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2018-10-20
Bruxelles difende il falso agroalimentare. Almeno i nostri giovani lottano per l'agricoltura made in Italy
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ANSA
L'occupazione è in campagna. In controtendenza con tutti i settori economici nel primario c'è lavoro. Ed è lavoro qualificato. I giovani scommettono sulla terra. A dimostrarlo c'è l'incremento continuo delle iscrizioni agli istituti tecnici e alle facoltà universitarie di agraria. Per quanto riguarda l'istruzione secondaria negli ultimi cinque anni le iscrizioni sono aumentate del 36% e i giovani che quest'anno studiano materie agrarie alle superiori sono quasi 46.000. A dimostrare la vitalità de settore c'è il dato degli occupati: a un ano dal diploma oltre il 73% trova lavoro con picchi che vanno dal 94,1% dell'Abruzzo all'88,9% del Veneto, dal 79,1% della Lombardia al 76,5% della Puglia, al 77,8% dell'Emilia Romagna o al 75% del Lazio. Ma vanno molto di moda anche le facoltà di agraria che hanno avuto un incremento delle immatricolazioni pari al 14,5% in cinque anni. E ora anche altre lauree affini come quelle che preparano tecnici per l'agroindustria stanno avendo molto successo tant'è che alcune università, l'ultima in ordine di tempo è quella di Camerino, stano aprendo nuovi corsi di laurea legati alle scienze dell'enogastronomia.
A Macerata in questi giorni è stato festeggiato il 150° anniversario dalla fondazione di uno dei più prestigiosi istituti tecnici d'Europa, il Giuseppe Garibaldi, e che ha aperto una nuova strada professionale: con il sesto anno dedicato a chi vuole diventare enologo sta sperimentando una riforma dell'istruzione tecnica che si annuncia quanto mai urgente soprattutto in agricoltura e nel settore dell'agroindustria. La scuola maceratese ha avuto negli ultimi tre anni un raddoppio netto degli studenti passati da poco meno di 300 a quasi 800. La formazione è il cardine della riscossa del mondo agricolo. Il ministro
Gian Marco Centinaio di recente ha affermato che intende rivalutare il ruolo delle istituzioni scientifiche e dell'accademia nell'elaborazione delle strategie di sviluppo del settore agricolo integrando questo sviluppo in una complessiva valorizzazione dei territori. E non va dimenticato che tutta Europa invidia all'Italia una istituzione come l'Accademia dei Georgofili che è la più prestigiosa istituzione di cultura agricola nel Vecchio Continente.
E così cresce del 5% nel 2018 il numero di imprese agricole italiane condotte da under 35 che vedono nel Made in Italy nuove e interessanti prospettive di futuro, dai campi alla tavola. L'Italia con 55.000 imprese agricole italiane condotte da under 35 è al vertice in Europa nel numero di giovani in agricoltura. Una presenza che ha di fatto rivoluzionato il lavoro in campagna dove il 70% delle imprese giovani opera in attività multifunzionali che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività ricreative, l'agricoltura sociale per l'inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l'agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili. Senza dimenticare l'impegno a difesa della biodiversità con il 25% degli agricoltori custodi che hanno salvato 311 prodotti e razze animali dal rischio di estinzione. Secondo la Coldiretti le aziende agricole dei giovani possiedono una superficie superiore di oltre il 54% alla media, un fatturato più elevato del 75% della media e il 50% di occupati per azienda in più.
E che la campagna sia tornata di moda lo conferma un sondaggio che il Censis ha condotto sempre per Coldiretti. Oltre otto italiani su dieci (82,1%) sarebbero contenti se il proprio figlio lavorasse in agricoltura con la percentuale che sale addirittura all'86,2% se si considerano i soli genitori laureati, secondo un'analisi Coldiretti/Censis, dalla quale emerge anche che appena il 5,4% delle mamme e dei papà sarebbe contrario a vedere il figlio in campagna mentre il restante 12,5% non prende posizione.
Tra chi fa dell'agricoltura una scelta di vita accanto al numero crescente di quanti hanno scelto di raccogliere il testimone dei genitori, la vera novità rispetto al passato - sempre secondo lo studio Censis-Coldiretti - sono le new entry da altri settori o da diversi vissuti familiari che hanno deciso di scommettere sulla campagna con estro, passione, innovazione e professionalità, i cosiddetti agricoltori di prima generazione. Secondo una analisi della Ixè, tra queste new entry giovanili nelle campagne, ben la metà è laureata, il 57% ha fatto innovazione, ma soprattutto il 74% è orgoglioso del lavoro fatto e il 78% sostiene di avere migliorato la propria vita rispetto alla condizione precedente. E forse ha ragione
Maria Letizia Gardoni delegata dei giovani della Coldiretti nel dire che: «L'agricoltura è tornata a essere un settore strategico per la ripresa economica e occupazionale sia per chi vuole fare impresa con idee innovative sia per chi vuole trovare un'occupazione per fare un'esperienza a contatto con la natura».
I politici si siedono alla tavola della vergogna

LaPresse
Attorno alla «tavola della vergogna» si siederanno oggi a Cernobbio da Matteo Salvini al commissario europeo alla salute Vytenis Andriukaitis, da Renato Brunetta a Giancarlo Giorgetti, da Maurizio Martina, attuale segretario del Pd, all'aspirante Nicola Zingaretti. Li interpella la Coldiretti che da ieri tiene sulle rive del Lago di Como il suo Forum. La tavola della vergogna è imbandita con il falso made in Italy e i prodotti che si fanno sfruttando il lavoro nero e inquinando, sovente nell'indifferenza dell'Unione europea che è occhiuta nell'emanare regolamenti astrusi, miope nella difesa dei prodotti d'eccellenza, spesso genuflessa alle multinazionali.
