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2019-01-18
I due nemici tornano in campo
Ansa
Il Cavaliere ritorna e rimanda l'Opa di Toti su Forza Italia.
Berlusconi, mi candido a europee per responsabilitࠀs)«Alla bella età che ho, ho deciso per senso di responsabilità di andare in Europa dove manca il pensiero profondo del mondo». A Quartu, un quarto di secolo dopo la sua prima discesa in campo, quella del 1994, Silvio Berlusconi annuncia la sua candidatura alle prossime elezioni europee del prossimo 26 maggio. La decisione era nell'aria, il Caro Leader aveva fatto sapere di essere tentato dall'ennesima sfida elettorale, ma nulla era certo fino a ieri.
«In diretta dalla bellissima Sardegna», dice Berlusconi, in tour elettorale per le regionali, «vi annuncio che ho deciso di presentarmi alle europee per portare la mia voce in un'Europa che va cambiata, un'Europa dove manca il pensiero profondo del mondo. Il centrodestra unito è vincente: con i suoi valori e le sue idealità, è il futuro dell'Italia, dell'Europa e del mondo. Ci vuole una Europa nuova», aggiunge Berlusconi, «unita, con una difesa unica». Dopo 25 anni, il «pericolo» contro il quale combattere non sono più i comunisti, ma il M5s: «C'è bisogno», sottolinea il leader di Forza Italia, «di cambiare questo governo, dove una parte è rappresentata dal M5s, guidato da persone con nessuna esperienza e nessuna competenza. Sono come quei signori della sinistra comunista del 1994, in più hanno questo grande difetto. L'alleanza gialloblù è innaturale e non credo che riuscirà a reggere. Anche in Parlamento», argomenta Berlusconi, «ci sono molti fermenti venuti fuori recentemente che mi fanno pensare che questo governo non abbia ancora molto tempo per andare avanti». «La Sardegna spesso in passato ha anticipato situazioni verificatesi poi a livello nazionale: mi auguro», dice ancora Berlusconi, «che il voto possa dimostrare che molti sardi hanno capito chi sono i grillini. Credo che il centrodestra unito raccoglierà dei risultati molto positivi. Il centrodestra rappresenta un'idea liberale della politica che oggi bisogna difendere».
In Sardegna, lo ricordiamo, si vota il prossimo 24 febbraio, e il centrodestra corre unito a sostegno del candidato alla presidenza Christian Solinas, segretario del Partito sardo d'azione e senatore eletto con la Lega. Il centrodestra ha le carte in regola per vincere in una Regione amministrata, negli ultimi cinque anni, dal Pd. «Forza Italia», precisa Berlusconi, «ha sempre ricostruito, non attacca la Lega, ma le decisioni prese dal governo che sono difformi dal programma elettorale del centrodestra».
A 82 anni, dunque, Berlusconi si ripresenta alle elezioni, dopo lo smacco della decadenza dal Senato, votata dall'aula il 27 novembre 2013 in applicazione della legge Severino, a causa della condanna definitiva per frode fiscale. La riabilitazione è arrivata dal tribunale di sorveglianza di Milano il 12 maggio 2018. Subito dopo l'annuncio, è partita la consueta raffica di dichiarazioni e post sui social network da parte degli esponenti di Forza Italia, tutti ovviamente all'insegna del «meno male che Silvio c'è». In effetti, stando a quanto raccolto dalla Verità in ambienti azzurri, quasi tutto il partito è contento della decisione dell'ex premier: il suo apporto in termini elettorali viene stimato intorno al 3%. «Se fosse stato candidabile alle politiche», sospira un parlamentare di Fi, «non saremmo andati sotto la Lega e la storia di questo Paese sarebbe stata diversa». Berlusconi ha dovuto convincere dell'assoluta necessità di impegnarsi in prima persona soprattutto i familiari: la figlia Marina, in particolare, avrebbe espresso qualche preoccupazione per lo sforzo che attende il babbo in questi mesi di campagna elettorale. Lui però non ha voluto sentire ragioni: tonico e determinato, ha deciso di (ri)scendere in campo per riconquistare centralità politica.
Tra gli scontenti, molto scontenti, si annovera Giovanni Toti. Il presidente della Regione Liguria, a quanto si apprende, sarebbe stato colto di sorpresa dalla notizia: Toti l'altro ieri sera ha riunito a cena, in un ristorante di Roma, un gruppetto di «suoi» parlamentari, ai quali avrebbe detto di prepararsi a lasciare il partito. La sua strategia, quella di trasformare Forza Italia in una succursale della Lega, subisce un brusco stop con la candidatura di Berlusconi. «Con Silvio in campo», aggiunge la nostra fonte, «l'Opa di Toti e Salvini su Forza Italia diventa assai più difficile. Non solo: i parlamentari del Sud sono pronti a dare battaglia sull'autonomia. Se il M5s calerà le braghe, accettando i diktat di Salvini, per Forza Italia nel Mezzogiorno si apriranno praterie».
