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2019-07-17
I guai dell’avvocato massone tra sfratto e conto in rosso. Il terzo uomo a Mosca è suo
Ansa
Dopo l'avvocato massone Gianluca Meranda, anche un suo presunto stretto collaboratore si rivolge alla stampa per venire allo scoperto. Si chiama Francesco Vannucci, ha 62 anni ed è di Suvereto (Livorno) e sarebbe stato al tavolo del Metropol di Mosca «in qualità di consulente esperto bancario che da anni collabora con l'avvocato Meranda». Secondo l'uomo, ovviamente, «lo scopo dell'incontro era prettamente professionale e si è svolto nel rispetto dei canoni della deontologia commerciale». È stato lui a contattare l'Ansa e si è detto dispiaciuto per essere stato citato «in modo a volte ironico, a volte opaco, come «nonno» Francesco».
L'esperto di Meranda ha lavorato al Monte dei Paschi di Siena per circa 25 anni e ha svolto l'attività di sindacalista. Chi l'ha conosciuto l'ha definito un «brasseur d'affaires», interessato a diversi settori, tra i quali quello vitivinicolo.
Con questo nuovo tassello s'infittisce ulteriormente il mistero intorno alla figura di Meranda, l'uomo dell'oro (nero) di Mosca che non si trova. Meranda si era rivelato al mondo con una lettera alla Repubblica, dove si era definito «avvocato internazionalista che esercita la professione legale da più di 20 anni tra Roma e Bruxelles, anche nel ramo del diritto d'affari». Poi aveva aggiunto che «tra i clienti dello studio figurano compagnie petrolifere e banche di affari italiane», di cui ometteva i nomi per motivi deontologici. Disse anche di aver partecipato all'incontro del Metropol, «in qualità di General Counsel di una banca d'affari anglo-tedesca».
Ma i vertici dell'istituto, la Euro-Ib, lo hanno smentito dicendo che al Metropol Meranda non stava esercitando il suo «ruolo» di consigliere legale. Insomma era una sua iniziativa. Ma la cosa più importante è che gli affari dell'avvocato sono tutt'altro che floridi. Addirittura l'1 giugno ha subito lo sfratto esecutivo dall'ufficio di Lungotevere delle navi 20, dove al piano rialzato c'era il suo ufficio di collaboratore dell'Sq law di Bruxelles. Meranda offriva ospitalità anche a un commercialista, ad alcuni giovani avvocati, a un'agenzia immobiliare e lì si trovava anche l'ufficio di rappresentanza romano della banca in nome della quale Meranda era andato a trattare a Mosca. A marzo Meranda avvertì gli inquilini che avrebbero dovuto lasciare l'appartamento (circa 180 metri quadri) per alcuni problemi finanziari che lo stavano mettendo in difficoltà. Parlò di «crisi finanziaria, ma non economica» e che questa «durava da circa un anno mezzo». Quindi aveva aggiunto: «Sono mesi che sto così non volevo allarmarvi, ma ora forse è meglio che vi allarmiate». Nell'elegante palazzina a due passi dalla sede della Marina sono rimasti i nomi delle società sul citofono, ma non risponde più nessuno.
Ai chi lo frequentava Meranda aveva confidato che le sue difficoltà nascevano dal mancato pagamento di alcune parcelle. A febbraio, dopo l'annuncio dell'anteprima dell'articolo dell'Espresso sull'incontro del Metropol, una nostra fonte ricorda che «fremeva» per conoscerne il contenuto, ma che «non appariva particolarmente preoccupato». I colleghi della banca, invece, avevano iniziato ad agitarsi, anche perché avevano saputo della trattativa a cose fatte («Prima fa le cose e poi le dice») e il 29 ottobre avevano consegnato a Meranda una lettera intestata con una manifestazione d'interesse da indirizzare alla compagnia petrolifera Rosneft. Ma l'avvocato non aveva fatto più sapere nulla. Come faceva Meranda a esibire uno stile di vita brillante da avvocato di livello e a non riuscire a pagare un affitto da circa 2.500 euro al mese (escluse le spese di condominio)? A quanto risulta alla Verità Meranda non era un dipendente della Euro-IB ma solo un consulente esterno che, non avendo concluso nessun contratto, non avrebbe ricevuto in due anni nemmeno un euro. Un advisor legale di scarso successo. E in effetti chi lo conosce sa che l'ultima dichiarazione dei redditi sarebbe stata a saldo negativo, cioè nel suo studio sono state più le spese che le entrate (meno di 40.000 euro).
Forse per questo era così eccitato all'idea di portare a compimento l'affare del Metropol. Dalla Euro-IB commentano: «Non ha mai concluso grossi affari, mentre faceva molti appuntamenti». L'altro piccolo mistero riguarda i clienti di Meranda, sul cui nome l'avvocato nella lettera Repubblica invoca la privacy. Tra di essi c'erano diverse ambasciate che si rivolgevano a lui per risolvere le questioni legate agli uffici immigrazione. Tra gli uffici diplomatici quelli con cui aveva rapporti più stretti erano le ambasciate dell'Indonesia e della Russia. A giugno 2018 con Matteo Salvini e Gianluca Savoini partecipò anche alla festa dell'indipendenza a villa Abamelek con l'ambasciatore russo Razov. I suoi rapporti con i russi c'entrano qualcosa con l'affaire del Metropol? Meranda lavorava, come esperto di assicurazioni, anche per diverse compagnie aeree, tra le quali la Iran air.
