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2019-07-17
I guai dell’avvocato massone tra sfratto e conto in rosso. Il terzo uomo a Mosca è suo
Ansa
Dopo l'avvocato massone Gianluca Meranda, anche un suo presunto stretto collaboratore si rivolge alla stampa per venire allo scoperto. Si chiama Francesco Vannucci, ha 62 anni ed è di Suvereto (Livorno) e sarebbe stato al tavolo del Metropol di Mosca «in qualità di consulente esperto bancario che da anni collabora con l'avvocato Meranda». Secondo l'uomo, ovviamente, «lo scopo dell'incontro era prettamente professionale e si è svolto nel rispetto dei canoni della deontologia commerciale». È stato lui a contattare l'Ansa e si è detto dispiaciuto per essere stato citato «in modo a volte ironico, a volte opaco, come «nonno» Francesco».
L'esperto di Meranda ha lavorato al Monte dei Paschi di Siena per circa 25 anni e ha svolto l'attività di sindacalista. Chi l'ha conosciuto l'ha definito un «brasseur d'affaires», interessato a diversi settori, tra i quali quello vitivinicolo.
Con questo nuovo tassello s'infittisce ulteriormente il mistero intorno alla figura di Meranda, l'uomo dell'oro (nero) di Mosca che non si trova. Meranda si era rivelato al mondo con una lettera alla Repubblica, dove si era definito «avvocato internazionalista che esercita la professione legale da più di 20 anni tra Roma e Bruxelles, anche nel ramo del diritto d'affari». Poi aveva aggiunto che «tra i clienti dello studio figurano compagnie petrolifere e banche di affari italiane», di cui ometteva i nomi per motivi deontologici. Disse anche di aver partecipato all'incontro del Metropol, «in qualità di General Counsel di una banca d'affari anglo-tedesca».
Ma i vertici dell'istituto, la Euro-Ib, lo hanno smentito dicendo che al Metropol Meranda non stava esercitando il suo «ruolo» di consigliere legale. Insomma era una sua iniziativa. Ma la cosa più importante è che gli affari dell'avvocato sono tutt'altro che floridi. Addirittura l'1 giugno ha subito lo sfratto esecutivo dall'ufficio di Lungotevere delle navi 20, dove al piano rialzato c'era il suo ufficio di collaboratore dell'Sq law di Bruxelles. Meranda offriva ospitalità anche a un commercialista, ad alcuni giovani avvocati, a un'agenzia immobiliare e lì si trovava anche l'ufficio di rappresentanza romano della banca in nome della quale Meranda era andato a trattare a Mosca. A marzo Meranda avvertì gli inquilini che avrebbero dovuto lasciare l'appartamento (circa 180 metri quadri) per alcuni problemi finanziari che lo stavano mettendo in difficoltà. Parlò di «crisi finanziaria, ma non economica» e che questa «durava da circa un anno mezzo». Quindi aveva aggiunto: «Sono mesi che sto così non volevo allarmarvi, ma ora forse è meglio che vi allarmiate». Nell'elegante palazzina a due passi dalla sede della Marina sono rimasti i nomi delle società sul citofono, ma non risponde più nessuno.
Ai chi lo frequentava Meranda aveva confidato che le sue difficoltà nascevano dal mancato pagamento di alcune parcelle. A febbraio, dopo l'annuncio dell'anteprima dell'articolo dell'Espresso sull'incontro del Metropol, una nostra fonte ricorda che «fremeva» per conoscerne il contenuto, ma che «non appariva particolarmente preoccupato». I colleghi della banca, invece, avevano iniziato ad agitarsi, anche perché avevano saputo della trattativa a cose fatte («Prima fa le cose e poi le dice») e il 29 ottobre avevano consegnato a Meranda una lettera intestata con una manifestazione d'interesse da indirizzare alla compagnia petrolifera Rosneft. Ma l'avvocato non aveva fatto più sapere nulla. Come faceva Meranda a esibire uno stile di vita brillante da avvocato di livello e a non riuscire a pagare un affitto da circa 2.500 euro al mese (escluse le spese di condominio)? A quanto risulta alla Verità Meranda non era un dipendente della Euro-IB ma solo un consulente esterno che, non avendo concluso nessun contratto, non avrebbe ricevuto in due anni nemmeno un euro. Un advisor legale di scarso successo. E in effetti chi lo conosce sa che l'ultima dichiarazione dei redditi sarebbe stata a saldo negativo, cioè nel suo studio sono state più le spese che le entrate (meno di 40.000 euro).