E gli alleati di centrodestra? «Fratelli d'Italia», spiega alla Verità un dirigente nazionale del partito di Giorgia Meloni, «non ha nulla da temere. Berlusconi mobiliterà il suo elettorato storico, anzi può accadere che qualche europarlamentare uscente, preoccupato dalla candidatura di Silvio, busserà alla nostra porta. Nei prossimi giorni potrebbero esserci sorprese...». Molto più critici i leghisti: sui social fioccano i commenti caustici sull'età avanzata di Berlusconi. «Salvini lo surclasserà anche al sud», confida alla Verità un leghista campano, «ci aspettavamo si candidasse per arginare il crollo di Forza Italia». Un deputato della Lega, Igor Iezzi, pubblica sulla sua pagina Facebook una foto di zombie, accompagnata dalla didascalia: «Berlusconi di nuovo in campo alle europee». Dopo qualche minuto, il post sparisce. Forse qualcuno ha ricordato a Iezzi che, in fondo, Silvio Berlusconi è (ancora) un alleato.
L’Ingegnere critica tutti e si assolve ma il suo broker rischia il processo
Carlo De BenedettiAmericani e inglesi lo chiamano name dropping, ovvero seminare nomi di personaggi famosi nel corso di una conversazione per impressionare l'interlocutore. Quando chi si lascia andare al name dropping ha una cert'età ed è comunque una mente di un certo livello, si tratta di una civetteria perdonabile. Per fare un esempio, uno dei libri più godibili dell'economista canadese John Kenneth Galbraith s'intitola proprio così, Name dropping (2001), è un' istruttiva carrellata di ricordi personali, dopo una vita passata al fianco di personaggi come Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, John Kennedy e Lyndon Johnson. Poi c'è Carlo De Benedetti, che invece negli ultimi vent'anni ha passato la vita a scegliere i segretari del Pd, e intervistato ieri dal Sole 24 Ore, ha fatto un estenuante name dropping, intervallato da svariate perle di non saggezza, come quella che senza l'euro «finanziariamente saremmo come l'Egitto».
Nelle stesse ore, ironia della sorte, il tribunale di Roma si prepara a mandare a processo Gianluca Bolengo, il broker di Intermonte che alla vigilia del decreto Renzi sulle banche popolari diede l'ordine di acquisto per 5 milioni di euro di azioni per conto della Romed di De Benedetti. Anche in quell'occasione l'Ingegnere aveva fatto un po' name dropping, tirando in ballo i suoi rapporti privilegiati con Matteo Renzi, e Bolengo ha fatto la frittata. Anche se poi magari al processo si scoprirà che le uova non le ha portate lui.
Il catalogo delle esibizioni debenedettiane di potenza illuminata, laica e antifascista, è questo: «Ricordo una sera a cena con Jacques Delors (94 anni, ndr) di cui ero molto amico»; «Ho avuto occasione di riparlarne (dell'euro, ndr) poco tempo fa in Andalusia con l'allora premier spagnolo José Maria Aznar» e poi citazioni di conversazioni privilegiate con Ugo La Malfa (morto), Romano Prodi (vivo) ed elogio di Mario Draghi, il capo della Bce che «ha salvato la moneta unica e l'Italia». Sulla partecipazione all'euro come condizione necessaria di sopravvivenza per l'Italia, l'ex proprietario della Olivetti si fa scudo anche dell'assenso di Giovanni Agnelli (morto) e poi ricorre al terrorismo psicologico: senza la moneta unica «avremmo fatto la fine dell'Egitto».
E pazienza se il paragone con il Cairo è bislacco, visto che l'Italia è la settima potenza economica del mondo e per la Confindustria è anche la seconda potenza industriale d'Europa, alle spalle solo della Germania.
L'Ingegnere che frequentava i potenti (e i sapienti) non è stato però messo a conoscenza che dalla nascita dell'euro a oggi il Pil dell'Italia è sostanzialmente rimasto invariato, con una crescita dal 2002 al 2007, che poi è stata divorata nella crisi seguente. Quanto al potere d'acquisto degli italiani, secondo l'Istat, sarebbe sceso di un paio di punti dal 2002 allo scorso anno, anche in questo caso con un aumento prima della crisi e una lunga flessione dopo il 2007.
