismi (di ogni colore) è l'indicatore di «un risveglio politico dopo anni di relativa apatia».
Quello che la studiosa vorrebbe creare è, sostanzialmente, un populismo di sinistra che conduca a «una riaffermazione ed estensione dei valori democratici».
Interessante, sulla carta. Viene da chiedersi come sia possibile realizzarlo, però. Il rischio (per la sinistra) è che il «suo» populismo si riveli una triste imitazione dei movimenti di destra, una brutta copia che arriva in ritardo, e con armi spuntate.
In ogni caso, poco c'importa. Quel che conta è notare come, specie in altri Paesi, ci sia a sinistra qualcuno capace di uscire dalle solite banalità. Qualcuno in grado di evitare la demonizzazione dell'avversario, qualcuno che non gridi al fascismo o non accusi gli avversari politici di essere malati di mente.
Forse, se dalle nostre parti ci fossero intellettuali come Chantal Mouffe, il livello del discorso sarebbe decisamente più elevato, l'astio politico non sarebbe così diffuso e tutto il Paese ne guadagnerebbe. Ma, purtroppo, di Mouffe per ora ce n'è una sola, e non sta in Italia.
Riccardo Torrescura
Il giullare contro le élite Quando Dario Fo dava lezioni di populismo
«Stringimi forte i polsi/contro le mani tue/ ed anche ad occhi chiusi/ gli occhi tuoi vedrò/ prego, raccogli il mio amore/ ti prego/ per un sorriso/ se vuoi te lo cedo…». Questa è la canzone con cui il 15 ottobre del 2016, sul sagrato del duomo di Milano, si è aperta la cerimonia laica per salutare il premio nobel Dario Fo. «La aveva scritta lui per la mamma», Franca Rame, dichiarava il figlio Jacopo, commosso. Ed era vero. Vero era anche, come subito avevano ricordato molti giornali, che la canzone, nella versione cantata da Mina, fu la colonna sonora della contestata Canzonissima del 1962, condotta proprio dalla coppia Fo-Rame, che inaugurò ufficialmente la fama maledetta da contestatori del duo milanese. Tuttavia, Fo aveva scritto la canzone anni prima. Nel 1959, essa compare nella commedia in tre atti Gli arcangeli non giocano a flipper, musicata dal leggendario Fiorenzo Carpi.
Se Canzonissima segna pubblicamente (l'inizio de) il passaggio dal Fo del teatro «leggero» al Fo giullare contro il potere, Gli arcangeli non giocano a flipper è considerata, tra i lavori del premio Nobel, un testo di transizione. Sebbene non contenga una satira politica militante come i lavori dei tardi anni Sessanta e Settanta, elementi del Fo più tardo sono in essa contenuti in nuce. A fare da trait d'union satirico nella commedia, infatti, è un altro capolavoro musicale di Fo e Carpi: Fratelli d'ufficio, l'inno dei burocrati italiani.
«Alziam gli sportelli, laudiamo al Signore/ Che per nostro amore qui tutto creò: / I timbri rotondi, la carta bollata/ La marca da dieci, la carta intestata/ l'usciere alla porta, i portapennini / La penna, i cestini per il capo-sezion!». Così cantano i burocrati. Nella commedia, l'amore popolare si oppone alla proverbiale burocrazia italica.
Negli anni successivi, fanno capolino nella produzione di Fo altri temi che la sinistra odierna liquiderebbe come becera e banalizzante antipolitica. In Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963), commedia che dà un ritratto antieroico e truffaldino di Cristoforo Colombo e della sua impresa, è, nuovamente, un canzone, quella che chiude il primo tempo, cantata a squarciagola sullo sfondo della splendida scenografia disegnata da Fo che si può apprezzare nella registrazione Rai del 1977, a restituirci il succo morale (moralista?) dello spettacolo: «Cristoforo Colombo con due facce di bronzo/ cacciando qualche balla ottenne le tre caravelle/ […] così fece propria codesta morale/ se tu vuoi dall'uomo fiducia acquistare/ tu non farti scrupoli lo devi truffare/ perché nella truffa vivendo da un pezzo/ ei più non distingue profumo da puzza».
Il Colombo di Fo è un fanfarone che convince la regina Isabella (Franca Rame) a dargli le navi a suon di balle. L'America è dietro l'angolo e Colombo è il classico italiano smargiasso. Ma sì, che importa mentire (o non fare gli scontrini), tanto in Italia è tutto marcio.
Una visione che Fo conferma pochi anni dopo, in Settimo ruba un po' meno. Fo è sempre Fo. Di nuovo battone, di nuovo stralunati e qualche matto vero, loschi commercialisti e suore. Il ritratto dell'Italia del 1964 è impietoso: la commedia si conclude con un altro inno, non dei burocrati ma degli Italioti: «Se ci dicon: quello ruba, quello truffa, quello frega, / noi alziamo la spalluccia e da idioti sorridiam. / Perché siamo gli italioti, razza antica indo-fenicia, / siam felici, siam contenti del cervello che teniamo. / Anche voi dovreste farlo: trapanatevi il cervello / e mettetevi anche un'elica, per andar sempre col vento».
