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2023-04-27
Helmut Newton: la moda, il nudo e il ritratto. A Palazzo Reale va in scena la grande fotografia
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Helmut Newton. Amica. Milano, 1982 © Helmut Newton Foundation
Tedesco di origine ebree, naturalizzato australiano, di Helmut Newton (1920-2004) si è visto, detto e scritto di tutto. Eppure, ogni volta, riesce a stupire. E anche il «già visto» diventa novità. Come questa mostra milanese, che del grande fotografo raccoglie l’eredità (come racconta il titolo stesso dell’esposizione Helmut Newton,legacy) e mira a dare uno sguardo nuovo all’unicità, allo stile e, soprattutto, al lato provocatorio del lavoro dell’artista.
Fotografo «imperfetto», di se amava dire che «bisogna essere all’altezza della propria cattiva reputazione» e lui, nel bene e nel male, all’altezza della propria fama lo è sempre stato. Irriverente e trasgressivo, Newton voleva, amava e creava immagini forti, di quelle che lasciano il segno. E forti, altere, provocanti, ambigue, enigmatiche erano le sue donne, le modelle che immortalava nei suoi scatti senza tempo e fuori dal tempo. In bianco e nero soprattutto (pur senza disdegnare il colore, nonostante fosse daltonico...), con quei sapienti giochi di luce e ombre che sono il suo tratto distintivo. Donne di una bellezza inarrivabile, eleganti ed erotiche, che Newton, strizzando l’occhio al voyerismo e al sadomaso, ritraeva strette in corsetti di pelle, tacchi vertiginosi, lingerie provocanti, pose al limite della decenza: per alcuni, nessuno come lui ha saputo esaltare l’universo femminile; per altri, nessuno più di lui ne ha degradato la dignità. Il dibattito è tutt’ora aperto, e prendere una posizione non è poi così semplice. Ma una cosa è certa: nessuno può metterne in discussione la genialità. E per assaporare da vicino, quasi toccare con mano tutta la grandezza di Newton, per amarlo o magari detestarlo, basta una visita - o anche più di una – alla mostra allestita a Palazzo Reale, che può vantare la curatela di due noti « addetti ai lavori»: Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation e Denis Curti, direttore artistico de Le Stanze della Fotografia di Venezia, moderno polo espositivo con sede alla Fondazione Cini, sull’Isola di San Giorgio.
Helmut Newton, legacy. La mostra
In un percorso espositivo articolato e suddiviso in capitoli cronologici, accanto alle immagini iconiche trovano spazio polaroid, stampe a contatto, materiali d’archivio e un nutrito corpus di scatti inediti (presentati per la prima volta in Italia) che svelano aspetti meno noti dell’opera di Newton, con un focus specifico sui servizi di moda più anticonvenzionali, per meglio comprendere il processo creativo e il contesto nel quale è nata l’ispirazione di questo straordinario artista, nato Helmut Neustädter a Berlino, scappato a Singapore, espulso in Australia e passato alla storia con il cognome anglicizzato di Newton.
Ed è già conosciuto con questo nome quando, fra gli anni ’60 e ’70, raggiunge la celebrità massima, diventando il numero uno fra i fotografi di moda più quotati del tempo. Come lui, nessuno. O meglio, quasi nessuno… A fare eccezione è il newyorkese Richard Avedon, suo coetano e altro «bad boy» della fotografia mondiale, categoria fuoriclasse. Ad entrambi piace stupire, provocare, rompere gli schemi. E i grandi stilisti se li contendono. Perché anche la moda è stupore e provocazione. E’ conoscere il classico per reinventarlo.
Molte e intense le collaborazioni di Newton con Yves Saint Laurent e Karl Lagerfeld, eccentrico e trsgressivo: la sua fotografia dal taglio metafisico - fatta anche di immagini duplicate e di manichini accostati a modelle in carne e ossa - cattura lo spirito del tempo, interpreta la rivoluzione sessuale di fino decennio e, sui corpi statuari, gli abiti non sono più semplici accessori, ma prendono vita. Newton esce dai canoni della fotografia di moda classica, stravolge i set e realizza molti dei sui celebri servizi fuori dagli studi. Ama la luce naturale e - come gli impressionisti - lavora en plein air : su una spiaggia alle Hawaii, nelle piazze, sulle terrazze degli hotel, a Parigi come a New York (iconico, per esempio, è lo scatto di Elsa Peretti vestita da coniglietta. New York, 1975). Negli anni ’80, sperimentando ancora, Newton introduce nella fotografia il concetto visivo dei dittici (modelli nudi e vestiti posano gli uni accanto agli altri), mentre nel decennio successivo, oltre che per le riviste (tutte quotatissime) di moda, presta la sua arte anche alle campagne pubblicitarie di stilisti quali Chanel, Thierry Mugler, YSL, Wolford, e a clienti come Swarovski e Lavazza (che gli affiderà i suoi calendari per due anni consecutivi, il ‘93 e il ’94). In questo periodo le immagini di moda iniziano ad affermarsi nel mercato dell’arte con quotazioni altissime e Newton riceve premi ovunque, giusto riconoscimento per la sua totale dedizione alla fotografia.
La mostra a Palazzo Reale, con le sue potenti gigantografie e i ritratti raffinati, i nudi sfacciati e quelli velati, ci svela a tutto tondo il mondo unico di Helmut Newton, l’artista che ha sfidato ogni tentativo di categorizzazione e che, sino all'ultimo, ha continuato a incantare e a provocare con la sua inimitabile e singolare interpretazione della femminilità.