Anche se il padrone di Gedi-Repubblica a un certo punto la fa anche più tragica e afferma: «Si è trascurato il fatto che i salari non hanno mantenuto il potere d'acquisto, creando nuovi poveri e nuove ingiustizie». Ah ok, dai suoi giornali non sembrava, specie quando non era al governo l'odiato Silvio Berlusconi, ma ecco di chi è la colpa: «Politicamente, la responsabilità di questa accettazione acritica della globalizzazione è da attribuire a Tony Blair e al blairismo che ha contagiato la sinistra europea». Vabbè, meglio dedicarsi a De Benedetti che faceva name dropping con Bolengo. L'allora ad di Intermonte sim rischia il processo per ostacolo alla vigilanza Consob: il 16 gennaio fece guadagnare in un solo giorno a De Benedetti, che oggi scopriamo assai preoccupato dell'impoverimento dei ceti medi, la bellezza di 600.000 euro su azioni delle banche popolari, grazie a una bella dritta del cliente. A processo, Bolengo potrà salvarsi scaricando tutto sull'Ingegnere, o su Renzi. Ma la strada migliore l'abbiamo scoperta ieri: daranno la colpa a Blair.
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Il Cavaliere ritorna e rimanda l'Opa di Giovanni Toti su Forza Italia. Silvio Berlusconi annuncia la sua candidatura per il voto di maggio. Scetticismo nel Carroccio e tra gli azzurri più vicini alla Lega. L'Ingegnere critica tutti e si assolve ma il suo broker rischia il processo. A Gianluca Bolengo, Carlo De Benedetti fece acquistare azioni delle Popolari dopo la soffiata di Matteo Renzi. Lo speciale contiene due articoli.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/il-cavaliere-ritorna-e-rimanda-lopa-di-toti-su-forza-italia-2626299735.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cavaliere-ritorna-e-rimanda-l-opa-di-toti-su-forza-italia" data-post-id="2626299735" data-published-at="1772960821" data-use-pagination="False"> Il Cavaliere ritorna e rimanda l'Opa di Toti su Forza Italia. Berlusconi, mi candido a europee per responsabilitࠀs) «Alla bella età che ho, ho deciso per senso di responsabilità di andare in Europa dove manca il pensiero profondo del mondo». A Quartu, un quarto di secolo dopo la sua prima discesa in campo, quella del 1994, Silvio Berlusconi annuncia la sua candidatura alle prossime elezioni europee del prossimo 26 maggio. La decisione era nell'aria, il Caro Leader aveva fatto sapere di essere tentato dall'ennesima sfida elettorale, ma nulla era certo fino a ieri.«In diretta dalla bellissima Sardegna», dice Berlusconi, in tour elettorale per le regionali, «vi annuncio che ho deciso di presentarmi alle europee per portare la mia voce in un'Europa che va cambiata, un'Europa dove manca il pensiero profondo del mondo. Il centrodestra unito è vincente: con i suoi valori e le sue idealità, è il futuro dell'Italia, dell'Europa e del mondo. Ci vuole una Europa nuova», aggiunge Berlusconi, «unita, con una difesa unica». Dopo 25 anni, il «pericolo» contro il quale combattere non sono più i comunisti, ma il M5s: «C'è bisogno», sottolinea il leader di Forza Italia, «di cambiare questo governo, dove una parte è rappresentata dal M5s, guidato da persone con nessuna esperienza e nessuna competenza. Sono come quei signori della sinistra comunista del 1994, in più hanno questo grande difetto. L'alleanza gialloblù è innaturale e non credo che riuscirà a reggere. Anche in Parlamento», argomenta Berlusconi, «ci sono molti fermenti venuti fuori recentemente che mi fanno pensare che questo governo non abbia ancora molto tempo per andare avanti». «La Sardegna spesso in passato ha anticipato situazioni verificatesi poi a livello nazionale: mi auguro», dice ancora Berlusconi, «che il voto possa dimostrare che molti sardi hanno capito chi sono i grillini. Credo che il centrodestra unito raccoglierà dei risultati molto positivi. Il centrodestra rappresenta un'idea liberale della politica che oggi bisogna difendere».In Sardegna, lo ricordiamo, si vota il prossimo 24 febbraio, e il centrodestra corre unito a sostegno del candidato alla presidenza Christian Solinas, segretario del Partito sardo d'azione e senatore eletto con la Lega. Il centrodestra ha le carte in regola per vincere in una Regione amministrata, negli ultimi cinque anni, dal Pd. «Forza Italia», precisa Berlusconi, «ha sempre ricostruito, non attacca la Lega, ma le decisioni prese dal governo che sono difformi dal programma elettorale del centrodestra».A 82 anni, dunque, Berlusconi si ripresenta