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2018-10-20
Bruxelles difende il falso agroalimentare. Almeno i nostri giovani lottano per l'agricoltura made in Italy
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ANSA
L'occupazione è in campagna. In controtendenza con tutti i settori economici nel primario c'è lavoro. Ed è lavoro qualificato. I giovani scommettono sulla terra. A dimostrarlo c'è l'incremento continuo delle iscrizioni agli istituti tecnici e alle facoltà universitarie di agraria. Per quanto riguarda l'istruzione secondaria negli ultimi cinque anni le iscrizioni sono aumentate del 36% e i giovani che quest'anno studiano materie agrarie alle superiori sono quasi 46.000. A dimostrare la vitalità de settore c'è il dato degli occupati: a un ano dal diploma oltre il 73% trova lavoro con picchi che vanno dal 94,1% dell'Abruzzo all'88,9% del Veneto, dal 79,1% della Lombardia al 76,5% della Puglia, al 77,8% dell'Emilia Romagna o al 75% del Lazio. Ma vanno molto di moda anche le facoltà di agraria che hanno avuto un incremento delle immatricolazioni pari al 14,5% in cinque anni. E ora anche altre lauree affini come quelle che preparano tecnici per l'agroindustria stanno avendo molto successo tant'è che alcune università, l'ultima in ordine di tempo è quella di Camerino, stano aprendo nuovi corsi di laurea legati alle scienze dell'enogastronomia.
A Macerata in questi giorni è stato festeggiato il 150° anniversario dalla fondazione di uno dei più prestigiosi istituti tecnici d'Europa, il Giuseppe Garibaldi, e che ha aperto una nuova strada professionale: con il sesto anno dedicato a chi vuole diventare enologo sta sperimentando una riforma dell'istruzione tecnica che si annuncia quanto mai urgente soprattutto in agricoltura e nel settore dell'agroindustria. La scuola maceratese ha avuto negli ultimi tre anni un raddoppio netto degli studenti passati da poco meno di 300 a quasi 800. La formazione è il cardine della riscossa del mondo agricolo. Il ministro
Gian Marco Centinaio di recente ha affermato che intende rivalutare il ruolo delle istituzioni scientifiche e dell'accademia nell'elaborazione delle strategie di sviluppo del settore agricolo integrando questo sviluppo in una complessiva valorizzazione dei territori. E non va dimenticato che tutta Europa invidia all'Italia una istituzione come l'Accademia dei Georgofili che è la più prestigiosa istituzione di cultura agricola nel Vecchio Continente.
E così cresce del 5% nel 2018 il numero di imprese agricole italiane condotte da under 35 che vedono nel Made in Italy nuove e interessanti prospettive di futuro, dai campi alla tavola. L'Italia con 55.000 imprese agricole italiane condotte da under 35 è al vertice in Europa nel numero di giovani in agricoltura. Una presenza che ha di fatto rivoluzionato il lavoro in campagna dove il 70% delle imprese giovani opera in attività multifunzionali che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività ricreative, l'agricoltura sociale per l'inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l'agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili. Senza dimenticare l'impegno a difesa della biodiversità con il 25% degli agricoltori custodi che hanno salvato 311 prodotti e razze animali dal rischio di estinzione. Secondo la Coldiretti le aziende agricole dei giovani possiedono una superficie superiore di oltre il 54% alla media, un fatturato più elevato del 75% della media e il 50% di occupati per azienda in più.
E che la campagna sia tornata di moda lo conferma un sondaggio che il Censis ha condotto sempre per Coldiretti. Oltre otto italiani su dieci (82,1%) sarebbero contenti se il proprio figlio lavorasse in agricoltura con la percentuale che sale addirittura all'86,2% se si considerano i soli genitori laureati, secondo un'analisi Coldiretti/Censis, dalla quale emerge anche che appena il 5,4% delle mamme e dei papà sarebbe contrario a vedere il figlio in campagna mentre il restante 12,5% non prende posizione.
Tra chi fa dell'agricoltura una scelta di vita accanto al numero crescente di quanti hanno scelto di raccogliere il testimone dei genitori, la vera novità rispetto al passato - sempre secondo lo studio Censis-Coldiretti - sono le new entry da altri settori o da diversi vissuti familiari che hanno deciso di scommettere sulla campagna con estro, passione, innovazione e professionalità, i cosiddetti agricoltori di prima generazione. Secondo una analisi della Ixè, tra queste new entry giovanili nelle campagne, ben la metà è laureata, il 57% ha fatto innovazione, ma soprattutto il 74% è orgoglioso del lavoro fatto e il 78% sostiene di avere migliorato la propria vita rispetto alla condizione precedente. E forse ha ragione
Maria Letizia Gardoni delegata dei giovani della Coldiretti nel dire che: «L'agricoltura è tornata a essere un settore strategico per la ripresa economica e occupazionale sia per chi vuole fare impresa con idee innovative sia per chi vuole trovare un'occupazione per fare un'esperienza a contatto con la natura».
I politici si siedono alla tavola della vergogna

LaPresse
Attorno alla «tavola della vergogna» si siederanno oggi a Cernobbio da Matteo Salvini al commissario europeo alla salute Vytenis Andriukaitis, da Renato Brunetta a Giancarlo Giorgetti, da Maurizio Martina, attuale segretario del Pd, all'aspirante Nicola Zingaretti. Li interpella la Coldiretti che da ieri tiene sulle rive del Lago di Como il suo Forum. La tavola della vergogna è imbandita con il falso made in Italy e i prodotti che si fanno sfruttando il lavoro nero e inquinando, sovente nell'indifferenza dell'Unione europea che è occhiuta nell'emanare regolamenti astrusi, miope nella difesa dei prodotti d'eccellenza, spesso genuflessa alle multinazionali.
