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2022-05-11
Il caos sanzioni fa saltare il primo Paese
(Photo by Pradeep Dambarage/NurPhoto via Getty Images)
L’Europa non perde l’occasione per prendere tempo. Ieri così è stata la giornata del corteggiamento a Viktor Orban. Fino a poco tempo fa il premier ungherese era, per Bruxelles, la rappresentazione della negatività, adesso è l’interlocutore da coinvolgere a tutti i costi nella speranza di portare a casa le sanzioni contro il petrolio russo. Un divieto alle importazioni che Budapest non può accettare alle condizioni attuali. Nemmeno la proroga proposta da Bruxelles che fa slittare l’obbligo, non solo per l’Ungheria, ma anche per la Slovacchia (fino al 2025) e Repubblica Ceca (a metà 2024) non basta. E quindi la Commissione ha messo sul tavolo i fondi di compensazione. Serviranno a permettere all’Ungheria di investire per rendersi indipendente dal greggio russo. Non solo con nuovi oleodotti, ma anche per aggiornare le proprie raffinerie. E, ovviamente, investire di più sulle rinnovabili.
Il tutto farà parte del pacchetto RePower Ue che la Commissione presenterà la prossima settimana. Dopo aver promesso soldi l’intenzione è far approvare le sanzioni prima di quella data. Per il sottosegretario agli Affari europei, Clement Beaune, «è possibile raggiungere un accordo entro questa settimana». La Commissione europea, a detta del suo portavoce Eric Mamer, lavora per «l’adozione il prima possibile». Nell’incontro di ieri tra Ursula von der Leyen e Orban «sono stati fatti progressi sulle sanzioni, ma serve ancora del lavoro», hanno ammesso dalla Commissione. E una parte di quel lavoro doveva svolgersi con una videoconferenza tra i leader della regione nella mattinata di ieri. L’appuntamento è slittato. Solo Emmanuel Macron ha avuto un colloquio telefonico con Orban per «finalizzare, in uno spirito di solidarietà, le garanzie necessarie per le condizioni di approvvigionamento petrolifero» di alcuni Stati membri, ha spiegato l’Eliseo. Si capirà dunque di più nei prossimi giorni. Di certo, ieri, c’è stata solo la decisione di accantonare il divieto di trasporto del greggio russo su petroliere battenti bandiera europea. Secondo quanto ha riportato il Financial Times, sull’ipotesi di vietare anche l’uso di petroliere europee per i traffici di greggio russo erano pronte a fare le barricate Grecia e Malta. «Per questo l’idea è stata già abbandonata», si legge sul quotidiano della City.
Un peso in meno da sostenere e un colpo in meno all’economia del Vecchio Continente. Che ieri è finita per l’ennesima volta nell’altro tritacarne, quello del gas. Il gestore ucraino, in una dichiarazione sul suo sito Web, ha annunciato che non potrà più accettare il transito di gas russo attraverso Sokhranivka. Tuttavia, ha precisato, sarà ancora possibile reindirizzare i flussi attraverso un altro punto di ingresso, permettendo di rispettare i contratti europei. Gazprom ha subito risposto, negando di aver messo in piedi alcun ostacolo. Chi dei due sta ricattando l’Ue sul gas a questo punto è difficile capirlo, fatto sta che il continuo tira e molla e il prolungarsi delle indecisioni non contribuiscono certo a tranquillizzare i mercati. Il prezzo del gas ha ripreso a salire, a Londra dell’11%. Quindi, lo stillicidio di notizie, assieme ai colli di bottiglia peggiorati dai fermi di numerosi porti, non fanno altro che buttare benzina sul fuoco delle materie prime. E incendiare i Paesi più poveri. Meno di un mese fa lo Sri Lanka annunciò il default selettivo, non essendo più in grado di pagare in valuta estera l’acquisto di farine e altre materie prime necessarie per pane e altri beni di prima necessità.
Ieri la situazione è degenerata. Sette morti in un pomeriggio, oltre 200 feriti e immediato coprifuoco. Il ministro alla Difesa ha emanato un’ordinanza che autorizza tutti gli agenti di sicurezza a sparare a vista contro chiunque venga scoperto a danneggiare proprietà pubbliche o a causare danni.