alle elezioni, dopo lo smacco della decadenza dal Senato, votata dall'aula il 27 novembre 2013 in applicazione della legge Severino, a causa della condanna definitiva per frode fiscale. La riabilitazione è arrivata dal tribunale di sorveglianza di Milano il 12 maggio 2018. Subito dopo l'annuncio, è partita la consueta raffica di dichiarazioni e post sui social network da parte degli esponenti di Forza Italia, tutti ovviamente all'insegna del «meno male che Silvio c'è». In effetti, stando a quanto raccolto dalla Verità in ambienti azzurri, quasi tutto il partito è contento della decisione dell'ex premier: il suo apporto in termini elettorali viene stimato intorno al 3%. «Se fosse stato candidabile alle politiche», sospira un parlamentare di Fi, «non saremmo andati sotto la Lega e la storia di questo Paese sarebbe stata diversa». Berlusconi ha dovuto convincere dell'assoluta necessità di impegnarsi in prima persona soprattutto i familiari: la figlia Marina, in particolare, avrebbe espresso qualche preoccupazione per lo sforzo che attende il babbo in questi mesi di campagna elettorale. Lui però non ha voluto sentire ragioni: tonico e determinato, ha deciso di (ri)scendere in campo per riconquistare centralità politica.Tra gli scontenti, molto scontenti, si annovera Giovanni Toti. Il presidente della Regione Liguria, a quanto si apprende, sarebbe stato colto di sorpresa dalla notizia: Toti l'altro ieri sera ha riunito a cena, in un ristorante di Roma, un gruppetto di «suoi» parlamentari, ai quali avrebbe detto di prepararsi a lasciare il partito. La sua strategia, quella di trasformare Forza Italia in una succursale della Lega, subisce un brusco stop con la candidatura di Berlusconi. «Con Silvio in campo», aggiunge la nostra fonte, «l'Opa di Toti e Salvini su Forza Italia diventa assai più difficile. Non solo: i parlamentari del Sud sono pronti a dare battaglia sull'autonomia. Se il M5s calerà le braghe, accettando i diktat di Salvini, per Forza Italia nel Mezzogiorno si apriranno praterie».E gli alleati di centrodestra? «Fratelli d'Italia», spiega alla Verità un dirigente nazionale del partito di Giorgia Meloni, «non ha nulla da temere. Berlusconi mobiliterà il suo elettorato storico, anzi può accadere che qualche europarlamentare uscente, preoccupato dalla candidatura di Silvio, busserà alla nostra porta. Nei prossimi giorni potrebbero esserci sorprese...». Molto più critici i leghisti: sui social fioccano i commenti caustici sull'età avanzata di Berlusconi. «Salvini lo surclasserà anche al sud», confida alla Verità un leghista campano, «ci aspettavamo si candidasse per arginare il crollo di Forza Italia». Un deputato della Lega, Igor Iezzi, pubblica sulla sua pagina Facebook una foto di zombie, accompagnata dalla didascalia: «Berlusconi di nuovo in campo alle europee». Dopo qualche minuto, il post sparisce. Forse qualcuno ha ricordato a Iezzi che, in fondo, Silvio Berlusconi è (ancora) un alleato. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/il-cavaliere-ritorna-e-rimanda-lopa-di-toti-su-forza-italia-2626299735.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lingegnere-critica-tutti-e-si-assolve-ma-il-suo-broker-rischia-il-processo" data-post-id="2626299735" data-published-at="1772960821" data-use-pagination="False"> L’Ingegnere critica tutti e si assolve ma il suo broker rischia il processo Carlo De Benedetti Americani e inglesi lo chiamano name dropping, ovvero seminare nomi di personaggi famosi nel corso di una conversazione per impressionare l'interlocutore. Quando chi si lascia andare al name dropping ha una cert'età ed è comunque una mente di un certo livello, si tratta di una civetteria perdonabile. Per fare un esempio, uno dei libri più godibili dell'economista canadese John Kenneth Galbraith s'intitola proprio così, Name dropping (2001), è un' istruttiva carrellata di ricordi personali, dopo una vita passata al fianco di personaggi come Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, John Kennedy e Lyndon Johnson. Poi c'è Carlo De Benedetti, che invece negli ultimi vent'anni ha passato la vita a scegliere i segretari del Pd, e intervistato ieri dal Sole 24 Ore, ha fatto un estenuante name dropping, intervallato da svariate perle di non saggezza, come quella che senza l'euro «finanziariamente saremmo come l'Egitto».Nelle stesse ore, ironia della sorte, il tribunale di Roma si prepara a mandare a processo Gianluca Bolengo, il broker