True
2020-06-29
Il GranBucato di Toscana. Tutte le falle nel bilancio dell’ultima Regione rossa
Enrico Rossi (Ansa)
Qualcuno era comunista, qualcun altro lo è ancora. Come Enrico Rossi. «Sono un comunista democratico di stampo berlingueriano», si confessò una volta. Ma erano altri tempi, quando credeva di poter tenere a bada Renzi, ancora segretario del Pd. Poi è successo il cataclisma, Rossi è andato (in Leu) e tornato (nel Pd) senza troppo rumore, mentre Renzi di rumore ne ha fatto tanto per restare con un pugno di zeri virgola. Il governatore della Toscana, e prima ancora assessore alla Sanità per 10 anni, avrebbe chiuso bottega nell'indifferenza se non ci fosse stato questo stramaledetto Covid, che l'ha richiamato in servizio quando già si erano dimenticati di lui. Così ha avuto il tempo e il modo di riguadagnare la scena con la famosa (e infelice) battuta sui «fascioleghisti», rivolta a chi (era il 20 febbraio, al tempo di «adotta un cinese») osava mettere in discussione l'intoccabile sistema toscano, questa volta sulla prevenzione del coronavirus; e poi con il pasticcio delle mascherine, distribuite democraticamente gratis a tutti i cittadini e poi finite nel tritacarne di una produzione cinese a Prato sulla quale indaga la magistratura.
Se nel mondo il concetto di rivoluzione è morto, e anche quello di socialismo non sta tanto bene, Rossi è invece convinto che le idee e le proposte per cambiare l'Italia abbiano i connotati della «Rivoluzione socialista». Del resto, lo ha teorizzato in un libro così battezzato, però anche tradotto in una condotta di governo ventennale della Regione, prima da assessore e poi da presidente. In effetti non si può dire che la mano di Rossi non abbia lasciato il segno sulla Toscana, che non è affatto quell'isola felice che si vuole far passare. Complice una stampa compiacente e una cultura che qui ha poche voci dissonanti e si esprimono con fatica.
La Rivoluzione socialista ha fermato lo sviluppo della regione, nel nome di una visione strategica inorridita dall'ideologia liberista e di una giustizia sociale spesso demagogica. Ci hanno rimesso l'innovazione e la modernità. Anche nel linguaggio. Famosa l'uscita del governatore che, lanciato nella campagna in difesa dei viaggiatori pendolari dei treni regionali, sentenziò che «l'Alta velocità è classista» e quelle parole, «business, vip class e altre ancora, sono idiote». Ringhio da vecchio comunista.
Diciamo che questa politica non ha portato la Toscana a brillare nelle classifiche economiche: è il fanalino di coda fra le Regioni del Nord, galleggia mediocre fra quelle del Centrosud, salvata fino all'epoca pre virus solo dall'export grazie alla moda, all'agro alimentare e all'industria farmaceutica. E l'effetto lockdown ha peggiorato la situazione. Il recente rapporto di Bankitalia prevede il crollo del Pil del 10%, il calo di un quinto nel fatturato dell'industria e fino al 30% nel settore dei servizi, con 40.000 posti di lavoro già persi. Gli esperti però hanno disegnato un quadro che era «impantanato in una dinamica fiacca», e aveva lasciato sul campo aziende illustri, eroso il potere d'acquisto di salariati e partite Iva, provocato la perdita di posti di lavoro. La Regione non ha saputo offrire risposte peculiari alle nuove sfide e ha portato la società toscana a una decrescita che oggi si percepisce piuttosto infelice.
Un modello superato, dunque. Frutto di un impegno andato nella direzione sbagliata. E che anche nella sanità non ha ottenuto i risultati tanto esaltati. Il modello Rossi ha tagliato le spese. Ma andate a vedere che cosa è successo sul territorio, laddove per risparmiare sono stati chiusi i piccoli ospedali che davano sicurezza ai cittadini e dove c'era l'assistenza porta a porta? Una politica sanitaria cancellata e sostituita da niente. Oggi i medici di famiglia sono prescrittori di ricette, tutto fa capo ai grandi ospedali (Rossi ne ha costruiti quattro: Pistoia, Prato, Lucca e Apuane) con la gente che finisce per un nonnulla al pronto soccorso, mentre le liste d'attesa continuano a essere una croce.
È andata benino con il Covid, forse perché la pandemia è stata clemente e l'onda d'urto si è fermata all'Emilia Romagna. Però le buone intenzioni di Rossi, tipo il tracciamento dei positivi, sono promesse rimaste a metà, con tanta gente che vorrebbe farsi il tampone ma non sa come, perché i tamponi non ci sono. In compenso, con una impennata rosso libertaria, ha introdotto la pillola abortiva negli ambulatori. L'ultimo atto amministrativo dell'ultimo presidente della Toscana, comunque vadano le elezioni, con il genoma comunista.
