True
2018-06-08
I giudici minacciano polizze da 24 miliardi. Guida alle 1.000 unit linked che rendono di più
True
A metà maggio la corte di Cassazione se ne è uscita con una sentenza shock. Le polizze vita di natura finanziaria non possono considerarsi tali se non è possibile garantire il capitale investito. Diversamente, vanno considerate come normali strumenti di investimento. Una sentenza che, se dovesse fare scuola, potrebbe ribaltare un intero mercato.
Le polizze unit linked, prodotti che in primis hanno arricchito gli intermediari grazie alle succulente commissioni che potevano garantire, in quanto prodotti assicurativi sono esenti da tasse di successione, impignorabili e insequestrabili. Un vantaggio non da poco se pensiamo che, per volere del governo Renzi, dal primo luglio 2014 la maggior parte dei prodotti da investimento (a eccezione dei titoli di Stato e dei buoni postali) deve sottostare a un prelievo fiscale che va dal 20 al 26%. Il problema è che questi prodotti ibridi, assicurativi e finanziari insieme, non sono mai andati a genio ai giudici che in diversi casi hanno emesso sentenze sfavorevoli. Fatto sta che questi strumenti rappresentano a oggi la punta di diamante del risparmio assicurativo italiano e i prodotti disponibili sul mercato sono moltissimi.
Il primo passo da compiere dunque è capire se questi prodotti funzionano o no. La Verità lo ha chiesto a Moneymate, tra i maggiori data provider a livello internazionale in ambito finanziario, che ha analizzato 1.000 polizze unit linked disponibili in Italia (i dati sono aggiornati al 30 aprile 2018).
Le variabili in gioco sono davvero molte per analizzare una polizza unit linked. Da un lato ci sono i costi, dall'altro il grado di rischio che si è disposti a sopportare. Nel primo caso, i costi da tenere sott'occhio sono tre. Il caricamento iniziale: alla sottoscrizione la compagnia trattiene una percentuale che può arrivare fino al 10% della somma investita. La commissione di gestione del fondo unit linked, che si aggira tra l'1% e il 2% e viene detratta direttamente dal rendimento ed i costi dei fondi acquistati dal fondo unit (che variano tra lo 0,8 e il 2% annuo). Senza considerare le eventuali penali in caso di recesso anticipato.
Per questo Moneymate ha prima di tutto dato un voto ai prodotti presenti sul mercato italiano. Per aiutare gli investitori a scegliere il prodotto più adeguato alle esigenze di ognuno.
«Nei dati forniti», spiega Alessandro Felletti, ceo di Mm Italy, distributore ufficiale per l'Italia di Moneymate, «è presente il rating Moneymate che parte proprio dall'analisi del rischio. Il nostro rating (un valore da 1 a 7 dove 1 è rischio basso e 7 rischio altissimo) viene calcolato sull'oscillazione del valore della polizza. Più questa ha oscillazioni accentuate nel tempo (a differenza del rating Esma, l'analisi è aggiornata trimestralmente e dunque tiene conto delle reali condizioni del mercato), più il rischio è alto. Ma ciò non deve essere per forza un male. Si possono trovare polizze ad alto rischio, perché con una forte componente speculativa, ma che rendono molto bene grazie a un'ottima gestione».
I settori presi in esame dall'indagine sono 20. Il primo dubbio da fugare è: chi ha investito una parte del proprio capitale per un periodo lungo (dieci anni) e dunque assorbendo le oscillazioni del mercato, che rendimenti ha ottenuto? Le polizze unit linked che hanno investito sull'azionario americano sono quelle che di gran lunga hanno fatto felici i risparmiatori. Chi ha investito un gruzzolo nell'aprile del 2008, oggi avrebbe ottenuto un rendimento medio del 93,97% (il 67,89% a cinque anni).
In seconda posizione, ma distaccate di molte lunghezze, troviamo i prodotti che hanno puntato sull'azionario specializzato (telecomunicazioni, media, banche eccetera). In media queste polizze in dieci anni hanno reso il 44,07% (40,57% in cinque anni), seguita a poca distanza dai prodotti che hanno investito nell'azionario globale (43,06% in dieci anni) e nell'azionario dei Paesi con uno sbocco sull'Oceano Pacifico. In questo caso il rendimento è stato del 39,71% in 120 mesi (37,67% in 60 mesi).
Ma non tutti di investimenti hanno ottenuto buoni risultati. Per riuscire a trovare rendimenti scarsi in rapporto al periodo di investimento bisogna dare uno sguardo alle polizze che investono nella liquidità dell'area euro o nell'obbligazionario puro.
Nel primo caso il rendimento medio in dieci anni è stato del 6,2% (il peggiore di tutti i settori analizzati, in cinque anni questi strumenti hanno perso il 2,2%), nel secondo (titoli di Stato governativi internazionali) il risultato è stato, sempre in dieci anni, del 7,31% (-3,64% in cinque anni). Si tratta, dunque, di prodotti che in media, soprattutto se il capitale non viene toccato per un lungo periodo, possono dare soddisfazioni agli investitori.
Certo, non tutti i prodotti sono uguali. Su quasi 3.000 polizze unit linked, la medaglia d'oro va al Zurich life assurance long bond eur. Chi lo ha scelto in dieci anni ha visto il capitale crescere del 98,54% (34,95% in cinque anni). Valori simili per il Fondiaria Sai A Fonsailink azionario eur. In questo caso il rendimento è stato del 95,79% (55,34% in 60 mesi). La medaglia di bronzo va al Creditras vita North America equity che, nel periodo di riferimento, ha offerto una crescita del 95,64% (57,46% in cinque anni).
Attenzione, però, ci sono anche prodotti che hanno tolto il sonno agli investitori. Chi, per esempio, ha scelto un prodotto di Assicuratrice italiana (dal 2012 fusa in Allianz) Vita gpa in dieci anni ha perso il 55,41% (circa la metà in cinque anni). Lo stesso vale per L.A vita centrovita fondo conv eur (gruppo Intesa Sanpaolo) che in 120 mesi ha perso il 45,80% (il 44,34% in 60 mesi).
Appare chiaro, dunque, che nel caso delle polizze unit linked le insidie non manchino. Non si tratta di prodotti semplici e spesso il loro funzionamento può non essere dei più chiari per un risparmiatore alle prime armi. Chi vuole avventurarsi in questo genere di investimenti dovrebbe quindi affidarsi a un consulente che sappia consigliare un prodotto ad hoc per le esigenze del cliente. Del resto, come si può capire dall'indagine di Moneymate, qui si scherza col fuoco. I prodotti sono moltissimi e sceglierne uno piuttosto che un altro può significare guadagnare molto o perdere gran parte di quanto investito. Anche il rendimento medio di tutto è il comparto è stato del 30% in 10 anni.