La decisione arriva nel momento in cui il presidente stava dispiegando nell’isola decine di migliaia tra soldati di tutti i corpi e forze di polizia al termine di una notte all’insegna di scontri. Scontri proseguiti nonostante la successiva decisione del premier, Mahinda Rajapaksa, di farsi da parte. Il rischio di una guerra civile nell’isola sarebbe un problema nel breve termine per la Cina, che da tempo ha costruito legami stretti con l’ex colonia inglese. Ma le cause scatenanti della protesta non sono certo circoscritte.
Anzi secondo numerosi analisti il prossimo Paese nella lista dell’instabilità sarebbe la Tunisia. E, per noi, si tratterebbe di un enorme problema. D’altronde l’instabilità in Asia e in Africa possono essere armi a doppia lama. La Russia mira a innescare la miccia nel Continente nero, mentre il blocco atlantico punta a un gioco simile in Asia. La debolezza economica della Cina, che certo non viene rallentata dal riavvicinamento russo, spinge gli Usa ad alzare i toni. Ma il rischio da ambo le parti è che le fiamme, da focolai circoscritti, diventino incendi veri e propri e quindi finiscano fuori controllo. In tutto ciò, l’inerzia dell’Ue, aggravata dalle spaccature interne, non aiuta a trovare soluzioni e alternative. Non resta che da attendere l’involuzione del sistema della globalizzazione e l’avvio di una ulteriore spirale inflazionistica.
Il fermo dell’export della ceramica è già costato 13 milioni alle imprese
L’export italiano della ceramica verso la Russia nel 2021 valeva 59 milioni di euro, una cifra a cui vanno aggiunti i circa 18 milioni di euro di merce spedita verso l’Ucraina. In totale si parla di 77 milioni di euro di giro d’affari (364 milioni di metri quadri di piastrelle) in 12 mesi, circa 6,4 milioni al mese.
Se consideriamo che la guerra e le sanzioni sono partite da circa due mesi, possiamo stimare che le perdite per il mondo italiano della ceramica abbiano quindi già sfiorato i 13 milioni di euro. Di certo non si tratta di una cifra monstre, ma è chiaro che si tratta di un’altra piccola fetta di fatturato a cui i lavoratori italiani devono dire addio.
Per fortuna il mondo italiano della ceramica può contare su altri mercati che riescono a compensare in parte i problemi nati con la crisi russo ucraina.
D’altronde il mondo dei prodotti in ceramica è particolarmente energivoro e, al giorno d’oggi, questo continua a essere un ostacolo non da poco per il settore.
Come spiega alla Verità, Giovanni Savorani, presidente di Confindustria Ceramica, «lo scoppio della guerra ha spostato in avanti l’attesa flessione nel costo del gas che, tradizionalmente avveniva all’inizio della primavera a seguito dello spegnimento degli impianti di riscaldamento», dice. «Il giro d’affari verso Russia ed Ucraina vale oltre 50 milioni di euro, circa 1% del totale. Le mancate vendite su questo mercati sono supplite dalla crescita del mercato italiano ed estero». In effetti, fanno notare da Confindustria Ceramica, le esportazioni italiane verso gli Usa nel 2021 sono aumentate del +26% rispetto al 2020, collocandosi ad un livello superiore rispetto al 2019.
«Il costo del gas», continua Savorani, «è oggi aumentato del 500% rispetto alla media pre-pandemia, e va ricordato che in alcuni momenti siano arrivati anche a superare il 1.000%. Tutti i costi dei fattori produttivi e della logistica sono aumentati, anche se il problema più marcato per il settore gasivoro come il nostro rimane il metano. Dall’Ucraina importavamo il 25% delle materie prime, cosa che non potrà più accadere per i prossimi anni a causa del conflitto e della distruzione dei porti, in particolare di Odessa e Mariupol», spiega. «La strategia è stata di richiedere ai fornitori del restante 75% di aumentare la propria quota (fornitori basati principalmente in Paesi europei, ndr) e di ricercare nuove fonti di approvvigionamento in Paesi più lontani, come ad esempio l’India».
