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2018-06-08
I giudici minacciano polizze da 24 miliardi. Guida alle 1.000 unit linked che rendono di più
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A metà maggio la corte di Cassazione se ne è uscita con una sentenza shock. Le polizze vita di natura finanziaria non possono considerarsi tali se non è possibile garantire il capitale investito. Diversamente, vanno considerate come normali strumenti di investimento. Una sentenza che, se dovesse fare scuola, potrebbe ribaltare un intero mercato.
Le polizze unit linked, prodotti che in primis hanno arricchito gli intermediari grazie alle succulente commissioni che potevano garantire, in quanto prodotti assicurativi sono esenti da tasse di successione, impignorabili e insequestrabili. Un vantaggio non da poco se pensiamo che, per volere del governo Renzi, dal primo luglio 2014 la maggior parte dei prodotti da investimento (a eccezione dei titoli di Stato e dei buoni postali) deve sottostare a un prelievo fiscale che va dal 20 al 26%. Il problema è che questi prodotti ibridi, assicurativi e finanziari insieme, non sono mai andati a genio ai giudici che in diversi casi hanno emesso sentenze sfavorevoli. Fatto sta che questi strumenti rappresentano a oggi la punta di diamante del risparmio assicurativo italiano e i prodotti disponibili sul mercato sono moltissimi.
Il primo passo da compiere dunque è capire se questi prodotti funzionano o no. La Verità lo ha chiesto a Moneymate, tra i maggiori data provider a livello internazionale in ambito finanziario, che ha analizzato 1.000 polizze unit linked disponibili in Italia (i dati sono aggiornati al 30 aprile 2018).
Le variabili in gioco sono davvero molte per analizzare una polizza unit linked. Da un lato ci sono i costi, dall'altro il grado di rischio che si è disposti a sopportare. Nel primo caso, i costi da tenere sott'occhio sono tre. Il caricamento iniziale: alla sottoscrizione la compagnia trattiene una percentuale che può arrivare fino al 10% della somma investita. La commissione di gestione del fondo unit linked, che si aggira tra l'1% e il 2% e viene detratta direttamente dal rendimento ed i costi dei fondi acquistati dal fondo unit (che variano tra lo 0,8 e il 2% annuo). Senza considerare le eventuali penali in caso di recesso anticipato.
Per questo Moneymate ha prima di tutto dato un voto ai prodotti presenti sul mercato italiano. Per aiutare gli investitori a scegliere il prodotto più adeguato alle esigenze di ognuno.
«Nei dati forniti», spiega Alessandro Felletti, ceo di Mm Italy, distributore ufficiale per l'Italia di Moneymate, «è presente il rating Moneymate che parte proprio dall'analisi del rischio. Il nostro rating (un valore da 1 a 7 dove 1 è rischio basso e 7 rischio altissimo) viene calcolato sull'oscillazione del valore della polizza. Più questa ha oscillazioni accentuate nel tempo (a differenza del rating Esma, l'analisi è aggiornata trimestralmente e dunque tiene conto delle reali condizioni del mercato), più il rischio è alto. Ma ciò non deve essere per forza un male. Si possono trovare polizze ad alto rischio, perché con una forte componente speculativa, ma che rendono molto bene grazie a un'ottima gestione».
I settori presi in esame dall'indagine sono 20. Il primo dubbio da fugare è: chi ha investito una parte del proprio capitale per un periodo lungo (dieci anni) e dunque assorbendo le oscillazioni del mercato, che rendimenti ha ottenuto? Le polizze unit linked che hanno investito sull'azionario americano sono quelle che di gran lunga hanno fatto felici i risparmiatori. Chi ha investito un gruzzolo nell'aprile del 2008, oggi avrebbe ottenuto un rendimento medio del 93,97% (il 67,89% a cinque anni).
In seconda posizione, ma distaccate di molte lunghezze, troviamo i prodotti che hanno puntato sull'azionario specializzato (telecomunicazioni, media, banche eccetera). In media queste polizze in dieci anni hanno reso il 44,07% (40,57% in cinque anni), seguita a poca distanza dai prodotti che hanno investito nell'azionario globale (43,06% in dieci anni) e nell'azionario dei Paesi con uno sbocco sull'Oceano Pacifico. In questo caso il rendimento è stato del 39,71% in 120 mesi (37,67% in 60 mesi).
Ma non tutti di investimenti hanno ottenuto buoni risultati. Per riuscire a trovare rendimenti scarsi in rapporto al periodo di investimento bisogna dare uno sguardo alle polizze che investono nella liquidità dell'area euro o nell'obbligazionario puro.
Nel primo caso il rendimento medio in dieci anni è stato del 6,2% (il peggiore di tutti i settori analizzati, in cinque anni questi strumenti hanno perso il 2,2%), nel secondo (titoli di Stato governativi internazionali) il risultato è stato, sempre in dieci anni, del 7,31% (-3,64% in cinque anni). Si tratta, dunque, di prodotti che in media, soprattutto se il capitale non viene toccato per un lungo periodo, possono dare soddisfazioni agli investitori.
Certo, non tutti i prodotti sono uguali. Su quasi 3.000 polizze unit linked, la medaglia d'oro va al Zurich life assurance long bond eur. Chi lo ha scelto in dieci anni ha visto il capitale crescere del 98,54% (34,95% in cinque anni). Valori simili per il Fondiaria Sai A Fonsailink azionario eur. In questo caso il rendimento è stato del 95,79% (55,34% in 60 mesi). La medaglia di bronzo va al Creditras vita North America equity che, nel periodo di riferimento, ha offerto una crescita del 95,64% (57,46% in cinque anni).
Attenzione, però, ci sono anche prodotti che hanno tolto il sonno agli investitori. Chi, per esempio, ha scelto un prodotto di Assicuratrice italiana (dal 2012 fusa in Allianz) Vita gpa in dieci anni ha perso il 55,41% (circa la metà in cinque anni). Lo stesso vale per L.A vita centrovita fondo conv eur (gruppo Intesa Sanpaolo) che in 120 mesi ha perso il 45,80% (il 44,34% in 60 mesi).