Tutta brava gente, altra canzonetta della commedia, accompagna il disvelarsi del politico intrigo con parole inequivocabili: «Truffe sui medicinali, sulle mutue e gli ospedali, / sopra i dazi e le dogane, gli aeroplani e le banane./ Oh, che pacchia, che cuccagna: / bella è la vita per chi la sa far! / Ma tu, miracolato del ceto medio basso, / tu devi risparmiare, accetta sto salasso: / non devi mangiar carne, / devi salvar la lira / e, mentre gli altri fregano, tu fai l'austerità!». Il miracolato del ceto medio basso (che detto nell'Italia del boom fa forse sorridere oggi) fa l'austerità mentre chi sta al potere, truffa proprio su tutto. L'unica differenza è che oggi, al posto della lira dobbiamo salvare l'euro.
«Italioti lobotomizzati sveglia! Di austerity si muore, mentre loro gozzovigliano», sembra dire Fo. Ma non è proprio per via di argomenti del genere che quelli «giusti» e illuminati prendono in giro i populisti ai nostri giorni?
Dario Fo ha vinto il Nobel restituendo, con la sua arte, dignità agli oppressi, così diceva l'accademia di Svezia premiando l'attore lombardo. «Arte popolare» è una locuzione che ritorna in modo quasi ridondante nel lavoro di Dario Fo e Franca Rame. L'idea di Fo era quella di riscoprire la vecchia e dimenticata arte popolare, quella dei giullari che l'attore tornerà a far vivere in Mistero Buffo. Popolare nei luoghi che abitava (Fo uscì dal circuito teatrale tradizionale e portò il teatro nelle fabbriche e in luoghi non convenzionali) e nei temi, oltre che nel linguaggio.
Dall'opera di Fo prepotentemente emerge quel populismo letterario che già Alberto Asor Rosa, da sinistra, stroncò, nel celebre Scrittori e popolo del 1965, da poco ristampato proprio in chiava anti populista. Il critico disprezzava l'arte che proponeva una visione di popolo mitizzato, la stessa della sinistra ufficiale del Pci. I comunisti italiani scrivevano «proletariato», ma intendevano il «popolo che ha sempre ragione». Si riferivano al mite e sentimentale popolo italico dei romanzi di Ignazio Silone (membro attivo della sinistra ufficiale del Psi) e dei quadri di Renato Guttuso (de facto pittore ufficiale del Pci). Questo popolo, a ben vedere, non è poi troppo diverso dal popolo dipinto dal fascista Mario Sironi. Quando uscì Scrittori e popolo, L'Unità non risparmiò Asor Rosa, definendolo un «piccolo borghese sul piedistallo». Tre anni dopo l'uscita del libro, nel 1968, molti di quei «piccoli borghesi» avrebbero scavalcato, dai loro piedistalli, il Pci, dettando le regole della nuova gauche internazionale, a cui lo stesso Fo giurò fedeltà per più di un decennio.
La svolta populista di Dario Fo e Franca Rame (lei senatrice Idv, lui grillino di ferro) degli ultimi anni non è stata quindi frutto di rimbambimento senile, ma è semplicemente parte di un fil-rouge pluridecennale. Fo, forse suo malgrado, cantando di un medioevo e di una contemporaneità da lui fin troppo proletarizzati, ha anticipato la polarizzazione sociale di oggi. Giullari contro nobili, Fra Dolcino contro Bonifacio VIII, il poer nano Caino contro Abele il prediletto. L'italiota contro la burocrazia e l'austerità. L'italiota innamorato di una battona vecchio stampo, come quelle dei carrugi genovesi, che in fondo, dietro le labbra rosso fuoco, ha un cuore d'oro.
Popolo contro élite, per farla breve. Una contrapposizione che la sinistra italiana di oggi giudica semplicistica e figlia dell'ignoranza.
