True
2020-03-06
L’azienda del primo focolaio europeo ha due sedi e 541 dipendenti in Italia
Webasto (Wikipedia)
A Venaria Reale, paesone dell'area metropolitana di Torino, in corso Asti, la Webasto Spa, azienda dell'automotive che produce tetti panoramici apribili, modanature in policarbonato, box per batterie agli ioni di litio e componenti vari, è al lavoro con i suoi 339 addetti. L'unità locale produce, i camion scaricano materie prime e caricano i componenti per auto ultimati da immettere sul mercato.
Stessa scena a Molinella, in provincia di Bologna, dove, però, i 202 addetti sono per la gran parte impiegati. Nelle due sedi italiane dell'azienda, che sembra aver ospitato il primo focolaio europeo di coronavirus, le giornate paiono scorrere tranquille. «Qui stiamo tutti bene», confermano dall'ufficio stampa contattato dalla Verità seguendo la voce guida del centralino che risponde al numero di telefono collegato al sito dell'azienda bolognese. Dalla casa madre, che ha il suo quartier generale a Stockdorf, a pochi chilometri da Monaco di Baviera, il 28 gennaio hanno comunicato tramite la mail interna e poi anche sul sito Web aziendale che un manager era risultato positivo al coronavirus (successivamente l'uomo ha contagiato tutta la sua famiglia: la moglie e due figli). In pochi giorni il virus si è diffuso nel quartier generale della Webasto e qualche giorno dopo il bollettino dei contagiati è salito a 14 («tutti guariti», ha comunicato proprio ieri l'azienda, «e tornati alle loro case, da familiari e amici»).
Il paziente zero, nel caso della Webasto (e, stando a uno studio americano scovato ieri dalla Verità, forse anche in Europa), era una dipendente cinese che aveva raggiunto Stockdorf per una riunione tra il 20 e il 21 gennaio. Aveva incontrato il collega tedesco contagiato ed era ripartita per Wuhan, città dalla quale il Covid-19 si è diffuso in tutto il mondo.
Lì, coincidenza, la multinazionale di Stockdorf ha una sede produttiva (ma gli stabilimenti in tutta la Cina sono 12. L'azienda bavarese deve il successo degli ultimi anni soprattutto al business cinese da 1,2 miliardi di euro sui 3,5 miliardi complessivi di fatturato). Dei 13.000 addetti, 3.500 sono impegnati lì. Al suo rientro, pur essendo asintomatica, la dipendente cinese ha scoperto di essere stata contagiata dal coronavirus. L'azienda, quindi, dal 28 gennaio in poi, ovvero a quasi 10 giorni di distanza dalla visita della dipendente partita da Wuhan, è corsa ai ripari: ha disposto un isolamento di 14 giorni nel quartier generale per evitare una ulteriore diffusione del virus tra gli uomini della compagnia (gli impiegati hanno continuato a lavorare dalle loro abitazioni), ha bloccato i viaggi di lavoro da e per la Cina fino alla fine di marzo 2020, avviato test tra i propri dipendenti e chiuso la sede di Wuhan per pulire e disinfettare gli uffici e gli impianti.
Per le relazioni con i Paesi considerati a rischio (Cina, Sud Corea, Iran e - ironia amara della sorte - Italia), invece, la Webasto ha un regolamento interno. La compagnia ha previsto che gli impiegati possano intraprendere volontariamente i viaggi di lavoro pianificati, ma solo dopo l'eccezionale approvazione della direzione.
«Le nostre sedi italiane non hanno avuto relazioni con la divisione colpita in Germania da coronavirus», afferma Elena Girardi dell'ufficio marketing e communication manager della Webasto. E se per gli uffici di Molinella ci sarebbero stati contatti regolari con la casa madre (ma non con la divisione colpita) fino alla scoperta del contagio, con Venaria Reale, che è uno stabilimento produttivo, invece, stando alle informazioni fornite dall'ufficio stampa, pare non sia previsto alcun contatto esterno. «A me non risulta che siano stati fatti i tamponi», dice Girardi, «ma, comunque, qui in Italia non sono stati segnalati casi di contagio». Sul motivo per il quale non sono stati fatti i tamponi nelle sedi italiane l'ufficio stampa non sa rispondere. «Bisognerebbe parlare con il capo delle risorse umane», sostiene Girardi, «che in questo momento è molto impegnato». Inutile insistere: «Da qualche giorno», afferma Girardi, «non risponde neanche a me». E, infatti, tutti i tentativi di contatto passando per il centralino sono stati inutili. Impossibile riuscire a ottenere un numero di cellulare.
