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2018-06-08
I giudici minacciano polizze da 24 miliardi. Guida alle 1.000 unit linked che rendono di più
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A metà maggio la corte di Cassazione se ne è uscita con una sentenza shock. Le polizze vita di natura finanziaria non possono considerarsi tali se non è possibile garantire il capitale investito. Diversamente, vanno considerate come normali strumenti di investimento. Una sentenza che, se dovesse fare scuola, potrebbe ribaltare un intero mercato.
Le polizze unit linked, prodotti che in primis hanno arricchito gli intermediari grazie alle succulente commissioni che potevano garantire, in quanto prodotti assicurativi sono esenti da tasse di successione, impignorabili e insequestrabili. Un vantaggio non da poco se pensiamo che, per volere del governo Renzi, dal primo luglio 2014 la maggior parte dei prodotti da investimento (a eccezione dei titoli di Stato e dei buoni postali) deve sottostare a un prelievo fiscale che va dal 20 al 26%. Il problema è che questi prodotti ibridi, assicurativi e finanziari insieme, non sono mai andati a genio ai giudici che in diversi casi hanno emesso sentenze sfavorevoli. Fatto sta che questi strumenti rappresentano a oggi la punta di diamante del risparmio assicurativo italiano e i prodotti disponibili sul mercato sono moltissimi.
Il primo passo da compiere dunque è capire se questi prodotti funzionano o no. La Verità lo ha chiesto a Moneymate, tra i maggiori data provider a livello internazionale in ambito finanziario, che ha analizzato 1.000 polizze unit linked disponibili in Italia (i dati sono aggiornati al 30 aprile 2018).
Le variabili in gioco sono davvero molte per analizzare una polizza unit linked. Da un lato ci sono i costi, dall'altro il grado di rischio che si è disposti a sopportare. Nel primo caso, i costi da tenere sott'occhio sono tre. Il caricamento iniziale: alla sottoscrizione la compagnia trattiene una percentuale che può arrivare fino al 10% della somma investita. La commissione di gestione del fondo unit linked, che si aggira tra l'1% e il 2% e viene detratta direttamente dal rendimento ed i costi dei fondi acquistati dal fondo unit (che variano tra lo 0,8 e il 2% annuo). Senza considerare le eventuali penali in caso di recesso anticipato.
Per questo Moneymate ha prima di tutto dato un voto ai prodotti presenti sul mercato italiano. Per aiutare gli investitori a scegliere il prodotto più adeguato alle esigenze di ognuno.
«Nei dati forniti», spiega Alessandro Felletti, ceo di Mm Italy, distributore ufficiale per l'Italia di Moneymate, «è presente il rating Moneymate che parte proprio dall'analisi del rischio. Il nostro rating (un valore da 1 a 7 dove 1 è rischio basso e 7 rischio altissimo) viene calcolato sull'oscillazione del valore della polizza. Più questa ha oscillazioni accentuate nel tempo (a differenza del rating Esma, l'analisi è aggiornata trimestralmente e dunque tiene conto delle reali condizioni del mercato), più il rischio è alto. Ma ciò non deve essere per forza un male. Si possono trovare polizze ad alto rischio, perché con una forte componente speculativa, ma che rendono molto bene grazie a un'ottima gestione».
I settori presi in esame dall'indagine sono 20. Il primo dubbio da fugare è: chi ha investito una parte del proprio capitale per un periodo lungo (dieci anni) e dunque assorbendo le oscillazioni del mercato, che rendimenti ha ottenuto? Le polizze unit linked che hanno investito sull'azionario americano sono quelle che di gran lunga hanno fatto felici i risparmiatori. Chi ha investito un gruzzolo nell'aprile del 2008, oggi avrebbe ottenuto un rendimento medio del 93,97% (il 67,89% a cinque anni).
In seconda posizione, ma distaccate di molte lunghezze, troviamo i prodotti che hanno puntato sull'azionario specializzato (telecomunicazioni, media, banche eccetera). In media queste polizze in dieci anni hanno reso il 44,07% (40,57% in cinque anni), seguita a poca distanza dai prodotti che hanno investito nell'azionario globale (43,06% in dieci anni) e nell'azionario dei Paesi con uno sbocco sull'Oceano Pacifico. In questo caso il rendimento è stato del 39,71% in 120 mesi (37,67% in 60 mesi).
Ma non tutti di investimenti hanno ottenuto buoni risultati. Per riuscire a trovare rendimenti scarsi in rapporto al periodo di investimento bisogna dare uno sguardo alle polizze che investono nella liquidità dell'area euro o nell'obbligazionario puro.
Nel primo caso il rendimento medio in dieci anni è stato del 6,2% (il peggiore di tutti i settori analizzati, in cinque anni questi strumenti hanno perso il 2,2%), nel secondo (titoli di Stato governativi internazionali) il risultato è stato, sempre in dieci anni, del 7,31% (-3,64% in cinque anni). Si tratta, dunque, di prodotti che in media, soprattutto se il capitale non viene toccato per un lungo periodo, possono dare soddisfazioni agli investitori.
