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2018-06-08
I giudici minacciano polizze da 24 miliardi. Guida alle 1.000 unit linked che rendono di più
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A metà maggio la corte di Cassazione se ne è uscita con una sentenza shock. Le polizze vita di natura finanziaria non possono considerarsi tali se non è possibile garantire il capitale investito. Diversamente, vanno considerate come normali strumenti di investimento. Una sentenza che, se dovesse fare scuola, potrebbe ribaltare un intero mercato.
Le polizze unit linked, prodotti che in primis hanno arricchito gli intermediari grazie alle succulente commissioni che potevano garantire, in quanto prodotti assicurativi sono esenti da tasse di successione, impignorabili e insequestrabili. Un vantaggio non da poco se pensiamo che, per volere del governo Renzi, dal primo luglio 2014 la maggior parte dei prodotti da investimento (a eccezione dei titoli di Stato e dei buoni postali) deve sottostare a un prelievo fiscale che va dal 20 al 26%. Il problema è che questi prodotti ibridi, assicurativi e finanziari insieme, non sono mai andati a genio ai giudici che in diversi casi hanno emesso sentenze sfavorevoli. Fatto sta che questi strumenti rappresentano a oggi la punta di diamante del risparmio assicurativo italiano e i prodotti disponibili sul mercato sono moltissimi.
Il primo passo da compiere dunque è capire se questi prodotti funzionano o no. La Verità lo ha chiesto a Moneymate, tra i maggiori data provider a livello internazionale in ambito finanziario, che ha analizzato 1.000 polizze unit linked disponibili in Italia (i dati sono aggiornati al 30 aprile 2018).
Le variabili in gioco sono davvero molte per analizzare una polizza unit linked. Da un lato ci sono i costi, dall'altro il grado di rischio che si è disposti a sopportare. Nel primo caso, i costi da tenere sott'occhio sono tre. Il caricamento iniziale: alla sottoscrizione la compagnia trattiene una percentuale che può arrivare fino al 10% della somma investita. La commissione di gestione del fondo unit linked, che si aggira tra l'1% e il 2% e viene detratta direttamente dal rendimento ed i costi dei fondi acquistati dal fondo unit (che variano tra lo 0,8 e il 2% annuo). Senza considerare le eventuali penali in caso di recesso anticipato.
Per questo Moneymate ha prima di tutto dato un voto ai prodotti presenti sul mercato italiano. Per aiutare gli investitori a scegliere il prodotto più adeguato alle esigenze di ognuno.
«Nei dati forniti», spiega Alessandro Felletti, ceo di Mm Italy, distributore ufficiale per l'Italia di Moneymate, «è presente il rating Moneymate che parte proprio dall'analisi del rischio. Il nostro rating (un valore da 1 a 7 dove 1 è rischio basso e 7 rischio altissimo) viene calcolato sull'oscillazione del valore della polizza. Più questa ha oscillazioni accentuate nel tempo (a differenza del rating Esma, l'analisi è aggiornata trimestralmente e dunque tiene conto delle reali condizioni del mercato), più il rischio è alto. Ma ciò non deve essere per forza un male. Si possono trovare polizze ad alto rischio, perché con una forte componente speculativa, ma che rendono molto bene grazie a un'ottima gestione».
I settori presi in esame dall'indagine sono 20. Il primo dubbio da fugare è: chi ha investito una parte del proprio capitale per un periodo lungo (dieci anni) e dunque assorbendo le oscillazioni del mercato, che rendimenti ha ottenuto? Le polizze unit linked che hanno investito sull'azionario americano sono quelle che di gran lunga hanno fatto felici i risparmiatori. Chi ha investito un gruzzolo nell'aprile del 2008, oggi avrebbe ottenuto un rendimento medio del 93,97% (il 67,89% a cinque anni).
In seconda posizione, ma distaccate di molte lunghezze, troviamo i prodotti che hanno puntato sull'azionario specializzato (telecomunicazioni, media, banche eccetera). In media queste polizze in dieci anni hanno reso il 44,07% (40,57% in cinque anni), seguita a poca distanza dai prodotti che hanno investito nell'azionario globale (43,06% in dieci anni) e nell'azionario dei Paesi con uno sbocco sull'Oceano Pacifico. In questo caso il rendimento è stato del 39,71% in 120 mesi (37,67% in 60 mesi).
Ma non tutti di investimenti hanno ottenuto buoni risultati. Per riuscire a trovare rendimenti scarsi in rapporto al periodo di investimento bisogna dare uno sguardo alle polizze che investono nella liquidità dell'area euro o nell'obbligazionario puro.
Nel primo caso il rendimento medio in dieci anni è stato del 6,2% (il peggiore di tutti i settori analizzati, in cinque anni questi strumenti hanno perso il 2,2%), nel secondo (titoli di Stato governativi internazionali) il risultato è stato, sempre in dieci anni, del 7,31% (-3,64% in cinque anni). Si tratta, dunque, di prodotti che in media, soprattutto se il capitale non viene toccato per un lungo periodo, possono dare soddisfazioni agli investitori.
Certo, non tutti i prodotti sono uguali. Su quasi 3.000 polizze unit linked, la medaglia d'oro va al Zurich life assurance long bond eur. Chi lo ha scelto in dieci anni ha visto il capitale crescere del 98,54% (34,95% in cinque anni). Valori simili per il Fondiaria Sai A Fonsailink azionario eur. In questo caso il rendimento è stato del 95,79% (55,34% in 60 mesi). La medaglia di bronzo va al Creditras vita North America equity che, nel periodo di riferimento, ha offerto una crescita del 95,64% (57,46% in cinque anni).
Attenzione, però, ci sono anche prodotti che hanno tolto il sonno agli investitori. Chi, per esempio, ha scelto un prodotto di Assicuratrice italiana (dal 2012 fusa in Allianz) Vita gpa in dieci anni ha perso il 55,41% (circa la metà in cinque anni). Lo stesso vale per L.A vita centrovita fondo conv eur (gruppo Intesa Sanpaolo) che in 120 mesi ha perso il 45,80% (il 44,34% in 60 mesi).