Alberto Pesaro
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Allen Frances ha curato la stesura del manuale diagnostico dei disturbi mentali. Nel nuovo libro spiega che l'ascesa dei movimenti identitari è dovuta a follia.E a sinistra c'è chi vuole seguire il suo esempio. L'intellettuale Chantal Mouffe, in un pamphlet, propone di creare un «populismo alternativo» per far rinascere i partiti democratici europei.Il giullare contro le élite. Quando Dario Fo dava lezioni di populismo. Nelle commedie e nelle canzoni del premio Nobel si trovano temi e toni molto simili a quelli che i progressisti di oggi condannano.Lo speciale comprende tre articoli. Fu lo psichiatra Massimo Fagioli a dichiarare perentoriamente: «Una persona sana di mente non può non essere di sinistra». E sebbene l'uomo fosse estremamente discutibile e discusso, fin troppi dalle nostre parti hanno fatto propria quella sua frase. Sono anni, ormai, che dal fronte progressista sentiamo ripetere ogni genere di bestialità. Di fronte all'avanzare dei partiti «di destra», «identitari» o «populisti», la sinistra ha ideato le spiegazioni più allucinanti. Chi rifiuta di votare i partiti «democratici» è stato dipinto come ignorante, stupido, poco scolarizzato, ostaggio di pregiudizi e paure. Sulla paura, ultimamente, i progressisti insistono con particolare vigore. Non potendo dire apertamente che chi non li sostiene è un demente, dipingono il quadretto di un popolo in preda a timori irrazionali, privo di lucidità e guidato dai soli istinti. Un esempio perfetto di questo atteggiamento è il libro Nel labirinto delle paure, firmato dal sociologo Aldo Bonomi e dall'assessore milanese del Partito democratico Pierfrancesco Majorino. Il volumetto spiega che nel nostro Paese «si fa strada la paura», un sentimento che i «populismi e nazionalismi» sfruttano onde «alimentarla di rancore e rovesciarla su chi sta ancora più in basso». A intemerate di questo tipo, dicevamo, ormai siamo abituati. Non stupisce e di certo non indigna vedere l'esponente del Pd o il titolato editorialista esprimere disprezzo verso la massa idiota che vota la Lega o i 5 stelle. Il problema sorge quando lo stesso disprezzo promana dalle pagine di uno dei più stimati e riveriti psichiatri del mondo. Stiamo parlando dell'americano Allen Frances, professore emerito di psichiatria alla Duke University e autore di una serie di saggi tradotti e apprezzati a livello globale. L'editore Bollati Boringhieri (lo stesso di Bonomi e Majorino) ha appena pubblicato in Italia il nuovo bestseller di Frances intitolato Il crepuscolo di una nazione, che negli Stati Uniti ha suscitato ampio e scoppiettante dibattito. Il senso del libro è perfettamente riassunto dalla frase che lo apre: «Non è Trump a essere pazzo. Siamo noi». Questa affermazione non scaturisce dal nulla. È la risposta del professore di Duke alle tesi di illustri intellettuali democratici che, negli ultimi tempi, hanno speculato sulla sanità mentale del presidente americano, utilizzando più o meno gli stessi argomenti sfoderati dai progressisti di casa nostra (i quali sono soliti clonare tutto ciò che arriva da New York e dintorni). Secondo Frances, Donald Trump è un narcisista, tuttavia non è un malato mentale. In compenso, a mostrare segni evidenti di squilibrio sono tutti quelli che lo hanno votato. «Trump è sintomo di un mondo in difficoltà, non ne è l'unica causa», scrive lo psichiatria. «Rimproverarlo per i nostri problemi significa non vedere la ben più profonda malattia sociale che sta dietro e ha reso possibile la sua improbabile ascesa. Dire che Trump è un pazzo ci permette di non vedere la follia della nostra società - se vogliamo tornare a essere sani di mente, dobbiamo innanzitutto capire noi stessi. Detta in due parole: Trump non è pazzo, ma la nostra società sì». Alcune pagine dopo, lo studioso rincara la dose: «Se il 46% della popolazione votante condivide una credenza bizzarra e ti elette presidente, si tratta di delirio collettivo, non personale». Frances, a un certo punto del saggio, è costretto ad ammettere che i problemi da cui gli elettori di The Donald sono afflitti sono, effettivamente, concreti e pressanti. Tuttavia, non molla la presa e continua per oltre 300 pagine a spiegare perché chi sostiene i populisti vada considerato malato di mente. La sua analisi, inoltre, non si ferma agli Stati Uniti, ma prende in esame anche fenomeni europei (da Marine Le Pen alla Brexit passando per la situazione italiana). «La nostra follia sociale», afferma, «è una pandemia diffusa e può essere curata solo con la collaborazione di tutto il mondo. Il tribalismo e il nazionalismo sono segnali della prolungata adolescenza della nostra specie: diventiamo adulti in fretta o potremmo non diventare adulti mai più». Non per nulla, l'editore Bollati Boringhieri presenta il libro al pubblico italiano scrivendo che «Allen Frances scrive un'analisi impietosa del sistema democratica, che risulta valida, in questi tempi incerti, per ogni Stato che sia tentato dal fenomeno populista». Giunti a questo punto, qualche lettore potrebbe obiettare: «Che c'è di strano? Si tratta dell'ennesimo professore americano che odia Trump e se la prende con i populisti, esattamente come fanno tanti intelligentoni di casa nostra». Ed eccoci il punto. Allen Frances non è uno psichiatra qualunque. Egli ha fatto parte del comitato che ha redatto il Dsm-III (curandone la sezione sui disturbi di