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2020-06-29
Il GranBucato di Toscana. Tutte le falle nel bilancio dell’ultima Regione rossa
Enrico Rossi (Ansa)
Qualcuno era comunista, qualcun altro lo è ancora. Come Enrico Rossi. «Sono un comunista democratico di stampo berlingueriano», si confessò una volta. Ma erano altri tempi, quando credeva di poter tenere a bada Renzi, ancora segretario del Pd. Poi è successo il cataclisma, Rossi è andato (in Leu) e tornato (nel Pd) senza troppo rumore, mentre Renzi di rumore ne ha fatto tanto per restare con un pugno di zeri virgola. Il governatore della Toscana, e prima ancora assessore alla Sanità per 10 anni, avrebbe chiuso bottega nell'indifferenza se non ci fosse stato questo stramaledetto Covid, che l'ha richiamato in servizio quando già si erano dimenticati di lui. Così ha avuto il tempo e il modo di riguadagnare la scena con la famosa (e infelice) battuta sui «fascioleghisti», rivolta a chi (era il 20 febbraio, al tempo di «adotta un cinese») osava mettere in discussione l'intoccabile sistema toscano, questa volta sulla prevenzione del coronavirus; e poi con il pasticcio delle mascherine, distribuite democraticamente gratis a tutti i cittadini e poi finite nel tritacarne di una produzione cinese a Prato sulla quale indaga la magistratura.
Se nel mondo il concetto di rivoluzione è morto, e anche quello di socialismo non sta tanto bene, Rossi è invece convinto che le idee e le proposte per cambiare l'Italia abbiano i connotati della «Rivoluzione socialista». Del resto, lo ha teorizzato in un libro così battezzato, però anche tradotto in una condotta di governo ventennale della Regione, prima da assessore e poi da presidente. In effetti non si può dire che la mano di Rossi non abbia lasciato il segno sulla Toscana, che non è affatto quell'isola felice che si vuole far passare. Complice una stampa compiacente e una cultura che qui ha poche voci dissonanti e si esprimono con fatica.
La Rivoluzione socialista ha fermato lo sviluppo della regione, nel nome di una visione strategica inorridita dall'ideologia liberista e di una giustizia sociale spesso demagogica. Ci hanno rimesso l'innovazione e la modernità. Anche nel linguaggio. Famosa l'uscita del governatore che, lanciato nella campagna in difesa dei viaggiatori pendolari dei treni regionali, sentenziò che «l'Alta velocità è classista» e quelle parole, «business, vip class e altre ancora, sono idiote». Ringhio da vecchio comunista.
Diciamo che questa politica non ha portato la Toscana a brillare nelle classifiche economiche: è il fanalino di coda fra le Regioni del Nord, galleggia mediocre fra quelle del Centrosud, salvata fino all'epoca pre virus solo dall'export grazie alla moda, all'agro alimentare e all'industria farmaceutica. E l'effetto lockdown ha peggiorato la situazione. Il recente rapporto di Bankitalia prevede il crollo del Pil del 10%, il calo di un quinto nel fatturato dell'industria e fino al 30% nel settore dei servizi, con 40.000 posti di lavoro già persi. Gli esperti però hanno disegnato un quadro che era «impantanato in una dinamica fiacca», e aveva lasciato sul campo aziende illustri, eroso il potere d'acquisto di salariati e partite Iva, provocato la perdita di posti di lavoro. La Regione non ha saputo offrire risposte peculiari alle nuove sfide e ha portato la società toscana a una decrescita che oggi si percepisce piuttosto infelice.
Un modello superato, dunque. Frutto di un impegno andato nella direzione sbagliata. E che anche nella sanità non ha ottenuto i risultati tanto esaltati. Il modello Rossi ha tagliato le spese. Ma andate a vedere che cosa è successo sul territorio, laddove per risparmiare sono stati chiusi i piccoli ospedali che davano sicurezza ai cittadini e dove c'era l'assistenza porta a porta? Una politica sanitaria cancellata e sostituita da niente. Oggi i medici di famiglia sono prescrittori di ricette, tutto fa capo ai grandi ospedali (Rossi ne ha costruiti quattro: Pistoia, Prato, Lucca e Apuane) con la gente che finisce per un nonnulla al pronto soccorso, mentre le liste d'attesa continuano a essere una croce.
È andata benino con il Covid, forse perché la pandemia è stata clemente e l'onda d'urto si è fermata all'Emilia Romagna. Però le buone intenzioni di Rossi, tipo il tracciamento dei positivi, sono promesse rimaste a metà, con tanta gente che vorrebbe farsi il tampone ma non sa come, perché i tamponi non ci sono. In compenso, con una impennata rosso libertaria, ha introdotto la pillola abortiva negli ambulatori. L'ultimo atto amministrativo dell'ultimo presidente della Toscana, comunque vadano le elezioni, con il genoma comunista.
