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2020-11-06
I decessi crescono ma mancano ancora criteri chiari con cui conteggiarli
Ansa
Sono 445 gli italiani che ieri hanno perso la vita a causa della pandemia di coronavirus, mai così tanti dal 2 maggio scorso. Numeri inquietanti e per giunta in forte ascesa, che riportano alla luce le terribili immagini della scorsa primavera, con i cortei di bare e le innumerevoli pagine di necrologi. Facile intuire perciò che quello dei morti per Covid-19 rappresenta un tema delicato, e trattandolo si rischia di scoperchiare un vaso di Pandora. Rispondendo alle domande del quotidiano britannico Telegraph, a marzo il professor Walter Ricciardi aveva sollevato dubbi sulla reale entità della conta: «Siamo troppo generosi nel modo in cui classifichiamo i morti, nel senso che assumiamo che le persone decedute in ospedale e positive al coronavirus siano morte a causa del coronavirus».
Vale la pena chiedersi perciò se il bollettino sia effettivamente «gonfiato» rispetto alla realtà. Prendiamo i due morti fatti registrare il 6 ottobre scorso dal Friuli-Venezia Giulia, uno dei quali riguarda una persona affetta da Covid e «deceduta a causa di una caduta nel proprio domicilio». Un mese prima, era mancata a Sassari una donna di 91 anni. Colpita da infarto ma positiva al tampone, e perciò registrata nel novero dei deceduti per colpa del coronavirus. Una circostanza che aveva fatto andare su tutte le furie Marcello Acciaro, capo dell'Unità di crisi del nord Sardegna: «Se i conti li fanno così, allora non mi stupisce che contiamo tanti morti in Italia».
Le regole ufficiali però parlano chiaro. Nel documento ufficiale pubblicato lo scorso 16 aprile dall'Organizzazione mondiale della sanità e intitolato «Linee guida internazionali per la classificazione del Covid-19 come causa di morte», al paragrafo 2 ci si imbatte in una definizione che lascia davvero poco spazio alla fantasia. È necessario infatti che sopraggiunga «una patologia con un quadro clinico compatibile, in un caso probabile o confermato di Covid-19, a patto che non ci sia una chiara causa alternativa di morte la quale non può in alcun modo essere connessa al Covid-19 (per esempio un trauma)». Per fare un esempio, un paziente morto per sindrome da distress respiratorio dovuto a polmonite, causata a sua volta dal coronavirus, può dirsi morto per Covid-19. Viceversa, qualora la persona sia positiva al Sars-CoV-2 ma muoia per patologie non collegate, per esempio infarto o incidente d'auto, il decesso non può essere ascrivibile al Covid-19. Semmai in questo caso la positività al tampone va indicata nelle note, ma non può mai essere considerata causa di morte. Rientrano in questa seconda casistica gli esempi riportati relativi al Friuli-Venezia Giulia e alla Sardegna. Che dunque non avrebbero dovuto essere conteggiati tra i morti per coronavirus. Le indicazioni fornite a giugno dall'Istituto superiore di sanità prevedono che, affinché si possa registrare un decesso Covid-19 occorre rispettare tutti e quattro i seguenti criteri: caso confermato tramite tampone; quadro clinico strumentale e suggestivo di Covid-19; assenza di una chiara causa di morte diversa; e assenza di recupero clinico completo tra la malattia e il decesso. Nonostante le linee guida siano chiare, qualcosa continua a non tornare. Una parziale risposta la si può trovare nell'indagine condotta dall'Iss sulla base delle schede di morte e pubblicata a luglio. Se nell'89% dei casi il Covid-19 rappresenta la causa direttamente responsabile della morte, nel restante 11% il decesso si può ritenere dovuto a un'altra malattia. Anche se l'Iss puntualizza che la causa «può aver contribuito al decesso accelerando processi morbosi già in atto», significherebbe stornare dal totale circa 4.000 morti. Non è tutto, perché solo nel 28,2% delle schede esaminate il Covid-19 rappresenta l'unica causa di morte.