personalità) e ha guidato la squadra di studiosi che ha elaborato il Dsm-IV. Il Dsm (Diagnostic and statistical manual of mental disorders) è il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali redatto dalla American Psychiatric Association. È il testo a cui fanno riferimento tutti i medici, psichiatri e psicanalisti del mondo per curare i pazienti. Attualmente è giunto alla quinta edizione, ma tante delle parti scritte da Frances e dai suoi collaboratori sono ancora valide. Insomma, il signore secondo cui l'ascesa dei populismi è frutto di follia è l'autore di un manuale che, a partire dal 2000 e per quasi 15 anni ha stabilito i confini della malattia mentale. Tutto ciò deve far riflettere. Di questi tempi, la scienza viene presentata come una sorta di antidoto al populismo. Alcuni partiti ne fanno una bandiera, come a dire: di fronte all'irrazionalità delle destre, noi ci basiamo sulla verità suprema. Si pensa che la scienza sia impersonale, neutra, fatta di numeri e cifre. In realtà, è fatta di uomini e da uomini. Persone che esprimono opinioni politiche, e sono portatrici di ideologia. Studiosi come Allen Frances, uno che ha segnato la storia della psichiatria e poi scrive libri feroci e faziosi che lo fanno sembrare un Majorino qualsiasi.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-guru-degli-psichiatri-usa-i-pazzi-votano-per-le-destre-2619405795.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-a-sinistra-ce-chi-vuole-seguire-il-suo-esempio" data-post-id="2619405795" data-published-at="1778877359" data-use-pagination="False"> E a sinistra c’è chi vuole seguire il suo esempio C'è chi considera malati di mente gli elettori dei partiti populisti. Ma c'è pure chi, da sinistra, pensa di imitarli. Per esempio Chantal Mouffe, docente di Teoria politica all'Università di Westminster, a Londra, considerata una delle più brillanti studiose del mondo, specialmente nei circoli progressisti. L'editore Laterza ha appena dato alle stampe il suo agile libretto intitolato Per un populismo di sinistra, che a molti soloni nostrani farà probabilmente friggere il fegato. La Mouffe, in sostanza, sbriciola gran parte della retorica oggi molto in voga in Europa (e in Italia in particolare). Dalle nostre parti, è noto, va di moda gridare al fascismo. Impazzano «fascistometri» e altre insulsaggini della medesima risma. Ma la studiosa di origine francese spiega: «Classificare i partiti populisti di destra come “di estrema destra" o “neofascisti", e attribuire il loro appeal alla mancanza di cultura di chi li sostiene è una soluzione fin troppo comoda per le forze di centrosinistra. È un facile espediente per sminuire il fenomeno senza riconoscere le responsabilità dello stesso centrosinistra per questa emergenza. Con lo stabilire una frontiera “morale", così da escludere gli “estremisti" dal dibattito democratico, i “bravi democratici" credono di poter interrompere l'ascesa e l'affermarsi di passioni “irrazionali". Tale strategia di demonizzazione dei “nemici" del consenso bipartisan può apparire di conforto sul piano morale, ma è politicamente castrante». Già, eppure la sinistra italiana è ferma lì, alla demonizzazione del nemico, all'infinita divisione fra buoni e cattivi. Secondo la Mouffe, invece, è «necessario elaborare una risposta schiettamente politica» al populismo di destra. «Anziché escludere a priori gli elettori dei partiti populisti di destra, perché necessariamente animati da passioni primitive, condannandoli quindi a restare per sempre prigionieri di quei sentimenti, è necessario riconoscere il nucleo democratico all'origine di molte delle loro domande». A parere della Mouffe, il populismo non è una bestia feroce da domare, anzi. In un'epoca caratterizzata dall'eclissi della politica, che è diventata mera «gestione dell'ordine costituito», totalmente schiacciata sul pensiero unico neoliberale, il populismo è un ritorno del politico. L'ascesa di populismi (di ogni colore) è l'indicatore di «un risveglio politico dopo anni di relativa apatia». Quello che la studiosa vorrebbe creare è, sostanzialmente, un populismo di sinistra che conduca a «una riaffermazione ed estensione dei valori democratici». Interessante, sulla carta. Viene da chiedersi come sia possibile realizzarlo, però. Il rischio (per la sinistra) è che il «suo» populismo si riveli una triste imitazione dei movimenti di destra, una brutta copia che arriva in ritardo, e con armi spuntate. In ogni caso, poco c'importa. Quel che conta è notare come, specie in altri Paesi, ci sia a sinistra qualcuno capace di uscire dalle solite banalità. Qualcuno in grado di evitare la demonizzazione dell'avversario, qualcuno che non gridi al fascismo o non accusi gli avversari politici di essere malati di mente. Forse, se dalle nostre parti ci fossero intellettuali come Chantal Mouffe, il livello del discorso sarebbe decisamente più elevato, l'astio politico non sarebbe così diffuso e tutto il Paese ne guadagnerebbe. Ma, purtroppo, di Mouffe per ora ce n'è una sola, e non sta in Italia. Riccardo Torrescura <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-guru-degli-psichiatri-usa-i-pazzi-votano-per-le-destre-2619405795.