Appare chiaro, dunque, che nel caso delle polizze unit linked le insidie non manchino. Non si tratta di prodotti semplici e spesso il loro funzionamento può non essere dei più chiari per un risparmiatore alle prime armi. Chi vuole avventurarsi in questo genere di investimenti dovrebbe quindi affidarsi a un consulente che sappia consigliare un prodotto ad hoc per le esigenze del cliente. Del resto, come si può capire dall'indagine di Moneymate, qui si scherza col fuoco. I prodotti sono moltissimi e sceglierne uno piuttosto che un altro può significare guadagnare molto o perdere gran parte di quanto investito. Anche il rendimento medio di tutto è il comparto è stato del 30% in 10 anni.
INFOGRAFICA
«Il rating di MoneyMate sintetizza il livello di rischio ogni tre mesi»

Alessandro Felletti è l'ad di MM Italy, il distributore ufficiale per l'Italia di MoneyMate, una delle maggiori piattaforme che raccolgono dati sul settore delle polizze unit linked. Per orientare gli investitori, l'azienda ha messo a punto un rating.
Come funziona e a cosa serve il vostro rating?
«In ottica MiFID2 il consulente con il nostro rating è in grado di spiegare al cliente se la polizza unit linked che ha scelto è in linea con il suo profilo di rischio. La nostra valutazione segue le stesse direttive dei giudizi Esma, l'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, solo che i nostri voti vengono aggiornati ogni tre mesi e non una volta l'anno. Questa è la nostra particolarità, perché spesso il cliente non è a conoscenza di quello che c'è all'interno della polizza e capire se il profilo di rischio è adeguato o no spesso può essere difficile. A volte può accadere che il cliente poco consapevole possa sottoscrivere una polizza fuori dal suo profilo di rischio Mifid2 e questo chiaramente non va bene. Il nostro rating, così come quello Esma, non tiene in considerazione se la polizza investe in azioni, obbligazioni o altro, ma analizza il profilo di rischio a cui quella polizza appartiene. Noi analizziamo l'andamento del prodotto in 5 anni e cerchiamo di capire l'efficienza della gestione nel tempo. Quanto, in poche parole, il team di gestione che sta dietro a una determinata polizza è bravo a reagire ai momenti di volatilità»
Chi vuole sottoscrivere una polizza che variabili deve tenere d'occhio?
«Sicuramente bisogna capire in che strumenti investe una polizza e quali rendimenti ha avuto fino ad ora. Se i risultati sono molto alti, allora significa che lo stile di investimento che c'è sotto, sarà sicuramente più aggressivo. Se invece i rendimenti sono più bassi, allora lo stile sarà più conservativo. Non c'è il risultato migliore, ma quello più adatto ad ogni cliente».
Le unit linked sono strumenti di solito costosi, come capire se sto pagando il giusto?
«Il modo migliore è sempre quello di confrontare prodotti simili di società diverse. Certo, si dovrebbe leggere la documentazione fornita con ogni fondi, ma nella realtà la le carte fornite non sono mai semplici da capire».
Secondo lei, la Cassazione ha ragione sulle polizze ramo III?
«La Corte ha ragione perchè le polizze unit linked sono strumenti finanziari al pari dei fondi di investimento. Quello che fa la differenza è l'imposizione fiscale che ne ha determinato il successo sul mercato italiano. La fiscalità è molto diversa rispetto ad altri investimenti presenti nel nostro Paese. Se l'imposizione fiscale fosse la stessa di altri investimenti, il valore della consulenza finanziaria emergerebbe molto di più. Si potrebbero vedere le differenze tra gli investimenti gestiti dalle società di assicurazione e quelli proposti dai consulenti. Il problema è che le società di assicurazione non ne sarebbero felici perché ne venderebbero meno. Quello che è certo è che, ad oggi, non c'è un vero confronto di mercato reale su questi prodotti perché godono di una tassazione migliore di altri investimenti. Se l'imposizione fosse uguale per tutti, per l'investitore finale sarebbe meglio perché più tutelato».
Gianluca Baldini
«È meglio tornare al ramo vita»

La Cassazione ha stabilito che le polizze vita si possono considerare tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito, rischia di portare una vera e propria rivoluzione nel settore.
Infatti le unit linked (o polizze di ramo III), che non garantiscono un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari, da ora in poi potrebbero essere considerate, e tassate, come investimenti (con un prelievo che andrà dal 20 al 26%). Fino alla pronuncia della Corte, invece, non erano sottoposte alle imposte di successione ed erano impignorabili e insequestrabili.
Abbiamo chiesto a Claudio Demozzi, presidente nazionale del sindacato degli agenti di assicurazione, che cosa succederà e che cosa cambierà per i cittadini.
Come si devono comportare agenti e broker in qualità di consulenti?
«Prima di tutto rispettando l'obbligo, sancito dal Codice delle assicurazioni e ribadito, anzi rinforzato, dal decreto di recepimento in Italia della Idd, la direttiva europea sulla distribuzione assicurativa (nel testo che conosciamo e che auspichiamo sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale al più presto), di comportarsi con trasparenza, correttezza, imparzialità e professionalità nei confronti dei clienti, cioè illustrando adeguatamente tutte le caratteristiche del prodotto e consigliando o sconsigliandone la sottoscrizione sulla base delle sue specifiche esigenze. In taluni casi l'agente assicurativo è tenuto a informare il cliente sulla inadeguatezza del contratto che sta sottoscrivendo, arrivando fino a sconsigliarne l'acquisto se ciò ne pregiudicherebbe l'interesse. L'agente deve agire infatti nel migliore interesse dei suoi clienti e questo rappresenta una garanzia aggiuntiva per il consumatore, rispetto ad altri canali distributivi che non ci mettono la faccia».
Fra pochi mesi entrerà in vigore l'Idd anche in Italia? Voi che approccio terrete nei confronti delle unit linked?
«La Idd entrerà in vigore a ottobre. Stiamo attendendo con ansia la pubblicazione del decreto legislativo, che dovrebbe recepire numerose istanze avanzate dal sindacato nazionale agenti di assicurazione (Sna), associazione che rappresenta la quasi totalità degli agenti italiani iscritti a una rappresentanza sindacale (oltre il 90%, ndr). Secondo noi le polizze vita dovrebbero sempre garantire almeno i capitali versati e consolidare i risultati di anno in anno realizzati. Le unit linked sono prodotti che spostano il rischio dalle compagnie alle spalle dei clienti e in questo senso definirle polizze assicurative appare davvero una forzatura. Tuttavia, gli agenti intermediano rilevanti quote di mercato anche in questo ambito, per cui sarà necessario un chiarimento definitivo su questo fronte, innanzitutto con le compagnie, poi con le autorità del settore».