Certo, non tutti i prodotti sono uguali. Su quasi 3.000 polizze unit linked, la medaglia d'oro va al Zurich life assurance long bond eur. Chi lo ha scelto in dieci anni ha visto il capitale crescere del 98,54% (34,95% in cinque anni). Valori simili per il Fondiaria Sai A Fonsailink azionario eur. In questo caso il rendimento è stato del 95,79% (55,34% in 60 mesi). La medaglia di bronzo va al Creditras vita North America equity che, nel periodo di riferimento, ha offerto una crescita del 95,64% (57,46% in cinque anni).
Attenzione, però, ci sono anche prodotti che hanno tolto il sonno agli investitori. Chi, per esempio, ha scelto un prodotto di Assicuratrice italiana (dal 2012 fusa in Allianz) Vita gpa in dieci anni ha perso il 55,41% (circa la metà in cinque anni). Lo stesso vale per L.A vita centrovita fondo conv eur (gruppo Intesa Sanpaolo) che in 120 mesi ha perso il 45,80% (il 44,34% in 60 mesi).
Appare chiaro, dunque, che nel caso delle polizze unit linked le insidie non manchino. Non si tratta di prodotti semplici e spesso il loro funzionamento può non essere dei più chiari per un risparmiatore alle prime armi. Chi vuole avventurarsi in questo genere di investimenti dovrebbe quindi affidarsi a un consulente che sappia consigliare un prodotto ad hoc per le esigenze del cliente. Del resto, come si può capire dall'indagine di Moneymate, qui si scherza col fuoco. I prodotti sono moltissimi e sceglierne uno piuttosto che un altro può significare guadagnare molto o perdere gran parte di quanto investito. Anche il rendimento medio di tutto è il comparto è stato del 30% in 10 anni.
INFOGRAFICA
«Il rating di MoneyMate sintetizza il livello di rischio ogni tre mesi»

Alessandro Felletti è l'ad di MM Italy, il distributore ufficiale per l'Italia di MoneyMate, una delle maggiori piattaforme che raccolgono dati sul settore delle polizze unit linked. Per orientare gli investitori, l'azienda ha messo a punto un rating.
Come funziona e a cosa serve il vostro rating?
«In ottica MiFID2 il consulente con il nostro rating è in grado di spiegare al cliente se la polizza unit linked che ha scelto è in linea con il suo profilo di rischio. La nostra valutazione segue le stesse direttive dei giudizi Esma, l'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, solo che i nostri voti vengono aggiornati ogni tre mesi e non una volta l'anno. Questa è la nostra particolarità, perché spesso il cliente non è a conoscenza di quello che c'è all'interno della polizza e capire se il profilo di rischio è adeguato o no spesso può essere difficile. A volte può accadere che il cliente poco consapevole possa sottoscrivere una polizza fuori dal suo profilo di rischio Mifid2 e questo chiaramente non va bene. Il nostro rating, così come quello Esma, non tiene in considerazione se la polizza investe in azioni, obbligazioni o altro, ma analizza il profilo di rischio a cui quella polizza appartiene. Noi analizziamo l'andamento del prodotto in 5 anni e cerchiamo di capire l'efficienza della gestione nel tempo. Quanto, in poche parole, il team di gestione che sta dietro a una determinata polizza è bravo a reagire ai momenti di volatilità»
Chi vuole sottoscrivere una polizza che variabili deve tenere d'occhio?
«Sicuramente bisogna capire in che strumenti investe una polizza e quali rendimenti ha avuto fino ad ora. Se i risultati sono molto alti, allora significa che lo stile di investimento che c'è sotto, sarà sicuramente più aggressivo. Se invece i rendimenti sono più bassi, allora lo stile sarà più conservativo. Non c'è il risultato migliore, ma quello più adatto ad ogni cliente».
Le unit linked sono strumenti di solito costosi, come capire se sto pagando il giusto?
«Il modo migliore è sempre quello di confrontare prodotti simili di società diverse. Certo, si dovrebbe leggere la documentazione fornita con ogni fondi, ma nella realtà la le carte fornite non sono mai semplici da capire».
Secondo lei, la Cassazione ha ragione sulle polizze ramo III?
«La Corte ha ragione perchè le polizze unit linked sono strumenti finanziari al pari dei fondi di investimento. Quello che fa la differenza è l'imposizione fiscale che ne ha determinato il successo sul mercato italiano. La fiscalità è molto diversa rispetto ad altri investimenti presenti nel nostro Paese. Se l'imposizione fiscale fosse la stessa di altri investimenti, il valore della consulenza finanziaria emergerebbe molto di più. Si potrebbero vedere le differenze tra gli investimenti gestiti dalle società di assicurazione e quelli proposti dai consulenti. Il problema è che le società di assicurazione non ne sarebbero felici perché ne venderebbero meno. Quello che è certo è che, ad oggi, non c'è un vero confronto di mercato reale su questi prodotti perché godono di una tassazione migliore di altri investimenti. Se l'imposizione fosse uguale per tutti, per l'investitore finale sarebbe meglio perché più tutelato».