Sanità: mascherine, respiratori, code e 1.800 posti letto in ospedale cancellati
Una delle ultime roccaforti rosse sta tremando. Una serie di scandali scoperchia la pentola degli ultimi dieci anni di amministrazione della Toscana spacciata come un modello. L'ultimo è relativo al maxi appalto da 4 miliardi di euro per il trasporto pubblico locale, assegnato ai francesi della Régie autonome des transports parisiens (Ratp), per il quale è indagato il governatore della Regione, Enrico Rossi, per turbativa d'asta. Pochi giorni prima un'altra inchiesta ha scosso la Regione, e qui si entra in uno dei gironi infernali dell'amministrazione Rossi: la sanità. Il fascicolo riguarda 28 ditte del distretto tessile di Prato che hanno prodotto mascherine chirurgiche per la Protezione civile e Estar, la centrale di acquisti della Regione Toscana. I dispositivi non sarebbero a norma e sarebbero stati prodotti da lavoratori in nero in decine di aziende cinesi. Ai titolari delle società pratesi sono stati contestati i reati di sfruttamento del lavoro e violazioni alla sicurezza, intermediazione illecita, frode nelle pubbliche forniture e truffa ai danni dello Stato. La trasmissione di Rete4 Fuori dal coro ha mostrato le immagini dei capannoni dove si producevano le mascherine in totale assenza di condizioni igienico sanitarie. Il tutto per un giro d'affari di 45 milioni di euro. A completare questo quadro dell'ultimo anno della giunta Rossi, c'è il caso dei 200 ventilatori pagati 7 milioni di euro e mai arrivati nell'emergenza. Fino a una settimana fa erano fermi alle dogane aeroportuali: 160 a Bologna e 40 a Malpensa.
Sulla sanità Enrico Rossi ha costruito la sua ventennale carriera, prima come assessore e poi come governatore. «La sanità sono io», è sempre stata la logica con cui si è mosso. Il risultato lo riassume la capogruppo della Lega in Consiglio, Elisa Montemagni: «Per una tac o una risonanza la lista d'attesa è di oltre 3 mesi e spesso anche prenotare diventa un'impresa perché il Cup o è chiuso o nessuno risponde. Spesso non resta che rivolgersi al privato». La riforma del sistema sanitario regionale, spacciata come modernizzazione e felice soluzione agli sprechi, ha ridotto all'osso il personale e aumentato i disservizi. Giovanni Donzelli, deputato toscano di Fratelli d'Italia ne spiega l'impatto: «I mega ospedali hanno preso il posto delle realtà territoriali, le Asl sono passate da 12 a 3 e i pronto soccorso si sono intasati. Con i tagli agli organici ci siamo trovati ad affrontare il Covid con 2.500 in meno tra medici e infermieri».
Stefano Mugnai, coordinatore di Forza Italia in Toscana, punta il dito contro «il taglio dei posti letto, scesi a 2,5 per 1.000 abitanti, addirittura sotto i 3 previsti dall'ex premier Mario Monti. Un boomerang, come è emerso con il coronavirus, tant'è che il candidato del Pd alla presidenza della Regione, Eugenio Giani, ha già detto che la riforma va rivista per tornare ai presidi territoriali. Ma fu lui come presidente del consiglio regionale a far approvare la riorganizzazione del sistema sanitario». Il Rapporto della Corte dei conti sul coordinamento della finanza pubblica parla chiaro: il taglio dei posti letto in Lombardia, in proporzione alla popolazione, è minore rispetto a quello effettuato in Toscana (1.796 posti letto ridotti) e nelle «rosse» Lazio ed Emilia Romagna.
In nome della spending review sono stati decurtati i fondi ad alcune strutture di eccellenza. È quello che è accaduto alla Fondazione Stella Maris di Calambrone (Pisa), istituto scientifico specializzato in neurologia e psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza. La Regione, con un decreto del 2018, aveva stabilito un tetto di spesa per l'acquisto di prestazioni specialistiche che comportava una decurtazione di circa 1 milione di euro e consentiva un recupero su più anni, anche retroattivo al 2018, della percentuale di remunerazione proveniente dai ricoveri di bambini fuori Toscana, che le Regioni di provenienza non rimborsavano alla Regione. Ma siccome i rimborsi avvengono due o tre anni dopo i ricoveri, diventava impossibile la programmazione pluriennale di acquisto delle attrezzature. La Fondazione ha fatto ricorso al Tar che lo ha parzialmente accolto.
Mugnai ricorda che «l'amministrazione Rossi ha esordito con uno scandalo. A ottobre 2010 emerse che la Asl di Massa Carrara aveva un buco di 420 milioni. Pochi giorni prima, in campagna elettorale, Rossi si era vantato della buona salute contabile della sanità toscana». Qualche anno dopo, è il 2015, l'ex direttore generale della Asl, Antonio Delvino, arrestato e poi assolto in via definitiva, rivelò il meccanismo truffaldino: «Dagli atti giudiziari è emersa l'ipotesi che la Asl di Massa veniva continuamente, a quanto pare fin dal 1998, sottofinanziata per motivi politici. Un'operazione mirata a non fare emergere discrepanze nella contabilità e ricondurre tutto a un equilibrio apparente».
Altro buco nero è l'edilizia sanitaria. Nel 2014 la Commissione d'inchiesta sulle operazioni immobiliari delle aziende sanitarie toscane fa emergere un meccanismo finalizzato ad allargare il consenso politico. La relazione finale contiene dati così incontestabili che la maggioranza la approva. «Dall'inchiesta era emerso che un patrimonio da 700 milioni di euro era condannato al degrado o a predazioni», afferma Mugnai che presiedeva la Commissione. «C'erano intere palazzine date ad associazioni culturali che non pagavano le utenze, ad attività commerciali e a cooperative che versavano canoni ridicoli e spesso erano inadempienti. La solita macchina acchiappa voti».