Sempre alla luce della sentenza, ritiene che sia uno strumento che possa essere maneggiato da un assicuratore o da un promotore finanziario?
«Un assicuratore detiene certamente le conoscenze necessarie e adeguate per il collocamento di questo tipo di prodotto; l'esame per accedere all'attività di agente professionista di assicurazione è estremamente impegnativo e per superarlo è necessario dimostrare una conoscenza approfondita dell'intera materia. In ogni caso la questione è principalmente di politica assicurativa del nostro Paese. Il ministero competente dovrà valutare se questo tipo di investimento vada affidato ancora alle imprese assicuratrici o se sia più adeguato un diverso collocamento. Lo spazio riservato agli agenti, conseguentemente, dipenderà da tali scelte, ripeto principalmente politiche».
Si aspetta novità di legge che impattino sul comparto delle unit linked nei prossimi mesi? Se non sono più polizze, il gettito per lo Stato sarà rilevante e di questi tempi di manovre risicate….
«Come ho appena detto, la scelta è soprattutto una scelta di politica assicurativa, affidata al ministero competente. Per quanto ci riguarda siamo in contatto con i vertici istituzionali e con numerosi parlamentari, con i quali stiamo già scambiandoci opinioni e considerazioni al riguardo. Certo le compagnie potrebbero attrezzarsi meglio per ridare fiato alle gestioni separate, cioè alle polizze vita di investimento garantite, che mettono al sicuro il cliente dai rischi finanziari e che hanno fatto la storia del ramo vita in Italia negli ultimi decenni. Anche su questo fronte Sna è attivo, nell'interesse dei consumatori e degli agenti professionisti che rappresentano il punto di contatto tra essi e l'industria assicurativa».
Claudio Antonelli
Così le Entrate vanno in confusione sulle assicurazioni unit linked
Le polizze unit linked rimangono un rompicapo per l'Agenzia delle entrate. La confusione dell'ente guidato da Ernesto Maria Ruffini nasce dalla stessa natura della polizza. Le unit linked sono infatti strumenti assicurativi ibridi, in cui è presente sia la componente previdenziale sia quella finanziaria. Secondo diverse sentenze della Cassazione, invece, le unit linked devono essere considerate esclusivamente come uno strumento finanziario, in quanto non prevedono la restituzione del patrimonio investito.
Se dunque questa visione fosse adottata in toto dall'Agenzia delle entrate i vantaggi fiscali per le unit linked terminerebbero. Non si avrebbero più, dunque, né l'esclusione dall'imposta di successione né dall'impignorabilità. Molto spesso infatti si decideva di creare una polizza unit linked come scudo fiscale contro l'Agenzia delle entrate e per evitare che il capitale venisse pignorato. C'è però da dire che dal 2016 il fisco ha iniziato a prestare particolare attenzione a questo tipo di polizze, soprattutto in fase di controllo della voluntary disclosure (la collaborazione volontaria che permette ai contribuenti di regolarizzare la propria posizione). Durante questi controlli, però, l'Agenzia delle entrate ha preso decisioni diverse caso per caso. Alcune volte ha infatti considerato le unit linked come strumenti previdenziali, altre, invece, come strumenti prettamente finanziari. Questo perché in alcune polizze poteva prevalere l'aspetto previdenziale e in altre quello finanziario. Sempre nel 2016, l'ente di Ruffini ha pubblicato la circolare numero 8/E dove però non ha trovato una soluzione alla classificazione. Ha così lasciato spazio a entrambe le interpretazioni. Si possono dunque considerare le polizze unit linked sia strumenti previdenziali sia finanziari.
C'è però da dire che questa difficoltà dell'Agenzia delle entrate è tipica degli strumenti giuridici di origine anglosassone che vengo applicati nel nostro ordinamento. Il problema sta nel cercare di adattare uno strumento flessibile e dinamico, come le unit linked, all'ordinamento italiano che per sua natura è molto più rigido e meno malleabile rispetto a quello inglese. Quello che dunque si deve considerare, quando si decide di stipulare una polizza unit linked, è che in caso di controllo da parte dell'Agenzia delle entrate ci può essere la possibilità che venga considerata uno strumento finanziario. Questo significa dunque che non si avranno più i vantaggi fiscali di una classica polizza sulla vita.
Giorgia Pacione Di Bello
La Corte contesta i vantaggi ereditari e fiscali
Le unit linked sono strumenti finanziari e non polizze vita. Questo quanto deciso dalla Corte di Cassazione con la sentenza numero 10333 del 2018 pubblicata a fine aprile. Secondo la Cassazione dunque le polizze vita sono considerate tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito. Nel caso in cui questa opzione non dovesse sussistere non si deve parlare di polizze vita ma di contratti di investimento. Le polizze vita garantiscono, infatti, un rendimento minimo e il consolidamento dei risultati. Questo è possibile dato che investono in obbligazioni o in asset a bassa volatilità. Le unit linked (o polizze di ramo III) non garantiscono, invece, un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari.
La Cassazione, richiamando la sentenza numero 6061 del 2012, ha ribadito come nelle polizze assicurative sulla vita il rischio ricade sull'assicuratore e non sul soggetto che decide di stipulare la polizza. Inoltre, se l'assicuratore dovesse decidere di proporre al cliente una polizza unit linked, senza avvisarlo in merito alla natura del prodotto, ai rischi che può correre e alle implicazione che ne derivano, il contratto può essere stracciato. In questo caso l'assicuratore, stabilisce la Cassazione, dovrà restituire il capitale versato dal cliente e risarcirlo nei danni.
