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2020-07-09
I renziani in soccorso di Berlusconi (ri)mettono Bonafede nel mirino
Alfonso Bonafede (Ansa)
Un question time per chiarire in Parlamento le dichiarazioni del giudice Amedeo Franco che hanno riaperto il caso della sentenza di condanna per Silvio Berlusconi per l'affare dei diritti tv. Lo ha chiesto a sorpresa il gruppo di Italia viva in Senato. Il bubbone è stato messo dai renziani nelle mani del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che dovrà rispondere oggi alle 15. Gli uomini del fu Rottamatore chiedono al ministro «di fare chiarezza», scrivono i senatori, «sulle dichiarazioni del giudice Franco apparse sui media in merito alla condanna definitiva nell'agosto 2013 di Berlusconi». Una mossa che deve aver spiazzato non poco gli alleati pentastellati. L'atto formale segue di pochi giorni una dichiarazione dell'ormai senatore semplice Renzi, che sulla questione aveva già tracciato la linea. La premessa era questa: «Io sono un avversario politico di Silvio Berlusconi e non tocca a me valutare». La questione politica, però, deve aver fatto gola a Matteo: «Politicamente ho il dovere di dire che non può essere ignorata la richiesta di fare chiarezza su una vicenda che coinvolge un ex presidente del consiglio». Il Bullo ha anche svelato di essersi sentito con il Cavaliere. E in una intervista al Riformista si è anche spinto un po' di più: «Berlusconi va rispettato come uomo ed ex presidente del Consiglio. Le accuse contenute nell'audio, se confermate, offrono un quadro gravissimo su cui è urgente fare chiarezza». E, visto che è stato l'unico da sinistra a parlarne, ha mandato anche qualche messaggio agli alleati: «Tocca alle sedi opportune capire se lo sfogo di questo magistrato è una cosa seria o no. È un fatto tuttavia di cui è doveroso parlare, non può essere eluso da chi fischietta e fa finta di nulla». E a far finta di nulla c'è tutto il governo giallorosso.
Uno degli incontri registrati risale al 14 febbraio 2014, otto giorni prima della nascita del governo Renzi. Berlusconi in quelle intercettazioni sembra avere le idee chiare sul nuovo gabinetto guidato dall'ex sindaco di Firenze con cui a gennaio dello stesso anno aveva siglato il cosiddetto Patto del Nazareno. Berlusconi, con Franco (che è deceduto l'anno scorso), dopo aver annunciato che i sondaggi davano avanti il centrodestra di cinque punti sul centrosinistra,commenta: «A furia di venirmi addosso si accorgono che diventa un boomerang per loro. Adesso vediamo che cosa fa Renzi. Accetto scommesse. Entro il 20 manda a casa questo governo e si mette lui presidente del Consiglio. (…) Io resto all'opposizione e voto le riforme, perché le inseguo da vent'anni e quindi noi faremo opposizione se mettono nuove tasse, se fanno cose sballate, ma daremo il nostro voto sulla riforma della burocrazia, la riforma fiscale, la riforma del lavoro, la riforma della giustizia (…) su cui noi potremmo essere d'accordo». Berlusconi, insomma, non vedeva con astio l'ascesa del Bullo. Fin qui la questione politica. Sulla restante parte delle conversazioni, Forza Italia chiede una commissione d'inchiesta. E ora chiede a Italia viva di votare a favore della proposta. «Ci colpisce positivamente questo impeto garantista di un partito che pure fa parte della maggioranza più giacobina dal dopoguerra a oggi, e anticipiamo oggi una propostaa cui stiamo lavorando da giorni per fare un ulteriore passo avanti nella ricerca della verità», ha dichiarato la presidente dei senatori azzurri Anna Maria Bernini.
Mentre gli avvocati del Cavaliere, allegando quelle conversazioni, hanno impugnato la sentenza della Cassazione davanti alla Corte europea dei diritti umani. «Berlusconi deve essere condannato a priori perché è un mascalzone! Questa è la realtà... A mio parere è stato trattato ingiustamente e ha subito una grave ingiustizia... L'impressione che tutta questa vicenda sia stata guidata dall'alto», affermò Franco. Poi, in un crescendo: «In effetti hanno fatto una porcheria perché che senso ha mandarla alla sezione feriale? Voglio per sgravarmi la coscienza, perché mi porto questo peso del... ci continuo a pensare. Non mi libero... Io gli stavo dicendo che la sentenza faceva schifo».