A parte questi dati poco altro si sa. Meranda è sempre stato molto geloso dei suoi contatti, pur non nascondendo la sua appartenenza alla massoneria. Nella lettera alla Repubblica addirittura scrisse di essere un uomo «libero e di buoni costumi» una sorta di definizione identificativa. Una formula che identifica tutti i grembiulini.
Eppure anche lì le cose non devono essere andate per il verso giusto e il Gran maestro della Serenissima gran loggia a cui apparteneva, Massimo Criscuoli Tortora nel 2015 ha firmato il suo decreto di espulsione, a cui lo stesso non ha fatto opposizione. Il motivo? Poco dopo essere entrato con una quindicina di amici e aver dato vita alla loggia De dignitate hominis (di cui era maestro venerabile), avrebbe tentato di fare le scarpe al Gran maestro e per questo è stato mandato via. «Quello in massoneria è un percorso iniziatico, ma forse lui voleva utilizzarlo per altri fini» ci confida un ex fratello di Meranda.
L'avvocato oggi è praticamente introvabile. Risulta residente nel quartiere Trieste di Roma con la moglie Giovanna Orsolini, in una palazzina abbastanza popolare di quattro piani a due passi da un commissariato. Ma la casa non è intestata né a lui, né alla consorte. L'uomo chiave del Metropol risulta titolare di un ventiquattresimo di tre piccoli appartamenti popolari (11,5 vani in tutto), di cinque piccoli magazzini (400 metri quadri in tutto), di un laboratorio (16 metri) e due terreni in provincia di Cosenza, probabilmente frutto di eredità.
Piccola imprenditrice di Monterotondo, la moglie non ha intestato nulla e in passato ha lavorato in una litografia. Con il cognato Giovanni, Meranda tentò l'avventura in due imprese edili. La prima è fallita nel 2013. «C'è un procedimento aperto», spiega il curatore fallimentare Massimo Marchetta. «Orsolini? Se lo trova mi dica dov'è. Per noi è irreperibile». In via Piave a Monterotondo, indirizzo di riferimento alla Camera di commercio di Meranda e dei fratelli Orsolini risponde un'anziana signora, probabilmente una parente di Giovanni e Gabriella: «Chevvoi? Qui non c'è nessuno…». In pratica una famiglia fantasma.
Tranne Meranda, che dopo lo sfratto dell'1 giugno, è riapparso su Repubblica, il giornale più avverso alla Lega, per confessare di essere lui il «Luca del Metropol» e di essere pronto a collaborare con la Procura di Milano. Era un pizzino a qualcuno? È intorno a questo professionista in grave difficoltà «finanziaria» che ruota la vicenda del Metropol.
Ma per adesso non c’è nemmeno il reato
È assai difficile prevedere quali potranno essere gli sviluppi e gli esiti dell'indagine milanese sui presunti finanziamenti russi alla Lega. Una cosa appare però fin d'ora certa, e cioè che essa ha tratto origine non da una vera e propria «notizia di reato» ma da un semplice «sospetto di reato». Nulla più di un sospetto, infatti, sembra quello desumibile dall'unico dato di fatto che risulta finora accertato: vale a dire la famosa riunione all'hotel Metropol di Mosca nella quale, per quanto è dato sapere, altro non si sarebbe fatto se non valutare l'ipotesi che da un futuro, eventuale accordo economico per la fornitura all'Italia di prodotti energetici potesse ricavarsi la disponibilità, «al nero», di una somma di danaro che, in parte, sarebbe stata destinata alla Lega. Non si ha notizia che quell'accordo si sia poi realizzato o, quanto meno, che vi siano stati concreti tentativi per realizzarlo; condizioni, queste, in mancanza delle quali appare da escludere la giuridica configurabilità, anche a livello di tentativo, dell'ipotizzato reato di corruzione internazionale o di qualsivoglia altro reato. Nulla esclude, naturalmente, che dal prosieguo delle indagini emergano nuovi elementi per cui l'ipotesi di reato venga ad acquistare quella concretezza che ora le manca; ed è verisimilmente proprio questo l'obiettivo al quale punta la Procura di Milano.
prassi invalsa
Ma può ritenersi corretta la prassi, ormai da tempo in uso presso molti uffici del pubblico ministero, di instaurare (come in questo caso) procedimenti penali sulla base di semplici sospetti di reato, in vista dell'acquisizione, solo eventuale, di ipotetici elementi che valgano poi a confermarli, quando il codice di procedura penale espressamente prevede che il procedimento penale possa (e debba) essere instaurato solo sulla base di una «notizia di reato»? La risposta dovrebbe essere risolutamente negativa, alla luce dei principi fondamentali dello Stato di diritto.
La «notizia di reato», infatti, a differenza del semplice «sospetto», dev'essere dotata di caratteristiche di specificità tali da rendere fin dall'inizio possibile il suo inquadramento giuridico in una o più figure di reato; dopodiché il procedimento penale dovrà soltanto essere finalizzato a verificare se essa risponda o meno a verità e, in caso positivo, se sia possibile individuare e portare a giudizio i responsabili. In quest'ottica i margini di discrezionalità del pm sono ridotti al minimo, rimanendo essi confinati nell'ambito della funzione esclusivamente tecnico-giuridica alla quale l'ufficio è fisiologicamente preposto. Il che risponde alla logica alla quale si ispira il principio costituzionale della obbligatorietà dell'azione penale da parte del pm. Questa, infatti, non avrebbe senso se l'azione penale non presupponesse appunto l'avvenuta acquisizione della «notizia di reato».