Qua le cose iniziano a farsi confuse. Nel restante 71,8% dei casi risulta infatti presente una concausa (o causa multipla). Tra le più frequenti le cardiopatie intensive (18% dei casi), il diabete mellito (16%), le cardiopatie ischemiche (13%) e i tumori (12%), ma non mancano demenza, Alzheimer e obesità. Secondo l'Oms, «il Covid-19 andrebbe riportato sul certificato di morte di tutti gli individui di cui si ritiene abbia causato, o contribuito a causare, la morte». Dal canto suo l'Iss presume che, seppure in presenza di altre patologie preesistenti, senza la positività al virus «il decesso non si sarebbe verificato». Un'interpretazione estensiva della catena di eventi che portano alla morte, anzi un vero e proprio limbo nel quale si può insinuare un po' di tutto. Come dimostra peraltro la sintomatologia registrata a margine dei decessi. Non ci sono solo polmoniti (79%) e sintomi respiratori (55%), ma anche complicanze cardiache, infarto, complicanze intestinali, epatiche o intestinali, e perfino embolia e trombosi. A complicare ulteriormente le cose, la situazione confusa sui dati della terapia intensiva. «Bisogna capire chi sono le persone che muoiono, perché non vengono dalla terapia intensiva», ha denunciato il professor Giuseppe Remuzzi, uno dei più autorevoli ricercatori italiani al mondo. Di certo non aiutano le cifre giornaliere fornite dal ministero della Salute, che forniscono solo la differenza dei ricoveri rispetto al giorno prima, e non uno spaccato dal quale si possano evincere guariti e deceduti. Noi cittadini siamo responsabili, al governo tocca però essere trasparente.
«L’eparina può salvare i positivi ed evitare il collasso dei reparti»
«Dobbiamo curare il paziente prima che si ammali, altrimenti poi è troppo tardi». Quanto dice Salvatore Spagnolo, cardiochirurgo dell'Iclas di Rapallo, potrebbe sembrare paradossale. Invece, il dottore spiega che il trattamento tempestivo e in casa dei malati di Covid con eparina, cortisone e antibiotici può ridurre l'aggressività del virus bloccandone alcuni degli effetti più letali, come le embolie polmonari.
«Il virus non sta in quarantena due settimane come le persone, agisce immediatamente e attacca l'organismo» sottolinea Spagnolo, «se una persona è asintomatica, non si deve far nulla, ma appena manifesta i primi sintomi influenzali, attualmente i medici prescrivono semplice paracetamolo. Solo quando compaiono patologie polmonari, riscontrabili dopo aver fatto la radiografia, il paziente viene ricoverato e curato con farmaci come eparina, per evitare embolie polmonari, antibiotici, per combattere infezioni batteriche e cortisone per contrastare l'infiammazione che il virus provoca».
Ed è proprio perché questo protocollo venga anticipato che il cardiochirurgo si sta battendo: «Questo virus entra nell'alveolo polmonare, ma a differenza di quanto avviene con la banale influenza, vengono intaccati i capillari polmonari, entra cioè nel sangue. Entrando nella parete dei capillari, l'endotelio, si moltiplica e distrugge le cellule, causando anche un'embolia polmonare periferica, più pericolosa e difficilmente curabile. In alcuni casi, la distruzione dell'endotelio vascolare causa trombosi anche nel tessuto cardiaco, cerebrale o renale e determina infarti miocardici, ictus cerebrali o infarti renali».
Secondo Spagnolo, quindi, chi risulta positivo, dovrebbe essere immediatamente trattato con eparina, cortisone e antibiotici, a domicilio, somministrati dal medico di base: «Con questo protocollo, molti pazienti non svilupperebbero niente di più grave di un'influenza, evitando di finire negli ospedali già strapieni». Ma per l'Oms e le Asl, l'eparina va somministrata solo quando la malattia si trasforma in polmonite. Il dottor Spagnolo ha mandato appelli alle autorità politiche e sanitarie, ma è stato ignorato. Già nei mesi più duri, lo specialista aveva lanciato l'allarme:
«Lo scorso marzo avevo ipotizzato che la causa di morte del Covid 19 non fosse solo una polmonite interstiziale ma anche un'embolia polmonare diffusa e proposi la somministrazione dell'eparina. Il Journal of Cardiology Research, rivista americana, pubblicò la mia ricerca, mentre i colleghi italiani snobbarono tutto come una bufala».
Invece, a fine aprile, le autopsie hanno confermato la presenza di trombi nei polmoni dei pazienti deceduti per Covid 19 ed è stata introdotta la terapia con eparina nei ricoverati in terapia intensiva, ottenendo miglioramenti.
«Non vorrei si ripetesse ancora quanto successo, infatti ho mandato appelli al presidente del Consiglio, al ministero della Salute, e a tutte le autorità sanitarie del Paese, ma rimango inascoltato. Se si evitasse l'insorgere di patologie polmonari più gravi, il numero dei ricoveri crollerebbe. Vorrei evitare di ricorrere a personaggi che si servono del clamore mediatico per portare avanti la mia causa, ma a mali estremi non lo escludo».
