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2018-08-12
Il filosofo che inguaia la capotreno ora ce l’ha con la Lega: «Odio verso di me»
Facebook
Raffaele Ariano, ricercatore cremonese autoproclamatosi paladino dell'antirazzismo, si è accorto che la notorietà non porta con sé soltanto applausi. Ci sono anche critiche e, dai meno educati, piovono pure insulti. Soprattutto se la fama mediatica è stata conseguita mettendo alla pubblica gogna una capotreno di Trenord, esasperata dalle difficoltà del suo lavoro, dalle minacce, dai soprusi di chi non paga il biglietto e da quella umanità che trasforma i convogli regionali in trincee di guerra.
Non vogliamo giustificarla, ha sbagliato nei toni e si è anche scusata. Presumiamo sia pentita. Quell'annuncio sul regionale 2653 da Milano era sintomo di una persona, una lavoratrice, esacerbata: «I passeggeri sono pregati di non dare monete ai molestatori. E nemmeno agli zingari. Scendete alla prossima fermata, perché avete rotto i c...». Ha sbagliato lo sa, ma le sono saltati i nervi davanti all'ennesimo passeggero, che nel caso specifico era un rom, che disturbava, non voleva pagare il biglietto e neppure scendere. Errare fa purtroppo parte della imperfetta natura umana. Ma resta anche il fatto che il crescente numero dei controllori aggrediti, presi a calci e pugni e bersagli di provocazioni desta preoccupazione, anche tra i sindacati di sinistra. Non si tratta di un tranquillo lavoro da scrivania.
Detto questo, Raffaele Ariano, dopo aver rilasciato interviste in ogni angolo del Web, adesso lamenta di essere diventato obiettivo, assieme alla sua famiglia, degli haters. Che gli hanno rivolto una sequela di insulti e minacce. Quindi ha presentato denuncia alla polizia postale che, come suo dovere, passerà al setaccio i post di offesa e intimidazione provenienti dai social. Quello che stupisce è la sorpresa di Ariano nell'accorgersi che la Rete non è frequentata solo da gentleman, fatto che dovrebbe conoscere essendo lui ex blogger dell'Unità. Secondo il ricercatore in filosofia, ad avere orchestrato il bombardamento di messaggi contro di lui sarebbe stata la Lega segnalando il suo profilo Facebook. Ma non c'era alcun segreto. E non c'era alcun bisogno di segnalazioni, visto che è lo stesso Raffaele Ariano ad aver divulgato il suo nome. In sostanza, non pare che si sia adoperato per difendere la sua privacy, anzi tutt'altro.
Il che è perfettamente lecito, stride però con le sue lamentele per essere stato preso di mira dagli haters, che ovviamente non incontrano la nostra simpatia e che condanniamo.
Tuttavia - come nel caso dei tweet contro il Quirinale dopo la bocciatura di Paolo Savona a ministro dell'Economia - un conto è insultare, ben altro è esprimere un'opinione che può essere critica, anche aspra, ma senza scivolare nell'offesa.
Leggiamo, per esempio, i commenti scritti sulla vicenda dai lettori della Provincia di Cremona, il giornale locale che più si è occupato del caso e che, certamente, non è organo della Lega né tanto meno megafono di pulsioni xenofobe. Scrive Renzo: «Se fosse coerente, oltre a denunciare la frase presunta razzista, avrebbe dovuto denunciare anche coloro che, sprovvisti di titoli, stavano viaggiando sul treno. Questo rappresenta un furto, quindi un reato, e non ci si può voltare da un'altra parte...». E ancora Rosso Verdi: «Ecco svelato il mistero: la denuncia si deve nientemeno che a un ricercatore! La prova che troppi studi portano talvolta molto lontano dalla realtà dove vive (e parla) la gente comune. L'intellettuale del politically correct, invece di preoccuparsi del degrado e dell'illegalità, si strugge a favore di gente che non solo circola abusivamente sui treni, ma disturba anche gli altri viaggiatori chiedendo soldi. Lui invece si preoccupa del fatto che sono stati chiamati zingari molestatori e invitati a scendere».