«L'azienda», spiega la communication manager, «è stata da subito molto trasparente. Noi dipendenti siamo stati informati con il sistema di comunicazione interno, mentre tutti gli aggiornamenti sui contagi da coronavirus sono stati pubblicati sul sito Web aziendale».
E anche negli stabilimenti italiani, stando alle comunicazioni ufficiali, pur non essendoci casi di contagio segnalati, sono comunque state adottate tutte le precauzioni disposte da Stockdorf e comunicate dall'ufficio delle risorse umane: «Non facciamo viaggi né trasferte e non abbiamo avuto contatti con contagiati», chiosa Gerardi. Si spiegherebbe così la scelta di non effettuare test sanitari su tutto il personale: non essendo stati segnalati al management dipendenti con i sintomi da coronavirus, probabilmente è stata ritenuta una operazione superflua.
Grazie alla «Verità» è chiaro a tutti: non siamo gli untori
Nelle ultimi giorni la scienza sta ribaltando la vulgata che dipinge gli italiani come gli untori del mondo. Una credenza infamante, peraltro, alimentata dallo stesso premier Giuseppe Conte, che appena dieci giorni fa accusava di negligenza l'ospedale di Codogno: «Non ha rispettato i protocolli favorendo la nascita di uno dei due focolai che ora cerchiamo di contenere con misure draconiane». I danni di questo fuoco amico - compresa la vergognosa infografica pubblicata mercoledì dalla Cnn nella quale si indicava il nostro Paese (e non la Cina) come l'epicentro del contagio a livello globale - sono sotto gli occhi di tutti. Oggi un numero crescente di ricercatori, invece, è pronto a mettere seriamente in dubbio il dogma secondo il quale il Coronavirus si sia servito del nostro Paese come testa di ponte dalla Cina per la sua diffusione nel resto del mondo. E la Verità è stata la prima a raccontare questa sorprendente inversione di marcia.
Crescono le evidenze scientifiche a sostegno dell'ipotesi che, prima di approdare nel nord Italia, in realtà il patogeno sia sbarcato altrove. Per la precisione in Germania. C'è prima di tutto l'aspetto epidemiologico, quello legato cioè alla diffusione del virus. La notizia è circolata sui siti di informazione ieri, ma era già sulle nostre pagine dalla mattina: il «paziente 1» europeo non è italiano, bensì tedesco. Si tratta di un manager di 33 anni della Webasto, azienda di componentistica auto con sede a Stockdorf, in Baviera. Dopo aver presentato intorno al 24 gennaio i sintomi classici del Covid-19 (febbre, tosse e dolori articolari) e averli scambiati per le conseguenze di una banale influenza, il 27 dello stesso mese l'uomo era tornato tranquillamente al lavoro. Peccato però - per lui e per noi - che pochi giorni prima, precisamente tra il 20 e il 21 gennaio, aveva partecipato a Monaco ad alcuni incontri di lavoro con una collega cinese, asintomatica durante la permanenza in Germania ma poi risultata positiva al test al rientro in patria. Dal momento che i due erano stati a stretto contatto, l'uomo aveva ricevuto dalle autorità locali una convocazione per effettuare il tampone, risultando anch'egli positivo. Nel frattempo aveva contagiato alcuni colleghi, dando origine al primo focolaio europeo.
La storia del giovane uomo d'affari della Webasto è descritta nei dettagli in un articolo redatto da un gruppo di ricercatori dell'Università di Monaco, e pubblicata sulla prestigiosa rivista New England journal of medicine il 30 gennaio scorso, dunque molti giorni prima che il «paziente 1» di Codogno risultasse positivo al test. E spunta anche un piccolo giallo. Curiosamente, infatti, la stessa e identica lettera è stata ripubblicata sul Nejm con la nuova data di ieri. Contattata dalla Verità, una delle autrici dell'articolo, la dottoressa Camilla Rothe, ha parlato di un «errore tecnico», confermando che «l'articolo è stato già pubblicato (a gennaio, ndr) e lo stesso e identico testo non avrebbe dovuto essere pubblicato nuovamente».