Strade: un tarlo erode viadotti e cavalcavia
I toscani ci hanno messo una pietra sopra. Per chi vola, la soluzione migliore al momento è partire dall'aeroporto di Bologna. L'ampliamento dello scalo di Firenze è una storia infinita, in cui si intrecciano indecisioni politiche, veti ambientalistici, stop istituzionali, campanilismi. Una parte di Toscana, quella sulla costa tirrenica, non ha mai visto di buon occhio il progetto Peretola, considerato dannoso per l'aeroporto di Pisa: un'edizione moderna dell'antica lotta tra pisani e fiorentini. L'ultima puntata di questa storia è l'intervento del Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso presentato da Toscana Aeroporti contro la sentenza del Tar. Il tribunale amministrativo l'anno scorso ha bloccato la valutazione di impatto ambientale per l'ampliamento dello scalo, accogliendo i ricorsi presentati da sei comuni contrari all'opera. Il governatore Enrico Rossi ha speso poche parole, «in ogni caso andremo avanti», ma è palese la sconfitta.
L'intero comparto infrastrutturale regionale è in sofferenza. Si va dalla realizzazione del Corridoio tirrenico, agli interventi sui porti di Livorno e Piombino anche adeguando la viabilità stradale e ferroviaria, in particolare il tratto Rosignano-Civitavecchia. La grande scommessa era l'alta velocità di Firenze e la stazione Foster. Sono stati spesi oltre 800 milioni, ma ancora è un punto interrogativo. Il sistema ferroviario è obsoleto. Oltre il 47% del tracciato regionale è a binario unico e il 34% della rete non è elettrificata. Si registrano ritardi per quanto riguarda gli interventi previsti per il raddoppio della tratta Lucca-Pistoia-Firenze, così come per il raddoppio della Empoli-Granaiolo e l'elettrificazione della Siena-Empoli.
Per i porti, Darsena Europa dopo 20 anni di annunci, ripensamenti, ridimensionamenti, è ancora allo stadio preliminare. Da completare la Due Mari per creare un'arteria tra Grosseto e Fano. I toscani attendono da tempo un collegamento diretto tra il porto di Piombino e la statale 398, la bretella cittadina. Il progetto di messa in sicurezza della Firenze-Pisa-Livorno, il cui costo complessivo era stimato in 100 milioni, è scomparso dai documenti di programmazione. Rimangano aperte le questioni legate alla sicurezza delle strade provinciali e comunali, che rappresentano un gravissimo problema come dimostrano i dati sull'incidentalità.
Il crollo del ponte di Albiano l'8 aprile scorso, in provincia di Massa Carrara, ha riacceso i riflettori sulla manutenzione. Secondo il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana Marco Stella (Forza Italia), ci sono 632 ponti, cavalcavia e viadotti che necessitano di interventi urgenti, su 1.845 opere infrastrutturali da monitorare. Gli esperti dell'Università di Pisa hanno lanciato l'allarme sulla presenza di un tarlo che sta erodendo i ponti toscani. Un bug di progettazione che colpisce oltre il 95% dei piccoli e medi cavalcavia e sovrappassi e che da tempo costringe a chiudere le strade per il rischio di crolli.
Rifiuti: soccorso rosso per il Lazio
La verde Toscana, ecologista nel Dna come ama definirsi l'amministrazione del Pd, non ha un piano rifiuti moderno. La raccolta differenziata non supera il 56,8% nonostante le promesse di arrivare all'80%, traguardo spostato al 2030. In piena emergenza coronavirus è arrivato l'accordo con il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, per conferire 13.500 tonnellate di rifiuti indifferenziati laziali nei prossimi 7 mesi. Una sorta di «soccorso rosso» tra amministrazioni di sinistra mentre intere filiere produttive soffocano sotto gli scarti di lavorazione.
È stato definitivamente accantonato il progetto dell'inceneritore di Case Passerini a Sesto Fiorentino per far posto a un impianto di rigassificazione a Livorno dedicato alla produzione di metanolo rinnovabile. Il problema rifiuti è stato appesantito anche da vicende giudiziarie come quella sulla maxi gara d'appalto da 3,5 miliardi per raccolta, gestione e smaltimento ventennale degli scarti solidi urbani nelle province di Siena, Arezzo e Grosseto. Gara vinta nel 2013 dal consorzio Sei Toscana e ritenuta «truccata» dalla procura fiorentina. Quanto ai costi, quello pro capite in Toscana è di 213,45 euro, mentre in Lombardia ammonta a 138,87 e in Veneto a 141,24. Peggio fanno solo Liguria (227,97) e Lazio (218).
C'è poi il problema irrisolto dello smaltimento dell'amianto. Nonostante sia stato bandito dal 1992, la presenza di questo pericoloso materiale è ancora largamente diffusa. Un'ultima stima parla di 2 milioni di tonnellate sul territorio, che non si sa dove eliminare per strutturale carenza di impianti. Le bonifiche proseguono a passo di lumaca, e i rifiuti derivanti vengono generalmente inviati all'estero, in primis in Germania. «Era il 2013 quando la legge regionale 51 dispose che uno specifico piano sull'amianto dovesse venire approvato dal Consiglio regionale entro 6 mesi. Forse arriverà a fine legislatura. A distanza di 7 anni, è stata presentata in Commissione una semplice informativa, lacunosa e insufficiente nei dati», afferma Elisa Montemagni, capogruppo in Consiglio regionale della Lega. «Ed è dal 2003 che Arpat è al lavoro per monitorare il problema, ma l'operazione di mappatura non è ancora terminata; troppa pignoleria o scarsa applicazione? Noi propendiamo per la seconda ipotesi». Secondo la rilevazione, sono soltanto 84 gli edifici pubblici bonificati dall'amianto in Toscana dal 2007 al 2013, ultimo anno in cui è stata aggiornata la mappatura dall'Agenzia regionale per la protezione ambientale. Una media di 14 ogni 12 mesi. I 1.145 edifici da bonificare del 2007 sono scesi ai 1.061 del 2013.