INFOGRAFICA
«Il rating di MoneyMate sintetizza il livello di rischio ogni tre mesi»

Alessandro Felletti è l'ad di MM Italy, il distributore ufficiale per l'Italia di MoneyMate, una delle maggiori piattaforme che raccolgono dati sul settore delle polizze unit linked. Per orientare gli investitori, l'azienda ha messo a punto un rating.
Come funziona e a cosa serve il vostro rating?
«In ottica MiFID2 il consulente con il nostro rating è in grado di spiegare al cliente se la polizza unit linked che ha scelto è in linea con il suo profilo di rischio. La nostra valutazione segue le stesse direttive dei giudizi Esma, l'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, solo che i nostri voti vengono aggiornati ogni tre mesi e non una volta l'anno. Questa è la nostra particolarità, perché spesso il cliente non è a conoscenza di quello che c'è all'interno della polizza e capire se il profilo di rischio è adeguato o no spesso può essere difficile. A volte può accadere che il cliente poco consapevole possa sottoscrivere una polizza fuori dal suo profilo di rischio Mifid2 e questo chiaramente non va bene. Il nostro rating, così come quello Esma, non tiene in considerazione se la polizza investe in azioni, obbligazioni o altro, ma analizza il profilo di rischio a cui quella polizza appartiene. Noi analizziamo l'andamento del prodotto in 5 anni e cerchiamo di capire l'efficienza della gestione nel tempo. Quanto, in poche parole, il team di gestione che sta dietro a una determinata polizza è bravo a reagire ai momenti di volatilità»
Chi vuole sottoscrivere una polizza che variabili deve tenere d'occhio?
«Sicuramente bisogna capire in che strumenti investe una polizza e quali rendimenti ha avuto fino ad ora. Se i risultati sono molto alti, allora significa che lo stile di investimento che c'è sotto, sarà sicuramente più aggressivo. Se invece i rendimenti sono più bassi, allora lo stile sarà più conservativo. Non c'è il risultato migliore, ma quello più adatto ad ogni cliente».
Le unit linked sono strumenti di solito costosi, come capire se sto pagando il giusto?
«Il modo migliore è sempre quello di confrontare prodotti simili di società diverse. Certo, si dovrebbe leggere la documentazione fornita con ogni fondi, ma nella realtà la le carte fornite non sono mai semplici da capire».
Secondo lei, la Cassazione ha ragione sulle polizze ramo III?
«La Corte ha ragione perchè le polizze unit linked sono strumenti finanziari al pari dei fondi di investimento. Quello che fa la differenza è l'imposizione fiscale che ne ha determinato il successo sul mercato italiano. La fiscalità è molto diversa rispetto ad altri investimenti presenti nel nostro Paese. Se l'imposizione fiscale fosse la stessa di altri investimenti, il valore della consulenza finanziaria emergerebbe molto di più. Si potrebbero vedere le differenze tra gli investimenti gestiti dalle società di assicurazione e quelli proposti dai consulenti. Il problema è che le società di assicurazione non ne sarebbero felici perché ne venderebbero meno. Quello che è certo è che, ad oggi, non c'è un vero confronto di mercato reale su questi prodotti perché godono di una tassazione migliore di altri investimenti. Se l'imposizione fosse uguale per tutti, per l'investitore finale sarebbe meglio perché più tutelato».
Gianluca Baldini
«È meglio tornare al ramo vita»

La Cassazione ha stabilito che le polizze vita si possono considerare tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito, rischia di portare una vera e propria rivoluzione nel settore.
Infatti le unit linked (o polizze di ramo III), che non garantiscono un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari, da ora in poi potrebbero essere considerate, e tassate, come investimenti (con un prelievo che andrà dal 20 al 26%). Fino alla pronuncia della Corte, invece, non erano sottoposte alle imposte di successione ed erano impignorabili e insequestrabili.
Abbiamo chiesto a Claudio Demozzi, presidente nazionale del sindacato degli agenti di assicurazione, che cosa succederà e che cosa cambierà per i cittadini.
Come si devono comportare agenti e broker in qualità di consulenti?
«Prima di tutto rispettando l'obbligo, sancito dal Codice delle assicurazioni e ribadito, anzi rinforzato, dal decreto di recepimento in Italia della Idd, la direttiva europea sulla distribuzione assicurativa (nel testo che conosciamo e che auspichiamo sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale al più presto), di comportarsi con trasparenza, correttezza, imparzialità e professionalità nei confronti dei clienti, cioè illustrando adeguatamente tutte le caratteristiche del prodotto e consigliando o sconsigliandone la sottoscrizione sulla base delle sue specifiche esigenze. In taluni casi l'agente assicurativo è tenuto a informare il cliente sulla inadeguatezza del contratto che sta sottoscrivendo, arrivando fino a sconsigliarne l'acquisto se ciò ne pregiudicherebbe l'interesse. L'agente deve agire infatti nel migliore interesse dei suoi clienti e questo rappresenta una garanzia aggiuntiva per il consumatore, rispetto ad altri canali distributivi che non ci mettono la faccia».
Fra pochi mesi entrerà in vigore l'Idd anche in Italia? Voi che approccio terrete nei confronti delle unit linked?
«La Idd entrerà in vigore a ottobre. Stiamo attendendo con ansia la pubblicazione del decreto legislativo, che dovrebbe recepire numerose istanze avanzate dal sindacato nazionale agenti di assicurazione (Sna), associazione che rappresenta la quasi totalità degli agenti italiani iscritti a una rappresentanza sindacale (oltre il 90%, ndr). Secondo noi le polizze vita dovrebbero sempre garantire almeno i capitali versati e consolidare i risultati di anno in anno realizzati. Le unit linked sono prodotti che spostano il rischio dalle compagnie alle spalle dei clienti e in questo senso definirle polizze assicurative appare davvero una forzatura. Tuttavia, gli agenti intermediano rilevanti quote di mercato anche in questo ambito, per cui sarà necessario un chiarimento definitivo su questo fronte, innanzitutto con le compagnie, poi con le autorità del settore».
Sempre alla luce della sentenza, ritiene che sia uno strumento che possa essere maneggiato da un assicuratore o da un promotore finanziario?
«Un assicuratore detiene certamente le conoscenze necessarie e adeguate per il collocamento di questo tipo di prodotto; l'esame per accedere all'attività di agente professionista di assicurazione è estremamente impegnativo e per superarlo è necessario dimostrare una conoscenza approfondita dell'intera materia. In ogni caso la questione è principalmente di politica assicurativa del nostro Paese. Il ministero competente dovrà valutare se questo tipo di investimento vada affidato ancora alle imprese assicuratrici o se sia più adeguato un diverso collocamento. Lo spazio riservato agli agenti, conseguentemente, dipenderà da tali scelte, ripeto principalmente politiche».