Sanità: mascherine, respiratori, code e 1.800 posti letto in ospedale cancellati
Una delle ultime roccaforti rosse sta tremando. Una serie di scandali scoperchia la pentola degli ultimi dieci anni di amministrazione della Toscana spacciata come un modello. L'ultimo è relativo al maxi appalto da 4 miliardi di euro per il trasporto pubblico locale, assegnato ai francesi della Régie autonome des transports parisiens (Ratp), per il quale è indagato il governatore della Regione, Enrico Rossi, per turbativa d'asta. Pochi giorni prima un'altra inchiesta ha scosso la Regione, e qui si entra in uno dei gironi infernali dell'amministrazione Rossi: la sanità. Il fascicolo riguarda 28 ditte del distretto tessile di Prato che hanno prodotto mascherine chirurgiche per la Protezione civile e Estar, la centrale di acquisti della Regione Toscana. I dispositivi non sarebbero a norma e sarebbero stati prodotti da lavoratori in nero in decine di aziende cinesi. Ai titolari delle società pratesi sono stati contestati i reati di sfruttamento del lavoro e violazioni alla sicurezza, intermediazione illecita, frode nelle pubbliche forniture e truffa ai danni dello Stato. La trasmissione di Rete4 Fuori dal coro ha mostrato le immagini dei capannoni dove si producevano le mascherine in totale assenza di condizioni igienico sanitarie. Il tutto per un giro d'affari di 45 milioni di euro. A completare questo quadro dell'ultimo anno della giunta Rossi, c'è il caso dei 200 ventilatori pagati 7 milioni di euro e mai arrivati nell'emergenza. Fino a una settimana fa erano fermi alle dogane aeroportuali: 160 a Bologna e 40 a Malpensa.
Sulla sanità Enrico Rossi ha costruito la sua ventennale carriera, prima come assessore e poi come governatore. «La sanità sono io», è sempre stata la logica con cui si è mosso. Il risultato lo riassume la capogruppo della Lega in Consiglio, Elisa Montemagni: «Per una tac o una risonanza la lista d'attesa è di oltre 3 mesi e spesso anche prenotare diventa un'impresa perché il Cup o è chiuso o nessuno risponde. Spesso non resta che rivolgersi al privato». La riforma del sistema sanitario regionale, spacciata come modernizzazione e felice soluzione agli sprechi, ha ridotto all'osso il personale e aumentato i disservizi. Giovanni Donzelli, deputato toscano di Fratelli d'Italia ne spiega l'impatto: «I mega ospedali hanno preso il posto delle realtà territoriali, le Asl sono passate da 12 a 3 e i pronto soccorso si sono intasati. Con i tagli agli organici ci siamo trovati ad affrontare il Covid con 2.500 in meno tra medici e infermieri».
Stefano Mugnai, coordinatore di Forza Italia in Toscana, punta il dito contro «il taglio dei posti letto, scesi a 2,5 per 1.000 abitanti, addirittura sotto i 3 previsti dall'ex premier Mario Monti. Un boomerang, come è emerso con il coronavirus, tant'è che il candidato del Pd alla presidenza della Regione, Eugenio Giani, ha già detto che la riforma va rivista per tornare ai presidi territoriali. Ma fu lui come presidente del consiglio regionale a far approvare la riorganizzazione del sistema sanitario». Il Rapporto della Corte dei conti sul coordinamento della finanza pubblica parla chiaro: il taglio dei posti letto in Lombardia, in proporzione alla popolazione, è minore rispetto a quello effettuato in Toscana (1.796 posti letto ridotti) e nelle «rosse» Lazio ed Emilia Romagna.
In nome della spending review sono stati decurtati i fondi ad alcune strutture di eccellenza. È quello che è accaduto alla Fondazione Stella Maris di Calambrone (Pisa), istituto scientifico specializzato in neurologia e psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza. La Regione, con un decreto del 2018, aveva stabilito un tetto di spesa per l'acquisto di prestazioni specialistiche che comportava una decurtazione di circa 1 milione di euro e consentiva un recupero su più anni, anche retroattivo al 2018, della percentuale di remunerazione proveniente dai ricoveri di bambini fuori Toscana, che le Regioni di provenienza non rimborsavano alla Regione. Ma siccome i rimborsi avvengono due o tre anni dopo i ricoveri, diventava impossibile la programmazione pluriennale di acquisto delle attrezzature. La Fondazione ha fatto ricorso al Tar che lo ha parzialmente accolto.
Mugnai ricorda che «l'amministrazione Rossi ha esordito con uno scandalo. A ottobre 2010 emerse che la Asl di Massa Carrara aveva un buco di 420 milioni. Pochi giorni prima, in campagna elettorale, Rossi si era vantato della buona salute contabile della sanità toscana». Qualche anno dopo, è il 2015, l'ex direttore generale della Asl, Antonio Delvino, arrestato e poi assolto in via definitiva, rivelò il meccanismo truffaldino: «Dagli atti giudiziari è emersa l'ipotesi che la Asl di Massa veniva continuamente, a quanto pare fin dal 1998, sottofinanziata per motivi politici. Un'operazione mirata a non fare emergere discrepanze nella contabilità e ricondurre tutto a un equilibrio apparente».
Altro buco nero è l'edilizia sanitaria. Nel 2014 la Commissione d'inchiesta sulle operazioni immobiliari delle aziende sanitarie toscane fa emergere un meccanismo finalizzato ad allargare il consenso politico. La relazione finale contiene dati così incontestabili che la maggioranza la approva. «Dall'inchiesta era emerso che un patrimonio da 700 milioni di euro era condannato al degrado o a predazioni», afferma Mugnai che presiedeva la Commissione. «C'erano intere palazzine date ad associazioni culturali che non pagavano le utenze, ad attività commerciali e a cooperative che versavano canoni ridicoli e spesso erano inadempienti. La solita macchina acchiappa voti».