D’altronde, conclude il presidente dell’associazione, «la situazione della ceramica vede sul lato della domanda una positiva e forte dinamica già da diversi mesi, che ha riempito il portafoglio ordini delle aziende per settimane, fattore che, però, si confronta con fortissimi rialzi nei costi di tutti i fattori produttivi che mettono a repentaglio la marginalità».
A soffrire particolarmente, poi, all’interno del mondo della ceramica è il distretto di Sassuolo in Emilia-Romagna, uno dei fiori all’occhiello del settore in Italia. In particolare, questo distretto soffre della scarsità di approvvigionamenti di caolino e argilla in arrivo dal porto di Ravenna, due materiali cruciali per la produzione, in particolar modo per le piastrelle molto bianche e di grande formato.
L’obiettivo del settore, ora, è cercare di sostituire caolino e argilla in arrivo dalla Russia con prodotti analoghi in arrivo da Germania e Francia, ma ci sarebbe ancora dubbi sulla qualità dei materiali. Quelli che arrivavano da Est spesso potevano essere di fattura più pregiata.
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La crisi infiamma lo Sri Lanka. La prossima a incendiarsi sarà la Tunisia: una minaccia per l’Italia. Stop al transito di gas russo per l’Europa attraverso Sokhranivka, in Ucraina. Il gestore: «Blocco imposto da Mosca». Gazprom: «Falso». E i prezzi salgono.Il fermo dell’export della ceramica è già costato 13 milioni alle imprese. Settore fiaccato pure da caro energia e scarsità di materie prime, vendute dalla Russia. Lo speciale comprende due articoli.L’Europa non perde l’occasione per prendere tempo. Ieri così è stata la giornata del corteggiamento a Viktor Orban. Fino a poco tempo fa il premier ungherese era, per Bruxelles, la rappresentazione della negatività, adesso è l’interlocutore da coinvolgere a tutti i costi nella speranza di portare a casa le sanzioni contro il petrolio russo. Un divieto alle importazioni che Budapest non può accettare alle condizioni attuali. Nemmeno la proroga proposta da Bruxelles che fa slittare l’obbligo, non solo per l’Ungheria, ma anche per la Slovacchia (fino al 2025) e Repubblica Ceca (a metà 2024) non basta. E quindi la Commissione ha messo sul tavolo i fondi di compensazione. Serviranno a permettere all’Ungheria di investire per rendersi indipendente dal greggio russo. Non solo con nuovi oleodotti, ma anche per aggiornare le proprie raffinerie. E, ovviamente, investire di più sulle rinnovabili. Il tutto farà parte del pacchetto RePower Ue che la Commissione presenterà la prossima settimana. Dopo aver promesso soldi l’intenzione è far approvare le sanzioni prima di quella data. Per il sottosegretario agli Affari europei, Clement Beaune, «è possibile raggiungere un accordo entro questa settimana». La Commissione europea, a detta del suo portavoce Eric Mamer, lavora per «l’adozione il prima possibile». Nell’incontro di ieri tra Ursula von der Leyen e Orban «sono stati fatti progressi sulle sanzioni, ma serve ancora del lavoro», hanno ammesso dalla Commissione. E una parte di quel lavoro doveva svolgersi con una videoconferenza tra i leader della regione nella mattinata di ieri. L’appuntamento è slittato. Solo Emmanuel Macron ha avuto un colloquio telefonico con Orban per «finalizzare, in uno spirito di solidarietà, le garanzie necessarie per le condizioni di approvvigionamento petrolifero» di alcuni Stati membri, ha spiegato l’Eliseo. Si capirà dunque di più nei prossimi giorni. Di certo, ieri, c’è stata solo la decisione di accantonare il divieto di trasporto del greggio russo su petroliere battenti bandiera europea. Secondo quanto ha riportato il Financial Times, sull’ipotesi di vietare anche l’uso di petroliere europee per i traffici di greggio russo erano pronte a fare le barricate Grecia e Malta. «Per questo l’idea è stata già abbandonata», si legge sul quotidiano della City. Un peso in meno da sostenere e un colpo in meno all’economia del Vecchio Continente. Che ieri è finita per l’ennesima volta nell’altro tritacarne, quello del gas. Il gestore ucraino, in una dichiarazione sul suo sito Web, ha annunciato che non potrà più accettare