Forse per questo era così eccitato all'idea di portare a compimento l'affare del Metropol. Dalla Euro-IB commentano: «Non ha mai concluso grossi affari, mentre faceva molti appuntamenti». L'altro piccolo mistero riguarda i clienti di Meranda, sul cui nome l'avvocato nella lettera Repubblica invoca la privacy. Tra di essi c'erano diverse ambasciate che si rivolgevano a lui per risolvere le questioni legate agli uffici immigrazione. Tra gli uffici diplomatici quelli con cui aveva rapporti più stretti erano le ambasciate dell'Indonesia e della Russia. A giugno 2018 con Matteo Salvini e Gianluca Savoini partecipò anche alla festa dell'indipendenza a villa Abamelek con l'ambasciatore russo Razov. I suoi rapporti con i russi c'entrano qualcosa con l'affaire del Metropol? Meranda lavorava, come esperto di assicurazioni, anche per diverse compagnie aeree, tra le quali la Iran air.
A parte questi dati poco altro si sa. Meranda è sempre stato molto geloso dei suoi contatti, pur non nascondendo la sua appartenenza alla massoneria. Nella lettera alla Repubblica addirittura scrisse di essere un uomo «libero e di buoni costumi» una sorta di definizione identificativa. Una formula che identifica tutti i grembiulini.
Eppure anche lì le cose non devono essere andate per il verso giusto e il Gran maestro della Serenissima gran loggia a cui apparteneva, Massimo Criscuoli Tortora nel 2015 ha firmato il suo decreto di espulsione, a cui lo stesso non ha fatto opposizione. Il motivo? Poco dopo essere entrato con una quindicina di amici e aver dato vita alla loggia De dignitate hominis (di cui era maestro venerabile), avrebbe tentato di fare le scarpe al Gran maestro e per questo è stato mandato via. «Quello in massoneria è un percorso iniziatico, ma forse lui voleva utilizzarlo per altri fini» ci confida un ex fratello di Meranda.
L'avvocato oggi è praticamente introvabile. Risulta residente nel quartiere Trieste di Roma con la moglie Giovanna Orsolini, in una palazzina abbastanza popolare di quattro piani a due passi da un commissariato. Ma la casa non è intestata né a lui, né alla consorte. L'uomo chiave del Metropol risulta titolare di un ventiquattresimo di tre piccoli appartamenti popolari (11,5 vani in tutto), di cinque piccoli magazzini (400 metri quadri in tutto), di un laboratorio (16 metri) e due terreni in provincia di Cosenza, probabilmente frutto di eredità.
Piccola imprenditrice di Monterotondo, la moglie non ha intestato nulla e in passato ha lavorato in una litografia. Con il cognato Giovanni, Meranda tentò l'avventura in due imprese edili. La prima è fallita nel 2013. «C'è un procedimento aperto», spiega il curatore fallimentare Massimo Marchetta. «Orsolini? Se lo trova mi dica dov'è. Per noi è irreperibile». In via Piave a Monterotondo, indirizzo di riferimento alla Camera di commercio di Meranda e dei fratelli Orsolini risponde un'anziana signora, probabilmente una parente di Giovanni e Gabriella: «Chevvoi? Qui non c'è nessuno…». In pratica una famiglia fantasma.