Appare chiaro, dunque, che nel caso delle polizze unit linked le insidie non manchino. Non si tratta di prodotti semplici e spesso il loro funzionamento può non essere dei più chiari per un risparmiatore alle prime armi. Chi vuole avventurarsi in questo genere di investimenti dovrebbe quindi affidarsi a un consulente che sappia consigliare un prodotto ad hoc per le esigenze del cliente. Del resto, come si può capire dall'indagine di Moneymate, qui si scherza col fuoco. I prodotti sono moltissimi e sceglierne uno piuttosto che un altro può significare guadagnare molto o perdere gran parte di quanto investito. Anche il rendimento medio di tutto è il comparto è stato del 30% in 10 anni.
INFOGRAFICA
«Il rating di MoneyMate sintetizza il livello di rischio ogni tre mesi»

Alessandro Felletti è l'ad di MM Italy, il distributore ufficiale per l'Italia di MoneyMate, una delle maggiori piattaforme che raccolgono dati sul settore delle polizze unit linked. Per orientare gli investitori, l'azienda ha messo a punto un rating.
Come funziona e a cosa serve il vostro rating?
«In ottica MiFID2 il consulente con il nostro rating è in grado di spiegare al cliente se la polizza unit linked che ha scelto è in linea con il suo profilo di rischio. La nostra valutazione segue le stesse direttive dei giudizi Esma, l'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, solo che i nostri voti vengono aggiornati ogni tre mesi e non una volta l'anno. Questa è la nostra particolarità, perché spesso il cliente non è a conoscenza di quello che c'è all'interno della polizza e capire se il profilo di rischio è adeguato o no spesso può essere difficile. A volte può accadere che il cliente poco consapevole possa sottoscrivere una polizza fuori dal suo profilo di rischio Mifid2 e questo chiaramente non va bene. Il nostro rating, così come quello Esma, non tiene in considerazione se la polizza investe in azioni, obbligazioni o altro, ma analizza il profilo di rischio a cui quella polizza appartiene. Noi analizziamo l'andamento del prodotto in 5 anni e cerchiamo di capire l'efficienza della gestione nel tempo. Quanto, in poche parole, il team di gestione che sta dietro a una determinata polizza è bravo a reagire ai momenti di volatilità»
Chi vuole sottoscrivere una polizza che variabili deve tenere d'occhio?
«Sicuramente bisogna capire in che strumenti investe una polizza e quali rendimenti ha avuto fino ad ora. Se i risultati sono molto alti, allora significa che lo stile di investimento che c'è sotto, sarà sicuramente più aggressivo. Se invece i rendimenti sono più bassi, allora lo stile sarà più conservativo. Non c'è il risultato migliore, ma quello più adatto ad ogni cliente».
Le unit linked sono strumenti di solito costosi, come capire se sto pagando il giusto?
«Il modo migliore è sempre quello di confrontare prodotti simili di società diverse. Certo, si dovrebbe leggere la documentazione fornita con ogni fondi, ma nella realtà la le carte fornite non sono mai semplici da capire».
Secondo lei, la Cassazione ha ragione sulle polizze ramo III?
«La Corte ha ragione perchè le polizze unit linked sono strumenti finanziari al pari dei fondi di investimento. Quello che fa la differenza è l'imposizione fiscale che ne ha determinato il successo sul mercato italiano. La fiscalità è molto diversa rispetto ad altri investimenti presenti nel nostro Paese. Se l'imposizione fiscale fosse la stessa di altri investimenti, il valore della consulenza finanziaria emergerebbe molto di più. Si potrebbero vedere le differenze tra gli investimenti gestiti dalle società di assicurazione e quelli proposti dai consulenti. Il problema è che le società di assicurazione non ne sarebbero felici perché ne venderebbero meno. Quello che è certo è che, ad oggi, non c'è un vero confronto di mercato reale su questi prodotti perché godono di una tassazione migliore di altri investimenti. Se l'imposizione fosse uguale per tutti, per l'investitore finale sarebbe meglio perché più tutelato».
Gianluca Baldini
«È meglio tornare al ramo vita»

La Cassazione ha stabilito che le polizze vita si possono considerare tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito, rischia di portare una vera e propria rivoluzione nel settore.
Infatti le unit linked (o polizze di ramo III), che non garantiscono un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari, da ora in poi potrebbero essere considerate, e tassate, come investimenti (con un prelievo che andrà dal 20 al 26%). Fino alla pronuncia della Corte, invece, non erano sottoposte alle imposte di successione ed erano impignorabili e insequestrabili.
Abbiamo chiesto a Claudio Demozzi, presidente nazionale del sindacato degli agenti di assicurazione, che cosa succederà e che cosa cambierà per i cittadini.
Come si devono comportare agenti e broker in qualità di consulenti?
«Prima di tutto rispettando l'obbligo, sancito dal Codice delle assicurazioni e ribadito, anzi rinforzato, dal decreto di recepimento in Italia della Idd, la direttiva europea sulla distribuzione assicurativa (nel testo che conosciamo e che auspichiamo sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale al più presto), di comportarsi con trasparenza, correttezza, imparzialità e professionalità nei confronti dei clienti, cioè illustrando adeguatamente tutte le caratteristiche del prodotto e consigliando o sconsigliandone la sottoscrizione sulla base delle sue specifiche esigenze. In taluni casi l'agente assicurativo è tenuto a informare il cliente sulla inadeguatezza del contratto che sta sottoscrivendo, arrivando fino a sconsigliarne l'acquisto se ciò ne pregiudicherebbe l'interesse. L'agente deve agire infatti nel migliore interesse dei suoi clienti e questo rappresenta una garanzia aggiuntiva per il consumatore, rispetto ad altri canali distributivi che non ci mettono la faccia».
Fra pochi mesi entrerà in vigore l'Idd anche in Italia? Voi che approccio terrete nei confronti delle unit linked?
«La Idd entrerà in vigore a ottobre. Stiamo attendendo con ansia la pubblicazione del decreto legislativo, che dovrebbe recepire numerose istanze avanzate dal sindacato nazionale agenti di assicurazione (Sna), associazione che rappresenta la quasi totalità degli agenti italiani iscritti a una rappresentanza sindacale (oltre il 90%, ndr). Secondo noi le polizze vita dovrebbero sempre garantire almeno i capitali versati e consolidare i risultati di anno in anno realizzati. Le unit linked sono prodotti che spostano il rischio dalle compagnie alle spalle dei clienti e in questo senso definirle polizze assicurative appare davvero una forzatura. Tuttavia, gli agenti intermediano rilevanti quote di mercato anche in questo ambito, per cui sarà necessario un chiarimento definitivo su questo fronte, innanzitutto con le compagnie, poi con le autorità del settore».