Gianluca Baldini
«È meglio tornare al ramo vita»

La Cassazione ha stabilito che le polizze vita si possono considerare tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito, rischia di portare una vera e propria rivoluzione nel settore.
Infatti le unit linked (o polizze di ramo III), che non garantiscono un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari, da ora in poi potrebbero essere considerate, e tassate, come investimenti (con un prelievo che andrà dal 20 al 26%). Fino alla pronuncia della Corte, invece, non erano sottoposte alle imposte di successione ed erano impignorabili e insequestrabili.
Abbiamo chiesto a Claudio Demozzi, presidente nazionale del sindacato degli agenti di assicurazione, che cosa succederà e che cosa cambierà per i cittadini.
Come si devono comportare agenti e broker in qualità di consulenti?
«Prima di tutto rispettando l'obbligo, sancito dal Codice delle assicurazioni e ribadito, anzi rinforzato, dal decreto di recepimento in Italia della Idd, la direttiva europea sulla distribuzione assicurativa (nel testo che conosciamo e che auspichiamo sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale al più presto), di comportarsi con trasparenza, correttezza, imparzialità e professionalità nei confronti dei clienti, cioè illustrando adeguatamente tutte le caratteristiche del prodotto e consigliando o sconsigliandone la sottoscrizione sulla base delle sue specifiche esigenze. In taluni casi l'agente assicurativo è tenuto a informare il cliente sulla inadeguatezza del contratto che sta sottoscrivendo, arrivando fino a sconsigliarne l'acquisto se ciò ne pregiudicherebbe l'interesse. L'agente deve agire infatti nel migliore interesse dei suoi clienti e questo rappresenta una garanzia aggiuntiva per il consumatore, rispetto ad altri canali distributivi che non ci mettono la faccia».
Fra pochi mesi entrerà in vigore l'Idd anche in Italia? Voi che approccio terrete nei confronti delle unit linked?
«La Idd entrerà in vigore a ottobre. Stiamo attendendo con ansia la pubblicazione del decreto legislativo, che dovrebbe recepire numerose istanze avanzate dal sindacato nazionale agenti di assicurazione (Sna), associazione che rappresenta la quasi totalità degli agenti italiani iscritti a una rappresentanza sindacale (oltre il 90%, ndr). Secondo noi le polizze vita dovrebbero sempre garantire almeno i capitali versati e consolidare i risultati di anno in anno realizzati. Le unit linked sono prodotti che spostano il rischio dalle compagnie alle spalle dei clienti e in questo senso definirle polizze assicurative appare davvero una forzatura. Tuttavia, gli agenti intermediano rilevanti quote di mercato anche in questo ambito, per cui sarà necessario un chiarimento definitivo su questo fronte, innanzitutto con le compagnie, poi con le autorità del settore».
Sempre alla luce della sentenza, ritiene che sia uno strumento che possa essere maneggiato da un assicuratore o da un promotore finanziario?
«Un assicuratore detiene certamente le conoscenze necessarie e adeguate per il collocamento di questo tipo di prodotto; l'esame per accedere all'attività di agente professionista di assicurazione è estremamente impegnativo e per superarlo è necessario dimostrare una conoscenza approfondita dell'intera materia. In ogni caso la questione è principalmente di politica assicurativa del nostro Paese. Il ministero competente dovrà valutare se questo tipo di investimento vada affidato ancora alle imprese assicuratrici o se sia più adeguato un diverso collocamento. Lo spazio riservato agli agenti, conseguentemente, dipenderà da tali scelte, ripeto principalmente politiche».
Si aspetta novità di legge che impattino sul comparto delle unit linked nei prossimi mesi? Se non sono più polizze, il gettito per lo Stato sarà rilevante e di questi tempi di manovre risicate….
«Come ho appena detto, la scelta è soprattutto una scelta di politica assicurativa, affidata al ministero competente. Per quanto ci riguarda siamo in contatto con i vertici istituzionali e con numerosi parlamentari, con i quali stiamo già scambiandoci opinioni e considerazioni al riguardo. Certo le compagnie potrebbero attrezzarsi meglio per ridare fiato alle gestioni separate, cioè alle polizze vita di investimento garantite, che mettono al sicuro il cliente dai rischi finanziari e che hanno fatto la storia del ramo vita in Italia negli ultimi decenni. Anche su questo fronte Sna è attivo, nell'interesse dei consumatori e degli agenti professionisti che rappresentano il punto di contatto tra essi e l'industria assicurativa».
Claudio Antonelli
Così le Entrate vanno in confusione sulle assicurazioni unit linked
Le polizze unit linked rimangono un rompicapo per l'Agenzia delle entrate. La confusione dell'ente guidato da Ernesto Maria Ruffini nasce dalla stessa natura della polizza. Le unit linked sono infatti strumenti assicurativi ibridi, in cui è presente sia la componente previdenziale sia quella finanziaria. Secondo diverse sentenze della Cassazione, invece, le unit linked devono essere considerate esclusivamente come uno strumento finanziario, in quanto non prevedono la restituzione del patrimonio investito.