Roberto Moncalvo, gran capo dei berretti gialli, squaderna le cifre di un'agricoltura che pretende di tornare a essere protagonista dello sviluppo e che ha fatto un'alleanza con i consumatori per proteggere le produzioni nazionali. Perché quella tavola potrebbe diventare il capezzale dell'agricoltura se non si restituisce protagonismo economico al settore primario. Si sa che l'Italian sounding ormai ha sfondato il muro dei 70 miliardi, si sa che la promessa fatta da Maurizio Martina quando era ministro dell'Agricoltura, di tutelare in tutti i modi l'origine dei prodotti italiani si è infranta contro il muro di burocrazia interessata di Bruxelles che di concedere primati all'Italia non ne vuole sapere, si sa che in agricoltura oggi ci sono 55.000 nuove imprese fatte da giovani che stanno applicando modernissime tecnologie. Il boom di iscrizioni alle scuole e alle facoltà agrarie significa che i giovani scommettono sulla terra, nelle imprese agricole sale il numero dei laureati impiegati e anche gli italiani sono tutti convinti che il futuro sia agricolo. Secondo un sondaggio Ixe-Coldiretti oltre 8 italiani su 10 (82,1%) sarebbero contenti se il proprio figlio lavorasse in agricoltura con la percentuale che sale addirittura all'86,2% se si considerano i soli genitori laureati. Si sa infine che l'agroalimentare vale per il nostro paese più o meno 200 miliardi di fatturato di cui una quarantina dall'export.
Sono numeri che se declinati anche con quelli del turismo, come vuole il neoministro Gian Marco Centinaio, collocano il sistema agroterritoriale al primo posto come volume di fatturato in Italia, sommando quasi il 20 % dell'occupazione. Ma di fronte a questo comparto ci sono scadenze decisive: c'è da rinnovare la politica agricola comunitaria con tagli annunciati per quasi 10 miliardi di contributi, c'è la questione dei dazi che l'Ue continua a togliere a produzioni fortemente concorrenti a quelle italiane (l'olio, il pomodoro, il riso), c'è la mai risolta questione delle triangolazioni che interessa soprattutto i Paesi del Nord che importano nella Comunità merce che finisce poi sulla «tavola della vergogna». E che sia così lo dice un dato impressionante; nonostante i controlli che in Italia sono i più stringenti, quest'anno c'è stato un aumento del 58% delle notizie di reato legate alla produzione e al commercio di alimenti.
La nuova Europa che Matteo Salvini vuole costruire deve cominciare anche a sciogliere questi nodi. Perché come ha dimostrato lo studio presentato ieri dalla Coldiretti, se da una parte i consumatori cambiano atteggiamenti (il 20% delle famiglie ormai non ha più il pasto condiviso e il 40,6% delle coppie con figli ha utilizzato una piattaforma di delivery per comprare cibo già preparato), sono oltre 31 milioni gli italiani che non si fidano di fare acquisti online e chiedono un rapporto diretto con gli agricoltori per essere sicuri di quello che comprano.
Dai biocosmetici di Andrea Bocelli all’orto della Nasa, gli acuti agricoli

Un acuto da tenore, quello di Andrea Bocelli, per dire che l'agricoltura è innovazione ed è probabilmente il nuovo vero orizzonte di sviluppo dell'Italia con i giovani sempre più convinti che sulla terra si può trovare nuovo lavoro. Lo dimostra l'edizione di quest'anno dell'Oscar Green che la Coldiretti assegna alle imprese innovative in agricoltura. Tra queste c'è anche la joint venture e che Bocelli produttore di vino e dunque di vinacce (le bucce dell'uva) ha realizzato con Matteo Bacci, produttore ed esperto di erbe officinali, per la produzione di biocosmetici che oltretutto consentono di smaltire riciclandoli i cosiddetti scarti agricoli.
Tra le aziende più fortemente innovative ci sono anche quelle che stanno cercando di riemergere a due anni dal terremoto del Centro Italia. È il caso di Claudio Lorenzini che ha prodotto tra Leonessa e Amatrice la prima birra con grani antichi coltivati a oltre 1500 metri di altitudine. E sempre stando dalle parti della birra ecco una ragazza piemontese, Maria Paola Merlo che dagli scarti della lavorazione della bionda ha pensato alle bionde – ma anche alle brune e alle rosse - inventando un biolio per capelli a base di lieviti di birra. La creatività fa fare ad esempio i San Marzano (pomodori) conservati in acqua di mare come nel caso del napoletano Paolo Roggero. E stando sempre nelle isole c'è chi ha pensato di cerare il porcetto e l'agnello precotti. L'idea è di Emanuele Salis che ha messo insieme allevatori e trasformatori con una invenzione semplice semplice: applicare la termizzazione alle ricette antiche. Dopo la cottura tradizionale, porcetto e agnello vengono messi sottovuoto e questo permette al suino di potere essere esportato fuori dalla Sardegna e all'agnello di essere destagionalizzato.
Sicuramente all'avanguardia è l'azienda della rietina Giorga Ponetti. E si capisce perché. Giorgia è un ingegnere astronautico che ha dato vita a un elettrodomestico capace di coltivare ortaggi in casa. Occupa lo spazio di una lavatrice, non bisogna preoccuparsi di null'altro che di inserire qualche goccia di sali minerali, e programmare il giorno che vuol raccogliere l'insalata, il basilico, i peperoni e tutti gli altri ortaggi. Rispetterà tempi e qualità e li farà trovare pronti nella quantità necessaria. Da solo programma la semina, l'irrigazione, la luce ed è pulitissimo. È l'orto in casa con la comodità di una app attraverso cui scegliere quando e cosa raccogliere. Ed è talmente tecnologica la sua impresa agricola che ha fornito alla Nasa la salsiccia Sarcollis Gustatio prodotta in accordo con l'antica ricetta del Cicolano, facendola degustare ai 12 astronauti a bordo della Stazione spaziale internazionale. E a proposito di salsicce c'è chi fornisce un kit per farsele in casa. L'idea è venuta a Davide Nava, lombardo. Si riceve direttamente a casa con le migliori carni Dop, sale e pepe per condire, lo spago e il budello per «insalsicciare» e un manuale d'istruzione. Da seguire alla lettera ma anche da modificare a piacimento, con variazioni legate alla propria tradizione. E ancora un qr-code, per tracciare la carne e la «patente del maiale».