Ben diverso da quello sopra illustrato è il risultato al quale si perviene ammettendo che il procedimento penale possa essere instaurato anche sulla base di un semplice «sospetto», del tutto inidoneo, come tale, a consentire, al momento, anche la sola giuridica configurabilità di una specifica ipotesi di reato. Il sospetto, infatti, è, per sua natura, eminentemente soggettivo e può nascere dalle più svariate ed innumerevoli combinazioni di fattori. L'accettare, quindi, a livello di principio, che esso possa costituire legittimo fondamento dell'instaurazione di un procedimento penale, non solo si pone astrattamente in contrasto con la legge e, in ultima analisi, anche con la Costituzione, ma comporta, sul piano pratico, la conseguenza che viene in tal modo lasciato al pm uno spazio di pressoché infinita e incontrollabile discrezionalità, nella quale possono assumere un peso determinante anche le personali inclinazioni ideologico-politiche del singolo magistrato o dell'ufficio di cui egli fa parte.
missione tradita
Ciò comporta un enorme danno non solo al bene superiore costituito dall'effettivo equilibrio dei poteri ma anche al gran numero di cittadini che (come l'esperienza dimostra), soffrono sulla loro pelle il peso delle inchieste nelle quali sono coinvolti per accuse poi rivelatesi come prive, fin dall'origine, di giuridico fondamento; danno, quello anzidetto, che non può certo ritenersi compensato dai rari casi in cui i procedimenti penali avviati sulla base di sospetti abbiano portato all'effettivo accertamento di reati e alla condanna dei responsabili. Certo sono questi poi gli stessi casi dai quali deriva maggior lustro e prestigio ai magistrati che hanno instaurato e condotto avanti quei procedimenti; la qual cosa è del tutto naturale, e non vi sarebbe neppure nulla di male se non fosse per il fatto che ne risulta in tal modo avvalorata, nella pubblica opinione, l'erronea visione del pubblico ministero come una sorta di «cacciatore di reati» e non, come invece vorrebbero la Costituzione ed il codice di procedura penale, come un organo tecnico la cui funzione è essenzialmente quella di garantire che l'attività di perseguimento dei reati venga condotta efficacemente ma, al tempo stesso, nella rigorosa osservanza delle norme di legge.
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Gianluca Meranda, che al Metropol trattava tonnellate di petrolio, dal 1° giugno è senza lo studio. La banca lo scarica: «Non era lì per noi». L'ex sindacalista Francesco Vannucci: «Lavoro per lui».L'azione penale si basa sulla «notizia» di illecito. Qui i magistrati si son mossi su un sospetto. Il solito vizietto.Lo speciale contiene due articoli.Dopo l'avvocato massone Gianluca Meranda, anche un suo presunto stretto collaboratore si rivolge alla stampa per venire allo scoperto. Si chiama Francesco Vannucci, ha 62 anni ed è di Suvereto (Livorno) e sarebbe stato al tavolo del Metropol di Mosca «in qualità di consulente esperto bancario che da anni collabora con l'avvocato Meranda». Secondo l'uomo, ovviamente, «lo scopo dell'incontro era prettamente professionale e si è svolto nel rispetto dei canoni della deontologia commerciale». È stato lui a contattare l'Ansa e si è detto dispiaciuto per essere stato citato «in modo a volte ironico, a volte opaco, come «nonno» Francesco».L'esperto di Meranda ha lavorato al Monte dei Paschi di Siena per circa 25 anni e ha svolto l'attività di sindacalista. Chi l'ha conosciuto l'ha definito un «brasseur d'affaires», interessato a diversi settori, tra i quali quello vitivinicolo. Con questo nuovo tassello s'infittisce ulteriormente il mistero intorno alla figura di Meranda, l'uomo dell'oro (nero) di Mosca che non si trova. Meranda si era rivelato al mondo con una lettera alla Repubblica, dove si era definito «avvocato internazionalista che esercita la professione legale da più di 20 anni tra Roma e Bruxelles, anche nel ramo del diritto d'affari». Poi aveva aggiunto che «tra i clienti dello studio figurano compagnie petrolifere e banche di affari italiane», di cui ometteva i nomi per motivi deontologici. Disse anche di aver partecipato all'incontro del Metropol, «in qualità di General Counsel di una banca d'affari anglo-tedesca». Ma i vertici dell'istituto, la Euro-Ib, lo hanno smentito dicendo che al Metropol Meranda non stava esercitando il suo «ruolo» di consigliere legale. Insomma era una sua iniziativa. Ma la cosa più importante è che gli affari dell'avvocato sono tutt'altro che floridi. Addirittura l'1 giugno ha subito lo sfratto esecutivo dall'ufficio di Lungotevere delle navi 20, dove al piano rialzato c'era il suo ufficio di collaboratore dell'Sq law di Bruxelles. Meranda offriva ospitalità anche a un commercialista, ad alcuni giovani avvocati, a un'agenzia immobiliare e lì si trovava anche l'ufficio di rappresentanza romano della banca in nome della quale Meranda era andato a trattare a Mosca. A marzo Meranda avvertì gli inquilini che avrebbero dovuto lasciare l'appartamento (circa 180 metri quadri) per alcuni problemi finanziari che lo stavano mettendo in difficoltà. Parlò di «crisi finanziaria, ma non economica» e che questa «durava da circa un anno mezzo». Quindi aveva