Roberto Moncalvo, gran capo dei berretti gialli, squaderna le cifre di un'agricoltura che pretende di tornare a essere protagonista dello sviluppo e che ha fatto un'alleanza con i consumatori per proteggere le produzioni nazionali. Perché quella tavola potrebbe diventare il capezzale dell'agricoltura se non si restituisce protagonismo economico al settore primario. Si sa che l'Italian sounding ormai ha sfondato il muro dei 70 miliardi, si sa che la promessa fatta da Maurizio Martina quando era ministro dell'Agricoltura, di tutelare in tutti i modi l'origine dei prodotti italiani si è infranta contro il muro di burocrazia interessata di Bruxelles che di concedere primati all'Italia non ne vuole sapere, si sa che in agricoltura oggi ci sono 55.000 nuove imprese fatte da giovani che stanno applicando modernissime tecnologie. Il boom di iscrizioni alle scuole e alle facoltà agrarie significa che i giovani scommettono sulla terra, nelle imprese agricole sale il numero dei laureati impiegati e anche gli italiani sono tutti convinti che il futuro sia agricolo. Secondo un sondaggio Ixe-Coldiretti oltre 8 italiani su 10 (82,1%) sarebbero contenti se il proprio figlio lavorasse in agricoltura con la percentuale che sale addirittura all'86,2% se si considerano i soli genitori laureati. Si sa infine che l'agroalimentare vale per il nostro paese più o meno 200 miliardi di fatturato di cui una quarantina dall'export.
Sono numeri che se declinati anche con quelli del turismo, come vuole il neoministro Gian Marco Centinaio, collocano il sistema agroterritoriale al primo posto come volume di fatturato in Italia, sommando quasi il 20 % dell'occupazione. Ma di fronte a questo comparto ci sono scadenze decisive: c'è da rinnovare la politica agricola comunitaria con tagli annunciati per quasi 10 miliardi di contributi, c'è la questione dei dazi che l'Ue continua a togliere a produzioni fortemente concorrenti a quelle italiane (l'olio, il pomodoro, il riso), c'è la mai risolta questione delle triangolazioni che interessa soprattutto i Paesi del Nord che importano nella Comunità merce che finisce poi sulla «tavola della vergogna». E che sia così lo dice un dato impressionante; nonostante i controlli che in Italia sono i più stringenti, quest'anno c'è stato un aumento del 58% delle notizie di reato legate alla produzione e al commercio di alimenti.
La nuova Europa che Matteo Salvini vuole costruire deve cominciare anche a sciogliere questi nodi. Perché come ha dimostrato lo studio presentato ieri dalla Coldiretti, se da una parte i consumatori cambiano atteggiamenti (il 20% delle famiglie ormai non ha più il pasto condiviso e il 40,6% delle coppie con figli ha utilizzato una piattaforma di delivery per comprare cibo già preparato), sono oltre 31 milioni gli italiani che non si fidano di fare acquisti online e chiedono un rapporto diretto con gli agricoltori per essere sicuri di quello che comprano.
Dai biocosmetici di Andrea Bocelli all’orto della Nasa, gli acuti agricoli

Un acuto da tenore, quello di Andrea Bocelli, per dire che l'agricoltura è innovazione ed è probabilmente il nuovo vero orizzonte di sviluppo dell'Italia con i giovani sempre più convinti che sulla terra si può trovare nuovo lavoro. Lo dimostra l'edizione di quest'anno dell'Oscar Green che la Coldiretti assegna alle imprese innovative in agricoltura. Tra queste c'è anche la joint venture e che Bocelli produttore di vino e dunque di vinacce (le bucce dell'uva) ha realizzato con Matteo Bacci, produttore ed esperto di erbe officinali, per la produzione di biocosmetici che oltretutto consentono di smaltire riciclandoli i cosiddetti scarti agricoli.
Tra le aziende più fortemente innovative ci sono anche quelle che stanno cercando di riemergere a due anni dal terremoto del Centro Italia. È il caso di Claudio Lorenzini che ha prodotto tra Leonessa e Amatrice la prima birra con grani antichi coltivati a oltre 1500 metri di altitudine. E sempre stando dalle parti della birra ecco una ragazza piemontese, Maria Paola Merlo che dagli scarti della lavorazione della bionda ha pensato alle bionde – ma anche alle brune e alle rosse - inventando un biolio per capelli a base di lieviti di birra. La creatività fa fare ad esempio i San Marzano (pomodori) conservati in acqua di mare come nel caso del napoletano Paolo Roggero. E stando sempre nelle isole c'è chi ha pensato di cerare il porcetto e l'agnello precotti. L'idea è di Emanuele Salis che ha messo insieme allevatori e trasformatori con una invenzione semplice semplice: applicare la termizzazione alle ricette antiche. Dopo la cottura tradizionale, porcetto e agnello vengono messi sottovuoto e questo permette al suino di potere essere esportato fuori dalla Sardegna e all'agnello di essere destagionalizzato.
Sicuramente all'avanguardia è l'azienda della rietina Giorga Ponetti. E si capisce perché. Giorgia è un ingegnere astronautico che ha dato vita a un elettrodomestico capace di coltivare ortaggi in casa. Occupa lo spazio di una lavatrice, non bisogna preoccuparsi di null'altro che di inserire qualche goccia di sali minerali, e programmare il giorno che vuol raccogliere l'insalata, il basilico, i peperoni e tutti gli altri ortaggi. Rispetterà tempi e qualità e li farà trovare pronti nella quantità necessaria. Da solo programma la semina, l'irrigazione, la luce ed è pulitissimo. È l'orto in casa con la comodità di una app attraverso cui scegliere quando e cosa raccogliere. Ed è talmente tecnologica la sua impresa agricola che ha fornito alla Nasa la salsiccia Sarcollis Gustatio prodotta in accordo con l'antica ricetta del Cicolano, facendola degustare ai 12 astronauti a bordo della Stazione spaziale internazionale. E a proposito di salsicce c'è chi fornisce un kit per farsele in casa. L'idea è venuta a Davide Nava, lombardo. Si riceve direttamente a casa con le migliori carni Dop, sale e pepe per condire, lo spago e il budello per «insalsicciare» e un manuale d'istruzione. Da seguire alla lettera ma anche da modificare a piacimento, con variazioni legate alla propria tradizione. E ancora un qr-code, per tracciare la carne e la «patente del maiale».