Ma le capacità di innovare e di fare impresa agricola innovativa dei giovani agricoltori si disvela in tantissimi altri progetti. C'è chi - come Matteo Andreatti trentino - ha inventato la casetta delle api per far vivere al turista e soprattutto ai bambini la vita e la fatica dell'alveare, chi come Nicola Urciuolo temendo di perdere il lavoro in fabbrica si è messo ad allevare lumache ma ha inventato un «grade fratello» che sorveglia le sue «ragazze» con le telecamere e regola l'umidità del terreno, il nutrimento e monitora la salute delle lumache. Tra le materie prime che si trasformano in prodotti che non offendono la natura, ma anzi la proteggono ci sono l'aceto di kaki prodotto in Veneto da Eleonora Farinazzo, la prima spremuta di clementine che cerca di risolvere in parte la crisi dell'agrumicoltura calabrese prodotta da Glauco Gallo, i colori anti allergici prodotti con ere officinali nelle Marche da Sandra Quarantini. E queste pitture come natura comanda ci portano a considerare che l'agricoltura fornisce anche tanti biomateriali da costruzione. È il caso della casa di paglia che Luisa Cabiddu costruisce in Sardegna, del parto domestico per piccoli animali inventato dai friulani Enrico e Luca de Marchi, della bioplastica che Claudio Natile realizza in Puglia. Ma agricoltura è anche solidarietà e impegno. Così c'è un ragazzo che è fuggito dai terroristi di Boko Haram ed è arrivato nelle Marche. Qui Jeffery Eromosele Osoiwanlan ospitato da una famiglia, i Gasparrini, comincia a trasformare il vecchio allevamento di cani dismesso in una sorta di Arca di Noè. Oggi e diventato imprenditore agricolo aprendo la sua azienda dove alleva centinaia di animali di razze e specie a rischio di estinzione provenienti da tutto il mondo, fa continui laboratori dedicati ai più piccoli ma anche attività per i più grandi dal bird watching alla tartufaia ai percorsi olfattivi.
Food delivery o mercati contadini? Il consumatore soffre di strabismo

Max Pixel
Siamo sicuri che lo show dei fornelli convinca gli italiani a passare più tempo in cucina? I dati purtroppo dicono di no. Anzi si mangiano sempre più piatti pronti e il mercato alimentare si sta polarizzando: da una parte ci sono coloro i quali chiedono garanzie di salubrità, s'informano sull'origine dei prodotti, non si fidano di fare acquisto on line e chiedono di vedere in faccia chi fornisce il cibo, dall'altra invece c'è chi si affida al pony express della frittata e non vuole più cucinare. Ma che il consumo alimentare sia in profonda e rapidissima trasformazione lo testimonia a esempio il fatto che alcune mode che sembravano aver preso il sopravvento stanno scemando.
È ripreso il consumo di carne. Uno studio di Eurispes che è stato presentato nelle settimane scorse al villaggio della Coldiretti a Roma ha dimostrato che oltre un milione di italiani sono tornati a consumare carne, uova, latte e formaggi così i vegani oggi sono lo 0,9% del totale rispetto al 3% dello scorso anno. Sono in totale 460.000, per oltre due terzi donne (68%) e i giovani, con la percentuale che sale al 2% tra quelli di età compresa tra i 18 e i 24 anni.
Sui vegani l'opinione è spaccata a metà: per il 49,4% è una scelta radicale, fanatica e segnata dall'intolleranza mentre il resto pensa che sia una opzione rispettabile e anche ammirevole. Ma questo è solo uno spicchio dei mutamenti rapidissimi che il profilo del consumatore subisce in Italia. Con atteggiamenti apparentemente contraddittori. Se infatti il bio cresce a tassi del 20% ed è arrivato a superare i 2,5 miliardi di fatturato, dall'atro c'è un boom del sushi pronto (più 25%) vanno a gonfie vele i piatti surgelati già preparati (più 5% con un più 9% delle pizze) i patti pronti freschi (più 9%) i sughi pronti (più 6%) con un boom di spuntini e tramezzini che valgono circa mezzo miliardo nei supermercati e hanno fatto un balzo in avanti del 20% secondo le recenti rilevazioni Nielsen.
E così ecco un'altra indagine commissionata dalla Coldiretti presentata al Forum di Cernobio e che apre uno scenario fino a poco tempo fa impensabile. Sta tramontando l'idea che cenere insieme tiene unita la famiglia e che il pranzo deve essere scandito da un piatto uguale per tutti. Anzi due famiglie su dieci ormai si stanno orientando al consumo alimentare in regime di liberi tuti. Ognuno mangia da solo, sceglie quello che vuole e sempre più spesso si ricorre al food delivery, mutuando comportamenti metropolitani. Questa tendenza è radicata soprattutto nelle grandi città perché in ambito rurale resiste il pranzo e la cena familiare. Ma è interessante considerare il dato fornito dalla Coldiretti secondo cui il menu del pranzo o della cena divide il 20% delle famiglie italiane dove è scomparsa la tradizione della ricetta unica per tutti per lasciare spazio a vere e proprie pietanze personalizzate a seconda dei gusti o delle esigenze di salute legate a diete o intolleranze. È quanto emerge dal primo studio Coldiretti/Censis sul food delivery.
Ad affidarsi al fattorino del cibo pronto sono le famiglie con bambini, o i single di ritorno che hanno un figlio da accudire. A determinare questa opzione di consumo è senza dubbio il tempo. Ma anche l'ambiente conta. Secondo questo studio nelle città al di sopra del 250.000 abitanti una quota del 59,4% delle famiglie almeno una volta ha ordinato cibo a domicilio. A incoraggiare la scelta del food delivery sarebbe anche la possibilità di ordinare il piatto preferito da ognuno dei componenti della famiglia. Nel corso dell'ultimo anno, il 40,6% delle coppie con figli ha utilizzato una piattaforma di delivery e ancora di più lo hanno fatto le mamme o i papà single con figli (45,7%). A dettare le nuove linee di consumo sono indubbiamente i giovani, i millennials, ovvero la fascia di età tra i 18 e i 34 anni, che spesso vive ancora all'interno del nucleo familiare, sono i maggiori utilizzatori delle piattaforme con ben il 71,1%, che sale addirittura al 73,4% se si prendono in esame i soli studenti.