Se si dovessero dunque considerare le unit linked come strumenti finanziari e non polizze vita, tutte le agevolazioni fiscali legati al prodotto decadrebbero. Uno dei vantaggi che ha sempre caratterizzato questo tipo di polizze è stata infatti l'impignorabilità e l'insequestrabilità delle somme versate. Oltre all'esenzione dalle imposte di successione e dai classici prelievi legati al capital gain. L'assicuratore o la società intermediari nell'attivare le unit linked aveva inoltre il vantaggio di non correre nessun tipo di rischio finanziario dato che il tutto ricadeva sull'assicurato. Non era inoltre previsto (anche se inquadrate come polizze) la restituzione del capitale versato o di un rendimento minimo. Questo ha fatto sì che nel tempo le unit linked venissero sempre più apprezzate nel mondo assicurativo. A testimoniarlo sono gli stessi dati. Nel 2016 i premi raccolti tramite le unit linked sono cresciti del 33% rispetto agli anni passati. Di contro le polizze tradizionali hanno subito un calo del 18%.
Ma è proprio la mancata restituzione del capitale che ha spinto più volta la Cassazione ha considerare le unit linked come uno strumento finanziario ben differente dalle polizze. La sentenza della Cassazione porta però con sé un'altra conseguenza importante. Se le polizze di ramo III dovessero essere, effettivamente, inquadrate come investimenti finanziari, tutti i contratti stipulati fino a ora (un mercato stimato sui 24 miliardi di euro) potrebbero essere messi in discussione. E non solo, i clienti potrebbero anche richiedere la restituzione di quanto investito.
Giorgia Pacione di Bello
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Sentenza in Cassazione rischia di togliere appeal a un pilastro del risparmio. Abbiamo analizzato alcuni dei prodotti disponibili.Per i magistrati gli strumenti non garantiscono rendimenti minimi e quindi sono investimenti finanziari.Con il rating MoneyMate i criteri per valutare i rischi dei prodotti. L'ad Alessandro Felletti: «Statistiche aggiornati ogni tre mesi». Claudio Demozzi, presidente del sindacato degli agenti: «Lo Stato deve decidere se potremo ancora trattare questi prodotti. Dobbiamo ridare vita alle gestioni separate e a strumenti con investimento garantito». Finanziari o previdenziali? L'Agenzia in difficoltà con i nuovi strumenti. Lo speciale contiene cinque articoli A metà maggio la corte di Cassazione se ne è uscita con una sentenza shock. Le polizze vita di natura finanziaria non possono considerarsi tali se non è possibile garantire il capitale investito. Diversamente, vanno considerate come normali strumenti di investimento. Una sentenza che, se dovesse fare scuola, potrebbe ribaltare un intero mercato. Le polizze unit linked, prodotti che in primis hanno arricchito gli intermediari grazie alle succulente commissioni che potevano garantire, in quanto prodotti assicurativi sono esenti da tasse di successione, impignorabili e insequestrabili. Un vantaggio non da poco se pensiamo che, per volere del governo Renzi, dal primo luglio 2014 la maggior parte dei prodotti da investimento (a eccezione dei titoli di Stato e dei buoni postali) deve sottostare a un prelievo fiscale che va dal 20 al 26%. Il problema è che questi prodotti ibridi, assicurativi e finanziari insieme, non sono mai andati a genio ai giudici che in diversi casi hanno emesso sentenze sfavorevoli. Fatto sta che questi strumenti rappresentano a oggi la punta di diamante del risparmio assicurativo italiano e i prodotti disponibili sul mercato sono moltissimi. Il primo passo da compiere dunque è capire se questi prodotti funzionano o no. La Verità lo ha chiesto a Moneymate, tra i maggiori data provider a livello internazionale in ambito finanziario, che ha analizzato 1.000 polizze unit linked disponibili in Italia (i dati sono aggiornati al 30 aprile 2018). Le variabili in gioco sono davvero molte per analizzare una polizza unit linked. Da un lato ci sono i costi, dall'altro il grado di rischio che si è disposti a sopportare. Nel primo caso, i costi da tenere sott'occhio sono tre. Il caricamento iniziale: alla sottoscrizione la compagnia trattiene una percentuale che può arrivare fino al 10% della somma investita. La commissione di gestione del fondo unit linked, che si aggira tra l'1% e il 2% e viene detratta direttamente dal rendimento ed i costi dei fondi acquistati dal fondo unit (che variano tra lo 0,8 e il 2% annuo). Senza considerare le eventuali penali in caso di recesso anticipato. Per questo Moneymate ha prima di tutto dato un voto ai prodotti presenti sul mercato italiano. Per aiutare gli investitori a scegliere il prodotto più adeguato alle esigenze di ognuno. «Nei dati forniti», spiega Alessandro Felletti, ceo di Mm Italy, distributore ufficiale per l'Italia di Moneymate, «è presente il rating Moneymate che parte proprio dall'analisi del rischio. Il nostro rating (un valore da 1 a 7 dove 1 è rischio basso e 7 rischio altissimo) viene calcolato sull'oscillazione del valore della polizza. Più questa ha oscillazioni accentuate nel tempo (a differenza del rating Esma, l'analisi è aggiornata trimestralmente e dunque tiene conto delle reali condizioni del mercato), più il rischio è alto. Ma ciò non deve essere per forza un male. Si possono trovare polizze ad alto rischio, perché con una forte componente speculativa, ma che rendono molto bene grazie a un'ottima gestione». I settori presi in esame dall'indagine sono 20. Il primo dubbio da fugare è: chi ha investito una parte del proprio capitale per un periodo lungo (dieci anni) e dunque assorbendo le oscillazioni del mercato, che rendimenti ha ottenuto? Le polizze unit linked che hanno investito sull'azionario americano sono quelle che di gran lunga hanno fatto felici i risparmiatori. Chi ha investito un gruzzolo nell'aprile del 2008, oggi avrebbe ottenuto un rendimento medio del 93,97% (il 67,89% a cinque anni). In seconda posizione, ma distaccate di molte lunghezze, troviamo i prodotti che hanno puntato sull'azionario specializzato (telecomunicazioni, media, banche eccetera). In media queste polizze in dieci anni hanno reso il 44,07% (40,57% in cinque anni), seguita a poca distanza dai prodotti che hanno investito nell'azionario globale (43,06% in dieci anni) e nell'azionario dei Paesi con uno sbocco sull'Oceano Pacifico. In questo caso il rendimento è stato del 39,71% in 120 mesi (37,67% in 60 mesi). Ma non tutti di investimenti hanno ottenuto buoni risultati. Per