Un altro lettore, Vittorio, si rivolge direttamente all'ex blogger di sinistra: «Signor Raffaele Ariano non capisco, ma sembrerebbe che lei sia un pendolare che tutti i giorni elargisce carità cristiana sotto forma di donazioni in denaro agli zingari che, solo con lei, hanno un approccio educato e non insistente. Se le cose stanno così, quello che scrive ha una sua logica!».
Come si vede, non ci sono insulti e non sono presenti offese, eppure sono in molti a giudicare eccessiva la denuncia, e la ribalta della medesima, di Ariano. Fabio gli manda la sua solidarietà e condanna quelli che lo hanno minacciato «dietro il paravento dei social». Però puntualizza: «Anch'io sono più a favore della capotreno perché bisogna vedere tutto il contesto nel quale è avvenuto il fatto (il personale viaggiante è sottoposto a stress, basta leggere le cronache di quello che subiscono): forse avrebbe dovuto farlo anche lui e poi, se non soddisfatto delle spiegazioni, fare la sua denuncia. Siamo in un Paese democratico e ognuno ha libertà di pensiero. Quindi anche se non d'accordo con lui si può esporre il proprio pensiero».
La maggior parte dei commenti va in questa direzione: perché se è così ligio non ha denunciato anche i viaggiatori abusivi? Perché non ha pensato alle conseguenze della sua denuncia e alle condizioni difficili in cui lavora il personale dei treni? Perché tirare di mezzo il governo Conte? E ancora: perché non ha, almeno momentaneamente, bloccato il suo account Facebook? Forse perché tanti messaggi, anche negativi, aumentano la popolarità?
Ripensamenti, comunque, Raffaele Ariano pare non averne. Nonostante i 42.000 post che dichiara avere ricevuto dagli haters. Alla domanda lei lo rifarebbe?, ecco la sua risposta: «Assolutamente sì. Anzi, le reazioni suscitate rafforzano ulteriormente la mia convinzione che episodi del genere vadano resi pubblici. Per questo ho lasciato aperta e visibile a tutti la mia bacheca su Facebook: gli insulti che ho ricevuto da persone a me sconosciute devono essere visti e registrati, addirittura scolpiti nella pietra. Bisogna vedere cos'è diventata l'Italia e rendersi conto del fatto che questi sono gli elettori della Lega, dei 5 stelle e in primis di Matteo Salvini, che non cercano di arginare, ma anzi alimentano e sfruttano il clima di odio e xenofobia».
Alfredo Arduino
Da Macron ai democratici americani nasce l’internazionale della censura
Sta forse nascendo una «internazionale» della censura e della schedatura? Difficile dirlo, ma certamente inquietano - dagli Usa alla Francia, passando per il Regno Unito - alcuni episodi che testimoniano la condizione precaria della libertà di parola nel nostro Occidente. In qualche caso, c'è un movente di faziosità politica, in altri i frutti avvelenati del «politicamente corretto»: ma il risultato finale è lo stesso.
Cominciamo dagli Stati Uniti, dove, nelle riviste della sinistra antitrumpiana, sono in corso i festeggiamenti per la decisione di Facebook, YouTube, Apple e Spotify (ma non di Twitter) di rimuovere tutti i contenuti (pagine, podcast, audiovideo) di
Alex Jones, un conduttore radiofonico (per inciso, sostenitore di Trump: di qui il giubilo della sinistra) accusato di diffondere teorie cospirazioniste. Intendiamoci: Jones ha spesso alimentato tesi repellenti (sull'11 settembre, sulla guerra in Siria, sulle stragi nelle scuole), ma forse questa è una delle prime volte in cui negli Usa si accetta una clamorosa lesione del «free speech» reso sacro dal Primo emendamento.