All'opposto di questa abitudine di consumo c'è la conferma che la stragrande maggioranza degli italiani invece non vuole comprare a scatola chiusa e non si fida, in fatto di alimenti, a fare la spesa sul web. Son ben 31 milioni i refrattari a comprare su internet il salame o l'olio o il vino. Tra questi 31 milioni almeno un quarto sono frequentatori assidui dei mercati contadini e a confermare che in Italia si preferisce fare la spesa direttamente dal produttore viene il dato relativo al turismo enogastronomico. Coldiretti/Censis stimano in 38 milioni gli italiani che nel 2018 hanno frequentato almeno una volta una sagra di prodotti locali, mentre in 26 milioni hanno scelto di trascorrere appositamente le proprie vacanze in territori che ospitano eccellenze enogastronomiche. Sono inoltre 23,7 milioni coloro i quali hanno partecipato a eventi e serate di degustazioni di prodotti o vini, e 23 milioni coloro che hanno soggiornato almeno una volta in agriturismo.
Gli alberi mangia smog, dagli ulivi al ginkgo biloba

by Susanna Giaccai [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], from Wikimedia Commons
Il primo studio lo aveva fatto l'università di Perugia sulla fascia olivata Assisi-Spoleto in Umbria, quei 70 chilometri di colline oggi sono diventati uno dei paesaggi agricoli mondiali che la Fao considera irrinunciabile come esempio. E questo studio dice che gli ulivi sono capaci di assorbire fino a un terzo in più di Co2 rispetto ad altre coltivazioni. Qualcuno ricorderà che a Bruxelles si era molto parlato di greening, cioè di premiare con contributi aggiuntivi quelle coltivazioni che assicurano una depurazione dell'aria e contribuiscono alla salute dell'ambiente. Ebbene nella prima stesura c'erano i verdi pascoli d'Irlanda, ma non gli ulivi che per la solita Europa delle burocrazie nordiche sono piante evidentemente trascurabili. Ma sappiamo che non è così. Ora arriva un altro studio presentato dalla Coldiretti a Cernobbio durante il suo forum a dirci che gli alberi sono amici dell'ambiente – e questa potrebbe sembrare la scoperta dell'acqua calda – perché hanno una straordinaria capacità di respirare i gas cattivi restituendoci l'ossigeno di cui abbiamo bisogno, ma anche perché se piantati in maniera sinergica questi alberi diventano un gigantesco filtro. Insomma se avete un diesel euro 3 o euro 4 per continuare ad usare la vostra macchina vi conviene fare un pensierino al verde pubblico e piantare un albero. Uno qualsiasi? Secondo lo studio di Coldiretti ci sono degli alberi che si comportano da superfiltri. Sono in grado di catturare quasi 4.000 chili di anidride carbonica nell'arco di vent'anni di vita, bloccando anche le pericolose polveri sottili Pm10 e abbassando la temperatura dell'ambiente circostante durante le estati più calde e afose. Dall'Acero riccio alla Betulla verrucosa, dal ginkgo biloba al bagolaro, dal frassino comune all'ontano nero, dal tiglio selvatico all'olmo anche nel proprio giardino è possibile ripulire l'aria da migliaia di chili di anidride carbonica e sostanze inquinanti come le polveri Pm10 che ogni anno in Italia causano circa 80.000 morti premature secondo l'Agenzia europea dell'Ambiente.Al primo posto tra le piante mangia smog – spiega la Coldiretti - c'è l'acero riccio che raggiunge un'altezza di 20 metri, con un tronco slanciato e diritto e foglie di grandi dimensioni, fra i 10 e i 15 cm con al termine una punta spesso ricurva da cui deriva l'appellativo di «riccio»: ogni esemplare è in grado di assorbire fino a 3800 chili di Co2 in vent'anni e ha un'ottima capacità complessiva di mitigazione dell'inquinamento e di abbattimento delle isole di calore negli ambienti urbani. A pari merito, con 3.100 chili di Co2 aspirate dall'aria, ci sono poi la betulla verrucosa, in grado di crescere sui terreni più difficili e considerata albero sacro presso i celti e le tribù germaniche, e il cerro che può arrivare fino a 35 metri di altezza. Il ginkgo biloba che è un albero antichissimo le cui origini risalgono a 250 milioni di anni fa, oltre ad assorbire 2.800 chili di Co2 vanta anche – sottolinea la Coldiretti - un'alta capacità di barriera contro gas, polveri e afa e ha una forte adattabilità a tutti i terreni compresi quelli urbani. Fra gli alberi anti smog troviamo il tiglio, il bagolaro che è fra i più longevi con radici profonde e salde come quelle dell'olmo campestre. Il frassino comune – spiega la Coldiretti - è un altro gigante verde che può arrivare a 40 metri mentre l'ontano nero è il piccolino del gruppo con un'altezza media di 10 metri ma che nonostante le dimensioni ridotte riesce a bloccare fino a 2.600 chili di Co2 e a garantire un forte assorbimento di inquinanti gassosi. Dunque gli italiani che per oltre la metà degli abitanti secondo quanto accertato da Ixe hanno la passione per il giardinaggio potrebbero occupandosi di questi alberi contribuire ad abbattere l'inquinamento. E magari lo Stato potrebbe dare una mano. Come Ma rafforzando le misure di defiscalizzazione degli interventi su giardini e terrazzi, anche condominiali, come il bonus verde del 36%. Insomma se l'Italia si scopre col pollice verde può dire addio allo smog.