Nella recente informativa della Giunta regionale sul Piano di tutela dall'amianto resa in commissione Ambiente del Consiglio, si dice che «il Piano ancora non c'è e soprattutto permane la strutturale carenza di impianti per lo smaltimento nota appunto (almeno) dal 1999. L'obbligo di prevedere nelle discariche un modulo per i rifiuti speciali è stato assolto solo in pochissimi casi». Il 18% del campione esaminato di edifici privati, industriali e civili contiene amianto nelle coperture. Nei tetti nelle abitazioni private si registrano circa 12.000 ettari di coperture in cemento amianto. La provincia con il numero maggiore di ettari coperti con ondulina è Firenze con 373 ettari (24%).
Edilizia: quanti cantieri bloccati Scuole e case sempre più vecchie
L'edilizia residenziale pubblica è una tradizionale priorità di ogni programma elettorale della sinistra. In Toscana si sono spese tante parole e annunci, ma con risultati insoddisfacenti. Negli ultimi 10 anni la legge regionale (numero 96 del 1996) è stata modificata più volte. Gli assessori Allocca, Saccardi e Ceccarelli si sono cimentati con questo problema, introducendo cambiamenti alla normativa, senza però un vero piano di realizzazione di nuovi alloggi. La Toscana è l'unica Regione che prevede un vincolo stringente alla vendita di alloggi di edilizia residenziale pubblica (Erp), in base al quale si possono inserire nel programma regionale delle alienazioni - su proposta dei Comuni proprietari - solo un numero di alloggi pari a quelli di nuova realizzazione.
Per questo non c'è un processo virtuoso di rinnovamento del patrimonio edilizio. Le abitazioni di edilizia pubblica in Toscana sono 49.963. Dall'ultimo rapporto emerge che le nuove costruzioni procedono a rilento. Le nuove strutture nel 2018 sono state solo 232. Fino alla fine degli anni Settanta venivano costruite circa 1.000 residenze Erp ogni anno. Bastano queste cifre per capire la scarsa attenzione a questo tema. Oggi il patrimonio Erp per il 55% risale a prima del 1980 e il 70% è antecedente al 1990. Sono quindi abitazioni vecchie, prive di impianti per il risparmio energetico e di moderne caratteristiche di coibentazione, e spesso con barriere architettoniche che rendono difficile la fruizione da parte dei disabili. Le domande presentate nelle ultime graduatorie sono circa 21.000.
Il tasso di soddisfazione delle richieste, cioè il rapporto tra assegnazioni da graduatoria ordinaria e numero di domande ammesse, per il 2018 è del 4,4% circa, lo 0,2% in meno rispetto al 2017. Quindi su 100 aventi diritto solo il 4,4 ottiene concretamente l'alloggio. Il dato si riferisce a 2 anni (durata media del bando comunale), quindi ogni anno è solo il 2,2% a vedersi riconoscere il diritto di accesso a un alloggio popolare. C'è un gap importante tra fabbisogno e offerta.
Anche il patrimonio scolastico è obsoleto. Gran parte degli edifici sono antecedenti agli anni Sessanta e non rispondono ai moderni criteri di costruzione, specie quelli che mettono al riparo dagli effetti dei terremoti. L'80% degli istituti non rispetta la normativa antisismica. Il 45% delle scuole non ha la certificazione di agibilità e oltre il 65% non ha il certificato di prevenzione incendi in corso di validità. A completare questo quadro c'è la carenza di caratteristiche utili al risparmio energetico. Il 70% delle strutture scolastiche non ha adottato provvedimenti per l'efficientamento energetico. Mancano i fondi, o meglio, la scuola non è considerata una priorità dalla politica. A oggi le disponibilità finanziarie disponibili, in gran parte finanziate con un mutuo della Banca europea degli investimenti, non coprono i costi per la messa in sicurezza di tutti gli edifici. Il fabbisogno stimato è di oltre 600 milioni.
Intanto gli enti locali hanno avanzato ben 500 richieste per affrontare l'emergenza edilizia scolastica, per una spesa complessiva di oltre 940 milioni di euro.
