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2018-11-13
Il guru degli psichiatri Usa: i pazzi votano per le destre
ANSA
Fu lo psichiatra Massimo Fagioli a dichiarare perentoriamente: «Una persona sana di mente non può non essere di sinistra». E sebbene l'uomo fosse estremamente discutibile e discusso, fin troppi dalle nostre parti hanno fatto propria quella sua frase. Sono anni, ormai, che dal fronte progressista sentiamo ripetere ogni genere di bestialità. Di fronte all'avanzare dei partiti «di destra», «identitari» o «populisti», la sinistra ha ideato le spiegazioni più allucinanti. Chi rifiuta di votare i partiti «democratici» è stato dipinto come ignorante, stupido, poco scolarizzato, ostaggio di pregiudizi e paure.
Sulla paura, ultimamente, i progressisti insistono con particolare vigore. Non potendo dire apertamente che chi non li sostiene è un demente, dipingono il quadretto di un popolo in preda a timori irrazionali, privo di lucidità e guidato dai soli istinti. Un esempio perfetto di questo atteggiamento è il libro Nel labirinto delle paure, firmato dal sociologo Aldo Bonomi e dall'assessore milanese del Partito democratico Pierfrancesco Majorino. Il volumetto spiega che nel nostro Paese «si fa strada la paura», un sentimento che i «populismi e nazionalismi» sfruttano onde «alimentarla di rancore e rovesciarla su chi sta ancora più in basso».
A intemerate di questo tipo, dicevamo, ormai siamo abituati. Non stupisce e di certo non indigna vedere l'esponente del Pd o il titolato editorialista esprimere disprezzo verso la massa idiota che vota la Lega o i 5 stelle. Il problema sorge quando lo stesso disprezzo promana dalle pagine di uno dei più stimati e riveriti psichiatri del mondo. Stiamo parlando dell'americano Allen Frances, professore emerito di psichiatria alla Duke University e autore di una serie di saggi tradotti e apprezzati a livello globale.
L'editore Bollati Boringhieri (lo stesso di Bonomi e Majorino) ha appena pubblicato in Italia il nuovo bestseller di Frances intitolato Il crepuscolo di una nazione, che negli Stati Uniti ha suscitato ampio e scoppiettante dibattito.
Il senso del libro è perfettamente riassunto dalla frase che lo apre: «Non è Trump a essere pazzo. Siamo noi». Questa affermazione non scaturisce dal nulla. È la risposta del professore di Duke alle tesi di illustri intellettuali democratici che, negli ultimi tempi, hanno speculato sulla sanità mentale del presidente americano, utilizzando più o meno gli stessi argomenti sfoderati dai progressisti di casa nostra (i quali sono soliti clonare tutto ciò che arriva da New York e dintorni).
Secondo Frances, Donald Trump è un narcisista, tuttavia non è un malato mentale. In compenso, a mostrare segni evidenti di squilibrio sono tutti quelli che lo hanno votato. «Trump è sintomo di un mondo in difficoltà, non ne è l'unica causa», scrive lo psichiatria. «Rimproverarlo per i nostri problemi significa non vedere la ben più profonda malattia sociale che sta dietro e ha reso possibile la sua improbabile ascesa. Dire che Trump è un pazzo ci permette di non vedere la follia della nostra società - se vogliamo tornare a essere sani di mente, dobbiamo innanzitutto capire noi stessi. Detta in due parole: Trump non è pazzo, ma la nostra società sì».
Alcune pagine dopo, lo studioso rincara la dose: «Se il 46% della popolazione votante condivide una credenza bizzarra e ti elette presidente, si tratta di delirio collettivo, non personale».
Frances, a un certo punto del saggio, è costretto ad ammettere che i problemi da cui gli elettori di The Donald sono afflitti sono, effettivamente, concreti e pressanti. Tuttavia, non molla la presa e continua per oltre 300 pagine a spiegare perché chi sostiene i populisti vada considerato malato di mente.
La sua analisi, inoltre, non si ferma agli Stati Uniti, ma prende in esame anche fenomeni europei (da Marine Le Pen alla Brexit passando per la situazione italiana). «La nostra follia sociale», afferma, «è una pandemia diffusa e può essere curata solo con la collaborazione di tutto il mondo. Il tribalismo e il nazionalismo sono segnali della prolungata adolescenza della nostra specie: diventiamo adulti in fretta o potremmo non diventare adulti mai più».
Non per nulla, l'editore Bollati Boringhieri presenta il libro al pubblico italiano scrivendo che «Allen Frances scrive un'analisi impietosa del sistema democratica, che risulta valida, in questi tempi incerti, per ogni Stato che sia tentato dal fenomeno populista».