di Intermonte che alla vigilia del decreto Renzi sulle banche popolari diede l'ordine di acquisto per 5 milioni di euro di azioni per conto della Romed di De Benedetti. Anche in quell'occasione l'Ingegnere aveva fatto un po' name dropping, tirando in ballo i suoi rapporti privilegiati con Matteo Renzi, e Bolengo ha fatto la frittata. Anche se poi magari al processo si scoprirà che le uova non le ha portate lui.Il catalogo delle esibizioni debenedettiane di potenza illuminata, laica e antifascista, è questo: «Ricordo una sera a cena con Jacques Delors (94 anni, ndr) di cui ero molto amico»; «Ho avuto occasione di riparlarne (dell'euro, ndr) poco tempo fa in Andalusia con l'allora premier spagnolo José Maria Aznar» e poi citazioni di conversazioni privilegiate con Ugo La Malfa (morto), Romano Prodi (vivo) ed elogio di Mario Draghi, il capo della Bce che «ha salvato la moneta unica e l'Italia». Sulla partecipazione all'euro come condizione necessaria di sopravvivenza per l'Italia, l'ex proprietario della Olivetti si fa scudo anche dell'assenso di Giovanni Agnelli (morto) e poi ricorre al terrorismo psicologico: senza la moneta unica «avremmo fatto la fine dell'Egitto».E pazienza se il paragone con il Cairo è bislacco, visto che l'Italia è la settima potenza economica del mondo e per la Confindustria è anche la seconda potenza industriale d'Europa, alle spalle solo della Germania.L'Ingegnere che frequentava i potenti (e i sapienti) non è stato però messo a conoscenza che dalla nascita dell'euro a oggi il Pil dell'Italia è sostanzialmente rimasto invariato, con una crescita dal 2002 al 2007, che poi è stata divorata nella crisi seguente. Quanto al potere d'acquisto degli italiani, secondo l'Istat, sarebbe sceso di un paio di punti dal 2002 allo scorso anno, anche in questo caso con un aumento prima della crisi e una lunga flessione dopo il 2007.Anche se il padrone di Gedi-Repubblica a un certo punto la fa anche più tragica e afferma: «Si è trascurato il fatto che i salari non hanno mantenuto il potere d'acquisto, creando nuovi poveri e nuove ingiustizie». Ah ok, dai suoi giornali non sembrava, specie quando non era al governo l'odiato Silvio Berlusconi, ma ecco di chi è la colpa: «Politicamente, la responsabilità di questa accettazione acritica della globalizzazione è da attribuire a Tony Blair e al blairismo che ha contagiato la sinistra europea». Vabbè, meglio dedicarsi a De Benedetti che faceva name dropping con Bolengo. L'allora ad di Intermonte sim rischia il processo per ostacolo alla vigilanza Consob: il 16 gennaio fece guadagnare in un solo giorno a De Benedetti, che oggi scopriamo assai preoccupato dell'impoverimento dei ceti medi, la bellezza di 600.000 euro su azioni delle banche popolari, grazie a una bella dritta del cliente. A processo, Bolengo potrà salvarsi scaricando tutto sull'Ingegnere, o su Renzi. Ma la strada migliore l'abbiamo scoperta ieri: daranno la colpa a Blair.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani durante le comunicazioni del governo sulla crisi in Iran (Ansa)
«Noi lavoriamo, per quanto possibile, all’obiettivo di ridurre le tensioni e verificare se vi sia ancora una possibilità di riprendere i negoziati», ha proseguito, sottolineando di essersi confrontata con Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer per evitare «un’ulteriore escalation». Tutto questo, mentre Guido Crosetto ha convocato una riunione d’emergenza con i vertici militari e i rappresentanti dell’industria delle armi per «rafforzare le difese».
Nel frattempo, Donald Trump continua ad aumentare la pressione militare sull’Iran. «Oggi l’Iran sarà colpito duramente!», ha tuonato ieri su Truth. «A causa del cattivo comportamento dell’Iran, sto prendendo seriamente in considerazione la distruzione completa e la morte certa di aree e gruppi di persone che fino a questo momento non erano stati considerati come obiettivi», ha aggiunto. L’inquilino della Casa Bianca ha anche rivendicato il merito del fatto che il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, si sia scusato con i Paesi del Golfo per gli attacchi di Teheran nei loro confronti. «L’Iran, che è stato colpito a morte, si è scusato e si è arreso ai suoi vicini mediorientali, promettendo che non sparerà più contro di loro. Questa promessa è stata fatta solo a causa dell’incessante attacco di Usa e Israele», ha affermato, per poi proseguire: «L’Iran non è più il bullo del Medio Oriente».