Sempre alla luce della sentenza, ritiene che sia uno strumento che possa essere maneggiato da un assicuratore o da un promotore finanziario?
«Un assicuratore detiene certamente le conoscenze necessarie e adeguate per il collocamento di questo tipo di prodotto; l'esame per accedere all'attività di agente professionista di assicurazione è estremamente impegnativo e per superarlo è necessario dimostrare una conoscenza approfondita dell'intera materia. In ogni caso la questione è principalmente di politica assicurativa del nostro Paese. Il ministero competente dovrà valutare se questo tipo di investimento vada affidato ancora alle imprese assicuratrici o se sia più adeguato un diverso collocamento. Lo spazio riservato agli agenti, conseguentemente, dipenderà da tali scelte, ripeto principalmente politiche».
Si aspetta novità di legge che impattino sul comparto delle unit linked nei prossimi mesi? Se non sono più polizze, il gettito per lo Stato sarà rilevante e di questi tempi di manovre risicate….
«Come ho appena detto, la scelta è soprattutto una scelta di politica assicurativa, affidata al ministero competente. Per quanto ci riguarda siamo in contatto con i vertici istituzionali e con numerosi parlamentari, con i quali stiamo già scambiandoci opinioni e considerazioni al riguardo. Certo le compagnie potrebbero attrezzarsi meglio per ridare fiato alle gestioni separate, cioè alle polizze vita di investimento garantite, che mettono al sicuro il cliente dai rischi finanziari e che hanno fatto la storia del ramo vita in Italia negli ultimi decenni. Anche su questo fronte Sna è attivo, nell'interesse dei consumatori e degli agenti professionisti che rappresentano il punto di contatto tra essi e l'industria assicurativa».
Claudio Antonelli
Così le Entrate vanno in confusione sulle assicurazioni unit linked
Le polizze unit linked rimangono un rompicapo per l'Agenzia delle entrate. La confusione dell'ente guidato da Ernesto Maria Ruffini nasce dalla stessa natura della polizza. Le unit linked sono infatti strumenti assicurativi ibridi, in cui è presente sia la componente previdenziale sia quella finanziaria. Secondo diverse sentenze della Cassazione, invece, le unit linked devono essere considerate esclusivamente come uno strumento finanziario, in quanto non prevedono la restituzione del patrimonio investito.
Se dunque questa visione fosse adottata in toto dall'Agenzia delle entrate i vantaggi fiscali per le unit linked terminerebbero. Non si avrebbero più, dunque, né l'esclusione dall'imposta di successione né dall'impignorabilità. Molto spesso infatti si decideva di creare una polizza unit linked come scudo fiscale contro l'Agenzia delle entrate e per evitare che il capitale venisse pignorato. C'è però da dire che dal 2016 il fisco ha iniziato a prestare particolare attenzione a questo tipo di polizze, soprattutto in fase di controllo della voluntary disclosure (la collaborazione volontaria che permette ai contribuenti di regolarizzare la propria posizione). Durante questi controlli, però, l'Agenzia delle entrate ha preso decisioni diverse caso per caso. Alcune volte ha infatti considerato le unit linked come strumenti previdenziali, altre, invece, come strumenti prettamente finanziari. Questo perché in alcune polizze poteva prevalere l'aspetto previdenziale e in altre quello finanziario. Sempre nel 2016, l'ente di Ruffini ha pubblicato la circolare numero 8/E dove però non ha trovato una soluzione alla classificazione. Ha così lasciato spazio a entrambe le interpretazioni. Si possono dunque considerare le polizze unit linked sia strumenti previdenziali sia finanziari.
C'è però da dire che questa difficoltà dell'Agenzia delle entrate è tipica degli strumenti giuridici di origine anglosassone che vengo applicati nel nostro ordinamento. Il problema sta nel cercare di adattare uno strumento flessibile e dinamico, come le unit linked, all'ordinamento italiano che per sua natura è molto più rigido e meno malleabile rispetto a quello inglese. Quello che dunque si deve considerare, quando si decide di stipulare una polizza unit linked, è che in caso di controllo da parte dell'Agenzia delle entrate ci può essere la possibilità che venga considerata uno strumento finanziario. Questo significa dunque che non si avranno più i vantaggi fiscali di una classica polizza sulla vita.
Giorgia Pacione Di Bello
La Corte contesta i vantaggi ereditari e fiscali
Le unit linked sono strumenti finanziari e non polizze vita. Questo quanto deciso dalla Corte di Cassazione con la sentenza numero 10333 del 2018 pubblicata a fine aprile. Secondo la Cassazione dunque le polizze vita sono considerate tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito. Nel caso in cui questa opzione non dovesse sussistere non si deve parlare di polizze vita ma di contratti di investimento. Le polizze vita garantiscono, infatti, un rendimento minimo e il consolidamento dei risultati. Questo è possibile dato che investono in obbligazioni o in asset a bassa volatilità. Le unit linked (o polizze di ramo III) non garantiscono, invece, un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari.
La Cassazione, richiamando la sentenza numero 6061 del 2012, ha ribadito come nelle polizze assicurative sulla vita il rischio ricade sull'assicuratore e non sul soggetto che decide di stipulare la polizza. Inoltre, se l'assicuratore dovesse decidere di proporre al cliente una polizza unit linked, senza avvisarlo in merito alla natura del prodotto, ai rischi che può correre e alle implicazione che ne derivano, il contratto può essere stracciato. In questo caso l'assicuratore, stabilisce la Cassazione, dovrà restituire il capitale versato dal cliente e risarcirlo nei danni.
Se si dovessero dunque considerare le unit linked come strumenti finanziari e non polizze vita, tutte le agevolazioni fiscali legati al prodotto decadrebbero. Uno dei vantaggi che ha sempre caratterizzato questo tipo di polizze è stata infatti l'impignorabilità e l'insequestrabilità delle somme versate. Oltre all'esenzione dalle imposte di successione e dai classici prelievi legati al capital gain. L'assicuratore o la società intermediari nell'attivare le unit linked aveva inoltre il vantaggio di non correre nessun tipo di rischio finanziario dato che il tutto ricadeva sull'assicurato. Non era inoltre previsto (anche se inquadrate come polizze) la restituzione del capitale versato o di un rendimento minimo. Questo ha fatto sì che nel tempo le unit linked venissero sempre più apprezzate nel mondo assicurativo. A testimoniarlo sono gli stessi dati. Nel 2016 i premi raccolti tramite le unit linked sono cresciti del 33% rispetto agli anni passati. Di contro le polizze tradizionali hanno subito un calo del 18%.