Si aspetta novità di legge che impattino sul comparto delle unit linked nei prossimi mesi? Se non sono più polizze, il gettito per lo Stato sarà rilevante e di questi tempi di manovre risicate….
«Come ho appena detto, la scelta è soprattutto una scelta di politica assicurativa, affidata al ministero competente. Per quanto ci riguarda siamo in contatto con i vertici istituzionali e con numerosi parlamentari, con i quali stiamo già scambiandoci opinioni e considerazioni al riguardo. Certo le compagnie potrebbero attrezzarsi meglio per ridare fiato alle gestioni separate, cioè alle polizze vita di investimento garantite, che mettono al sicuro il cliente dai rischi finanziari e che hanno fatto la storia del ramo vita in Italia negli ultimi decenni. Anche su questo fronte Sna è attivo, nell'interesse dei consumatori e degli agenti professionisti che rappresentano il punto di contatto tra essi e l'industria assicurativa».
Claudio Antonelli
Così le Entrate vanno in confusione sulle assicurazioni unit linked
Le polizze unit linked rimangono un rompicapo per l'Agenzia delle entrate. La confusione dell'ente guidato da Ernesto Maria Ruffini nasce dalla stessa natura della polizza. Le unit linked sono infatti strumenti assicurativi ibridi, in cui è presente sia la componente previdenziale sia quella finanziaria. Secondo diverse sentenze della Cassazione, invece, le unit linked devono essere considerate esclusivamente come uno strumento finanziario, in quanto non prevedono la restituzione del patrimonio investito.
Se dunque questa visione fosse adottata in toto dall'Agenzia delle entrate i vantaggi fiscali per le unit linked terminerebbero. Non si avrebbero più, dunque, né l'esclusione dall'imposta di successione né dall'impignorabilità. Molto spesso infatti si decideva di creare una polizza unit linked come scudo fiscale contro l'Agenzia delle entrate e per evitare che il capitale venisse pignorato. C'è però da dire che dal 2016 il fisco ha iniziato a prestare particolare attenzione a questo tipo di polizze, soprattutto in fase di controllo della voluntary disclosure (la collaborazione volontaria che permette ai contribuenti di regolarizzare la propria posizione). Durante questi controlli, però, l'Agenzia delle entrate ha preso decisioni diverse caso per caso. Alcune volte ha infatti considerato le unit linked come strumenti previdenziali, altre, invece, come strumenti prettamente finanziari. Questo perché in alcune polizze poteva prevalere l'aspetto previdenziale e in altre quello finanziario. Sempre nel 2016, l'ente di Ruffini ha pubblicato la circolare numero 8/E dove però non ha trovato una soluzione alla classificazione. Ha così lasciato spazio a entrambe le interpretazioni. Si possono dunque considerare le polizze unit linked sia strumenti previdenziali sia finanziari.
C'è però da dire che questa difficoltà dell'Agenzia delle entrate è tipica degli strumenti giuridici di origine anglosassone che vengo applicati nel nostro ordinamento. Il problema sta nel cercare di adattare uno strumento flessibile e dinamico, come le unit linked, all'ordinamento italiano che per sua natura è molto più rigido e meno malleabile rispetto a quello inglese. Quello che dunque si deve considerare, quando si decide di stipulare una polizza unit linked, è che in caso di controllo da parte dell'Agenzia delle entrate ci può essere la possibilità che venga considerata uno strumento finanziario. Questo significa dunque che non si avranno più i vantaggi fiscali di una classica polizza sulla vita.
Giorgia Pacione Di Bello
La Corte contesta i vantaggi ereditari e fiscali
Le unit linked sono strumenti finanziari e non polizze vita. Questo quanto deciso dalla Corte di Cassazione con la sentenza numero 10333 del 2018 pubblicata a fine aprile. Secondo la Cassazione dunque le polizze vita sono considerate tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito. Nel caso in cui questa opzione non dovesse sussistere non si deve parlare di polizze vita ma di contratti di investimento. Le polizze vita garantiscono, infatti, un rendimento minimo e il consolidamento dei risultati. Questo è possibile dato che investono in obbligazioni o in asset a bassa volatilità. Le unit linked (o polizze di ramo III) non garantiscono, invece, un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari.
La Cassazione, richiamando la sentenza numero 6061 del 2012, ha ribadito come nelle polizze assicurative sulla vita il rischio ricade sull'assicuratore e non sul soggetto che decide di stipulare la polizza. Inoltre, se l'assicuratore dovesse decidere di proporre al cliente una polizza unit linked, senza avvisarlo in merito alla natura del prodotto, ai rischi che può correre e alle implicazione che ne derivano, il contratto può essere stracciato. In questo caso l'assicuratore, stabilisce la Cassazione, dovrà restituire il capitale versato dal cliente e risarcirlo nei danni.
Se si dovessero dunque considerare le unit linked come strumenti finanziari e non polizze vita, tutte le agevolazioni fiscali legati al prodotto decadrebbero. Uno dei vantaggi che ha sempre caratterizzato questo tipo di polizze è stata infatti l'impignorabilità e l'insequestrabilità delle somme versate. Oltre all'esenzione dalle imposte di successione e dai classici prelievi legati al capital gain. L'assicuratore o la società intermediari nell'attivare le unit linked aveva inoltre il vantaggio di non correre nessun tipo di rischio finanziario dato che il tutto ricadeva sull'assicurato. Non era inoltre previsto (anche se inquadrate come polizze) la restituzione del capitale versato o di un rendimento minimo. Questo ha fatto sì che nel tempo le unit linked venissero sempre più apprezzate nel mondo assicurativo. A testimoniarlo sono gli stessi dati. Nel 2016 i premi raccolti tramite le unit linked sono cresciti del 33% rispetto agli anni passati. Di contro le polizze tradizionali hanno subito un calo del 18%.
Ma è proprio la mancata restituzione del capitale che ha spinto più volta la Cassazione ha considerare le unit linked come uno strumento finanziario ben differente dalle polizze. La sentenza della Cassazione porta però con sé un'altra conseguenza importante. Se le polizze di ramo III dovessero essere, effettivamente, inquadrate come investimenti finanziari, tutti i contratti stipulati fino a ora (un mercato stimato sui 24 miliardi di euro) potrebbero essere messi in discussione. E non solo, i clienti potrebbero anche richiedere la restituzione di quanto investito.
