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2020-11-06
I decessi crescono ma mancano ancora criteri chiari con cui conteggiarli
Ansa
Sono 445 gli italiani che ieri hanno perso la vita a causa della pandemia di coronavirus, mai così tanti dal 2 maggio scorso. Numeri inquietanti e per giunta in forte ascesa, che riportano alla luce le terribili immagini della scorsa primavera, con i cortei di bare e le innumerevoli pagine di necrologi. Facile intuire perciò che quello dei morti per Covid-19 rappresenta un tema delicato, e trattandolo si rischia di scoperchiare un vaso di Pandora. Rispondendo alle domande del quotidiano britannico Telegraph, a marzo il professor Walter Ricciardi aveva sollevato dubbi sulla reale entità della conta: «Siamo troppo generosi nel modo in cui classifichiamo i morti, nel senso che assumiamo che le persone decedute in ospedale e positive al coronavirus siano morte a causa del coronavirus».
Vale la pena chiedersi perciò se il bollettino sia effettivamente «gonfiato» rispetto alla realtà. Prendiamo i due morti fatti registrare il 6 ottobre scorso dal Friuli-Venezia Giulia, uno dei quali riguarda una persona affetta da Covid e «deceduta a causa di una caduta nel proprio domicilio». Un mese prima, era mancata a Sassari una donna di 91 anni. Colpita da infarto ma positiva al tampone, e perciò registrata nel novero dei deceduti per colpa del coronavirus. Una circostanza che aveva fatto andare su tutte le furie Marcello Acciaro, capo dell'Unità di crisi del nord Sardegna: «Se i conti li fanno così, allora non mi stupisce che contiamo tanti morti in Italia».
Le regole ufficiali però parlano chiaro. Nel documento ufficiale pubblicato lo scorso 16 aprile dall'Organizzazione mondiale della sanità e intitolato «Linee guida internazionali per la classificazione del Covid-19 come causa di morte», al paragrafo 2 ci si imbatte in una definizione che lascia davvero poco spazio alla fantasia. È necessario infatti che sopraggiunga «una patologia con un quadro clinico compatibile, in un caso probabile o confermato di Covid-19, a patto che non ci sia una chiara causa alternativa di morte la quale non può in alcun modo essere connessa al Covid-19 (per esempio un trauma)». Per fare un esempio, un paziente morto per sindrome da distress respiratorio dovuto a polmonite, causata a sua volta dal coronavirus, può dirsi morto per Covid-19. Viceversa, qualora la persona sia positiva al Sars-CoV-2 ma muoia per patologie non collegate, per esempio infarto o incidente d'auto, il decesso non può essere ascrivibile al Covid-19. Semmai in questo caso la positività al tampone va indicata nelle note, ma non può mai essere considerata causa di morte. Rientrano in questa seconda casistica gli esempi riportati relativi al Friuli-Venezia Giulia e alla Sardegna. Che dunque non avrebbero dovuto essere conteggiati tra i morti per coronavirus. Le indicazioni fornite a giugno dall'Istituto superiore di sanità prevedono che, affinché si possa registrare un decesso Covid-19 occorre rispettare tutti e quattro i seguenti criteri: caso confermato tramite tampone; quadro clinico strumentale e suggestivo di Covid-19; assenza di una chiara causa di morte diversa; e assenza di recupero clinico completo tra la malattia e il decesso. Nonostante le linee guida siano chiare, qualcosa continua a non tornare. Una parziale risposta la si può trovare nell'indagine condotta dall'Iss sulla base delle schede di morte e pubblicata a luglio. Se nell'89% dei casi il Covid-19 rappresenta la causa direttamente responsabile della morte, nel restante 11% il decesso si può ritenere dovuto a un'altra malattia. Anche se l'Iss puntualizza che la causa «può aver contribuito al decesso accelerando processi morbosi già in atto», significherebbe stornare dal totale circa 4.000 morti. Non è tutto, perché solo nel 28,2% delle schede esaminate il Covid-19 rappresenta l'unica causa di morte.