Ma le capacità di innovare e di fare impresa agricola innovativa dei giovani agricoltori si disvela in tantissimi altri progetti. C'è chi - come Matteo Andreatti trentino - ha inventato la casetta delle api per far vivere al turista e soprattutto ai bambini la vita e la fatica dell'alveare, chi come Nicola Urciuolo temendo di perdere il lavoro in fabbrica si è messo ad allevare lumache ma ha inventato un «grade fratello» che sorveglia le sue «ragazze» con le telecamere e regola l'umidità del terreno, il nutrimento e monitora la salute delle lumache. Tra le materie prime che si trasformano in prodotti che non offendono la natura, ma anzi la proteggono ci sono l'aceto di kaki prodotto in Veneto da Eleonora Farinazzo, la prima spremuta di clementine che cerca di risolvere in parte la crisi dell'agrumicoltura calabrese prodotta da Glauco Gallo, i colori anti allergici prodotti con ere officinali nelle Marche da Sandra Quarantini. E queste pitture come natura comanda ci portano a considerare che l'agricoltura fornisce anche tanti biomateriali da costruzione. È il caso della casa di paglia che Luisa Cabiddu costruisce in Sardegna, del parto domestico per piccoli animali inventato dai friulani Enrico e Luca de Marchi, della bioplastica che Claudio Natile realizza in Puglia. Ma agricoltura è anche solidarietà e impegno. Così c'è un ragazzo che è fuggito dai terroristi di Boko Haram ed è arrivato nelle Marche. Qui Jeffery Eromosele Osoiwanlan ospitato da una famiglia, i Gasparrini, comincia a trasformare il vecchio allevamento di cani dismesso in una sorta di Arca di Noè. Oggi e diventato imprenditore agricolo aprendo la sua azienda dove alleva centinaia di animali di razze e specie a rischio di estinzione provenienti da tutto il mondo, fa continui laboratori dedicati ai più piccoli ma anche attività per i più grandi dal bird watching alla tartufaia ai percorsi olfattivi.
Food delivery o mercati contadini? Il consumatore soffre di strabismo

Max Pixel
Siamo sicuri che lo show dei fornelli convinca gli italiani a passare più tempo in cucina? I dati purtroppo dicono di no. Anzi si mangiano sempre più piatti pronti e il mercato alimentare si sta polarizzando: da una parte ci sono coloro i quali chiedono garanzie di salubrità, s'informano sull'origine dei prodotti, non si fidano di fare acquisto on line e chiedono di vedere in faccia chi fornisce il cibo, dall'altra invece c'è chi si affida al pony express della frittata e non vuole più cucinare. Ma che il consumo alimentare sia in profonda e rapidissima trasformazione lo testimonia a esempio il fatto che alcune mode che sembravano aver preso il sopravvento stanno scemando.
È ripreso il consumo di carne. Uno studio di Eurispes che è stato presentato nelle settimane scorse al villaggio della Coldiretti a Roma ha dimostrato che oltre un milione di italiani sono tornati a consumare carne, uova, latte e formaggi così i vegani oggi sono lo 0,9% del totale rispetto al 3% dello scorso anno. Sono in totale 460.000, per oltre due terzi donne (68%) e i giovani, con la percentuale che sale al 2% tra quelli di età compresa tra i 18 e i 24 anni.
Sui vegani l'opinione è spaccata a metà: per il 49,4% è una scelta radicale, fanatica e segnata dall'intolleranza mentre il resto pensa che sia una opzione rispettabile e anche ammirevole. Ma questo è solo uno spicchio dei mutamenti rapidissimi che il profilo del consumatore subisce in Italia. Con atteggiamenti apparentemente contraddittori. Se infatti il bio cresce a tassi del 20% ed è arrivato a superare i 2,5 miliardi di fatturato, dall'atro c'è un boom del sushi pronto (più 25%) vanno a gonfie vele i piatti surgelati già preparati (più 5% con un più 9% delle pizze) i patti pronti freschi (più 9%) i sughi pronti (più 6%) con un boom di spuntini e tramezzini che valgono circa mezzo miliardo nei supermercati e hanno fatto un balzo in avanti del 20% secondo le recenti rilevazioni Nielsen.
E così ecco un'altra indagine commissionata dalla Coldiretti presentata al Forum di Cernobio e che apre uno scenario fino a poco tempo fa impensabile. Sta tramontando l'idea che cenere insieme tiene unita la famiglia e che il pranzo deve essere scandito da un piatto uguale per tutti. Anzi due famiglie su dieci ormai si stanno orientando al consumo alimentare in regime di liberi tuti. Ognuno mangia da solo, sceglie quello che vuole e sempre più spesso si ricorre al food delivery, mutuando comportamenti metropolitani. Questa tendenza è radicata soprattutto nelle grandi città perché in ambito rurale resiste il pranzo e la cena familiare. Ma è interessante considerare il dato fornito dalla Coldiretti secondo cui il menu del pranzo o della cena divide il 20% delle famiglie italiane dove è scomparsa la tradizione della ricetta unica per tutti per lasciare spazio a vere e proprie pietanze personalizzate a seconda dei gusti o delle esigenze di salute legate a diete o intolleranze. È quanto emerge dal primo studio Coldiretti/Censis sul food delivery.
Ad affidarsi al fattorino del cibo pronto sono le famiglie con bambini, o i single di ritorno che hanno un figlio da accudire. A determinare questa opzione di consumo è senza dubbio il tempo. Ma anche l'ambiente conta. Secondo questo studio nelle città al di sopra del 250.000 abitanti una quota del 59,4% delle famiglie almeno una volta ha ordinato cibo a domicilio. A incoraggiare la scelta del food delivery sarebbe anche la possibilità di ordinare il piatto preferito da ognuno dei componenti della famiglia. Nel corso dell'ultimo anno, il 40,6% delle coppie con figli ha utilizzato una piattaforma di delivery e ancora di più lo hanno fatto le mamme o i papà single con figli (45,7%). A dettare le nuove linee di consumo sono indubbiamente i giovani, i millennials, ovvero la fascia di età tra i 18 e i 34 anni, che spesso vive ancora all'interno del nucleo familiare, sono i maggiori utilizzatori delle piattaforme con ben il 71,1%, che sale addirittura al 73,4% se si prendono in esame i soli studenti.
All'opposto di questa abitudine di consumo c'è la conferma che la stragrande maggioranza degli italiani invece non vuole comprare a scatola chiusa e non si fida, in fatto di alimenti, a fare la spesa sul web. Son ben 31 milioni i refrattari a comprare su internet il salame o l'olio o il vino. Tra questi 31 milioni almeno un quarto sono frequentatori assidui dei mercati contadini e a confermare che in Italia si preferisce fare la spesa direttamente dal produttore viene il dato relativo al turismo enogastronomico. Coldiretti/Censis stimano in 38 milioni gli italiani che nel 2018 hanno frequentato almeno una volta una sagra di prodotti locali, mentre in 26 milioni hanno scelto di trascorrere appositamente le proprie vacanze in territori che ospitano eccellenze enogastronomiche. Sono inoltre 23,7 milioni coloro i quali hanno partecipato a eventi e serate di degustazioni di prodotti o vini, e 23 milioni coloro che hanno soggiornato almeno una volta in agriturismo.
