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2019-01-18
I due nemici tornano in campo
Ansa
Il Cavaliere ritorna e rimanda l'Opa di Toti su Forza Italia.
Berlusconi, mi candido a europee per responsabilitࠀs)«Alla bella età che ho, ho deciso per senso di responsabilità di andare in Europa dove manca il pensiero profondo del mondo». A Quartu, un quarto di secolo dopo la sua prima discesa in campo, quella del 1994, Silvio Berlusconi annuncia la sua candidatura alle prossime elezioni europee del prossimo 26 maggio. La decisione era nell'aria, il Caro Leader aveva fatto sapere di essere tentato dall'ennesima sfida elettorale, ma nulla era certo fino a ieri.
«In diretta dalla bellissima Sardegna», dice Berlusconi, in tour elettorale per le regionali, «vi annuncio che ho deciso di presentarmi alle europee per portare la mia voce in un'Europa che va cambiata, un'Europa dove manca il pensiero profondo del mondo. Il centrodestra unito è vincente: con i suoi valori e le sue idealità, è il futuro dell'Italia, dell'Europa e del mondo. Ci vuole una Europa nuova», aggiunge Berlusconi, «unita, con una difesa unica». Dopo 25 anni, il «pericolo» contro il quale combattere non sono più i comunisti, ma il M5s: «C'è bisogno», sottolinea il leader di Forza Italia, «di cambiare questo governo, dove una parte è rappresentata dal M5s, guidato da persone con nessuna esperienza e nessuna competenza. Sono come quei signori della sinistra comunista del 1994, in più hanno questo grande difetto. L'alleanza gialloblù è innaturale e non credo che riuscirà a reggere. Anche in Parlamento», argomenta Berlusconi, «ci sono molti fermenti venuti fuori recentemente che mi fanno pensare che questo governo non abbia ancora molto tempo per andare avanti». «La Sardegna spesso in passato ha anticipato situazioni verificatesi poi a livello nazionale: mi auguro», dice ancora Berlusconi, «che il voto possa dimostrare che molti sardi hanno capito chi sono i grillini. Credo che il centrodestra unito raccoglierà dei risultati molto positivi. Il centrodestra rappresenta un'idea liberale della politica che oggi bisogna difendere».
In Sardegna, lo ricordiamo, si vota il prossimo 24 febbraio, e il centrodestra corre unito a sostegno del candidato alla presidenza Christian Solinas, segretario del Partito sardo d'azione e senatore eletto con la Lega. Il centrodestra ha le carte in regola per vincere in una Regione amministrata, negli ultimi cinque anni, dal Pd. «Forza Italia», precisa Berlusconi, «ha sempre ricostruito, non attacca la Lega, ma le decisioni prese dal governo che sono difformi dal programma elettorale del centrodestra».
A 82 anni, dunque, Berlusconi si ripresenta alle elezioni, dopo lo smacco della decadenza dal Senato, votata dall'aula il 27 novembre 2013 in applicazione della legge Severino, a causa della condanna definitiva per frode fiscale. La riabilitazione è arrivata dal tribunale di sorveglianza di Milano il 12 maggio 2018. Subito dopo l'annuncio, è partita la consueta raffica di dichiarazioni e post sui social network da parte degli esponenti di Forza Italia, tutti ovviamente all'insegna del «meno male che Silvio c'è». In effetti, stando a quanto raccolto dalla Verità in ambienti azzurri, quasi tutto il partito è contento della decisione dell'ex premier: il suo apporto in termini elettorali viene stimato intorno al 3%. «Se fosse stato candidabile alle politiche», sospira un parlamentare di Fi, «non saremmo andati sotto la Lega e la storia di questo Paese sarebbe stata diversa». Berlusconi ha dovuto convincere dell'assoluta necessità di impegnarsi in prima persona soprattutto i familiari: la figlia Marina, in particolare, avrebbe espresso qualche preoccupazione per lo sforzo che attende il babbo in questi mesi di campagna elettorale. Lui però non ha voluto sentire ragioni: tonico e determinato, ha deciso di (ri)scendere in campo per riconquistare centralità politica.