Qua le cose iniziano a farsi confuse. Nel restante 71,8% dei casi risulta infatti presente una concausa (o causa multipla). Tra le più frequenti le cardiopatie intensive (18% dei casi), il diabete mellito (16%), le cardiopatie ischemiche (13%) e i tumori (12%), ma non mancano demenza, Alzheimer e obesità. Secondo l'Oms, «il Covid-19 andrebbe riportato sul certificato di morte di tutti gli individui di cui si ritiene abbia causato, o contribuito a causare, la morte». Dal canto suo l'Iss presume che, seppure in presenza di altre patologie preesistenti, senza la positività al virus «il decesso non si sarebbe verificato». Un'interpretazione estensiva della catena di eventi che portano alla morte, anzi un vero e proprio limbo nel quale si può insinuare un po' di tutto. Come dimostra peraltro la sintomatologia registrata a margine dei decessi. Non ci sono solo polmoniti (79%) e sintomi respiratori (55%), ma anche complicanze cardiache, infarto, complicanze intestinali, epatiche o intestinali, e perfino embolia e trombosi. A complicare ulteriormente le cose, la situazione confusa sui dati della terapia intensiva. «Bisogna capire chi sono le persone che muoiono, perché non vengono dalla terapia intensiva», ha denunciato il professor Giuseppe Remuzzi, uno dei più autorevoli ricercatori italiani al mondo. Di certo non aiutano le cifre giornaliere fornite dal ministero della Salute, che forniscono solo la differenza dei ricoveri rispetto al giorno prima, e non uno spaccato dal quale si possano evincere guariti e deceduti. Noi cittadini siamo responsabili, al governo tocca però essere trasparente.
«L’eparina può salvare i positivi ed evitare il collasso dei reparti»
«Dobbiamo curare il paziente prima che si ammali, altrimenti poi è troppo tardi». Quanto dice Salvatore Spagnolo, cardiochirurgo dell'Iclas di Rapallo, potrebbe sembrare paradossale. Invece, il dottore spiega che il trattamento tempestivo e in casa dei malati di Covid con eparina, cortisone e antibiotici può ridurre l'aggressività del virus bloccandone alcuni degli effetti più letali, come le embolie polmonari.
«Il virus non sta in quarantena due settimane come le persone, agisce immediatamente e attacca l'organismo» sottolinea Spagnolo, «se una persona è asintomatica, non si deve far nulla, ma appena manifesta i primi sintomi influenzali, attualmente i medici prescrivono semplice paracetamolo. Solo quando compaiono patologie polmonari, riscontrabili dopo aver fatto la radiografia, il paziente viene ricoverato e curato con farmaci come eparina, per evitare embolie polmonari, antibiotici, per combattere infezioni batteriche e cortisone per contrastare l'infiammazione che il virus provoca».
Ed è proprio perché questo protocollo venga anticipato che il cardiochirurgo si sta battendo: «Questo virus entra nell'alveolo polmonare, ma a differenza di quanto avviene con la banale influenza, vengono intaccati i capillari polmonari, entra cioè nel sangue. Entrando nella parete dei capillari, l'endotelio, si moltiplica e distrugge le cellule, causando anche un'embolia polmonare periferica, più pericolosa e difficilmente curabile. In alcuni casi, la distruzione dell'endotelio vascolare causa trombosi anche nel tessuto cardiaco, cerebrale o renale e determina infarti miocardici, ictus cerebrali o infarti renali».
Secondo Spagnolo, quindi, chi risulta positivo, dovrebbe essere immediatamente trattato con eparina, cortisone e antibiotici, a domicilio, somministrati dal medico di base: «Con questo protocollo, molti pazienti non svilupperebbero niente di più grave di un'influenza, evitando di finire negli ospedali già strapieni». Ma per l'Oms e le Asl, l'eparina va somministrata solo quando la malattia si trasforma in polmonite. Il dottor Spagnolo ha mandato appelli alle autorità politiche e sanitarie, ma è stato ignorato. Già nei mesi più duri, lo specialista aveva lanciato l'allarme:
«Lo scorso marzo avevo ipotizzato che la causa di morte del Covid 19 non fosse solo una polmonite interstiziale ma anche un'embolia polmonare diffusa e proposi la somministrazione dell'eparina. Il Journal of Cardiology Research, rivista americana, pubblicò la mia ricerca, mentre i colleghi italiani snobbarono tutto come una bufala».
Invece, a fine aprile, le autopsie hanno confermato la presenza di trombi nei polmoni dei pazienti deceduti per Covid 19 ed è stata introdotta la terapia con eparina nei ricoverati in terapia intensiva, ottenendo miglioramenti.
«Non vorrei si ripetesse ancora quanto successo, infatti ho mandato appelli al presidente del Consiglio, al ministero della Salute, e a tutte le autorità sanitarie del Paese, ma rimango inascoltato. Se si evitasse l'insorgere di patologie polmonari più gravi, il numero dei ricoveri crollerebbe. Vorrei evitare di ricorrere a personaggi che si servono del clamore mediatico per portare avanti la mia causa, ma a mali estremi non lo escludo».