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Secondo uno studio dell'Iss il Covid è l'unica causa di morte solo in un caso su tre. Mentre è mistero sui guariti in terapia intensivaIl cardiologo Salvatore Spagnolo lancia l'appello per l'uso tempestivo dell'antivirale a domicilioLo speciale contiene due articoliSono 445 gli italiani che ieri hanno perso la vita a causa della pandemia di coronavirus, mai così tanti dal 2 maggio scorso. Numeri inquietanti e per giunta in forte ascesa, che riportano alla luce le terribili immagini della scorsa primavera, con i cortei di bare e le innumerevoli pagine di necrologi. Facile intuire perciò che quello dei morti per Covid-19 rappresenta un tema delicato, e trattandolo si rischia di scoperchiare un vaso di Pandora. Rispondendo alle domande del quotidiano britannico Telegraph, a marzo il professor Walter Ricciardi aveva sollevato dubbi sulla reale entità della conta: «Siamo troppo generosi nel modo in cui classifichiamo i morti, nel senso che assumiamo che le persone decedute in ospedale e positive al coronavirus siano morte a causa del coronavirus». Vale la pena chiedersi perciò se il bollettino sia effettivamente «gonfiato» rispetto alla realtà. Prendiamo i due morti fatti registrare il 6 ottobre scorso dal Friuli-Venezia Giulia, uno dei quali riguarda una persona affetta da Covid e «deceduta a causa di una caduta nel proprio domicilio». Un mese prima, era mancata a Sassari una donna di 91 anni. Colpita da infarto ma positiva al tampone, e perciò registrata nel novero dei deceduti per colpa del coronavirus. Una circostanza che aveva fatto andare su tutte le furie Marcello Acciaro, capo dell'Unità di crisi del nord Sardegna: «Se i conti li fanno così, allora non mi stupisce che contiamo tanti morti in Italia».Le regole ufficiali però parlano chiaro. Nel documento ufficiale pubblicato lo scorso 16 aprile dall'Organizzazione mondiale della sanità e intitolato «Linee guida internazionali per la classificazione del Covid-19 come causa di morte», al paragrafo 2 ci si imbatte in una definizione che lascia davvero poco spazio alla fantasia. È necessario infatti che sopraggiunga «una patologia con un quadro clinico compatibile, in un caso probabile o confermato di Covid-19, a patto che non ci sia una chiara causa alternativa di morte la quale non può in alcun modo essere connessa al Covid-19 (per esempio un trauma)». Per fare un esempio, un paziente morto per sindrome da distress respiratorio dovuto a polmonite, causata a sua volta dal coronavirus, può dirsi morto per Covid-19. Viceversa, qualora la persona sia positiva al Sars-CoV-2 ma muoia per patologie non collegate, per esempio infarto o incidente d'auto, il decesso non può essere ascrivibile al Covid-19. Semmai in questo caso la positività al tampone va indicata nelle note, ma non può mai essere considerata causa di morte. Rientrano in questa seconda casistica gli esempi riportati relativi al Friuli-Venezia Giulia e alla Sardegna. Che dunque non avrebbero dovuto essere conteggiati tra i morti per coronavirus. Le indicazioni fornite a giugno dall'Istituto superiore di sanità prevedono che, affinché si possa registrare un decesso Covid-19 occorre rispettare tutti e quattro i seguenti criteri: caso confermato tramite tampone; quadro clinico strumentale e suggestivo di Covid-19; assenza di una chiara causa di morte diversa; e assenza di recupero clinico completo tra la malattia e il decesso. Nonostante le linee guida siano chiare, qualcosa continua a non tornare. Una parziale risposta la si può trovare nell'indagine condotta dall'Iss sulla base delle schede di morte e pubblicata a luglio. Se nell'89% dei casi il Covid-19 rappresenta la causa direttamente responsabile della morte, nel restante 11% il decesso si può ritenere dovuto a un'altra malattia. Anche se l'Iss puntualizza che la causa «può aver contribuito al decesso accelerando processi morbosi già in atto», significherebbe stornare dal totale circa 4.000 morti. Non è tutto, perché solo nel 28,2% delle schede esaminate il Covid-19 rappresenta l'unica causa di morte. Qua le cose iniziano a farsi confuse. Nel restante 71,8% dei casi risulta infatti presente una concausa (o causa multipla). Tra le più frequenti le cardiopatie intensive (18% dei casi), il diabete mellito (16%), le cardiopatie ischemiche (13%) e i tumori (12%), ma non mancano demenza, Alzheimer e obesità. Secondo l'Oms, «il Covid-19 andrebbe riportato sul certificato di morte di tutti gli individui di cui si ritiene abbia causato, o contribuito a causare, la morte». Dal canto suo l'Iss presume che, seppure in presenza di altre patologie preesistenti, senza la positività al virus «il decesso non si sarebbe