riuscire a trovare rendimenti scarsi in rapporto al periodo di investimento bisogna dare uno sguardo alle polizze che investono nella liquidità dell'area euro o nell'obbligazionario puro. Nel primo caso il rendimento medio in dieci anni è stato del 6,2% (il peggiore di tutti i settori analizzati, in cinque anni questi strumenti hanno perso il 2,2%), nel secondo (titoli di Stato governativi internazionali) il risultato è stato, sempre in dieci anni, del 7,31% (-3,64% in cinque anni). Si tratta, dunque, di prodotti che in media, soprattutto se il capitale non viene toccato per un lungo periodo, possono dare soddisfazioni agli investitori. Certo, non tutti i prodotti sono uguali. Su quasi 3.000 polizze unit linked, la medaglia d'oro va al Zurich life assurance long bond eur. Chi lo ha scelto in dieci anni ha visto il capitale crescere del 98,54% (34,95% in cinque anni). Valori simili per il Fondiaria Sai A Fonsailink azionario eur. In questo caso il rendimento è stato del 95,79% (55,34% in 60 mesi). La medaglia di bronzo va al Creditras vita North America equity che, nel periodo di riferimento, ha offerto una crescita del 95,64% (57,46% in cinque anni). Attenzione, però, ci sono anche prodotti che hanno tolto il sonno agli investitori. Chi, per esempio, ha scelto un prodotto di Assicuratrice italiana (dal 2012 fusa in Allianz) Vita gpa in dieci anni ha perso il 55,41% (circa la metà in cinque anni). Lo stesso vale per L.A vita centrovita fondo conv eur (gruppo Intesa Sanpaolo) che in 120 mesi ha perso il 45,80% (il 44,34% in 60 mesi). Appare chiaro, dunque, che nel caso delle polizze unit linked le insidie non manchino. Non si tratta di prodotti semplici e spesso il loro funzionamento può non essere dei più chiari per un risparmiatore alle prime armi. Chi vuole avventurarsi in questo genere di investimenti dovrebbe quindi affidarsi a un consulente che sappia consigliare un prodotto ad hoc per le esigenze del cliente. Del resto, come si può capire dall'indagine di Moneymate, qui si scherza col fuoco. I prodotti sono moltissimi e sceglierne uno piuttosto che un altro può significare guadagnare molto o perdere gran parte di quanto investito. Anche il rendimento medio di tutto è il comparto è stato del 30% in 10 anni. 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Per orientare gli investitori, l'azienda ha messo a punto un rating.Come funziona e a cosa serve il vostro rating?«In ottica MiFID2 il consulente con il nostro rating è in grado di spiegare al cliente se la polizza unit linked che ha scelto è in linea con il suo profilo di rischio. La nostra valutazione segue le stesse direttive dei giudizi Esma, l'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, solo che i nostri voti vengono aggiornati ogni tre mesi e non una volta l'anno. Questa è la nostra particolarità, perché spesso il cliente non è a conoscenza di quello che c'è all'interno della polizza e capire se il profilo di rischio è adeguato o no spesso può essere difficile. A volte può accadere che il cliente poco consapevole possa sottoscrivere una polizza fuori dal suo profilo di rischio Mifid2 e questo chiaramente non va bene. Il nostro rating, così come quello Esma, non tiene in considerazione se la polizza investe in azioni, obbligazioni o altro, ma analizza il profilo di rischio a cui quella polizza appartiene. Noi analizziamo l'andamento del prodotto in 5 anni e cerchiamo di capire l'efficienza della gestione nel tempo. Quanto, in poche parole, il team di gestione che sta dietro a una determinata polizza è bravo a reagire ai momenti di volatilità»Chi vuole sottoscrivere una polizza che variabili deve tenere d'occhio?«Sicuramente bisogna capire in che strumenti investe una polizza e quali rendimenti ha avuto fino ad ora. Se i risultati sono molto alti, allora significa che lo stile di investimento che c'è sotto, sarà sicuramente più aggressivo. Se invece i rendimenti sono più bassi, allora lo stile sarà più conservativo. Non c'è il risultato migliore, ma quello più adatto ad ogni cliente». Le unit linked sono strumenti di solito costosi, come capire se sto pagando il giusto?«Il modo migliore è sempre quello di confrontare prodotti simili di società diverse. Certo, si dovrebbe leggere la documentazione fornita con ogni fondi, ma nella realtà la le carte fornite non sono mai semplici da capire». Secondo lei, la Cassazione ha ragione sulle polizze ramo III?«La Corte ha ragione perchè le polizze unit linked sono strumenti finanziari al pari dei fondi di investimento. Quello che fa la differenza è l'imposizione fiscale che ne ha determinato il successo sul mercato italiano. La fiscalità è molto diversa rispetto ad altri investimenti presenti nel nostro Paese. Se l'imposizione fiscale fosse la stessa di altri investimenti, il valore della consulenza finanziaria emergerebbe molto di più. Si potrebbero vedere le differenze tra gli investimenti gestiti dalle società di assicurazione e quelli proposti dai consulenti. Il problema è che le società di assicurazione non ne sarebbero felici perché ne venderebbero meno. Quello che è certo è che, ad oggi, non c'è un vero confronto di mercato reale su questi prodotti perché godono di una tassazione migliore di altri investimenti. 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Infatti le unit linked (o polizze di ramo III), che non garantiscono un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari, da ora in poi potrebbero essere considerate, e tassate, come investimenti (con un prelievo che andrà dal 20 al 26%). Fino alla pronuncia della Corte, invece, non erano sottoposte alle imposte di successione ed erano impignorabili e insequestrabili. Abbiamo chiesto a Claudio Demozzi, presidente nazionale del sindacato degli agenti di assicurazione, che cosa succederà e che cosa cambierà per i cittadini. Come si devono comportare agenti e broker in qualità di consulenti? «Prima di tutto rispettando l'obbligo, sancito dal Codice delle assicurazioni e ribadito, anzi rinforzato, dal decreto di recepimento in Italia della Idd, la direttiva europea sulla distribuzione assicurativa (nel testo che conosciamo e che auspichiamo sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale al più presto), di comportarsi con trasparenza, correttezza, imparzialità e professionalità nei confronti dei clienti, cioè illustrando adeguatamente tutte le caratteristiche del prodotto e consigliando o sconsigliandone la sottoscrizione sulla base delle sue specifiche