Sempre secondo Franco, «i pregiudizi per forza che ci stavano... si potesse fare... si potesse scegliere... si potesse... si poteva cercare di evitare che andasse a finire in mano a questo plotone di esecuzione, come è capitato, perché di peggio non poteva capitare». E infine: «Sussiste una malafede del presidente del collegio, sicuramente», disse Franco. Esposito, che nel frattempo è andato in pensione e ora scrive articoli per il Fatto quotidiano, ha annunciato querele. Contesta anche tre dichiarazioni allegate al ricorso dei legali del Cavaliere. Le hanno rese i dipendenti dell'hotel Villa Svizzera di Domenico De Siano, senatore e coordinatore di Forza Italia in Campania. Contengono le testimonianze su alcune frasi rivolte al Cavaliere e attribuite a Esposito. Un paio di siluri a salve sulla questione il giudice li ha anche sparati a Napoli: uno al Consiglio dell'ordine degli avvocati contro uno dei legali di Berlusconi; l'altro in Procura, dove c'è un fascicolo iscritto contro ignoti e senza ipotesi di reato. Almeno per ora.
Il Csm blinda il processo a Palamara
Il blog delle toghe fuori dalle correnti, «Uguale per tutti», ha messo online il suo progetto per una vera riforma della magistratura: «La giustizia italiana sta sprofondando nel fango. Aiutateci a restituire ai cittadini la Giustizia che meritano, trasparente, credibile, non politicizzata» premettono i promotori prima di snocciolare le tre proposte chiave per il rinnovamento che auspicano: sorteggio dei candidati al Csm, rotazione dei dirigenti, abolizione dell'immunità dei componenti del Csm». Idee per impedire di creare una casta di privilegiati e mettere tutte le toghe al servizio del sistema.
Ad animare il sito sono una quindicina di magistrati, tra cui Andrea Reale, che con la lista Proposta B era riuscito a entrare nella stanza dei bottoni dell'Associazione nazionale magistrati, nonostante prospettasse regole che impedissero di usare l'Anm come trampolino di lancio per far carriera.
Sino a oggi hanno sottoscritto il manifesto di «Uguale per tutti» più di 100 magistrati (127 per il sorteggio), tra cui la gip romana Clementina Forleo, il procuratore di Siracusa Sabrina Gambino e il presidente del Tribunale di sorveglianza di Taranto Lydia Deiure. Tra i firmatari, a sorpresa, anche due consiglieri di primo piano del Csm, l'indipendente Nino Di Matteo e l'amico e collega siciliano Sebastiano Ardita, esponente della corrente Autonomia & indipendenza, quella fondata da Pier Camillo Davigo. Di Matteo è da tempo un punto di riferimento per i non allineati, soprattutto dopo che ha accusato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di non aver mantenuto la parola e di aver ritirato l'offerta che gli aveva fatto di diventare capo del Dap. Ardita è, invece, presidente di una delle commissioni più importanti del Csm, quella che deve valutare le incompatibilità ambientali delle toghe e che quindi è particolarmente sotto pressione in queste settimane dopo il deposito delle 49.000 pagine di chat con Palamara. Sul sito l'adesione dei due pesi massimi viene accolta «con soddisfazione» e commentata in un post intitolato «La breccia», dove, a proposito dei due componenti del Csm, si legge: «Siamo consapevoli della responsabilità che hanno esercitato nel manifestare la pubblica condivisione delle nostre tre proposte».
Le toghe ribelli e i due consiglieri sarebbero accomunati dall'«amore per l'Istituzione» che va salvaguardata «dalle aggressioni improprie del correntismo». Per i blogger «essere d'accordo su quei tre capisaldi supera ogni legittima differenziazione ideologica», ma «non implica la cancellazione delle diversità culturali tra i magistrati che resteranno liberi di associarsi come meglio credono», a patto che «quelle private associazioni non mirino a condizionare, in qualsiasi modo, l'indipendente ed imparziale esercizio della giurisdizione».
