True
2020-06-29
Il GranBucato di Toscana. Tutte le falle nel bilancio dell’ultima Regione rossa
Enrico Rossi (Ansa)
Qualcuno era comunista, qualcun altro lo è ancora. Come Enrico Rossi. «Sono un comunista democratico di stampo berlingueriano», si confessò una volta. Ma erano altri tempi, quando credeva di poter tenere a bada Renzi, ancora segretario del Pd. Poi è successo il cataclisma, Rossi è andato (in Leu) e tornato (nel Pd) senza troppo rumore, mentre Renzi di rumore ne ha fatto tanto per restare con un pugno di zeri virgola. Il governatore della Toscana, e prima ancora assessore alla Sanità per 10 anni, avrebbe chiuso bottega nell'indifferenza se non ci fosse stato questo stramaledetto Covid, che l'ha richiamato in servizio quando già si erano dimenticati di lui. Così ha avuto il tempo e il modo di riguadagnare la scena con la famosa (e infelice) battuta sui «fascioleghisti», rivolta a chi (era il 20 febbraio, al tempo di «adotta un cinese») osava mettere in discussione l'intoccabile sistema toscano, questa volta sulla prevenzione del coronavirus; e poi con il pasticcio delle mascherine, distribuite democraticamente gratis a tutti i cittadini e poi finite nel tritacarne di una produzione cinese a Prato sulla quale indaga la magistratura.
Se nel mondo il concetto di rivoluzione è morto, e anche quello di socialismo non sta tanto bene, Rossi è invece convinto che le idee e le proposte per cambiare l'Italia abbiano i connotati della «Rivoluzione socialista». Del resto, lo ha teorizzato in un libro così battezzato, però anche tradotto in una condotta di governo ventennale della Regione, prima da assessore e poi da presidente. In effetti non si può dire che la mano di Rossi non abbia lasciato il segno sulla Toscana, che non è affatto quell'isola felice che si vuole far passare. Complice una stampa compiacente e una cultura che qui ha poche voci dissonanti e si esprimono con fatica.
La Rivoluzione socialista ha fermato lo sviluppo della regione, nel nome di una visione strategica inorridita dall'ideologia liberista e di una giustizia sociale spesso demagogica. Ci hanno rimesso l'innovazione e la modernità. Anche nel linguaggio. Famosa l'uscita del governatore che, lanciato nella campagna in difesa dei viaggiatori pendolari dei treni regionali, sentenziò che «l'Alta velocità è classista» e quelle parole, «business, vip class e altre ancora, sono idiote». Ringhio da vecchio comunista.
Diciamo che questa politica non ha portato la Toscana a brillare nelle classifiche economiche: è il fanalino di coda fra le Regioni del Nord, galleggia mediocre fra quelle del Centrosud, salvata fino all'epoca pre virus solo dall'export grazie alla moda, all'agro alimentare e all'industria farmaceutica. E l'effetto lockdown ha peggiorato la situazione. Il recente rapporto di Bankitalia prevede il crollo del Pil del 10%, il calo di un quinto nel fatturato dell'industria e fino al 30% nel settore dei servizi, con 40.000 posti di lavoro già persi. Gli esperti però hanno disegnato un quadro che era «impantanato in una dinamica fiacca», e aveva lasciato sul campo aziende illustri, eroso il potere d'acquisto di salariati e partite Iva, provocato la perdita di posti di lavoro. La Regione non ha saputo offrire risposte peculiari alle nuove sfide e ha portato la società toscana a una decrescita che oggi si percepisce piuttosto infelice.
Un modello superato, dunque. Frutto di un impegno andato nella direzione sbagliata. E che anche nella sanità non ha ottenuto i risultati tanto esaltati. Il modello Rossi ha tagliato le spese. Ma andate a vedere che cosa è successo sul territorio, laddove per risparmiare sono stati chiusi i piccoli ospedali che davano sicurezza ai cittadini e dove c'era l'assistenza porta a porta? Una politica sanitaria cancellata e sostituita da niente. Oggi i medici di famiglia sono prescrittori di ricette, tutto fa capo ai grandi ospedali (Rossi ne ha costruiti quattro: Pistoia, Prato, Lucca e Apuane) con la gente che finisce per un nonnulla al pronto soccorso, mentre le liste d'attesa continuano a essere una croce.
È andata benino con il Covid, forse perché la pandemia è stata clemente e l'onda d'urto si è fermata all'Emilia Romagna. Però le buone intenzioni di Rossi, tipo il tracciamento dei positivi, sono promesse rimaste a metà, con tanta gente che vorrebbe farsi il tampone ma non sa come, perché i tamponi non ci sono. In compenso, con una impennata rosso libertaria, ha introdotto la pillola abortiva negli ambulatori. L'ultimo atto amministrativo dell'ultimo presidente della Toscana, comunque vadano le elezioni, con il genoma comunista.
Sanità: mascherine, respiratori, code e 1.800 posti letto in ospedale cancellati
Una delle ultime roccaforti rosse sta tremando. Una serie di scandali scoperchia la pentola degli ultimi dieci anni di amministrazione della Toscana spacciata come un modello. L'ultimo è relativo al maxi appalto da 4 miliardi di euro per il trasporto pubblico locale, assegnato ai francesi della Régie autonome des transports parisiens (Ratp), per il quale è indagato il governatore della Regione, Enrico Rossi, per turbativa d'asta. Pochi giorni prima un'altra inchiesta ha scosso la Regione, e qui si entra in uno dei gironi infernali dell'amministrazione Rossi: la sanità. Il fascicolo riguarda 28 ditte del distretto tessile di Prato che hanno prodotto mascherine chirurgiche per la Protezione civile e Estar, la centrale di acquisti della Regione Toscana. I dispositivi non sarebbero a norma e sarebbero stati prodotti da lavoratori in nero in decine di aziende cinesi. Ai titolari delle società pratesi sono stati contestati i reati di sfruttamento del lavoro e violazioni alla sicurezza, intermediazione illecita, frode nelle pubbliche forniture e truffa ai danni dello Stato. La trasmissione di Rete4 Fuori dal coro ha mostrato le immagini dei capannoni dove si producevano le mascherine in totale assenza di condizioni igienico sanitarie. Il tutto per un giro d'affari di 45 milioni di euro. A completare questo quadro dell'ultimo anno della giunta Rossi, c'è il caso dei 200 ventilatori pagati 7 milioni di euro e mai arrivati nell'emergenza. Fino a una settimana fa erano fermi alle dogane aeroportuali: 160 a Bologna e 40 a Malpensa.