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Secondo uno studio dell'Iss il Covid è l'unica causa di morte solo in un caso su tre. Mentre è mistero sui guariti in terapia intensivaIl cardiologo Salvatore Spagnolo lancia l'appello per l'uso tempestivo dell'antivirale a domicilioLo speciale contiene due articoliSono 445 gli italiani che ieri hanno perso la vita a causa della pandemia di coronavirus, mai così tanti dal 2 maggio scorso. Numeri inquietanti e per giunta in forte ascesa, che riportano alla luce le terribili immagini della scorsa primavera, con i cortei di bare e le innumerevoli pagine di necrologi. Facile intuire perciò che quello dei morti per Covid-19 rappresenta un tema delicato, e trattandolo si rischia di scoperchiare un vaso di Pandora. Rispondendo alle domande del quotidiano britannico Telegraph, a marzo il professor Walter Ricciardi aveva sollevato dubbi sulla reale entità della conta: «Siamo troppo generosi nel modo in cui classifichiamo i morti, nel senso che assumiamo che le persone decedute in ospedale e positive al coronavirus siano morte a causa del coronavirus». Vale la pena chiedersi perciò se il bollettino sia effettivamente «gonfiato» rispetto alla realtà. Prendiamo i due morti fatti registrare il 6 ottobre scorso dal Friuli-Venezia Giulia, uno dei quali riguarda una persona affetta da Covid e «deceduta a causa di una caduta nel proprio domicilio». Un mese prima, era mancata a Sassari una donna di 91 anni. Colpita da infarto ma positiva al tampone, e perciò registrata nel novero dei deceduti per colpa del coronavirus. Una circostanza che aveva fatto andare su tutte le furie Marcello Acciaro, capo dell'Unità di crisi del nord Sardegna: «Se i conti li fanno così, allora non mi stupisce che contiamo tanti morti in Italia».Le regole ufficiali però parlano chiaro. Nel documento ufficiale pubblicato lo scorso 16 aprile dall'Organizzazione mondiale della sanità e intitolato «Linee guida internazionali per la classificazione del Covid-19 come causa di morte», al paragrafo 2 ci si imbatte in una definizione che lascia davvero poco spazio alla fantasia. È necessario infatti che sopraggiunga «una patologia con un quadro clinico compatibile, in un caso probabile o confermato di Covid-19, a patto che non ci sia una chiara causa alternativa di morte la quale non può in alcun modo essere connessa al Covid-19 (per esempio un trauma)». Per fare un esempio, un paziente morto per sindrome da distress respiratorio dovuto a polmonite, causata a sua volta dal coronavirus, può dirsi morto per Covid-19. Viceversa, qualora la persona sia positiva al Sars-CoV-2 ma muoia per patologie non collegate, per esempio infarto o incidente d'auto, il decesso non può essere ascrivibile al Covid-19. Semmai in questo caso la positività al tampone va indicata nelle note, ma non può mai essere considerata causa di morte. Rientrano in questa seconda casistica gli esempi riportati relativi al Friuli-Venezia Giulia e alla Sardegna. Che dunque non avrebbero dovuto essere conteggiati tra i morti per coronavirus. Le indicazioni fornite a giugno dall'Istituto superiore di sanità prevedono che, affinché si possa registrare un decesso Covid-19 occorre rispettare tutti e quattro i seguenti criteri: caso confermato tramite tampone; quadro clinico strumentale e suggestivo di Covid-19; assenza di una chiara causa di morte diversa; e assenza di recupero clinico completo tra la malattia e il decesso. Nonostante le linee guida siano chiare, qualcosa continua a non tornare. Una parziale risposta la si può trovare nell'indagine condotta dall'Iss sulla base delle schede di morte e pubblicata a luglio. Se nell'89% dei casi il Covid-19 rappresenta la causa direttamente responsabile della morte, nel restante 11% il decesso si può ritenere dovuto a un'altra malattia. Anche se l'Iss puntualizza che la causa «può aver contribuito al decesso accelerando processi morbosi già in atto», significherebbe stornare dal totale circa 4.000 morti. Non è tutto, perché solo nel 28,2% delle schede esaminate il Covid-19 rappresenta l'unica causa di morte. Qua le cose iniziano a farsi confuse. Nel restante 71,8% dei casi risulta infatti presente una concausa (o causa multipla). Tra le più frequenti le cardiopatie intensive (18% dei casi), il diabete mellito (16%), le cardiopatie ischemiche (13%) e i tumori (12%), ma non mancano demenza, Alzheimer e obesità. Secondo l'Oms, «il Covid-19 andrebbe riportato sul certificato di morte di tutti gli individui di cui si ritiene abbia causato, o contribuito a causare, la morte». Dal canto suo l'Iss presume che, seppure in presenza di altre patologie preesistenti, senza la positività al virus «il decesso non si sarebbe