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Al Forum dell'agricoltura di Cernobbio, Coldiretti denuncia il falso Made in Italy (difeso da Bruxelles) e che ha ormai sfondato il muro dei 70 miliardi. L'Italia è in testa alla classifica europea per nuove imprese agricole create dai giovani che scommettono sulla terra. A dimostrarlo c'è l'incremento continuo delle iscrizioni agli istituti tecnici e alle facoltà universitarie di agraria. Per quanto riguarda l'istruzione secondaria negli ultimi cinque anni le iscrizioni sono aumentate del 36% e i giovani che quest'anno studiano materie agrarie alle superiori sono quasi 46.000. In agricoltura l'innovazione è ormai il vero orizzonte animato da nuove imprese. Tra queste spiccano quelle che stanno cercando di riemergere a due anni dal terremoto del Centro Italia. Sta cambiando rapidamente il mercato dell'agro alimentare: nelle città vanno i piatti pronti, ma il turismo enogastronomico è in aumento. In ripresa il consumo di carne. Uno studio di Eurispes ha dimostrato che oltre un milione di italiani sono tornati a consumarla al fianco di uova, latte e formaggi. I vegani oggi sono lo 0,9% del totale rispetto al 3% dello scorso anno. Ecco la top ten degli alleati verdi per migliorare la qualità dell'aria e abbattere le polveri sottili. Al primo posto tra le piante mangia inquinamento c'è l'Acero Riccio in grado di assorbire fino a 3800 chili di Co2 in vent'anni. Lo speciale contiene cinque articoli. L'occupazione è in campagna. In controtendenza con tutti i settori economici nel primario c'è lavoro. Ed è lavoro qualificato. I giovani scommettono sulla terra. A dimostrarlo c'è l'incremento continuo delle iscrizioni agli istituti tecnici e alle facoltà universitarie di agraria. Per quanto riguarda l'istruzione secondaria negli ultimi cinque anni le iscrizioni sono aumentate del 36% e i giovani che quest'anno studiano materie agrarie alle superiori sono quasi 46.000. A dimostrare la vitalità de settore c'è il dato degli occupati: a un ano dal diploma oltre il 73% trova lavoro con picchi che vanno dal 94,1% dell'Abruzzo all'88,9% del Veneto, dal 79,1% della Lombardia al 76,5% della Puglia, al 77,8% dell'Emilia Romagna o al 75% del Lazio. Ma vanno molto di moda anche le facoltà di agraria che hanno avuto un incremento delle immatricolazioni pari al 14,5% in cinque anni. E ora anche altre lauree affini come quelle che preparano tecnici per l'agroindustria stanno avendo molto successo tant'è che alcune università, l'ultima in ordine di tempo è quella di Camerino, stano aprendo nuovi corsi di laurea legati alle scienze dell'enogastronomia. A Macerata in questi giorni è stato festeggiato il 150° anniversario dalla fondazione di uno dei più prestigiosi istituti tecnici d'Europa, il Giuseppe Garibaldi, e che ha aperto una nuova strada professionale: con il sesto anno dedicato a chi vuole diventare enologo sta sperimentando una riforma dell'istruzione tecnica che si annuncia quanto mai urgente soprattutto in agricoltura e nel settore dell'agroindustria. La scuola maceratese ha avuto negli ultimi tre anni un raddoppio netto degli studenti passati da poco meno di 300 a quasi 800. La formazione è il cardine della riscossa del mondo agricolo. Il ministro Gian Marco Centinaio di recente ha affermato che intende rivalutare il ruolo delle istituzioni scientifiche e dell'accademia nell'elaborazione delle strategie di sviluppo del settore agricolo integrando questo sviluppo in una complessiva valorizzazione dei territori. E non va dimenticato che tutta Europa invidia all'Italia una istituzione come l'Accademia dei Georgofili che è la più prestigiosa istituzione di cultura agricola nel Vecchio Continente. E così cresce del 5% nel 2018 il numero di imprese agricole italiane condotte da under 35 che vedono nel Made in Italy nuove e interessanti prospettive di futuro, dai campi alla tavola. L'Italia con 55.000 imprese agricole italiane condotte da under 35 è al vertice in Europa nel numero di giovani in agricoltura. Una presenza che ha di fatto rivoluzionato il lavoro in campagna dove il 70% delle imprese giovani opera in attività multifunzionali che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività ricreative, l'agricoltura sociale per l'inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l'agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili. Senza dimenticare l'impegno a difesa della biodiversità con il 25% degli agricoltori custodi che hanno salvato 311 prodotti e razze animali dal rischio di estinzione. Secondo la Coldiretti le aziende agricole dei giovani possiedono una superficie superiore di oltre il 54% alla media, un fatturato più elevato del 75% della media e il 50% di occupati per azienda in più. E che la campagna sia tornata di moda lo conferma un sondaggio che il Censis ha condotto sempre per Coldiretti. Oltre otto italiani su dieci (82,1%) sarebbero contenti se il proprio figlio lavorasse in agricoltura con la percentuale che sale addirittura all'86,2% se si considerano i soli genitori laureati, secondo un'analisi Coldiretti/Censis, dalla quale emerge anche che appena il 5,4% delle mamme e dei papà sarebbe contrario a vedere il figlio in campagna mentre il restante 12,5% non prende posizione. Tra chi fa dell'agricoltura una scelta di vita accanto al numero crescente di quanti hanno scelto di raccogliere il testimone dei genitori, la vera novità rispetto al passato - sempre secondo lo studio Censis-Coldiretti - sono le new entry da altri settori o da diversi vissuti familiari che hanno deciso di scommettere sulla campagna con estro, passione, innovazione e professionalità, i cosiddetti agricoltori di prima generazione. Secondo una analisi della Ixè, tra queste new entry giovanili nelle campagne, ben la metà è laureata, il 57% ha fatto innovazione, ma soprattutto il 74% è orgoglioso del lavoro fatto e il 78% sostiene di avere migliorato la propria vita rispetto alla condizione precedente. E forse ha ragione Maria Letizia Gardoni delegata dei giovani della Coldiretti nel dire che: «L'agricoltura è tornata a essere un settore strategico per la ripresa economica e occupazionale sia per chi vuole fare impresa con idee innovative sia per chi vuole trovare un'occupazione per fare un'esperienza a contatto con la natura». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-politici-si-siedono-alla-tavola-della-vergogna-2613634424.