Giunti a questo punto, qualche lettore potrebbe obiettare: «Che c'è di strano? Si tratta dell'ennesimo professore americano che odia Trump e se la prende con i populisti, esattamente come fanno tanti intelligentoni di casa nostra».
Ed eccoci il punto. Allen Frances non è uno psichiatra qualunque. Egli ha fatto parte del comitato che ha redatto il Dsm-III (curandone la sezione sui disturbi di personalità) e ha guidato la squadra di studiosi che ha elaborato il Dsm-IV.
Il Dsm (Diagnostic and statistical manual of mental disorders) è il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali redatto dalla American Psychiatric Association. È il testo a cui fanno riferimento tutti i medici, psichiatri e psicanalisti del mondo per curare i pazienti. Attualmente è giunto alla quinta edizione, ma tante delle parti scritte da Frances e dai suoi collaboratori sono ancora valide. Insomma, il signore secondo cui l'ascesa dei populismi è frutto di follia è l'autore di un manuale che, a partire dal 2000 e per quasi 15 anni ha stabilito i confini della malattia mentale.
Tutto ciò deve far riflettere. Di questi tempi, la scienza viene presentata come una sorta di antidoto al populismo. Alcuni partiti ne fanno una bandiera, come a dire: di fronte all'irrazionalità delle destre, noi ci basiamo sulla verità suprema. Si pensa che la scienza sia impersonale, neutra, fatta di numeri e cifre. In realtà, è fatta di uomini e da uomini. Persone che esprimono opinioni politiche, e sono portatrici di ideologia. Studiosi come Allen Frances, uno che ha segnato la storia della psichiatria e poi scrive libri feroci e faziosi che lo fanno sembrare un Majorino qualsiasi.
Francesco Borgonovo
E a sinistra c’è chi vuole seguire il suo esempio
C'è chi considera malati di mente gli elettori dei partiti populisti. Ma c'è pure chi, da sinistra, pensa di imitarli. Per esempio Chantal Mouffe, docente di Teoria politica all'Università di Westminster, a Londra, considerata una delle più brillanti studiose del mondo, specialmente nei circoli progressisti.
L'editore Laterza ha appena dato alle stampe il suo agile libretto intitolato Per un populismo di sinistra, che a molti soloni nostrani farà probabilmente friggere il fegato. La Mouffe, in sostanza, sbriciola gran parte della retorica oggi molto in voga in Europa (e in Italia in particolare). Dalle nostre parti, è noto, va di moda gridare al fascismo. Impazzano «fascistometri» e altre insulsaggini della medesima risma.
Ma la studiosa di origine francese spiega: «Classificare i partiti populisti di destra come “di estrema destra" o “neofascisti", e attribuire il loro appeal alla mancanza di cultura di chi li sostiene è una soluzione fin troppo comoda per le forze di centrosinistra. È un facile espediente per sminuire il fenomeno senza riconoscere le responsabilità dello stesso centrosinistra per questa emergenza. Con lo stabilire una frontiera “morale", così da escludere gli “estremisti" dal dibattito democratico, i “bravi democratici" credono di poter interrompere l'ascesa e l'affermarsi di passioni “irrazionali". Tale strategia di demonizzazione dei “nemici" del consenso bipartisan può apparire di conforto sul piano morale, ma è politicamente castrante». Già, eppure la sinistra italiana è ferma lì, alla demonizzazione del nemico, all'infinita divisione fra buoni e cattivi.
Secondo la Mouffe, invece, è «necessario elaborare una risposta schiettamente politica» al populismo di destra. «Anziché escludere a priori gli elettori dei partiti populisti di destra, perché necessariamente animati da passioni primitive, condannandoli quindi a restare per sempre prigionieri di quei sentimenti, è necessario riconoscere il nucleo democratico all'origine di molte delle loro domande».
A parere della Mouffe, il populismo non è una bestia feroce da domare, anzi. In un'epoca caratterizzata dall'eclissi della politica, che è diventata mera «gestione dell'ordine costituito», totalmente schiacciata sul pensiero unico neoliberale, il populismo è un ritorno del politico. L'ascesa di populismi (di ogni colore) è l'indicatore di «un risveglio politico dopo anni di relativa apatia».
Quello che la studiosa vorrebbe creare è, sostanzialmente, un populismo di sinistra che conduca a «una riaffermazione ed estensione dei valori democratici».