Gli alberi mangia smog, dagli ulivi al ginkgo biloba

by Susanna Giaccai [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], from Wikimedia Commons
Il primo studio lo aveva fatto l'università di Perugia sulla fascia olivata Assisi-Spoleto in Umbria, quei 70 chilometri di colline oggi sono diventati uno dei paesaggi agricoli mondiali che la Fao considera irrinunciabile come esempio. E questo studio dice che gli ulivi sono capaci di assorbire fino a un terzo in più di Co2 rispetto ad altre coltivazioni. Qualcuno ricorderà che a Bruxelles si era molto parlato di greening, cioè di premiare con contributi aggiuntivi quelle coltivazioni che assicurano una depurazione dell'aria e contribuiscono alla salute dell'ambiente. Ebbene nella prima stesura c'erano i verdi pascoli d'Irlanda, ma non gli ulivi che per la solita Europa delle burocrazie nordiche sono piante evidentemente trascurabili. Ma sappiamo che non è così. Ora arriva un altro studio presentato dalla Coldiretti a Cernobbio durante il suo forum a dirci che gli alberi sono amici dell'ambiente – e questa potrebbe sembrare la scoperta dell'acqua calda – perché hanno una straordinaria capacità di respirare i gas cattivi restituendoci l'ossigeno di cui abbiamo bisogno, ma anche perché se piantati in maniera sinergica questi alberi diventano un gigantesco filtro. Insomma se avete un diesel euro 3 o euro 4 per continuare ad usare la vostra macchina vi conviene fare un pensierino al verde pubblico e piantare un albero. Uno qualsiasi? Secondo lo studio di Coldiretti ci sono degli alberi che si comportano da superfiltri. Sono in grado di catturare quasi 4.000 chili di anidride carbonica nell'arco di vent'anni di vita, bloccando anche le pericolose polveri sottili Pm10 e abbassando la temperatura dell'ambiente circostante durante le estati più calde e afose. Dall'Acero riccio alla Betulla verrucosa, dal ginkgo biloba al bagolaro, dal frassino comune all'ontano nero, dal tiglio selvatico all'olmo anche nel proprio giardino è possibile ripulire l'aria da migliaia di chili di anidride carbonica e sostanze inquinanti come le polveri Pm10 che ogni anno in Italia causano circa 80.000 morti premature secondo l'Agenzia europea dell'Ambiente.Al primo posto tra le piante mangia smog – spiega la Coldiretti - c'è l'acero riccio che raggiunge un'altezza di 20 metri, con un tronco slanciato e diritto e foglie di grandi dimensioni, fra i 10 e i 15 cm con al termine una punta spesso ricurva da cui deriva l'appellativo di «riccio»: ogni esemplare è in grado di assorbire fino a 3800 chili di Co2 in vent'anni e ha un'ottima capacità complessiva di mitigazione dell'inquinamento e di abbattimento delle isole di calore negli ambienti urbani. A pari merito, con 3.100 chili di Co2 aspirate dall'aria, ci sono poi la betulla verrucosa, in grado di crescere sui terreni più difficili e considerata albero sacro presso i celti e le tribù germaniche, e il cerro che può arrivare fino a 35 metri di altezza. Il ginkgo biloba che è un albero antichissimo le cui origini risalgono a 250 milioni di anni fa, oltre ad assorbire 2.800 chili di Co2 vanta anche – sottolinea la Coldiretti - un'alta capacità di barriera contro gas, polveri e afa e ha una forte adattabilità a tutti i terreni compresi quelli urbani. Fra gli alberi anti smog troviamo il tiglio, il bagolaro che è fra i più longevi con radici profonde e salde come quelle dell'olmo campestre. Il frassino comune – spiega la Coldiretti - è un altro gigante verde che può arrivare a 40 metri mentre l'ontano nero è il piccolino del gruppo con un'altezza media di 10 metri ma che nonostante le dimensioni ridotte riesce a bloccare fino a 2.600 chili di Co2 e a garantire un forte assorbimento di inquinanti gassosi. Dunque gli italiani che per oltre la metà degli abitanti secondo quanto accertato da Ixe hanno la passione per il giardinaggio potrebbero occupandosi di questi alberi contribuire ad abbattere l'inquinamento. E magari lo Stato potrebbe dare una mano. Come Ma rafforzando le misure di defiscalizzazione degli interventi su giardini e terrazzi, anche condominiali, come il bonus verde del 36%. Insomma se l'Italia si scopre col pollice verde può dire addio allo smog.