Giorgia Pacione di Bello
Continua a leggereRiduci
Sentenza in Cassazione rischia di togliere appeal a un pilastro del risparmio. Abbiamo analizzato alcuni dei prodotti disponibili.Per i magistrati gli strumenti non garantiscono rendimenti minimi e quindi sono investimenti finanziari.Con il rating MoneyMate i criteri per valutare i rischi dei prodotti. L'ad Alessandro Felletti: «Statistiche aggiornati ogni tre mesi». Claudio Demozzi, presidente del sindacato degli agenti: «Lo Stato deve decidere se potremo ancora trattare questi prodotti. Dobbiamo ridare vita alle gestioni separate e a strumenti con investimento garantito». Finanziari o previdenziali? L'Agenzia in difficoltà con i nuovi strumenti. Lo speciale contiene cinque articoli A metà maggio la corte di Cassazione se ne è uscita con una sentenza shock. Le polizze vita di natura finanziaria non possono considerarsi tali se non è possibile garantire il capitale investito. Diversamente, vanno considerate come normali strumenti di investimento. Una sentenza che, se dovesse fare scuola, potrebbe ribaltare un intero mercato. Le polizze unit linked, prodotti che in primis hanno arricchito gli intermediari grazie alle succulente commissioni che potevano garantire, in quanto prodotti assicurativi sono esenti da tasse di successione, impignorabili e insequestrabili. Un vantaggio non da poco se pensiamo che, per volere del governo Renzi, dal primo luglio 2014 la maggior parte dei prodotti da investimento (a eccezione dei titoli di Stato e dei buoni postali) deve sottostare a un prelievo fiscale che va dal 20 al 26%. Il problema è che questi prodotti ibridi, assicurativi e finanziari insieme, non sono mai andati a genio ai giudici che in diversi casi hanno emesso sentenze sfavorevoli. Fatto sta che questi strumenti rappresentano a oggi la punta di diamante del risparmio assicurativo italiano e i prodotti disponibili sul mercato sono moltissimi. Il primo passo da compiere dunque è capire se questi prodotti funzionano o no. La Verità lo ha chiesto a Moneymate, tra i maggiori data provider a livello internazionale in ambito finanziario, che ha analizzato 1.000 polizze unit linked disponibili in Italia (i dati sono aggiornati al 30 aprile 2018). Le variabili in gioco sono davvero molte per analizzare una polizza unit linked. Da un lato ci sono i costi, dall'altro il grado di rischio che si è disposti a sopportare. Nel primo caso, i costi da tenere sott'occhio sono tre. Il caricamento iniziale: alla sottoscrizione la compagnia trattiene una percentuale che può arrivare fino al 10% della somma investita. La commissione di gestione del fondo unit linked, che si aggira tra l'1% e il 2% e viene detratta direttamente dal rendimento ed i costi dei fondi acquistati dal fondo unit (che variano tra lo 0,8 e il 2% annuo). Senza considerare le eventuali penali in caso di recesso anticipato. Per questo Moneymate ha prima di tutto dato un voto ai prodotti presenti sul mercato italiano. Per aiutare gli investitori a scegliere il prodotto più adeguato alle esigenze di ognuno. «Nei dati forniti», spiega Alessandro Felletti, ceo di Mm Italy, distributore ufficiale per l'Italia di Moneymate, «è presente il rating Moneymate che parte proprio dall'analisi del rischio. Il nostro rating (un valore da 1 a 7 dove 1 è rischio basso e 7 rischio altissimo) viene calcolato sull'oscillazione del valore della polizza. Più questa ha oscillazioni accentuate nel tempo (a differenza del rating Esma, l'analisi è aggiornata trimestralmente e dunque tiene conto delle reali condizioni del mercato), più il rischio è alto. Ma ciò non deve essere per forza un male. Si possono trovare polizze ad alto rischio, perché con una forte componente speculativa, ma che rendono molto bene grazie a un'ottima gestione». I settori presi in esame dall'indagine sono 20. Il primo dubbio da fugare è: chi ha investito una parte del proprio capitale per un periodo lungo (dieci anni) e dunque assorbendo le oscillazioni del mercato, che rendimenti ha ottenuto? Le polizze unit linked che hanno investito sull'azionario americano sono quelle che di gran lunga hanno fatto felici i risparmiatori. Chi ha investito un gruzzolo nell'aprile del 2008, oggi avrebbe ottenuto un rendimento medio del 93,97% (il 67,89% a cinque anni). In seconda posizione, ma distaccate di molte lunghezze, troviamo i prodotti che hanno puntato sull'azionario specializzato (telecomunicazioni, media, banche eccetera). In media queste polizze in dieci anni hanno reso il 44,07% (40,57% in cinque anni), seguita a poca distanza dai prodotti che hanno investito nell'azionario globale (43,06% in dieci anni) e nell'azionario dei Paesi con uno sbocco sull'Oceano Pacifico. In questo caso il rendimento è stato del 39,71% in 120 mesi (37,67% in 60 mesi). Ma non tutti di investimenti hanno ottenuto buoni risultati. Per riuscire a trovare rendimenti scarsi in rapporto al periodo di investimento bisogna dare uno sguardo alle polizze che investono nella liquidità dell'area euro o nell'obbligazionario puro. Nel primo caso il rendimento medio in dieci anni è stato del 6,2% (il peggiore di tutti i settori analizzati, in cinque anni questi strumenti hanno perso il 2,2%), nel secondo (titoli di Stato governativi internazionali) il risultato è stato, sempre in dieci anni, del 7,31% (-3,64% in cinque anni). Si tratta, dunque, di prodotti che in media, soprattutto se il capitale non viene toccato per un lungo periodo, possono dare soddisfazioni agli investitori. Certo, non tutti i prodotti sono uguali. Su quasi 3.000 polizze unit linked, la medaglia d'oro va al Zurich life assurance long bond eur. Chi lo ha scelto in dieci anni ha visto il capitale crescere del 98,54% (34,95% in cinque anni). Valori simili per il Fondiaria Sai A Fonsailink azionario eur. In questo caso il rendimento è stato del 95,79% (55,34% in 60 mesi). La medaglia di bronzo va al Creditras vita North America equity che, nel periodo di riferimento, ha offerto una crescita del 95,64% (57,46% in cinque anni). Attenzione, però, ci sono anche prodotti che hanno tolto il sonno agli investitori. Chi, per esempio, ha scelto un prodotto di Assicuratrice italiana (dal 2012 fusa in Allianz) Vita gpa in dieci anni ha perso il 55,41% (circa la metà in cinque anni). Lo stesso vale per L.A vita centrovita fondo conv eur (gruppo Intesa Sanpaolo) che in 120 mesi ha perso il 45,80% (il 44,34% in 60 mesi). Appare chiaro, dunque, che nel caso delle polizze unit linked le insidie non manchino. Non si tratta di prodotti semplici e spesso il loro funzionamento può non essere dei più chiari per un risparmiatore alle prime armi. Chi vuole avventurarsi in questo genere di investimenti dovrebbe quindi affidarsi a un consulente che sappia consigliare un prodotto ad hoc per le esigenze del cliente. Del resto, come si può capire dall'indagine di Moneymate, qui si scherza col fuoco. I prodotti sono moltissimi e sceglierne uno piuttosto che un altro può significare guadagnare molto o perdere gran parte di quanto investito. Anche il rendimento medio di tutto è il comparto è stato del 30% in 10 anni. INFOGRAFICA !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-minacciano-polizze-da-24-miliardi-ecco-la-top-100-con-utili-fino-al-35-2576054775.