Ieri Ardita e Di Matteo hanno votato a favore della modifica del regolamento interno del Csm, sull'elezione dei componenti supplenti della sezione disciplinare per aumentarne il numero da 10 a 14 (3 togati e 1 laico). La correzione dovrebbe scongiurare il rischio che venga a mancare, tra astensioni e possibili ricusazioni, il numero legale di componenti (sei) nel collegio che dovrà giudicare, a partire dal 21 luglio, Luca Palamara, Cosimo Ferri e altri cinque ex membri del Csm.
Quattro consiglieri si sono astenuti sulla proposta: si tratta del laico di Forza Italia Alessio Lanzi, del 5 stelle Filippo Donati e dei due togati di Magistratura indipendente Loredana Micciché e Antonio D'Amato.
Per il relatore, Giuseppe Cascini, capogruppo del cartello progressista di Area e un tempo amico di Palamara, «si tratta di una modifica necessaria», perché «nell'ultimo periodo sono aumentati i procedimenti disciplinari a carico dei magistrati» e «soprattutto sono aumentati, purtroppo, i casi di applicazione di misure cautelari, quali il trasferimento o la sospensione».
Il laico Lanzi ha, invece, espresso «serie perplessità» sulla modifica regolamentare, perché «la modifica si pone in tensione con l'articolo 25 della Costituzione sulla precostituzione del giudice per legge (…) creando di fatto dei giudici nuovi che andranno a valutare fatti precedenti alla loro nomina». Per Lanzi sarebbe stato preferibile che una riforma che incide così pesantemente sulla composizione della sezione disciplinare fosse decisa dal Parlamento o dal Governo. Lanzi, infine, ha intravisto un ulteriore rischio: «La modifica porta i componenti complessivi della sezione a 20 su 24 consiglieri del Csm, con conseguenti difficoltà per il funzionamento e le attività di tutto il Consiglio».
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Il gruppo di Italia viva al Senato ha deciso di chiamare in causa direttamente il ministro della Giustizia sul caso della registrazione del giudice Amedeo Franco. La mossa rischia di aprire una crisi nella maggioranzaAumentano i magistrati della sezione disciplinare che dovrà decidere dell'ex leader di Unicost e di sei toghe. A sorpresa Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita passano coi «ribelli» anti casta.Lo speciale contiene due articoliUn question time per chiarire in Parlamento le dichiarazioni del giudice Amedeo Franco che hanno riaperto il caso della sentenza di condanna per Silvio Berlusconi per l'affare dei diritti tv. Lo ha chiesto a sorpresa il gruppo di Italia viva in Senato. Il bubbone è stato messo dai renziani nelle mani del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che dovrà rispondere oggi alle 15. Gli uomini del fu Rottamatore chiedono al ministro «di fare chiarezza», scrivono i senatori, «sulle dichiarazioni del giudice Franco apparse sui media in merito alla condanna definitiva nell'agosto 2013 di Berlusconi». Una mossa che deve aver spiazzato non poco gli alleati pentastellati. L'atto formale segue di pochi giorni una dichiarazione dell'ormai senatore semplice Renzi, che sulla questione aveva già tracciato la linea. La premessa era questa: «Io sono un avversario politico di Silvio Berlusconi e non tocca a me valutare». La questione politica, però, deve aver fatto gola a Matteo: «Politicamente ho il dovere di dire che non può essere ignorata la richiesta di fare chiarezza su una vicenda che coinvolge un ex presidente del consiglio». Il Bullo ha anche svelato di essersi sentito con il Cavaliere. E in una intervista al Riformista si è anche spinto un po' di più: «Berlusconi va rispettato come uomo ed ex presidente del Consiglio. Le accuse contenute nell'audio, se confermate, offrono un quadro gravissimo su cui è urgente fare chiarezza». E, visto che è stato l'unico da sinistra a parlarne, ha mandato anche qualche messaggio agli alleati: «Tocca alle sedi opportune capire se lo sfogo di questo magistrato è una cosa seria o no. È un fatto tuttavia di cui è doveroso parlare, non può essere eluso da chi fischietta e fa finta di nulla». E a far finta di nulla c'è tutto il governo giallorosso. Uno degli incontri registrati risale al 14 febbraio 