Non è difficile immaginare cosa potrebbe accadere in Europa, dove le barriere costituzionali non sono certo più forti, e dove la magistratura potrebbe farsi direttamente paladina dalla lotta all'«hate speech» (incitamento all'odio), stabilendo pericolose frontiere tra ciò che «si può» e «non si può» dire.
Perfino la gloriosa Inghilterra vive tempi cupi. È di questi giorni l'aggressione (nel suo stesso partito conservatore) contro
Boris Johnson, l'ex ministro degli Esteri. Personaggio fiammeggiante, in Italia raccontato solo per i suoi capelli scarmigliati: ma in realtà un giornalista di raro talento (leggendarie le sue antiche corrispondenze euroscettiche da Bruxelles per il Telegraph) e uno scrittore coi fiocchi (segnalo la sua biografia di Churchill e un saggio coltissimo sull'Impero romano). Questa settimana Johnson ha osato l'inosabile: ha attaccato l'estremismo islamista e il burqa come offesa alla libertà. Da conservatore liberale, non vuole un divieto giuridico del burqa, ma pretende di mantenere il diritto di definirlo un orrore. Così, ha detto che le donne che lo indossano sono ridotte alla condizione di «cassette della posta» o di «rapinatrici». Apriti cielo! Theresa May pretende le sue scuse, e nel suo partito sarà sottoposto a una specie di inchiesta.
Clima impensabile anche nelle università inglesi. Secondo una ricerca dell'Adam Smith Institute, nel 90% delle università del Regno Unito sono avvenuti negli ultimi anni episodi di censura. A Oxford, un anno fa, vi fu un tentativo di rimuovere la statua di
Cecil Rhodes, in quanto «imperialista e colonialista». È sempre più comune la pratica dei «safe space», cioè di spazi concessi ad associazioni autorizzate a escludere opinioni diverse dalle loro: tenendo fisicamente fuori libri e interlocutori «sgraditi». Sempre più regolarmente, gli insegnanti hanno l'obbligo di dare il «trigger warning» (cioè un avvertimento) all'inizio di una lezione, nel caso in cui stiano per affrontare temi sensibili (religione, sesso, ecc), in modo da consentire (ad esempio agli studenti islamici) di lasciare l'aula.
È via via più diffusa la figura orwelliana del «diversity officer», un funzionario che, seguendo le lezioni, ha il compito di cogliere le espressioni offensive e di segnalarle in privato al «colpevole», prospettando sanzioni. Così, opinioni non conformiste (o semplicemente non conformi) sono classificate come «hate speech».
L'ultima tappa di questo viaggio (forse la peggiore) ci porta in Francia, e a una sorta di schedatura di massa. Un'entità dai contorni da chiarire, l'agenzia di comunicazione DisinfoEU ha organizzato un megamonitoraggio dei profili Twitter che si sono attivati contro
Emmanuel Macron nel corso del Benalla-gate, il tentativo dell'Eliseo di proteggere le imprese (pestaggio di manifestanti, più gli incredibili privilegi) del bodyguard intimo della coppia presidenziale. Così sono stati classificati 55.000 account, suddivisi per «categorie», con una particolare attenzione a quelli ritenuti «russofili». Molti interessati hanno immediatamente sporto denuncia presso il garante della privacy. E la cosa che ha destato sconcerto è che tale Marina Tymen, una delle «consulenti» dell'associazione, sembra essere un'entusiasta attivista di En Marche, il partito di Macron.
Tutte situazioni diverse, come si vede, ma un unico denominatore: la libertà d'espressione in pericolo.