Sulla sanità Enrico Rossi ha costruito la sua ventennale carriera, prima come assessore e poi come governatore. «La sanità sono io», è sempre stata la logica con cui si è mosso. Il risultato lo riassume la capogruppo della Lega in Consiglio, Elisa Montemagni: «Per una tac o una risonanza la lista d'attesa è di oltre 3 mesi e spesso anche prenotare diventa un'impresa perché il Cup o è chiuso o nessuno risponde. Spesso non resta che rivolgersi al privato». La riforma del sistema sanitario regionale, spacciata come modernizzazione e felice soluzione agli sprechi, ha ridotto all'osso il personale e aumentato i disservizi. Giovanni Donzelli, deputato toscano di Fratelli d'Italia ne spiega l'impatto: «I mega ospedali hanno preso il posto delle realtà territoriali, le Asl sono passate da 12 a 3 e i pronto soccorso si sono intasati. Con i tagli agli organici ci siamo trovati ad affrontare il Covid con 2.500 in meno tra medici e infermieri».
Stefano Mugnai, coordinatore di Forza Italia in Toscana, punta il dito contro «il taglio dei posti letto, scesi a 2,5 per 1.000 abitanti, addirittura sotto i 3 previsti dall'ex premier Mario Monti. Un boomerang, come è emerso con il coronavirus, tant'è che il candidato del Pd alla presidenza della Regione, Eugenio Giani, ha già detto che la riforma va rivista per tornare ai presidi territoriali. Ma fu lui come presidente del consiglio regionale a far approvare la riorganizzazione del sistema sanitario». Il Rapporto della Corte dei conti sul coordinamento della finanza pubblica parla chiaro: il taglio dei posti letto in Lombardia, in proporzione alla popolazione, è minore rispetto a quello effettuato in Toscana (1.796 posti letto ridotti) e nelle «rosse» Lazio ed Emilia Romagna.
In nome della spending review sono stati decurtati i fondi ad alcune strutture di eccellenza. È quello che è accaduto alla Fondazione Stella Maris di Calambrone (Pisa), istituto scientifico specializzato in neurologia e psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza. La Regione, con un decreto del 2018, aveva stabilito un tetto di spesa per l'acquisto di prestazioni specialistiche che comportava una decurtazione di circa 1 milione di euro e consentiva un recupero su più anni, anche retroattivo al 2018, della percentuale di remunerazione proveniente dai ricoveri di bambini fuori Toscana, che le Regioni di provenienza non rimborsavano alla Regione. Ma siccome i rimborsi avvengono due o tre anni dopo i ricoveri, diventava impossibile la programmazione pluriennale di acquisto delle attrezzature. La Fondazione ha fatto ricorso al Tar che lo ha parzialmente accolto.
Mugnai ricorda che «l'amministrazione Rossi ha esordito con uno scandalo. A ottobre 2010 emerse che la Asl di Massa Carrara aveva un buco di 420 milioni. Pochi giorni prima, in campagna elettorale, Rossi si era vantato della buona salute contabile della sanità toscana». Qualche anno dopo, è il 2015, l'ex direttore generale della Asl, Antonio Delvino, arrestato e poi assolto in via definitiva, rivelò il meccanismo truffaldino: «Dagli atti giudiziari è emersa l'ipotesi che la Asl di Massa veniva continuamente, a quanto pare fin dal 1998, sottofinanziata per motivi politici. Un'operazione mirata a non fare emergere discrepanze nella contabilità e ricondurre tutto a un equilibrio apparente».
Altro buco nero è l'edilizia sanitaria. Nel 2014 la Commissione d'inchiesta sulle operazioni immobiliari delle aziende sanitarie toscane fa emergere un meccanismo finalizzato ad allargare il consenso politico. La relazione finale contiene dati così incontestabili che la maggioranza la approva. «Dall'inchiesta era emerso che un patrimonio da 700 milioni di euro era condannato al degrado o a predazioni», afferma Mugnai che presiedeva la Commissione. «C'erano intere palazzine date ad associazioni culturali che non pagavano le utenze, ad attività commerciali e a cooperative che versavano canoni ridicoli e spesso erano inadempienti. La solita macchina acchiappa voti».
Strade: un tarlo erode viadotti e cavalcavia
I toscani ci hanno messo una pietra sopra. Per chi vola, la soluzione migliore al momento è partire dall'aeroporto di Bologna. L'ampliamento dello scalo di Firenze è una storia infinita, in cui si intrecciano indecisioni politiche, veti ambientalistici, stop istituzionali, campanilismi. Una parte di Toscana, quella sulla costa tirrenica, non ha mai visto di buon occhio il progetto Peretola, considerato dannoso per l'aeroporto di Pisa: un'edizione moderna dell'antica lotta tra pisani e fiorentini. L'ultima puntata di questa storia è l'intervento del Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso presentato da Toscana Aeroporti contro la sentenza del Tar. Il tribunale amministrativo l'anno scorso ha bloccato la valutazione di impatto ambientale per l'ampliamento dello scalo, accogliendo i ricorsi presentati da sei comuni contrari all'opera. Il governatore Enrico Rossi ha speso poche parole, «in ogni caso andremo avanti», ma è palese la sconfitta.