Ma è proprio la mancata restituzione del capitale che ha spinto più volta la Cassazione ha considerare le unit linked come uno strumento finanziario ben differente dalle polizze. La sentenza della Cassazione porta però con sé un'altra conseguenza importante. Se le polizze di ramo III dovessero essere, effettivamente, inquadrate come investimenti finanziari, tutti i contratti stipulati fino a ora (un mercato stimato sui 24 miliardi di euro) potrebbero essere messi in discussione. E non solo, i clienti potrebbero anche richiedere la restituzione di quanto investito.
Giorgia Pacione di Bello
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Sentenza in Cassazione rischia di togliere appeal a un pilastro del risparmio. Abbiamo analizzato alcuni dei prodotti disponibili.Per i magistrati gli strumenti non garantiscono rendimenti minimi e quindi sono investimenti finanziari.Con il rating MoneyMate i criteri per valutare i rischi dei prodotti. L'ad Alessandro Felletti: «Statistiche aggiornati ogni tre mesi». Claudio Demozzi, presidente del sindacato degli agenti: «Lo Stato deve decidere se potremo ancora trattare questi prodotti. Dobbiamo ridare vita alle gestioni separate e a strumenti con investimento garantito». Finanziari o previdenziali? L'Agenzia in difficoltà con i nuovi strumenti. Lo speciale contiene cinque articoli A metà maggio la corte di Cassazione se ne è uscita con una sentenza shock. Le polizze vita di natura finanziaria non possono considerarsi tali se non è possibile garantire il capitale investito. Diversamente, vanno considerate come normali strumenti di investimento. Una sentenza che, se dovesse fare scuola, potrebbe ribaltare un intero mercato. Le polizze unit linked, prodotti che in primis hanno arricchito gli intermediari grazie alle succulente commissioni che potevano garantire, in quanto prodotti assicurativi sono esenti da tasse di successione, impignorabili e insequestrabili. Un vantaggio non da poco se pensiamo che, per volere del governo Renzi, dal primo luglio 2014 la maggior parte dei prodotti da investimento (a eccezione dei titoli di Stato e dei buoni postali) deve sottostare a un prelievo fiscale che va dal 20 al 26%. Il problema è che questi prodotti ibridi, assicurativi e finanziari insieme, non sono mai andati a genio ai giudici che in diversi casi hanno emesso sentenze sfavorevoli. Fatto sta che questi strumenti rappresentano a oggi la punta di diamante del risparmio assicurativo italiano e i prodotti disponibili sul mercato sono moltissimi. Il primo passo da compiere dunque è capire se questi prodotti funzionano o no. La Verità lo ha chiesto a Moneymate, tra i maggiori data provider a livello internazionale in ambito finanziario, che ha analizzato 1.000 polizze unit linked disponibili in Italia (i dati sono aggiornati al 30 aprile 2018). Le variabili in gioco sono davvero molte per analizzare una polizza unit linked. Da un lato ci sono i costi, dall'altro il grado di rischio che si è disposti a sopportare. Nel primo caso, i costi da tenere sott'occhio sono tre. Il caricamento iniziale: alla sottoscrizione la compagnia trattiene una percentuale che può arrivare fino al 10% della somma investita. La commissione di gestione del fondo unit linked, che si aggira tra l'1% e il 2% e viene detratta direttamente dal rendimento ed i costi dei fondi acquistati dal fondo unit (che variano tra lo 0,8 e il 2% annuo). Senza considerare le eventuali penali in caso di recesso anticipato. Per questo Moneymate ha prima di tutto dato un voto ai prodotti presenti sul mercato italiano. Per aiutare gli investitori a scegliere il prodotto più adeguato alle esigenze di ognuno. «Nei dati forniti», spiega Alessandro Felletti, ceo di Mm Italy, distributore ufficiale per l'Italia di Moneymate, «è presente il rating Moneymate che parte proprio dall'analisi del rischio. Il nostro rating (un valore da 1 a 7 dove 1 è rischio basso e 7 rischio altissimo) viene calcolato sull'oscillazione del valore della polizza. Più questa ha oscillazioni accentuate nel tempo (a differenza del rating Esma, l'analisi è aggiornata trimestralmente e dunque tiene conto delle reali condizioni del mercato), più il rischio è alto. Ma ciò non deve essere per forza un male. Si possono trovare polizze ad alto rischio, perché con una forte componente speculativa, ma che rendono molto bene grazie a un'ottima gestione». I settori presi in esame dall'indagine sono 20. Il primo dubbio da fugare è: chi ha investito una parte del proprio capitale per un periodo lungo (dieci anni) e dunque assorbendo le oscillazioni del mercato, che rendimenti ha ottenuto? Le polizze unit linked che hanno investito sull'azionario americano sono quelle che di gran lunga hanno fatto felici i risparmiatori. Chi ha investito un gruzzolo nell'aprile del 2008, oggi avrebbe ottenuto un rendimento medio del 93,97% (il 67,89% a cinque anni). In seconda posizione, ma distaccate di molte lunghezze, troviamo i prodotti che hanno puntato sull'azionario specializzato (telecomunicazioni, media, banche eccetera). In media queste polizze in dieci anni hanno reso il 44,07% (40,57% in cinque anni), seguita a poca distanza dai prodotti che hanno investito nell'azionario globale (43,06% in dieci anni) e nell'azionario dei Paesi con uno sbocco sull'Oceano Pacifico. In questo caso il rendimento è stato del 39,71% in 120 mesi (37,67% in 60 mesi). Ma non tutti di investimenti hanno ottenuto buoni risultati. Per riuscire a trovare rendimenti scarsi in rapporto al periodo di investimento bisogna dare uno sguardo alle polizze che investono nella liquidità dell'area euro o nell'obbligazionario puro. Nel primo caso il rendimento medio in dieci anni è stato del 6,2% (il peggiore di tutti i settori analizzati, in cinque anni questi strumenti hanno perso il 2,2%), nel secondo (titoli di Stato governativi internazionali) il risultato è stato, sempre in dieci anni, del 7,31% (-3,64% in cinque anni). Si tratta, dunque, di prodotti che in media, soprattutto se il capitale non viene toccato per un lungo periodo, possono dare soddisfazioni agli investitori. Certo, non tutti i prodotti sono uguali. Su quasi 3.000 polizze unit linked, la medaglia d'oro va al Zurich life assurance long bond eur. Chi lo ha scelto in dieci anni ha visto il capitale crescere del 98,54% (34,95% in cinque