Strade: un tarlo erode viadotti e cavalcavia
I toscani ci hanno messo una pietra sopra. Per chi vola, la soluzione migliore al momento è partire dall'aeroporto di Bologna. L'ampliamento dello scalo di Firenze è una storia infinita, in cui si intrecciano indecisioni politiche, veti ambientalistici, stop istituzionali, campanilismi. Una parte di Toscana, quella sulla costa tirrenica, non ha mai visto di buon occhio il progetto Peretola, considerato dannoso per l'aeroporto di Pisa: un'edizione moderna dell'antica lotta tra pisani e fiorentini. L'ultima puntata di questa storia è l'intervento del Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso presentato da Toscana Aeroporti contro la sentenza del Tar. Il tribunale amministrativo l'anno scorso ha bloccato la valutazione di impatto ambientale per l'ampliamento dello scalo, accogliendo i ricorsi presentati da sei comuni contrari all'opera. Il governatore Enrico Rossi ha speso poche parole, «in ogni caso andremo avanti», ma è palese la sconfitta.
L'intero comparto infrastrutturale regionale è in sofferenza. Si va dalla realizzazione del Corridoio tirrenico, agli interventi sui porti di Livorno e Piombino anche adeguando la viabilità stradale e ferroviaria, in particolare il tratto Rosignano-Civitavecchia. La grande scommessa era l'alta velocità di Firenze e la stazione Foster. Sono stati spesi oltre 800 milioni, ma ancora è un punto interrogativo. Il sistema ferroviario è obsoleto. Oltre il 47% del tracciato regionale è a binario unico e il 34% della rete non è elettrificata. Si registrano ritardi per quanto riguarda gli interventi previsti per il raddoppio della tratta Lucca-Pistoia-Firenze, così come per il raddoppio della Empoli-Granaiolo e l'elettrificazione della Siena-Empoli.
Per i porti, Darsena Europa dopo 20 anni di annunci, ripensamenti, ridimensionamenti, è ancora allo stadio preliminare. Da completare la Due Mari per creare un'arteria tra Grosseto e Fano. I toscani attendono da tempo un collegamento diretto tra il porto di Piombino e la statale 398, la bretella cittadina. Il progetto di messa in sicurezza della Firenze-Pisa-Livorno, il cui costo complessivo era stimato in 100 milioni, è scomparso dai documenti di programmazione. Rimangano aperte le questioni legate alla sicurezza delle strade provinciali e comunali, che rappresentano un gravissimo problema come dimostrano i dati sull'incidentalità.
Il crollo del ponte di Albiano l'8 aprile scorso, in provincia di Massa Carrara, ha riacceso i riflettori sulla manutenzione. Secondo il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana Marco Stella (Forza Italia), ci sono 632 ponti, cavalcavia e viadotti che necessitano di interventi urgenti, su 1.845 opere infrastrutturali da monitorare. Gli esperti dell'Università di Pisa hanno lanciato l'allarme sulla presenza di un tarlo che sta erodendo i ponti toscani. Un bug di progettazione che colpisce oltre il 95% dei piccoli e medi cavalcavia e sovrappassi e che da tempo costringe a chiudere le strade per il rischio di crolli.
Rifiuti: soccorso rosso per il Lazio
La verde Toscana, ecologista nel Dna come ama definirsi l'amministrazione del Pd, non ha un piano rifiuti moderno. La raccolta differenziata non supera il 56,8% nonostante le promesse di arrivare all'80%, traguardo spostato al 2030. In piena emergenza coronavirus è arrivato l'accordo con il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, per conferire 13.500 tonnellate di rifiuti indifferenziati laziali nei prossimi 7 mesi. Una sorta di «soccorso rosso» tra amministrazioni di sinistra mentre intere filiere produttive soffocano sotto gli scarti di lavorazione.
È stato definitivamente accantonato il progetto dell'inceneritore di Case Passerini a Sesto Fiorentino per far posto a un impianto di rigassificazione a Livorno dedicato alla produzione di metanolo rinnovabile. Il problema rifiuti è stato appesantito anche da vicende giudiziarie come quella sulla maxi gara d'appalto da 3,5 miliardi per raccolta, gestione e smaltimento ventennale degli scarti solidi urbani nelle province di Siena, Arezzo e Grosseto. Gara vinta nel 2013 dal consorzio Sei Toscana e ritenuta «truccata» dalla procura fiorentina. Quanto ai costi, quello pro capite in Toscana è di 213,45 euro, mentre in Lombardia ammonta a 138,87 e in Veneto a 141,24. Peggio fanno solo Liguria (227,97) e Lazio (218).
C'è poi il problema irrisolto dello smaltimento dell'amianto. Nonostante sia stato bandito dal 1992, la presenza di questo pericoloso materiale è ancora largamente diffusa. Un'ultima stima parla di 2 milioni di tonnellate sul territorio, che non si sa dove eliminare per strutturale carenza di impianti. Le bonifiche proseguono a passo di lumaca, e i rifiuti derivanti vengono generalmente inviati all'estero, in primis in Germania. «Era il 2013 quando la legge regionale 51 dispose che uno specifico piano sull'amianto dovesse venire approvato dal Consiglio regionale entro 6 mesi. Forse arriverà a fine legislatura. A distanza di 7 anni, è stata presentata in Commissione una semplice informativa, lacunosa e insufficiente nei dati», afferma Elisa Montemagni, capogruppo in Consiglio regionale della Lega. «Ed è dal 2003 che Arpat è al lavoro per monitorare il problema, ma l'operazione di mappatura non è ancora terminata; troppa pignoleria o scarsa applicazione? Noi propendiamo per la seconda ipotesi». Secondo la rilevazione, sono soltanto 84 gli edifici pubblici bonificati dall'amianto in Toscana dal 2007 al 2013, ultimo anno in cui è stata aggiornata la mappatura dall'Agenzia regionale per la protezione ambientale. Una media di 14 ogni 12 mesi. I 1.145 edifici da bonificare del 2007 sono scesi ai 1.061 del 2013.