L'intero comparto infrastrutturale regionale è in sofferenza. Si va dalla realizzazione del Corridoio tirrenico, agli interventi sui porti di Livorno e Piombino anche adeguando la viabilità stradale e ferroviaria, in particolare il tratto Rosignano-Civitavecchia. La grande scommessa era l'alta velocità di Firenze e la stazione Foster. Sono stati spesi oltre 800 milioni, ma ancora è un punto interrogativo. Il sistema ferroviario è obsoleto. Oltre il 47% del tracciato regionale è a binario unico e il 34% della rete non è elettrificata. Si registrano ritardi per quanto riguarda gli interventi previsti per il raddoppio della tratta Lucca-Pistoia-Firenze, così come per il raddoppio della Empoli-Granaiolo e l'elettrificazione della Siena-Empoli.
Per i porti, Darsena Europa dopo 20 anni di annunci, ripensamenti, ridimensionamenti, è ancora allo stadio preliminare. Da completare la Due Mari per creare un'arteria tra Grosseto e Fano. I toscani attendono da tempo un collegamento diretto tra il porto di Piombino e la statale 398, la bretella cittadina. Il progetto di messa in sicurezza della Firenze-Pisa-Livorno, il cui costo complessivo era stimato in 100 milioni, è scomparso dai documenti di programmazione. Rimangano aperte le questioni legate alla sicurezza delle strade provinciali e comunali, che rappresentano un gravissimo problema come dimostrano i dati sull'incidentalità.
Il crollo del ponte di Albiano l'8 aprile scorso, in provincia di Massa Carrara, ha riacceso i riflettori sulla manutenzione. Secondo il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana Marco Stella (Forza Italia), ci sono 632 ponti, cavalcavia e viadotti che necessitano di interventi urgenti, su 1.845 opere infrastrutturali da monitorare. Gli esperti dell'Università di Pisa hanno lanciato l'allarme sulla presenza di un tarlo che sta erodendo i ponti toscani. Un bug di progettazione che colpisce oltre il 95% dei piccoli e medi cavalcavia e sovrappassi e che da tempo costringe a chiudere le strade per il rischio di crolli.
Rifiuti: soccorso rosso per il Lazio
La verde Toscana, ecologista nel Dna come ama definirsi l'amministrazione del Pd, non ha un piano rifiuti moderno. La raccolta differenziata non supera il 56,8% nonostante le promesse di arrivare all'80%, traguardo spostato al 2030. In piena emergenza coronavirus è arrivato l'accordo con il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, per conferire 13.500 tonnellate di rifiuti indifferenziati laziali nei prossimi 7 mesi. Una sorta di «soccorso rosso» tra amministrazioni di sinistra mentre intere filiere produttive soffocano sotto gli scarti di lavorazione.
È stato definitivamente accantonato il progetto dell'inceneritore di Case Passerini a Sesto Fiorentino per far posto a un impianto di rigassificazione a Livorno dedicato alla produzione di metanolo rinnovabile. Il problema rifiuti è stato appesantito anche da vicende giudiziarie come quella sulla maxi gara d'appalto da 3,5 miliardi per raccolta, gestione e smaltimento ventennale degli scarti solidi urbani nelle province di Siena, Arezzo e Grosseto. Gara vinta nel 2013 dal consorzio Sei Toscana e ritenuta «truccata» dalla procura fiorentina. Quanto ai costi, quello pro capite in Toscana è di 213,45 euro, mentre in Lombardia ammonta a 138,87 e in Veneto a 141,24. Peggio fanno solo Liguria (227,97) e Lazio (218).
C'è poi il problema irrisolto dello smaltimento dell'amianto. Nonostante sia stato bandito dal 1992, la presenza di questo pericoloso materiale è ancora largamente diffusa. Un'ultima stima parla di 2 milioni di tonnellate sul territorio, che non si sa dove eliminare per strutturale carenza di impianti. Le bonifiche proseguono a passo di lumaca, e i rifiuti derivanti vengono generalmente inviati all'estero, in primis in Germania. «Era il 2013 quando la legge regionale 51 dispose che uno specifico piano sull'amianto dovesse venire approvato dal Consiglio regionale entro 6 mesi. Forse arriverà a fine legislatura. A distanza di 7 anni, è stata presentata in Commissione una semplice informativa, lacunosa e insufficiente nei dati», afferma Elisa Montemagni, capogruppo in Consiglio regionale della Lega. «Ed è dal 2003 che Arpat è al lavoro per monitorare il problema, ma l'operazione di mappatura non è ancora terminata; troppa pignoleria o scarsa applicazione? Noi propendiamo per la seconda ipotesi». Secondo la rilevazione, sono soltanto 84 gli edifici pubblici bonificati dall'amianto in Toscana dal 2007 al 2013, ultimo anno in cui è stata aggiornata la mappatura dall'Agenzia regionale per la protezione ambientale. Una media di 14 ogni 12 mesi. I 1.145 edifici da bonificare del 2007 sono scesi ai 1.061 del 2013.
Nella recente informativa della Giunta regionale sul Piano di tutela dall'amianto resa in commissione Ambiente del Consiglio, si dice che «il Piano ancora non c'è e soprattutto permane la strutturale carenza di impianti per lo smaltimento nota appunto (almeno) dal 1999. L'obbligo di prevedere nelle discariche un modulo per i rifiuti speciali è stato assolto solo in pochissimi casi». Il 18% del campione esaminato di edifici privati, industriali e civili contiene amianto nelle coperture. Nei tetti nelle abitazioni private si registrano circa 12.000 ettari di coperture in cemento amianto. La provincia con il numero maggiore di ettari coperti con ondulina è Firenze con 373 ettari (24%).
Edilizia: quanti cantieri bloccati Scuole e case sempre più vecchie
L'edilizia residenziale pubblica è una tradizionale priorità di ogni programma elettorale della sinistra. In Toscana si sono spese tante parole e annunci, ma con risultati insoddisfacenti. Negli ultimi 10 anni la legge regionale (numero 96 del 1996) è stata modificata più volte. Gli assessori Allocca, Saccardi e Ceccarelli si sono cimentati con questo problema, introducendo cambiamenti alla normativa, senza però un vero piano di realizzazione di nuovi alloggi. La Toscana è l'unica Regione che prevede un vincolo stringente alla vendita di alloggi di edilizia residenziale pubblica (Erp), in base al quale si possono inserire nel programma regionale delle alienazioni - su proposta dei Comuni proprietari - solo un numero di alloggi pari a quelli di nuova realizzazione.