Interessante, sulla carta. Viene da chiedersi come sia possibile realizzarlo, però. Il rischio (per la sinistra) è che il «suo» populismo si riveli una triste imitazione dei movimenti di destra, una brutta copia che arriva in ritardo, e con armi spuntate.
In ogni caso, poco c'importa. Quel che conta è notare come, specie in altri Paesi, ci sia a sinistra qualcuno capace di uscire dalle solite banalità. Qualcuno in grado di evitare la demonizzazione dell'avversario, qualcuno che non gridi al fascismo o non accusi gli avversari politici di essere malati di mente.
Forse, se dalle nostre parti ci fossero intellettuali come Chantal Mouffe, il livello del discorso sarebbe decisamente più elevato, l'astio politico non sarebbe così diffuso e tutto il Paese ne guadagnerebbe. Ma, purtroppo, di Mouffe per ora ce n'è una sola, e non sta in Italia.
Riccardo Torrescura
Il giullare contro le élite Quando Dario Fo dava lezioni di populismo
«Stringimi forte i polsi/contro le mani tue/ ed anche ad occhi chiusi/ gli occhi tuoi vedrò/ prego, raccogli il mio amore/ ti prego/ per un sorriso/ se vuoi te lo cedo…». Questa è la canzone con cui il 15 ottobre del 2016, sul sagrato del duomo di Milano, si è aperta la cerimonia laica per salutare il premio nobel Dario Fo. «La aveva scritta lui per la mamma», Franca Rame, dichiarava il figlio Jacopo, commosso. Ed era vero. Vero era anche, come subito avevano ricordato molti giornali, che la canzone, nella versione cantata da Mina, fu la colonna sonora della contestata Canzonissima del 1962, condotta proprio dalla coppia Fo-Rame, che inaugurò ufficialmente la fama maledetta da contestatori del duo milanese. Tuttavia, Fo aveva scritto la canzone anni prima. Nel 1959, essa compare nella commedia in tre atti Gli arcangeli non giocano a flipper, musicata dal leggendario Fiorenzo Carpi.
Se Canzonissima segna pubblicamente (l'inizio de) il passaggio dal Fo del teatro «leggero» al Fo giullare contro il potere, Gli arcangeli non giocano a flipper è considerata, tra i lavori del premio Nobel, un testo di transizione. Sebbene non contenga una satira politica militante come i lavori dei tardi anni Sessanta e Settanta, elementi del Fo più tardo sono in essa contenuti in nuce. A fare da trait d'union satirico nella commedia, infatti, è un altro capolavoro musicale di Fo e Carpi: Fratelli d'ufficio, l'inno dei burocrati italiani.
«Alziam gli sportelli, laudiamo al Signore/ Che per nostro amore qui tutto creò: / I timbri rotondi, la carta bollata/ La marca da dieci, la carta intestata/ l'usciere alla porta, i portapennini / La penna, i cestini per il capo-sezion!». Così cantano i burocrati. Nella commedia, l'amore popolare si oppone alla proverbiale burocrazia italica.
Negli anni successivi, fanno capolino nella produzione di Fo altri temi che la sinistra odierna liquiderebbe come becera e banalizzante antipolitica. In Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963), commedia che dà un ritratto antieroico e truffaldino di Cristoforo Colombo e della sua impresa, è, nuovamente, un canzone, quella che chiude il primo tempo, cantata a squarciagola sullo sfondo della splendida scenografia disegnata da Fo che si può apprezzare nella registrazione Rai del 1977, a restituirci il succo morale (moralista?) dello spettacolo: «Cristoforo Colombo con due facce di bronzo/ cacciando qualche balla ottenne le tre caravelle/ […] così fece propria codesta morale/ se tu vuoi dall'uomo fiducia acquistare/ tu non farti scrupoli lo devi truffare/ perché nella truffa vivendo da un pezzo/ ei più non distingue profumo da puzza».
Il Colombo di Fo è un fanfarone che convince la regina Isabella (Franca Rame) a dargli le navi a suon di balle. L'America è dietro l'angolo e Colombo è il classico italiano smargiasso. Ma sì, che importa mentire (o non fare gli scontrini), tanto in Italia è tutto marcio.
Una visione che Fo conferma pochi anni dopo, in Settimo ruba un po' meno. Fo è sempre Fo. Di nuovo battone, di nuovo stralunati e qualche matto vero, loschi commercialisti e suore. Il ritratto dell'Italia del 1964 è impietoso: la commedia si conclude con un altro inno, non dei burocrati ma degli Italioti: «Se ci dicon: quello ruba, quello truffa, quello frega, / noi alziamo la spalluccia e da idioti sorridiam. / Perché siamo gli italioti, razza antica indo-fenicia, / siam felici, siam contenti del cervello che teniamo. / Anche voi dovreste farlo: trapanatevi il cervello / e mettetevi anche un'elica, per andar sempre col vento».