Tra gli scontenti, molto scontenti, si annovera Giovanni Toti. Il presidente della Regione Liguria, a quanto si apprende, sarebbe stato colto di sorpresa dalla notizia: Toti l'altro ieri sera ha riunito a cena, in un ristorante di Roma, un gruppetto di «suoi» parlamentari, ai quali avrebbe detto di prepararsi a lasciare il partito. La sua strategia, quella di trasformare Forza Italia in una succursale della Lega, subisce un brusco stop con la candidatura di Berlusconi. «Con Silvio in campo», aggiunge la nostra fonte, «l'Opa di Toti e Salvini su Forza Italia diventa assai più difficile. Non solo: i parlamentari del Sud sono pronti a dare battaglia sull'autonomia. Se il M5s calerà le braghe, accettando i diktat di Salvini, per Forza Italia nel Mezzogiorno si apriranno praterie».
E gli alleati di centrodestra? «Fratelli d'Italia», spiega alla Verità un dirigente nazionale del partito di Giorgia Meloni, «non ha nulla da temere. Berlusconi mobiliterà il suo elettorato storico, anzi può accadere che qualche europarlamentare uscente, preoccupato dalla candidatura di Silvio, busserà alla nostra porta. Nei prossimi giorni potrebbero esserci sorprese...». Molto più critici i leghisti: sui social fioccano i commenti caustici sull'età avanzata di Berlusconi. «Salvini lo surclasserà anche al sud», confida alla Verità un leghista campano, «ci aspettavamo si candidasse per arginare il crollo di Forza Italia». Un deputato della Lega, Igor Iezzi, pubblica sulla sua pagina Facebook una foto di zombie, accompagnata dalla didascalia: «Berlusconi di nuovo in campo alle europee». Dopo qualche minuto, il post sparisce. Forse qualcuno ha ricordato a Iezzi che, in fondo, Silvio Berlusconi è (ancora) un alleato.
L’Ingegnere critica tutti e si assolve ma il suo broker rischia il processo
Carlo De BenedettiAmericani e inglesi lo chiamano name dropping, ovvero seminare nomi di personaggi famosi nel corso di una conversazione per impressionare l'interlocutore. Quando chi si lascia andare al name dropping ha una cert'età ed è comunque una mente di un certo livello, si tratta di una civetteria perdonabile. Per fare un esempio, uno dei libri più godibili dell'economista canadese John Kenneth Galbraith s'intitola proprio così, Name dropping (2001), è un' istruttiva carrellata di ricordi personali, dopo una vita passata al fianco di personaggi come Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, John Kennedy e Lyndon Johnson. Poi c'è Carlo De Benedetti, che invece negli ultimi vent'anni ha passato la vita a scegliere i segretari del Pd, e intervistato ieri dal Sole 24 Ore, ha fatto un estenuante name dropping, intervallato da svariate perle di non saggezza, come quella che senza l'euro «finanziariamente saremmo come l'Egitto».
Nelle stesse ore, ironia della sorte, il tribunale di Roma si prepara a mandare a processo Gianluca Bolengo, il broker di Intermonte che alla vigilia del decreto Renzi sulle banche popolari diede l'ordine di acquisto per 5 milioni di euro di azioni per conto della Romed di De Benedetti. Anche in quell'occasione l'Ingegnere aveva fatto un po' name dropping, tirando in ballo i suoi rapporti privilegiati con Matteo Renzi, e Bolengo ha fatto la frittata. Anche se poi magari al processo si scoprirà che le uova non le ha portate lui.
Il catalogo delle esibizioni debenedettiane di potenza illuminata, laica e antifascista, è questo: «Ricordo una sera a cena con Jacques Delors (94 anni, ndr) di cui ero molto amico»; «Ho avuto occasione di riparlarne (dell'euro, ndr) poco tempo fa in Andalusia con l'allora premier spagnolo José Maria Aznar» e poi citazioni di conversazioni privilegiate con Ugo La Malfa (morto), Romano Prodi (vivo) ed elogio di Mario Draghi, il capo della Bce che «ha salvato la moneta unica e l'Italia». Sulla partecipazione all'euro come condizione necessaria di sopravvivenza per l'Italia, l'ex proprietario della Olivetti si fa scudo anche dell'assenso di Giovanni Agnelli (morto) e poi ricorre al terrorismo psicologico: senza la moneta unica «avremmo fatto la fine dell'Egitto».
E pazienza se il paragone con il Cairo è bislacco, visto che l'Italia è la settima potenza economica del mondo e per la Confindustria è anche la seconda potenza industriale d'Europa, alle spalle solo della Germania.