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="i-politici-si-siedono-alla-tavola-della-vergogna" data-post-id="2613634424" data-published-at="1767739613" data-use-pagination="False"> I politici si siedono alla tavola della vergogna LaPresse Attorno alla «tavola della vergogna» si siederanno oggi a Cernobbio da Matteo Salvini al commissario europeo alla salute Vytenis Andriukaitis, da Renato Brunetta a Giancarlo Giorgetti, da Maurizio Martina, attuale segretario del Pd, all'aspirante Nicola Zingaretti. Li interpella la Coldiretti che da ieri tiene sulle rive del Lago di Como il suo Forum. La tavola della vergogna è imbandita con il falso made in Italy e i prodotti che si fanno sfruttando il lavoro nero e inquinando, sovente nell'indifferenza dell'Unione europea che è occhiuta nell'emanare regolamenti astrusi, miope nella difesa dei prodotti d'eccellenza, spesso genuflessa alle multinazionali. Roberto Moncalvo, gran capo dei berretti gialli, squaderna le cifre di un'agricoltura che pretende di tornare a essere protagonista dello sviluppo e che ha fatto un'alleanza con i consumatori per proteggere le produzioni nazionali. Perché quella tavola potrebbe diventare il capezzale dell'agricoltura se non si restituisce protagonismo economico al settore primario. Si sa che l'Italian sounding ormai ha sfondato il muro dei 70 miliardi, si sa che la promessa fatta da Maurizio Martina quando era ministro dell'Agricoltura, di tutelare in tutti i modi l'origine dei prodotti italiani si è infranta contro il muro di burocrazia interessata di Bruxelles che di concedere primati all'Italia non ne vuole sapere, si sa che in agricoltura oggi ci sono 55.000 nuove imprese fatte da giovani che stanno applicando modernissime tecnologie. Il boom di iscrizioni alle scuole e alle facoltà agrarie significa che i giovani scommettono sulla terra, nelle imprese agricole sale il numero dei laureati impiegati e anche gli italiani sono tutti convinti che il futuro sia agricolo. Secondo un sondaggio Ixe-Coldiretti oltre 8 italiani su 10 (82,1%) sarebbero contenti se il proprio figlio lavorasse in agricoltura con la percentuale che sale addirittura all'86,2% se si considerano i soli genitori laureati. Si sa infine che l'agroalimentare vale per il nostro paese più o meno 200 miliardi di fatturato di cui una quarantina dall'export. Sono numeri che se declinati anche con quelli del turismo, come vuole il neoministro Gian Marco Centinaio, collocano il sistema agroterritoriale al primo posto come volume di fatturato in Italia, sommando quasi il 20 % dell'occupazione. Ma di fronte a questo comparto ci sono scadenze decisive: c'è da rinnovare la politica agricola comunitaria con tagli annunciati per quasi 10 miliardi di contributi, c'è la questione dei dazi che l'Ue continua a togliere a produzioni fortemente concorrenti a quelle italiane (l'olio, il pomodoro, il riso), c'è la mai risolta questione delle triangolazioni che interessa soprattutto i Paesi del Nord che importano nella Comunità merce che finisce poi sulla «tavola della vergogna». E che sia così lo dice un dato impressionante; nonostante i controlli che in Italia sono i più stringenti, quest'anno c'è stato un aumento del 58% delle notizie di reato legate alla produzione e al commercio di alimenti. La nuova Europa che Matteo Salvini vuole costruire deve cominciare anche a sciogliere questi nodi. Perché come ha dimostrato lo studio presentato ieri dalla Coldiretti, se da una parte i consumatori cambiano atteggiamenti (il 20% delle famiglie ormai non ha più il pasto condiviso e il 40,6% delle coppie con figli ha utilizzato una piattaforma di delivery per comprare cibo già preparato), sono oltre 31 milioni gli italiani che non si fidano di fare acquisti online e chiedono un rapporto diretto con gli agricoltori per essere sicuri di quello che comprano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-politici-si-siedono-alla-tavola-della-vergogna-2613634424.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dai-biocosmetici-di-andrea-bocelli-allorto-della-nasa-gli-acuti-agricoli" data-post-id="2613634424" data-published-at="1767739613" data-use-pagination="False"> Dai biocosmetici di Andrea Bocelli all’orto della Nasa, gli acuti agricoli Un acuto da tenore, quello di Andrea Bocelli, per dire che l'agricoltura è innovazione ed è probabilmente il nuovo vero orizzonte di sviluppo dell'Italia con i giovani sempre più convinti che sulla terra si può trovare nuovo lavoro. Lo dimostra l'edizione di quest'anno dell'Oscar Green che la Coldiretti assegna alle imprese innovative in agricoltura. Tra queste c'è anche la joint venture e che Bocelli produttore di vino e dunque di vinacce (le bucce dell'uva) ha realizzato con Matteo Bacci, produttore ed esperto di erbe officinali, per la produzione di biocosmetici che oltretutto consentono di smaltire riciclandoli i cosiddetti scarti agricoli. Tra le aziende più fortemente innovative ci sono anche quelle che stanno cercando di riemergere a due anni dal terremoto del Centro Italia. È il caso di Claudio Lorenzini che ha prodotto tra Leonessa e Amatrice la prima birra con grani antichi coltivati a oltre 1500 metri di altitudine. E sempre stando dalle parti della birra ecco una ragazza piemontese, Maria Paola Merlo che dagli scarti della lavorazione della bionda ha pensato alle bionde – ma anche alle brune e alle rosse - inventando un biolio per capelli a base di lieviti di birra. La creatività fa fare ad esempio i San Marzano (pomodori) conservati in acqua di mare come nel caso del napoletano Paolo Roggero. E stando sempre nelle isole c'è chi ha pensato di cerare il porcetto e l'agnello precotti. L'idea è di Emanuele Salis che ha messo insieme allevatori e trasformatori con una invenzione semplice semplice: applicare la termizzazione alle ricette antiche. Dopo la cottura tradizionale, porcetto e agnello vengono messi sottovuoto e questo permette al suino di potere essere esportato fuori dalla Sardegna e all'agnello di essere destagionalizzato. Sicuramente all'avanguardia è l'azienda della rietina Giorga Ponetti. E si capisce perché. Giorgia è un ingegnere astronautico che ha dato vita a un elettrodomestico capace di coltivare ortaggi in casa. Occupa lo spazio di una lavatrice, non bisogna preoccuparsi di null'altro che di inserire qualche goccia di sali minerali, e programmare il giorno che vuol raccogliere l'insalata, il basilico, i peperoni e tutti gli altri