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giullare-contro-le-elite-quando-dario-fo-dava-lezioni-di-populismo" data-post-id="2619405795" data-published-at="1778877359" data-use-pagination="False"> Il giullare contro le élite Quando Dario Fo dava lezioni di populismo «Stringimi forte i polsi/contro le mani tue/ ed anche ad occhi chiusi/ gli occhi tuoi vedrò/ prego, raccogli il mio amore/ ti prego/ per un sorriso/ se vuoi te lo cedo…». Questa è la canzone con cui il 15 ottobre del 2016, sul sagrato del duomo di Milano, si è aperta la cerimonia laica per salutare il premio nobel Dario Fo. «La aveva scritta lui per la mamma», Franca Rame, dichiarava il figlio Jacopo, commosso. Ed era vero. Vero era anche, come subito avevano ricordato molti giornali, che la canzone, nella versione cantata da Mina, fu la colonna sonora della contestata Canzonissima del 1962, condotta proprio dalla coppia Fo-Rame, che inaugurò ufficialmente la fama maledetta da contestatori del duo milanese. Tuttavia, Fo aveva scritto la canzone anni prima. Nel 1959, essa compare nella commedia in tre atti Gli arcangeli non giocano a flipper, musicata dal leggendario Fiorenzo Carpi. Se Canzonissima segna pubblicamente (l'inizio de) il passaggio dal Fo del teatro «leggero» al Fo giullare contro il potere, Gli arcangeli non giocano a flipper è considerata, tra i lavori del premio Nobel, un testo di transizione. Sebbene non contenga una satira politica militante come i lavori dei tardi anni Sessanta e Settanta, elementi del Fo più tardo sono in essa contenuti in nuce. A fare da trait d'union satirico nella commedia, infatti, è un altro capolavoro musicale di Fo e Carpi: Fratelli d'ufficio, l'inno dei burocrati italiani. «Alziam gli sportelli, laudiamo al Signore/ Che per nostro amore qui tutto creò: / I timbri rotondi, la carta bollata/ La marca da dieci, la carta intestata/ l'usciere alla porta, i portapennini / La penna, i cestini per il capo-sezion!». Così cantano i burocrati. Nella commedia, l'amore popolare si oppone alla proverbiale burocrazia italica. Negli anni successivi, fanno capolino nella produzione di Fo altri temi che la sinistra odierna liquiderebbe come becera e banalizzante antipolitica. In Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963), commedia che dà un ritratto antieroico e truffaldino di Cristoforo Colombo e della sua impresa, è, nuovamente, un canzone, quella che chiude il primo tempo, cantata a squarciagola sullo sfondo della splendida scenografia disegnata da Fo che si può apprezzare nella registrazione Rai del 1977, a restituirci il succo morale (moralista?) dello spettacolo: «Cristoforo Colombo con due facce di bronzo/ cacciando qualche balla ottenne le tre caravelle/ […] così fece propria codesta morale/ se tu vuoi dall'uomo fiducia acquistare/ tu non farti scrupoli lo devi truffare/ perché nella truffa vivendo da un pezzo/ ei più non distingue profumo da puzza». Il Colombo di Fo è un fanfarone che convince la regina Isabella (Franca Rame) a dargli le navi a suon di balle. L'America è dietro l'angolo e Colombo è il classico italiano smargiasso. Ma sì, che importa mentire (o non fare gli scontrini), tanto in Italia è tutto marcio. Una visione che Fo conferma pochi anni dopo, in Settimo ruba un po' meno. Fo è sempre Fo. Di nuovo battone, di nuovo stralunati e qualche matto vero, loschi commercialisti e suore. Il ritratto dell'Italia del 1964 è impietoso: la commedia si conclude con un altro inno, non dei burocrati ma degli Italioti: «Se ci dicon: quello ruba, quello truffa, quello frega, / noi alziamo la spalluccia e da idioti sorridiam. / Perché siamo gli italioti, razza antica indo-fenicia, / siam felici, siam contenti del cervello che teniamo. / Anche voi dovreste farlo: trapanatevi il cervello / e mettetevi anche un'elica, per andar sempre col vento». Tutta brava gente, altra canzonetta della commedia, accompagna il disvelarsi del politico intrigo con parole inequivocabili: «Truffe sui medicinali, sulle mutue e gli ospedali, / sopra i dazi e le dogane, gli aeroplani e le banane./ Oh, che pacchia, che cuccagna: / bella è la vita per chi la sa far! / Ma tu, miracolato del ceto medio basso, / tu devi risparmiare, accetta sto salasso: / non devi mangiar carne, / devi salvar la lira / e, mentre gli altri fregano, tu fai l'austerità!». Il miracolato del ceto medio basso (che detto nell'Italia del boom fa forse sorridere oggi) fa l'austerità mentre chi sta al potere, truffa proprio su tutto. L'unica differenza è che oggi, al posto della lira dobbiamo salvare l'euro. «Italioti lobotomizzati sveglia! Di austerity si muore, mentre loro gozzovigliano», sembra dire Fo. Ma non è proprio per via di argomenti del genere che quelli «giusti» e illuminati prendono in giro i populisti ai nostri giorni? Dario Fo ha vinto il Nobel restituendo, con la sua arte, dignità agli oppressi, così diceva l'accademia di Svezia premiando l'attore lombardo. «Arte popolare» è una locuzione che ritorna in modo quasi ridondante nel lavoro di Dario Fo e Franca Rame. L'idea di Fo era quella di riscoprire la vecchia e dimenticata arte popolare, quella dei giullari che l'attore tornerà a far vivere in Mistero Buffo. Popolare nei luoghi che abitava (Fo uscì dal circuito teatrale tradizionale e portò il teatro nelle fabbriche e in luoghi non convenzionali) e nei temi, oltre che nel linguaggio. Dall'opera di Fo prepotentemente emerge quel populismo letterario che già Alberto Asor Rosa, da sinistra, stroncò, nel celebre Scrittori e popolo del 1965, da poco ristampato proprio in chiava anti populista. Il critico disprezzava l'arte che proponeva una visione di popolo mitizzato, la stessa della sinistra ufficiale del Pci. I comunisti