Daniele Capezzone
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L'ex blogger dell'Unità Raffaele Ariano: «Scatenati 42.000 haters contro di me». Ma, insulti a parte, perché non risponde alle critiche?Da Emmanuel Macron ai democratici americani nasce l'internazionale della censura. A Londra vietato criticare l'islam, profili di destra schedati in Francia e banditi negli Usa.Lo speciale contiene due articoli.Raffaele Ariano, ricercatore cremonese autoproclamatosi paladino dell'antirazzismo, si è accorto che la notorietà non porta con sé soltanto applausi. Ci sono anche critiche e, dai meno educati, piovono pure insulti. Soprattutto se la fama mediatica è stata conseguita mettendo alla pubblica gogna una capotreno di Trenord, esasperata dalle difficoltà del suo lavoro, dalle minacce, dai soprusi di chi non paga il biglietto e da quella umanità che trasforma i convogli regionali in trincee di guerra.Non vogliamo giustificarla, ha sbagliato nei toni e si è anche scusata. Presumiamo sia pentita. Quell'annuncio sul regionale 2653 da Milano era sintomo di una persona, una lavoratrice, esacerbata: «I passeggeri sono pregati di non dare monete ai molestatori. E nemmeno agli zingari. Scendete alla prossima fermata, perché avete rotto i c...». Ha sbagliato lo sa, ma le sono saltati i nervi davanti all'ennesimo passeggero, che nel caso specifico era un rom, che disturbava, non voleva pagare il biglietto e neppure scendere. Errare fa purtroppo parte della imperfetta natura umana. Ma resta anche il fatto che il crescente numero dei controllori aggrediti, presi a calci e pugni e bersagli di provocazioni desta preoccupazione, anche tra i sindacati di sinistra. Non si tratta di un tranquillo lavoro da scrivania.Detto questo, Raffaele Ariano, dopo aver rilasciato interviste in ogni angolo del Web, adesso lamenta di essere diventato obiettivo, assieme alla sua famiglia, degli haters. Che gli hanno rivolto una sequela di insulti e minacce. Quindi ha presentato denuncia alla polizia postale che, come suo dovere, passerà al setaccio i post di offesa e intimidazione provenienti dai social. Quello che stupisce è la sorpresa di Ariano nell'accorgersi che la Rete non è frequentata solo da gentleman, fatto che dovrebbe conoscere essendo lui ex blogger dell'Unità. Secondo il ricercatore in filosofia, ad avere orchestrato il bombardamento di messaggi contro di lui sarebbe stata la Lega segnalando il suo profilo Facebook. Ma non c'era alcun segreto. E non c'era alcun bisogno di segnalazioni, visto che è lo stesso Raffaele Ariano ad aver divulgato il suo nome. In sostanza, non pare che si sia adoperato per difendere la sua privacy, anzi tutt'altro.Il che è perfettamente lecito, stride però con le sue lamentele per essere stato preso di mira dagli haters, che ovviamente non incontrano la nostra simpatia e che condanniamo. Tuttavia - come nel caso dei tweet contro il Quirinale dopo la bocciatura di Paolo Savona a ministro dell'Economia - un conto è insultare, ben altro è esprimere un'opinione che può essere critica, anche aspra, ma senza scivolare nell'offesa.Leggiamo, per esempio, i commenti scritti sulla vicenda dai lettori della Provincia di Cremona, il giornale locale che più si è occupato del caso e che, certamente, non è organo della Lega né tanto meno megafono di pulsioni xenofobe. Scrive Renzo: «Se fosse coerente, oltre a denunciare la frase presunta razzista, avrebbe dovuto denunciare anche coloro che, sprovvisti di titoli, stavano viaggiando sul treno. Questo rappresenta un furto, quindi un reato, e non ci si può voltare da un'altra parte...». E ancora Rosso Verdi: «Ecco svelato il mistero: la denuncia si deve nientemeno che a un ricercatore! La prova che troppi studi portano talvolta molto lontano dalla realtà dove vive (e parla) la gente comune. L'intellettuale del politically correct, invece di preoccuparsi del degrado e dell'illegalità, si strugge a favore di gente che non solo circola abusivamente sui treni, ma disturba anche gli altri viaggiatori chiedendo soldi. Lui