Nella recente informativa della Giunta regionale sul Piano di tutela dall'amianto resa in commissione Ambiente del Consiglio, si dice che «il Piano ancora non c'è e soprattutto permane la strutturale carenza di impianti per lo smaltimento nota appunto (almeno) dal 1999. L'obbligo di prevedere nelle discariche un modulo per i rifiuti speciali è stato assolto solo in pochissimi casi». Il 18% del campione esaminato di edifici privati, industriali e civili contiene amianto nelle coperture. Nei tetti nelle abitazioni private si registrano circa 12.000 ettari di coperture in cemento amianto. La provincia con il numero maggiore di ettari coperti con ondulina è Firenze con 373 ettari (24%).
Edilizia: quanti cantieri bloccati Scuole e case sempre più vecchie
L'edilizia residenziale pubblica è una tradizionale priorità di ogni programma elettorale della sinistra. In Toscana si sono spese tante parole e annunci, ma con risultati insoddisfacenti. Negli ultimi 10 anni la legge regionale (numero 96 del 1996) è stata modificata più volte. Gli assessori Allocca, Saccardi e Ceccarelli si sono cimentati con questo problema, introducendo cambiamenti alla normativa, senza però un vero piano di realizzazione di nuovi alloggi. La Toscana è l'unica Regione che prevede un vincolo stringente alla vendita di alloggi di edilizia residenziale pubblica (Erp), in base al quale si possono inserire nel programma regionale delle alienazioni - su proposta dei Comuni proprietari - solo un numero di alloggi pari a quelli di nuova realizzazione.
Per questo non c'è un processo virtuoso di rinnovamento del patrimonio edilizio. Le abitazioni di edilizia pubblica in Toscana sono 49.963. Dall'ultimo rapporto emerge che le nuove costruzioni procedono a rilento. Le nuove strutture nel 2018 sono state solo 232. Fino alla fine degli anni Settanta venivano costruite circa 1.000 residenze Erp ogni anno. Bastano queste cifre per capire la scarsa attenzione a questo tema. Oggi il patrimonio Erp per il 55% risale a prima del 1980 e il 70% è antecedente al 1990. Sono quindi abitazioni vecchie, prive di impianti per il risparmio energetico e di moderne caratteristiche di coibentazione, e spesso con barriere architettoniche che rendono difficile la fruizione da parte dei disabili. Le domande presentate nelle ultime graduatorie sono circa 21.000.
Il tasso di soddisfazione delle richieste, cioè il rapporto tra assegnazioni da graduatoria ordinaria e numero di domande ammesse, per il 2018 è del 4,4% circa, lo 0,2% in meno rispetto al 2017. Quindi su 100 aventi diritto solo il 4,4 ottiene concretamente l'alloggio. Il dato si riferisce a 2 anni (durata media del bando comunale), quindi ogni anno è solo il 2,2% a vedersi riconoscere il diritto di accesso a un alloggio popolare. C'è un gap importante tra fabbisogno e offerta.
Anche il patrimonio scolastico è obsoleto. Gran parte degli edifici sono antecedenti agli anni Sessanta e non rispondono ai moderni criteri di costruzione, specie quelli che mettono al riparo dagli effetti dei terremoti. L'80% degli istituti non rispetta la normativa antisismica. Il 45% delle scuole non ha la certificazione di agibilità e oltre il 65% non ha il certificato di prevenzione incendi in corso di validità. A completare questo quadro c'è la carenza di caratteristiche utili al risparmio energetico. Il 70% delle strutture scolastiche non ha adottato provvedimenti per l'efficientamento energetico. Mancano i fondi, o meglio, la scuola non è considerata una priorità dalla politica. A oggi le disponibilità finanziarie disponibili, in gran parte finanziate con un mutuo della Banca europea degli investimenti, non coprono i costi per la messa in sicurezza di tutti gli edifici. Il fabbisogno stimato è di oltre 600 milioni.
Intanto gli enti locali hanno avanzato ben 500 richieste per affrontare l'emergenza edilizia scolastica, per una spesa complessiva di oltre 940 milioni di euro.