Certo, curioso che il caso del «paziente 1» tedesco sia scoppiato proprio all'indomani della pubblicazione dei risultati sulle similitudini genetiche tra i campioni di virus prelevati in giro per il mondo. Come spiegato ieri in anteprima dalla Verità, secondo il ricercatore che ha messo insieme i dati, Trevor Bedford, il ceppo tedesco sarebbe il «diretto antenato» di quello italiano, e perciò responsabile «di una certa frazione dell'epidemia in corso in Europa». Successivamente, con una serie di tweet, Bedford ha precisato che «i risultati non sono definitivi» e che quella illustrata «non è l'unica possibilità». Ma la sostanza cambia davvero di poco, anche perché un altro gruppo di ricercatori che si è occupato di studiare i primi casi del Covid-19 in Sudamerica è giunto alle medesime conclusioni di Bedford. La somiglianza di una campione brasiliano con il ceppo tedesco suggerisce che, prima di transitare in Italia, il patogeno si trovasse in Germania.
Un dubbio ci assale: se il virus si è spostato dalla Baviera alla Lombardia, forse allora la Germania non ha fatto abbastanza per contenere il contagio. È vero che lo stabilimento della Webasto a Stockdorf è rimasto chiuso per 14 giorni, e tutte le persone ricoverate sono state dimesse in questi giorni dalle strutture ospedaliere. Ma nessuno può mettere la mano sul fuoco sull'accuratezza delle misure di contenimento messe in atto in quei giorni, anche perché l'Oms non aveva ancora proclamato lo stato di emergenza a livello mondiale. Nei giorni dell'esplosione dei casi in Baviera, il virus ha perciò potuto circolare indisturbato senza particolari limitazioni. Risalire alla catena esatta è impossibile, anche perché basta uno starnuto, un bicchiere lavato male, una stretta di mano di troppo. È così che il Covid-19 può essere arrivato fino a Codogno.Non si tratta di puntare il dito contro nessuno, tutt'altro.
Piuttosto, il discorso è utile a ribadire quanto sia offensiva e irrazionale la campagna d'odio lanciata contro l'Italia e pompata dai media di mezzo mondo. Come dice un proverbio (ironia della sorte) cinese: «Chi accusa gli altri ha ancora molta strada da fare, chi dà la colpa a sé stesso è a metà del cammino, chi invece non dà la colpa a nessuno è già arrivato alla meta».
Continua a leggereRiduci
La Webasto, azienda del manager bavarese contagiato a gennaio da una cinese, opera a Torino e Bologna. La filiale italiana: «Nessun rapporto con la divisione coinvolta». E i tamponi? «Non li abbiamo effettuati».La rivista Nejm ripubblica lo studio che fa luce sull'infezione scoppiata in Germania. Prima di Codogno e forse a esso collegata.Lo speciale contiene due articoli.A Venaria Reale, paesone dell'area metropolitana di Torino, in corso Asti, la Webasto Spa, azienda dell'automotive che produce tetti panoramici apribili, modanature in policarbonato, box per batterie agli ioni di litio e componenti vari, è al lavoro con i suoi 339 addetti. L'unità locale produce, i camion scaricano materie prime e caricano i componenti per auto ultimati da immettere sul mercato. Stessa scena a Molinella, in provincia di Bologna, dove, però, i 202 addetti sono per la gran parte impiegati. Nelle due sedi italiane dell'azienda, che sembra aver ospitato il primo focolaio europeo di coronavirus, le giornate paiono scorrere tranquille. «Qui stiamo tutti bene», confermano dall'ufficio stampa contattato dalla Verità seguendo la voce guida del centralino che risponde al numero di telefono collegato al sito dell'azienda bolognese. Dalla casa madre, che ha il suo quartier generale a Stockdorf, a pochi chilometri da Monaco di Baviera, il 28 gennaio hanno comunicato tramite la mail interna e poi anche sul sito Web aziendale che un manager era risultato positivo al coronavirus (successivamente l'uomo ha contagiato tutta la sua famiglia: la moglie e due figli). In pochi giorni il virus si è diffuso nel quartier generale della Webasto e qualche giorno dopo il bollettino dei contagiati è salito a 14 («tutti guariti», ha comunicato