ortaggi. Rispetterà tempi e qualità e li farà trovare pronti nella quantità necessaria. Da solo programma la semina, l'irrigazione, la luce ed è pulitissimo. È l'orto in casa con la comodità di una app attraverso cui scegliere quando e cosa raccogliere. Ed è talmente tecnologica la sua impresa agricola che ha fornito alla Nasa la salsiccia Sarcollis Gustatio prodotta in accordo con l'antica ricetta del Cicolano, facendola degustare ai 12 astronauti a bordo della Stazione spaziale internazionale. E a proposito di salsicce c'è chi fornisce un kit per farsele in casa. L'idea è venuta a Davide Nava, lombardo. Si riceve direttamente a casa con le migliori carni Dop, sale e pepe per condire, lo spago e il budello per «insalsicciare» e un manuale d'istruzione. Da seguire alla lettera ma anche da modificare a piacimento, con variazioni legate alla propria tradizione. E ancora un qr-code, per tracciare la carne e la «patente del maiale». Ma le capacità di innovare e di fare impresa agricola innovativa dei giovani agricoltori si disvela in tantissimi altri progetti. C'è chi - come Matteo Andreatti trentino - ha inventato la casetta delle api per far vivere al turista e soprattutto ai bambini la vita e la fatica dell'alveare, chi come Nicola Urciuolo temendo di perdere il lavoro in fabbrica si è messo ad allevare lumache ma ha inventato un «grade fratello» che sorveglia le sue «ragazze» con le telecamere e regola l'umidità del terreno, il nutrimento e monitora la salute delle lumache. Tra le materie prime che si trasformano in prodotti che non offendono la natura, ma anzi la proteggono ci sono l'aceto di kaki prodotto in Veneto da Eleonora Farinazzo, la prima spremuta di clementine che cerca di risolvere in parte la crisi dell'agrumicoltura calabrese prodotta da Glauco Gallo, i colori anti allergici prodotti con ere officinali nelle Marche da Sandra Quarantini. E queste pitture come natura comanda ci portano a considerare che l'agricoltura fornisce anche tanti biomateriali da costruzione. È il caso della casa di paglia che Luisa Cabiddu costruisce in Sardegna, del parto domestico per piccoli animali inventato dai friulani Enrico e Luca de Marchi, della bioplastica che Claudio Natile realizza in Puglia. Ma agricoltura è anche solidarietà e impegno. Così c'è un ragazzo che è fuggito dai terroristi di Boko Haram ed è arrivato nelle Marche. Qui Jeffery Eromosele Osoiwanlan ospitato da una famiglia, i Gasparrini, comincia a trasformare il vecchio allevamento di cani dismesso in una sorta di Arca di Noè. Oggi e diventato imprenditore agricolo aprendo la sua azienda dove alleva centinaia di animali di razze e specie a rischio di estinzione provenienti da tutto il mondo, fa continui laboratori dedicati ai più piccoli ma anche attività per i più grandi dal bird watching alla tartufaia ai percorsi olfattivi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-politici-si-siedono-alla-tavola-della-vergogna-2613634424.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="food-delivery-o-mercati-contadini-il-consumatore-soffre-di-strabismo" data-post-id="2613634424" data-published-at="1767739613" data-use-pagination="False"> Food delivery o mercati contadini? Il consumatore soffre di strabismo Max Pixel Siamo sicuri che lo show dei fornelli convinca gli italiani a passare più tempo in cucina? I dati purtroppo dicono di no. Anzi si mangiano sempre più piatti pronti e il mercato alimentare si sta polarizzando: da una parte ci sono coloro i quali chiedono garanzie di salubrità, s'informano sull'origine dei prodotti, non si fidano di fare acquisto on line e chiedono di vedere in faccia chi fornisce il cibo, dall'altra invece c'è chi si affida al pony express della frittata e non vuole più cucinare. Ma che il consumo alimentare sia in profonda e rapidissima trasformazione lo testimonia a esempio il fatto che alcune mode che sembravano aver preso il sopravvento stanno scemando.È ripreso il consumo di carne. Uno studio di Eurispes che è stato presentato nelle settimane scorse al villaggio della Coldiretti a Roma ha dimostrato che oltre un milione di italiani sono tornati a consumare carne, uova, latte e formaggi così i vegani oggi sono lo 0,9% del totale rispetto al 3% dello scorso anno. Sono in totale 460.000, per oltre due terzi donne (68%) e i giovani, con la percentuale che sale al 2% tra quelli di età compresa tra i 18 e i 24 anni.Sui vegani l'opinione è spaccata a metà: per il 49,4% è una scelta radicale, fanatica e segnata dall'intolleranza mentre il resto pensa che sia una opzione rispettabile e anche ammirevole. Ma questo è solo uno spicchio dei mutamenti rapidissimi che il profilo del consumatore subisce in Italia. Con atteggiamenti apparentemente contraddittori. Se infatti il bio cresce a tassi del 20% ed è arrivato a superare i 2,5 miliardi di fatturato, dall'atro c'è un boom del sushi pronto (più 25%) vanno a gonfie vele i piatti surgelati già preparati (più 5% con un più 9% delle pizze) i patti pronti freschi (più 9%) i sughi pronti (più 6%) con un boom di spuntini e tramezzini che valgono circa mezzo miliardo nei supermercati e hanno fatto un balzo in avanti del 20% secondo le recenti rilevazioni Nielsen.E così ecco un'altra indagine commissionata dalla Coldiretti presentata al Forum di Cernobio e che apre uno scenario fino a poco tempo fa impensabile. Sta tramontando l'idea che cenere insieme tiene unita la famiglia e che il pranzo deve essere scandito da un piatto uguale per tutti. Anzi due famiglie su dieci ormai si stanno orientando al consumo alimentare in regime di liberi tuti. Ognuno mangia da solo, sceglie quello che vuole e sempre più spesso si ricorre al food delivery, mutuando comportamenti metropolitani. Questa tendenza è radicata soprattutto nelle grandi città perché in ambito rurale resiste il pranzo e la cena familiare. Ma è interessante considerare il dato fornito dalla Coldiretti secondo cui il menu del pranzo o della cena divide il 20% delle famiglie italiane dove è scomparsa la tradizione della ricetta unica per tutti per lasciare spazio a vere e proprie pietanze personalizzate a seconda dei gusti o delle esigenze di salute legate a diete o intolleranze. È quanto emerge dal primo studio Coldiretti/Censis sul food delivery.Ad affidarsi al fattorino del cibo pronto sono le famiglie con bambini, o i single di ritorno che hanno un figlio da accudire. A determinare questa opzione di consumo è senza