il transito di gas russo attraverso Sokhranivka. Tuttavia, ha precisato, sarà ancora possibile reindirizzare i flussi attraverso un altro punto di ingresso, permettendo di rispettare i contratti europei. Gazprom ha subito risposto, negando di aver messo in piedi alcun ostacolo. Chi dei due sta ricattando l’Ue sul gas a questo punto è difficile capirlo, fatto sta che il continuo tira e molla e il prolungarsi delle indecisioni non contribuiscono certo a tranquillizzare i mercati. Il prezzo del gas ha ripreso a salire, a Londra dell’11%. Quindi, lo stillicidio di notizie, assieme ai colli di bottiglia peggiorati dai fermi di numerosi porti, non fanno altro che buttare benzina sul fuoco delle materie prime. E incendiare i Paesi più poveri. Meno di un mese fa lo Sri Lanka annunciò il default selettivo, non essendo più in grado di pagare in valuta estera l’acquisto di farine e altre materie prime necessarie per pane e altri beni di prima necessità. Ieri la situazione è degenerata. Sette morti in un pomeriggio, oltre 200 feriti e immediato coprifuoco. Il ministro alla Difesa ha emanato un’ordinanza che autorizza tutti gli agenti di sicurezza a sparare a vista contro chiunque venga scoperto a danneggiare proprietà pubbliche o a causare danni. La decisione arriva nel momento in cui il presidente stava dispiegando nell’isola decine di migliaia tra soldati di tutti i corpi e forze di polizia al termine di una notte all’insegna di scontri. Scontri proseguiti nonostante la successiva decisione del premier, Mahinda Rajapaksa, di farsi da parte. Il rischio di una guerra civile nell’isola sarebbe un problema nel breve termine per la Cina, che da tempo ha costruito legami stretti con l’ex colonia inglese. Ma le cause scatenanti della protesta non sono certo circoscritte. Anzi secondo numerosi analisti il prossimo Paese nella lista dell’instabilità sarebbe la Tunisia. E, per noi, si tratterebbe di un enorme problema. D’altronde l’instabilità in Asia e in Africa possono essere armi a doppia lama. La Russia mira a innescare la miccia nel Continente nero, mentre il blocco atlantico punta a un gioco simile in Asia. La debolezza economica della Cina, che certo non viene rallentata dal riavvicinamento russo, spinge gli Usa ad alzare i toni. Ma il rischio da ambo le parti è che le fiamme, da focolai circoscritti, diventino incendi veri e propri e quindi finiscano fuori controllo. In tutto ciò, l’inerzia dell’Ue, aggravata dalle spaccature interne, non aiuta a trovare soluzioni e alternative. Non resta che da attendere l’involuzione del sistema della globalizzazione e l’avvio di una ulteriore spirale inflazionistica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-caos-sanzioni-fa-saltare-il-primo-paese-2657296043.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-fermo-dellexport-della-ceramica-e-gia-costato-13-milioni-alle-imprese" data-post-id="2657296043" data-published-at="1652210526" data-use-pagination="False"> Il fermo dell’export della ceramica è già costato 13 milioni alle imprese L’export italiano della ceramica verso la Russia nel 2021 valeva 59 milioni di euro, una cifra a cui vanno aggiunti i circa 18 milioni di euro di merce spedita verso l’Ucraina. In totale si parla di 77 milioni di euro di giro d’affari (364 milioni di metri quadri di piastrelle) in 12 mesi, circa 6,4 milioni al mese. Se consideriamo che la guerra e le sanzioni sono partite da circa due mesi, possiamo stimare che le perdite per il mondo italiano della ceramica abbiano quindi già sfiorato i 13 milioni di euro. Di certo non si tratta di una cifra monstre, ma è chiaro che si tratta di un’altra piccola fetta di fatturato a cui i lavoratori italiani devono dire addio. Per fortuna il mondo italiano della ceramica può contare su altri mercati che riescono a compensare in parte i problemi nati con la crisi russo ucraina. D’altronde il mondo dei prodotti in ceramica è particolarmente energivoro e, al giorno d’oggi, questo continua a essere un ostacolo non da poco per il settore. Come spiega alla Verità, Giovanni Savorani, presidente di Confindustria Ceramica, «lo scoppio della guerra ha spostato in avanti