proprio ieri l'azienda, «e tornati alle loro case, da familiari e amici»). Il paziente zero, nel caso della Webasto (e, stando a uno studio americano scovato ieri dalla Verità, forse anche in Europa), era una dipendente cinese che aveva raggiunto Stockdorf per una riunione tra il 20 e il 21 gennaio. Aveva incontrato il collega tedesco contagiato ed era ripartita per Wuhan, città dalla quale il Covid-19 si è diffuso in tutto il mondo. Lì, coincidenza, la multinazionale di Stockdorf ha una sede produttiva (ma gli stabilimenti in tutta la Cina sono 12. L'azienda bavarese deve il successo degli ultimi anni soprattutto al business cinese da 1,2 miliardi di euro sui 3,5 miliardi complessivi di fatturato). Dei 13.000 addetti, 3.500 sono impegnati lì. Al suo rientro, pur essendo asintomatica, la dipendente cinese ha scoperto di essere stata contagiata dal coronavirus. L'azienda, quindi, dal 28 gennaio in poi, ovvero a quasi 10 giorni di distanza dalla visita della dipendente partita da Wuhan, è corsa ai ripari: ha disposto un isolamento di 14 giorni nel quartier generale per evitare una ulteriore diffusione del virus tra gli uomini della compagnia (gli impiegati hanno continuato a lavorare dalle loro abitazioni), ha bloccato i viaggi di lavoro da e per la Cina fino alla fine di marzo 2020, avviato test tra i propri dipendenti e chiuso la sede di Wuhan per pulire e disinfettare gli uffici e gli impianti. Per le relazioni con i Paesi considerati a rischio (Cina, Sud Corea, Iran e - ironia amara della sorte - Italia), invece, la Webasto ha un regolamento interno. La compagnia ha previsto che gli impiegati possano intraprendere volontariamente i viaggi di lavoro pianificati, ma solo dopo l'eccezionale approvazione della direzione. «Le nostre sedi italiane non hanno avuto relazioni con la divisione colpita in Germania da coronavirus», afferma Elena Girardi dell'ufficio marketing e communication manager della Webasto. E se per gli uffici di Molinella ci sarebbero stati contatti regolari con la casa madre (ma non con la divisione colpita) fino alla scoperta del contagio, con Venaria Reale, che è uno stabilimento produttivo, invece, stando alle informazioni fornite dall'ufficio stampa, pare non sia previsto alcun contatto esterno. «A me non risulta che siano stati fatti i tamponi», dice Girardi, «ma, comunque, qui in Italia non sono stati segnalati casi di contagio». Sul motivo per il quale non sono stati fatti i tamponi nelle sedi italiane l'ufficio stampa non sa rispondere. «Bisognerebbe parlare con il capo delle risorse umane», sostiene Girardi, «che in questo momento è molto impegnato». Inutile insistere: «Da qualche giorno», afferma Girardi, «non risponde neanche a me». E, infatti, tutti i tentativi di contatto passando per il centralino sono stati inutili. Impossibile riuscire a ottenere un numero di cellulare. «L'azienda», spiega la communication manager, «è stata da subito molto trasparente. Noi dipendenti siamo stati informati con il sistema di comunicazione interno, mentre tutti gli aggiornamenti sui contagi da coronavirus sono stati pubblicati sul sito Web aziendale». E anche negli stabilimenti italiani, stando alle comunicazioni ufficiali, pur non essendoci casi di contagio segnalati, sono comunque state adottate tutte le precauzioni disposte da Stockdorf e comunicate dall'ufficio delle risorse umane: «Non facciamo viaggi né trasferte e non abbiamo avuto contatti con contagiati», chiosa Gerardi. Si spiegherebbe così la scelta di non effettuare test sanitari su tutto il personale: non essendo stati segnalati al management dipendenti con i sintomi da coronavirus, probabilmente è stata ritenuta una operazione superflua. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-colosso-tedesco-del-focolaio-1-da-noi-ha-due-sedi-e-541-dipendenti-2645398840.