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Per Enrico Rossi l'Alta Velocità è «classista» e chi lo critica un «fascioleghista». Cronaca di una crisi acuita dal Covid ma già cominciata da un bel pezzo.Sanità: le Asl erano 12, il governatore le ha ridotte a 3 con pesanti ripercussioni sull'assistenza. Tagliati i fondi a centri di cura di eccellenza. A Massa truccati i bilanci: in apparenza era tutto a posto ma c'era un ammanco di 420 milioni.Strade: errori di progettazione denunciati dall'Università di Pisa si sommano a decenni di manutenzioni mancate.Rifiuti: la raccolta differenziata arranca e molte aziende non sanno dove smaltire gli scarti produttivi, ma le amministrazioni di sinistra si accordano per coprire le inefficienze.Edilizia: la messa in sicurezza degli edifici pubblici non è considerata una priorità urgente.Lo speciale contiene cinque articoli.Qualcuno era comunista, qualcun altro lo è ancora. Come Enrico Rossi. «Sono un comunista democratico di stampo berlingueriano», si confessò una volta. Ma erano altri tempi, quando credeva di poter tenere a bada Renzi, ancora segretario del Pd. Poi è successo il cataclisma, Rossi è andato (in Leu) e tornato (nel Pd) senza troppo rumore, mentre Renzi di rumore ne ha fatto tanto per restare con un pugno di zeri virgola. Il governatore della Toscana, e prima ancora assessore alla Sanità per 10 anni, avrebbe chiuso bottega nell'indifferenza se non ci fosse stato questo stramaledetto Covid, che l'ha richiamato in servizio quando già si erano dimenticati di lui. Così ha avuto il tempo e il modo di riguadagnare la scena con la famosa (e infelice) battuta sui «fascioleghisti», rivolta a chi (era il 20 febbraio, al tempo di «adotta un cinese») osava mettere in discussione l'intoccabile sistema toscano, questa volta sulla prevenzione del coronavirus; e poi con il pasticcio delle mascherine, distribuite democraticamente gratis a tutti i cittadini e poi finite nel tritacarne di una produzione cinese a Prato sulla quale indaga la magistratura.Se nel mondo il concetto di rivoluzione è morto, e anche quello di socialismo non sta tanto bene, Rossi è invece convinto che le idee e le proposte per cambiare l'Italia abbiano i connotati della «Rivoluzione socialista». Del resto, lo ha teorizzato in un libro così battezzato, però anche tradotto in una condotta di governo ventennale della Regione, prima da assessore e poi da presidente. In effetti non si può dire che la mano di Rossi non abbia lasciato il segno sulla Toscana, che non è affatto quell'isola felice che si vuole far passare. Complice una stampa compiacente e una cultura che qui ha poche voci dissonanti e si esprimono con fatica. La Rivoluzione socialista ha fermato lo sviluppo della regione, nel nome di una visione strategica inorridita dall'ideologia liberista e di una giustizia sociale spesso demagogica. Ci hanno rimesso l'innovazione e la modernità. Anche nel linguaggio. Famosa l'uscita del governatore che, lanciato nella campagna in difesa dei viaggiatori pendolari dei treni regionali, sentenziò che «l'Alta velocità è classista» e quelle parole, «business, vip class e altre ancora, sono idiote». Ringhio da vecchio comunista. Diciamo che questa politica non ha portato la Toscana a brillare nelle classifiche economiche: è il fanalino di coda fra le Regioni del Nord, galleggia mediocre fra quelle del Centrosud, salvata fino all'epoca pre virus solo dall'export grazie alla moda, all'agro alimentare e all'industria farmaceutica. E l'effetto lockdown ha peggiorato la situazione. Il recente rapporto di Bankitalia prevede il crollo del Pil del 10%, il calo di un quinto nel fatturato dell'industria e fino al 30% nel settore dei servizi, con 40.000 posti di lavoro già persi. Gli esperti però hanno disegnato un quadro che era «impantanato in una dinamica fiacca», e aveva lasciato sul campo aziende illustri, eroso il potere d'acquisto di salariati e partite Iva, provocato la perdita di posti di lavoro. La Regione non ha saputo offrire risposte peculiari alle nuove sfide e ha portato la società toscana a una decrescita che oggi si percepisce piuttosto infelice. Un modello superato, dunque. Frutto di un impegno andato nella direzione sbagliata. E che anche nella sanità non ha ottenuto i risultati tanto esaltati. Il modello Rossi ha tagliato le spese. Ma andate a vedere che cosa è successo sul territorio, laddove per risparmiare sono stati chiusi i piccoli ospedali che davano sicurezza ai cittadini e dove c'era l'assistenza porta a porta? Una politica sanitaria cancellata e sostituita da niente. Oggi i medici di famiglia sono prescrittori di ricette, tutto fa capo ai grandi ospedali (Rossi ne ha costruiti quattro: Pistoia, Prato, Lucca e Apuane) con la gente che finisce per un nonnulla al pronto soccorso, mentre le liste d'attesa continuano a essere una croce. È andata benino con il Covid, forse perché la pandemia è stata clemente e l'onda d'urto si è fermata all'Emilia Romagna. Però le buone intenzioni di Rossi, tipo il tracciamento dei positivi, sono promesse rimaste a metà, con tanta gente che vorrebbe farsi il tampone ma non sa come, perché i tamponi non ci sono. In compenso, con una impennata rosso libertaria, ha introdotto la pillola abortiva negli ambulatori. L'ultimo atto amministrativo dell'ultimo presidente della Toscana, comunque vadano le elezioni, con il genoma comunista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-granbucato-di-toscana-tutte-le-falle-nel-bilancio-dellultima-regione-rossa-2646284114.