Tutta brava gente, altra canzonetta della commedia, accompagna il disvelarsi del politico intrigo con parole inequivocabili: «Truffe sui medicinali, sulle mutue e gli ospedali, / sopra i dazi e le dogane, gli aeroplani e le banane./ Oh, che pacchia, che cuccagna: / bella è la vita per chi la sa far! / Ma tu, miracolato del ceto medio basso, / tu devi risparmiare, accetta sto salasso: / non devi mangiar carne, / devi salvar la lira / e, mentre gli altri fregano, tu fai l'austerità!». Il miracolato del ceto medio basso (che detto nell'Italia del boom fa forse sorridere oggi) fa l'austerità mentre chi sta al potere, truffa proprio su tutto. L'unica differenza è che oggi, al posto della lira dobbiamo salvare l'euro.
«Italioti lobotomizzati sveglia! Di austerity si muore, mentre loro gozzovigliano», sembra dire Fo. Ma non è proprio per via di argomenti del genere che quelli «giusti» e illuminati prendono in giro i populisti ai nostri giorni?
Dario Fo ha vinto il Nobel restituendo, con la sua arte, dignità agli oppressi, così diceva l'accademia di Svezia premiando l'attore lombardo. «Arte popolare» è una locuzione che ritorna in modo quasi ridondante nel lavoro di Dario Fo e Franca Rame. L'idea di Fo era quella di riscoprire la vecchia e dimenticata arte popolare, quella dei giullari che l'attore tornerà a far vivere in Mistero Buffo. Popolare nei luoghi che abitava (Fo uscì dal circuito teatrale tradizionale e portò il teatro nelle fabbriche e in luoghi non convenzionali) e nei temi, oltre che nel linguaggio.
Dall'opera di Fo prepotentemente emerge quel populismo letterario che già Alberto Asor Rosa, da sinistra, stroncò, nel celebre Scrittori e popolo del 1965, da poco ristampato proprio in chiava anti populista. Il critico disprezzava l'arte che proponeva una visione di popolo mitizzato, la stessa della sinistra ufficiale del Pci. I comunisti italiani scrivevano «proletariato», ma intendevano il «popolo che ha sempre ragione». Si riferivano al mite e sentimentale popolo italico dei romanzi di Ignazio Silone (membro attivo della sinistra ufficiale del Psi) e dei quadri di Renato Guttuso (de facto pittore ufficiale del Pci). Questo popolo, a ben vedere, non è poi troppo diverso dal popolo dipinto dal fascista Mario Sironi. Quando uscì Scrittori e popolo, L'Unità non risparmiò Asor Rosa, definendolo un «piccolo borghese sul piedistallo». Tre anni dopo l'uscita del libro, nel 1968, molti di quei «piccoli borghesi» avrebbero scavalcato, dai loro piedistalli, il Pci, dettando le regole della nuova gauche internazionale, a cui lo stesso Fo giurò fedeltà per più di un decennio.
La svolta populista di Dario Fo e Franca Rame (lei senatrice Idv, lui grillino di ferro) degli ultimi anni non è stata quindi frutto di rimbambimento senile, ma è semplicemente parte di un fil-rouge pluridecennale. Fo, forse suo malgrado, cantando di un medioevo e di una contemporaneità da lui fin troppo proletarizzati, ha anticipato la polarizzazione sociale di oggi. Giullari contro nobili, Fra Dolcino contro Bonifacio VIII, il poer nano Caino contro Abele il prediletto. L'italiota contro la burocrazia e l'austerità. L'italiota innamorato di una battona vecchio stampo, come quelle dei carrugi genovesi, che in fondo, dietro le labbra rosso fuoco, ha un cuore d'oro.
Popolo contro élite, per farla breve. Una contrapposizione che la sinistra italiana di oggi giudica semplicistica e figlia dell'ignoranza.