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grazie-alla-verita-e-chiaro-a-tutti-non-siamo-gli-untori" data-post-id="2645398840" data-published-at="1779443978" data-use-pagination="False"> Grazie alla «Verità» è chiaro a tutti: non siamo gli untori Nelle ultimi giorni la scienza sta ribaltando la vulgata che dipinge gli italiani come gli untori del mondo. Una credenza infamante, peraltro, alimentata dallo stesso premier Giuseppe Conte, che appena dieci giorni fa accusava di negligenza l'ospedale di Codogno: «Non ha rispettato i protocolli favorendo la nascita di uno dei due focolai che ora cerchiamo di contenere con misure draconiane». I danni di questo fuoco amico - compresa la vergognosa infografica pubblicata mercoledì dalla Cnn nella quale si indicava il nostro Paese (e non la Cina) come l'epicentro del contagio a livello globale - sono sotto gli occhi di tutti. Oggi un numero crescente di ricercatori, invece, è pronto a mettere seriamente in dubbio il dogma secondo il quale il Coronavirus si sia servito del nostro Paese come testa di ponte dalla Cina per la sua diffusione nel resto del mondo. E la Verità è stata la prima a raccontare questa sorprendente inversione di marcia. Crescono le evidenze scientifiche a sostegno dell'ipotesi che, prima di approdare nel nord Italia, in realtà il patogeno sia sbarcato altrove. Per la precisione in Germania. C'è prima di tutto l'aspetto epidemiologico, quello legato cioè alla diffusione del virus. La notizia è circolata sui siti di informazione ieri, ma era già sulle nostre pagine dalla mattina: il «paziente 1» europeo non è italiano, bensì tedesco. Si tratta di un manager di 33 anni della Webasto, azienda di componentistica auto con sede a Stockdorf, in Baviera. Dopo aver presentato intorno al 24 gennaio i sintomi classici del Covid-19 (febbre, tosse e dolori articolari) e averli scambiati per le conseguenze di una banale influenza, il 27 dello stesso mese l'uomo era tornato tranquillamente al lavoro. Peccato però - per lui e per noi - che pochi giorni prima, precisamente tra il 20 e il 21 gennaio, aveva partecipato a Monaco ad alcuni incontri di lavoro con una collega cinese, asintomatica durante la permanenza in Germania ma poi risultata positiva al test al rientro in patria. Dal momento che i due erano stati a stretto contatto, l'uomo aveva ricevuto dalle autorità locali una convocazione per effettuare il tampone, risultando anch'egli positivo. Nel frattempo aveva contagiato alcuni colleghi, dando origine al primo focolaio europeo. La storia del giovane uomo d'affari della Webasto è descritta nei dettagli in un articolo redatto da un gruppo di ricercatori dell'Università di Monaco, e pubblicata sulla prestigiosa rivista New England journal of medicine il 30 gennaio scorso, dunque molti giorni prima che il «paziente 1» di Codogno risultasse positivo al test. E spunta anche un piccolo giallo. Curiosamente, infatti, la stessa e identica lettera è stata ripubblicata sul Nejm con la nuova data di ieri. Contattata dalla Verità, una delle autrici dell'articolo, la dottoressa Camilla Rothe, ha parlato di un «errore tecnico», confermando che «l'articolo è stato già pubblicato (a gennaio, ndr) e lo stesso e identico testo non avrebbe dovuto essere pubblicato nuovamente». Certo, curioso che il caso del «paziente 1» tedesco sia scoppiato proprio all'indomani della pubblicazione dei risultati sulle similitudini genetiche tra i campioni di virus prelevati in giro per il mondo. Come spiegato ieri in anteprima dalla Verità, secondo il ricercatore che ha messo insieme i dati, Trevor Bedford, il ceppo tedesco sarebbe il «diretto antenato» di quello italiano, e perciò responsabile «di una certa frazione dell'epidemia in corso in Europa». Successivamente, con una serie di tweet, Bedford ha precisato che «i risultati non sono definitivi» e che quella illustrata «non è l'unica possibilità». Ma la sostanza cambia davvero di poco, anche perché un altro gruppo di ricercatori che si è occupato di studiare i primi casi del Covid-19 in Sudamerica è giunto alle medesime conclusioni di Bedford. La somiglianza di una campione brasiliano con il ceppo tedesco suggerisce che, prima di transitare in Italia, il patogeno