l’attesa flessione nel costo del gas che, tradizionalmente avveniva all’inizio della primavera a seguito dello spegnimento degli impianti di riscaldamento», dice. «Il giro d’affari verso Russia ed Ucraina vale oltre 50 milioni di euro, circa 1% del totale. Le mancate vendite su questo mercati sono supplite dalla crescita del mercato italiano ed estero». In effetti, fanno notare da Confindustria Ceramica, le esportazioni italiane verso gli Usa nel 2021 sono aumentate del +26% rispetto al 2020, collocandosi ad un livello superiore rispetto al 2019. «Il costo del gas», continua Savorani, «è oggi aumentato del 500% rispetto alla media pre-pandemia, e va ricordato che in alcuni momenti siano arrivati anche a superare il 1.000%. Tutti i costi dei fattori produttivi e della logistica sono aumentati, anche se il problema più marcato per il settore gasivoro come il nostro rimane il metano. Dall’Ucraina importavamo il 25% delle materie prime, cosa che non potrà più accadere per i prossimi anni a causa del conflitto e della distruzione dei porti, in particolare di Odessa e Mariupol», spiega. «La strategia è stata di richiedere ai fornitori del restante 75% di aumentare la propria quota (fornitori basati principalmente in Paesi europei, ndr) e di ricercare nuove fonti di approvvigionamento in Paesi più lontani, come ad esempio l’India». D’altronde, conclude il presidente dell’associazione, «la situazione della ceramica vede sul lato della domanda una positiva e forte dinamica già da diversi mesi, che ha riempito il portafoglio ordini delle aziende per settimane, fattore che, però, si confronta con fortissimi rialzi nei costi di tutti i fattori produttivi che mettono a repentaglio la marginalità». A soffrire particolarmente, poi, all’interno del mondo della ceramica è il distretto di Sassuolo in Emilia-Romagna, uno dei fiori all’occhiello del settore in Italia. In particolare, questo distretto soffre della scarsità di approvvigionamenti di caolino e argilla in arrivo dal porto di Ravenna, due materiali cruciali per la produzione, in particolar modo per le piastrelle molto bianche e di grande formato. L’obiettivo del settore, ora, è cercare di sostituire caolino e argilla in arrivo dalla Russia con prodotti analoghi in arrivo da Germania e Francia, ma ci sarebbe ancora dubbi sulla qualità dei materiali. Quelli che arrivavano da Est spesso potevano essere di fattura più pregiata.
Giorgia Meloni (Ansa)
Il crescendo di azioni, dichiarazioni e post sui social del presidente degli Stati Uniti, sempre più scomposte e volgari, avevano ridotto drasticamente il consenso di Trump tra gli italiani; l’attacco maleducato e senza precedenti a papa Leone XIV ha suscitato un moto di sdegno tale che per il presidente del Consiglio non era più possibile restare in silenzio. Non lo ha fatto: Giorgia, «donna, madre, e cristiana», ha difeso a spada tratta il Santo Padre, e la reazione di Trump, anche in questo caso al di fuori di ogni regola diplomatica, ha dimostrato che in questo momento storico il tycoon, almeno dal punto di vista del dialogo con gli altri leader, è indifendibile.
Giorgia Meloni di nuovo in sintonia con gli italiani, dicevamo: lo si era capito immediatamente leggendo le reazioni degli esponenti politici, anche di opposizione, e sbirciando i social. Ma anche i maggiori esperti di sondaggi confermano: «Non abbiamo ancora dati precisi», dice all’Adnkronos Renato Mannheimer, «ma la Meloni potrebbe guadagnare qualche punto e passare dal 40% al 45%. Ritengo che le parole di Trump abbiamo giovato al premier, che, al contrario, nei mesi scorsi sia stata danneggiata dalla sua relazione con il presidente Usa, tanto da aver perso al referendum della giustizia. Molti elettori di destra non hanno voluto votare sì perché infastiditi dalla posizione della Meloni verso Trump. Il premier con Sigonella aveva un po’ cambiato rotta e determinante è stata la sua presa di distanza dalle parole del tycoon contro il Pontefice. Credo senz’altro che il distacco da Trump le giovi». Del resto, come rileva Youtrend, Fratelli d’Italia ha la percentuale più alta di cattolici tra i suoi elettori: ben l’84%.