Continua a leggereRiduci
Per Enrico Rossi l'Alta Velocità è «classista» e chi lo critica un «fascioleghista». Cronaca di una crisi acuita dal Covid ma già cominciata da un bel pezzo.Sanità: le Asl erano 12, il governatore le ha ridotte a 3 con pesanti ripercussioni sull'assistenza. Tagliati i fondi a centri di cura di eccellenza. A Massa truccati i bilanci: in apparenza era tutto a posto ma c'era un ammanco di 420 milioni.Strade: errori di progettazione denunciati dall'Università di Pisa si sommano a decenni di manutenzioni mancate.Rifiuti: la raccolta differenziata arranca e molte aziende non sanno dove smaltire gli scarti produttivi, ma le amministrazioni di sinistra si accordano per coprire le inefficienze.Edilizia: la messa in sicurezza degli edifici pubblici non è considerata una priorità urgente.Lo speciale contiene cinque articoli.Qualcuno era comunista, qualcun altro lo è ancora. Come Enrico Rossi. «Sono un comunista democratico di stampo berlingueriano», si confessò una volta. Ma erano altri tempi, quando credeva di poter tenere a bada Renzi, ancora segretario del Pd. Poi è successo il cataclisma, Rossi è andato (in Leu) e tornato (nel Pd) senza troppo rumore, mentre Renzi di rumore ne ha fatto tanto per restare con un pugno di zeri virgola. Il governatore della Toscana, e prima ancora assessore alla Sanità per 10 anni, avrebbe chiuso bottega nell'indifferenza se non ci fosse stato questo stramaledetto Covid, che l'ha richiamato in servizio quando già si erano dimenticati di lui. Così ha avuto il tempo e il modo di riguadagnare la scena con la famosa (e infelice) battuta sui «fascioleghisti», rivolta a chi (era il 20 febbraio, al tempo di «adotta un cinese») osava mettere in discussione l'intoccabile sistema toscano, questa volta sulla prevenzione del coronavirus; e poi con il pasticcio delle mascherine, distribuite democraticamente gratis a tutti i cittadini e poi finite nel tritacarne di una produzione cinese a Prato sulla quale indaga la magistratura.Se nel mondo il concetto di rivoluzione è morto, e anche quello di socialismo non sta tanto bene, Rossi è invece convinto che le idee e le proposte per cambiare l'Italia abbiano i connotati della «Rivoluzione socialista». Del resto, lo ha teorizzato in un libro così battezzato, però anche tradotto in una condotta di governo ventennale della Regione, prima da assessore e poi da presidente. In effetti non si può dire che la mano di Rossi non abbia lasciato il segno sulla Toscana, che non è affatto quell'isola felice che si vuole far passare. Complice una stampa compiacente e una cultura che qui ha poche voci dissonanti e si esprimono con fatica. La Rivoluzione socialista ha fermato lo sviluppo della regione, nel nome di una visione strategica inorridita dall'ideologia liberista e di una giustizia sociale spesso demagogica. Ci hanno rimesso l'innovazione e la modernità. Anche nel linguaggio. Famosa l'uscita del governatore che, lanciato nella campagna in difesa dei viaggiatori pendolari dei treni regionali, sentenziò che «l'Alta velocità è classista» e quelle parole, «business, vip class e altre ancora, sono idiote». Ringhio da vecchio comunista. Diciamo che questa politica non ha portato la Toscana a brillare nelle classifiche economiche: è il fanalino di coda fra le Regioni del Nord, galleggia mediocre fra quelle del Centrosud, salvata fino all'epoca pre virus solo dall'export grazie alla moda, all'agro alimentare e all'industria farmaceutica. E l'effetto lockdown ha peggiorato la situazione. Il recente rapporto di Bankitalia prevede il crollo del Pil del 10%, il calo di un quinto nel fatturato dell'industria e fino al 30% nel settore dei servizi, con 40.000 posti di lavoro già persi. Gli esperti però hanno disegnato un quadro che era «impantanato in una dinamica fiacca», e aveva lasciato sul campo aziende illustri, eroso il potere d'acquisto di salariati e partite Iva, provocato la perdita di posti di lavoro. La Regione non ha saputo offrire risposte peculiari alle nuove sfide e ha portato la società toscana a una decrescita che oggi si percepisce piuttosto infelice. Un modello superato, dunque. Frutto di un impegno andato nella direzione sbagliata. E che anche nella sanità non ha ottenuto i risultati tanto esaltati. Il modello Rossi ha tagliato le spese. Ma andate a vedere che cosa è successo sul territorio, laddove per risparmiare sono stati chiusi i piccoli ospedali che davano sicurezza ai cittadini e dove c'era l'assistenza porta a porta? Una politica sanitaria cancellata e sostituita da niente. Oggi i medici di famiglia sono prescrittori di ricette, tutto fa capo ai grandi ospedali (Rossi ne ha costruiti quattro: Pistoia, Prato, Lucca e Apuane) con la gente che finisce per un nonnulla al pronto soccorso, mentre le liste d'attesa continuano a essere una croce. È andata benino con il Covid, forse perché la pandemia è stata clemente e l'onda d'urto si è fermata all'Emilia Romagna. Però le buone intenzioni di Rossi, tipo il tracciamento dei positivi, sono promesse rimaste a metà, con tanta gente che vorrebbe farsi il tampone ma non sa come, perché i tamponi non ci sono. In compenso, con una impennata rosso libertaria, ha introdotto la pillola abortiva negli ambulatori. L'ultimo atto amministrativo dell'ultimo presidente della Toscana, comunque vadano le elezioni, con il genoma comunista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-granbucato-di-toscana-tutte-le-falle-nel-bilancio-dellultima-regione-rossa-2646284114.