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Al Forum dell'agricoltura di Cernobbio, Coldiretti denuncia il falso Made in Italy (difeso da Bruxelles) e che ha ormai sfondato il muro dei 70 miliardi. L'Italia è in testa alla classifica europea per nuove imprese agricole create dai giovani che scommettono sulla terra. A dimostrarlo c'è l'incremento continuo delle iscrizioni agli istituti tecnici e alle facoltà universitarie di agraria. Per quanto riguarda l'istruzione secondaria negli ultimi cinque anni le iscrizioni sono aumentate del 36% e i giovani che quest'anno studiano materie agrarie alle superiori sono quasi 46.000. In agricoltura l'innovazione è ormai il vero orizzonte animato da nuove imprese. Tra queste spiccano quelle che stanno cercando di riemergere a due anni dal terremoto del Centro Italia. Sta cambiando rapidamente il mercato dell'agro alimentare: nelle città vanno i piatti pronti, ma il turismo enogastronomico è in aumento. In ripresa il consumo di carne. Uno studio di Eurispes ha dimostrato che oltre un milione di italiani sono tornati a consumarla al fianco di uova, latte e formaggi. I vegani oggi sono lo 0,9% del totale rispetto al 3% dello scorso anno. Ecco la top ten degli alleati verdi per migliorare la qualità dell'aria e abbattere le polveri sottili. Al primo posto tra le piante mangia inquinamento c'è l'Acero Riccio in grado di assorbire fino a 3800 chili di Co2 in vent'anni. Lo speciale contiene cinque articoli. L'occupazione è in campagna. In controtendenza con tutti i settori economici nel primario c'è lavoro. Ed è lavoro qualificato. I giovani scommettono sulla terra. A dimostrarlo c'è l'incremento continuo delle iscrizioni agli istituti tecnici e alle facoltà universitarie di agraria. Per quanto riguarda l'istruzione secondaria negli ultimi cinque anni le iscrizioni sono aumentate del 36% e i giovani che quest'anno studiano materie agrarie alle superiori sono quasi 46.000. A dimostrare la vitalità de settore c'è il dato degli occupati: a un ano dal diploma oltre il 73% trova lavoro con picchi che vanno dal 94,1% dell'Abruzzo all'88,9% del Veneto, dal 79,1% della Lombardia al 76,5% della Puglia, al 77,8% dell'Emilia Romagna o al 75% del Lazio. Ma vanno molto di moda anche le facoltà di agraria che hanno avuto un incremento delle immatricolazioni pari al 14,5% in cinque anni. E ora anche altre lauree affini come quelle che preparano tecnici per l'agroindustria stanno avendo molto successo tant'è che alcune università, l'ultima in ordine di tempo è quella di Camerino, stano aprendo nuovi corsi di laurea legati alle scienze dell'enogastronomia. A Macerata in questi giorni è stato festeggiato il 150° anniversario dalla fondazione di uno dei più prestigiosi istituti tecnici d'Europa, il Giuseppe Garibaldi, e che ha aperto una nuova strada professionale: con il sesto anno dedicato a chi vuole diventare enologo sta sperimentando una riforma dell'istruzione tecnica che si annuncia quanto mai urgente soprattutto in agricoltura e nel settore dell'agroindustria. La scuola maceratese ha avuto negli ultimi tre anni un raddoppio netto degli studenti passati da poco meno di 300 a quasi 800. La formazione è il cardine della riscossa del mondo agricolo. Il ministro Gian Marco Centinaio di recente ha affermato che intende rivalutare il ruolo delle istituzioni scientifiche e dell'accademia nell'elaborazione delle strategie di sviluppo del settore agricolo integrando questo sviluppo in una complessiva valorizzazione dei territori. E non va dimenticato che tutta Europa invidia all'Italia una istituzione come l'Accademia dei Georgofili che è la più prestigiosa istituzione di cultura agricola nel Vecchio Continente. E così cresce del 5% nel 2018 il numero di imprese agricole italiane condotte da under 35 che vedono nel Made in Italy nuove e interessanti prospettive di futuro, dai campi alla tavola. L'Italia con 55.000 imprese agricole italiane condotte da under 35 è al vertice in Europa nel numero di giovani in agricoltura. Una presenza che ha di fatto rivoluzionato il lavoro in campagna dove il 70% delle imprese giovani opera in attività multifunzionali che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività ricreative, l'agricoltura sociale per l'inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l'agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili. Senza dimenticare l'impegno a difesa della biodiversità con il 25% degli agricoltori custodi che hanno salvato 311 prodotti e razze animali dal rischio di estinzione. Secondo la Coldiretti le aziende agricole dei giovani possiedono una superficie superiore di oltre il 54% alla media, un fatturato più elevato del 75% della media e il 50% di occupati per azienda in più. E che la campagna sia tornata di moda lo conferma un sondaggio che il Censis ha condotto sempre per Coldiretti. Oltre otto italiani su dieci (82,1%) sarebbero contenti se il proprio figlio lavorasse in agricoltura con la percentuale che sale addirittura all'86,2% se si considerano i soli genitori laureati, secondo un'analisi Coldiretti/Censis, dalla quale emerge anche che appena il 5,4% delle mamme e dei papà sarebbe contrario a vedere il figlio in campagna mentre il restante 12,5% non prende posizione. Tra chi fa dell'agricoltura una scelta di vita accanto al numero crescente di quanti hanno scelto di raccogliere il testimone dei genitori, la vera novità rispetto al passato - sempre secondo lo studio Censis-Coldiretti - sono le new entry da altri settori o da diversi vissuti familiari che hanno deciso di scommettere sulla campagna con estro, passione, innovazione e professionalità, i cosiddetti agricoltori di prima generazione. Secondo una analisi della Ixè, tra queste new entry giovanili nelle campagne, ben la metà è laureata, il 57% ha fatto innovazione, ma soprattutto il 74% è orgoglioso del lavoro fatto e il 78% sostiene di avere migliorato la propria vita rispetto alla condizione precedente. E forse ha ragione Maria Letizia Gardoni delegata dei giovani della Coldiretti nel dire che: «L'agricoltura è tornata a essere un settore strategico per la ripresa economica e occupazionale sia per chi vuole fare impresa con idee innovative sia per chi vuole trovare un'occupazione per fare un'esperienza a contatto con la natura». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-politici-si-siedono-alla-tavola-della-vergogna-2613634424.