Per questo non c'è un processo virtuoso di rinnovamento del patrimonio edilizio. Le abitazioni di edilizia pubblica in Toscana sono 49.963. Dall'ultimo rapporto emerge che le nuove costruzioni procedono a rilento. Le nuove strutture nel 2018 sono state solo 232. Fino alla fine degli anni Settanta venivano costruite circa 1.000 residenze Erp ogni anno. Bastano queste cifre per capire la scarsa attenzione a questo tema. Oggi il patrimonio Erp per il 55% risale a prima del 1980 e il 70% è antecedente al 1990. Sono quindi abitazioni vecchie, prive di impianti per il risparmio energetico e di moderne caratteristiche di coibentazione, e spesso con barriere architettoniche che rendono difficile la fruizione da parte dei disabili. Le domande presentate nelle ultime graduatorie sono circa 21.000.
Il tasso di soddisfazione delle richieste, cioè il rapporto tra assegnazioni da graduatoria ordinaria e numero di domande ammesse, per il 2018 è del 4,4% circa, lo 0,2% in meno rispetto al 2017. Quindi su 100 aventi diritto solo il 4,4 ottiene concretamente l'alloggio. Il dato si riferisce a 2 anni (durata media del bando comunale), quindi ogni anno è solo il 2,2% a vedersi riconoscere il diritto di accesso a un alloggio popolare. C'è un gap importante tra fabbisogno e offerta.
Anche il patrimonio scolastico è obsoleto. Gran parte degli edifici sono antecedenti agli anni Sessanta e non rispondono ai moderni criteri di costruzione, specie quelli che mettono al riparo dagli effetti dei terremoti. L'80% degli istituti non rispetta la normativa antisismica. Il 45% delle scuole non ha la certificazione di agibilità e oltre il 65% non ha il certificato di prevenzione incendi in corso di validità. A completare questo quadro c'è la carenza di caratteristiche utili al risparmio energetico. Il 70% delle strutture scolastiche non ha adottato provvedimenti per l'efficientamento energetico. Mancano i fondi, o meglio, la scuola non è considerata una priorità dalla politica. A oggi le disponibilità finanziarie disponibili, in gran parte finanziate con un mutuo della Banca europea degli investimenti, non coprono i costi per la messa in sicurezza di tutti gli edifici. Il fabbisogno stimato è di oltre 600 milioni.
Intanto gli enti locali hanno avanzato ben 500 richieste per affrontare l'emergenza edilizia scolastica, per una spesa complessiva di oltre 940 milioni di euro.
Continua a leggereRiduci
Per Enrico Rossi l'Alta Velocità è «classista» e chi lo critica un «fascioleghista». Cronaca di una crisi acuita dal Covid ma già cominciata da un bel pezzo.Sanità: le Asl erano 12, il governatore le ha ridotte a 3 con pesanti ripercussioni sull'assistenza. Tagliati i fondi a centri di cura di eccellenza. A Massa truccati i bilanci: in apparenza era tutto a posto ma c'era un ammanco di 420 milioni.Strade: errori di progettazione denunciati dall'Università di Pisa si sommano a decenni di manutenzioni mancate.Rifiuti: la raccolta differenziata arranca e molte aziende non sanno dove smaltire gli scarti produttivi, ma le amministrazioni di sinistra si accordano per coprire le inefficienze.Edilizia: la messa in sicurezza degli edifici pubblici non è considerata una priorità urgente.Lo speciale contiene cinque articoli.Qualcuno era comunista, qualcun altro lo è ancora. Come Enrico Rossi. «Sono un comunista democratico di stampo berlingueriano», si confessò una volta. Ma erano altri tempi, quando credeva di poter tenere a bada Renzi, ancora segretario del Pd. Poi è successo il cataclisma, Rossi è andato (in Leu) e tornato (nel Pd) senza troppo rumore, mentre Renzi di rumore ne ha fatto tanto per restare con un pugno di zeri virgola. Il governatore della Toscana, e prima ancora assessore alla Sanità per 10 anni, avrebbe chiuso bottega nell'indifferenza se non ci fosse stato questo stramaledetto Covid, che l'ha richiamato in servizio quando già si erano dimenticati di lui. Così ha avuto il tempo e il modo di riguadagnare la scena con la famosa (e infelice) battuta sui «fascioleghisti», rivolta a chi (era il 20 febbraio, al tempo di «adotta un cinese») osava mettere in discussione l'intoccabile sistema toscano, questa volta sulla prevenzione del coronavirus; e poi con il pasticcio delle mascherine, distribuite democraticamente gratis a tutti i cittadini e poi finite nel tritacarne di una produzione cinese a Prato sulla quale indaga la magistratura.Se nel mondo il concetto di rivoluzione è morto, e anche quello di socialismo non sta tanto bene, Rossi è invece convinto che le idee e le proposte per cambiare l'Italia abbiano i connotati della «Rivoluzione socialista». Del resto, lo ha teorizzato in un libro così battezzato, però anche tradotto in una condotta di governo ventennale della Regione, prima da assessore e poi da presidente. In effetti non si può dire che la mano di Rossi non abbia lasciato il segno sulla Toscana, che non è affatto quell'isola felice che si vuole far passare. Complice una stampa compiacente e una cultura che qui ha poche voci dissonanti e si esprimono con fatica. La Rivoluzione socialista ha fermato lo sviluppo della regione, nel nome di una visione strategica inorridita dall'ideologia liberista e di una giustizia sociale spesso demagogica. Ci hanno rimesso l'innovazione e la modernità. Anche nel linguaggio. Famosa l'uscita del governatore che, lanciato nella campagna in difesa dei viaggiatori pendolari dei treni regionali, sentenziò che «l'Alta velocità è classista» e quelle parole, «business, vip class e altre ancora, sono idiote». Ringhio da vecchio comunista. Diciamo che questa politica non ha portato la Toscana a brillare nelle classifiche economiche: è il fanalino di coda fra le Regioni del Nord, galleggia mediocre fra quelle del Centrosud, salvata fino all'epoca pre virus solo dall'export grazie alla moda, all'agro alimentare e all'industria farmaceutica. E l'effetto lockdown ha peggiorato la situazione. Il recente rapporto di Bankitalia prevede il crollo del Pil del 10%, il calo di un quinto nel fatturato dell'industria e fino al 30% nel settore dei servizi, con 40.000 posti di