aggiunto: «Sono mesi che sto così non volevo allarmarvi, ma ora forse è meglio che vi allarmiate». Nell'elegante palazzina a due passi dalla sede della Marina sono rimasti i nomi delle società sul citofono, ma non risponde più nessuno.Ai chi lo frequentava Meranda aveva confidato che le sue difficoltà nascevano dal mancato pagamento di alcune parcelle. A febbraio, dopo l'annuncio dell'anteprima dell'articolo dell'Espresso sull'incontro del Metropol, una nostra fonte ricorda che «fremeva» per conoscerne il contenuto, ma che «non appariva particolarmente preoccupato». I colleghi della banca, invece, avevano iniziato ad agitarsi, anche perché avevano saputo della trattativa a cose fatte («Prima fa le cose e poi le dice») e il 29 ottobre avevano consegnato a Meranda una lettera intestata con una manifestazione d'interesse da indirizzare alla compagnia petrolifera Rosneft. Ma l'avvocato non aveva fatto più sapere nulla. Come faceva Meranda a esibire uno stile di vita brillante da avvocato di livello e a non riuscire a pagare un affitto da circa 2.500 euro al mese (escluse le spese di condominio)? A quanto risulta alla Verità Meranda non era un dipendente della Euro-IB ma solo un consulente esterno che, non avendo concluso nessun contratto, non avrebbe ricevuto in due anni nemmeno un euro. Un advisor legale di scarso successo. E in effetti chi lo conosce sa che l'ultima dichiarazione dei redditi sarebbe stata a saldo negativo, cioè nel suo studio sono state più le spese che le entrate (meno di 40.000 euro).Forse per questo era così eccitato all'idea di portare a compimento l'affare del Metropol. Dalla Euro-IB commentano: «Non ha mai concluso grossi affari, mentre faceva molti appuntamenti». L'altro piccolo mistero riguarda i clienti di Meranda, sul cui nome l'avvocato nella lettera Repubblica invoca la privacy. Tra di essi c'erano diverse ambasciate che si rivolgevano a lui per risolvere le questioni legate agli uffici immigrazione. Tra gli uffici diplomatici quelli con cui aveva rapporti più stretti erano le ambasciate dell'Indonesia e della Russia. A giugno 2018 con Matteo Salvini e Gianluca Savoini partecipò anche alla festa dell'indipendenza a villa Abamelek con l'ambasciatore russo Razov. I suoi rapporti con i russi c'entrano qualcosa con l'affaire del Metropol? Meranda lavorava, come esperto di assicurazioni, anche per diverse compagnie aeree, tra le quali la Iran air.A parte questi dati poco altro si sa. Meranda è sempre stato molto geloso dei suoi contatti, pur non nascondendo la sua appartenenza alla massoneria. Nella lettera alla Repubblica addirittura scrisse di essere un uomo «libero e di buoni costumi» una sorta di definizione identificativa. Una formula che identifica tutti i grembiulini.Eppure anche lì le cose non devono essere andate per il verso giusto e il Gran maestro della Serenissima gran loggia a cui apparteneva, Massimo Criscuoli Tortora nel 2015 ha firmato il suo decreto di espulsione, a cui lo stesso non ha fatto opposizione. Il motivo? Poco dopo essere entrato con una quindicina di amici e aver dato vita alla loggia De dignitate hominis (di cui era maestro venerabile), avrebbe tentato di fare le scarpe al Gran maestro e per questo è stato mandato via. «Quello in massoneria è un percorso iniziatico, ma forse lui voleva utilizzarlo per altri fini» ci confida un ex fratello di Meranda. L'avvocato oggi è praticamente introvabile. Risulta residente nel quartiere Trieste di Roma con la moglie Giovanna Orsolini, in una palazzina abbastanza popolare di quattro piani a due passi da un commissariato. Ma la casa non è intestata né a lui, né alla consorte. L'uomo chiave del Metropol risulta titolare di un ventiquattresimo di tre piccoli appartamenti popolari (11,5 vani in tutto), di cinque piccoli magazzini (400 metri quadri in tutto), di un laboratorio (16 metri) e due terreni in provincia di Cosenza, probabilmente frutto di eredità. Piccola imprenditrice di Monterotondo, la moglie non ha intestato nulla e in passato ha lavorato in una litografia. Con il cognato Giovanni, Meranda tentò l'avventura in due imprese edili. La prima è fallita nel 2013. «C'è un procedimento aperto», spiega il curatore fallimentare Massimo Marchetta. «Orsolini? Se lo trova mi dica dov'è. Per noi è irreperibile». In via Piave a Monterotondo, indirizzo di riferimento alla Camera di commercio di Meranda e dei fratelli Orsolini risponde un'anziana signora, probabilmente una parente di Giovanni e Gabriella: «Chevvoi? Qui non c'è nessuno…». In pratica una famiglia fantasma. Tranne Meranda, che dopo lo sfratto dell'1 giugno, è riapparso su Repubblica, il giornale più avverso alla Lega, per confessare di essere lui il «Luca del Metropol» e di essere pronto a collaborare con la Procura di Milano. Era un pizzino a qualcuno? È intorno a questo professionista in grave difficoltà «finanziaria» che ruota la vicenda del Metropol. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-guai-dellavvocato-massone-tra-sfratto-e-conto-in-rosso-il-terzo-uomo-a-mosca-e-suo-2639213166.