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="i-politici-si-siedono-alla-tavola-della-vergogna" data-post-id="2613634424" data-published-at="1780509086" data-use-pagination="False"> I politici si siedono alla tavola della vergogna LaPresse Attorno alla «tavola della vergogna» si siederanno oggi a Cernobbio da Matteo Salvini al commissario europeo alla salute Vytenis Andriukaitis, da Renato Brunetta a Giancarlo Giorgetti, da Maurizio Martina, attuale segretario del Pd, all'aspirante Nicola Zingaretti. Li interpella la Coldiretti che da ieri tiene sulle rive del Lago di Como il suo Forum. La tavola della vergogna è imbandita con il falso made in Italy e i prodotti che si fanno sfruttando il lavoro nero e inquinando, sovente nell'indifferenza dell'Unione europea che è occhiuta nell'emanare regolamenti astrusi, miope nella difesa dei prodotti d'eccellenza, spesso genuflessa alle multinazionali. Roberto Moncalvo, gran capo dei berretti gialli, squaderna le cifre di un'agricoltura che pretende di tornare a essere protagonista dello sviluppo e che ha fatto un'alleanza con i consumatori per proteggere le produzioni nazionali. Perché quella tavola potrebbe diventare il capezzale dell'agricoltura se non si restituisce protagonismo economico al settore primario. Si sa che l'Italian sounding ormai ha sfondato il muro dei 70 miliardi, si sa che la promessa fatta da Maurizio Martina quando era ministro dell'Agricoltura, di tutelare in tutti i modi l'origine dei prodotti italiani si è infranta contro il muro di burocrazia interessata di Bruxelles che di concedere primati all'Italia non ne vuole sapere, si sa che in agricoltura oggi ci sono 55.000 nuove imprese fatte da giovani che stanno applicando modernissime tecnologie. Il boom di iscrizioni alle scuole e alle facoltà agrarie significa che i giovani scommettono sulla terra, nelle imprese agricole sale il numero dei laureati impiegati e anche gli italiani sono tutti convinti che il futuro sia agricolo. Secondo un sondaggio Ixe-Coldiretti oltre 8 italiani su 10 (82,1%) sarebbero contenti se il proprio figlio lavorasse in agricoltura con la percentuale che sale addirittura all'86,2% se si considerano i soli genitori laureati. Si sa infine che l'agroalimentare vale per il nostro paese più o meno 200 miliardi di fatturato di cui una quarantina dall'export. Sono numeri che se declinati anche con quelli del turismo, come vuole il neoministro Gian Marco Centinaio, collocano il sistema agroterritoriale al primo posto come volume di fatturato in Italia, sommando quasi il 20 % dell'occupazione. Ma di fronte a questo comparto ci sono scadenze decisive: c'è da rinnovare la politica agricola comunitaria con tagli annunciati per quasi 10 miliardi di contributi, c'è la questione dei dazi che l'Ue continua a togliere a produzioni fortemente concorrenti a quelle italiane (l'olio, il pomodoro, il riso), c'è la mai risolta questione delle triangolazioni che interessa soprattutto i Paesi del Nord che importano nella Comunità merce che finisce poi sulla «tavola della vergogna». E che sia così lo dice un dato impressionante; nonostante i controlli che in Italia sono i più stringenti, quest'anno c'è stato un aumento del 58% delle notizie di reato legate alla produzione e al commercio di alimenti. La nuova Europa che Matteo Salvini vuole costruire deve cominciare anche a sciogliere questi nodi. Perché come ha dimostrato lo studio presentato ieri dalla Coldiretti, se da una parte i consumatori cambiano atteggiamenti (il 20% delle famiglie ormai non ha più il pasto condiviso e il 40,6% delle coppie con figli ha utilizzato una piattaforma di delivery per comprare cibo già preparato), sono oltre 31 milioni gli italiani che non si fidano di fare acquisti online e chiedono un rapporto diretto con gli agricoltori per essere sicuri di quello che comprano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-politici-si-siedono-alla-tavola-della-vergogna-2613634424.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dai-biocosmetici-di-andrea-bocelli-allorto-della-nasa-gli-acuti-agricoli" data-post-id="2613634424" data-published-at="1780509086" data-use-pagination="False"> Dai biocosmetici di Andrea Bocelli all’orto della Nasa, gli acuti agricoli Un acuto da tenore, quello di Andrea Bocelli, per dire che l'agricoltura è innovazione ed è probabilmente il nuovo vero orizzonte di sviluppo dell'Italia con i giovani sempre più convinti che sulla terra si può trovare nuovo lavoro. Lo dimostra l'edizione di quest'anno dell'Oscar Green che la Coldiretti assegna alle imprese innovative in agricoltura. Tra queste c'è anche la joint venture e che Bocelli produttore di vino e dunque di vinacce (le bucce dell'uva) ha realizzato con Matteo Bacci, produttore ed esperto di erbe officinali, per la produzione di biocosmetici che oltretutto consentono di smaltire riciclandoli i cosiddetti scarti agricoli. Tra le aziende più fortemente innovative ci sono anche quelle che stanno cercando di riemergere a due anni dal terremoto del Centro Italia. È il caso di Claudio Lorenzini che ha prodotto tra Leonessa e Amatrice la prima birra con grani antichi coltivati a oltre 1500 metri di altitudine. E sempre stando dalle parti della birra ecco una ragazza piemontese, Maria Paola Merlo che dagli scarti della lavorazione della bionda ha pensato alle bionde – ma anche alle brune e alle rosse - inventando un biolio per capelli a base di lieviti di birra. La creatività fa fare ad esempio i San Marzano (pomodori) conservati in acqua di mare come nel caso del napoletano Paolo Roggero. E stando sempre nelle isole c'è chi ha pensato di cerare il porcetto e l'agnello precotti. L'idea è di Emanuele Salis che ha messo insieme allevatori e trasformatori con una invenzione semplice semplice: applicare la termizzazione alle ricette antiche. Dopo la cottura tradizionale, porcetto e agnello vengono messi sottovuoto e questo permette al suino di potere essere esportato fuori dalla Sardegna e all'agnello di essere destagionalizzato. Sicuramente all'avanguardia è l'azienda della rietina Giorga Ponetti. E si capisce perché. Giorgia è un ingegnere astronautico che ha dato vita a un elettrodomestico capace di coltivare ortaggi in casa. Occupa lo spazio di una lavatrice, non bisogna preoccuparsi di null'altro che di inserire qualche goccia di sali minerali, e programmare il giorno che vuol raccogliere l'insalata, il basilico, i peperoni e tutti gli altri ortaggi. Rispetterà tempi e qualità e li farà trovare pronti nella quantità necessaria. Da solo programma la semina, l'irrigazione, la luce ed è pulitissimo. È l'orto in casa con la comodità di una app attraverso cui scegliere quando e cosa raccogliere. Ed è talmente tecnologica la sua impresa agricola che ha fornito alla Nasa la salsiccia Sarcollis Gustatio