anni). Valori simili per il Fondiaria Sai A Fonsailink azionario eur. In questo caso il rendimento è stato del 95,79% (55,34% in 60 mesi). La medaglia di bronzo va al Creditras vita North America equity che, nel periodo di riferimento, ha offerto una crescita del 95,64% (57,46% in cinque anni). Attenzione, però, ci sono anche prodotti che hanno tolto il sonno agli investitori. Chi, per esempio, ha scelto un prodotto di Assicuratrice italiana (dal 2012 fusa in Allianz) Vita gpa in dieci anni ha perso il 55,41% (circa la metà in cinque anni). Lo stesso vale per L.A vita centrovita fondo conv eur (gruppo Intesa Sanpaolo) che in 120 mesi ha perso il 45,80% (il 44,34% in 60 mesi). Appare chiaro, dunque, che nel caso delle polizze unit linked le insidie non manchino. Non si tratta di prodotti semplici e spesso il loro funzionamento può non essere dei più chiari per un risparmiatore alle prime armi. Chi vuole avventurarsi in questo genere di investimenti dovrebbe quindi affidarsi a un consulente che sappia consigliare un prodotto ad hoc per le esigenze del cliente. Del resto, come si può capire dall'indagine di Moneymate, qui si scherza col fuoco. I prodotti sono moltissimi e sceglierne uno piuttosto che un altro può significare guadagnare molto o perdere gran parte di quanto investito. Anche il rendimento medio di tutto è il comparto è stato del 30% in 10 anni. 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Il nostro rating, così come quello Esma, non tiene in considerazione se la polizza investe in azioni, obbligazioni o altro, ma analizza il profilo di rischio a cui quella polizza appartiene. Noi analizziamo l'andamento del prodotto in 5 anni e cerchiamo di capire l'efficienza della gestione nel tempo. Quanto, in poche parole, il team di gestione che sta dietro a una determinata polizza è bravo a reagire ai momenti di volatilità»Chi vuole sottoscrivere una polizza che variabili deve tenere d'occhio?«Sicuramente bisogna capire in che strumenti investe una polizza e quali rendimenti ha avuto fino ad ora. Se i risultati sono molto alti, allora significa che lo stile di investimento che c'è sotto, sarà sicuramente più aggressivo. Se invece i rendimenti sono più bassi, allora lo stile sarà più conservativo. Non c'è il risultato migliore, ma quello più adatto ad ogni cliente». Le unit linked sono strumenti di solito costosi, come capire se sto pagando il giusto?«Il modo migliore è sempre quello di confrontare prodotti simili di società diverse. Certo, si dovrebbe leggere la documentazione fornita con ogni fondi, ma nella realtà la le carte fornite non sono mai semplici da capire». Secondo lei, la Cassazione ha ragione sulle polizze ramo III?«La Corte ha ragione perchè le polizze unit linked sono strumenti finanziari al pari dei fondi di investimento. Quello che fa la differenza è l'imposizione fiscale che ne ha determinato il successo sul mercato italiano. La fiscalità è molto diversa rispetto ad altri investimenti presenti nel nostro Paese. Se l'imposizione fiscale fosse la stessa di altri investimenti, il valore della consulenza finanziaria emergerebbe molto di più. Si potrebbero vedere le differenze tra gli investimenti gestiti dalle società di assicurazione e quelli proposti dai consulenti. Il problema è che le società di assicurazione non ne sarebbero felici perché ne venderebbero meno. Quello che è certo è che, ad oggi, non c'è un vero confronto di mercato reale su questi prodotti perché godono di una tassazione migliore di altri investimenti. 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Infatti le unit linked (o polizze di ramo III), che non garantiscono un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari, da ora in poi potrebbero essere considerate, e tassate, come investimenti (con un prelievo che andrà dal 20 al 26%). Fino alla pronuncia della Corte, invece, non erano sottoposte alle imposte di successione ed erano impignorabili e insequestrabili. Abbiamo chiesto a Claudio Demozzi, presidente nazionale del sindacato degli agenti di assicurazione, che cosa succederà e che cosa cambierà per i cittadini. Come si devono comportare agenti e broker in qualità di consulenti? «Prima di tutto rispettando l'obbligo, sancito dal Codice delle assicurazioni e ribadito, anzi rinforzato, dal decreto di recepimento in Italia della Idd, la direttiva europea sulla distribuzione assicurativa (nel testo che conosciamo e che auspichiamo sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale al più presto), di comportarsi con trasparenza, correttezza, imparzialità e professionalità nei confronti dei clienti, cioè illustrando adeguatamente tutte le caratteristiche del prodotto e consigliando o sconsigliandone la sottoscrizione sulla base delle sue specifiche esigenze. In taluni casi l'agente assicurativo è tenuto a informare il cliente sulla inadeguatezza del contratto che sta sottoscrivendo, arrivando fino a sconsigliarne l'acquisto se ciò ne pregiudicherebbe l'interesse. L'agente deve agire infatti nel migliore interesse dei suoi clienti e questo rappresenta una garanzia aggiuntiva per il consumatore, rispetto ad altri canali distributivi che non ci mettono la faccia». Fra pochi mesi entrerà in vigore l'Idd anche in Italia? Voi che approccio terrete nei confronti delle unit linked? «La Idd entrerà in vigore a ottobre. Stiamo attendendo con ansia la pubblicazione del decreto legislativo, che dovrebbe recepire numerose istanze avanzate dal sindacato nazionale agenti di assicurazione (Sna), associazione che rappresenta la quasi totalità degli agenti italiani iscritti a una rappresentanza sindacale (oltre il 90%, ndr). Secondo noi le polizze vita dovrebbero sempre garantire almeno i capitali versati e consolidare i risultati di anno in anno realizzati. Le unit linked sono prodotti che spostano il rischio dalle compagnie alle spalle dei clienti e in questo senso definirle polizze assicurative appare davvero una forzatura. Tuttavia, gli agenti intermediano rilevanti quote di mercato anche in questo ambito, per cui sarà necessario un chiarimento definitivo su questo fronte, innanzitutto con le compagnie, poi con le autorità del settore». Sempre alla luce della sentenza, ritiene che sia uno strumento che possa essere maneggiato da un assicuratore o da un promotore finanziario? «Un assicuratore detiene