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sanita-mascherine-respiratori-code-e-1-800-posti-letto-in-ospedale-cancellati" data-post-id="2646284114" data-published-at="1593380372" data-use-pagination="False"> Sanità: mascherine, respiratori, code e 1.800 posti letto in ospedale cancellati Una delle ultime roccaforti rosse sta tremando. Una serie di scandali scoperchia la pentola degli ultimi dieci anni di amministrazione della Toscana spacciata come un modello. L'ultimo è relativo al maxi appalto da 4 miliardi di euro per il trasporto pubblico locale, assegnato ai francesi della Régie autonome des transports parisiens (Ratp), per il quale è indagato il governatore della Regione, Enrico Rossi, per turbativa d'asta. Pochi giorni prima un'altra inchiesta ha scosso la Regione, e qui si entra in uno dei gironi infernali dell'amministrazione Rossi: la sanità. Il fascicolo riguarda 28 ditte del distretto tessile di Prato che hanno prodotto mascherine chirurgiche per la Protezione civile e Estar, la centrale di acquisti della Regione Toscana. I dispositivi non sarebbero a norma e sarebbero stati prodotti da lavoratori in nero in decine di aziende cinesi. Ai titolari delle società pratesi sono stati contestati i reati di sfruttamento del lavoro e violazioni alla sicurezza, intermediazione illecita, frode nelle pubbliche forniture e truffa ai danni dello Stato. La trasmissione di Rete4 Fuori dal coro ha mostrato le immagini dei capannoni dove si producevano le mascherine in totale assenza di condizioni igienico sanitarie. Il tutto per un giro d'affari di 45 milioni di euro. A completare questo quadro dell'ultimo anno della giunta Rossi, c'è il caso dei 200 ventilatori pagati 7 milioni di euro e mai arrivati nell'emergenza. Fino a una settimana fa erano fermi alle dogane aeroportuali: 160 a Bologna e 40 a Malpensa. Sulla sanità Enrico Rossi ha costruito la sua ventennale carriera, prima come assessore e poi come governatore. «La sanità sono io», è sempre stata la logica con cui si è mosso. Il risultato lo riassume la capogruppo della Lega in Consiglio, Elisa Montemagni: «Per una tac o una risonanza la lista d'attesa è di oltre 3 mesi e spesso anche prenotare diventa un'impresa perché il Cup o è chiuso o nessuno risponde. Spesso non resta che rivolgersi al privato». La riforma del sistema sanitario regionale, spacciata come modernizzazione e felice soluzione agli sprechi, ha ridotto all'osso il personale e aumentato i disservizi. Giovanni Donzelli, deputato toscano di Fratelli d'Italia ne spiega l'impatto: «I mega ospedali hanno preso il posto delle realtà territoriali, le Asl sono passate da 12 a 3 e i pronto soccorso si sono intasati. Con i tagli agli organici ci siamo trovati ad affrontare il Covid con 2.500 in meno tra medici e infermieri». Stefano Mugnai, coordinatore di Forza Italia in Toscana, punta il dito contro «il taglio dei posti letto, scesi a 2,5 per 1.000 abitanti, addirittura sotto i 3 previsti dall'ex premier Mario Monti. Un boomerang, come è emerso con il coronavirus, tant'è che il candidato del Pd alla presidenza della Regione, Eugenio Giani, ha già detto che la riforma va rivista per tornare ai presidi territoriali. Ma fu lui come presidente del consiglio regionale a far approvare la riorganizzazione del sistema sanitario». Il Rapporto della Corte dei conti sul coordinamento della finanza pubblica parla chiaro: il taglio dei posti letto in Lombardia, in proporzione alla popolazione, è minore rispetto a quello effettuato in Toscana (1.796 posti letto ridotti) e nelle «rosse» Lazio ed Emilia Romagna. In nome della spending review sono stati decurtati i fondi ad alcune strutture di eccellenza. È quello che è accaduto alla Fondazione Stella Maris di Calambrone (Pisa), istituto scientifico specializzato in neurologia e psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza. La Regione, con un decreto del 2018, aveva stabilito un tetto di spesa per l'acquisto di prestazioni specialistiche che comportava una decurtazione di circa 1 milione di euro e consentiva un recupero su più anni, anche retroattivo al 2018, della percentuale di remunerazione proveniente dai ricoveri di bambini fuori Toscana, che le Regioni di provenienza non rimborsavano alla Regione. Ma siccome i rimborsi avvengono due o tre anni dopo i ricoveri, diventava impossibile la programmazione pluriennale di acquisto delle attrezzature. La Fondazione ha fatto ricorso al Tar che lo ha parzialmente accolto. Mugnai ricorda che «l'amministrazione Rossi ha esordito con uno scandalo. A ottobre 2010 emerse che la Asl di Massa Carrara aveva un buco di 420 milioni. Pochi giorni prima, in campagna elettorale, Rossi si era vantato della buona salute contabile della sanità toscana». Qualche anno dopo, è il 2015, l'ex direttore generale della Asl, Antonio Delvino, arrestato e poi assolto in via definitiva, rivelò il meccanismo truffaldino: «Dagli atti giudiziari è emersa l'ipotesi che la Asl di Massa veniva continuamente, a quanto pare fin dal 1998, sottofinanziata per motivi politici. Un'operazione mirata a non fare emergere discrepanze nella contabilità e ricondurre tutto a un equilibrio apparente». Altro buco nero è l'edilizia sanitaria. Nel 2014 la Commissione d'inchiesta sulle operazioni immobiliari delle aziende sanitarie toscane fa emergere un meccanismo finalizzato ad allargare il consenso politico. La relazione finale contiene dati così incontestabili che la maggioranza la approva. «Dall'inchiesta era emerso che un patrimonio da 700 milioni di euro era condannato al degrado o a predazioni», afferma Mugnai che presiedeva la Commissione. «C'erano intere palazzine date ad associazioni culturali che non pagavano le utenze, ad attività commerciali e a cooperative che versavano canoni ridicoli e spesso erano inadempienti. La solita macchina acchiappa voti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-granbucato-di-toscana-tutte-le-falle-nel-bilancio-dellultima-regione-rossa-2646284114.