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="il-rating-di-moneymate-sintetizza-il-livello-di-rischio-ogni-tre-mesi" data-post-id="2576054775" data-published-at="1778688610" data-use-pagination="False"> «Il rating di MoneyMate sintetizza il livello di rischio ogni tre mesi» Alessandro Felletti è l'ad di MM Italy, il distributore ufficiale per l'Italia di MoneyMate, una delle maggiori piattaforme che raccolgono dati sul settore delle polizze unit linked. Per orientare gli investitori, l'azienda ha messo a punto un rating.Come funziona e a cosa serve il vostro rating?«In ottica MiFID2 il consulente con il nostro rating è in grado di spiegare al cliente se la polizza unit linked che ha scelto è in linea con il suo profilo di rischio. La nostra valutazione segue le stesse direttive dei giudizi Esma, l'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, solo che i nostri voti vengono aggiornati ogni tre mesi e non una volta l'anno. Questa è la nostra particolarità, perché spesso il cliente non è a conoscenza di quello che c'è all'interno della polizza e capire se il profilo di rischio è adeguato o no spesso può essere difficile. A volte può accadere che il cliente poco consapevole possa sottoscrivere una polizza fuori dal suo profilo di rischio Mifid2 e questo chiaramente non va bene. Il nostro rating, così come quello Esma, non tiene in considerazione se la polizza investe in azioni, obbligazioni o altro, ma analizza il profilo di rischio a cui quella polizza appartiene. Noi analizziamo l'andamento del prodotto in 5 anni e cerchiamo di capire l'efficienza della gestione nel tempo. Quanto, in poche parole, il team di gestione che sta dietro a una determinata polizza è bravo a reagire ai momenti di volatilità»Chi vuole sottoscrivere una polizza che variabili deve tenere d'occhio?«Sicuramente bisogna capire in che strumenti investe una polizza e quali rendimenti ha avuto fino ad ora. Se i risultati sono molto alti, allora significa che lo stile di investimento che c'è sotto, sarà sicuramente più aggressivo. Se invece i rendimenti sono più bassi, allora lo stile sarà più conservativo. Non c'è il risultato migliore, ma quello più adatto ad ogni cliente». Le unit linked sono strumenti di solito costosi, come capire se sto pagando il giusto?«Il modo migliore è sempre quello di confrontare prodotti simili di società diverse. Certo, si dovrebbe leggere la documentazione fornita con ogni fondi, ma nella realtà la le carte fornite non sono mai semplici da capire». Secondo lei, la Cassazione ha ragione sulle polizze ramo III?«La Corte ha ragione perchè le polizze unit linked sono strumenti finanziari al pari dei fondi di investimento. Quello che fa la differenza è l'imposizione fiscale che ne ha determinato il successo sul mercato italiano. La fiscalità è molto diversa rispetto ad altri investimenti presenti nel nostro Paese. Se l'imposizione fiscale fosse la stessa di altri investimenti, il valore della consulenza finanziaria emergerebbe molto di più. Si potrebbero vedere le differenze tra gli investimenti gestiti dalle società di assicurazione e quelli proposti dai consulenti. Il problema è che le società di assicurazione non ne sarebbero felici perché ne venderebbero meno. Quello che è certo è che, ad oggi, non c'è un vero confronto di mercato reale su questi prodotti perché godono di una tassazione migliore di altri investimenti. Se l'imposizione fosse uguale per tutti, per l'investitore finale sarebbe meglio perché più tutelato».Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-minacciano-polizze-da-24-miliardi-ecco-la-top-100-con-utili-fino-al-35-2576054775.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-meglio-tornare-al-ramo-vita" data-post-id="2576054775" data-published-at="1778688610" data-use-pagination="False"> «È meglio tornare al ramo vita» La Cassazione ha stabilito che le polizze vita si possono considerare tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito, rischia di portare una vera e propria rivoluzione nel settore. Infatti le unit linked (o polizze di ramo III), che non garantiscono un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari, da ora in poi potrebbero essere considerate, e tassate, come investimenti (con un prelievo che andrà dal 20 al 26%). Fino alla pronuncia della Corte, invece, non erano sottoposte alle imposte di successione ed erano impignorabili e insequestrabili. Abbiamo chiesto a Claudio Demozzi, presidente nazionale del sindacato degli agenti di assicurazione, che cosa succederà e che cosa cambierà per i cittadini. Come si devono comportare agenti e broker in qualità di consulenti? «Prima di tutto rispettando l'obbligo, sancito dal Codice delle assicurazioni e ribadito, anzi rinforzato, dal decreto di recepimento in Italia della Idd, la direttiva europea sulla distribuzione assicurativa (nel testo che conosciamo e che auspichiamo sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale al più presto), di comportarsi con trasparenza, correttezza, imparzialità e professionalità nei confronti dei clienti, cioè illustrando adeguatamente tutte le caratteristiche del prodotto e consigliando o sconsigliandone la sottoscrizione sulla base delle sue specifiche esigenze. In taluni casi l'agente assicurativo è tenuto a informare il cliente sulla inadeguatezza del contratto che sta sottoscrivendo, arrivando fino a sconsigliarne l'acquisto se ciò ne pregiudicherebbe l'interesse. L'agente deve agire infatti nel migliore interesse dei suoi clienti e questo rappresenta una garanzia aggiuntiva per il consumatore, rispetto ad altri canali distributivi che non ci mettono la faccia». Fra pochi mesi entrerà in vigore l'Idd anche in Italia? Voi che approccio terrete nei confronti delle unit linked? «La Idd entrerà in vigore a ottobre. Stiamo attendendo con ansia la pubblicazione del decreto legislativo, che dovrebbe recepire numerose istanze avanzate dal sindacato nazionale agenti di assicurazione (Sna), associazione che rappresenta la quasi totalità degli agenti italiani iscritti a una rappresentanza sindacale (oltre il 90%, ndr). Secondo noi le polizze vita dovrebbero sempre garantire almeno i capitali versati e consolidare i risultati di anno in anno realizzati. Le unit linked sono prodotti che spostano il rischio dalle compagnie alle spalle dei clienti e in questo senso definirle polizze assicurative appare davvero una forzatura. Tuttavia, gli agenti intermediano rilevanti quote di mercato anche in questo ambito, per cui sarà necessario un chiarimento definitivo su questo fronte, innanzitutto con le compagnie, poi con le autorità del settore». Sempre alla luce della sentenza, ritiene che sia uno strumento che possa essere maneggiato da un assicuratore o da un promotore finanziario? «Un assicuratore detiene certamente le conoscenze necessarie e adeguate per il collocamento di questo tipo di prodotto; l'esame per accedere all'attività di agente professionista di assicurazione è estremamente impegnativo e per superarlo è necessario dimostrare una conoscenza approfondita dell'intera materia. In ogni caso la questione è principalmente di politica assicurativa del nostro Paese. Il ministero competente dovrà valutare se questo tipo di investimento vada affidato ancora alle imprese assicuratrici o se sia più adeguato un diverso collocamento. Lo spazio riservato agli agenti, conseguentemente, dipenderà da tali scelte, ripeto principalmente politiche». Si aspetta novità di legge che impattino sul comparto delle unit linked nei prossimi mesi? Se non sono più polizze, il gettito per lo Stato sarà rilevante e di questi tempi di manovre risicate…. «Come ho appena detto, la scelta è soprattutto una scelta di politica assicurativa, affidata al ministero competente. Per quanto ci riguarda siamo in contatto con i vertici istituzionali e con numerosi parlamentari, con i quali stiamo già scambiandoci opinioni e considerazioni al riguardo. Certo le compagnie potrebbero attrezzarsi meglio per ridare fiato alle gestioni separate, cioè alle polizze vita di investimento garantite, che mettono al sicuro il cliente dai rischi finanziari e che hanno fatto la storia del ramo vita in Italia negli ultimi decenni. Anche su questo fronte Sna è attivo, nell'interesse dei consumatori e degli agenti professionisti che rappresentano il punto di contatto tra essi e l'industria assicurativa». Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-minacciano-polizze-da-24-miliardi-ecco-la-top-100-con-utili-fino-al-35-2576054775.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-le-entrate-vanno-in-confusione-sulle-assicurazioni-unit-linked" data-post-id="2576054775" data-published-at="1778688610" data-use-pagination="False"> Così le Entrate vanno in confusione sulle assicurazioni unit linked Le polizze unit linked rimangono un rompicapo per l'Agenzia delle entrate. La confusione dell'ente guidato da Ernesto Maria Ruffini nasce dalla stessa natura della polizza. Le unit linked sono infatti strumenti assicurativi ibridi, in cui è presente sia la componente previdenziale sia quella finanziaria. Secondo diverse sentenze della Cassazione, invece, le unit linked devono essere considerate esclusivamente come uno strumento finanziario, in quanto non prevedono la restituzione del patrimonio investito. Se dunque questa visione fosse adottata in toto dall'Agenzia delle entrate i vantaggi fiscali per le unit linked terminerebbero. Non si avrebbero più, dunque, né l'esclusione dall'imposta di successione né dall'impignorabilità. Molto spesso infatti si decideva di creare una polizza unit linked come scudo fiscale contro l'Agenzia delle entrate e per evitare che il capitale venisse pignorato. C'è però da dire che dal 2016 il fisco ha iniziato a prestare particolare attenzione a questo tipo di polizze, soprattutto in fase di controllo della voluntary disclosure (la collaborazione volontaria che permette ai contribuenti di regolarizzare la propria posizione). Durante questi controlli, però, l'Agenzia delle entrate ha preso decisioni diverse caso per caso. Alcune volte ha infatti considerato le unit linked come strumenti previdenziali, altre, invece, come strumenti prettamente finanziari. Questo perché in alcune polizze poteva prevalere l'aspetto previdenziale e in altre quello finanziario. Sempre nel 2016, l'ente di Ruffini ha pubblicato la circolare numero 8/E dove però non ha trovato una soluzione alla classificazione. Ha così lasciato spazio a entrambe le interpretazioni. Si possono dunque considerare le polizze unit linked sia strumenti previdenziali sia finanziari. C'è però da dire che questa difficoltà dell'Agenzia delle entrate è tipica degli strumenti giuridici di origine anglosassone che vengo applicati nel nostro ordinamento. Il problema sta nel cercare di adattare uno strumento flessibile e dinamico, come le unit linked, all'ordinamento italiano che per sua natura è molto più rigido e meno malleabile rispetto a quello inglese. Quello che dunque si deve considerare, quando si decide di stipulare una polizza unit linked, è che in caso di controllo da parte dell'Agenzia delle entrate ci può essere la possibilità che venga considerata uno strumento finanziario. Questo significa dunque che non si avranno più i vantaggi fiscali di una classica polizza sulla vita. Giorgia Pacione Di Bello <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-minacciano-polizze-da-24-miliardi-ecco-la-top-100-con-utili-fino-al-35-2576054775.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-corte-contesta-i-vantaggi-ereditari-e-fiscali" data-post-id="2576054775" data-published-at="1778688610" data-use-pagination="False"> La Corte contesta i vantaggi ereditari e fiscali Le unit linked sono strumenti finanziari e non polizze vita. Questo quanto deciso dalla Corte di Cassazione con la sentenza numero 10333 del 2018 pubblicata a fine aprile. Secondo la Cassazione dunque le polizze vita sono considerate tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito. Nel caso in cui questa opzione non dovesse sussistere non si deve parlare di polizze vita ma di contratti di investimento. Le polizze vita garantiscono, infatti, un rendimento minimo e il consolidamento dei risultati. Questo è possibile dato che investono in obbligazioni o in asset a bassa volatilità. Le unit linked (o polizze di ramo III) non garantiscono, invece, un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari. La Cassazione, richiamando la sentenza numero 6061 del 2012, ha ribadito come nelle polizze assicurative sulla vita il rischio ricade sull'assicuratore e non sul soggetto che decide di stipulare la polizza. Inoltre, se l'assicuratore dovesse decidere di proporre al cliente una polizza unit linked, senza avvisarlo in merito alla natura del prodotto, ai rischi che può correre e alle implicazione che ne derivano, il contratto può essere stracciato. In questo caso l'assicuratore, stabilisce la Cassazione, dovrà restituire il capitale versato dal cliente e risarcirlo nei danni. Se si dovessero dunque considerare le unit linked come strumenti finanziari e non polizze vita, tutte le agevolazioni fiscali legati al prodotto decadrebbero. Uno dei vantaggi che ha sempre caratterizzato questo tipo di polizze è stata infatti l'impignorabilità e l'insequestrabilità delle somme versate. Oltre all'esenzione dalle imposte di successione e dai classici prelievi legati al capital gain. L'assicuratore o la società intermediari nell'attivare le unit linked aveva inoltre il vantaggio di non correre nessun tipo di rischio finanziario dato che il tutto ricadeva sull'assicurato. Non era inoltre previsto (anche se inquadrate come polizze) la restituzione del capitale versato o di un rendimento minimo. Questo ha fatto sì che nel tempo le unit linked venissero sempre più apprezzate nel mondo assicurativo. A testimoniarlo sono gli stessi dati. Nel 2016 i premi raccolti tramite le unit linked sono cresciti del 33% rispetto agli anni passati. Di contro le polizze tradizionali hanno subito un calo del 18%. Ma è proprio la mancata restituzione del capitale che ha spinto più volta la Cassazione ha considerare le unit linked come uno strumento finanziario ben differente dalle polizze. La sentenza della Cassazione porta però con sé un'altra conseguenza importante. Se le polizze di ramo III dovessero essere, effettivamente, inquadrate come investimenti finanziari, tutti i contratti stipulati fino a ora (un mercato stimato sui 24 miliardi di euro) potrebbero essere messi in discussione. E non solo, i clienti potrebbero anche richiedere la restituzione di quanto investito. Giorgia Pacione di Bello
Il presidente Usa Donald Trump è atterrato a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina da quasi un decennio, in un incontro volto a ridurre le tensioni tra le due superpotenze.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è arrivato a Pechino, dove è atteso per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping. L’incontro si inserisce in un contesto di forti tensioni tra Washington e Pechino e punta ad avviare un confronto diretto tra le due principali potenze globali.
Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina dopo quasi dieci anni, un passaggio considerato significativo sul piano diplomatico. Trump è atterrato all’aeroporto internazionale della capitale cinese a bordo dell’Air Force One, dando così avvio a una missione osservata con grande attenzione dalla comunità internazionale. All’arrivo a Pechino, Trump è stato accolto dal vice presidente cinese Han Zheng in una cerimonia sulla pista dell’aeroporto, tra tappeto rosso, saluti ufficiali e la presenza di una delegazione di bambini. Subito dopo lo sbarco dall’Air Force One, il tycoon ha stretto la mano al suo omologo cinese e ha ricevuto un omaggio floreale prima di salire sulla limousine presidenziale.
Sul piano geopolitico, da Pechino è arrivato un messaggio di apertura alla collaborazione: il ministero degli Esteri ha parlato di una volontà di «gestire le divergenze e ampliare la cooperazione» con Washington. Un clima che si inserisce in un contesto internazionale teso, segnato anche dalle dichiarazioni provenienti dall’Iran, dove un portavoce militare ha ipotizzato un possibile aumento dell’arricchimento dell’uranio fino al 90% in caso di nuova escalation. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate dai media statunitensi, inoltre, l’amministrazione americana starebbe valutando nuove opzioni operative in caso di fallimento delle attuali trattative, con l’ipotesi di una ridefinizione delle operazioni militari legate allo scenario iraniano. Sullo sfondo, l’agenda della visita di Trump a Pechino include anche colloqui sul Medio Oriente e sulla questione di Taiwan, dossier centrali nei rapporti tra le due superpotenze.
Continua a leggereRiduci
Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
Continua a leggereRiduci
Keir Starmer (Ansa)
Lui, per ora, resiste, attaccandosi a un cavillo: per farlo fuori da segretario serve che il 20% dei deputati lo sfiduci e candidino un altro leader. Come numeri ci siamo, ma formalmente non sarebbe stata ancora avviata la procedura formale prevista dallo statuto. E il soldato Keir, finché non lo mandano a casa dalla guida del partito, non esce neppure dal bunker del governo.
Starmer ha riunito il suo governo alle 10 del mattino e raccontano che sia stata una riunione tesa, con alcuni ministri che manco guardavano negli occhi il premier, arrabbiato perché anche i suoi alleati più fedeli da due giorni gli stavano consigliando di annunciare la data delle dimissioni, se non altro per placare le acque. Ma questa soluzione a Starmer non piace perché teme che gli sia concesso solo il tempo necessario a uno dei suoi possibili rivali di partito, il popolarissimo sindaco di Manchester Andy Burnham, per ottenere un seggio alle suppletive (basterebbe far dimettere un fedelissimo), tornare deputato (come da regolamento) e poi soffiargli la segreteria.
Mentre faceva tutti questi calcoli, il premier veniva mollato da quattro membri del governo: tre donne e un figlio di immigrati. Se ne sono andate Alex Davies-Jones, ministro per le Vittime e la violenza contro donne e ragazze, Jess Phillips, ministro per la Tutela dei minori, e Miatta Fahnbulleh, ministro per le Comunità. E a fine pomeriggio molla anche un pezzo da novanta come il vice della Salute, Zubir Ahmed, chirurgo, cinque figli, scozzese di nascita e figlio di un tassista pakistano. Ahmed era il simbolo del tentativo di rimettere in piedi la sanità pubblica, ma ieri se n’è andato scrivendo a Starmer: «È chiaro ormai da un po’ di giorni che la gente ha irrimediabilmente perso fiducia in te come primo ministero». Meno duro, ma comunque micidiale, l’addio per lettera di una fedelissima come Jess Phillips: «Sei una brava persona, ma ho toccato con mano che questo non basta». E poi gli spiega chiaramente che il suo tempo è finito quando aggiunge: «Non vedo quel cambiamento che volevo e quindi non posso continuare a fare il ministro sotto l’attuale leadership». Mentre l’ex collega Miatta Fahnbulleh, economista e liberiana di nascita, invitava il premier a «organizzare una transizione ordinata». Transizione che al momento il premier non ha nessuna intenzione di assecondare. Anche se l’Economist, per dire, ieri pomeriggio lo dava già per perso («Sir Starmer is on the way out») e il Guardian si divertiva a dedicare il suo approfondimento del giorno al seguente tema: «Perché tutti odiano Keir Starmer?».
Con i sondaggi che danno sempre il partito di Nigel Farage dieci punti sopra il Labour, si può provare a spiegare questa crisi, con il partito spaccato in due. Il motivo più immediato è la sconfitta elettorale rimediata la scorsa settimana, con i laburisti che hanno perso 1.500 consiglieri nelle elezioni locali in Inghilterra e che hanno ceduto il Galles, oltre ad aver registrato il peggior risultato di sempre al Parlamento scozzese. E poi c’è lo scandalo per la disgraziata nomina ad ambasciatore Usa di un vecchio arnese come Peter Mandelson, travolto dallo scandalo Epstein. Molti deputati laburisti, quando hanno scoperto i legami dell’ex ministro con il finanziere pedofilo, si sono rivoltati con Starmer. E forse non è un caso che tre ministri dimessi su quattro siano donne, più restie a perdonare certi comportamenti. La Phillips, ministro per la Tutela dei minori, non ci è passata sopra: «La saga di Mandelson quando è venuta a galla ha spinto il premier ad agire per renderci più credibili (su quei temi, ndr). Io non perderò mai l’occasione di una crisi per portare a casa progressi in favore delle donne e delle ragazze e quindi sono state fatte richieste e alcune sono state soddisfatte».