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Ideata in occasione del centesimo anniversario della sua nascita e posticipata di due anni a causa della pandemia, a Palazzo Reale di Milano un’ampia retrospettiva (visitabile sino al 25 giugno 2023) celebra uno dei più grandi e discussi fotografi del XX secolo. In mostra oltre 250 fotografie, riviste, documenti e video, in un percorso espositivo ricco e articolato, che ripercorre tutte le fasi ed evoluzioni della vita e della carriera di Helmut Newton, dagli esordi fino agli ultimi anni di produzione.Tedesco di origine ebree, naturalizzato australiano, di Helmut Newton (1920-2004) si è visto, detto e scritto di tutto. Eppure, ogni volta, riesce a stupire. E anche il «già visto» diventa novità. Come questa mostra milanese, che del grande fotografo raccoglie l’eredità (come racconta il titolo stesso dell’esposizione Helmut Newton,legacy) e mira a dare uno sguardo nuovo all’unicità, allo stile e, soprattutto, al lato provocatorio del lavoro dell’artista. Fotografo «imperfetto», di se amava dire che «bisogna essere all’altezza della propria cattiva reputazione» e lui, nel bene e nel male, all’altezza della propria fama lo è sempre stato. Irriverente e trasgressivo, Newton voleva, amava e creava immagini forti, di quelle che lasciano il segno. E forti, altere, provocanti, ambigue, enigmatiche erano le sue donne, le modelle che immortalava nei suoi scatti senza tempo e fuori dal tempo. In bianco e nero soprattutto (pur senza disdegnare il colore, nonostante fosse daltonico...), con quei sapienti giochi di luce e ombre che sono il suo tratto distintivo. Donne di una bellezza inarrivabile, eleganti ed erotiche, che Newton, strizzando l’occhio al voyerismo e al sadomaso, ritraeva strette in corsetti di pelle, tacchi vertiginosi, lingerie provocanti, pose al limite della decenza: per alcuni, nessuno come lui ha saputo esaltare l’universo femminile; per altri, nessuno più di lui ne ha degradato la dignità. Il dibattito è tutt’ora aperto, e prendere una posizione non è poi così semplice. Ma una cosa è certa: nessuno può metterne in discussione la genialità. E per assaporare da vicino, quasi toccare con mano tutta la grandezza di Newton, per amarlo o magari detestarlo, basta una visita - o anche più di una – alla mostra allestita a Palazzo Reale, che può vantare la curatela di due noti « addetti ai lavori»: Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation e Denis Curti, direttore artistico de Le Stanze della Fotografia di Venezia, moderno polo espositivo con sede alla Fondazione Cini, sull’Isola di San Giorgio.Helmut Newton, legacy. La mostraIn un percorso espositivo articolato e suddiviso in capitoli cronologici, accanto alle immagini iconiche trovano spazio polaroid, stampe a contatto, materiali d’archivio e un nutrito corpus di scatti inediti (presentati per la prima volta in Italia) che svelano aspetti meno noti dell’opera di Newton, con un focus specifico sui servizi di moda più anticonvenzionali, per meglio comprendere il processo creativo e il contesto nel quale è nata l’ispirazione di questo straordinario artista, nato Helmut Neustädter a Berlino, scappato a Singapore, espulso in Australia e passato alla storia con il cognome anglicizzato di Newton. Ed è già conosciuto con questo nome quando, fra gli anni ’60 e ’70, raggiunge la celebrità massima, diventando il numero uno fra i fotografi di moda più quotati del tempo. Come lui, nessuno. O meglio, quasi nessuno… A fare eccezione è il newyorkese Richard Avedon, suo coetano e altro «bad boy» della fotografia mondiale, categoria fuoriclasse. Ad entrambi piace stupire, provocare, rompere gli schemi. E i grandi stilisti se li contendono. Perché anche la moda è stupore e provocazione. E’ conoscere il classico per reinventarlo. Molte e intense le collaborazioni di Newton con Yves Saint Laurent e Karl Lagerfeld, eccentrico e trsgressivo: la sua fotografia dal taglio metafisico - fatta anche di immagini duplicate e di manichini accostati a modelle in carne e ossa - cattura lo spirito del tempo, interpreta la rivoluzione sessuale di fino decennio e, sui corpi statuari, gli abiti non sono più semplici accessori, ma prendono vita. Newton esce dai canoni della fotografia di moda classica, stravolge i set e realizza molti dei sui celebri servizi fuori dagli studi. Ama la luce naturale e - come gli impressionisti - lavora en plein air : su una spiaggia alle Hawaii, nelle piazze, sulle terrazze degli hotel, a Parigi come a New York (iconico, per esempio, è lo scatto di Elsa Peretti vestita da coniglietta. New York, 1975). Negli anni ’80, sperimentando ancora, Newton introduce nella fotografia il concetto visivo dei dittici (modelli nudi e vestiti posano gli uni accanto agli altri), mentre nel decennio successivo, oltre che per le riviste (tutte quotatissime) di moda, presta la sua arte anche alle campagne pubblicitarie di stilisti quali Chanel, Thierry Mugler, YSL, Wolford, e a clienti come Swarovski e Lavazza (che gli affiderà i suoi calendari per due anni consecutivi, il ‘93 e il ’94). In questo periodo le immagini di moda iniziano ad affermarsi nel mercato dell’arte con quotazioni altissime e Newton riceve premi ovunque, giusto riconoscimento per la sua totale dedizione alla fotografia.La mostra a Palazzo Reale, con le sue potenti gigantografie e i ritratti raffinati, i nudi sfacciati e quelli velati, ci svela a tutto tondo il mondo unico di Helmut Newton, l’artista che ha sfidato ogni tentativo di categorizzazione e che, sino all'ultimo, ha continuato a incantare e a provocare con la sua inimitabile e singolare interpretazione della femminilità.
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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