certamente le conoscenze necessarie e adeguate per il collocamento di questo tipo di prodotto; l'esame per accedere all'attività di agente professionista di assicurazione è estremamente impegnativo e per superarlo è necessario dimostrare una conoscenza approfondita dell'intera materia. In ogni caso la questione è principalmente di politica assicurativa del nostro Paese. Il ministero competente dovrà valutare se questo tipo di investimento vada affidato ancora alle imprese assicuratrici o se sia più adeguato un diverso collocamento. Lo spazio riservato agli agenti, conseguentemente, dipenderà da tali scelte, ripeto principalmente politiche». Si aspetta novità di legge che impattino sul comparto delle unit linked nei prossimi mesi? Se non sono più polizze, il gettito per lo Stato sarà rilevante e di questi tempi di manovre risicate…. «Come ho appena detto, la scelta è soprattutto una scelta di politica assicurativa, affidata al ministero competente. Per quanto ci riguarda siamo in contatto con i vertici istituzionali e con numerosi parlamentari, con i quali stiamo già scambiandoci opinioni e considerazioni al riguardo. Certo le compagnie potrebbero attrezzarsi meglio per ridare fiato alle gestioni separate, cioè alle polizze vita di investimento garantite, che mettono al sicuro il cliente dai rischi finanziari e che hanno fatto la storia del ramo vita in Italia negli ultimi decenni. Anche su questo fronte Sna è attivo, nell'interesse dei consumatori e degli agenti professionisti che rappresentano il punto di contatto tra essi e l'industria assicurativa». Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-minacciano-polizze-da-24-miliardi-ecco-la-top-100-con-utili-fino-al-35-2576054775.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-le-entrate-vanno-in-confusione-sulle-assicurazioni-unit-linked" data-post-id="2576054775" data-published-at="1768847319" data-use-pagination="False"> Così le Entrate vanno in confusione sulle assicurazioni unit linked Le polizze unit linked rimangono un rompicapo per l'Agenzia delle entrate. La confusione dell'ente guidato da Ernesto Maria Ruffini nasce dalla stessa natura della polizza. Le unit linked sono infatti strumenti assicurativi ibridi, in cui è presente sia la componente previdenziale sia quella finanziaria. Secondo diverse sentenze della Cassazione, invece, le unit linked devono essere considerate esclusivamente come uno strumento finanziario, in quanto non prevedono la restituzione del patrimonio investito. Se dunque questa visione fosse adottata in toto dall'Agenzia delle entrate i vantaggi fiscali per le unit linked terminerebbero. Non si avrebbero più, dunque, né l'esclusione dall'imposta di successione né dall'impignorabilità. Molto spesso infatti si decideva di creare una polizza unit linked come scudo fiscale contro l'Agenzia delle entrate e per evitare che il capitale venisse pignorato. C'è però da dire che dal 2016 il fisco ha iniziato a prestare particolare attenzione a questo tipo di polizze, soprattutto in fase di controllo della voluntary disclosure (la collaborazione volontaria che permette ai contribuenti di regolarizzare la propria posizione). Durante questi controlli, però, l'Agenzia delle entrate ha preso decisioni diverse caso per caso. Alcune volte ha infatti considerato le unit linked come strumenti previdenziali, altre, invece, come strumenti prettamente finanziari. Questo perché in alcune polizze poteva prevalere l'aspetto previdenziale e in altre quello finanziario. Sempre nel 2016, l'ente di Ruffini ha pubblicato la circolare numero 8/E dove però non ha trovato una soluzione alla classificazione. Ha così lasciato spazio a entrambe le interpretazioni. Si possono dunque considerare le polizze unit linked sia strumenti previdenziali sia finanziari. C'è però da dire che questa difficoltà dell'Agenzia delle entrate è tipica degli strumenti giuridici di origine anglosassone che vengo applicati nel nostro ordinamento. Il problema sta nel cercare di adattare uno strumento flessibile e dinamico, come le unit linked, all'ordinamento italiano che per sua natura è molto più rigido e meno malleabile rispetto a quello inglese. Quello che dunque si deve considerare, quando si decide di stipulare una polizza unit linked, è che in caso di controllo da parte dell'Agenzia delle entrate ci può essere la possibilità che venga considerata uno strumento finanziario. Questo significa dunque che non si avranno più i vantaggi fiscali di una classica polizza sulla vita. Giorgia Pacione Di Bello <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-minacciano-polizze-da-24-miliardi-ecco-la-top-100-con-utili-fino-al-35-2576054775.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-corte-contesta-i-vantaggi-ereditari-e-fiscali" data-post-id="2576054775" data-published-at="1768847319" data-use-pagination="False"> La Corte contesta i vantaggi ereditari e fiscali Le unit linked sono strumenti finanziari e non polizze vita. Questo quanto deciso dalla Corte di Cassazione con la sentenza numero 10333 del 2018 pubblicata a fine aprile. Secondo la Cassazione dunque le polizze vita sono considerate tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito. Nel caso in cui questa opzione non dovesse sussistere non si deve parlare di polizze vita ma di contratti di investimento. Le polizze vita garantiscono, infatti, un rendimento minimo e il consolidamento dei risultati. Questo è possibile dato che investono in obbligazioni o in asset a bassa volatilità. Le unit linked (o polizze di ramo III) non garantiscono, invece, un rendimento minimo dato che il valore dell'«assicurazione» dipende dall'andamento dei mercati finanziari. La Cassazione, richiamando la sentenza numero 6061 del 2012, ha ribadito come nelle polizze assicurative sulla vita il rischio ricade sull'assicuratore e non sul soggetto che decide di stipulare la polizza. Inoltre, se l'assicuratore dovesse decidere di proporre al cliente una polizza unit linked, senza avvisarlo in merito alla natura del prodotto, ai rischi che può correre e alle implicazione che ne derivano, il contratto può essere stracciato. In questo caso l'assicuratore, stabilisce la Cassazione, dovrà restituire il capitale versato dal cliente e risarcirlo nei danni. Se si dovessero dunque considerare le unit linked come strumenti finanziari