verificato». Un'interpretazione estensiva della catena di eventi che portano alla morte, anzi un vero e proprio limbo nel quale si può insinuare un po' di tutto. Come dimostra peraltro la sintomatologia registrata a margine dei decessi. Non ci sono solo polmoniti (79%) e sintomi respiratori (55%), ma anche complicanze cardiache, infarto, complicanze intestinali, epatiche o intestinali, e perfino embolia e trombosi. A complicare ulteriormente le cose, la situazione confusa sui dati della terapia intensiva. «Bisogna capire chi sono le persone che muoiono, perché non vengono dalla terapia intensiva», ha denunciato il professor Giuseppe Remuzzi, uno dei più autorevoli ricercatori italiani al mondo. Di certo non aiutano le cifre giornaliere fornite dal ministero della Salute, che forniscono solo la differenza dei ricoveri rispetto al giorno prima, e non uno spaccato dal quale si possano evincere guariti e deceduti. Noi cittadini siamo responsabili, al governo tocca però essere trasparente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-decessi-crescono-ma-mancano-ancora-criteri-chiari-con-cui-conteggiarli-2648637593.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leparina-puo-salvare-i-positivi-ed-evitare-il-collasso-dei-reparti" data-post-id="2648637593" data-published-at="1604607295" data-use-pagination="False"> «L’eparina può salvare i positivi ed evitare il collasso dei reparti» «Dobbiamo curare il paziente prima che si ammali, altrimenti poi è troppo tardi». Quanto dice Salvatore Spagnolo, cardiochirurgo dell'Iclas di Rapallo, potrebbe sembrare paradossale. Invece, il dottore spiega che il trattamento tempestivo e in casa dei malati di Covid con eparina, cortisone e antibiotici può ridurre l'aggressività del virus bloccandone alcuni degli effetti più letali, come le embolie polmonari. «Il virus non sta in quarantena due settimane come le persone, agisce immediatamente e attacca l'organismo» sottolinea Spagnolo, «se una persona è asintomatica, non si deve far nulla, ma appena manifesta i primi sintomi influenzali, attualmente i medici prescrivono semplice paracetamolo. Solo quando compaiono patologie polmonari, riscontrabili dopo aver fatto la radiografia, il paziente viene ricoverato e curato con farmaci come eparina, per evitare embolie polmonari, antibiotici, per combattere infezioni batteriche e cortisone per contrastare l'infiammazione che il virus provoca». Ed è proprio perché questo protocollo venga anticipato che il cardiochirurgo si sta battendo: «Questo virus entra nell'alveolo polmonare, ma a differenza di quanto avviene con la banale influenza, vengono intaccati i capillari polmonari, entra cioè nel sangue. Entrando nella parete dei capillari, l'endotelio, si moltiplica e distrugge le cellule, causando anche un'embolia polmonare periferica, più pericolosa e difficilmente curabile. In alcuni casi, la distruzione dell'endotelio vascolare causa trombosi anche nel tessuto cardiaco, cerebrale o renale e determina infarti miocardici, ictus cerebrali o infarti renali». Secondo Spagnolo, quindi, chi risulta positivo, dovrebbe essere immediatamente trattato con eparina, cortisone e antibiotici, a domicilio, somministrati dal medico di base: «Con questo protocollo, molti pazienti non svilupperebbero niente di più grave di un'influenza, evitando di finire negli ospedali già strapieni». Ma per l'Oms e le Asl, l'eparina va somministrata solo quando la malattia si trasforma in polmonite. Il dottor Spagnolo ha mandato appelli alle autorità politiche e sanitarie, ma è stato ignorato. Già nei mesi più duri, lo specialista aveva lanciato l'allarme: «Lo scorso marzo avevo ipotizzato che la causa di morte del Covid 19 non fosse solo una polmonite interstiziale ma anche un'embolia polmonare diffusa e proposi la somministrazione dell'eparina. Il Journal of Cardiology Research, rivista americana, pubblicò la mia ricerca, mentre i colleghi italiani snobbarono tutto come una bufala». Invece, a fine aprile, le autopsie hanno confermato la presenza di trombi nei polmoni dei pazienti deceduti per Covid 19 ed è stata introdotta la terapia con eparina nei ricoverati in terapia intensiva, ottenendo miglioramenti. «Non vorrei si ripetesse ancora quanto successo, infatti ho mandato appelli al presidente del Consiglio, al ministero della Salute, e a tutte le autorità sanitarie del Paese, ma rimango inascoltato. Se si evitasse l'insorgere di patologie polmonari più gravi, il numero dei ricoveri crollerebbe. Vorrei evitare di ricorrere a personaggi che si servono del clamore mediatico per portare avanti la mia causa, ma a mali estremi non lo escludo».
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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