verificato». Un'interpretazione estensiva della catena di eventi che portano alla morte, anzi un vero e proprio limbo nel quale si può insinuare un po' di tutto. Come dimostra peraltro la sintomatologia registrata a margine dei decessi. Non ci sono solo polmoniti (79%) e sintomi respiratori (55%), ma anche complicanze cardiache, infarto, complicanze intestinali, epatiche o intestinali, e perfino embolia e trombosi. A complicare ulteriormente le cose, la situazione confusa sui dati della terapia intensiva. «Bisogna capire chi sono le persone che muoiono, perché non vengono dalla terapia intensiva», ha denunciato il professor Giuseppe Remuzzi, uno dei più autorevoli ricercatori italiani al mondo. Di certo non aiutano le cifre giornaliere fornite dal ministero della Salute, che forniscono solo la differenza dei ricoveri rispetto al giorno prima, e non uno spaccato dal quale si possano evincere guariti e deceduti. Noi cittadini siamo responsabili, al governo tocca però essere trasparente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-decessi-crescono-ma-mancano-ancora-criteri-chiari-con-cui-conteggiarli-2648637593.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leparina-puo-salvare-i-positivi-ed-evitare-il-collasso-dei-reparti" data-post-id="2648637593" data-published-at="1604607295" data-use-pagination="False"> «L’eparina può salvare i positivi ed evitare il collasso dei reparti» «Dobbiamo curare il paziente prima che si ammali, altrimenti poi è troppo tardi». Quanto dice Salvatore Spagnolo, cardiochirurgo dell'Iclas di Rapallo, potrebbe sembrare paradossale. Invece, il dottore spiega che il trattamento tempestivo e in casa dei malati di Covid con eparina, cortisone e antibiotici può ridurre l'aggressività del virus bloccandone alcuni degli effetti più letali, come le embolie polmonari. «Il virus non sta in quarantena due settimane come le persone, agisce immediatamente e attacca l'organismo» sottolinea Spagnolo, «se una persona è asintomatica, non si deve far nulla, ma appena manifesta i primi sintomi influenzali, attualmente i medici prescrivono semplice paracetamolo. Solo quando compaiono patologie polmonari, riscontrabili dopo aver fatto la radiografia, il paziente viene ricoverato e curato con farmaci come eparina, per evitare embolie polmonari, antibiotici, per combattere infezioni batteriche e cortisone per contrastare l'infiammazione che il virus provoca». Ed è proprio perché questo protocollo venga anticipato che il cardiochirurgo si sta battendo: «Questo virus entra nell'alveolo polmonare, ma a differenza di quanto avviene con la banale influenza, vengono intaccati i capillari polmonari, entra cioè nel sangue. Entrando nella parete dei capillari, l'endotelio, si moltiplica e distrugge le cellule, causando anche un'embolia polmonare periferica, più pericolosa e difficilmente curabile. In alcuni casi, la distruzione dell'endotelio vascolare causa trombosi anche nel tessuto cardiaco, cerebrale o renale e determina infarti miocardici, ictus cerebrali o infarti renali». Secondo Spagnolo, quindi, chi risulta positivo, dovrebbe essere immediatamente trattato con eparina, cortisone e antibiotici, a domicilio, somministrati dal medico di base: «Con questo protocollo, molti pazienti non svilupperebbero niente di più grave di un'influenza, evitando di finire negli ospedali già strapieni». Ma per l'Oms e le Asl, l'eparina va somministrata solo quando la malattia si trasforma in polmonite. Il dottor Spagnolo ha mandato appelli alle autorità politiche e sanitarie, ma è stato ignorato. Già nei mesi più duri, lo specialista aveva lanciato l'allarme: «Lo scorso marzo avevo ipotizzato che la causa di morte del Covid 19 non fosse solo una polmonite interstiziale ma anche un'embolia polmonare diffusa e proposi la somministrazione dell'eparina. Il Journal of Cardiology Research, rivista americana, pubblicò la mia ricerca, mentre i colleghi italiani snobbarono tutto come una bufala». Invece, a fine aprile, le autopsie hanno confermato la presenza di trombi nei polmoni dei pazienti deceduti per Covid 19 ed è stata introdotta la terapia con eparina nei ricoverati in terapia intensiva, ottenendo miglioramenti. «Non vorrei si ripetesse ancora quanto successo, infatti ho mandato appelli al presidente del Consiglio, al ministero della Salute, e a tutte le autorità sanitarie del Paese, ma rimango inascoltato. Se si evitasse l'insorgere di patologie polmonari più gravi, il numero dei ricoveri crollerebbe. Vorrei evitare di ricorrere a personaggi che si servono del clamore mediatico per portare avanti la mia causa, ma a mali estremi non lo escludo».
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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