L'Ingegnere che frequentava i potenti (e i sapienti) non è stato però messo a conoscenza che dalla nascita dell'euro a oggi il Pil dell'Italia è sostanzialmente rimasto invariato, con una crescita dal 2002 al 2007, che poi è stata divorata nella crisi seguente. Quanto al potere d'acquisto degli italiani, secondo l'Istat, sarebbe sceso di un paio di punti dal 2002 allo scorso anno, anche in questo caso con un aumento prima della crisi e una lunga flessione dopo il 2007.
Anche se il padrone di Gedi-Repubblica a un certo punto la fa anche più tragica e afferma: «Si è trascurato il fatto che i salari non hanno mantenuto il potere d'acquisto, creando nuovi poveri e nuove ingiustizie». Ah ok, dai suoi giornali non sembrava, specie quando non era al governo l'odiato Silvio Berlusconi, ma ecco di chi è la colpa: «Politicamente, la responsabilità di questa accettazione acritica della globalizzazione è da attribuire a Tony Blair e al blairismo che ha contagiato la sinistra europea». Vabbè, meglio dedicarsi a De Benedetti che faceva name dropping con Bolengo. L'allora ad di Intermonte sim rischia il processo per ostacolo alla vigilanza Consob: il 16 gennaio fece guadagnare in un solo giorno a De Benedetti, che oggi scopriamo assai preoccupato dell'impoverimento dei ceti medi, la bellezza di 600.000 euro su azioni delle banche popolari, grazie a una bella dritta del cliente. A processo, Bolengo potrà salvarsi scaricando tutto sull'Ingegnere, o su Renzi. Ma la strada migliore l'abbiamo scoperta ieri: daranno la colpa a Blair.
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Il Cavaliere ritorna e rimanda l'Opa di Giovanni Toti su Forza Italia. Silvio Berlusconi annuncia la sua candidatura per il voto di maggio. Scetticismo nel Carroccio e tra gli azzurri più vicini alla Lega. L'Ingegnere critica tutti e si assolve ma il suo broker rischia il processo. A Gianluca Bolengo, Carlo De Benedetti fece acquistare azioni delle Popolari dopo la soffiata di Matteo Renzi. Lo speciale contiene due articoli.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/il-cavaliere-ritorna-e-rimanda-lopa-di-toti-su-forza-italia-2626299735.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cavaliere-ritorna-e-rimanda-l-opa-di-toti-su-forza-italia" data-post-id="2626299735" data-published-at="1781023248" data-use-pagination="False"> Il Cavaliere ritorna e rimanda l'Opa di Toti su Forza Italia. Berlusconi, mi candido a europee per responsabilitࠀs) «Alla bella età che ho, ho deciso per senso di responsabilità di andare in Europa dove manca il pensiero profondo del mondo». A Quartu, un quarto di secolo dopo la sua prima discesa in campo, quella del 1994, Silvio Berlusconi annuncia la sua candidatura alle prossime elezioni europee del prossimo 26 maggio. La decisione era nell'aria, il Caro Leader aveva fatto sapere di essere tentato dall'ennesima sfida elettorale, ma nulla era certo fino a ieri.«In diretta dalla bellissima Sardegna», dice Berlusconi, in tour elettorale per le regionali, «vi annuncio che ho deciso di presentarmi alle europee per portare la mia voce in un'Europa che va cambiata, un'Europa dove manca il pensiero profondo del mondo. Il centrodestra unito è vincente: con i suoi valori e le sue idealità, è il futuro dell'Italia, dell'Europa e del mondo. Ci vuole una Europa nuova», aggiunge Berlusconi, «unita, con una difesa unica». Dopo 25 anni, il «pericolo» contro il quale combattere non sono più i comunisti, ma il M5s: «C'è bisogno», sottolinea il leader di Forza Italia, «di cambiare questo governo, dove una parte è rappresentata dal M5s, guidato da persone con nessuna esperienza e nessuna competenza. Sono come quei signori della sinistra comunista del 1994, in più hanno questo grande difetto. L'alleanza gialloblù è innaturale e non credo che riuscirà a reggere. Anche in Parlamento», argomenta Berlusconi, «ci sono molti fermenti venuti fuori recentemente che mi fanno pensare che questo governo non abbia ancora molto tempo per andare avanti». «La Sardegna spesso in passato ha anticipato situazioni verificatesi poi a livello nazionale: mi auguro», dice ancora Berlusconi, «che il