Ci permettiamo di aggiungere che anche le dure prese di posizione degli ultimi giorni nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, altro personaggio le cui azioni in Italia (e non solo) vengono ormai giudicate positive soltanto da una esigua minoranza, non potranno che far crescere ancora la popolarità della Meloni.
La giornata del premier è stata densa: al mattino, un videomessaggio realizzato per l’evento «Mille marchi storici per il futuro del Made in Italy», promosso dal ministero delle Imprese e dall’Associazione Marchi storici d’Italia; poi le congratulazioni alla Dda di Roma e all’Arma dei Carabinieri per l’importante operazione contro la criminalità messa a segno; un rapido «Ciao!» a Fiorello, che l’ha contattata durante la puntata de La Pennicanza, e nel pomeriggio, un appuntamento estremamente importante, l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Un colloquio al quale sono seguite dichiarazioni ai giornalisti.
Giorgia Meloni, pur senza mai citare Trump, non si è mossa di un millimetro dalla sua rotta: l’unione tra Usa e Ue è stato e continua, naturalmente, a essere il pilastro della politica estera del governo: «L’Italia», argomenta Giorgia Meloni, «intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise, che tutelino la sovranità di Kiev che assicurino la solidità dell’alleanza euroatlantica perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca». Non sapremo mai se Giorgia ha ricevuto qualche messaggio privato dai leader europei dopo l’attacco di Trump nei suoi confronti, ma è evidente che il richiamo all’unità europea non è banale, né di circostanza. Così come non banali e non di circostanza sono le parole che la Meloni dedica alla guerra in Ucraina: del resto, la postura del suo partito prima e del suo governo poi è stata sempre la stessa, sia che alla Casa Bianca ci fosse Joe Biden, che con l’arrivo di Trump: «Gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura», chiamano direttamente in causa l’Europa e l’Italia intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise che tutelino la sovranità di Kiev. L’Italia continuerà a promuovere in sede G7 e in sede di Unione europea la pressione economica sulla Federazione russa, che continua a non mostrare segnali concreti nel percorso negoziale, insiste negli attacchi contro i civili, persevera nel colpire le infrastrutture indispensabili per la popolazione. Il ventesimo pacchetto di sanzioni che l’Europa si appresta ad adottare rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante per ridurre ancora le entrate che alimentano la macchina bellica russa». Uno sguardo alla crisi in Iran: «Con Zelensky», sottolinea ancora la Meloni, «abbiamo avuto modo di confrontarci su quello che accade intorno a noi, quin anche sulla crisi iraniana che ovviamente preoccupa tutti, che sta diventando sempre più complessa. Continuiamo ovviamente a credere nella validità del cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati, nutriamo la speranza che il negoziato di pace possa riprendere, anche se in un contesto sicuramente non facile. L’Italia è come sempre pronta a fare la sua parte. Ed è molto interessata a sviluppare con Kiev una produzione congiunta di droni».
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L'incontro del 17 aprile 2025 alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa)
Oltre a mantenere il punto, dopo che martedì aveva già tacciato il presidente del Consiglio di «mancanza di coraggio», ieri il tycoon, abituato ai giri di valzer, non ha escluso un cambiamento nelle relazioni tra i due alleati: «Chiunque abbia rifiutato il proprio aiuto nella gestione della situazione con l’Iran, con quel Paese non abbiamo più lo stesso rapporto». E non si è risparmiato nel ribadire la vulnerabilità italiana riguardo al petrolio. Se al Corriere della Sera aveva detto: «A voi italiani piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?», anche nell’intervista a Fox Business ha affermato: «Giusto per vostra informazione: l’Italia riceve grandi quantità di petrolio dallo Stretto di Hormuz».