italiani scrivevano «proletariato», ma intendevano il «popolo che ha sempre ragione». Si riferivano al mite e sentimentale popolo italico dei romanzi di Ignazio Silone (membro attivo della sinistra ufficiale del Psi) e dei quadri di Renato Guttuso (de facto pittore ufficiale del Pci). Questo popolo, a ben vedere, non è poi troppo diverso dal popolo dipinto dal fascista Mario Sironi. Quando uscì Scrittori e popolo, L'Unità non risparmiò Asor Rosa, definendolo un «piccolo borghese sul piedistallo». Tre anni dopo l'uscita del libro, nel 1968, molti di quei «piccoli borghesi» avrebbero scavalcato, dai loro piedistalli, il Pci, dettando le regole della nuova gauche internazionale, a cui lo stesso Fo giurò fedeltà per più di un decennio. La svolta populista di Dario Fo e Franca Rame (lei senatrice Idv, lui grillino di ferro) degli ultimi anni non è stata quindi frutto di rimbambimento senile, ma è semplicemente parte di un fil-rouge pluridecennale. Fo, forse suo malgrado, cantando di un medioevo e di una contemporaneità da lui fin troppo proletarizzati, ha anticipato la polarizzazione sociale di oggi. Giullari contro nobili, Fra Dolcino contro Bonifacio VIII, il poer nano Caino contro Abele il prediletto. L'italiota contro la burocrazia e l'austerità. L'italiota innamorato di una battona vecchio stampo, come quelle dei carrugi genovesi, che in fondo, dietro le labbra rosso fuoco, ha un cuore d'oro. Popolo contro élite, per farla breve. Una contrapposizione che la sinistra italiana di oggi giudica semplicistica e figlia dell'ignoranza. Alberto Pesaro
Monica Montefalcone (Ansa)
Ieri le squadre di soccorso nell’arcipelago hanno recuperato il primo corpo, quello di Gianluca Benedetti. Ancora disperse, invece, le altre quattro vittime di quello che le autorità locali hanno definito il più grave incidente subacqueo nella storia del Paese. Le immersioni di soccorso, considerate di per sé ad alto rischio, sono state interrotte per il maltempo dopo l’una di ieri e riprenderanno oggi.
Dopo il ritrovamento del corpo di Benedetti, il presidente delle Maldive Mohamed Muizzu, ha espresso su X «le nostre più sentite condoglianze a Sergio Mattarella e al popolo italiano per il tragico incidente». «Siamo profondamente addolorati per questa tragedia», ha detto Muizzu, «e i nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolti alle famiglie del cittadino italiano deceduto, ai quattro italiani dispersi e a tutti coloro che sono stati colpiti da questo evento. La ricerca dei quattro subacquei ancora dispersi rimane la nostra massima priorità e il governo delle Maldive ringrazia l’Italia per il supporto fornito alle vaste operazioni di recupero in corso».
Sui dettagli delle ricerche è intervenuto portavoce del governo, Mohamed Hussain Shareef, che ha dichiarato che le autorità hanno delimitato l’area di ricerca e che riprenderanno le operazioni non appena le condizioni meteorologiche miglioreranno. Si ritiene che le vittime siano intrappolate all’interno di una grotta a una profondità di 62 metri. «Le condizioni meteorologiche non sono ideali per le immersioni e il mare è molto agitato. Abbiamo inviato nella zona la nostra nave più grande della Guardia costiera e anche i diplomatici italiani sono sul posto», ha dichiarato Shareef. Ha aggiunto che ai turisti non è consentito immergersi al di sotto dei 30 metri. «Verrà avviata un’indagine separata per accertare come questi subacquei siano finiti al di sotto della profondità consentita, ma al momento la nostra priorità è la ricerca e il salvataggio», ha concluso Shareef.
Intanto, anche la Procura di Roma ha fatto sapere che aprirà un fascicolo di indagine in relazione al decesso di cinque cittadini italiani durante un’immersione nel mare delle Maldive. Formalmente i pm capitolini attendono la comunicazione del consolato e, a quel punto, affideranno una delega di indagine per compiere tutti gli accertamenti necessari a stabilire le cause dei decessi. «Il tempo ieri (giovedì, ndr) al momento dell’immersione era bello, il mare non era perturbato e la visibilità ottima», ha raccontato all’Ansa una delle persone a bordo della safari boat Duke of York da cui si sono tuffati i cinque italiani morti durante l’immersione alle grotte di Alimathà. «Non abbiamo idea di cosa possa essere successo in quegli antri», ha aggiunto, «è presto per fare ipotesi. Bisogna ancora recuperare quattro corpi. Stiamo bene ma sotto choc».
«Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto 5.000 immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà»: Carlo Sommacal, marito di Monica Montefalcone, ha appena finito di parlare con l’ambasciata. La figlia Giorgia si doveva laureare tra un mese, laurea triennale di Ingegneria biomedica. Quando ieri ha ricevuto la telefonata dall’ambasciata «mi sono crollate le gambe. E da lì non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui». Il marito spera che ritrovino i corpi anche perché «di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo».
In una nota, la Farnesina ha rassicurato sulle condizioni degli altri 20 italiani a bordo del Duke of York che hanno partecipato alla spedizione insieme ai cinque connazionali deceduti. L’ambasciata d’Italia a Colombo sta offrendo loro assistenza e ha preso contatto con la Mezzaluna rossa che si è offerta di inviare volontari addestrati a offrire primo soccorso psicologico per gli italiani ancora a bordo del battello tra cui non si registrano feriti.