2014, otto giorni prima della nascita del governo Renzi. Berlusconi in quelle intercettazioni sembra avere le idee chiare sul nuovo gabinetto guidato dall'ex sindaco di Firenze con cui a gennaio dello stesso anno aveva siglato il cosiddetto Patto del Nazareno. Berlusconi, con Franco (che è deceduto l'anno scorso), dopo aver annunciato che i sondaggi davano avanti il centrodestra di cinque punti sul centrosinistra,commenta: «A furia di venirmi addosso si accorgono che diventa un boomerang per loro. Adesso vediamo che cosa fa Renzi. Accetto scommesse. Entro il 20 manda a casa questo governo e si mette lui presidente del Consiglio. (…) Io resto all'opposizione e voto le riforme, perché le inseguo da vent'anni e quindi noi faremo opposizione se mettono nuove tasse, se fanno cose sballate, ma daremo il nostro voto sulla riforma della burocrazia, la riforma fiscale, la riforma del lavoro, la riforma della giustizia (…) su cui noi potremmo essere d'accordo». Berlusconi, insomma, non vedeva con astio l'ascesa del Bullo. Fin qui la questione politica. Sulla restante parte delle conversazioni, Forza Italia chiede una commissione d'inchiesta. E ora chiede a Italia viva di votare a favore della proposta. «Ci colpisce positivamente questo impeto garantista di un partito che pure fa parte della maggioranza più giacobina dal dopoguerra a oggi, e anticipiamo oggi una propostaa cui stiamo lavorando da giorni per fare un ulteriore passo avanti nella ricerca della verità», ha dichiarato la presidente dei senatori azzurri Anna Maria Bernini. Mentre gli avvocati del Cavaliere, allegando quelle conversazioni, hanno impugnato la sentenza della Cassazione davanti alla Corte europea dei diritti umani. «Berlusconi deve essere condannato a priori perché è un mascalzone! Questa è la realtà... A mio parere è stato trattato ingiustamente e ha subito una grave ingiustizia... L'impressione che tutta questa vicenda sia stata guidata dall'alto», affermò Franco. Poi, in un crescendo: «In effetti hanno fatto una porcheria perché che senso ha mandarla alla sezione feriale? Voglio per sgravarmi la coscienza, perché mi porto questo peso del... ci continuo a pensare. Non mi libero... Io gli stavo dicendo che la sentenza faceva schifo». Sempre secondo Franco, «i pregiudizi per forza che ci stavano... si potesse fare... si potesse scegliere... si potesse... si poteva cercare di evitare che andasse a finire in mano a questo plotone di esecuzione, come è capitato, perché di peggio non poteva capitare». E infine: «Sussiste una malafede del presidente del collegio, sicuramente», disse Franco. Esposito, che nel frattempo è andato in pensione e ora scrive articoli per il Fatto quotidiano, ha annunciato querele. Contesta anche tre dichiarazioni allegate al ricorso dei legali del Cavaliere. Le hanno rese i dipendenti dell'hotel Villa Svizzera di Domenico De Siano, senatore e coordinatore di Forza Italia in Campania. Contengono le testimonianze su alcune frasi rivolte al Cavaliere e attribuite a Esposito. Un paio di siluri a salve sulla questione il giudice li ha anche sparati a Napoli: uno al Consiglio dell'ordine degli avvocati contro uno dei legali di Berlusconi; l'altro in Procura, dove c'è un fascicolo iscritto contro ignoti e senza ipotesi di reato. Almeno per ora. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-renziani-in-soccorso-di-berlusconi-ri-mettono-bonafede-nel-mirino-2646369422.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-csm-blinda-il-processo-a-palamara" data-post-id="2646369422" data-published-at="1594246221" data-use-pagination="False"> Il Csm blinda il processo a Palamara Il blog delle toghe fuori dalle correnti, «Uguale per tutti», ha messo online il suo progetto per una vera riforma della magistratura: «La giustizia italiana sta sprofondando nel fango. Aiutateci a restituire ai cittadini la Giustizia che meritano, trasparente, credibile, non politicizzata» premettono i promotori prima di snocciolare le tre proposte chiave per il rinnovamento che auspicano: sorteggio dei candidati al Csm, rotazione dei dirigenti, abolizione dell'immunità dei componenti del Csm». Idee per impedire di creare