Sempre ieri, il presidente americano ha anche reso noto che gli Usa hanno distrutto 42 navi della Marina iraniana e annientato le telecomunicazioni del regime. È d’altronde in questo quadro che Washington non solo starebbe schierando in Medio Oriente dei sistemi antidrone già testati in Ucraina ma sarebbe anche pronta a inviare nella regione una terza portaerei: la George H.W. Bush. Sempre ieri, Trump ha altresì parlato dei sei soldati statunitensi rimasti uccisi durante l’operazione contro l’Iran. «Andrò a Dover, in una situazione molto triste, per salutare le famiglie degli eroi che tornano dall’Iran e che tornano a casa in un modo diverso da come pensavano», ha detto prima di recarsi nella base di Dover, in Delaware, dove si sarebbe tenuta la cerimonia per il rientro delle salme.
Tuttavia, per quanto continui a martellare militarmente l’Iran, il presidente non sembra intenzionato ad attuare un regime change alla Bush jr. Secondo il Washington Post, un rapporto redatto dal National Intelligence Council statunitense prima dell’attacco, avrebbe sottolineato l’improbabilità di conseguire un cambio di regime, anche in presenza di un’offensiva su larga scala. Inoltre, parlando l’altro ieri con la Cnn, Trump ha aperto a due possibilità, e cioè che il prossimo governo di Teheran sia guidato da un religioso e che il futuro assetto istituzionale del Paese non sia di natura democratica. La stessa Casa Bianca ha chiarito che, quando il presidente ha parlato di «resa incondizionata» dell’Iran, si riferiva alla necessità di farlo cessare di essere una minaccia per gli Usa.
Ciò detto, secondo Nbc News, Trump avrebbe privatamente aperto all’ipotesi di inviare soldati statunitensi in territorio iraniano. Tuttavia, stando alla testata, l’idea non sarebbe quella di un’invasione su larga scala. In realtà, il presidente starebbe pensando di schierare un «piccolo contingente» da usare «per specifici scopi strategici». Non solo. Secondo Nbc News, Trump auspicherebbe anche che il prossimo governo iraniano cooperi con Washington nella produzione di petrolio, secondo il modello messo in campo a Caracas dopo la cattura di Nicolas Maduro.
L’inquilino della Casa Bianca sembra quindi propenso a una soluzione venezuelana: in altre parole, dopo aver decapitato e sdentato il regime khomeinista, punta a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Un simile scenario, per quanto non facile da attuare, garantirebbe a Washington di evitare costose operazioni di nation building. È anche in quest’ottica che, alcuni giorni fa, Trump ha chiesto di essere «coinvolto» nella scelta del successore di Ali Khamenei a Guida suprema dell’Iran. Il punto è che Israele sembra scettico sulla soluzione venezuelana, preferendo un regime change classico. «Siamo ottimisti sulla capacità di far crollare il regime», ha detto ieri un funzionario dello Stato ebraico. Questo pare confermare che Trump e Netanyahu non siano attualmente in sintonia sul futuro politico dell’Iran.
Nel frattempo, il ministero della Difesa britannico ha reso noto che il Regno Unito ha messo a disposizione degli Usa le sue basi per «specifiche operazioni difensive volte a impedire all’Iran di lanciare missili nella regione». Il via libera di Londra è arrivato dopo che, negli scorsi giorni, Trump si era lamentato della scarsa assistenza fornita da Starmer alla Casa Bianca nell’operazione contro Teheran.
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I manifesti appesi in solidarietà alla cosiddetta famiglia del bosco fuori dalla casa famiglia di assegnazione a Vasto (Ansa)
Sì, perché malgrado il tempo ci fosse, venerdì, per spiegare alle tre creature che cosa stava per succedere, senza metterle davanti alla scena tremenda della mamma che deve andarsene con la valigia in mano, le modalità sono state di assoluta indifferenza per i sentimenti, la psiche di tre piccini.
«L’assistente sociale Veruska D’Angelo e una coordinatrice che non avevamo mai visto sono state chiuse tutto il giorno in ufficio e quando, verso le 18.30, ho chiesto loro quando intendevano eseguire il provvedimento di allontanamento della madre, mi hanno detto “oggi, adesso”. “I bambini sono stati informati?”, è stata la mia preoccupazione. Non si erano poste il problema». Così l’avvocato Danila Solinas, uno dei legali dei coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, descrive la disumana applicazione dell’ordinanza del Tribunale dei minorenni dell’Aquila.
Catherine non vuole andarsene, rifiuta di lasciare i figli, alla fine va a fare i bagagli. Quando i bambini capiscono quello che sta succedendo, reagiscono piangendo o chiudendosi in un tremendo mutismo. Alla più grande sale la febbre, le sue urla sono lancinanti. Alle 21.20 Nathan è arrivato, fa salire la moglie in auto, si allontanano dalla struttura. «I bambini hanno scoperto casualmente e drammaticamente la realtà del distacco e hanno avuto reazioni strazianti», dichiara sdegnato lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa dei coniugi anglo-australiani.