Tuttavia, a causa del maltempo, non è chiaro se i soccorritori potranno raggiungere la barca, che intanto si è spostata in cerca di un approdo sicuro, in attesa dl miglioramento delle condizioni meteo per poter fare rientro a Malè. La sede diplomatica è anche in contatto con il gruppo Dan, compagnia assicurativa specializzata in copertura dei subacquei. Dan ha in programma di coordinarsi con le autorità locali per dare supporto sia alle operazioni di recupero delle salme, sia per il rimpatrio delle stesse.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, segue da vicino situazione connazionali alle Maldive e ha dato indicazioni all’ambasciata e al consolato di tenersi in stretto contatto con le autorità locali. L’isola Alimathà, il luogo delle Maldive dove sono morti i cinque italiani, fa parte dell’atollo di Vaavu, a circa un’ora di motoscafo o 20 minuti di idrovolante dalla capitale Malè.
L’ambasciatore Italiano alle Maldive, Damiano Francovigh, intervistato dalla trasmissione di Rete 4 Diario del giorno, ha spiegato: «La grotta consiste in tre ambienti successivi: sono riusciti (i soccorritori, ndr) a raggiungere i primi due ma non il terzo. Nei primi due non sono riusciti a intravedere i corpi dei connazionali. Anche domani (oggi, ndr) cercheranno di fare un’ulteriore immersione, hanno garantito che domani dovrebbero riuscire a raggiungere l’ultimo degli ambienti quindi verosimilmente vedere i corpi dei nostri connazionali».
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Impossibile quindi? Non proprio. Ed è qui che entra in gioco, anche se sarebbe meglio dire in scena, la nuova Sv Ultra, che rappresenta l’apice del lusso e della distinzione Range Rover, fondendo con eleganza finiture di altissimo livello con tecnologie audio uniche al mondo, per arricchire il legame tra comfort, benessere ed esperienza d’ascolto.
Quest’auto, nella storia di Range Rover, rappresenta un vero e proprio primato visto che si tratta dell’auto più lussuosa e tecnologicamente avanzata di sempre realizzata da questa casa automobilistica. La gamma di tecnologie audio coinvolgenti della Range Rover Sv Ultra, infatti, include il rivoluzionario sistema Sv Electrostatic Sound, che trasforma l’abitacolo in una sala da concerto, affiancato dai Body and Soul Seats (Bass) e dal Sensory Haptic Floor.
Uno dei tanti punti forti di quest’auto è il design. La carrozzeria della Range Rover SV Ultra è disponibile in una vasta scelta di colori e introduce il Titan Silver, esclusivo della Sv Ultra, grazie alla sua formulazione dedicata. Come spiega la casa automobilistica, «questa nuova tinta incarna una rappresentazione sofisticata dell’autentico metallo in forma liquida». Ma come si realizza questo colore così particolare? Il Titan Silver utilizza fini lamelle di alluminio reale e una tecnologia avanzata dei pigmenti per creare una superficie luminosa e altamente riflettente, con una qualità iridescente e simile a uno specchio. Il risultato? Una finitura che si distingue per la sua unicità e la sua lavorazione meticolosa. Gli accenti Satin Platinum Atlas e Silver Chrome valorizzano poi la finitura esterna Titan Silver, esaltando la griglia e la grafica laterale, mentre i cerchi in lega da 23" sono rifiniti con inserti Satin Platinum e nuovi coprimozzi Range Rover.
C’è poi l’interno, dove la Sv Ultra svela un nuovo ed esclusivo abitacolo bicolore nelle tonalità chiare in Ultrafabrics™ Orchid White e Cinder Grey, che coniuga l’innovazione avanzata dei materiali con un’atmosfera serena e improntata al design. I sedili presentano per la prima volta un intricato nuovo motivo a mosaico lavorato al laser, applicato sulle sezioni superiori sagomate e ripreso negli inserti e negli schienali per creare un trattamento superficiale unitario e altamente dettagliato.
Un nuovo intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo una texture delicata e una profondità materica attraverso la sua naturale armonia strutturale. Grazie poi a una tecnica brevettata che ne preserva le caratteristiche naturali, la venatura unica dell’intarsio è valorizzata da una tinta Orchid White che ne esalta la texture a poro aperto e la forma lineare. La sua struttura cellulare tubolare consente tagli precisi in sezione trasversale che assorbono il colorante, creando una tonalità calda derivata dalle resine naturali del materiale. Per la SV Ultra, l’intarsio è rifinito in una tonalità più chiara per conferire un aspetto più contemporaneo. Si estende sotto il singolo touchscreen e prosegue nell’abitacolo fino al Club Table elettrico nella parte posteriore, nonché allo sportello motorizzato del vano refrigerante integrato.
La caratteristica finitura in ceramica bianco lucido di Range Rover SV prosegue il tema chiaro, affiancata da altoparlanti SV Orchid Pearl abbinati al colore, cinture di sicurezza Orchid White e pedane con marchio SV Ultra.