Dalla maggioranza, che ha espresso a più riprese la vicinanza a Giorgia Meloni e la ferma condanna alle parole del tycoon contro il premier e papa Leone XIV, emerge un’interpretazione comune in merito alla solidità dei rapporti bilaterali. A stemperare i toni e a ridimensionare l’impatto dei contrasti è stato infatti il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, durante un punto stampa a Berlino. Assodato che «un rapporto di alleanza e di amicizia come quello fra l’Italia e gli Stati Uniti debba essere fatto di lealtà e rispetto» a cui il nostro Paese non è mai venuto meno, il vicepremier ha sottolineato che si tratta meramente di «una divergenza d’opinioni». Esclusa quindi l’esistenza di una crisi tra i due Paesi, Tajani ha sottolineato: «Non è un confronto franco su questioni dove non si è d’accordo a poter lacerare le relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti». E visto che «quando non si è d’accordo lo si dice», Tajani ha ricordato: «Non abbiamo condiviso le parole a proposito del Santo Padre, come non abbiamo condiviso le parole sulla Groenlandia perché abbiamo una posizione diversa, così come non abbiamo partecipato alla guerra in Iran perché non è la nostra guerra. Ma questo non significa non avere buone relazioni con gli Stati Uniti».
Anche secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, le relazioni tra Roma e Washington non sono in discussione: «I rapporti con gli Stati Uniti sono e continueranno a essere positivi, non è qualche caduta di stile di queste ore a mettere in discussione il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti». Oltre ad augurarsi che «smettano gli attacchi al Papa», Salvini, riferendosi alle immagini blasfeme postate da Trump, ha fatto presente: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso che aiuti la pace o la credibilità di nessuno». Tra l’altro, ha invitato a prendere con le pinze le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in merito alla fine del conflitto in Medio Oriente: «Se la guerra, come dice Trump, finisce tra una settimana, tanto meglio, ma la guerra a parole di Trump è già finita parecchie volte e non è ancora finita. E quindi se dovesse ancora andare avanti alcune settimane, non vogliamo lasciare a piedi gli italiani». Poco prima del nuovo affondo del capo della Casa Bianca contro Meloni, il vicepremier ha ribadito il «totale sostegno all’attività del governo e del presidente del Consiglio da tutti i punti di vista. Se Trump attacca il Papa sbaglia, se attacca il governo italiano sbaglia».
Dello stesso avviso è stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Non c’è niente di insanabile perché la Meloni e il governo italiano sanno benissimo che anche nei rapporti di amicizia la chiarezza è d’obbligo». E quindi «nessuno come la Meloni è stata così chiara nel dire “sono d’accordo con certe scelte di Trump“», ma è altrettanto vero che «nessuno come la Meloni è stata così chiara, quando non è stata d’accordo, nel dire “non sono d’accordo con alcune dichiarazioni di Trump“». Il presidente del Senato ha anche ricordato come fosse inevitabile la presa di posizione del premier contro gli insulti che il tycoon ha rivolto al pontefice: «Giorgia Meloni non può e non avrebbe mai potuto stare in silenzio di fronte a un atteggiamento nei confronti del Papa come quello che si è verificato da parte del presidente Trump, come cattolica e come presidente del Consiglio».
Pare che non si intravedano criticità all’orizzonte in ambito commerciale. A rassicurare su questo fronte, prima però dell’ultima invettiva di Donald Trump, è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. A Radio24 ha infatti dichiarato che «non ci sarà nessun contraccolpo commerciale dopo lo scontro tra il presidente del Consiglio, Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Trump», considerato il fatto che è «anche grazie al governo italiano, responsabile e lungimirante, che l’Ue ha ratificato un accordo con gli Usa per dazi orientativi del 15 per cento che i nostri prodotti hanno saputo oltrepassare». Oltretutto, «il consumatore americano ha dimostrato in questi mesi di non aver nessuna intenzione di rinunciare al made in Italy». Urso ha anche aggiunto: «Tutti hanno compreso che la Meloni ha tutelato l’immagine e l’interesse nazionale. Noi riconosciamo al Sommo pontefice il suo Magistero che deve esercitare al meglio e credo che lo comprendano bene anche gli americani e l’amministrazione degli Stati Uniti».
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Con Margherita Mastromauro (presidente pastai Uif) raccontiamo il Carbonara day, la giornata di grande successo dedicata a un piatto simbolo della cucina italiana.