esigenze. In taluni casi l'agente assicurativo è tenuto a informare il cliente sulla inadeguatezza del contratto che sta sottoscrivendo, arrivando fino a sconsigliarne l'acquisto se ciò ne pregiudicherebbe l'interesse. L'agente deve agire infatti nel migliore interesse dei suoi clienti e questo rappresenta una garanzia aggiuntiva per il consumatore, rispetto ad altri canali distributivi che non ci mettono la faccia». Fra pochi mesi entrerà in vigore l'Idd anche in Italia? Voi che approccio terrete nei confronti delle unit linked? «La Idd entrerà in vigore a ottobre. Stiamo attendendo con ansia la pubblicazione del decreto legislativo, che dovrebbe recepire numerose istanze avanzate dal sindacato nazionale agenti di assicurazione (Sna), associazione che rappresenta la quasi totalità degli agenti italiani iscritti a una rappresentanza sindacale (oltre il 90%, ndr). Secondo noi le polizze vita dovrebbero sempre garantire almeno i capitali versati e consolidare i risultati di anno in anno realizzati. Le unit linked sono prodotti che spostano il rischio dalle compagnie alle spalle dei clienti e in questo senso definirle polizze assicurative appare davvero una forzatura. Tuttavia, gli agenti intermediano rilevanti quote di mercato anche in questo ambito, per cui sarà necessario un chiarimento definitivo su questo fronte, innanzitutto con le compagnie, poi con le autorità del settore». Sempre alla luce della sentenza, ritiene che sia uno strumento che possa essere maneggiato da un assicuratore o da un promotore finanziario? «Un assicuratore detiene certamente le conoscenze necessarie e adeguate per il collocamento di questo tipo di prodotto; l'esame per accedere all'attività di agente professionista di assicurazione è estremamente impegnativo e per superarlo è necessario dimostrare una conoscenza approfondita dell'intera materia. In ogni caso la questione è principalmente di politica assicurativa del nostro Paese. Il ministero competente dovrà valutare se questo tipo di investimento vada affidato ancora alle imprese assicuratrici o se sia più adeguato un diverso collocamento. Lo spazio riservato agli agenti, conseguentemente, dipenderà da tali scelte, ripeto principalmente politiche». Si aspetta novità di legge che impattino sul comparto delle unit linked nei prossimi mesi? Se non sono più polizze, il gettito per lo Stato sarà rilevante e di questi tempi di manovre risicate…. «Come ho appena detto, la scelta è soprattutto una scelta di politica assicurativa, affidata al ministero competente. Per quanto ci riguarda siamo in contatto con i vertici istituzionali e con numerosi parlamentari, con i quali stiamo già scambiandoci opinioni e considerazioni al riguardo. Certo le compagnie potrebbero attrezzarsi meglio per ridare fiato alle gestioni separate, cioè alle polizze vita di investimento garantite, che mettono al sicuro il cliente dai rischi finanziari e che hanno fatto la storia del ramo vita in Italia negli ultimi decenni. Anche su questo fronte Sna è attivo, nell'interesse dei consumatori e degli agenti professionisti che rappresentano il punto di contatto tra essi e l'industria assicurativa». Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-minacciano-polizze-da-24-miliardi-ecco-la-top-100-con-utili-fino-al-35-2576054775.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-le-entrate-vanno-in-confusione-sulle-assicurazioni-unit-linked" data-post-id="2576054775" data-published-at="1782369046" data-use-pagination="False"> Così le Entrate vanno in confusione sulle assicurazioni unit linked Le polizze unit linked rimangono un rompicapo per l'Agenzia delle entrate. La confusione dell'ente guidato da Ernesto Maria Ruffini nasce dalla stessa natura della polizza. Le unit linked sono infatti strumenti assicurativi ibridi, in cui è presente sia la componente previdenziale sia quella finanziaria. Secondo diverse sentenze della Cassazione, invece, le unit linked devono essere considerate esclusivamente come uno strumento finanziario, in quanto non prevedono la restituzione del patrimonio investito. Se dunque questa visione fosse adottata in toto dall'Agenzia delle entrate i vantaggi fiscali per le unit linked terminerebbero. Non si avrebbero più, dunque, né l'esclusione dall'imposta di successione né dall'impignorabilità. Molto spesso infatti si decideva di creare una polizza unit linked come scudo fiscale contro l'Agenzia delle entrate e per evitare che il capitale venisse pignorato. C'è però da dire che dal 2016 il fisco ha iniziato a prestare particolare attenzione a questo tipo di polizze, soprattutto in fase di controllo della voluntary disclosure (la collaborazione volontaria che permette ai contribuenti di regolarizzare la propria posizione). Durante questi controlli, però, l'Agenzia delle entrate ha preso decisioni diverse caso per caso. Alcune volte ha infatti considerato le unit linked come strumenti previdenziali, altre, invece, come strumenti prettamente finanziari. Questo perché in alcune polizze poteva prevalere l'aspetto previdenziale e in altre quello finanziario. Sempre nel 2016, l'ente di Ruffini ha pubblicato la circolare numero 8/E dove però non ha trovato una soluzione alla classificazione. Ha così lasciato spazio a entrambe le interpretazioni. Si possono dunque considerare le polizze unit linked sia strumenti previdenziali sia finanziari. C'è però da dire che questa difficoltà dell'Agenzia delle entrate è tipica degli strumenti giuridici di origine anglosassone che vengo applicati nel nostro ordinamento. Il problema sta nel cercare di adattare uno strumento flessibile e dinamico, come le unit linked, all'ordinamento italiano che per sua natura è molto più rigido e meno malleabile rispetto a quello inglese. Quello che dunque si deve considerare, quando si decide di stipulare una polizza unit linked, è che in caso di controllo da parte dell'Agenzia delle entrate ci può essere la possibilità che venga considerata uno strumento finanziario. Questo significa dunque che non si avranno più i vantaggi fiscali di una classica polizza sulla vita. Giorgia Pacione Di Bello <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-minacciano-polizze-da-24-miliardi-ecco-la-top-100-con-utili-fino-al-35-2576054775.