Un nuovo cuscino decorativo allungato incorpora il tessile Kvadrat remix, un’alternativa alla pelle realizzata con un mix durevole di lana e poliestere riciclato, che offre una forma morbida e contemporanea accuratamente ottimizzata per il comfort.
Phoebe Lindsay, Range Rover Materiality Manager, ha dichiarato: «Sv Ultra rappresenta la nostra interpretazione più modernista della materialità, coniugando linee pulite con una palette neutra attentamente bilanciata e un uso disciplinato dei materiali naturali. La scelta di Ultrafabrics™ rispetto alla pelle è stata intenzionale: la sua morbidezza ingegnerizzata consente il raffinato motivo lavorato al laser e la complessa perforazione che caratterizzano l’interno. L’intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo un’espressione materica completamente nuova, con il suo poro aperto naturale e il rivestimento chiaro che aumentano la luminosità visiva e rafforzano un senso di design calmo e coerente».
Infine, la Range Rover Sv Ultra porta alla perfezione acustica dei migliori posti di una sala da concerto, introducendo per la prima volta in assoluto la tecnologia audio elettrostatica ad alta fedeltà a bordo di un veicolo. Il nuovo sistema SV Electrostatic Sound (disponibile come optional esclusivamente sui modelli SV) garantisce che ogni nota armoniosa e ogni dettaglio nitido pongano l’occupante al cuore di ogni performance, riproducendo la musica fedelmente come l’artista aveva concepito.
La Range Rover Sv Ultra sarà disponibile con una scelta tra la motorizzazione ibrida plug-in P550e e il V8 P540”. Una versione completamente elettrica arriverà entro la fine dell’anno.
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Alla fiera di Rho del 19 e 20 maggio Compagnia delle Opere presenterà l’Innovation Hub, area dedicata al confronto tra aziende e professionisti sull’uso concreto dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito etica, scuola, lavoro e gestione aziendale.
Compagnia delle Opere torna all’AI Week di Rho Fiera, il grande evento europeo dedicato all’intelligenza artificiale in programma il 19 e 20 maggio, e lo fa portando al centro della manifestazione un nuovo spazio dedicato alle aziende. Si chiama Innovation Hub ed è un’area di oltre 200 metri quadrati pensata per favorire l’incontro tra imprese, professionisti e innovatori attraverso casi concreti, confronto operativo e networking.
All’interno dell’hub saranno presenti 23 aziende associate a Cdo, chiamate a raccontare esperienze e applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nei diversi settori produttivi. Attesi in fiera anche circa 500 associati, segno di una partecipazione che l’associazione interpreta come la costruzione di un ecosistema capace di accompagnare le imprese nella trasformazione tecnologica.
L’AI Week, giunta alla settima edizione, ogni anno richiama migliaia di imprenditori, manager e professionisti, oltre a centinaia di speaker internazionali, attraverso incontri, masterclass e sessioni formative dedicate ai nuovi scenari dell’intelligenza artificiale. Nel programma promosso da Cdo troveranno spazio anche alcuni dei temi oggi più discussi nel dibattito pubblico. Una delle direttrici principali riguarderà il rapporto tra etica e intelligenza artificiale, con l’intervento di Padre Natale Brescianini, mentre un altro focus sarà dedicato al ruolo dell’AI nelle piccole e medie imprese italiane grazie al contributo di Emanuele Frontoni, presidente di Cdo Marche Sud e co-director del VRAI Lab. «L’intelligenza artificiale rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo, perché non ci chiede soltanto di imparare a utilizzare nuove tecnologie, ma ci interroga sul modo in cui comprendiamo l’esperienza umana, il lavoro, la conoscenza e il futuro della società», ha dichiarato Andrea Dellabianca, presidente nazionale di Compagnia delle Opere. «Ogni giorno emergono opportunità straordinarie insieme a interrogativi profondi: per questo è necessario costruire luoghi di confronto in cui imprese, professionisti, ricercatori ed esperti possano condividere competenze, esperienze e soluzioni concrete».
Tra gli appuntamenti previsti ci sarà anche un approfondimento sul rapporto tra scuola e intelligenza artificiale dal titolo «Essere uomini nell’Era dell’IA: la Scuola come laboratorio di libertà e conoscenza». Al centro dell’incontro il ruolo della tecnologia nella didattica, nei sistemi di valutazione e nei percorsi di inclusione degli studenti con bisogni educativi speciali. Un confronto che partirà dall’idea che l’intelligenza artificiale possa affiancare il lavoro dell’insegnante senza sostituirlo, rafforzando il pensiero critico e la relazione educativa.
Spazio poi ai cambiamenti che l’AI sta introducendo nella gestione aziendale, nelle risorse umane e nel settore immobiliare, fino al rapporto tra innovazione tecnologica e transizione ecologica. Non mancherà infine una riflessione sul mondo del non profit con l’evento Agent Coding for Good, dedicato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per aumentare l’efficacia e l’impatto delle organizzazioni sociali. «L’innovazione è davvero tale quando resta al servizio della persona e contribuisce a far crescere una comunità più consapevole», ha aggiunto Dellabianca. «Per questo Cdo vuole scommettere su spazi d’avanguardia come l’Innovation Hub: luoghi di dialogo, ma anche laboratori di pensiero e di ricerca».
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Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.