lavoro già persi. Gli esperti però hanno disegnato un quadro che era «impantanato in una dinamica fiacca», e aveva lasciato sul campo aziende illustri, eroso il potere d'acquisto di salariati e partite Iva, provocato la perdita di posti di lavoro. La Regione non ha saputo offrire risposte peculiari alle nuove sfide e ha portato la società toscana a una decrescita che oggi si percepisce piuttosto infelice. Un modello superato, dunque. Frutto di un impegno andato nella direzione sbagliata. E che anche nella sanità non ha ottenuto i risultati tanto esaltati. Il modello Rossi ha tagliato le spese. Ma andate a vedere che cosa è successo sul territorio, laddove per risparmiare sono stati chiusi i piccoli ospedali che davano sicurezza ai cittadini e dove c'era l'assistenza porta a porta? Una politica sanitaria cancellata e sostituita da niente. Oggi i medici di famiglia sono prescrittori di ricette, tutto fa capo ai grandi ospedali (Rossi ne ha costruiti quattro: Pistoia, Prato, Lucca e Apuane) con la gente che finisce per un nonnulla al pronto soccorso, mentre le liste d'attesa continuano a essere una croce. È andata benino con il Covid, forse perché la pandemia è stata clemente e l'onda d'urto si è fermata all'Emilia Romagna. Però le buone intenzioni di Rossi, tipo il tracciamento dei positivi, sono promesse rimaste a metà, con tanta gente che vorrebbe farsi il tampone ma non sa come, perché i tamponi non ci sono. In compenso, con una impennata rosso libertaria, ha introdotto la pillola abortiva negli ambulatori. L'ultimo atto amministrativo dell'ultimo presidente della Toscana, comunque vadano le elezioni, con il genoma comunista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-granbucato-di-toscana-tutte-le-falle-nel-bilancio-dellultima-regione-rossa-2646284114.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sanita-mascherine-respiratori-code-e-1-800-posti-letto-in-ospedale-cancellati" data-post-id="2646284114" data-published-at="1593380372" data-use-pagination="False"> Sanità: mascherine, respiratori, code e 1.800 posti letto in ospedale cancellati Una delle ultime roccaforti rosse sta tremando. Una serie di scandali scoperchia la pentola degli ultimi dieci anni di amministrazione della Toscana spacciata come un modello. L'ultimo è relativo al maxi appalto da 4 miliardi di euro per il trasporto pubblico locale, assegnato ai francesi della Régie autonome des transports parisiens (Ratp), per il quale è indagato il governatore della Regione, Enrico Rossi, per turbativa d'asta. Pochi giorni prima un'altra inchiesta ha scosso la Regione, e qui si entra in uno dei gironi infernali dell'amministrazione Rossi: la sanità. Il fascicolo riguarda 28 ditte del distretto tessile di Prato che hanno prodotto mascherine chirurgiche per la Protezione civile e Estar, la centrale di acquisti della Regione Toscana. I dispositivi non sarebbero a norma e sarebbero stati prodotti da lavoratori in nero in decine di aziende cinesi. Ai titolari delle società pratesi sono stati contestati i reati di sfruttamento del lavoro e violazioni alla sicurezza, intermediazione illecita, frode nelle pubbliche forniture e truffa ai danni dello Stato. La trasmissione di Rete4 Fuori dal coro ha mostrato le immagini dei capannoni dove si producevano le mascherine in totale assenza di condizioni igienico sanitarie. Il tutto per un giro d'affari di 45 milioni di euro. A completare questo quadro dell'ultimo anno della giunta Rossi, c'è il caso dei 200 ventilatori pagati 7 milioni di euro e mai arrivati nell'emergenza. Fino a una settimana fa erano fermi alle dogane aeroportuali: 160 a Bologna e 40 a Malpensa. Sulla sanità Enrico Rossi ha costruito la sua ventennale carriera, prima come assessore e poi come governatore. «La sanità sono io», è sempre stata la logica con cui si è mosso. Il risultato lo riassume la capogruppo della Lega in Consiglio, Elisa Montemagni: «Per una tac o una risonanza la lista d'attesa è di oltre 3 mesi e spesso anche prenotare diventa un'impresa perché il Cup o è chiuso o nessuno risponde. Spesso non resta che rivolgersi al privato». La riforma del sistema sanitario regionale, spacciata come modernizzazione e felice soluzione agli sprechi, ha ridotto all'osso il personale e aumentato i disservizi. Giovanni Donzelli, deputato toscano di Fratelli d'Italia ne spiega l'impatto: «I mega ospedali hanno preso il posto delle realtà territoriali, le Asl sono passate da 12 a 3 e i pronto soccorso si sono intasati. Con i tagli agli organici ci siamo trovati ad affrontare il Covid con 2.500 in meno tra medici e infermieri». Stefano Mugnai, coordinatore di Forza Italia in Toscana, punta il dito contro «il taglio dei posti letto, scesi a 2,5 per 1.000 abitanti, addirittura sotto i 3 previsti dall'ex premier Mario Monti. Un boomerang, come è emerso con il coronavirus, tant'è che il candidato del Pd alla presidenza della Regione, Eugenio Giani, ha già detto che la riforma va rivista per tornare ai presidi territoriali. Ma fu lui come presidente del consiglio regionale a far approvare la riorganizzazione del sistema sanitario». Il Rapporto della Corte dei conti sul coordinamento della finanza pubblica parla chiaro: il taglio dei posti letto in Lombardia, in proporzione alla popolazione, è minore rispetto a quello effettuato in Toscana (1.796 posti letto ridotti) e nelle «rosse» Lazio ed Emilia Romagna. In nome della spending review sono stati decurtati i fondi ad alcune strutture di eccellenza. È quello che è accaduto alla Fondazione Stella Maris di Calambrone (Pisa), istituto scientifico specializzato in neurologia e psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza. La Regione, con un decreto del 2018, aveva stabilito un tetto di spesa per l'acquisto di prestazioni specialistiche che comportava una decurtazione di circa 1 milione di euro e consentiva un recupero su più anni, anche retroattivo al 2018, della percentuale di remunerazione proveniente dai ricoveri di bambini fuori Toscana, che le Regioni di provenienza non rimborsavano alla Regione. Ma siccome i rimborsi avvengono due