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sanita-mascherine-respiratori-code-e-1-800-posti-letto-in-ospedale-cancellati" data-post-id="2646284114" data-published-at="1593380372" data-use-pagination="False"> Sanità: mascherine, respiratori, code e 1.800 posti letto in ospedale cancellati Una delle ultime roccaforti rosse sta tremando. Una serie di scandali scoperchia la pentola degli ultimi dieci anni di amministrazione della Toscana spacciata come un modello. L'ultimo è relativo al maxi appalto da 4 miliardi di euro per il trasporto pubblico locale, assegnato ai francesi della Régie autonome des transports parisiens (Ratp), per il quale è indagato il governatore della Regione, Enrico Rossi, per turbativa d'asta. Pochi giorni prima un'altra inchiesta ha scosso la Regione, e qui si entra in uno dei gironi infernali dell'amministrazione Rossi: la sanità. Il fascicolo riguarda 28 ditte del distretto tessile di Prato che hanno prodotto mascherine chirurgiche per la Protezione civile e Estar, la centrale di acquisti della Regione Toscana. I dispositivi non sarebbero a norma e sarebbero stati prodotti da lavoratori in nero in decine di aziende cinesi. Ai titolari delle società pratesi sono stati contestati i reati di sfruttamento del lavoro e violazioni alla sicurezza, intermediazione illecita, frode nelle pubbliche forniture e truffa ai danni dello Stato. La trasmissione di Rete4 Fuori dal coro ha mostrato le immagini dei capannoni dove si producevano le mascherine in totale assenza di condizioni igienico sanitarie. Il tutto per un giro d'affari di 45 milioni di euro. A completare questo quadro dell'ultimo anno della giunta Rossi, c'è il caso dei 200 ventilatori pagati 7 milioni di euro e mai arrivati nell'emergenza. Fino a una settimana fa erano fermi alle dogane aeroportuali: 160 a Bologna e 40 a Malpensa. Sulla sanità Enrico Rossi ha costruito la sua ventennale carriera, prima come assessore e poi come governatore. «La sanità sono io», è sempre stata la logica con cui si è mosso. Il risultato lo riassume la capogruppo della Lega in Consiglio, Elisa Montemagni: «Per una tac o una risonanza la lista d'attesa è di oltre 3 mesi e spesso anche prenotare diventa un'impresa perché il Cup o è chiuso o nessuno risponde. Spesso non resta che rivolgersi al privato». La riforma del sistema sanitario regionale, spacciata come modernizzazione e felice soluzione agli sprechi, ha ridotto all'osso il personale e aumentato i disservizi. Giovanni Donzelli, deputato toscano di Fratelli d'Italia ne spiega l'impatto: «I mega ospedali hanno preso il posto delle realtà territoriali, le Asl sono passate da 12 a 3 e i pronto soccorso si sono intasati. Con i tagli agli organici ci siamo trovati ad affrontare il Covid con 2.500 in meno tra medici e infermieri». Stefano Mugnai, coordinatore di Forza Italia in Toscana, punta il dito contro «il taglio dei posti letto, scesi a 2,5 per 1.000 abitanti, addirittura sotto i 3 previsti dall'ex premier Mario Monti. Un boomerang, come è emerso con il coronavirus, tant'è che il candidato del Pd alla presidenza della Regione, Eugenio Giani, ha già detto che la riforma va rivista per tornare ai presidi territoriali. Ma fu lui come presidente del consiglio regionale a far approvare la riorganizzazione del sistema sanitario». Il Rapporto della Corte dei conti sul coordinamento della finanza pubblica parla chiaro: il taglio dei posti letto in Lombardia, in proporzione alla popolazione, è minore rispetto a quello effettuato in Toscana (1.796 posti letto ridotti) e nelle «rosse» Lazio ed Emilia Romagna. In nome della spending review sono stati decurtati i fondi ad alcune strutture di eccellenza. È quello che è accaduto alla Fondazione Stella Maris di Calambrone (Pisa), istituto scientifico specializzato in neurologia e psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza. La Regione, con un decreto del 2018, aveva stabilito un tetto di spesa per l'acquisto di prestazioni specialistiche che comportava una decurtazione di circa 1 milione di euro e consentiva un recupero su più anni, anche retroattivo al 2018, della percentuale di remunerazione proveniente dai ricoveri di bambini fuori Toscana, che le Regioni di provenienza non rimborsavano alla Regione. Ma siccome i rimborsi avvengono due o tre anni dopo i ricoveri, diventava impossibile la programmazione pluriennale di acquisto delle attrezzature. La Fondazione ha fatto ricorso al Tar che lo ha parzialmente accolto. Mugnai ricorda che «l'amministrazione Rossi ha esordito con uno scandalo. A ottobre 2010 emerse che la Asl di Massa Carrara aveva un buco di 420 milioni. Pochi giorni prima, in campagna elettorale, Rossi si era vantato della buona salute contabile della sanità toscana». Qualche anno dopo, è il 2015, l'ex direttore generale della Asl, Antonio Delvino, arrestato e poi assolto in via definitiva, rivelò il meccanismo truffaldino: «Dagli atti giudiziari è emersa l'ipotesi che la Asl di Massa veniva continuamente, a quanto pare fin dal 1998, sottofinanziata per motivi politici. Un'operazione mirata a non fare emergere discrepanze nella contabilità e ricondurre tutto a un equilibrio apparente». Altro buco nero è l'edilizia sanitaria. Nel 2014 la Commissione d'inchiesta sulle operazioni immobiliari delle aziende sanitarie toscane fa emergere un meccanismo finalizzato ad allargare il consenso politico. La relazione finale contiene dati così incontestabili che la maggioranza la approva. «Dall'inchiesta era emerso che un patrimonio da 700 milioni di euro era condannato al degrado o a predazioni», afferma Mugnai che presiedeva la Commissione. «C'erano intere palazzine date ad associazioni culturali che non pagavano le utenze, ad attività commerciali e a cooperative che versavano canoni ridicoli e spesso erano inadempienti. La solita macchina acchiappa voti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-granbucato-di-toscana-tutte-le-falle-nel-bilancio-dellultima-regione-rossa-2646284114.