Alberto Pesaro
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Allen Frances ha curato la stesura del manuale diagnostico dei disturbi mentali. Nel nuovo libro spiega che l'ascesa dei movimenti identitari è dovuta a follia.E a sinistra c'è chi vuole seguire il suo esempio. L'intellettuale Chantal Mouffe, in un pamphlet, propone di creare un «populismo alternativo» per far rinascere i partiti democratici europei.Il giullare contro le élite. Quando Dario Fo dava lezioni di populismo. Nelle commedie e nelle canzoni del premio Nobel si trovano temi e toni molto simili a quelli che i progressisti di oggi condannano.Lo speciale comprende tre articoli. Fu lo psichiatra Massimo Fagioli a dichiarare perentoriamente: «Una persona sana di mente non può non essere di sinistra». E sebbene l'uomo fosse estremamente discutibile e discusso, fin troppi dalle nostre parti hanno fatto propria quella sua frase. Sono anni, ormai, che dal fronte progressista sentiamo ripetere ogni genere di bestialità. Di fronte all'avanzare dei partiti «di destra», «identitari» o «populisti», la sinistra ha ideato le spiegazioni più allucinanti. Chi rifiuta di votare i partiti «democratici» è stato dipinto come ignorante, stupido, poco scolarizzato, ostaggio di pregiudizi e paure. Sulla paura, ultimamente, i progressisti insistono con particolare vigore. Non potendo dire apertamente che chi non li sostiene è un demente, dipingono il quadretto di un popolo in preda a timori irrazionali, privo di lucidità e guidato dai soli istinti. Un esempio perfetto di questo atteggiamento è il libro Nel labirinto delle paure, firmato dal sociologo Aldo Bonomi e dall'assessore milanese del Partito democratico Pierfrancesco Majorino. Il volumetto spiega che nel nostro Paese «si fa strada la paura», un sentimento che i «populismi e nazionalismi» sfruttano onde «alimentarla di rancore e rovesciarla su chi sta ancora più in basso». A intemerate di questo tipo, dicevamo, ormai siamo abituati. Non stupisce e di certo non indigna vedere l'esponente del Pd o il titolato editorialista esprimere disprezzo verso la massa idiota che vota la Lega o i 5 stelle. Il problema sorge quando lo stesso disprezzo promana dalle pagine di uno dei più stimati e riveriti psichiatri del mondo. Stiamo parlando dell'americano Allen Frances, professore emerito di psichiatria alla Duke University e autore di una serie di saggi tradotti e apprezzati a livello globale. L'editore Bollati Boringhieri (lo stesso di Bonomi e Majorino) ha appena pubblicato in Italia il nuovo bestseller di Frances intitolato Il crepuscolo di una nazione, che negli Stati Uniti ha suscitato ampio e scoppiettante dibattito. Il senso del libro è perfettamente riassunto dalla frase che lo apre: «Non è Trump a essere pazzo. Siamo noi». Questa affermazione non scaturisce dal nulla. È la risposta del professore di Duke alle tesi di illustri intellettuali democratici che, negli ultimi tempi, hanno speculato sulla sanità mentale del presidente americano, utilizzando più o meno gli stessi argomenti sfoderati dai progressisti di casa nostra (i quali sono soliti clonare tutto ciò che arriva da New York e dintorni). Secondo Frances, Donald Trump è un narcisista, tuttavia non è un malato mentale. In compenso, a mostrare segni evidenti di squilibrio sono tutti quelli che lo hanno votato. «Trump è sintomo di un mondo in difficoltà, non ne è l'unica causa», scrive lo psichiatria. «Rimproverarlo per i nostri problemi significa non vedere la ben più profonda malattia sociale che sta dietro e ha reso possibile la sua improbabile ascesa. Dire che Trump è un pazzo ci permette di non vedere la follia della nostra società - se vogliamo tornare a essere sani di mente, dobbiamo innanzitutto capire noi stessi. Detta in due parole: Trump non è pazzo, ma la nostra società sì». Alcune pagine dopo, lo studioso rincara la dose: «Se il 46% della popolazione votante condivide una credenza bizzarra e ti elette presidente, si tratta di delirio collettivo, non personale». Frances, a un certo punto del saggio, è costretto ad ammettere che i problemi da cui gli elettori di The Donald sono afflitti sono, effettivamente, concreti e pressanti. Tuttavia, non molla la presa e continua per oltre 300 pagine a spiegare perché chi sostiene i populisti vada considerato malato di mente. La sua analisi, inoltre, non si ferma agli Stati Uniti, ma prende in esame anche fenomeni europei (da Marine Le Pen alla Brexit passando per la situazione italiana). «La nostra follia