Sottolinea: «Queste sono scene che generano danni enormi, la cosa che mi sorprende è la modalità non empatica, priva di mediazione, con la quale dei professionisti hanno deciso di espellere la madre, senza valutare minimamente la ricaduta traumatica sui bambini. Le uniche persone capaci di consolare questi piccoli sono state la nonna Pauline di 81 anni, mamma di Catherine, e la zia Rachel che si sono prodigate in modo incisivo». «Catherine adesso è a Palmoli, ancora sotto choc», precisa l’avvocato. «Venerdì aveva avuto la forza di rispondere a più di 500 test, pur sapendo dell’ordinanza notificata il giorno della perizia, e di lasciare la struttura come le è stato chiesto. Altro che riottosa, non so come mi sarei comportata io al suo posto, con un trattamento così vergognoso», esclama Solinas. «La D’Angelo ha minacciato anche di chiamare le forze dell’ordine se la signora non lasciava la struttura spontaneamente».
Ci mancava anche una simile scena, per quei poveri piccoli. L’incognita è quando sposteranno i bambini, come disposto nell’ordinanza. Pare vadano in una struttura a Scerne di Pineto e auguriamoci che non li separino. «Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) mi hanno assicurato che i piccoli non venivano mossi da Vasto ma la preoccupazione delle assistenti sociali è di evitare giornalisti e riprese video, quindi temo che non si muoveranno di giorno», aggiunge il legale. Se la nuova casa famiglia fosse davvero nella frazione costiera più vicina a Teramo, papà Trevallion dovrà sostenere due ore di andata e due ore di ritorno sulla sua vecchia auto per andare a trovare i figli. E mamma Catherine? Nell’ordinanza «censurabile sotto tutti profili, giuridici, fattuali, ricostruttivi» sottolinea l’avvocato, non si fa cenno alle modalità previste per gli incontri della madre. La vogliono allontanare definitivamente? Solinas, assieme all’avvocato Marco Femminella, presenterà lunedì un reclamo alla Corte d’appello dell’Aquila per una sospensione del provvedimento di allontanamento della madre, perché Catherine possa tornare a stare con i propri figli nell’attesa che siano concluse tutte le perizie richieste.
Ieri, tante persone hanno risposto all’appello per una fiaccolata silenziosa fuori dalla casa accoglienza Genova Rulli di Vasto, che ospita i tre bambini dal novembre scorso. Portavano peluche e dolci in dono, regali che sono stati rifiutati dai responsabili della struttura. Numerosi cartelli riportavano parole di sdegno, di condanna per quello che risulta un accanimento nei confronti della «famiglia nel bosco». Sugli striscioni, scritte come «I bambini a casa con i loro genitori. Stop agli abusi sui minori di 6 anni. Vergogna». Carola Profeta, responsabile del dipartimento Famiglia della Lega in Abruzzo, presente anche lei alla fiaccolata, ha scritto sui social: «La casa famiglia dove stavano i bambini e la madre è di proprietà della diocesi di Chieti-Vasto, da cristiana chiedo al vescovo, monsignor Bruno Forte, di esprimersi sulla vicenda e gli chiedo se sia normale che una proprietà della Chiesa venga usata per sfasciare le famiglie».
L’allontanamento di Catherine Birmingham dai suoi figli è stato definito da Profeta «l’ennesimo crimine di Stato. Ennesimo perché è dal 2020 che denuncio la Bibbiano D’Abruzzo. Il modus operandi del Tribunale minorile dell’Aquila è assolutamente inaccettabile e indegno di un Paese civile». Secondo l’esponente della Lega, «il presidente Cecilia Angrisano, iscritta al Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, ha messo in piedi un sistema di continua sottrazione di minori ai danni di genitori che potevano anche avere delle difficoltà, ma la famiglia va aiutata e non smembrata come è avvenuto con i Trevallion».
Profeta ha annunciato: «Domani (oggi per chi legge, ndr) andrò a Palmoli e chiederò a Nathan e Catherine di fare un appello con me al presidente Sergio Mattarella, che come capo del Consiglio superiore della magistratura, anche se non può revocare l’ordinanza, può però fare una moral suasion suggerendo ai magistrati a fare un passo indietro». La responsabile del dipartimento Famiglia si augura che il tentativo vada a buon fine anche se è la prima a dubitarne «vista la concomitanza con il referendum sulla giustizia. Che messaggio sarebbe se il presidente del Csm chiedesse a un giudice di fare un passo indietro?».