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="strade-un-tarlo-erode-viadotti-e-cavalcavia" data-post-id="2646284114" data-published-at="1593380372" data-use-pagination="False"> Strade: un tarlo erode viadotti e cavalcavia I toscani ci hanno messo una pietra sopra. Per chi vola, la soluzione migliore al momento è partire dall'aeroporto di Bologna. L'ampliamento dello scalo di Firenze è una storia infinita, in cui si intrecciano indecisioni politiche, veti ambientalistici, stop istituzionali, campanilismi. Una parte di Toscana, quella sulla costa tirrenica, non ha mai visto di buon occhio il progetto Peretola, considerato dannoso per l'aeroporto di Pisa: un'edizione moderna dell'antica lotta tra pisani e fiorentini. L'ultima puntata di questa storia è l'intervento del Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso presentato da Toscana Aeroporti contro la sentenza del Tar. Il tribunale amministrativo l'anno scorso ha bloccato la valutazione di impatto ambientale per l'ampliamento dello scalo, accogliendo i ricorsi presentati da sei comuni contrari all'opera. Il governatore Enrico Rossi ha speso poche parole, «in ogni caso andremo avanti», ma è palese la sconfitta. L'intero comparto infrastrutturale regionale è in sofferenza. Si va dalla realizzazione del Corridoio tirrenico, agli interventi sui porti di Livorno e Piombino anche adeguando la viabilità stradale e ferroviaria, in particolare il tratto Rosignano-Civitavecchia. La grande scommessa era l'alta velocità di Firenze e la stazione Foster. Sono stati spesi oltre 800 milioni, ma ancora è un punto interrogativo. Il sistema ferroviario è obsoleto. Oltre il 47% del tracciato regionale è a binario unico e il 34% della rete non è elettrificata. Si registrano ritardi per quanto riguarda gli interventi previsti per il raddoppio della tratta Lucca-Pistoia-Firenze, così come per il raddoppio della Empoli-Granaiolo e l'elettrificazione della Siena-Empoli. Per i porti, Darsena Europa dopo 20 anni di annunci, ripensamenti, ridimensionamenti, è ancora allo stadio preliminare. Da completare la Due Mari per creare un'arteria tra Grosseto e Fano. I toscani attendono da tempo un collegamento diretto tra il porto di Piombino e la statale 398, la bretella cittadina. Il progetto di messa in sicurezza della Firenze-Pisa-Livorno, il cui costo complessivo era stimato in 100 milioni, è scomparso dai documenti di programmazione. Rimangano aperte le questioni legate alla sicurezza delle strade provinciali e comunali, che rappresentano un gravissimo problema come dimostrano i dati sull'incidentalità. Il crollo del ponte di Albiano l'8 aprile scorso, in provincia di Massa Carrara, ha riacceso i riflettori sulla manutenzione. Secondo il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana Marco Stella (Forza Italia), ci sono 632 ponti, cavalcavia e viadotti che necessitano di interventi urgenti, su 1.845 opere infrastrutturali da monitorare. Gli esperti dell'Università di Pisa hanno lanciato l'allarme sulla presenza di un tarlo che sta erodendo i ponti toscani. Un bug di progettazione che colpisce oltre il 95% dei piccoli e medi cavalcavia e sovrappassi e che da tempo costringe a chiudere le strade per il rischio di crolli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-granbucato-di-toscana-tutte-le-falle-nel-bilancio-dellultima-regione-rossa-2646284114.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="rifiuti-soccorso-rosso-per-il-lazio" data-post-id="2646284114" data-published-at="1593380372" data-use-pagination="False"> Rifiuti: soccorso rosso per il Lazio La verde Toscana, ecologista nel Dna come ama definirsi l'amministrazione del Pd, non ha un piano rifiuti moderno. La raccolta differenziata non supera il 56,8% nonostante le promesse di arrivare all'80%, traguardo spostato al 2030. In piena emergenza coronavirus è arrivato l'accordo con il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, per conferire 13.500 tonnellate di rifiuti indifferenziati laziali nei prossimi 7 mesi. Una sorta di «soccorso rosso» tra amministrazioni di sinistra mentre intere filiere produttive soffocano sotto gli scarti di lavorazione. È stato definitivamente accantonato il progetto dell'inceneritore di Case Passerini a Sesto Fiorentino per far posto a un impianto di rigassificazione a Livorno dedicato alla produzione di metanolo rinnovabile. Il problema rifiuti è stato appesantito anche da vicende giudiziarie come quella sulla maxi gara d'appalto da 3,5 miliardi per raccolta, gestione e smaltimento ventennale degli scarti solidi urbani nelle province di Siena, Arezzo e Grosseto. Gara vinta nel 2013 dal consorzio Sei Toscana e ritenuta «truccata» dalla procura fiorentina. Quanto ai costi, quello pro capite in Toscana è di 213,45 euro, mentre in Lombardia ammonta a 138,87 e in Veneto a 141,24. Peggio fanno solo Liguria (227,97) e Lazio (218). C'è poi il problema irrisolto dello smaltimento dell'amianto. Nonostante sia stato bandito dal 1992, la presenza di questo pericoloso materiale è ancora largamente diffusa. Un'ultima stima parla di 2 milioni di tonnellate sul territorio, che non si sa dove eliminare per strutturale carenza di impianti. Le bonifiche proseguono a passo di lumaca, e