Se dunque questa visione fosse adottata in toto dall'Agenzia delle entrate i vantaggi fiscali per le unit linked terminerebbero. Non si avrebbero più, dunque, né l'esclusione dall'imposta di successione né dall'impignorabilità. Molto spesso infatti si decideva di creare una polizza unit linked come scudo fiscale contro l'Agenzia delle entrate e per evitare che il capitale venisse pignorato. C'è però da dire che dal 2016 il fisco ha iniziato a prestare particolare attenzione a questo tipo di polizze, soprattutto in fase di controllo della voluntary disclosure (la collaborazione volontaria che permette ai contribuenti di regolarizzare la propria posizione). Durante questi controlli, però, l'Agenzia delle entrate ha preso decisioni diverse caso per caso. Alcune volte ha infatti considerato le unit linked come strumenti previdenziali, altre, invece, come strumenti prettamente finanziari. Questo perché in alcune polizze poteva prevalere l'aspetto previdenziale e in altre quello finanziario. Sempre nel 2016, l'ente di Ruffini ha pubblicato la circolare numero 8/E dove però non ha trovato una soluzione alla classificazione. Ha così lasciato spazio a entrambe le interpretazioni. Si possono dunque considerare le polizze unit linked sia strumenti previdenziali sia finanziari.
C'è però da dire che questa difficoltà dell'Agenzia delle entrate è tipica degli strumenti giuridici di origine anglosassone che vengo applicati nel nostro ordinamento. Il problema sta nel cercare di adattare uno strumento flessibile e dinamico, come le unit linked, all'ordinamento italiano che per sua natura è molto più rigido e meno malleabile rispetto a quello inglese. Quello che dunque si deve considerare, quando si decide di stipulare una polizza unit linked, è che in caso di controllo da parte dell'Agenzia delle entrate ci può essere la possibilità che venga considerata uno strumento finanziario. Questo significa dunque che non si avranno più i vantaggi fiscali di una classica polizza sulla vita.
Giorgia Pacione Di Bello
La Corte contesta i vantaggi ereditari e fiscali
Le unit linked sono strumenti finanziari e non polizze vita. Questo quanto deciso dalla Corte di Cassazione con la sentenza numero 10333 del 2018 pubblicata a fine aprile. Secondo la Cassazione dunque le polizze vita sono considerate tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito. Nel caso in cui questa opzione non dovesse sussistere non si deve parlare di polizze vita ma di contratti di investimento. Le polizze vita garantiscono, infatti, un rendimento minimo e il consolidamento dei risultati. Questo è possibile dato che investono in obbligazioni o in asset a bassa volatilità. Le unit linked (o polizze di ramo III) non garantiscono, invece, un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari.
La Cassazione, richiamando la sentenza numero 6061 del 2012, ha ribadito come nelle polizze assicurative sulla vita il rischio ricade sull'assicuratore e non sul soggetto che decide di stipulare la polizza. Inoltre, se l'assicuratore dovesse decidere di proporre al cliente una polizza unit linked, senza avvisarlo in merito alla natura del prodotto, ai rischi che può correre e alle implicazione che ne derivano, il contratto può essere stracciato. In questo caso l'assicuratore, stabilisce la Cassazione, dovrà restituire il capitale versato dal cliente e risarcirlo nei danni.
Se si dovessero dunque considerare le unit linked come strumenti finanziari e non polizze vita, tutte le agevolazioni fiscali legati al prodotto decadrebbero. Uno dei vantaggi che ha sempre caratterizzato questo tipo di polizze è stata infatti l'impignorabilità e l'insequestrabilità delle somme versate. Oltre all'esenzione dalle imposte di successione e dai classici prelievi legati al capital gain. L'assicuratore o la società intermediari nell'attivare le unit linked aveva inoltre il vantaggio di non correre nessun tipo di rischio finanziario dato che il tutto ricadeva sull'assicurato. Non era inoltre previsto (anche se inquadrate come polizze) la restituzione del capitale versato o di un rendimento minimo. Questo ha fatto sì che nel tempo le unit linked venissero sempre più apprezzate nel mondo assicurativo. A testimoniarlo sono gli stessi dati. Nel 2016 i premi raccolti tramite le unit linked sono cresciti del 33% rispetto agli anni passati. Di contro le polizze tradizionali hanno subito un calo del 18%.
Ma è proprio la mancata restituzione del capitale che ha spinto più volta la Cassazione ha considerare le unit linked come uno strumento finanziario ben differente dalle polizze. La sentenza della Cassazione porta però con sé un'altra conseguenza importante. Se le polizze di ramo III dovessero essere, effettivamente, inquadrate come investimenti finanziari, tutti i contratti stipulati fino a ora (un mercato stimato sui 24 miliardi di euro) potrebbero essere messi in discussione. E non solo, i clienti potrebbero anche richiedere la restituzione di quanto investito.