si trovasse in Germania. Un dubbio ci assale: se il virus si è spostato dalla Baviera alla Lombardia, forse allora la Germania non ha fatto abbastanza per contenere il contagio. È vero che lo stabilimento della Webasto a Stockdorf è rimasto chiuso per 14 giorni, e tutte le persone ricoverate sono state dimesse in questi giorni dalle strutture ospedaliere. Ma nessuno può mettere la mano sul fuoco sull'accuratezza delle misure di contenimento messe in atto in quei giorni, anche perché l'Oms non aveva ancora proclamato lo stato di emergenza a livello mondiale. Nei giorni dell'esplosione dei casi in Baviera, il virus ha perciò potuto circolare indisturbato senza particolari limitazioni. Risalire alla catena esatta è impossibile, anche perché basta uno starnuto, un bicchiere lavato male, una stretta di mano di troppo. È così che il Covid-19 può essere arrivato fino a Codogno.Non si tratta di puntare il dito contro nessuno, tutt'altro. Piuttosto, il discorso è utile a ribadire quanto sia offensiva e irrazionale la campagna d'odio lanciata contro l'Italia e pompata dai media di mezzo mondo. Come dice un proverbio (ironia della sorte) cinese: «Chi accusa gli altri ha ancora molta strada da fare, chi dà la colpa a sé stesso è a metà del cammino, chi invece non dà la colpa a nessuno è già arrivato alla meta».
Il gruppo attivo nelle infrastrutture, nell’energia e nella rigenerazione urbana entra nella classifica Leader della Sostenibilità 2026 realizzata dal Sole 24 Ore e Statista. Premiato il percorso sviluppato negli ultimi anni sul fronte ESG e della crescita sostenibile.
C’è anche Vitali S.p.A. tra le aziende inserite nella classifica Leader della Sostenibilità 2026, l’elenco realizzato da Il Sole 24 Ore insieme all’istituto di ricerca tedesco Statista che premia le imprese italiane considerate più solide sul fronte ESG, cioè ambiente, sostenibilità sociale e governance.
La selezione è stata costruita analizzando oltre 5.000 aziende italiane attraverso 35 indicatori legati alle politiche ambientali, sociali e organizzative. Alla fine sono state individuate 240 realtà ritenute capaci di coniugare crescita industriale, innovazione e attenzione agli impatti sul territorio. Per il gruppo con sede a Peschiera Borromeo, attivo nei settori delle infrastrutture, del real estate, della demolizione e della rigenerazione urbana, il riconoscimento rappresenta un ulteriore passaggio nel percorso avviato negli ultimi anni sul fronte della sostenibilità. Un percorso che ha portato anche alla trasformazione in Società Benefit e all’integrazione della rendicontazione ESG nei processi aziendali.
Lorenzo Parolari, amministratore delegato di Vitali
Nel 2025 Vitali ha pubblicato la seconda edizione del proprio Bilancio di sostenibilità, strumento che il gruppo considera ormai parte integrante della governance e della pianificazione industriale. Parallelamente, l’azienda ha rafforzato la struttura organizzativa con l’ingresso di nuove competenze e con investimenti legati allo sviluppo del capitale umano. «La sostenibilità è oggi un asse portante della nostra strategia industriale e della nostra identità come Società Benefit», ha spiegato l’amministratore delegato Alessio Parolari. «Essere inseriti tra i Leader della Sostenibilità 2026 rappresenta il riconoscimento di un percorso concreto, fatto di investimenti, responsabilità e visione di lungo periodo».
Tra i principali progetti seguiti dal gruppo figurano il sistema di mobilità sostenibile e-BRT e la riqualificazione della stazione ferroviaria di Bergamo. Sul fronte energetico, Vitali sta sviluppando una pipeline da oltre 500 megawatt di impianti fotovoltaici e iniziative legate all’idrogeno verde, oltre a investimenti in ambito digitale e data center. Prosegue infine anche l’attività nella rigenerazione urbana, con interventi come Bergamo Porta Sud e il progetto Hennebique nell’area del Porto Antico di Genova.
Continua a leggereRiduci
Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
Continua a leggereRiduci