e non polizze vita, tutte le agevolazioni fiscali legati al prodotto decadrebbero. Uno dei vantaggi che ha sempre caratterizzato questo tipo di polizze è stata infatti l'impignorabilità e l'insequestrabilità delle somme versate. Oltre all'esenzione dalle imposte di successione e dai classici prelievi legati al capital gain. L'assicuratore o la società intermediari nell'attivare le unit linked aveva inoltre il vantaggio di non correre nessun tipo di rischio finanziario dato che il tutto ricadeva sull'assicurato. Non era inoltre previsto (anche se inquadrate come polizze) la restituzione del capitale versato o di un rendimento minimo. Questo ha fatto sì che nel tempo le unit linked venissero sempre più apprezzate nel mondo assicurativo. A testimoniarlo sono gli stessi dati. Nel 2016 i premi raccolti tramite le unit linked sono cresciti del 33% rispetto agli anni passati. Di contro le polizze tradizionali hanno subito un calo del 18%. Ma è proprio la mancata restituzione del capitale che ha spinto più volta la Cassazione ha considerare le unit linked come uno strumento finanziario ben differente dalle polizze. La sentenza della Cassazione porta però con sé un'altra conseguenza importante. Se le polizze di ramo III dovessero essere, effettivamente, inquadrate come investimenti finanziari, tutti i contratti stipulati fino a ora (un mercato stimato sui 24 miliardi di euro) potrebbero essere messi in discussione. E non solo, i clienti potrebbero anche richiedere la restituzione di quanto investito. Giorgia Pacione di Bello
Ecco #DimmiLaVerità del 19 gennaio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini commentiamo gli ultimi sviluppi di politica internazionale tra Groenlandia e Gaza.
Il rigore sbagliato dal marocchino Brahim Diaz nella finale persa contro il Senegal (Getty Images)
La Coppa d’Africa 2025-26, ospitata dal Marocco, è stata molto più di una competizione calcistica: è stata un lungo accumulo di tensioni, piccoli incidenti, proteste formali e malumori sotterranei che hanno accompagnato il torneo dall’inizio alla fine, rendendo la finale solo l’ultimo capitolo di una storia già fin troppo carica di tensioni. Fin dalla fase preparatoria, l’evento è stato presentato come una prova generale in vista del Mondiale 2030, quando Rabat ospiterà il campionato del mondo con Spagna e Portogallo, già nelle prime settimane è emersa una distanza evidente tra l’ambizione dichiarata e la gestione concreta.
Le città coinvolte hanno faticato ad assorbire l’impatto simultaneo di tifosi, delegazioni, staff tecnici e produzione televisiva: traffico paralizzato, tempi di percorrenza imprevedibili, difficoltà nel coordinare spostamenti e sicurezza. Non si è trattato di episodi isolati, ma di un’esperienza ricorrente che ha colpito squadre e addetti ai lavori lungo tutto l’arco del torneo. Non solo. Nei gironi, la Coppa d’Africa ha subito mostrato il suo volto più politico. L’eliminazione del Gabon contro la Costa d’Avorio il 31 dicembre, arrivata in modo traumatico nei minuti finali, ha prodotto una reazione istituzionale durissima, con annunci di azzeramento dello staff tecnico e provvedimenti disciplinari a catena. Ma non è stato l’unico caso. Anche in altre federazioni l’uscita anticipata è stata vissuta come un fallimento intollerabile: allenatori messi in discussione pubblicamente, dirigenti sotto pressione, comunicati dai toni durissimi. Il Ghana, uscito prima del previsto dal torneo, ha visto esplodere un dibattito interno feroce, con accuse alla federazione per la gestione della preparazione e per le condizioni logistiche giudicate inadeguate. La Nigeria ha fatto filtrare malumori sulla distribuzione dei campi di allenamento e sugli spostamenti tra una sede e l’altra, ritenuti penalizzanti in una fase delicata della competizione. Anche l’Algeria, eliminata ai quarti, ha lasciato trapelare irritazione per decisioni arbitrali considerate incoerenti e per una gestione della sicurezza definita «confusa» nei giorni immediatamente precedenti alla partita decisiva. L'Egitto, pur senza proteste plateali, ha espresso attraverso ambienti federali perplessità sulla calendarizzazione e sulle lunghe percorrenze imposte tra allenamenti e stadio, giudicate non all’altezza di un torneo di questo livello.
Accanto a queste reazioni politiche, si è sviluppata una sequenza di lamentele organizzative che ha coinvolto numerose nazionali. Delegazioni dell’Africa occidentale e centrale hanno segnalato difficoltà nei trasferimenti, campi di allenamento giudicati non equivalenti, controlli di sicurezza percepiti come disordinati. Alcune squadre eliminate agli ottavi hanno parlato apertamente di preparazione condizionata da continui cambi di programma e da distanze sottovalutate. Il Senegal ha dato voce a queste criticità in modo più esplicito, denunciando problemi di accoglienza e una gestione ritenuta non uniforme, ma il suo caso ha finito per rappresentare un malcontento più ampio, condiviso anche da federazioni che hanno scelto toni meno pubblici.
Sugli spalti, il quadro è stato altrettanto contraddittorio. I dati ufficiali parlano di oltre un milione di spettatori complessivi e di stadi spesso esauriti, ma le immagini televisive non sempre hanno confermato questa narrazione. In diverse partite si sono viste tribune a macchia di leopardo, non per mancanza di interesse, ma per una combinazione di biglietteria inefficiente, prezzi elevati per molti tifosi africani e difficoltà logistiche che scoraggiavano gli spostamenti tra una città e l’altra. È stato uno dei paradossi più discussi del torneo: una Coppa d’Africa seguitissima in televisione e meno accessibile dal vivo per una parte consistente del pubblico che vive nel continente.Sul piano arbitrale, il torneo ha accumulato un ulteriore strato di tensione. L’uso intensivo del Var ha spesso moltiplicato le polemiche invece di ridurle. Più di una nazionale eliminata ha lamentato decisioni giudicate incoerenti, parlando di criteri applicati in modo diverso da gara a gara. In questo contesto si è diffusa, soprattutto tra le squadre non nordafricane, la percezione che il Marocco potesse beneficiare di un clima più favorevole, non tanto per singoli episodi clamorosi quanto per una somma di micro-decisioni che, nel tempo, hanno alimentato l’idea di uno squilibrio strutturale.