Se la giornata campale di Starmer e del suo governo non ha toccato più di tanto sterlina e Borsa, che hanno chiuso sostanzialmente invariate, i titoli pubblici a 10 anni sono saliti al 5,1% di rendimento, ovvero sui massimi dal luglio 2008, mentre i rendimenti delle obbligazioni trentennali sono schizzati al 5,8%, record dal lontano 1998. I mercati temono che un nuovo leader laburista non sappia fare a meno, per vincere, di promettere un aumento della spesa pubblica. Oppure che metta nuove tasse. Chi possa prendere il posto di Starmer, ammesso che non sia necessario mandargli il notaio del partito per schiodarlo dall’ufficio, non è ancora chiaro. Il rivale che teme di più è il sindaco di Manchester, Burnham (56 anni) , ma il premier si guarda le spalle anche dal rampante ministro della Salute Wes Streeting (43 anni), ala destra del partito e con un solo handicap: è anche lui vicino a Mandelson. Oggi Starmer e Streeting si incontreranno, dopo che ieri non si sono quasi rivolti la parola.
Continua a leggereRiduci
(IStock)
Come quella di Marco Cavaleri, direttore del dipartimento rischi per la salute pubblica e della task force emergenze dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), pubblicata ieri su Repubblica. «I vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario», ha sostenuto il già responsabile dell’area vaccini e prevenzione delle malattie infettive dell’agenzia europea.
Un’affermazione in netto contrasto con la ricerca di coorte pubblicata su The Lancet nel febbraio 2022 e basata sui registri dell’intera popolazione svedese, che dimostrò come l’efficacia pratica dei vaccini Covid contro l’infezione sintomatica fosse svanita nel tempo, passando dal 92% nei giorni da 15 a 30 dopo la 2° dose fino alla perdita di efficacia significativa a partire dai 7 mesi.
In Italia, una pubblicazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sul British Medical Journal (BMJ) nel febbraio 2022, mostrava come nell’arco di 8-9 mesi anche nella media della popolazione italiana di età 40-59 anni la protezione dei vaccinati con 2 dosi scendeva appena sopra al livello dei non vaccinati, e dai 60 anni in poi addirittura sotto a quel livello. Un declino anche maggiore si è avuto nella popolazione ad alto rischio, con una discesa di un significativo -44% sotto al livello dei non vaccinati, a 8-9 mesi dalla 2° dose.
Nel Regno Unito, prendendo in esame le settimane dalla 36° del 2021 alla 13° 2022, la crescita di infezioni tra i vaccinati è stata impressionante, fino al +275% degli ultimi sette giorni resi disponibili. Poi, la Uk Health Security Agency comunicò di non pubblicare più questa tabella; però intanto, per chi voleva capire, era evidente che la protezione non solo calava ma diventava negativa.
La Commissione medico-scientifica indipendente (Cmsi) ha cercato di comprendere il perché di questa inversione, non certo addebitabile a un allentamento delle precauzioni individuali, e l’ipotesi ritenuta più plausibile è che sia dovuta a un deterioramento del sistema immunitario. Un deterioramento che «andrebbe incluso tra gli effetti avversi molto gravi di queste vaccinazioni ripetute», fa notare da anni la Cmsi.
Pure in Italia, secondo i dati dell’Iss, ad esempio con 3 dosi i vaccinati tra 40 e 59 anni si infettarono rapidamente di più, fino a superare le infezioni dei non vaccinati entro aprile 2022, e arrivare alla prima settimana del 2023 a +70% di casi positivi rispetto ai non vaccinati. Quindi, già a gennaio-marzo 2022 era chiaro che i vaccini non riducevano affatto la trasmissione, anzi. Dopo poche settimane dall’ultima dose trasmettevano l’infezione più dei non vaccinati. Altro che vaccinazione che riduce un po’ la trasmissione del virus, come ha dichiarato in audizione l’ex dg dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini.
Quindi, come si fa a proporre oggi ancora la narrazione che «i vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario»? Non solo. Nell’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta di Eugenio Serravalle, presidente dell’Associazione di studi e informazioni sulla salute, il medico ha evidenziato i danni provocati alla popolazione in età pediatrica con la vaccinazione Covid.
Eppure, i segnali non mancavano. Nell’analisi retrospettiva nazionale su dati individuali di tutti i bambini italiani (3,6 milioni) pubblicata su The Lancet e relativa all’efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da Sars-CoV-2 e il Covid-19 grave, con il monitoraggio dal 17 gennaio al 13 aprile 2022 si ammetteva che in fascia 5-11 anni i vaccini hanno efficacia pratica (Ve) inferiore rispetto ad altre età, e che la protezione dall’infezione scende al 38,7% tra 0 e 14 giorni dal completamento del ciclo primario, per calare al 21,2% «tra 43 e 84 giorni».
Serviva almeno a proteggere dal Covid grave? Niente affatto, si fermava al 41,1%. Invece, nel report esteso dell’Iss del 6 aprile 2022, i bambini tra 5-11 anni si infettavano il 21,6 % in più rispetto ai non vaccinati, non 21,2% in meno come si è fatto credere su Lancet. Se la vaccinazione Covid per i giovanissimi era inutile, mai abbastanza si parla degli eventi avversi che ha prodotto. Il dottor Serravalle ha citato diversi studi, ma soprattutto ha insistito sulla non attendibilità della farmacovigilanza passiva dell’Aifa che riporta una frequenza di segnalazioni più di 1.000 volte inferiore al sistema di monitoraggio v-safe gestito dai Cdc statunitensi.
«Serravalle ha spiegato che nelle persone in età pediatrica il rischio legato alla contrazione del virus era molto basso, ma nonostante ciò furono oggetto, dai 12 anni in su, della campagna vaccinale di massa impostata dall’allora governo», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, ricordando che «attraverso il super green pass fu impedito a ragazzi molto giovani, “colpevoli” di non essere vaccinati, di poter svolgere attività sportive […] questa politica sproporzionata rispetto al beneficio atteso fu estremamente grave».
Intanto, il gup di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per l’ex numero due dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ed ex direttore generale del ministero della Salute Ranieri Guerra, per l’allora direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giuseppe Ruocco e per la dirigente del ministero della Salute Maria Grazia Pompa. La decisione riguarda lo stralcio delle indagini, trasmesse dai pm di Bergamo e Brescia per competenza territoriale nella capitale, relative al piano pandemico e alla gestione dell’emergenza Covid.
Continua a leggereRiduci