invece si preoccupa del fatto che sono stati chiamati zingari molestatori e invitati a scendere». Un altro lettore, Vittorio, si rivolge direttamente all'ex blogger di sinistra: «Signor Raffaele Ariano non capisco, ma sembrerebbe che lei sia un pendolare che tutti i giorni elargisce carità cristiana sotto forma di donazioni in denaro agli zingari che, solo con lei, hanno un approccio educato e non insistente. Se le cose stanno così, quello che scrive ha una sua logica!». Come si vede, non ci sono insulti e non sono presenti offese, eppure sono in molti a giudicare eccessiva la denuncia, e la ribalta della medesima, di Ariano. Fabio gli manda la sua solidarietà e condanna quelli che lo hanno minacciato «dietro il paravento dei social». Però puntualizza: «Anch'io sono più a favore della capotreno perché bisogna vedere tutto il contesto nel quale è avvenuto il fatto (il personale viaggiante è sottoposto a stress, basta leggere le cronache di quello che subiscono): forse avrebbe dovuto farlo anche lui e poi, se non soddisfatto delle spiegazioni, fare la sua denuncia. Siamo in un Paese democratico e ognuno ha libertà di pensiero. Quindi anche se non d'accordo con lui si può esporre il proprio pensiero».La maggior parte dei commenti va in questa direzione: perché se è così ligio non ha denunciato anche i viaggiatori abusivi? Perché non ha pensato alle conseguenze della sua denuncia e alle condizioni difficili in cui lavora il personale dei treni? Perché tirare di mezzo il governo Conte? E ancora: perché non ha, almeno momentaneamente, bloccato il suo account Facebook? Forse perché tanti messaggi, anche negativi, aumentano la popolarità?Ripensamenti, comunque, Raffaele Ariano pare non averne. Nonostante i 42.000 post che dichiara avere ricevuto dagli haters. Alla domanda lei lo rifarebbe?, ecco la sua risposta: «Assolutamente sì. Anzi, le reazioni suscitate rafforzano ulteriormente la mia convinzione che episodi del genere vadano resi pubblici. Per questo ho lasciato aperta e visibile a tutti la mia bacheca su Facebook: gli insulti che ho ricevuto da persone a me sconosciute devono essere visti e registrati, addirittura scolpiti nella pietra. Bisogna vedere cos'è diventata l'Italia e rendersi conto del fatto che questi sono gli elettori della Lega, dei 5 stelle e in primis di Matteo Salvini, che non cercano di arginare, ma anzi alimentano e sfruttano il clima di odio e xenofobia».Alfredo Arduino<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-filosofo-che-inguaia-la-capotreno-ora-ce-lha-con-la-lega-odio-verso-di-me-2594876720.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-macron-ai-democratici-americani-nasce-linternazionale-della-censura" data-post-id="2594876720" data-published-at="1780507718" data-use-pagination="False"> Da Macron ai democratici americani nasce l’internazionale della censura Sta forse nascendo una «internazionale» della censura e della schedatura? Difficile dirlo, ma certamente inquietano - dagli Usa alla Francia, passando per il Regno Unito - alcuni episodi che testimoniano la condizione precaria della libertà di parola nel nostro Occidente. In qualche caso, c'è un movente di faziosità politica, in altri i frutti avvelenati del «politicamente corretto»: ma il risultato finale è lo stesso. Cominciamo dagli Stati Uniti, dove, nelle riviste della sinistra antitrumpiana, sono in corso i festeggiamenti per la decisione di Facebook, YouTube, Apple e Spotify (ma non di Twitter) di rimuovere tutti i contenuti (pagine, podcast, audiovideo) di Alex Jones, un conduttore radiofonico (per inciso, sostenitore di Trump: di qui il giubilo della sinistra) accusato di diffondere teorie cospirazioniste. Intendiamoci: Jones ha spesso alimentato tesi repellenti (sull'11 settembre, sulla guerra in Siria, sulle stragi nelle scuole), ma forse questa è una delle prime volte in cui negli Usa si accetta una clamorosa lesione del «free speech» reso sacro dal Primo emendamento. Non è difficile immaginare cosa potrebbe accadere in Europa, dove le