Giorgia Pacione di Bello
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Sentenza in Cassazione rischia di togliere appeal a un pilastro del risparmio. Abbiamo analizzato alcuni dei prodotti disponibili.Per i magistrati gli strumenti non garantiscono rendimenti minimi e quindi sono investimenti finanziari.Con il rating MoneyMate i criteri per valutare i rischi dei prodotti. L'ad Alessandro Felletti: «Statistiche aggiornati ogni tre mesi». Claudio Demozzi, presidente del sindacato degli agenti: «Lo Stato deve decidere se potremo ancora trattare questi prodotti. Dobbiamo ridare vita alle gestioni separate e a strumenti con investimento garantito». Finanziari o previdenziali? L'Agenzia in difficoltà con i nuovi strumenti. Lo speciale contiene cinque articoli A metà maggio la corte di Cassazione se ne è uscita con una sentenza shock. Le polizze vita di natura finanziaria non possono considerarsi tali se non è possibile garantire il capitale investito. Diversamente, vanno considerate come normali strumenti di investimento. Una sentenza che, se dovesse fare scuola, potrebbe ribaltare un intero mercato. Le polizze unit linked, prodotti che in primis hanno arricchito gli intermediari grazie alle succulente commissioni che potevano garantire, in quanto prodotti assicurativi sono esenti da tasse di successione, impignorabili e insequestrabili. Un vantaggio non da poco se pensiamo che, per volere del governo Renzi, dal primo luglio 2014 la maggior parte dei prodotti da investimento (a eccezione dei titoli di Stato e dei buoni postali) deve sottostare a un prelievo fiscale che va dal 20 al 26%. Il problema è che questi prodotti ibridi, assicurativi e finanziari insieme, non sono mai andati a genio ai giudici che in diversi casi hanno emesso sentenze sfavorevoli. Fatto sta che questi strumenti rappresentano a oggi la punta di diamante del risparmio assicurativo italiano e i prodotti disponibili sul mercato sono moltissimi. Il primo passo da compiere dunque è capire se questi prodotti funzionano o no. La Verità lo ha chiesto a Moneymate, tra i maggiori data provider a livello internazionale in ambito finanziario, che ha analizzato 1.000 polizze unit linked disponibili in Italia (i dati sono aggiornati al 30 aprile 2018). Le variabili in gioco sono davvero molte per analizzare una polizza unit linked. Da un lato ci sono i costi, dall'altro il grado di rischio che si è disposti a sopportare. Nel primo caso, i costi da tenere sott'occhio sono tre. Il caricamento iniziale: alla sottoscrizione la compagnia trattiene una percentuale che può arrivare fino al 10% della somma investita. La commissione di gestione del fondo unit linked, che si aggira tra l'1% e il 2% e viene detratta direttamente dal rendimento ed i costi dei fondi acquistati dal fondo unit (che variano tra lo 0,8 e il 2% annuo). Senza considerare le eventuali penali in caso di recesso anticipato. Per questo Moneymate ha prima di tutto dato un voto ai prodotti presenti sul mercato italiano. Per aiutare gli investitori a scegliere il prodotto più adeguato alle esigenze di ognuno. «Nei dati forniti», spiega Alessandro Felletti, ceo di Mm Italy, distributore ufficiale per l'Italia di Moneymate, «è presente il rating Moneymate che parte proprio dall'analisi del rischio. Il nostro rating (un valore da 1 a 7 dove 1 è rischio basso e 7 rischio altissimo) viene calcolato sull'oscillazione del valore della polizza. Più questa ha oscillazioni accentuate nel tempo (a differenza del rating Esma, l'analisi è aggiornata trimestralmente e dunque tiene conto delle reali condizioni del mercato), più il rischio è alto. Ma ciò non deve essere per forza un male. Si possono trovare polizze ad alto rischio, perché con una forte componente speculativa, ma che rendono molto bene grazie a un'ottima gestione». I settori presi in esame dall'indagine sono 20. Il primo dubbio da fugare è: chi ha investito una parte del proprio capitale per un periodo lungo (dieci anni) e dunque assorbendo le oscillazioni del mercato, che rendimenti ha ottenuto? Le polizze unit linked che hanno investito sull'azionario americano sono quelle che di gran lunga hanno fatto felici i risparmiatori. Chi ha investito un gruzzolo nell'aprile del 2008, oggi avrebbe ottenuto un rendimento medio del 93,97% (il 67,89% a cinque anni). In seconda posizione, ma distaccate di molte lunghezze, troviamo i prodotti che hanno puntato sull'azionario specializzato (telecomunicazioni, media, banche eccetera). In media queste polizze in dieci anni hanno reso il 44,07% (40,57% in cinque anni), seguita a poca distanza dai prodotti che hanno investito nell'azionario globale (43,06% in dieci anni) e nell'azionario dei Paesi con uno sbocco sull'Oceano Pacifico. In questo caso il rendimento è stato del 39,71% in 120 mesi (37,67% in 60 mesi). Ma non tutti di investimenti hanno ottenuto buoni risultati. Per riuscire a trovare rendimenti scarsi in rapporto al periodo di investimento bisogna dare uno sguardo alle polizze che investono nella liquidità dell'area euro o nell'obbligazionario puro. Nel primo caso il rendimento medio in dieci anni è stato del 6,2% (il peggiore di tutti i settori analizzati, in cinque anni questi strumenti hanno