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-corte-contesta-i-vantaggi-ereditari-e-fiscali" data-post-id="2576054775" data-published-at="1782369046" data-use-pagination="False"> La Corte contesta i vantaggi ereditari e fiscali Le unit linked sono strumenti finanziari e non polizze vita. Questo quanto deciso dalla Corte di Cassazione con la sentenza numero 10333 del 2018 pubblicata a fine aprile. Secondo la Cassazione dunque le polizze vita sono considerate tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito. Nel caso in cui questa opzione non dovesse sussistere non si deve parlare di polizze vita ma di contratti di investimento. Le polizze vita garantiscono, infatti, un rendimento minimo e il consolidamento dei risultati. Questo è possibile dato che investono in obbligazioni o in asset a bassa volatilità. Le unit linked (o polizze di ramo III) non garantiscono, invece, un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari. La Cassazione, richiamando la sentenza numero 6061 del 2012, ha ribadito come nelle polizze assicurative sulla vita il rischio ricade sull'assicuratore e non sul soggetto che decide di stipulare la polizza. Inoltre, se l'assicuratore dovesse decidere di proporre al cliente una polizza unit linked, senza avvisarlo in merito alla natura del prodotto, ai rischi che può correre e alle implicazione che ne derivano, il contratto può essere stracciato. In questo caso l'assicuratore, stabilisce la Cassazione, dovrà restituire il capitale versato dal cliente e risarcirlo nei danni. Se si dovessero dunque considerare le unit linked come strumenti finanziari e non polizze vita, tutte le agevolazioni fiscali legati al prodotto decadrebbero. Uno dei vantaggi che ha sempre caratterizzato questo tipo di polizze è stata infatti l'impignorabilità e l'insequestrabilità delle somme versate. Oltre all'esenzione dalle imposte di successione e dai classici prelievi legati al capital gain. L'assicuratore o la società intermediari nell'attivare le unit linked aveva inoltre il vantaggio di non correre nessun tipo di rischio finanziario dato che il tutto ricadeva sull'assicurato. Non era inoltre previsto (anche se inquadrate come polizze) la restituzione del capitale versato o di un rendimento minimo. Questo ha fatto sì che nel tempo le unit linked venissero sempre più apprezzate nel mondo assicurativo. A testimoniarlo sono gli stessi dati. Nel 2016 i premi raccolti tramite le unit linked sono cresciti del 33% rispetto agli anni passati. Di contro le polizze tradizionali hanno subito un calo del 18%. Ma è proprio la mancata restituzione del capitale che ha spinto più volta la Cassazione ha considerare le unit linked come uno strumento finanziario ben differente dalle polizze. La sentenza della Cassazione porta però con sé un'altra conseguenza importante. Se le polizze di ramo III dovessero essere, effettivamente, inquadrate come investimenti finanziari, tutti i contratti stipulati fino a ora (un mercato stimato sui 24 miliardi di euro) potrebbero essere messi in discussione. E non solo, i clienti potrebbero anche richiedere la restituzione di quanto investito. Giorgia Pacione di Bello
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 25 giugno con Carlo Cambi
Il segretario generale della Nato Mark Rutte (Ansa)
«Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Quindi si tratta di un numero enorme», ha dichiarato Rutte, riferendosi alle ripetute accuse mosse da Donald Trump all’Alleanza atlantica di non aver fatto abbastanza nel conflitto iraniano. «Se si guarda a tutta l’Europa, si parla di un numero compreso tra 4.000 e 5.000 missioni di volo», ha aggiunto.
Parole, quelle di Rutte, che, in Italia, hanno portato l’opposizione ad accusare Giorgia Meloni di essersi politicamente riallineata alla Casa Bianca. «Quello di Trump è solo un richiamo all’ordine per un governo che ha sempre detto sì: 500 aerei partiti dall’Italia per una guerra illegittima in Iran in cui Netanyahu ha trascinato Trump e che ha danneggiato pesantemente l’economia italiana», ha tuonato Giuseppe Conte, chiedendo che la Meloni riferisca in Parlamento. Su una linea simile si è collocato il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano. «Le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, esigono un immediato chiarimento dal governo».
«Il governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche», ha replicato il ministero della Difesa italiano in un comunicato. «Sorprende che il segretario della Nato, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati», ha proseguito. «Non ho problemi a riferire in Aula ciò che abbiamo scritto nel comunicato della Difesa», ha anche specificato Guido Crosetto. Evidentemente conscia delle fibrillazioni provocate, l’Alleanza atlantica, poco dopo, ha gettato acqua sul fuoco. «Il tipo di supporto a cui si riferiva il segretario generale Mark Rutte riguarda la logistica o l’assistenza tecnica», ha affermato un portavoce della Nato.
Insomma, il caso, in sé stesso, sembra chiuso. Vale tuttavia la pena di interrogarsi sul suo senso politico. Perché Rutte ha fatto quelle dichiarazioni? Per provare a dare una risposta, bisogna probabilmente guardare alla tempistica. Rutte ha parlato poco prima non solo del vertice E5 ma anche dell’incontro che egli stesso avrebbe tenuto ieri, alla Casa Bianca, con Trump. Un Trump che, negli ultimi mesi, è diventato sempre più critico della Nato, tacciandola di non aver fornito adeguata assistenza agli Stati Uniti nel conflitto contro l’Iran. Non a caso, di recente, il presidente americano è tornato a ipotizzare un addio di Washington all’Alleanza atlantica.
È quindi in questo contesto che Rutte è venuto a muoversi. Il segretario generale sta cercando di raffrenare il deterioramento delle relazioni transatlantiche. In tal senso, oltre ad aver dato il proprio endorsement all’operazione militare statunitense contro il regime khomeinista, sta tentando di convincere Trump che, alla fine dei conti, gli alleati europei si sarebbero mostrati più proattivi di quanto asserito dalla Casa Bianca. In quest’ottica, pur muovendosi magari un po’ goffamente ed esponendo Roma sul fronte della sicurezza, l’intento di Rutte era probabilmente quello di aiutare la Meloni a ricucire con il presidente americano, dopo le polemiche degli scorsi giorni. Al segretario generale non sfugge certo che, almeno fino ad aprile, l’inquilina di Palazzo Chigi era l’unica leader dell’Europa occidentale a godere di una sponda salda con Trump. In tal senso, Rutte spera oggi che una loro eventuale pacificazione possa aiutarlo nel suo intento di rimettere in sesto le relazioni transatlantiche, salvaguardando la Nato in vista del vertice di luglio ad Ankara.