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-per-adesso-non-ce-nemmeno-il-reato" data-post-id="2639213166" data-published-at="1767503220" data-use-pagination="False"> Ma per adesso non c’è nemmeno il reato È assai difficile prevedere quali potranno essere gli sviluppi e gli esiti dell'indagine milanese sui presunti finanziamenti russi alla Lega. Una cosa appare però fin d'ora certa, e cioè che essa ha tratto origine non da una vera e propria «notizia di reato» ma da un semplice «sospetto di reato». Nulla più di un sospetto, infatti, sembra quello desumibile dall'unico dato di fatto che risulta finora accertato: vale a dire la famosa riunione all'hotel Metropol di Mosca nella quale, per quanto è dato sapere, altro non si sarebbe fatto se non valutare l'ipotesi che da un futuro, eventuale accordo economico per la fornitura all'Italia di prodotti energetici potesse ricavarsi la disponibilità, «al nero», di una somma di danaro che, in parte, sarebbe stata destinata alla Lega. Non si ha notizia che quell'accordo si sia poi realizzato o, quanto meno, che vi siano stati concreti tentativi per realizzarlo; condizioni, queste, in mancanza delle quali appare da escludere la giuridica configurabilità, anche a livello di tentativo, dell'ipotizzato reato di corruzione internazionale o di qualsivoglia altro reato. Nulla esclude, naturalmente, che dal prosieguo delle indagini emergano nuovi elementi per cui l'ipotesi di reato venga ad acquistare quella concretezza che ora le manca; ed è verisimilmente proprio questo l'obiettivo al quale punta la Procura di Milano. prassi invalsa Ma può ritenersi corretta la prassi, ormai da tempo in uso presso molti uffici del pubblico ministero, di instaurare (come in questo caso) procedimenti penali sulla base di semplici sospetti di reato, in vista dell'acquisizione, solo eventuale, di ipotetici elementi che valgano poi a confermarli, quando il codice di procedura penale espressamente prevede che il procedimento penale possa (e debba) essere instaurato solo sulla base di una «notizia di reato»? La risposta dovrebbe essere risolutamente negativa, alla luce dei principi fondamentali dello Stato di diritto. La «notizia di reato», infatti, a differenza del semplice «sospetto», dev'essere dotata di caratteristiche di specificità tali da rendere fin dall'inizio possibile il suo inquadramento giuridico in una o più figure di reato; dopodiché il procedimento penale dovrà soltanto essere finalizzato a verificare se essa risponda o meno a verità e, in caso positivo, se sia possibile individuare e portare a giudizio i responsabili. In quest'ottica i margini di discrezionalità del pm sono ridotti al minimo, rimanendo essi confinati nell'ambito della funzione esclusivamente tecnico-giuridica alla quale l'ufficio è fisiologicamente preposto. Il che risponde alla logica alla quale si ispira il principio costituzionale della obbligatorietà dell'azione penale da parte del pm. Questa, infatti, non avrebbe senso se l'azione penale non presupponesse appunto l'avvenuta acquisizione della «notizia di reato». Ben diverso da quello sopra illustrato è il risultato al quale si perviene ammettendo che il procedimento penale possa essere instaurato anche sulla base di un semplice «sospetto», del tutto inidoneo, come tale, a consentire, al momento, anche la sola giuridica configurabilità di una specifica ipotesi di reato. Il sospetto, infatti, è, per sua natura, eminentemente soggettivo e può nascere dalle più svariate ed innumerevoli combinazioni di fattori. L'accettare, quindi, a livello di principio, che esso possa costituire legittimo fondamento dell'instaurazione di un procedimento penale, non solo si pone astrattamente in contrasto con la legge e, in ultima analisi, anche con la Costituzione, ma comporta, sul piano pratico, la conseguenza che viene in tal modo lasciato al pm uno spazio di pressoché infinita e incontrollabile discrezionalità, nella quale possono assumere un peso determinante anche le personali inclinazioni ideologico-politiche del singolo magistrato o dell'ufficio di cui egli fa parte. missione tradita Ciò comporta un enorme danno non solo al bene superiore costituito dall'effettivo equilibrio dei poteri ma anche al gran numero di cittadini che (come l'esperienza dimostra), soffrono sulla loro pelle il peso delle inchieste nelle quali sono coinvolti per accuse poi rivelatesi come prive, fin dall'origine, di giuridico fondamento; danno, quello anzidetto, che non può certo ritenersi compensato dai rari casi in cui i procedimenti penali avviati sulla base di sospetti abbiano portato all'effettivo accertamento di reati e alla condanna dei responsabili. Certo sono questi poi gli stessi casi dai quali deriva maggior lustro e prestigio ai magistrati che hanno instaurato e condotto avanti quei procedimenti; la qual cosa è del tutto naturale, e non vi sarebbe neppure nulla di male se non fosse per il fatto che ne risulta in tal modo avvalorata, nella pubblica opinione, l'erronea visione del pubblico ministero come una sorta di «cacciatore di reati» e non, come invece vorrebbero la Costituzione ed il codice di procedura penale, come un organo tecnico la cui funzione è essenzialmente quella di garantire che l'attività di perseguimento dei reati venga condotta efficacemente ma, al tempo stesso, nella rigorosa osservanza delle norme di legge.
Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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Barbara Fabbroni (Getty Images)
Ne parliamo con Barbara Fabbroni, criminologa e scrittrice, che ci offre una prospettiva unica sull’intersezione tra moda, crimine sociale e cultura contemporanea e come questo possa incidere sull’evoluzione del nostro modo di vestire, pensare e, soprattutto, resistere.
C’è sempre un maggiore interesse per i temi sociali nella moda, in particolare per quelli legati alla violenza di genere e alle disuguaglianze. Come vede questa evoluzione?
«Come una reazione necessaria, quasi inevitabile, prima ancora che come una scelta estetica. La moda, storicamente, è sempre stata uno specchio del tempo, ma oggi quello specchio si è incrinato. Non riflette più solo desideri o status, riflette fratture sociali, ferite collettive, urgenze non risolte. Quando la violenza di genere e le disuguaglianze entrano nelle collezioni, non è perché “fanno tendenza” ma perché non possono più essere ignorate. È un tentativo di rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto sommerso, normalizzato, silenziato. Il rischio, semmai - ed è un rischio reale - è che questa visibilità resti superficiale. Ma il movimento, in sé, è già un segnale di consapevolezza sociale».
Come pensa che la moda stia trasformando il concetto di «empowerment femminile»? In che modo le collezioni stanno affrontando la violenza di genere e le disuguaglianze in modo diverso rispetto al passato?
«L’empowerment femminile, oggi, non passa più solo dall’immagine della donna forte, invincibile. Sta emergendo un concetto più maturo: il potere come possibilità di essere complesse, non perfette. Io amo dire che “la perfezione sta sempre nell’imperfezione di ciascuna individualità”. Le collezioni più interessanti non celebrano più un femminile idealizzato, ma raccontano corpi reali, storie ferite. È una rottura rispetto al passato, dove la moda parlava sulle donne; oggi, quando funziona davvero, parla con le donne. Anche la violenza di genere non viene più trattata come choc visivo, ma come processo culturale, come sistema che va decostruito, non semplicemente denunciato».
Molti brand e designer stanno utilizzando la moda come strumento per trasmettere messaggi sociali. Qual è il ruolo della moda come linguaggio anche di protesta?
«La moda è un linguaggio silenzioso ma, proprio per questo, potentissimo. Non argomenta: mostra. Non convince: disturba. In una società sempre più polarizzata, la moda può diventare uno spazio di resistenza simbolica, perché agisce sull’immaginario, non sull’ideologia. Un abito può essere un manifesto ma anche e, forse, soprattutto una domanda aperta. Il suo ruolo più importante non è schierarsi, ma rompere la neutralità apparente, che spesso è la forma più subdola di complicità. La moda, quando è autentica, non pacifica: mette a disagio, costringe a guardare».
C’è un legame tra l’evoluzione estetica della moda e l’analisi criminologica dei crimini sociali?
«Sì e credo sia un legame profondo. La criminologia studia le dinamiche invisibili: potere, controllo, esclusione, normalizzazione della violenza. La moda, spesso senza rendersene conto, mette in scena gli stessi meccanismi: chi è visibile, chi è escluso, quali corpi sono legittimi e quali restano marginalizzati. Nell’incrocio tra questi ambiti, vedo una possibilità importante: usare l’estetica non per occultare il conflitto, ma per renderlo leggibile. La moda può diventare una mappa emotiva dei crimini sociali, se accetta di non essere rassicurante».
Come pensa che i giovani stiano interpretando questi messaggi? C’è una relazione tra il modo in cui si vestono e come percepiscono il mondo che li circonda?
«I giovani usano il corpo come spazio di incontro, spesso più consapevolmente degli adulti. Il modo in cui si vestono è una forma di posizionamento nel mondo: identitario, relazionale, valoriale, esistenziale. Non è solo stile. È presa di parola, è comunicazione di sé all’altro e al mondo. Attraverso l’abbigliamento esprimono conflitto, rifiuto, ricerca di senso, possibilità. È un linguaggio immediato, ma tutt’altro che superficiale. Spesso racconta proprio quello spazio che non trovano altrove e che, allora, cercano di costruire. Ignorarlo significa non ascoltare una generazione che sta cercando nuovi codici per interpretare una realtà complessa come quella che stiamo vivendo».
Quali sfide ritiene che la moda debba affrontare per essere davvero un catalizzatore di cambiamento sociale?
«La sfida principale è non fermarsi all’immagine. Il rischio più grande è la neutralizzazione del messaggio: trasformare il pensiero del cambiamento in stile, l’empowerment in branding, il dolore in trend. Per evitarlo servono coerenza, continuità, responsabilità. La moda può essere catalizzatore di cambiamento solo se accetta di lasciare andare qualcosa. E non è poco: consenso, comodità, neutralità. Il cambiamento non è mai esteticamente semplice. E, forse, è proprio lì che la moda deve avere il coraggio di stare».