perso il 2,2%), nel secondo (titoli di Stato governativi internazionali) il risultato è stato, sempre in dieci anni, del 7,31% (-3,64% in cinque anni). Si tratta, dunque, di prodotti che in media, soprattutto se il capitale non viene toccato per un lungo periodo, possono dare soddisfazioni agli investitori. Certo, non tutti i prodotti sono uguali. Su quasi 3.000 polizze unit linked, la medaglia d'oro va al Zurich life assurance long bond eur. Chi lo ha scelto in dieci anni ha visto il capitale crescere del 98,54% (34,95% in cinque anni). Valori simili per il Fondiaria Sai A Fonsailink azionario eur. In questo caso il rendimento è stato del 95,79% (55,34% in 60 mesi). La medaglia di bronzo va al Creditras vita North America equity che, nel periodo di riferimento, ha offerto una crescita del 95,64% (57,46% in cinque anni). Attenzione, però, ci sono anche prodotti che hanno tolto il sonno agli investitori. Chi, per esempio, ha scelto un prodotto di Assicuratrice italiana (dal 2012 fusa in Allianz) Vita gpa in dieci anni ha perso il 55,41% (circa la metà in cinque anni). Lo stesso vale per L.A vita centrovita fondo conv eur (gruppo Intesa Sanpaolo) che in 120 mesi ha perso il 45,80% (il 44,34% in 60 mesi). Appare chiaro, dunque, che nel caso delle polizze unit linked le insidie non manchino. Non si tratta di prodotti semplici e spesso il loro funzionamento può non essere dei più chiari per un risparmiatore alle prime armi. Chi vuole avventurarsi in questo genere di investimenti dovrebbe quindi affidarsi a un consulente che sappia consigliare un prodotto ad hoc per le esigenze del cliente. Del resto, come si può capire dall'indagine di Moneymate, qui si scherza col fuoco. I prodotti sono moltissimi e sceglierne uno piuttosto che un altro può significare guadagnare molto o perdere gran parte di quanto investito. Anche il rendimento medio di tutto è il comparto è stato del 30% in 10 anni. 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Per orientare gli investitori, l'azienda ha messo a punto un rating.Come funziona e a cosa serve il vostro rating?«In ottica MiFID2 il consulente con il nostro rating è in grado di spiegare al cliente se la polizza unit linked che ha scelto è in linea con il suo profilo di rischio. La nostra valutazione segue le stesse direttive dei giudizi Esma, l'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, solo che i nostri voti vengono aggiornati ogni tre mesi e non una volta l'anno. Questa è la nostra particolarità, perché spesso il cliente non è a conoscenza di quello che c'è all'interno della polizza e capire se il profilo di rischio è adeguato o no spesso può essere difficile. A volte può accadere che il cliente poco consapevole possa sottoscrivere una polizza fuori dal suo profilo di rischio Mifid2 e questo chiaramente non va bene. Il nostro rating, così come quello Esma, non tiene in considerazione se la polizza investe in azioni, obbligazioni o altro, ma analizza il profilo di rischio a cui quella polizza appartiene. Noi analizziamo l'andamento del prodotto in 5 anni e cerchiamo di capire l'efficienza della gestione nel tempo. Quanto, in poche parole, il team di gestione che sta dietro a una determinata polizza è bravo a reagire ai momenti di volatilità»Chi vuole sottoscrivere una polizza che variabili deve tenere d'occhio?«Sicuramente bisogna capire in che strumenti investe una polizza e quali rendimenti ha avuto fino ad ora. Se i risultati sono molto alti, allora significa che lo stile di investimento che c'è sotto, sarà sicuramente più aggressivo. Se invece i rendimenti sono più bassi, allora lo stile sarà più conservativo. Non c'è il risultato migliore, ma quello più adatto ad ogni cliente». Le unit linked sono strumenti di solito costosi, come capire se sto pagando il giusto?«Il modo migliore è sempre quello di confrontare prodotti simili di società diverse. Certo, si dovrebbe leggere la documentazione fornita con ogni fondi, ma nella realtà la le carte fornite non sono mai semplici da capire». Secondo lei, la Cassazione ha ragione sulle polizze ramo III?«La Corte ha ragione perchè le polizze unit linked sono strumenti finanziari al pari dei fondi di investimento. Quello che fa la differenza è l'imposizione fiscale che ne ha determinato il successo sul mercato italiano. La fiscalità è molto diversa rispetto ad altri investimenti presenti nel nostro Paese. Se l'imposizione fiscale fosse la stessa di altri investimenti, il valore della consulenza finanziaria emergerebbe molto di più. Si potrebbero vedere le differenze tra gli investimenti gestiti dalle società di assicurazione e quelli proposti dai consulenti. Il problema è che le società di assicurazione non ne sarebbero felici perché ne venderebbero meno. Quello che è certo è che, ad oggi, non c'è un vero confronto di mercato reale su questi prodotti perché godono di una tassazione migliore di altri investimenti. 