Del resto, è vero che l’intervista a Fox News ha scatenato le opposizioni contro Palazzo Chigi. Ma è altrettanto vero che queste polemiche potrebbero rafforzare la posizione della Meloni agli occhi del presidente statunitense. A Washington ricordano bene il governo giallorosso e la sua linea apertamente filocinese: fu infatti la prima amministrazione Trump, tra il 2019 e il 2020, a mostrare irritazione nei confronti dell’esecutivo Conte II a causa del dossier Huawei. A questo si aggiunga che, intervistata da Maurizio Belpietro l’altro ieri al Giorno della Verità, la Meloni ha tenuto una posizione tutt’altro che ostile a Washington. «Non cambio idea su quanto sia importante mantenere solido il rapporto tra Stati Uniti ed Europa», ha detto, per poi sostenere, in linea con Trump, che l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare. Del resto, ieri, lo stesso ambasciatore statunitense a Roma, Tilman Fertitta, oltre a definire «eccellente» il lavoro della premier, ha dichiarato: «Posso confermare che abbiamo un accordo bilaterale con l’Italia da decenni, in base al quale ci sosteniamo a vicenda, e ho sempre visto entrambe le parti rispettare i propri impegni». Il sospetto allora è che Pd e Movimento 5 Stelle, storicamente vicini a Parigi e Pechino, temano una possibile ricucitura della Meloni con la Casa Bianca. Probabilmente è questa - e non l’eventuale coinvolgimento indiretto dell’Italia nel conflitto iraniano - la ragione della loro levata di scudi a seguito delle parole di Rutte.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (@Michele Silvestro)
Né americani, né italiani, come invece accadde nel marzo del 1999 quando a Palazzo Chigi governava Massimo D’Alema (e Sergio Mattarella era vicepremier). Francesco Cossiga, che quell’esecutivo tenne a battesimo, spiegò che la nomina di Baffino si era resa necessaria perché l’allora segretario dei Ds era l’unico uomo della sinistra capace di fare partecipare l’Italia all’operazione militare della Nato in Serbia. Dunque, la nostra aeronautica, senza che vi fosse un mandato parlamentare, bombardò un Paese sovrano con cui l’Italia aveva tutto sommato buone relazioni, per assecondare il volere di Bill Clinton, presidente a stelle e strisce ma soprattutto icona della sinistra.
Ecco, nonostante un simile precedente, cioè con un aggiramento delle Camere che avrebbe dovuto imporre per ragioni di decenza un minimo di cautela, ieri i compagni hanno deciso di usare le parole del segretario della Nato Mark Rutte per scagliarle contro il governo, accusato di aver concesso le basi italiane per le operazioni militari contro Teheran. Rutte, rispondendo a Donald Trump, ha negato che l’Europa non abbia aiutato gli Stati Uniti, aggiungendo che da diversi Paesi della Ue erano partiti migliaia di voli diretti in Iran e citando a questo proposito anche l’Italia. Da quel che si capisce, l’ex premier olandese nemmeno sa quel che dice, almeno per quanto riguarda le nostre basi. Infatti, non solo nessun caccia bombardiere diretto nel Golfo è decollato dall’Italia, ma le centinaia di voli di cui ha parlato il segretario Nato semplicemente non esistono. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha smentito ogni attività in conflitto con la Costituzione, che con l’articolo 11 ripudia la guerra (proprio quello che fu aggirato nel 1999), e a quanto pare si è detto disponibile a mostrare, inviandolo anche all’opposizione, l’elenco dei voli americani transitati dagli aeroporti italiani. Insomma, a differenza di 27 anni fa, nessuno ha fatto partecipare il nostro Paese a operazioni di guerra all’insaputa degli italiani. Fine della questione? Probabilmente sì, anche se la sinistra s’appiglia a ogni argomento pur di avere un po’ di visibilità.
E a proposito di questioni sollevate strumentalmente, da giorni si discute dei fondi Safe, ovvero di quei finanziamenti messi a disposizione dalla Ue per il cosiddetto Security action for Europe. Un piano per la difesa, sostenuto da soldi erogati da Bruxelles. Crosetto, si dice, li reclama per poter comprare missili e carri armati. Giancarlo Giorgetti, che da ministro dell’Economia bada a tenere stretto il portafogli, si racconta sia recalcitrante. In realtà, come ha spiegato bene martedì il titolare del Mef durante il «Giorno della Verità», la questione si riduce al tasso d’interesse e alle regole imposte a chi accetta i miliardi del Safe. Se sono convenienti per l’Italia si possono prendere, diversamente conviene finanziarsi sul mercato. «Ogni 15 giorni l’Italia emette nuovi titoli e c’è la fila a sottoscriverli anche da parte di Paesi che non lo hanno mai fatto», ha detto Giorgetti. Il senso è chiaro: non ci sono solo i fondi Safe, il nostro Paese può fare anche da sé, perché sui mercati finanziari ha riconquistato la credibilità e i 70 punti di spread lo dimostrano, allontanando il periodo in cui sfondarono quota 500.
Del resto, che sia una questione di interessi e di regole lo si capisce anche guardando l’esito dei fondi Pnrr. Sembravano regalati, ma quando pochi giorni fa si sono tirare le somme abbiamo avuto la prova non solo che sono a debito, ma che oltre al rimborso del capitale si deve pagare una quota aggiuntiva di alcuni miliardi. Senza contare che oltre ai tassi c’è la tassa Bruxelles da saldare, ovvero le regole che la Ue ogni volta prova a imporre per metterci il guinzaglio. Insomma, a differenza di ciò che ci si vuol far credere, Safe non sta per sicurezza, a meno che non si intenda che la fregatura è sicura.
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