Tranne Meranda, che dopo lo sfratto dell'1 giugno, è riapparso su Repubblica, il giornale più avverso alla Lega, per confessare di essere lui il «Luca del Metropol» e di essere pronto a collaborare con la Procura di Milano. Era un pizzino a qualcuno? È intorno a questo professionista in grave difficoltà «finanziaria» che ruota la vicenda del Metropol.
Ma per adesso non c’è nemmeno il reato
È assai difficile prevedere quali potranno essere gli sviluppi e gli esiti dell'indagine milanese sui presunti finanziamenti russi alla Lega. Una cosa appare però fin d'ora certa, e cioè che essa ha tratto origine non da una vera e propria «notizia di reato» ma da un semplice «sospetto di reato». Nulla più di un sospetto, infatti, sembra quello desumibile dall'unico dato di fatto che risulta finora accertato: vale a dire la famosa riunione all'hotel Metropol di Mosca nella quale, per quanto è dato sapere, altro non si sarebbe fatto se non valutare l'ipotesi che da un futuro, eventuale accordo economico per la fornitura all'Italia di prodotti energetici potesse ricavarsi la disponibilità, «al nero», di una somma di danaro che, in parte, sarebbe stata destinata alla Lega. Non si ha notizia che quell'accordo si sia poi realizzato o, quanto meno, che vi siano stati concreti tentativi per realizzarlo; condizioni, queste, in mancanza delle quali appare da escludere la giuridica configurabilità, anche a livello di tentativo, dell'ipotizzato reato di corruzione internazionale o di qualsivoglia altro reato. Nulla esclude, naturalmente, che dal prosieguo delle indagini emergano nuovi elementi per cui l'ipotesi di reato venga ad acquistare quella concretezza che ora le manca; ed è verisimilmente proprio questo l'obiettivo al quale punta la Procura di Milano.
prassi invalsa
Ma può ritenersi corretta la prassi, ormai da tempo in uso presso molti uffici del pubblico ministero, di instaurare (come in questo caso) procedimenti penali sulla base di semplici sospetti di reato, in vista dell'acquisizione, solo eventuale, di ipotetici elementi che valgano poi a confermarli, quando il codice di procedura penale espressamente prevede che il procedimento penale possa (e debba) essere instaurato solo sulla base di una «notizia di reato»? La risposta dovrebbe essere risolutamente negativa, alla luce dei principi fondamentali dello Stato di diritto.
La «notizia di reato», infatti, a differenza del semplice «sospetto», dev'essere dotata di caratteristiche di specificità tali da rendere fin dall'inizio possibile il suo inquadramento giuridico in una o più figure di reato; dopodiché il procedimento penale dovrà soltanto essere finalizzato a verificare se essa risponda o meno a verità e, in caso positivo, se sia possibile individuare e portare a giudizio i responsabili. In quest'ottica i margini di discrezionalità del pm sono ridotti al minimo, rimanendo essi confinati nell'ambito della funzione esclusivamente tecnico-giuridica alla quale l'ufficio è fisiologicamente preposto. Il che risponde alla logica alla quale si ispira il principio costituzionale della obbligatorietà dell'azione penale da parte del pm. Questa, infatti, non avrebbe senso se l'azione penale non presupponesse appunto l'avvenuta acquisizione della «notizia di reato».