o tre anni dopo i ricoveri, diventava impossibile la programmazione pluriennale di acquisto delle attrezzature. La Fondazione ha fatto ricorso al Tar che lo ha parzialmente accolto. Mugnai ricorda che «l'amministrazione Rossi ha esordito con uno scandalo. A ottobre 2010 emerse che la Asl di Massa Carrara aveva un buco di 420 milioni. Pochi giorni prima, in campagna elettorale, Rossi si era vantato della buona salute contabile della sanità toscana». Qualche anno dopo, è il 2015, l'ex direttore generale della Asl, Antonio Delvino, arrestato e poi assolto in via definitiva, rivelò il meccanismo truffaldino: «Dagli atti giudiziari è emersa l'ipotesi che la Asl di Massa veniva continuamente, a quanto pare fin dal 1998, sottofinanziata per motivi politici. Un'operazione mirata a non fare emergere discrepanze nella contabilità e ricondurre tutto a un equilibrio apparente». Altro buco nero è l'edilizia sanitaria. Nel 2014 la Commissione d'inchiesta sulle operazioni immobiliari delle aziende sanitarie toscane fa emergere un meccanismo finalizzato ad allargare il consenso politico. La relazione finale contiene dati così incontestabili che la maggioranza la approva. «Dall'inchiesta era emerso che un patrimonio da 700 milioni di euro era condannato al degrado o a predazioni», afferma Mugnai che presiedeva la Commissione. «C'erano intere palazzine date ad associazioni culturali che non pagavano le utenze, ad attività commerciali e a cooperative che versavano canoni ridicoli e spesso erano inadempienti. La solita macchina acchiappa voti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-granbucato-di-toscana-tutte-le-falle-nel-bilancio-dellultima-regione-rossa-2646284114.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="strade-un-tarlo-erode-viadotti-e-cavalcavia" data-post-id="2646284114" data-published-at="1593380372" data-use-pagination="False"> Strade: un tarlo erode viadotti e cavalcavia I toscani ci hanno messo una pietra sopra. Per chi vola, la soluzione migliore al momento è partire dall'aeroporto di Bologna. L'ampliamento dello scalo di Firenze è una storia infinita, in cui si intrecciano indecisioni politiche, veti ambientalistici, stop istituzionali, campanilismi. Una parte di Toscana, quella sulla costa tirrenica, non ha mai visto di buon occhio il progetto Peretola, considerato dannoso per l'aeroporto di Pisa: un'edizione moderna dell'antica lotta tra pisani e fiorentini. L'ultima puntata di questa storia è l'intervento del Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso presentato da Toscana Aeroporti contro la sentenza del Tar. Il tribunale amministrativo l'anno scorso ha bloccato la valutazione di impatto ambientale per l'ampliamento dello scalo, accogliendo i ricorsi presentati da sei comuni contrari all'opera. Il governatore Enrico Rossi ha speso poche parole, «in ogni caso andremo avanti», ma è palese la sconfitta. L'intero comparto infrastrutturale regionale è in sofferenza. Si va dalla realizzazione del Corridoio tirrenico, agli interventi sui porti di Livorno e Piombino anche adeguando la viabilità stradale e ferroviaria, in particolare il tratto Rosignano-Civitavecchia. La grande scommessa era l'alta velocità di Firenze e la stazione Foster. Sono stati spesi oltre 800 milioni, ma ancora è un punto interrogativo. Il sistema ferroviario è obsoleto. Oltre il 47% del tracciato regionale è a binario unico e il 34% della rete non è elettrificata. Si registrano ritardi per quanto riguarda gli interventi previsti per il raddoppio della tratta Lucca-Pistoia-Firenze, così come per il raddoppio della Empoli-Granaiolo e l'elettrificazione della Siena-Empoli. Per i porti, Darsena Europa dopo 20 anni di annunci, ripensamenti, ridimensionamenti, è ancora allo stadio preliminare. Da completare la Due Mari per creare un'arteria tra Grosseto e Fano. I toscani attendono da tempo un collegamento diretto tra il porto di Piombino e la statale 398, la bretella cittadina. Il progetto di messa in sicurezza della Firenze-Pisa-Livorno, il cui costo complessivo era stimato in 100 milioni, è scomparso dai documenti di programmazione. Rimangano aperte le questioni legate alla sicurezza delle strade provinciali e comunali, che rappresentano un gravissimo problema come dimostrano i dati sull'incidentalità. Il crollo del ponte di Albiano l'8 aprile scorso, in provincia di Massa Carrara, ha riacceso i riflettori sulla manutenzione. Secondo il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana Marco Stella (Forza Italia), ci sono 632 ponti, cavalcavia e viadotti che necessitano di interventi urgenti, su 1.845 opere infrastrutturali da monitorare. Gli esperti dell'Università di Pisa hanno lanciato l'allarme sulla presenza di un tarlo che sta erodendo i ponti toscani. Un bug di progettazione che colpisce oltre il 95% dei piccoli e medi cavalcavia e sovrappassi e che da tempo costringe a chiudere le strade per il rischio di crolli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-granbucato-di-toscana-tutte-le-falle-nel-bilancio-dellultima-regione-rossa-2646284114.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="rifiuti-soccorso-rosso-per-il-lazio" data-post-id="2646284114" data-published-at="1593380372" data-use-pagination="False"> Rifiuti: soccorso rosso per il Lazio La verde Toscana, ecologista nel Dna come ama definirsi l'amministrazione del Pd, non ha un piano rifiuti moderno. La raccolta differenziata non supera il 56,8% nonostante le promesse di arrivare all'80%, traguardo spostato al 2030. In piena emergenza coronavirus è arrivato l'accordo con il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, per conferire 13.500 tonnellate di rifiuti indifferenziati laziali nei prossimi 7 mesi. Una sorta di «soccorso rosso» tra amministrazioni di sinistra mentre intere filiere produttive soffocano sotto gli scarti di lavorazione. È stato definitivamente accantonato il progetto dell'inceneritore di Case Passerini a Sesto Fiorentino per far posto a un impianto di rigassificazione a Livorno dedicato alla produzione di metanolo rinnovabile. Il problema rifiuti è