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="strade-un-tarlo-erode-viadotti-e-cavalcavia" data-post-id="2646284114" data-published-at="1593380372" data-use-pagination="False"> Strade: un tarlo erode viadotti e cavalcavia I toscani ci hanno messo una pietra sopra. Per chi vola, la soluzione migliore al momento è partire dall'aeroporto di Bologna. L'ampliamento dello scalo di Firenze è una storia infinita, in cui si intrecciano indecisioni politiche, veti ambientalistici, stop istituzionali, campanilismi. Una parte di Toscana, quella sulla costa tirrenica, non ha mai visto di buon occhio il progetto Peretola, considerato dannoso per l'aeroporto di Pisa: un'edizione moderna dell'antica lotta tra pisani e fiorentini. L'ultima puntata di questa storia è l'intervento del Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso presentato da Toscana Aeroporti contro la sentenza del Tar. Il tribunale amministrativo l'anno scorso ha bloccato la valutazione di impatto ambientale per l'ampliamento dello scalo, accogliendo i ricorsi presentati da sei comuni contrari all'opera. Il governatore Enrico Rossi ha speso poche parole, «in ogni caso andremo avanti», ma è palese la sconfitta. L'intero comparto infrastrutturale regionale è in sofferenza. Si va dalla realizzazione del Corridoio tirrenico, agli interventi sui porti di Livorno e Piombino anche adeguando la viabilità stradale e ferroviaria, in particolare il tratto Rosignano-Civitavecchia. La grande scommessa era l'alta velocità di Firenze e la stazione Foster. Sono stati spesi oltre 800 milioni, ma ancora è un punto interrogativo. Il sistema ferroviario è obsoleto. Oltre il 47% del tracciato regionale è a binario unico e il 34% della rete non è elettrificata. Si registrano ritardi per quanto riguarda gli interventi previsti per il raddoppio della tratta Lucca-Pistoia-Firenze, così come per il raddoppio della Empoli-Granaiolo e l'elettrificazione della Siena-Empoli. Per i porti, Darsena Europa dopo 20 anni di annunci, ripensamenti, ridimensionamenti, è ancora allo stadio preliminare. Da completare la Due Mari per creare un'arteria tra Grosseto e Fano. I toscani attendono da tempo un collegamento diretto tra il porto di Piombino e la statale 398, la bretella cittadina. Il progetto di messa in sicurezza della Firenze-Pisa-Livorno, il cui costo complessivo era stimato in 100 milioni, è scomparso dai documenti di programmazione. Rimangano aperte le questioni legate alla sicurezza delle strade provinciali e comunali, che rappresentano un gravissimo problema come dimostrano i dati sull'incidentalità. Il crollo del ponte di Albiano l'8 aprile scorso, in provincia di Massa Carrara, ha riacceso i riflettori sulla manutenzione. Secondo il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana Marco Stella (Forza Italia), ci sono 632 ponti, cavalcavia e viadotti che necessitano di interventi urgenti, su 1.845 opere infrastrutturali da monitorare. Gli esperti dell'Università di Pisa hanno lanciato l'allarme sulla presenza di un tarlo che sta erodendo i ponti toscani. Un bug di progettazione che colpisce oltre il 95% dei piccoli e medi cavalcavia e sovrappassi e che da tempo costringe a chiudere le strade per il rischio di crolli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-granbucato-di-toscana-tutte-le-falle-nel-bilancio-dellultima-regione-rossa-2646284114.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="rifiuti-soccorso-rosso-per-il-lazio" data-post-id="2646284114" data-published-at="1593380372" data-use-pagination="False"> Rifiuti: soccorso rosso per il Lazio La verde Toscana, ecologista nel Dna come ama definirsi l'amministrazione del Pd, non ha un piano rifiuti moderno. La raccolta differenziata non supera il 56,8% nonostante le promesse di arrivare all'80%, traguardo spostato al 2030. In piena emergenza coronavirus è arrivato l'accordo con il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, per conferire 13.500 tonnellate di rifiuti indifferenziati laziali nei prossimi 7 mesi. Una sorta di «soccorso rosso» tra amministrazioni di sinistra mentre intere filiere produttive soffocano sotto gli scarti di lavorazione. È stato definitivamente accantonato il progetto dell'inceneritore di Case Passerini a Sesto Fiorentino per far posto a un impianto di rigassificazione a Livorno dedicato alla produzione di metanolo rinnovabile. Il problema rifiuti è stato appesantito anche da vicende giudiziarie come quella sulla maxi gara d'appalto da 3,5 miliardi per raccolta, gestione e smaltimento ventennale degli scarti solidi urbani nelle province di Siena, Arezzo e Grosseto. Gara vinta nel 2013 dal consorzio Sei Toscana e ritenuta «truccata» dalla procura fiorentina. Quanto ai costi, quello pro capite in Toscana è di 213,45 euro, mentre in Lombardia ammonta a 138,87 e in Veneto a 141,24. Peggio fanno solo Liguria (227,97) e Lazio (218). C'è poi il problema irrisolto dello smaltimento dell'amianto. Nonostante sia stato bandito dal 1992, la presenza di questo pericoloso materiale è ancora largamente diffusa. Un'ultima