barriere costituzionali non sono certo più forti, e dove la magistratura potrebbe farsi direttamente paladina dalla lotta all'«hate speech» (incitamento all'odio), stabilendo pericolose frontiere tra ciò che «si può» e «non si può» dire. Perfino la gloriosa Inghilterra vive tempi cupi. È di questi giorni l'aggressione (nel suo stesso partito conservatore) contro Boris Johnson, l'ex ministro degli Esteri. Personaggio fiammeggiante, in Italia raccontato solo per i suoi capelli scarmigliati: ma in realtà un giornalista di raro talento (leggendarie le sue antiche corrispondenze euroscettiche da Bruxelles per il Telegraph) e uno scrittore coi fiocchi (segnalo la sua biografia di Churchill e un saggio coltissimo sull'Impero romano). Questa settimana Johnson ha osato l'inosabile: ha attaccato l'estremismo islamista e il burqa come offesa alla libertà. Da conservatore liberale, non vuole un divieto giuridico del burqa, ma pretende di mantenere il diritto di definirlo un orrore. Così, ha detto che le donne che lo indossano sono ridotte alla condizione di «cassette della posta» o di «rapinatrici». Apriti cielo! Theresa May pretende le sue scuse, e nel suo partito sarà sottoposto a una specie di inchiesta. Clima impensabile anche nelle università inglesi. Secondo una ricerca dell'Adam Smith Institute, nel 90% delle università del Regno Unito sono avvenuti negli ultimi anni episodi di censura. A Oxford, un anno fa, vi fu un tentativo di rimuovere la statua di Cecil Rhodes, in quanto «imperialista e colonialista». È sempre più comune la pratica dei «safe space», cioè di spazi concessi ad associazioni autorizzate a escludere opinioni diverse dalle loro: tenendo fisicamente fuori libri e interlocutori «sgraditi». Sempre più regolarmente, gli insegnanti hanno l'obbligo di dare il «trigger warning» (cioè un avvertimento) all'inizio di una lezione, nel caso in cui stiano per affrontare temi sensibili (religione, sesso, ecc), in modo da consentire (ad esempio agli studenti islamici) di lasciare l'aula. È via via più diffusa la figura orwelliana del «diversity officer», un funzionario che, seguendo le lezioni, ha il compito di cogliere le espressioni offensive e di segnalarle in privato al «colpevole», prospettando sanzioni. Così, opinioni non conformiste (o semplicemente non conformi) sono classificate come «hate speech». L'ultima tappa di questo viaggio (forse la peggiore) ci porta in Francia, e a una sorta di schedatura di massa. Un'entità dai contorni da chiarire, l'agenzia di comunicazione DisinfoEU ha organizzato un megamonitoraggio dei profili Twitter che si sono attivati contro Emmanuel Macron nel corso del Benalla-gate, il tentativo dell'Eliseo di proteggere le imprese (pestaggio di manifestanti, più gli incredibili privilegi) del bodyguard intimo della coppia presidenziale. Così sono stati classificati 55.000 account, suddivisi per «categorie», con una particolare attenzione a quelli ritenuti «russofili». Molti interessati hanno immediatamente sporto denuncia presso il garante della privacy. E la cosa che ha destato sconcerto è che tale Marina Tymen, una delle «consulenti» dell'associazione, sembra essere un'entusiasta attivista di En Marche, il partito di Macron. Tutte situazioni diverse, come si vede, ma un unico denominatore: la libertà d'espressione in pericolo. Daniele Capezzone
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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«Purtroppo il caporalato non è un fenomeno di questi giorni e i dati numerici ci dicono che come fenomeno non si sia aggravato, ma di fronte a queste situazioni continueremo ad inasprire le sanzioni e aumentare i controlli. I lavoratori vanno rispettati tutti, italiani e immigrati».
Il ministro ha aggiunto: «È stata l’illegalità diffusa che ha permesso, anche rispetto all’immigrazione clandestina, di trovare sacche delle quali hanno approfittato gli sfruttatori. Con i decreti flussi si prevede invece l’applicazione della civiltà».
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