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Al levar del sole, si faceva accompagnare dalla sua borsa blu (conservata, poi, come una sorta di reliquia per anni) che, con pochi chili di acquisto, gli permetteva di gestire la cucina. Nel contempo, con l’amico macellaio Emilio Hen andava «a studiare» le cucine dei locali che allora, nel territorio, risultavano tra i più rinomati. «Davo un’occhiata per imparare a copiare qualche piatto, era una sorta di spionaggio industriale», diceva. A trovare la quadra gli viene in aiuto, nel suo pellegrinaggio mattutino al mercato del pesce mestrino, il signor Galvani, che ne intuisce le potenzialità. «Dia un’occhiata a quello che mangia la gente qui per strada». In primis i folpetti caldi ripescati al momento dal pentolone in bella vista. Da lì l’intuizione conseguente.
All’entrata del suo locale ecco un carrello tentatore con il meglio dei cicheti (i piccoli assaggi di street food locale) della tradizione, a iniziare da quelli freddi: gamberi, uova di seppia, alici marinate. Il passaggio conseguente a tavola, con quelli caldi in arrivo dalla cucina, dagli immancabili folpetti ai peoci (le cozze) e molto altro. Su queste basi, sior Dino ottimizza la sua filosofia, ovvero quella di conservare e valorizzare il passato, in una Venezia patrimonio secolare, con uno sguardo continuamente rivolto al futuro ma sempre rimanendo nel solco della tradizione, di un territorio con molte storie da offrire, se non da riscoprire, in un tempo in cui, con il boom economico, anche la cucina seguiva nuove mode, a prevalenza transalpina ma un po’ «senz’anima», ovvero proponibili un po’ ovunque. Su queste basi trovare la quadra è indispensabile, a partire da chi sappia gestire la regia ai fornelli con talento e spirito conseguente.
Era il tempo in cui, il lunedì mattina, con un’ombra e due cicheti passava a salutare il fratello Bepi, cuoco in carica, Federico «Rico» Spolaore, con diverse esperienze in importanti cucine d’albergo della catena Ciga. Dino lo annusa e butta l’esca: «Non le chiedo quanto mi costa, ma soltanto di applicare la sua bravura a questa cucina», magari con qualche piccola invenzione, ma sempre nel solco della tradizione. Chef «Rico» lo guarda, paga il conto e se ne va senza rispondere. Dopo qualche giorno ritorna, stavolta non per salutare il fratello Bepi, ma per confrontarsi, occhi negli occhi, con un Boscarato felicemente rincuorato dall’aver scommesso per la giusta causa. Dall’Amelia comincia a prendere il volo. Il passaparola va oltre i confini locali e i suoi piatti hanno un primo riconoscimento con l’entrata nel circuito dei Ristoranti del Buon ricordo, nato dalla felice intuizione di Dino Villani, tra i fondatori dell’Accademia italiana della cucina. Un primo riconoscimento con il Fogher d’Oro, nel 1969, al tempo uno dei maggiori tra quelli riservati a quei locali che, tra Veneto e Friuli, nel rispetto della qualità, sapevano valorizzare al meglio le rispettive cucine locali. Nel 1970 altro cambio di passo. Parte la ristrutturazione della vecchia Amelia, grazie all’architetto Luigi Carrer che, oltre a decorare gli interni con un tratto personale, si inventa il logo che poi diventerà un’icona conosciuta e ambita dai vari pellegrini golosi. Un pesce con un bel cappellone da chef. Messaggio neanche tanto subliminale per far intendere che, dall’Amelia, la cucina di pesce viaggia a paso doble.
Iniziano le missioni all’estero, come ad esempio a New York. Nella preparazione della lista della spesa, un involontario qui pro quo linguistico: il tradizionale stoccafisso, ovvero il merluzzo essiccato al vento delle Lofoten, nel Veneto è tradotto come baccalà mentre invece, come tale, nel resto del mondo si intende quello conservato sotto sale. Due preparazioni che richiedono un trattamento completamente diverso. Giunti alla vigilia del grande evento, i cuochi amelioti non sanno più che fare. Partono telefonate a tutti i fornitori della Grande mela ma niente da fare. Poi, all’ultimo, il miracolo: in un negozietto di Little Italy, gestito da una famiglia calabrese, ci sono dei mini stoccafissi, poco più grandi di sardine, «ma piccoli e duri come il marmo».
Bisogna fare il miracolo. I Boscarato boys vanno nell’officina meccanica dell’albergo e lì procedono alla battitura di rito usando una pressa metallica destinata ad altri usi, ma il risultato al piatto risulterà molto gradito al centinaio di convitati curiosi di scoprire le vere specialità della cucina veneziana. Il giorno dopo, per premiarsi della fatica, Dino e i suoi ragazzi vanno nell’ambasciata culinaria italiana di Manhattan, «Le Cirque», di quel toscanaccio di Sirio Maccioni. E chi ti incontrano? Enzo Biagi, anche lui in trasferta yankee, che offrirà loro il pranzo, per ringraziare sior Dino di avergli assegnato, qualche mese prima, il prestigioso premio «Tavola all’Amelia». In sostanza, era successo questo. Dall’Amelia, nel tempo, diventa sempre più centro di golosità permanente del meglio dell’intellighenzia dapprima veneta e poi nazionale. Nel 1965, dalla collaborazione con il gallerista Mario Lucchesi, si pensò di dare un premio a chi si era distinto in vari settori della cultura, dalla letteratura all’arte nelle sue varie declinazioni. Come premio, la riproduzione di una scultura di Salvatore Messina.