Ben diverso da quello sopra illustrato è il risultato al quale si perviene ammettendo che il procedimento penale possa essere instaurato anche sulla base di un semplice «sospetto», del tutto inidoneo, come tale, a consentire, al momento, anche la sola giuridica configurabilità di una specifica ipotesi di reato. Il sospetto, infatti, è, per sua natura, eminentemente soggettivo e può nascere dalle più svariate ed innumerevoli combinazioni di fattori. L'accettare, quindi, a livello di principio, che esso possa costituire legittimo fondamento dell'instaurazione di un procedimento penale, non solo si pone astrattamente in contrasto con la legge e, in ultima analisi, anche con la Costituzione, ma comporta, sul piano pratico, la conseguenza che viene in tal modo lasciato al pm uno spazio di pressoché infinita e incontrollabile discrezionalità, nella quale possono assumere un peso determinante anche le personali inclinazioni ideologico-politiche del singolo magistrato o dell'ufficio di cui egli fa parte.
missione tradita
Ciò comporta un enorme danno non solo al bene superiore costituito dall'effettivo equilibrio dei poteri ma anche al gran numero di cittadini che (come l'esperienza dimostra), soffrono sulla loro pelle il peso delle inchieste nelle quali sono coinvolti per accuse poi rivelatesi come prive, fin dall'origine, di giuridico fondamento; danno, quello anzidetto, che non può certo ritenersi compensato dai rari casi in cui i procedimenti penali avviati sulla base di sospetti abbiano portato all'effettivo accertamento di reati e alla condanna dei responsabili. Certo sono questi poi gli stessi casi dai quali deriva maggior lustro e prestigio ai magistrati che hanno instaurato e condotto avanti quei procedimenti; la qual cosa è del tutto naturale, e non vi sarebbe neppure nulla di male se non fosse per il fatto che ne risulta in tal modo avvalorata, nella pubblica opinione, l'erronea visione del pubblico ministero come una sorta di «cacciatore di reati» e non, come invece vorrebbero la Costituzione ed il codice di procedura penale, come un organo tecnico la cui funzione è essenzialmente quella di garantire che l'attività di perseguimento dei reati venga condotta efficacemente ma, al tempo stesso, nella rigorosa osservanza delle norme di legge.
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Gianluca Meranda, che al Metropol trattava tonnellate di petrolio, dal 1° giugno è senza lo studio. La banca lo scarica: «Non era lì per noi». L'ex sindacalista Francesco Vannucci: «Lavoro per lui».L'azione penale si basa sulla «notizia» di illecito. Qui i magistrati si son mossi su un sospetto. Il solito vizietto.Lo speciale contiene due articoli.Dopo l'avvocato massone Gianluca Meranda, anche un suo presunto stretto collaboratore si rivolge alla stampa per venire allo scoperto. Si chiama Francesco Vannucci, ha 62 anni ed è di Suvereto (Livorno) e sarebbe stato al tavolo del Metropol di Mosca «in qualità di consulente esperto bancario che da anni collabora con l'avvocato Meranda». Secondo l'uomo, ovviamente, «lo scopo dell'incontro era prettamente professionale e si è svolto nel rispetto dei canoni della deontologia commerciale». È stato lui a contattare l'Ansa e si è detto dispiaciuto per essere stato citato «in modo a volte ironico, a volte opaco, come «nonno» Francesco».L'esperto di Meranda ha lavorato al Monte dei Paschi di Siena per circa 25 anni e ha svolto l'attività di sindacalista. Chi l'ha conosciuto l'ha definito un «brasseur d'affaires», interessato a diversi settori, tra i quali quello vitivinicolo. Con questo nuovo tassello s'infittisce ulteriormente il mistero intorno alla figura di Meranda, l'uomo dell'oro (nero) di Mosca che non si trova. Meranda si era rivelato al mondo con una lettera alla Repubblica, dove si era definito «avvocato internazionalista che esercita la professione legale da più di 20 anni tra Roma e Bruxelles, anche nel ramo del