prodotta in accordo con l'antica ricetta del Cicolano, facendola degustare ai 12 astronauti a bordo della Stazione spaziale internazionale. E a proposito di salsicce c'è chi fornisce un kit per farsele in casa. L'idea è venuta a Davide Nava, lombardo. Si riceve direttamente a casa con le migliori carni Dop, sale e pepe per condire, lo spago e il budello per «insalsicciare» e un manuale d'istruzione. Da seguire alla lettera ma anche da modificare a piacimento, con variazioni legate alla propria tradizione. E ancora un qr-code, per tracciare la carne e la «patente del maiale». Ma le capacità di innovare e di fare impresa agricola innovativa dei giovani agricoltori si disvela in tantissimi altri progetti. C'è chi - come Matteo Andreatti trentino - ha inventato la casetta delle api per far vivere al turista e soprattutto ai bambini la vita e la fatica dell'alveare, chi come Nicola Urciuolo temendo di perdere il lavoro in fabbrica si è messo ad allevare lumache ma ha inventato un «grade fratello» che sorveglia le sue «ragazze» con le telecamere e regola l'umidità del terreno, il nutrimento e monitora la salute delle lumache. Tra le materie prime che si trasformano in prodotti che non offendono la natura, ma anzi la proteggono ci sono l'aceto di kaki prodotto in Veneto da Eleonora Farinazzo, la prima spremuta di clementine che cerca di risolvere in parte la crisi dell'agrumicoltura calabrese prodotta da Glauco Gallo, i colori anti allergici prodotti con ere officinali nelle Marche da Sandra Quarantini. E queste pitture come natura comanda ci portano a considerare che l'agricoltura fornisce anche tanti biomateriali da costruzione. È il caso della casa di paglia che Luisa Cabiddu costruisce in Sardegna, del parto domestico per piccoli animali inventato dai friulani Enrico e Luca de Marchi, della bioplastica che Claudio Natile realizza in Puglia. Ma agricoltura è anche solidarietà e impegno. Così c'è un ragazzo che è fuggito dai terroristi di Boko Haram ed è arrivato nelle Marche. Qui Jeffery Eromosele Osoiwanlan ospitato da una famiglia, i Gasparrini, comincia a trasformare il vecchio allevamento di cani dismesso in una sorta di Arca di Noè. Oggi e diventato imprenditore agricolo aprendo la sua azienda dove alleva centinaia di animali di razze e specie a rischio di estinzione provenienti da tutto il mondo, fa continui laboratori dedicati ai più piccoli ma anche attività per i più grandi dal bird watching alla tartufaia ai percorsi olfattivi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-politici-si-siedono-alla-tavola-della-vergogna-2613634424.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="food-delivery-o-mercati-contadini-il-consumatore-soffre-di-strabismo" data-post-id="2613634424" data-published-at="1780509086" data-use-pagination="False"> Food delivery o mercati contadini? Il consumatore soffre di strabismo Max Pixel Siamo sicuri che lo show dei fornelli convinca gli italiani a passare più tempo in cucina? I dati purtroppo dicono di no. Anzi si mangiano sempre più piatti pronti e il mercato alimentare si sta polarizzando: da una parte ci sono coloro i quali chiedono garanzie di salubrità, s'informano sull'origine dei prodotti, non si fidano di fare acquisto on line e chiedono di vedere in faccia chi fornisce il cibo, dall'altra invece c'è chi si affida al pony express della frittata e non vuole più cucinare. Ma che il consumo alimentare sia in profonda e rapidissima trasformazione lo testimonia a esempio il fatto che alcune mode che sembravano aver preso il sopravvento stanno scemando.È ripreso il consumo di carne. Uno studio di Eurispes che è stato presentato nelle settimane scorse al villaggio della Coldiretti a Roma ha dimostrato che oltre un milione di italiani sono tornati a consumare carne, uova, latte e formaggi così i vegani oggi sono lo 0,9% del totale rispetto al 3% dello scorso anno. Sono in totale 460.000, per oltre due terzi donne (68%) e i giovani, con la percentuale che sale al 2% tra quelli di età compresa tra i 18 e i 24 anni.Sui vegani l'opinione è spaccata a metà: per il 49,4% è una scelta radicale, fanatica e segnata dall'intolleranza mentre il resto pensa che sia una opzione rispettabile e anche ammirevole. Ma questo è solo uno spicchio dei mutamenti rapidissimi che il profilo del consumatore subisce in Italia. Con atteggiamenti apparentemente contraddittori. Se infatti il bio cresce a tassi del 20% ed è arrivato a superare i 2,5 miliardi di fatturato, dall'atro c'è un boom del sushi pronto (più 25%) vanno a gonfie vele i piatti surgelati già preparati (più 5% con un più 9% delle pizze) i patti pronti freschi (più 9%) i sughi pronti (più 6%) con un boom di spuntini e tramezzini che valgono circa mezzo miliardo nei supermercati e hanno fatto un balzo in avanti del 20% secondo le recenti rilevazioni Nielsen.E così ecco un'altra indagine commissionata dalla Coldiretti presentata al Forum di Cernobio e che apre uno scenario fino a poco tempo fa impensabile. Sta tramontando l'idea che cenere insieme tiene unita la famiglia e che il pranzo deve essere scandito da un piatto uguale per tutti. Anzi due famiglie su dieci ormai si stanno orientando al consumo alimentare in regime di liberi tuti. Ognuno mangia da solo, sceglie quello che vuole e sempre più spesso si ricorre al food delivery, mutuando comportamenti metropolitani. Questa tendenza è radicata soprattutto nelle grandi città perché in ambito rurale resiste il pranzo e la cena familiare. Ma è interessante considerare il dato fornito dalla Coldiretti secondo cui il menu del pranzo o della cena divide il 20% delle famiglie italiane dove è scomparsa la tradizione della ricetta unica per tutti per lasciare spazio a vere e proprie pietanze personalizzate a seconda dei gusti o delle esigenze di salute legate a diete o intolleranze. È quanto emerge dal primo studio Coldiretti/Censis sul food delivery.Ad affidarsi al fattorino del cibo pronto sono le famiglie con bambini, o i single di ritorno che hanno un figlio da accudire. A determinare questa opzione di consumo è senza dubbio il tempo. Ma anche l'ambiente conta. Secondo questo studio nelle città al di sopra del 250.000 abitanti una quota del 59,4% delle famiglie almeno una volta ha ordinato cibo a domicilio. A incoraggiare la scelta del food delivery sarebbe anche la possibilità di ordinare il piatto preferito da ognuno dei componenti della famiglia. Nel corso dell'ultimo anno, il 40,6% delle coppie con figli ha utilizzato una piattaforma di delivery e ancora di più lo hanno fatto le mamme o i papà single con figli (45,7%). A dettare le nuove linee di