Quando il torneo è entrato nella fase a eliminazione diretta, le tensioni non si sono attenuate. Al contrario, ogni partita è diventata un banco di polemiche. Proteste a bordo campo, momenti di nervosismo sugli spalti, confronti accesi con gli arbitri e alcuni scontri con gli steward hanno contribuito a mantenere il clima costantemente sopra soglia. Le semifinali hanno mostrato segnali evidenti di stanchezza emotiva e organizzativa, preparando il terreno a una finale che sarebbe stata inevitabilmente disastrosa.
L’atto conclusivo, con le sue polemiche arbitrali, le proteste clamorose, l’uscita temporanea dal campo di una squadra, le lunghe interruzioni e le accuse incrociate nel dopo partita, è stato una perfetta sintesi. Le lamentele del Senegal sull’organizzazione, esplose definitivamente in quella sera, hanno dato visibilità a problemi che altre nazionali avevano già sperimentato nelle settimane precedenti, spesso senza la stessa risonanza mediatica.Alla fine, la Coppa d’Africa 2025-26 resta un evento imponente per numeri, audience televisiva e rilevanza internazionale. Ma come prova generale per il Mondiale 2030 lascia interrogativi pesanti. Gli stadi e la copertura globale hanno funzionato, ma la gestione dei flussi di tifosi, il rapporto con le federazioni e la capacità di reggere la pressione di un grande evento hanno mostrato crepe evidenti. Più che un modello da esibire, questa edizione ha finito per assomigliare a un avvertimento: senza una struttura davvero solida e condivisa, non si va molto lontano.
La Coppa d’Africa 2025-26 si è conclusa con il Senegal campione per la seconda volta nella sua storia, dopo il successo del 2021. La finale contro il Marocco, giocata a Rabat, è stata drammatica e intensa: decisivo ai supplementari il gol di Pape Gueye, dopo che il rigore dei padroni di casa al 114’ era stato fallito da Brahim Diaz, con un cucchiaio del tutto discutibile.
Fuori dal campo, però, la serata è stata segnata da momenti di forte tensione. Tra tutti la decisione del ct del Senegal, Pape Thiaw, di far rientrare negli spogliatoi la squadra come segno di protesta dopo l'assegnazione del calcio di rigore in favore dei padroni di casa da parte dell'arbitro congolese Jean Jacques Ndala Ngambo al minuto 98. Così come la scena surreale che ha visto protagonista i giocatori e i raccattapalle del Marocco intenti a rincorrere il secondo portiere senegalese, Victor Diouf, per impedirgli di passare al collega titolare, Edouard Mendy, l'asciugamano ufficialmente utilizzato per asciugare i guantoni, ma nella tradizione dei giocatori africani, utile ad assorbire la magia nera e trasmetterne la forza a chi ne è in possesso. Una sorta di rito voodoo che la formazione marocchina aveva già provato a contrastare in occasione della semifinale, poi vinta ai calci di rigore, con la Nigeria.
Scene non del tutto adeguate a un evento del genere si sono verificate anche sugli spalti e in zona mista al termine della partita, dove si sono registrati episodi di nervosismo e urla tra tifosi e operatori e dichiarazioni al vetriolo degli allenatori. Il tutto non è piaciuto al presidente della Fifa, Gianni Infantino, evidentemente preoccupato in vista del Mondiale che si disputerà da queste parti tra quattro anni: «Purtroppo abbiamo assistito a scene inaccettabili sul campo e sugli spalti: condanniamo fermamente il comportamento di alcuni ‘tifosi’, nonché di alcuni giocatori e membri dello staff tecnico. È inaccettabile abbandonare il campo di gioco in questo modo e, allo stesso modo, la violenza non può essere tollerata nel nostro sport, semplicemente non è giusto» - ha commentato il numero uno del calcio mondiale - «Dobbiamo sempre rispettare le decisioni prese dagli arbitri dentro e fuori dal campo di gioco. Le squadre devono competere sul campo e nel rispetto delle regole del gioco, perché qualsiasi comportamento contrario mette a rischio l’essenza stessa del calcio. È anche responsabilità delle squadre e dei giocatori agire in modo responsabile e dare il buon esempio ai tifosi negli stadi e ai milioni di spettatori in tutto il mondo. Le brutte scene a cui abbiamo assistito oggi devono essere condannate e non devono mai più ripetersi. Ribadisco che non hanno posto nel calcio».
Anche il ct del Senegal, Pape Thiaw, ha rilasciato dichiarazioni di scuse: «A mente fredda non è stato un bello spettacolo far uscire la squadra dal campo nel finale. Chiedo scusa al calcio. Poi li ho fatti tornare, a volte a caldo si reagisce, e non sempre nella maniera migliore. Ora possiamo accettare gli errori dell’arbitro, può succedere. Non avremmo dovuto farlo, ma è andata così». Nonostante la tensione, la festa per il successo senegalese ha avuto momenti di gioia e intensità: Sadio Mané, tra i protagonisti più amati, ha incarnato la celebrazione del trionfo, mentre il portiere Edouard Mendy ha raccontato con sportività il rigore parato, chiarendo che la partita si era decisa sul campo e non tramite accordi tra i giocatori.
La finale di Rabat resterà negli annali non solo per la vittoria del Senegal, ma anche come simbolo di un calcio africano appassionato, intenso e talvolta difficile da contenere, con una combinazione di emozioni, tensioni e polemiche che hanno messo in evidenza tutte le fragilità di un sistema sotto pressione.
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Roy de Vita smonta il ricatto di Pfizer sull’aumento dei prezzi dei farmaci in Europa e denuncia il silenzio delle istituzioni. Dalla gestione opaca dei vaccini Covid alla perdita di credibilità dell’OMS, fino al caos della comunicazione scientifica e al caso Belen–Bassetti: un’intervista senza sconti su potere, sanità e verità negate.