diritto d'affari». Poi aveva aggiunto che «tra i clienti dello studio figurano compagnie petrolifere e banche di affari italiane», di cui ometteva i nomi per motivi deontologici. Disse anche di aver partecipato all'incontro del Metropol, «in qualità di General Counsel di una banca d'affari anglo-tedesca». Ma i vertici dell'istituto, la Euro-Ib, lo hanno smentito dicendo che al Metropol Meranda non stava esercitando il suo «ruolo» di consigliere legale. Insomma era una sua iniziativa. Ma la cosa più importante è che gli affari dell'avvocato sono tutt'altro che floridi. Addirittura l'1 giugno ha subito lo sfratto esecutivo dall'ufficio di Lungotevere delle navi 20, dove al piano rialzato c'era il suo ufficio di collaboratore dell'Sq law di Bruxelles. Meranda offriva ospitalità anche a un commercialista, ad alcuni giovani avvocati, a un'agenzia immobiliare e lì si trovava anche l'ufficio di rappresentanza romano della banca in nome della quale Meranda era andato a trattare a Mosca. A marzo Meranda avvertì gli inquilini che avrebbero dovuto lasciare l'appartamento (circa 180 metri quadri) per alcuni problemi finanziari che lo stavano mettendo in difficoltà. Parlò di «crisi finanziaria, ma non economica» e che questa «durava da circa un anno mezzo». Quindi aveva aggiunto: «Sono mesi che sto così non volevo allarmarvi, ma ora forse è meglio che vi allarmiate». Nell'elegante palazzina a due passi dalla sede della Marina sono rimasti i nomi delle società sul citofono, ma non risponde più nessuno.Ai chi lo frequentava Meranda aveva confidato che le sue difficoltà nascevano dal mancato pagamento di alcune parcelle. A febbraio, dopo l'annuncio dell'anteprima dell'articolo dell'Espresso sull'incontro del Metropol, una nostra fonte ricorda che «fremeva» per conoscerne il contenuto, ma che «non appariva particolarmente preoccupato». I colleghi della banca, invece, avevano iniziato ad agitarsi, anche perché avevano saputo della trattativa a cose fatte («Prima fa le cose e poi le dice») e il 29 ottobre avevano consegnato a Meranda una lettera intestata con una manifestazione d'interesse da indirizzare alla compagnia petrolifera Rosneft. Ma l'avvocato non aveva fatto più sapere nulla. Come faceva Meranda a esibire uno stile di vita brillante da avvocato di livello e a non riuscire a pagare un affitto da circa 2.500 euro al mese (escluse le spese di condominio)? A quanto risulta alla Verità Meranda non era un dipendente della Euro-IB ma solo un consulente esterno che, non avendo concluso nessun contratto, non avrebbe ricevuto in due anni nemmeno un euro. Un advisor legale di scarso successo. E in effetti chi lo conosce sa che l'ultima dichiarazione dei redditi sarebbe stata a saldo negativo, cioè nel suo studio sono state più le spese che le entrate (meno di 40.000 euro).Forse per questo era così eccitato all'idea di portare a compimento l'affare del Metropol. Dalla Euro-IB commentano: «Non ha mai concluso grossi affari, mentre faceva molti appuntamenti». L'altro piccolo mistero riguarda i clienti di Meranda, sul cui nome l'avvocato nella lettera Repubblica invoca la privacy. Tra di essi c'erano diverse ambasciate che si rivolgevano a lui per risolvere le questioni legate agli uffici immigrazione. Tra gli uffici diplomatici quelli con cui aveva rapporti più stretti erano le ambasciate dell'Indonesia e della Russia. A giugno 2018 con Matteo Salvini e Gianluca Savoini partecipò anche alla festa dell'indipendenza a villa Abamelek con l'ambasciatore russo Razov. I suoi rapporti con i russi c'entrano qualcosa con l'affaire del Metropol? Meranda lavorava, come esperto di assicurazioni, anche per diverse compagnie aeree, tra le quali la Iran air.A parte questi dati poco altro si sa. Meranda è sempre stato molto geloso dei suoi contatti, pur non nascondendo la sua appartenenza alla massoneria. Nella lettera alla Repubblica addirittura scrisse di essere un uomo «libero e di buoni