consumo sono indubbiamente i giovani, i millennials, ovvero la fascia di età tra i 18 e i 34 anni, che spesso vive ancora all'interno del nucleo familiare, sono i maggiori utilizzatori delle piattaforme con ben il 71,1%, che sale addirittura al 73,4% se si prendono in esame i soli studenti.All'opposto di questa abitudine di consumo c'è la conferma che la stragrande maggioranza degli italiani invece non vuole comprare a scatola chiusa e non si fida, in fatto di alimenti, a fare la spesa sul web. Son ben 31 milioni i refrattari a comprare su internet il salame o l'olio o il vino. Tra questi 31 milioni almeno un quarto sono frequentatori assidui dei mercati contadini e a confermare che in Italia si preferisce fare la spesa direttamente dal produttore viene il dato relativo al turismo enogastronomico. Coldiretti/Censis stimano in 38 milioni gli italiani che nel 2018 hanno frequentato almeno una volta una sagra di prodotti locali, mentre in 26 milioni hanno scelto di trascorrere appositamente le proprie vacanze in territori che ospitano eccellenze enogastronomiche. Sono inoltre 23,7 milioni coloro i quali hanno partecipato a eventi e serate di degustazioni di prodotti o vini, e 23 milioni coloro che hanno soggiornato almeno una volta in agriturismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-politici-si-siedono-alla-tavola-della-vergogna-2613634424.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="gli-alberi-mangia-smog-dagli-ulivi-al-ginkgo-biloba" data-post-id="2613634424" data-published-at="1780509086" data-use-pagination="False"> Gli alberi mangia smog, dagli ulivi al ginkgo biloba by Susanna Giaccai [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], from Wikimedia Commons Il primo studio lo aveva fatto l'università di Perugia sulla fascia olivata Assisi-Spoleto in Umbria, quei 70 chilometri di colline oggi sono diventati uno dei paesaggi agricoli mondiali che la Fao considera irrinunciabile come esempio. E questo studio dice che gli ulivi sono capaci di assorbire fino a un terzo in più di Co2 rispetto ad altre coltivazioni. Qualcuno ricorderà che a Bruxelles si era molto parlato di greening, cioè di premiare con contributi aggiuntivi quelle coltivazioni che assicurano una depurazione dell'aria e contribuiscono alla salute dell'ambiente. Ebbene nella prima stesura c'erano i verdi pascoli d'Irlanda, ma non gli ulivi che per la solita Europa delle burocrazie nordiche sono piante evidentemente trascurabili. Ma sappiamo che non è così. Ora arriva un altro studio presentato dalla Coldiretti a Cernobbio durante il suo forum a dirci che gli alberi sono amici dell'ambiente – e questa potrebbe sembrare la scoperta dell'acqua calda – perché hanno una straordinaria capacità di respirare i gas cattivi restituendoci l'ossigeno di cui abbiamo bisogno, ma anche perché se piantati in maniera sinergica questi alberi diventano un gigantesco filtro. Insomma se avete un diesel euro 3 o euro 4 per continuare ad usare la vostra macchina vi conviene fare un pensierino al verde pubblico e piantare un albero. Uno qualsiasi? Secondo lo studio di Coldiretti ci sono degli alberi che si comportano da superfiltri. Sono in grado di catturare quasi 4.000 chili di anidride carbonica nell'arco di vent'anni di vita, bloccando anche le pericolose polveri sottili Pm10 e abbassando la temperatura dell'ambiente circostante durante le estati più calde e afose. Dall'Acero riccio alla Betulla verrucosa, dal ginkgo biloba al bagolaro, dal frassino comune all'ontano nero, dal tiglio selvatico all'olmo anche nel proprio giardino è possibile ripulire l'aria da migliaia di chili di anidride carbonica e sostanze inquinanti come le polveri Pm10 che ogni anno in Italia causano circa 80.000 morti premature secondo l'Agenzia europea dell'Ambiente.Al primo posto tra le piante mangia smog – spiega la Coldiretti - c'è l'acero riccio che raggiunge un'altezza di 20 metri, con un tronco slanciato e diritto e foglie di grandi dimensioni, fra i 10 e i 15 cm con al termine una punta spesso ricurva da cui deriva l'appellativo di «riccio»: ogni esemplare è in grado di assorbire fino a 3800 chili di Co2 in vent'anni e ha un'ottima capacità complessiva di mitigazione dell'inquinamento e di abbattimento delle isole di calore negli ambienti urbani. A pari merito, con 3.100 chili di Co2 aspirate dall'aria, ci sono poi la betulla verrucosa, in grado di crescere sui terreni più difficili e considerata albero sacro presso i celti e le tribù germaniche, e il cerro che può arrivare fino a 35 metri di altezza. Il ginkgo biloba che è un albero antichissimo le cui origini risalgono a 250 milioni di anni fa, oltre ad assorbire 2.800 chili di Co2 vanta anche – sottolinea la Coldiretti - un'alta capacità di barriera contro gas, polveri e afa e ha una forte adattabilità a tutti i terreni compresi quelli urbani. Fra gli alberi anti smog troviamo il tiglio, il bagolaro che è fra i più longevi con radici profonde e salde come quelle dell'olmo campestre. Il frassino comune – spiega la Coldiretti - è un altro gigante verde che può arrivare a 40 metri mentre l'ontano nero è il piccolino del gruppo con un'altezza media di 10 metri ma che nonostante le dimensioni ridotte riesce a bloccare fino a 2.600 chili di Co2 e a garantire un forte assorbimento di inquinanti gassosi. Dunque gli italiani che per oltre la metà degli abitanti secondo quanto accertato da Ixe hanno la passione per il giardinaggio potrebbero occupandosi di questi alberi contribuire ad abbattere l'inquinamento. E magari lo Stato potrebbe dare una mano. Come Ma rafforzando le misure di defiscalizzazione degli interventi su giardini e terrazzi, anche condominiali, come il bonus verde del 36%. Insomma se l'Italia si scopre col pollice verde può dire addio allo smog.
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 3 giugno 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela i dettagli delle indagini sulla strage dei braccianti di Amendolara.
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«Purtroppo il caporalato non è un fenomeno di questi giorni e i dati numerici ci dicono che come fenomeno non si sia aggravato, ma di fronte a queste situazioni continueremo ad inasprire le sanzioni e aumentare i controlli. I lavoratori vanno rispettati tutti, italiani e immigrati».
Il ministro ha aggiunto: «È stata l’illegalità diffusa che ha permesso, anche rispetto all’immigrazione clandestina, di trovare sacche delle quali hanno approfittato gli sfruttatori. Con i decreti flussi si prevede invece l’applicazione della civiltà».
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