stima parla di 2 milioni di tonnellate sul territorio, che non si sa dove eliminare per strutturale carenza di impianti. Le bonifiche proseguono a passo di lumaca, e i rifiuti derivanti vengono generalmente inviati all'estero, in primis in Germania. «Era il 2013 quando la legge regionale 51 dispose che uno specifico piano sull'amianto dovesse venire approvato dal Consiglio regionale entro 6 mesi. Forse arriverà a fine legislatura. A distanza di 7 anni, è stata presentata in Commissione una semplice informativa, lacunosa e insufficiente nei dati», afferma Elisa Montemagni, capogruppo in Consiglio regionale della Lega. «Ed è dal 2003 che Arpat è al lavoro per monitorare il problema, ma l'operazione di mappatura non è ancora terminata; troppa pignoleria o scarsa applicazione? Noi propendiamo per la seconda ipotesi». Secondo la rilevazione, sono soltanto 84 gli edifici pubblici bonificati dall'amianto in Toscana dal 2007 al 2013, ultimo anno in cui è stata aggiornata la mappatura dall'Agenzia regionale per la protezione ambientale. Una media di 14 ogni 12 mesi. I 1.145 edifici da bonificare del 2007 sono scesi ai 1.061 del 2013. Nella recente informativa della Giunta regionale sul Piano di tutela dall'amianto resa in commissione Ambiente del Consiglio, si dice che «il Piano ancora non c'è e soprattutto permane la strutturale carenza di impianti per lo smaltimento nota appunto (almeno) dal 1999. L'obbligo di prevedere nelle discariche un modulo per i rifiuti speciali è stato assolto solo in pochissimi casi». Il 18% del campione esaminato di edifici privati, industriali e civili contiene amianto nelle coperture. Nei tetti nelle abitazioni private si registrano circa 12.000 ettari di coperture in cemento amianto. La provincia con il numero maggiore di ettari coperti con ondulina è Firenze con 373 ettari (24%). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-granbucato-di-toscana-tutte-le-falle-nel-bilancio-dellultima-regione-rossa-2646284114.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="edilizia-quanti-cantieri-bloccati-scuole-e-case-sempre-piu-vecchie" data-post-id="2646284114" data-published-at="1593380372" data-use-pagination="False"> Edilizia: quanti cantieri bloccati Scuole e case sempre più vecchie L'edilizia residenziale pubblica è una tradizionale priorità di ogni programma elettorale della sinistra. In Toscana si sono spese tante parole e annunci, ma con risultati insoddisfacenti. Negli ultimi 10 anni la legge regionale (numero 96 del 1996) è stata modificata più volte. Gli assessori Allocca, Saccardi e Ceccarelli si sono cimentati con questo problema, introducendo cambiamenti alla normativa, senza però un vero piano di realizzazione di nuovi alloggi. La Toscana è l'unica Regione che prevede un vincolo stringente alla vendita di alloggi di edilizia residenziale pubblica (Erp), in base al quale si possono inserire nel programma regionale delle alienazioni - su proposta dei Comuni proprietari - solo un numero di alloggi pari a quelli di nuova realizzazione. Per questo non c'è un processo virtuoso di rinnovamento del patrimonio edilizio. Le abitazioni di edilizia pubblica in Toscana sono 49.963. Dall'ultimo rapporto emerge che le nuove costruzioni procedono a rilento. Le nuove strutture nel 2018 sono state solo 232. Fino alla fine degli anni Settanta venivano costruite circa 1.000 residenze Erp ogni anno. Bastano queste cifre per capire la scarsa attenzione a questo tema. Oggi il patrimonio Erp per il 55% risale a prima del 1980 e il 70% è antecedente al 1990. Sono quindi abitazioni vecchie, prive di impianti per il risparmio energetico e di moderne caratteristiche di coibentazione, e spesso con barriere architettoniche che rendono difficile la fruizione da parte dei disabili. Le domande presentate nelle ultime graduatorie sono circa 21.000. Il tasso di soddisfazione delle richieste, cioè il rapporto tra assegnazioni da graduatoria ordinaria e numero di domande ammesse, per il 2018 è del 4,4% circa, lo 0,2% in meno rispetto al 2017. Quindi su 100 aventi diritto solo il 4,4 ottiene concretamente l'alloggio. Il dato si riferisce a 2 anni (durata media del bando comunale), quindi ogni anno è solo il 2,2% a vedersi riconoscere il diritto di accesso a un alloggio popolare. C'è un gap importante tra fabbisogno e offerta. Anche il patrimonio scolastico è obsoleto. Gran parte degli edifici sono antecedenti agli anni Sessanta e non rispondono ai moderni criteri di costruzione, specie quelli che mettono al riparo dagli effetti dei terremoti. L'80% degli istituti non rispetta la normativa antisismica. Il 45% delle scuole non ha la certificazione di agibilità e oltre il 65% non ha il certificato di prevenzione incendi in corso di validità. A completare questo quadro c'è la carenza di caratteristiche utili al risparmio energetico. Il 70% delle strutture scolastiche non ha adottato provvedimenti per l'efficientamento energetico. Mancano i fondi, o meglio, la scuola non è considerata una priorità dalla politica. A oggi le disponibilità finanziarie disponibili, in gran parte finanziate con un mutuo della Banca europea degli investimenti, non coprono i costi per la messa in sicurezza di tutti gli edifici. Il fabbisogno stimato è di oltre 600 milioni. Intanto gli enti locali hanno avanzato ben 500 richieste per affrontare l'emergenza edilizia scolastica, per una spesa complessiva di oltre 940 milioni di euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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