costumi» una sorta di definizione identificativa. Una formula che identifica tutti i grembiulini.Eppure anche lì le cose non devono essere andate per il verso giusto e il Gran maestro della Serenissima gran loggia a cui apparteneva, Massimo Criscuoli Tortora nel 2015 ha firmato il suo decreto di espulsione, a cui lo stesso non ha fatto opposizione. Il motivo? Poco dopo essere entrato con una quindicina di amici e aver dato vita alla loggia De dignitate hominis (di cui era maestro venerabile), avrebbe tentato di fare le scarpe al Gran maestro e per questo è stato mandato via. «Quello in massoneria è un percorso iniziatico, ma forse lui voleva utilizzarlo per altri fini» ci confida un ex fratello di Meranda. L'avvocato oggi è praticamente introvabile. Risulta residente nel quartiere Trieste di Roma con la moglie Giovanna Orsolini, in una palazzina abbastanza popolare di quattro piani a due passi da un commissariato. Ma la casa non è intestata né a lui, né alla consorte. L'uomo chiave del Metropol risulta titolare di un ventiquattresimo di tre piccoli appartamenti popolari (11,5 vani in tutto), di cinque piccoli magazzini (400 metri quadri in tutto), di un laboratorio (16 metri) e due terreni in provincia di Cosenza, probabilmente frutto di eredità. Piccola imprenditrice di Monterotondo, la moglie non ha intestato nulla e in passato ha lavorato in una litografia. Con il cognato Giovanni, Meranda tentò l'avventura in due imprese edili. La prima è fallita nel 2013. «C'è un procedimento aperto», spiega il curatore fallimentare Massimo Marchetta. «Orsolini? Se lo trova mi dica dov'è. Per noi è irreperibile». In via Piave a Monterotondo, indirizzo di riferimento alla Camera di commercio di Meranda e dei fratelli Orsolini risponde un'anziana signora, probabilmente una parente di Giovanni e Gabriella: «Chevvoi? Qui non c'è nessuno…». In pratica una famiglia fantasma. Tranne Meranda, che dopo lo sfratto dell'1 giugno, è riapparso su Repubblica, il giornale più avverso alla Lega, per confessare di essere lui il «Luca del Metropol» e di essere pronto a collaborare con la Procura di Milano. Era un pizzino a qualcuno? È intorno a questo professionista in grave difficoltà «finanziaria» che ruota la vicenda del Metropol. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-guai-dellavvocato-massone-tra-sfratto-e-conto-in-rosso-il-terzo-uomo-a-mosca-e-suo-2639213166.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-per-adesso-non-ce-nemmeno-il-reato" data-post-id="2639213166" data-published-at="1774134334" data-use-pagination="False"> Ma per adesso non c’è nemmeno il reato È assai difficile prevedere quali potranno essere gli sviluppi e gli esiti dell'indagine milanese sui presunti finanziamenti russi alla Lega. Una cosa appare però fin d'ora certa, e cioè che essa ha tratto origine non da una vera e propria «notizia di reato» ma da un semplice «sospetto di reato». Nulla più di un sospetto, infatti, sembra quello desumibile dall'unico dato di fatto che risulta finora accertato: vale a dire la famosa riunione all'hotel Metropol di Mosca nella quale, per quanto è dato sapere, altro non si sarebbe fatto se non valutare l'ipotesi che da un futuro, eventuale accordo economico per la fornitura all'Italia di prodotti energetici potesse ricavarsi la disponibilità, «al nero», di una somma di danaro che, in parte, sarebbe stata destinata alla Lega. Non si ha notizia che quell'accordo si sia poi realizzato o, quanto meno, che vi siano stati concreti tentativi per realizzarlo; condizioni, queste, in mancanza delle quali appare da escludere la giuridica configurabilità, anche a livello di tentativo, dell'ipotizzato reato di corruzione internazionale o di qualsivoglia altro reato. Nulla esclude, naturalmente, che dal prosieguo delle indagini emergano nuovi elementi per cui l'ipotesi di reato venga ad acquistare quella concretezza che ora le manca; ed è verisimilmente proprio questo