stato appesantito anche da vicende giudiziarie come quella sulla maxi gara d'appalto da 3,5 miliardi per raccolta, gestione e smaltimento ventennale degli scarti solidi urbani nelle province di Siena, Arezzo e Grosseto. Gara vinta nel 2013 dal consorzio Sei Toscana e ritenuta «truccata» dalla procura fiorentina. Quanto ai costi, quello pro capite in Toscana è di 213,45 euro, mentre in Lombardia ammonta a 138,87 e in Veneto a 141,24. Peggio fanno solo Liguria (227,97) e Lazio (218). C'è poi il problema irrisolto dello smaltimento dell'amianto. Nonostante sia stato bandito dal 1992, la presenza di questo pericoloso materiale è ancora largamente diffusa. Un'ultima stima parla di 2 milioni di tonnellate sul territorio, che non si sa dove eliminare per strutturale carenza di impianti. Le bonifiche proseguono a passo di lumaca, e i rifiuti derivanti vengono generalmente inviati all'estero, in primis in Germania. «Era il 2013 quando la legge regionale 51 dispose che uno specifico piano sull'amianto dovesse venire approvato dal Consiglio regionale entro 6 mesi. Forse arriverà a fine legislatura. A distanza di 7 anni, è stata presentata in Commissione una semplice informativa, lacunosa e insufficiente nei dati», afferma Elisa Montemagni, capogruppo in Consiglio regionale della Lega. «Ed è dal 2003 che Arpat è al lavoro per monitorare il problema, ma l'operazione di mappatura non è ancora terminata; troppa pignoleria o scarsa applicazione? Noi propendiamo per la seconda ipotesi». Secondo la rilevazione, sono soltanto 84 gli edifici pubblici bonificati dall'amianto in Toscana dal 2007 al 2013, ultimo anno in cui è stata aggiornata la mappatura dall'Agenzia regionale per la protezione ambientale. Una media di 14 ogni 12 mesi. I 1.145 edifici da bonificare del 2007 sono scesi ai 1.061 del 2013. Nella recente informativa della Giunta regionale sul Piano di tutela dall'amianto resa in commissione Ambiente del Consiglio, si dice che «il Piano ancora non c'è e soprattutto permane la strutturale carenza di impianti per lo smaltimento nota appunto (almeno) dal 1999. L'obbligo di prevedere nelle discariche un modulo per i rifiuti speciali è stato assolto solo in pochissimi casi». Il 18% del campione esaminato di edifici privati, industriali e civili contiene amianto nelle coperture. Nei tetti nelle abitazioni private si registrano circa 12.000 ettari di coperture in cemento amianto. La provincia con il numero maggiore di ettari coperti con ondulina è Firenze con 373 ettari (24%). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-granbucato-di-toscana-tutte-le-falle-nel-bilancio-dellultima-regione-rossa-2646284114.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="edilizia-quanti-cantieri-bloccati-scuole-e-case-sempre-piu-vecchie" data-post-id="2646284114" data-published-at="1593380372" data-use-pagination="False"> Edilizia: quanti cantieri bloccati Scuole e case sempre più vecchie L'edilizia residenziale pubblica è una tradizionale priorità di ogni programma elettorale della sinistra. In Toscana si sono spese tante parole e annunci, ma con risultati insoddisfacenti. Negli ultimi 10 anni la legge regionale (numero 96 del 1996) è stata modificata più volte. Gli assessori Allocca, Saccardi e Ceccarelli si sono cimentati con questo problema, introducendo cambiamenti alla normativa, senza però un vero piano di realizzazione di nuovi alloggi. La Toscana è l'unica Regione che prevede un vincolo stringente alla vendita di alloggi di edilizia residenziale pubblica (Erp), in base al quale si possono inserire nel programma regionale delle alienazioni - su proposta dei Comuni proprietari - solo un numero di alloggi pari a quelli di nuova realizzazione. Per questo non c'è un processo virtuoso di rinnovamento del patrimonio edilizio. Le abitazioni di edilizia pubblica in Toscana sono 49.963. Dall'ultimo rapporto emerge che le nuove costruzioni procedono a rilento. Le nuove strutture nel 2018 sono state solo 232. Fino alla fine degli anni Settanta venivano costruite circa 1.000 residenze Erp ogni anno. Bastano queste cifre per capire la scarsa attenzione a questo tema. Oggi il patrimonio Erp per il 55% risale a prima del 1980 e il 70% è antecedente al 1990. Sono quindi abitazioni vecchie, prive di impianti per il risparmio energetico e di moderne caratteristiche di coibentazione, e spesso con barriere architettoniche che rendono difficile la fruizione da parte dei disabili. Le domande presentate nelle ultime graduatorie sono circa 21.000. Il tasso di soddisfazione delle richieste, cioè il rapporto tra assegnazioni da graduatoria ordinaria e numero di domande ammesse, per il 2018 è del 4,4% circa, lo 0,2% in meno rispetto al 2017. Quindi su 100 aventi diritto solo il 4,4 ottiene concretamente l'alloggio. Il dato si riferisce a 2 anni (durata media del bando comunale), quindi ogni anno è solo il 2,2% a vedersi riconoscere il diritto di accesso a un alloggio popolare. C'è un gap importante tra fabbisogno e offerta. Anche il patrimonio scolastico è obsoleto. Gran parte degli edifici sono antecedenti agli anni Sessanta e non rispondono ai moderni criteri di costruzione, specie quelli che mettono al riparo dagli effetti dei terremoti. L'80% degli istituti non rispetta la normativa antisismica. Il 45% delle scuole non ha la certificazione di agibilità e oltre il 65% non ha il certificato di prevenzione incendi in corso di validità. A completare questo quadro c'è la carenza di caratteristiche utili al risparmio energetico. Il 70% delle strutture scolastiche non ha adottato provvedimenti per l'efficientamento energetico. Mancano i fondi, o meglio, la scuola non è considerata una priorità dalla politica. A oggi le disponibilità finanziarie disponibili, in gran parte finanziate con un mutuo della Banca europea degli investimenti, non coprono i costi per la messa in sicurezza di tutti gli edifici. Il fabbisogno stimato è di oltre 600 milioni. Intanto gli enti locali hanno avanzato ben 500 richieste per affrontare l'emergenza edilizia scolastica, per una spesa complessiva di oltre 940 milioni di euro.
Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
Continua a leggereRiduci
Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
Continua a leggereRiduci
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa)
Una ritorsione, quella dell’Idf, che è avvenuta, nonostante alcune ore prima il presidente americano avesse cercato di dissuadere il premier israeliano dall’ordinarla. In particolare, Trump aveva detto che Netanyahu non avrebbe avuto altra scelta se non quella di accettare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. «Sono io che comando. Sono io che comando tutto. Lui non comanda», aveva affermato, parlando con il Financial Times. Eppure, come abbiamo visto, il premier israeliano ha alla fine deciso di attaccare l’Iran in quella che è stata la prima azione bellica di Gerusalemme contro il regime khomeinista dal cessate il fuoco dell’8 aprile. Un’azione bellica da cui gli Stati Uniti hanno preso le distanze: un funzionario americano ha infatti precisato ad Axios che Washington non è stata coinvolta nei nuovi attacchi dello Stato ebraico, definendo comunque questi ultimi «relativamente limitati».
Nel frattempo, ieri pomeriggio, Trump e Netanyahu hanno avuto una nuova telefonata. Poco dopo, un funzionario israeliano ha reso noto che Gerusalemme avrebbe interrotto gli attacchi contro la Repubblica islamica sulla base di quanto richiesto dal presidente statunitense. La stessa fonte ha tuttavia aggiunto che lo Stato ebraico proseguirà i raid sul Libano. Il che si configura potenzialmente come un problema: poco prima, l’Iran aveva infatti annunciato di aver sospeso i lanci missilistici contro Israele, ma aveva altresì precisato di essere pronto a nuovi atti militari, nel caso Gerusalemme avesse avuto intenzione di effettuare ulteriori bombardamenti sul Paese dei Cedri. In questo quadro, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha detto che Gerusalemme condurrà dei raid su Beirut, qualora Hezbollah dovesse colpire lo Stato ebraico.
«Ho avvertito Netanyahu che, se porterà la situazione a una guerra, si troverà da solo contro l’Iran», ha raccontato ieri sera Trump a Channel 12. Non solo. Il presidente americano è anche tornato ad auspicare una soluzione diplomatica. «Entrambe le parti, Israele e Iran, puntano a un cessate il fuoco immediato! I negoziati finali sulla “pace” sono in corso, salvo che ignoranza o stupidità non si frappongano al loro cammino. Il blocco rimarrà in vigore a tutti gli effetti fino al raggiungimento di un ’accordo definitivo’. Le cose dovrebbero procedere rapidamente», ha affermato su Truth. Nel frattempo, il New York Times ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero impedito un «massiccio» attacco che lo Stato ebraico aveva predisposto contro l’Iran. «Al momento, gli scontri su questo fronte si sono fermati, perché dopo essere stato colpito, il regime terroristico di Teheran ha smesso di attaccarci», ha affermato ieri sera, a denti stretti, il premier israeliano. «Se quel regime terroristico commetterà di nuovo l’errore di attaccarci, risponderemo con la forza», ha continuato. In questo clima, secondo Al Jazeera, l’ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, ha confermato che Trump e Netanyahu avrebbero «sfiorato la rissa sul Libano».
Alla base delle tensioni tra i due leader emergono elementi strutturali. Innanzitutto si registrano divergenze strategiche. Il premier israeliano punta o a un regime change a Teheran o a un Iran fortemente decentralizzato, se non addirittura «spezzettato» (è del resto un noto fautore della carta curda). Il presidente americano, dal canto suo, è favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Trump vuole infatti ridurre l’instabilità, evitare il pantano e collaborare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Netanyahu, di contro, considera la soluzione venezuelana incapace di garantire realmente la sicurezza di Israele.
Il secondo nodo è elettorale. Trump vuole arrivare a un accordo con Teheran per ridurre il costo dell’energia e far scendere i prezzi della benzina negli Usa: un obiettivo che gli è necessario per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Netanyahu è invece sotto pressione da parte dell’opposizione per continuare il conflitto con Hezbollah in Libano: una pressione che aumenterà con l’approssimarsi delle elezioni per la Knesset previste a ottobre. Il punto è che, come abbiamo visto, l’Iran ha subordinato un’eventuale intesa con gli Usa alla conclusione delle operazioni militari israeliane nel Paese dei Cedri. Insomma, è questo intricato reticolo di interessi divergenti che sta mettendo a dura prova l’alleanza tra Usa e Israele. Una situazione che rischia di impattare sia sul processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran sia sull’eventuale rilancio degli Accordi di Abramo.
Continua a leggereRiduci