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Infatti le unit linked (o polizze di ramo III), che non garantiscono un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari, da ora in poi potrebbero essere considerate, e tassate, come investimenti (con un prelievo che andrà dal 20 al 26%). Fino alla pronuncia della Corte, invece, non erano sottoposte alle imposte di successione ed erano impignorabili e insequestrabili. Abbiamo chiesto a Claudio Demozzi, presidente nazionale del sindacato degli agenti di assicurazione, che cosa succederà e che cosa cambierà per i cittadini. Come si devono comportare agenti e broker in qualità di consulenti? «Prima di tutto rispettando l'obbligo, sancito dal Codice delle assicurazioni e ribadito, anzi rinforzato, dal decreto di recepimento in Italia della Idd, la direttiva europea sulla distribuzione assicurativa (nel testo che conosciamo e che auspichiamo sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale al più presto), di comportarsi con trasparenza, correttezza, imparzialità e professionalità nei confronti dei clienti, cioè illustrando adeguatamente tutte le caratteristiche del prodotto e consigliando o sconsigliandone la sottoscrizione sulla base delle sue specifiche esigenze. In taluni casi l'agente assicurativo è tenuto a informare il cliente sulla inadeguatezza del contratto che sta sottoscrivendo, arrivando fino a sconsigliarne l'acquisto se ciò ne pregiudicherebbe l'interesse. L'agente deve agire infatti nel migliore interesse dei suoi clienti e questo rappresenta una garanzia aggiuntiva per il consumatore, rispetto ad altri canali distributivi che non ci mettono la faccia». Fra pochi mesi entrerà in vigore l'Idd anche in Italia? Voi che approccio terrete nei confronti delle unit linked? «La Idd entrerà in vigore a ottobre. Stiamo attendendo con ansia la pubblicazione del decreto legislativo, che dovrebbe recepire numerose istanze avanzate dal sindacato nazionale agenti di assicurazione (Sna), associazione che rappresenta la quasi totalità degli agenti italiani iscritti a una rappresentanza sindacale (oltre il 90%, ndr). Secondo noi le polizze vita dovrebbero sempre garantire almeno i capitali versati e consolidare i risultati di anno in anno realizzati. Le unit linked sono prodotti che spostano il rischio dalle compagnie alle spalle dei clienti e in questo senso definirle polizze assicurative appare davvero una forzatura. Tuttavia, gli agenti intermediano rilevanti quote di mercato anche in questo ambito, per cui sarà necessario un chiarimento definitivo su questo fronte, innanzitutto con le compagnie, poi con le autorità del settore». Sempre alla luce della sentenza, ritiene che sia uno strumento che possa essere maneggiato da un assicuratore o da un promotore finanziario? «Un assicuratore detiene certamente le conoscenze necessarie e adeguate per il collocamento di questo tipo di prodotto; l'esame per accedere all'attività di agente professionista di assicurazione è estremamente impegnativo e per superarlo è necessario dimostrare una conoscenza approfondita dell'intera materia. In ogni caso la questione è principalmente di politica assicurativa del nostro Paese. Il ministero competente dovrà valutare se questo tipo di investimento vada affidato ancora alle imprese assicuratrici o se sia più adeguato un diverso collocamento. Lo spazio riservato agli agenti, conseguentemente, dipenderà da tali scelte, ripeto principalmente politiche». Si aspetta novità di legge che impattino sul comparto delle unit linked nei prossimi mesi? Se non sono più polizze, il gettito per lo Stato sarà rilevante e di questi tempi di manovre risicate…. «Come ho appena detto, la scelta è soprattutto una scelta di politica assicurativa, affidata al ministero competente. Per quanto ci riguarda siamo in contatto con i vertici istituzionali e con numerosi parlamentari, con i quali stiamo già scambiandoci opinioni e considerazioni al riguardo. Certo le compagnie potrebbero attrezzarsi meglio per ridare fiato alle gestioni separate, cioè alle polizze vita di investimento garantite, che mettono al sicuro il cliente dai rischi finanziari e che hanno fatto la storia del ramo vita in Italia negli ultimi decenni. Anche su questo fronte Sna è attivo, nell'interesse dei consumatori e degli agenti professionisti che rappresentano il punto di contatto tra essi e l'industria assicurativa». Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-minacciano-polizze-da-24-miliardi-ecco-la-top-100-con-utili-fino-al-35-2576054775.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-le-entrate-vanno-in-confusione-sulle-assicurazioni-unit-linked" data-post-id="2576054775" data-published-at="1767139252" data-use-pagination="False"> Così le Entrate vanno in confusione sulle assicurazioni unit linked Le polizze unit linked rimangono un rompicapo per l'Agenzia delle entrate. La confusione dell'ente guidato da Ernesto Maria Ruffini nasce dalla stessa natura della polizza. Le unit linked sono infatti strumenti assicurativi ibridi, in cui è presente sia la componente previdenziale sia quella finanziaria. Secondo diverse sentenze della Cassazione, invece, le unit linked devono essere considerate esclusivamente come uno strumento finanziario, in quanto non prevedono la restituzione del patrimonio investito. Se dunque questa visione fosse adottata in toto dall'Agenzia delle entrate i vantaggi fiscali per le unit linked terminerebbero. Non si avrebbero più, dunque, né l'esclusione dall'imposta di successione né