Nell’albo d’oro ci sono nomi che hanno fatto la storia sella cultura italiana: Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Enzo Biagi, Uto Ughi, Carlo Rubbia, Ottavio Missoni, Ermanno Olmi. Con la possibilità, per il pubblico, sempre più fidelizzato alla «missione Amelia» di conoscerli in diretta, almeno per una sera. La gemmazione conseguente con «A Tavola con l’autore». Il tutto è nato un po’ per caso, ma bisogna avere talento per cogliere quell’occasione che può fare la differenza. Siamo nel 1983. Dall’Amelia, oramai, è un mito consolidato. Una serata è dedicata alla presentazione dell’ultima creatura editoriale di Bepi Maffioli, un gigante del connubio tra cucina, storia e cultura, La cucina veneziana, per i tipi di Franco Muzzio Editore. Come rendere il meritato onore a cotanta firma? Elementare, Watson: Boscarato si incuriosisce a ricercare tra le pagine di Maffioli lo spunto per proporre qualche ricetta originale, magari un po’ dimenticata dallo scorrere del tempo. Ed ecco riemergere un piatto del XVIII secolo, il baccalà in turbante, un’eredità del ghetto sepolta nella memoria. Uno stoccafisso messo a sobbollire lentamente con burro e latte, cui vengono poi aggiunti spinaci lessati, uova e noce moscata. Il tutto messo in forno entro uno stampo rotondo con il buco in mezzo. Ne deriva, servito al piatto, come un turbante goloso. È facile immaginarsi lo stupore dei commensali e dello stesso Maffioli. Così come il riso e fagioli con i gò, piccoli pesciolini della laguna che vivono prudentemente nascondendosi sotto i fondali per sfuggire alle reti dei piccoli veneziani che così venivano addestrati dai nonni all’arte della pesca.
Un format, quello de A tavola con l’autore» che avrà oltre 100 repliche nel corso del tempo, ad esempio con il polesano Gian Antonio Cibotto, in una serata in cui il pubblico ha scoperto quali fossero le radici del popolare riso a la sbiraglia» Durante il dominio austriaco gli sbiri (ovvero i gendarmi) di Cecco Beppe, predavano le campagne delle famiglie rurali di quanto trovavano, in primis i polli. Poi entravano in qualche osteria con sorriso sornione: «O mi cuoci bene questi polli, o ti rubo anche i tuoi». Era conseguente che la cuoca vittima di tale approccio era quanto mai generosa nel condire il tutto con quanto offrivano le risaie del vicino delta del Po.
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Narendra Modi (Ansa)
Dal 1° gennaio l’India ha assunto la presidenza dei Brics, per la prima volta alla guida del formato allargato a dieci Paesi. Narendra Modi propone una visione «humanity-first», mentre sullo sfondo pesano le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e la sfida di rafforzare il ruolo del Global South in un contesto geopolitico instabile.
L’India ha assunto ufficialmente la presidenza dei Brics il 1° gennaio 2026, prendendo il timone del gruppo in una fase segnata da forti tensioni commerciali globali e da un quadro geopolitico in rapido mutamento. Il passaggio di consegne è avvenuto dal Brasile e affida ora a Nuova Delhi la guida di un blocco allargato a dieci Paesi, chiamato a muoversi in un contesto economico instabile.
Il primo ministro Narendra Modi ha delineato per il mandato indiano una visione definita «humanity-first», proponendo una rilettura dell’acronimo Brics come Building Resilience and Innovation for Cooperation and Sustainability. Un’impostazione che punta a rafforzare il ruolo e la voce del cosiddetto Global South, in continuità con l’approccio adottato dall’India durante la sua presidenza del G20, fortemente orientata ai temi dello sviluppo.
La leadership indiana si inserisce inoltre in un momento di rapporti commerciali tesi con gli Stati Uniti, deterioratisi dopo la rielezione di Donald Trump. Nel 2025, l’amministrazione americana ha imposto dazi elevati su alcune esportazioni indiane, un fattore che spinge Nuova Delhi a utilizzare il foro Brics per promuovere una linea di «realismo commerciale». Tra i punti chiave figurano il ricorso a regolamenti in valuta locale, la riduzione della dipendenza dal dollaro statunitense e la contrarietà a barriere commerciali unilaterali.
La presidenza del 2026 assume un peso particolare perché è la prima esercitata dall’India alla guida del formato Brics+, ampliato con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, che si affiancano ai membri fondatori Russia, Cina e Sudafrica. Nuova Delhi ha individuato quattro priorità centrali per il suo mandato: resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità. Tra i dossier su cui concentrare l’azione figurano lo sviluppo delle infrastrutture pubbliche digitali, il finanziamento climatico a favore dei Paesi in via di sviluppo e la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Il banco di prova politico sarà il 18° vertice Brics, atteso nel corso dell’anno proprio a New Delhi. L’appuntamento servirà a misurare la capacità dell’India di mantenere la propria autonomia strategica, bilanciando i rapporti con le grandi potenze e proponendosi al tempo stesso come ponte tra il mondo sviluppato e il Global South.
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