voto possa dimostrare che molti sardi hanno capito chi sono i grillini. Credo che il centrodestra unito raccoglierà dei risultati molto positivi. Il centrodestra rappresenta un'idea liberale della politica che oggi bisogna difendere».In Sardegna, lo ricordiamo, si vota il prossimo 24 febbraio, e il centrodestra corre unito a sostegno del candidato alla presidenza Christian Solinas, segretario del Partito sardo d'azione e senatore eletto con la Lega. Il centrodestra ha le carte in regola per vincere in una Regione amministrata, negli ultimi cinque anni, dal Pd. «Forza Italia», precisa Berlusconi, «ha sempre ricostruito, non attacca la Lega, ma le decisioni prese dal governo che sono difformi dal programma elettorale del centrodestra».A 82 anni, dunque, Berlusconi si ripresenta alle elezioni, dopo lo smacco della decadenza dal Senato, votata dall'aula il 27 novembre 2013 in applicazione della legge Severino, a causa della condanna definitiva per frode fiscale. La riabilitazione è arrivata dal tribunale di sorveglianza di Milano il 12 maggio 2018. Subito dopo l'annuncio, è partita la consueta raffica di dichiarazioni e post sui social network da parte degli esponenti di Forza Italia, tutti ovviamente all'insegna del «meno male che Silvio c'è». In effetti, stando a quanto raccolto dalla Verità in ambienti azzurri, quasi tutto il partito è contento della decisione dell'ex premier: il suo apporto in termini elettorali viene stimato intorno al 3%. «Se fosse stato candidabile alle politiche», sospira un parlamentare di Fi, «non saremmo andati sotto la Lega e la storia di questo Paese sarebbe stata diversa». Berlusconi ha dovuto convincere dell'assoluta necessità di impegnarsi in prima persona soprattutto i familiari: la figlia Marina, in particolare, avrebbe espresso qualche preoccupazione per lo sforzo che attende il babbo in questi mesi di campagna elettorale. Lui però non ha voluto sentire ragioni: tonico e determinato, ha deciso di (ri)scendere in campo per riconquistare centralità politica.Tra gli scontenti, molto scontenti, si annovera Giovanni Toti. Il presidente della Regione Liguria, a quanto si apprende, sarebbe stato colto di sorpresa dalla notizia: Toti l'altro ieri sera ha riunito a cena, in un ristorante di Roma, un gruppetto di «suoi» parlamentari, ai quali avrebbe detto di prepararsi a lasciare il partito. La sua strategia, quella di trasformare Forza Italia in una succursale della Lega, subisce un brusco stop con la candidatura di Berlusconi. «Con Silvio in campo», aggiunge la nostra fonte, «l'Opa di Toti e Salvini su Forza Italia diventa assai più difficile. Non solo: i parlamentari del Sud sono pronti a dare battaglia sull'autonomia. Se il M5s calerà le braghe, accettando i diktat di Salvini, per Forza Italia nel Mezzogiorno si apriranno praterie».E gli alleati di centrodestra? «Fratelli d'Italia», spiega alla Verità un dirigente nazionale del partito di Giorgia Meloni, «non ha nulla da temere. Berlusconi mobiliterà il suo elettorato storico, anzi può accadere che qualche europarlamentare uscente, preoccupato dalla candidatura di Silvio, busserà alla nostra porta. Nei prossimi giorni potrebbero esserci sorprese...». Molto più critici i leghisti: sui social fioccano i commenti caustici sull'età avanzata di Berlusconi. «Salvini lo surclasserà anche al sud», confida alla Verità un leghista campano, «ci aspettavamo si candidasse per arginare il crollo di Forza Italia». Un deputato della Lega, Igor Iezzi, pubblica sulla sua pagina Facebook una foto di zombie, accompagnata dalla didascalia: «Berlusconi di nuovo in campo alle europee». Dopo qualche minuto, il post sparisce. Forse qualcuno ha ricordato a Iezzi che, in fondo, Silvio Berlusconi è (ancora) un alleato. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/il-cavaliere-ritorna-e-rimanda-lopa-di-toti-su-forza-italia-2626299735.