sociale», afferma, «è una pandemia diffusa e può essere curata solo con la collaborazione di tutto il mondo. Il tribalismo e il nazionalismo sono segnali della prolungata adolescenza della nostra specie: diventiamo adulti in fretta o potremmo non diventare adulti mai più». Non per nulla, l'editore Bollati Boringhieri presenta il libro al pubblico italiano scrivendo che «Allen Frances scrive un'analisi impietosa del sistema democratica, che risulta valida, in questi tempi incerti, per ogni Stato che sia tentato dal fenomeno populista». Giunti a questo punto, qualche lettore potrebbe obiettare: «Che c'è di strano? Si tratta dell'ennesimo professore americano che odia Trump e se la prende con i populisti, esattamente come fanno tanti intelligentoni di casa nostra». Ed eccoci il punto. Allen Frances non è uno psichiatra qualunque. Egli ha fatto parte del comitato che ha redatto il Dsm-III (curandone la sezione sui disturbi di personalità) e ha guidato la squadra di studiosi che ha elaborato il Dsm-IV. Il Dsm (Diagnostic and statistical manual of mental disorders) è il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali redatto dalla American Psychiatric Association. È il testo a cui fanno riferimento tutti i medici, psichiatri e psicanalisti del mondo per curare i pazienti. Attualmente è giunto alla quinta edizione, ma tante delle parti scritte da Frances e dai suoi collaboratori sono ancora valide. Insomma, il signore secondo cui l'ascesa dei populismi è frutto di follia è l'autore di un manuale che, a partire dal 2000 e per quasi 15 anni ha stabilito i confini della malattia mentale. Tutto ciò deve far riflettere. Di questi tempi, la scienza viene presentata come una sorta di antidoto al populismo. Alcuni partiti ne fanno una bandiera, come a dire: di fronte all'irrazionalità delle destre, noi ci basiamo sulla verità suprema. Si pensa che la scienza sia impersonale, neutra, fatta di numeri e cifre. In realtà, è fatta di uomini e da uomini. Persone che esprimono opinioni politiche, e sono portatrici di ideologia. Studiosi come Allen Frances, uno che ha segnato la storia della psichiatria e poi scrive libri feroci e faziosi che lo fanno sembrare un Majorino qualsiasi.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-guru-degli-psichiatri-usa-i-pazzi-votano-per-le-destre-2619405795.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-a-sinistra-ce-chi-vuole-seguire-il-suo-esempio" data-post-id="2619405795" data-published-at="1781402603" data-use-pagination="False"> E a sinistra c’è chi vuole seguire il suo esempio C'è chi considera malati di mente gli elettori dei partiti populisti. Ma c'è pure chi, da sinistra, pensa di imitarli. Per esempio Chantal Mouffe, docente di Teoria politica all'Università di Westminster, a Londra, considerata una delle più brillanti studiose del mondo, specialmente nei circoli progressisti. L'editore Laterza ha appena dato alle stampe il suo agile libretto intitolato Per un populismo di sinistra, che a molti soloni nostrani farà probabilmente friggere il fegato. La Mouffe, in sostanza, sbriciola gran parte della retorica oggi molto in voga in Europa (e in Italia in particolare). Dalle nostre parti, è noto, va di moda gridare al fascismo. Impazzano «fascistometri» e altre insulsaggini della medesima risma. Ma la studiosa di origine francese spiega: «Classificare i partiti populisti di destra come “di estrema destra" o “neofascisti", e attribuire il loro appeal alla mancanza di cultura di chi li sostiene è una soluzione fin troppo comoda per le forze di centrosinistra. È un facile espediente per sminuire il fenomeno senza riconoscere le responsabilità dello stesso centrosinistra per questa emergenza. Con lo stabilire una frontiera “morale", così da escludere gli “estremisti" dal dibattito democratico, i “bravi democratici" credono di poter interrompere l'ascesa e l'affermarsi di passioni “irrazionali". Tale strategia di demonizzazione dei “nemici" del consenso bipartisan può apparire di conforto sul piano morale, ma è politicamente castrante». Già, eppure la sinistra italiana è ferma lì, alla demonizzazione del nemico, all'infinita divisione fra buoni e cattivi. Secondo la Mouffe, invece, è «necessario elaborare una risposta schiettamente politica» al populismo di destra. «Anziché escludere a priori gli elettori dei partiti populisti di destra, perché necessariamente animati da passioni primitive, condannandoli quindi a restare per sempre prigionieri di quei sentimenti, è necessario