una casta di privilegiati e mettere tutte le toghe al servizio del sistema. Ad animare il sito sono una quindicina di magistrati, tra cui Andrea Reale, che con la lista Proposta B era riuscito a entrare nella stanza dei bottoni dell'Associazione nazionale magistrati, nonostante prospettasse regole che impedissero di usare l'Anm come trampolino di lancio per far carriera. Sino a oggi hanno sottoscritto il manifesto di «Uguale per tutti» più di 100 magistrati (127 per il sorteggio), tra cui la gip romana Clementina Forleo, il procuratore di Siracusa Sabrina Gambino e il presidente del Tribunale di sorveglianza di Taranto Lydia Deiure. Tra i firmatari, a sorpresa, anche due consiglieri di primo piano del Csm, l'indipendente Nino Di Matteo e l'amico e collega siciliano Sebastiano Ardita, esponente della corrente Autonomia & indipendenza, quella fondata da Pier Camillo Davigo. Di Matteo è da tempo un punto di riferimento per i non allineati, soprattutto dopo che ha accusato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di non aver mantenuto la parola e di aver ritirato l'offerta che gli aveva fatto di diventare capo del Dap. Ardita è, invece, presidente di una delle commissioni più importanti del Csm, quella che deve valutare le incompatibilità ambientali delle toghe e che quindi è particolarmente sotto pressione in queste settimane dopo il deposito delle 49.000 pagine di chat con Palamara. Sul sito l'adesione dei due pesi massimi viene accolta «con soddisfazione» e commentata in un post intitolato «La breccia», dove, a proposito dei due componenti del Csm, si legge: «Siamo consapevoli della responsabilità che hanno esercitato nel manifestare la pubblica condivisione delle nostre tre proposte». Le toghe ribelli e i due consiglieri sarebbero accomunati dall'«amore per l'Istituzione» che va salvaguardata «dalle aggressioni improprie del correntismo». Per i blogger «essere d'accordo su quei tre capisaldi supera ogni legittima differenziazione ideologica», ma «non implica la cancellazione delle diversità culturali tra i magistrati che resteranno liberi di associarsi come meglio credono», a patto che «quelle private associazioni non mirino a condizionare, in qualsiasi modo, l'indipendente ed imparziale esercizio della giurisdizione». Ieri Ardita e Di Matteo hanno votato a favore della modifica del regolamento interno del Csm, sull'elezione dei componenti supplenti della sezione disciplinare per aumentarne il numero da 10 a 14 (3 togati e 1 laico). La correzione dovrebbe scongiurare il rischio che venga a mancare, tra astensioni e possibili ricusazioni, il numero legale di componenti (sei) nel collegio che dovrà giudicare, a partire dal 21 luglio, Luca Palamara, Cosimo Ferri e altri cinque ex membri del Csm. Quattro consiglieri si sono astenuti sulla proposta: si tratta del laico di Forza Italia Alessio Lanzi, del 5 stelle Filippo Donati e dei due togati di Magistratura indipendente Loredana Micciché e Antonio D'Amato. Per il relatore, Giuseppe Cascini, capogruppo del cartello progressista di Area e un tempo amico di Palamara, «si tratta di una modifica necessaria», perché «nell'ultimo periodo sono aumentati i procedimenti disciplinari a carico dei magistrati» e «soprattutto sono aumentati, purtroppo, i casi di applicazione di misure cautelari, quali il trasferimento o la sospensione». Il laico Lanzi ha, invece, espresso «serie perplessità» sulla modifica regolamentare, perché «la modifica si pone in tensione con l'articolo 25 della Costituzione sulla precostituzione del giudice per legge (…) creando di fatto dei giudici nuovi che andranno a valutare fatti precedenti alla loro nomina». Per Lanzi sarebbe stato preferibile che una riforma che incide così pesantemente sulla composizione della sezione disciplinare fosse decisa dal Parlamento o dal Governo. Lanzi, infine, ha intravisto un ulteriore rischio: «La modifica porta i componenti complessivi della sezione a 20 su 24 consiglieri del Csm, con conseguenti difficoltà per il funzionamento e le attività di tutto il Consiglio».
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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