l'obiettivo al quale punta la Procura di Milano. prassi invalsa Ma può ritenersi corretta la prassi, ormai da tempo in uso presso molti uffici del pubblico ministero, di instaurare (come in questo caso) procedimenti penali sulla base di semplici sospetti di reato, in vista dell'acquisizione, solo eventuale, di ipotetici elementi che valgano poi a confermarli, quando il codice di procedura penale espressamente prevede che il procedimento penale possa (e debba) essere instaurato solo sulla base di una «notizia di reato»? La risposta dovrebbe essere risolutamente negativa, alla luce dei principi fondamentali dello Stato di diritto. La «notizia di reato», infatti, a differenza del semplice «sospetto», dev'essere dotata di caratteristiche di specificità tali da rendere fin dall'inizio possibile il suo inquadramento giuridico in una o più figure di reato; dopodiché il procedimento penale dovrà soltanto essere finalizzato a verificare se essa risponda o meno a verità e, in caso positivo, se sia possibile individuare e portare a giudizio i responsabili. In quest'ottica i margini di discrezionalità del pm sono ridotti al minimo, rimanendo essi confinati nell'ambito della funzione esclusivamente tecnico-giuridica alla quale l'ufficio è fisiologicamente preposto. Il che risponde alla logica alla quale si ispira il principio costituzionale della obbligatorietà dell'azione penale da parte del pm. Questa, infatti, non avrebbe senso se l'azione penale non presupponesse appunto l'avvenuta acquisizione della «notizia di reato». Ben diverso da quello sopra illustrato è il risultato al quale si perviene ammettendo che il procedimento penale possa essere instaurato anche sulla base di un semplice «sospetto», del tutto inidoneo, come tale, a consentire, al momento, anche la sola giuridica configurabilità di una specifica ipotesi di reato. Il sospetto, infatti, è, per sua natura, eminentemente soggettivo e può nascere dalle più svariate ed innumerevoli combinazioni di fattori. L'accettare, quindi, a livello di principio, che esso possa costituire legittimo fondamento dell'instaurazione di un procedimento penale, non solo si pone astrattamente in contrasto con la legge e, in ultima analisi, anche con la Costituzione, ma comporta, sul piano pratico, la conseguenza che viene in tal modo lasciato al pm uno spazio di pressoché infinita e incontrollabile discrezionalità, nella quale possono assumere un peso determinante anche le personali inclinazioni ideologico-politiche del singolo magistrato o dell'ufficio di cui egli fa parte. missione tradita Ciò comporta un enorme danno non solo al bene superiore costituito dall'effettivo equilibrio dei poteri ma anche al gran numero di cittadini che (come l'esperienza dimostra), soffrono sulla loro pelle il peso delle inchieste nelle quali sono coinvolti per accuse poi rivelatesi come prive, fin dall'origine, di giuridico fondamento; danno, quello anzidetto, che non può certo ritenersi compensato dai rari casi in cui i procedimenti penali avviati sulla base di sospetti abbiano portato all'effettivo accertamento di reati e alla condanna dei responsabili. Certo sono questi poi gli stessi casi dai quali deriva maggior lustro e prestigio ai magistrati che hanno instaurato e condotto avanti quei procedimenti; la qual cosa è del tutto naturale, e non vi sarebbe neppure nulla di male se non fosse per il fatto che ne risulta in tal modo avvalorata, nella pubblica opinione, l'erronea visione del pubblico ministero come una sorta di «cacciatore di reati» e non, come invece vorrebbero la Costituzione ed il codice di procedura penale, come un organo tecnico la cui funzione è essenzialmente quella di garantire che l'attività di perseguimento dei reati venga condotta efficacemente ma, al tempo stesso, nella rigorosa osservanza delle norme di legge.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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