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Ansa
Nell’ospedale Monaldi di Napoli il clima che si respira è sempre più teso, i ricoveri sono diminuiti ma quello che si scopre, mettendo insieme i pezzi di un puzzle complesso, è che il reparto di Cardiochirurgia pediatrica è fermo e chiede «aiuto» al Bambino Gesù di Roma. Infatti, per «rafforzare e rilanciare l’attività di cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Monaldi» l’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale, ha deciso di siglare una convenzione con l’ospedale pediatrico di Roma. L’accordo è stato richiesto dall’azienda proprio dopo la tragica scomparsa del piccolo Domenico ed è stato così motivato: «Un passo concreto e immediato per garantire continuità assistenziale e rafforzare ulteriormente la qualità delle cure offerte ai piccoli pazienti e alle loro famiglie, che non hanno mai smesso di credere nel Monaldi».
Che cosa succederà in pratica? In base all’accordo, per i prossimi tre mesi un’equipe altamente specializzata del Bambino Gesù opererà stabilmente a Napoli. Saranno infatti distaccati al Monaldi quattro professionisti, ovvero un cardiochirurgo, un anestesista, un infermiere ferrista e un perfusionista, figure fondamentali per garantire la gestione dei casi più complessi e delle procedure cardiochirurgiche più avanzate. L’equipe lavorerà in stretta «integrazione con i professionisti dell’Azienda ospedaliera dei Colli, contribuendo al consolidamento delle attività cliniche e al trasferimento di competenze. In caso di necessità, la collaborazione potrà essere ulteriormente rafforzata con il supporto aggiuntivo di altri specialisti, tra cui un ulteriore cardiochirurgo e un anestesista».
Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico, ha sempre sottolineato di non voler demonizzare tutto il Monaldi, ospedale che il piccolo ha frequentato spesso nei suoi due anni di vita perché soffriva di un problema al cuore. Eppure lì più di qualcosa non ha funzionato. Gli inquirenti parlano di «negligenza» e «imperizia» dei medici, nel provvedimento che vede sette specialisti indagati. L’inchiesta della Procura di Napoli sta cercando di fare chiarezza sia sul trasporto del nuovo organo da Bolzano a Napoli (contenitore, tempistiche e procedure di espianto) sia su quello che è accaduto nella sala operatoria del Monaldi dove è stato espiantato il cuore malato del piccolo Domenico.
Dalla relazione degli ispettori del ministero della Salute e del Cnt, redatta dopo i sopralluoghi al Monaldi e all’ospedale di Bolzano, emerge un altro particolare inquietante: il dosaggio sbagliato di un farmaco somministrato da un’anestesista dell’ospedale di Bolzano potrebbe aver danneggiato il cuore destinato a Domenico prima che questo venisse espiantato e congelato erroneamente col ghiaccio secco. Ma su questo elemento il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, sentito dall’Ansa, ha precisato: «Questo verrà accertato dall’autopsia con l’esame sui tessuti, comunque ciò non muta il quadro delle responsabilità dell’equipe del Monaldi. Dalle prime indagini è emerso che il team di Napoli era partito senza un perfusionista e che la dottoressa Farina (uno degli indagati) abbia chiesto che l’infusione del liquido venisse effettuata da un’altra persona. Ma emerge anche che sarebbe stata la stessa dottoressa del Monaldi a indicare quanto liquido infondere e in quanto tempo. È stato inoltre riferito che l’infusione non è stata portata a termine perché il chirurgo di Innsbruck ha richiamato l’attenzione per un rigonfiamento del fegato e del cuore. Sarebbe stato poi lo stesso chirurgo a intervenire per risolvere la situazione». Intanto, con una lettera 186 genitori di bambini cardiopatici difendono il Monaldi e, in particolare, il primario Guido Oppido, il cardiochirurgo indagato: «Molti dei nostri bambini oggi respirano, sorridono e vivono grazie alla Cardiochirurgia pediatrica, grazie a medici che ogni giorno combattono una battaglia silenziosa contro il tempo e contro la morte. Tra quei medici, per anni, c’è stato il professor Oppido. Oggi assistiamo a un processo mediatico feroce, spietato, che rischia di travolgere tutto: una persona, una struttura, un reparto, un’intera rete di cura da cui dipende la vita dei nostri figli».
Il direttore amministrativo dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Alberto Pagliafora, aveva rassegnato le dimissioni per motivi personali, ma dopo qualche ora le ha ritirate. In una nota, si precisa che «la decisione di proseguire nel proprio incarico è maturata a seguito di una riflessione personale, nella consapevolezza della delicatezza della fase che l’ospedale sta attraversando e dell’importanza di garantire continuità amministrativa e organizzativa alle attività dell’ente. L’azienda prosegue con determinazione nel suo lavoro».
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