i rifiuti derivanti vengono generalmente inviati all'estero, in primis in Germania. «Era il 2013 quando la legge regionale 51 dispose che uno specifico piano sull'amianto dovesse venire approvato dal Consiglio regionale entro 6 mesi. Forse arriverà a fine legislatura. A distanza di 7 anni, è stata presentata in Commissione una semplice informativa, lacunosa e insufficiente nei dati», afferma Elisa Montemagni, capogruppo in Consiglio regionale della Lega. «Ed è dal 2003 che Arpat è al lavoro per monitorare il problema, ma l'operazione di mappatura non è ancora terminata; troppa pignoleria o scarsa applicazione? Noi propendiamo per la seconda ipotesi». Secondo la rilevazione, sono soltanto 84 gli edifici pubblici bonificati dall'amianto in Toscana dal 2007 al 2013, ultimo anno in cui è stata aggiornata la mappatura dall'Agenzia regionale per la protezione ambientale. Una media di 14 ogni 12 mesi. I 1.145 edifici da bonificare del 2007 sono scesi ai 1.061 del 2013. Nella recente informativa della Giunta regionale sul Piano di tutela dall'amianto resa in commissione Ambiente del Consiglio, si dice che «il Piano ancora non c'è e soprattutto permane la strutturale carenza di impianti per lo smaltimento nota appunto (almeno) dal 1999. L'obbligo di prevedere nelle discariche un modulo per i rifiuti speciali è stato assolto solo in pochissimi casi». Il 18% del campione esaminato di edifici privati, industriali e civili contiene amianto nelle coperture. Nei tetti nelle abitazioni private si registrano circa 12.000 ettari di coperture in cemento amianto. La provincia con il numero maggiore di ettari coperti con ondulina è Firenze con 373 ettari (24%). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-granbucato-di-toscana-tutte-le-falle-nel-bilancio-dellultima-regione-rossa-2646284114.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="edilizia-quanti-cantieri-bloccati-scuole-e-case-sempre-piu-vecchie" data-post-id="2646284114" data-published-at="1593380372" data-use-pagination="False"> Edilizia: quanti cantieri bloccati Scuole e case sempre più vecchie L'edilizia residenziale pubblica è una tradizionale priorità di ogni programma elettorale della sinistra. In Toscana si sono spese tante parole e annunci, ma con risultati insoddisfacenti. Negli ultimi 10 anni la legge regionale (numero 96 del 1996) è stata modificata più volte. Gli assessori Allocca, Saccardi e Ceccarelli si sono cimentati con questo problema, introducendo cambiamenti alla normativa, senza però un vero piano di realizzazione di nuovi alloggi. La Toscana è l'unica Regione che prevede un vincolo stringente alla vendita di alloggi di edilizia residenziale pubblica (Erp), in base al quale si possono inserire nel programma regionale delle alienazioni - su proposta dei Comuni proprietari - solo un numero di alloggi pari a quelli di nuova realizzazione. Per questo non c'è un processo virtuoso di rinnovamento del patrimonio edilizio. Le abitazioni di edilizia pubblica in Toscana sono 49.963. Dall'ultimo rapporto emerge che le nuove costruzioni procedono a rilento. Le nuove strutture nel 2018 sono state solo 232. Fino alla fine degli anni Settanta venivano costruite circa 1.000 residenze Erp ogni anno. Bastano queste cifre per capire la scarsa attenzione a questo tema. Oggi il patrimonio Erp per il 55% risale a prima del 1980 e il 70% è antecedente al 1990. Sono quindi abitazioni vecchie, prive di impianti per il risparmio energetico e di moderne caratteristiche di coibentazione, e spesso con barriere architettoniche che rendono difficile la fruizione da parte dei disabili. Le domande presentate nelle ultime graduatorie sono circa 21.000. Il tasso di soddisfazione delle richieste, cioè il rapporto tra assegnazioni da graduatoria ordinaria e numero di domande ammesse, per il 2018 è del 4,4% circa, lo 0,2% in meno rispetto al 2017. Quindi su 100 aventi diritto solo il 4,4 ottiene concretamente l'alloggio. Il dato si riferisce a 2 anni (durata media del bando comunale), quindi ogni anno è solo il 2,2% a vedersi riconoscere il diritto di accesso a un alloggio popolare. C'è un gap importante tra fabbisogno e offerta. Anche il patrimonio scolastico è obsoleto. Gran parte degli edifici sono antecedenti agli anni Sessanta e non rispondono ai moderni criteri di costruzione, specie quelli che mettono al riparo dagli effetti dei terremoti. L'80% degli istituti non rispetta la normativa antisismica. Il 45% delle scuole non ha la certificazione di agibilità e oltre il 65% non ha il certificato di prevenzione incendi in corso di validità. A completare questo quadro c'è la carenza di caratteristiche utili al risparmio energetico. Il 70% delle strutture scolastiche non ha adottato provvedimenti per l'efficientamento energetico. Mancano i fondi, o meglio, la scuola non è considerata una priorità dalla politica. A oggi le disponibilità finanziarie disponibili, in gran parte finanziate con un mutuo della Banca europea degli investimenti, non coprono i costi per la messa in sicurezza di tutti gli edifici. Il fabbisogno stimato è di oltre 600 milioni. Intanto gli enti locali hanno avanzato ben 500 richieste per affrontare l'emergenza edilizia scolastica, per una spesa complessiva di oltre 940 milioni di euro.
Un momento della fiaccolata in memoria di Saman Abbas, uccisa dai suoi familiari a Novellara il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà (Ansa)
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
Continua a leggereRiduci
Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
Continua a leggereRiduci