dall'impignorabilità. Molto spesso infatti si decideva di creare una polizza unit linked come scudo fiscale contro l'Agenzia delle entrate e per evitare che il capitale venisse pignorato. C'è però da dire che dal 2016 il fisco ha iniziato a prestare particolare attenzione a questo tipo di polizze, soprattutto in fase di controllo della voluntary disclosure (la collaborazione volontaria che permette ai contribuenti di regolarizzare la propria posizione). Durante questi controlli, però, l'Agenzia delle entrate ha preso decisioni diverse caso per caso. Alcune volte ha infatti considerato le unit linked come strumenti previdenziali, altre, invece, come strumenti prettamente finanziari. Questo perché in alcune polizze poteva prevalere l'aspetto previdenziale e in altre quello finanziario. Sempre nel 2016, l'ente di Ruffini ha pubblicato la circolare numero 8/E dove però non ha trovato una soluzione alla classificazione. Ha così lasciato spazio a entrambe le interpretazioni. Si possono dunque considerare le polizze unit linked sia strumenti previdenziali sia finanziari. C'è però da dire che questa difficoltà dell'Agenzia delle entrate è tipica degli strumenti giuridici di origine anglosassone che vengo applicati nel nostro ordinamento. Il problema sta nel cercare di adattare uno strumento flessibile e dinamico, come le unit linked, all'ordinamento italiano che per sua natura è molto più rigido e meno malleabile rispetto a quello inglese. Quello che dunque si deve considerare, quando si decide di stipulare una polizza unit linked, è che in caso di controllo da parte dell'Agenzia delle entrate ci può essere la possibilità che venga considerata uno strumento finanziario. Questo significa dunque che non si avranno più i vantaggi fiscali di una classica polizza sulla vita. Giorgia Pacione Di Bello <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-minacciano-polizze-da-24-miliardi-ecco-la-top-100-con-utili-fino-al-35-2576054775.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-corte-contesta-i-vantaggi-ereditari-e-fiscali" data-post-id="2576054775" data-published-at="1767139252" data-use-pagination="False"> La Corte contesta i vantaggi ereditari e fiscali Le unit linked sono strumenti finanziari e non polizze vita. Questo quanto deciso dalla Corte di Cassazione con la sentenza numero 10333 del 2018 pubblicata a fine aprile. Secondo la Cassazione dunque le polizze vita sono considerate tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito. Nel caso in cui questa opzione non dovesse sussistere non si deve parlare di polizze vita ma di contratti di investimento. Le polizze vita garantiscono, infatti, un rendimento minimo e il consolidamento dei risultati. Questo è possibile dato che investono in obbligazioni o in asset a bassa volatilità. Le unit linked (o polizze di ramo III) non garantiscono, invece, un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari. La Cassazione, richiamando la sentenza numero 6061 del 2012, ha ribadito come nelle polizze assicurative sulla vita il rischio ricade sull'assicuratore e non sul soggetto che decide di stipulare la polizza. Inoltre, se l'assicuratore dovesse decidere di proporre al cliente una polizza unit linked, senza avvisarlo in merito alla natura del prodotto, ai rischi che può correre e alle implicazione che ne derivano, il contratto può essere stracciato. In questo caso l'assicuratore, stabilisce la Cassazione, dovrà restituire il capitale versato dal cliente e risarcirlo nei danni. Se si dovessero dunque considerare le unit linked come strumenti finanziari e non polizze vita, tutte le agevolazioni fiscali legati al prodotto decadrebbero. Uno dei vantaggi che ha sempre caratterizzato questo tipo di polizze è stata infatti l'impignorabilità e l'insequestrabilità delle somme versate. Oltre all'esenzione dalle imposte di successione e dai classici prelievi legati al capital gain. L'assicuratore o la società intermediari nell'attivare le unit linked aveva inoltre il vantaggio di non correre nessun tipo di rischio finanziario dato che il tutto ricadeva sull'assicurato. Non era inoltre previsto (anche se inquadrate come polizze) la restituzione del capitale versato o di un rendimento minimo. Questo ha fatto sì che nel tempo le unit linked venissero sempre più apprezzate nel mondo assicurativo. A testimoniarlo sono gli stessi dati. Nel 2016 i premi raccolti tramite le unit linked sono cresciti del 33% rispetto agli anni passati. Di contro le polizze tradizionali hanno subito un calo del 18%. Ma è proprio la mancata restituzione del capitale che ha spinto più volta la Cassazione ha considerare le unit linked come uno strumento finanziario ben differente dalle polizze. La sentenza della Cassazione porta però con sé un'altra conseguenza importante. Se le polizze di ramo III dovessero essere, effettivamente, inquadrate come investimenti finanziari, tutti i contratti stipulati fino a ora (un mercato stimato sui 24 miliardi di euro) potrebbero essere messi in discussione. E non solo, i clienti potrebbero anche richiedere la restituzione di quanto investito. Giorgia Pacione di Bello
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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