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lingegnere-critica-tutti-e-si-assolve-ma-il-suo-broker-rischia-il-processo" data-post-id="2626299735" data-published-at="1781023248" data-use-pagination="False"> L’Ingegnere critica tutti e si assolve ma il suo broker rischia il processo Carlo De Benedetti Americani e inglesi lo chiamano name dropping, ovvero seminare nomi di personaggi famosi nel corso di una conversazione per impressionare l'interlocutore. Quando chi si lascia andare al name dropping ha una cert'età ed è comunque una mente di un certo livello, si tratta di una civetteria perdonabile. Per fare un esempio, uno dei libri più godibili dell'economista canadese John Kenneth Galbraith s'intitola proprio così, Name dropping (2001), è un' istruttiva carrellata di ricordi personali, dopo una vita passata al fianco di personaggi come Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, John Kennedy e Lyndon Johnson. Poi c'è Carlo De Benedetti, che invece negli ultimi vent'anni ha passato la vita a scegliere i segretari del Pd, e intervistato ieri dal Sole 24 Ore, ha fatto un estenuante name dropping, intervallato da svariate perle di non saggezza, come quella che senza l'euro «finanziariamente saremmo come l'Egitto».Nelle stesse ore, ironia della sorte, il tribunale di Roma si prepara a mandare a processo Gianluca Bolengo, il broker di Intermonte che alla vigilia del decreto Renzi sulle banche popolari diede l'ordine di acquisto per 5 milioni di euro di azioni per conto della Romed di De Benedetti. Anche in quell'occasione l'Ingegnere aveva fatto un po' name dropping, tirando in ballo i suoi rapporti privilegiati con Matteo Renzi, e Bolengo ha fatto la frittata. Anche se poi magari al processo si scoprirà che le uova non le ha portate lui.Il catalogo delle esibizioni debenedettiane di potenza illuminata, laica e antifascista, è questo: «Ricordo una sera a cena con Jacques Delors (94 anni, ndr) di cui ero molto amico»; «Ho avuto occasione di riparlarne (dell'euro, ndr) poco tempo fa in Andalusia con l'allora premier spagnolo José Maria Aznar» e poi citazioni di conversazioni privilegiate con Ugo La Malfa (morto), Romano Prodi (vivo) ed elogio di Mario Draghi, il capo della Bce che «ha salvato la moneta unica e l'Italia». Sulla partecipazione all'euro come condizione necessaria di sopravvivenza per l'Italia, l'ex proprietario della Olivetti si fa scudo anche dell'assenso di Giovanni Agnelli (morto) e poi ricorre al terrorismo psicologico: senza la moneta unica «avremmo fatto la fine dell'Egitto».E pazienza se il paragone con il Cairo è bislacco, visto che l'Italia è la settima potenza economica del mondo e per la Confindustria è anche la seconda potenza industriale d'Europa, alle spalle solo della Germania.L'Ingegnere che frequentava i potenti (e i sapienti) non è stato però messo a conoscenza che dalla nascita dell'euro a oggi il Pil dell'Italia è sostanzialmente rimasto invariato, con una crescita dal 2002 al 2007, che poi è stata divorata nella crisi seguente. Quanto al potere d'acquisto degli italiani, secondo l'Istat, sarebbe sceso di un paio di punti dal 2002 allo scorso anno, anche in questo caso con un aumento prima della crisi e una lunga flessione dopo il 2007.Anche se il padrone di Gedi-Repubblica a un certo punto la fa anche più tragica e afferma: «Si è trascurato il fatto che i salari non hanno mantenuto il potere d'acquisto, creando nuovi poveri e nuove ingiustizie». Ah ok, dai suoi giornali non sembrava, specie quando non era al governo l'odiato Silvio Berlusconi, ma ecco di chi è la colpa: «Politicamente, la responsabilità di questa accettazione acritica della globalizzazione è da attribuire a Tony Blair e al blairismo che ha contagiato la sinistra europea». Vabbè, meglio dedicarsi a De Benedetti che faceva name dropping con Bolengo. L'allora ad di Intermonte sim rischia il processo per ostacolo alla vigilanza Consob: il 16 gennaio fece guadagnare in un solo giorno a De Benedetti, che oggi scopriamo assai preoccupato dell'impoverimento dei ceti medi, la bellezza di 600.000 euro su azioni delle banche popolari, grazie a una bella dritta del cliente. A processo, Bolengo potrà salvarsi scaricando tutto sull'Ingegnere, o su Renzi. Ma la strada migliore l'abbiamo scoperta ieri: daranno la colpa a Blair.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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