riconoscere il nucleo democratico all'origine di molte delle loro domande». A parere della Mouffe, il populismo non è una bestia feroce da domare, anzi. In un'epoca caratterizzata dall'eclissi della politica, che è diventata mera «gestione dell'ordine costituito», totalmente schiacciata sul pensiero unico neoliberale, il populismo è un ritorno del politico. L'ascesa di populismi (di ogni colore) è l'indicatore di «un risveglio politico dopo anni di relativa apatia». Quello che la studiosa vorrebbe creare è, sostanzialmente, un populismo di sinistra che conduca a «una riaffermazione ed estensione dei valori democratici». Interessante, sulla carta. Viene da chiedersi come sia possibile realizzarlo, però. Il rischio (per la sinistra) è che il «suo» populismo si riveli una triste imitazione dei movimenti di destra, una brutta copia che arriva in ritardo, e con armi spuntate. In ogni caso, poco c'importa. Quel che conta è notare come, specie in altri Paesi, ci sia a sinistra qualcuno capace di uscire dalle solite banalità. Qualcuno in grado di evitare la demonizzazione dell'avversario, qualcuno che non gridi al fascismo o non accusi gli avversari politici di essere malati di mente. Forse, se dalle nostre parti ci fossero intellettuali come Chantal Mouffe, il livello del discorso sarebbe decisamente più elevato, l'astio politico non sarebbe così diffuso e tutto il Paese ne guadagnerebbe. Ma, purtroppo, di Mouffe per ora ce n'è una sola, e non sta in Italia. Riccardo Torrescura <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-guru-degli-psichiatri-usa-i-pazzi-votano-per-le-destre-2619405795.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giullare-contro-le-elite-quando-dario-fo-dava-lezioni-di-populismo" data-post-id="2619405795" data-published-at="1781402603" data-use-pagination="False"> Il giullare contro le élite Quando Dario Fo dava lezioni di populismo «Stringimi forte i polsi/contro le mani tue/ ed anche ad occhi chiusi/ gli occhi tuoi vedrò/ prego, raccogli il mio amore/ ti prego/ per un sorriso/ se vuoi te lo cedo…». Questa è la canzone con cui il 15 ottobre del 2016, sul sagrato del duomo di Milano, si è aperta la cerimonia laica per salutare il premio nobel Dario Fo. «La aveva scritta lui per la mamma», Franca Rame, dichiarava il figlio Jacopo, commosso. Ed era vero. Vero era anche, come subito avevano ricordato molti giornali, che la canzone, nella versione cantata da Mina, fu la colonna sonora della contestata Canzonissima del 1962, condotta proprio dalla coppia Fo-Rame, che inaugurò ufficialmente la fama maledetta da contestatori del duo milanese. Tuttavia, Fo aveva scritto la canzone anni prima. Nel 1959, essa compare nella commedia in tre atti Gli arcangeli non giocano a flipper, musicata dal leggendario Fiorenzo Carpi. Se Canzonissima segna pubblicamente (l'inizio de) il passaggio dal Fo del teatro «leggero» al Fo giullare contro il potere, Gli arcangeli non giocano a flipper è considerata, tra i lavori del premio Nobel, un testo di transizione. Sebbene non contenga una satira politica militante come i lavori dei tardi anni Sessanta e Settanta, elementi del Fo più tardo sono in essa contenuti in nuce. A fare da trait d'union satirico nella commedia, infatti, è un altro capolavoro musicale di Fo e Carpi: Fratelli d'ufficio, l'inno dei burocrati italiani. «Alziam gli sportelli, laudiamo al Signore/ Che per nostro amore qui tutto creò: / I timbri rotondi, la carta bollata/ La marca da dieci, la carta intestata/ l'usciere alla porta, i portapennini / La penna, i cestini per il capo-sezion!». Così cantano i burocrati. Nella commedia, l'amore popolare si oppone alla proverbiale burocrazia italica. Negli anni successivi, fanno capolino nella produzione di Fo altri temi che la sinistra odierna liquiderebbe come becera e banalizzante antipolitica. In Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963), commedia che dà un ritratto antieroico e truffaldino di Cristoforo Colombo e della sua impresa, è, nuovamente, un canzone, quella che chiude il primo tempo, cantata a squarciagola sullo sfondo della splendida scenografia disegnata da Fo che si può apprezzare nella registrazione Rai del 1977, a restituirci il succo morale (moralista?) dello spettacolo: «Cristoforo Colombo con due facce di bronzo/ cacciando qualche balla ottenne le tre caravelle/ […] così fece propria codesta morale/ se tu vuoi dall'uomo fiducia acquistare/ tu non farti scrupoli lo devi truffare/ perché nella truffa vivendo da un pezzo/ ei più non distingue profumo da puzza». Il Colombo di Fo è un fanfarone che convince la regina Isabella (Franca Rame) a dargli le navi a suon di balle. L'America è dietro l'angolo e Colombo è il classico italiano smargiasso. Ma sì, che importa mentire (o non fare gli scontrini), tanto in Italia è tutto marcio. Una visione che Fo conferma pochi anni dopo, in Settimo ruba un po' meno. Fo è sempre Fo. Di nuovo battone, di nuovo stralunati e qualche matto vero, loschi commercialisti e suore. Il ritratto dell'Italia del 1964 è impietoso: la commedia si conclude con un altro inno, non dei burocrati ma degli Italioti: «Se ci dicon: quello ruba, quello truffa, quello frega, / noi alziamo la spalluccia e da idioti sorridiam. / Perché siamo gli italioti, razza antica indo-fenicia, / siam felici, siam contenti del cervello che teniamo. / Anche voi dovreste farlo: trapanatevi il cervello / e mettetevi anche un'elica, per andar sempre col vento». Tutta brava gente, altra canzonetta della commedia, accompagna il disvelarsi del politico intrigo con parole inequivocabili: «Truffe sui medicinali, sulle mutue e gli ospedali, / sopra i dazi e le dogane, gli aeroplani e le banane./ Oh, che pacchia, che cuccagna: / bella è la vita per chi la sa far! / Ma tu, miracolato del ceto medio basso, / tu devi risparmiare, accetta sto salasso: / non devi mangiar carne, / devi salvar la lira / e, mentre gli altri fregano, tu fai l'austerità!». Il miracolato del ceto medio basso (che detto nell'Italia del boom fa forse sorridere oggi) fa l'austerità mentre chi sta al potere, truffa proprio su tutto. L'unica differenza è che oggi, al posto della lira dobbiamo salvare l'euro. «Italioti lobotomizzati sveglia! Di austerity si muore, mentre loro gozzovigliano», sembra dire Fo. Ma non è proprio per via di argomenti del genere che quelli «giusti» e illuminati prendono in giro i populisti ai nostri giorni? Dario Fo ha vinto il Nobel restituendo, con la sua arte, dignità agli oppressi, così diceva l'accademia di Svezia premiando l'attore lombardo. «Arte popolare» è una locuzione che ritorna in modo quasi ridondante nel lavoro di Dario Fo e Franca Rame. L'idea di Fo era quella di riscoprire la vecchia e dimenticata arte popolare, quella dei giullari che l'attore tornerà a far vivere in Mistero Buffo. Popolare nei luoghi che abitava (Fo uscì dal circuito teatrale tradizionale e portò il teatro nelle fabbriche e in luoghi non convenzionali) e nei temi, oltre che nel linguaggio. Dall'opera di Fo prepotentemente emerge quel populismo letterario che già Alberto Asor Rosa, da sinistra, stroncò, nel celebre Scrittori e popolo del 1965, da poco ristampato proprio in chiava anti populista. Il critico disprezzava l'arte che proponeva una visione di popolo mitizzato, la stessa della sinistra ufficiale del Pci. I comunisti italiani scrivevano «proletariato», ma intendevano il «popolo che ha sempre ragione». Si riferivano al mite e sentimentale popolo italico dei romanzi di Ignazio Silone (membro attivo della sinistra ufficiale del Psi) e dei quadri di Renato Guttuso (de facto pittore ufficiale del Pci). Questo popolo, a ben vedere, non è poi troppo diverso dal popolo dipinto dal fascista Mario Sironi. Quando uscì Scrittori e popolo, L'Unità non risparmiò Asor Rosa, definendolo un «piccolo borghese sul piedistallo». Tre anni dopo l'uscita del libro, nel 1968, molti di quei «piccoli borghesi» avrebbero scavalcato, dai loro piedistalli, il Pci, dettando le regole della nuova gauche internazionale, a cui lo stesso Fo giurò fedeltà per più di un decennio. La svolta populista di Dario Fo e Franca Rame (lei senatrice Idv, lui grillino di ferro) degli ultimi anni non è stata quindi frutto di rimbambimento senile, ma è semplicemente parte di un fil-rouge pluridecennale. Fo, forse suo malgrado, cantando di un medioevo e di una contemporaneità da lui fin troppo proletarizzati, ha anticipato la polarizzazione sociale di oggi. Giullari contro nobili, Fra Dolcino contro Bonifacio VIII, il poer nano Caino contro Abele il prediletto. L'italiota contro la burocrazia e l'austerità. L'italiota innamorato di una battona vecchio stampo, come quelle dei carrugi genovesi, che in fondo, dietro le labbra rosso fuoco, ha un cuore d'oro. Popolo contro élite, per farla breve. Una contrapposizione che la sinistra italiana di oggi giudica semplicistica e figlia dell'ignoranza. Alberto Pesaro
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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