dubbio il tempo. Ma anche l'ambiente conta. Secondo questo studio nelle città al di sopra del 250.000 abitanti una quota del 59,4% delle famiglie almeno una volta ha ordinato cibo a domicilio. A incoraggiare la scelta del food delivery sarebbe anche la possibilità di ordinare il piatto preferito da ognuno dei componenti della famiglia. Nel corso dell'ultimo anno, il 40,6% delle coppie con figli ha utilizzato una piattaforma di delivery e ancora di più lo hanno fatto le mamme o i papà single con figli (45,7%). A dettare le nuove linee di consumo sono indubbiamente i giovani, i millennials, ovvero la fascia di età tra i 18 e i 34 anni, che spesso vive ancora all'interno del nucleo familiare, sono i maggiori utilizzatori delle piattaforme con ben il 71,1%, che sale addirittura al 73,4% se si prendono in esame i soli studenti.All'opposto di questa abitudine di consumo c'è la conferma che la stragrande maggioranza degli italiani invece non vuole comprare a scatola chiusa e non si fida, in fatto di alimenti, a fare la spesa sul web. Son ben 31 milioni i refrattari a comprare su internet il salame o l'olio o il vino. Tra questi 31 milioni almeno un quarto sono frequentatori assidui dei mercati contadini e a confermare che in Italia si preferisce fare la spesa direttamente dal produttore viene il dato relativo al turismo enogastronomico. Coldiretti/Censis stimano in 38 milioni gli italiani che nel 2018 hanno frequentato almeno una volta una sagra di prodotti locali, mentre in 26 milioni hanno scelto di trascorrere appositamente le proprie vacanze in territori che ospitano eccellenze enogastronomiche. Sono inoltre 23,7 milioni coloro i quali hanno partecipato a eventi e serate di degustazioni di prodotti o vini, e 23 milioni coloro che hanno soggiornato almeno una volta in agriturismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-politici-si-siedono-alla-tavola-della-vergogna-2613634424.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="gli-alberi-mangia-smog-dagli-ulivi-al-ginkgo-biloba" data-post-id="2613634424" data-published-at="1767739613" data-use-pagination="False"> Gli alberi mangia smog, dagli ulivi al ginkgo biloba by Susanna Giaccai [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], from Wikimedia Commons Il primo studio lo aveva fatto l'università di Perugia sulla fascia olivata Assisi-Spoleto in Umbria, quei 70 chilometri di colline oggi sono diventati uno dei paesaggi agricoli mondiali che la Fao considera irrinunciabile come esempio. E questo studio dice che gli ulivi sono capaci di assorbire fino a un terzo in più di Co2 rispetto ad altre coltivazioni. Qualcuno ricorderà che a Bruxelles si era molto parlato di greening, cioè di premiare con contributi aggiuntivi quelle coltivazioni che assicurano una depurazione dell'aria e contribuiscono alla salute dell'ambiente. Ebbene nella prima stesura c'erano i verdi pascoli d'Irlanda, ma non gli ulivi che per la solita Europa delle burocrazie nordiche sono piante evidentemente trascurabili. Ma sappiamo che non è così. Ora arriva un altro studio presentato dalla Coldiretti a Cernobbio durante il suo forum a dirci che gli alberi sono amici dell'ambiente – e questa potrebbe sembrare la scoperta dell'acqua calda – perché hanno una straordinaria capacità di respirare i gas cattivi restituendoci l'ossigeno di cui abbiamo bisogno, ma anche perché se piantati in maniera sinergica questi alberi diventano un gigantesco filtro. Insomma se avete un diesel euro 3 o euro 4 per continuare ad usare la vostra macchina vi conviene fare un pensierino al verde pubblico e piantare un albero. Uno qualsiasi? Secondo lo studio di Coldiretti ci sono degli alberi che si comportano da superfiltri. Sono in grado di catturare quasi 4.000 chili di anidride carbonica nell'arco di vent'anni di vita, bloccando anche le pericolose polveri sottili Pm10 e abbassando la temperatura dell'ambiente circostante durante le estati più calde e afose. Dall'Acero riccio alla Betulla verrucosa, dal ginkgo biloba al bagolaro, dal frassino comune all'ontano nero, dal tiglio selvatico all'olmo anche nel proprio giardino è possibile ripulire l'aria da migliaia di chili di anidride carbonica e sostanze inquinanti come le polveri Pm10 che ogni anno in Italia causano circa 80.000 morti premature secondo l'Agenzia europea dell'Ambiente.Al primo posto tra le piante mangia smog – spiega la Coldiretti - c'è l'acero riccio che raggiunge un'altezza di 20 metri, con un tronco slanciato e diritto e foglie di grandi dimensioni, fra i 10 e i 15 cm con al termine una punta spesso ricurva da cui deriva l'appellativo di «riccio»: ogni esemplare è in grado di assorbire fino a 3800 chili di Co2 in vent'anni e ha un'ottima capacità complessiva di mitigazione dell'inquinamento e di abbattimento delle isole di calore negli ambienti urbani. A pari merito, con 3.100 chili di Co2 aspirate dall'aria, ci sono poi la betulla verrucosa, in grado di crescere sui terreni più difficili e considerata albero sacro presso i celti e le tribù germaniche, e il cerro che può arrivare fino a 35 metri di altezza. Il ginkgo biloba che è un albero antichissimo le cui origini risalgono a 250 milioni di anni fa, oltre ad assorbire 2.800 chili di Co2 vanta anche – sottolinea la Coldiretti - un'alta capacità di barriera contro gas, polveri e afa e ha una forte adattabilità a tutti i terreni compresi quelli urbani. Fra gli alberi anti smog troviamo il tiglio, il bagolaro che è fra i più longevi con radici profonde e salde come quelle dell'olmo campestre. Il frassino comune – spiega la Coldiretti - è un altro gigante verde che può arrivare a 40 metri mentre l'ontano nero è il piccolino del gruppo con un'altezza media di 10 metri ma che nonostante le dimensioni ridotte riesce a bloccare fino a 2.600 chili di Co2 e a garantire un forte assorbimento di inquinanti gassosi. Dunque gli italiani che per oltre la metà degli abitanti secondo quanto accertato da Ixe hanno la passione per il giardinaggio potrebbero occupandosi di questi alberi contribuire ad abbattere l'inquinamento. E magari lo Stato potrebbe dare una mano. Come Ma rafforzando le misure di defiscalizzazione degli interventi su giardini e terrazzi, anche condominiali, come il bonus verde del 36%. Insomma se l'Italia si scopre col pollice verde può dire addio allo smog.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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