La guerra dei 12 giorni alza il velo sulla debolezza strategica della Cina
Xi Jinping e Ali Khamenei (Ansa)
  • L’Iran è una pedina importante per i rifornimenti energetici di Pechino e per la sua proiezione nel mondo. Eppure il Dragone non si è mosso in difesa di Teheran: non ha voluto sfidare gli Usa e scontentare la Ue.
  • L’analista Michael Lai, ricercatore senior del Middle East Media Research Institute (Memri): «Il leader cinese ha imparato a camuffare la sua influenza. Pure se non sempre rispetta le promesse sugli investimenti».
  • Quelle armi provenienti dall’Impero di Mezzo finite a Hamas e Huthi.

Lo speciale contiene tre articoli.

Il conflitto tra Israele e Iran rappresenta una prova decisiva per le ambizioni geopolitiche della Cina nella regione mediorientale, mettendo in evidenza i limiti strutturali della sua strategia internazionale. Pechino, che ha coltivato legami solidi di natura economica, commerciale ed energetica con i Paesi dell’area – mantenendo un equilibrio delicato tra schieramenti contrapposti – era riuscita persino a ottenere un riconoscimento diplomatico significativo nel 2023, favorendo la ripresa del dialogo tra Teheran e Riad. Quell’intesa si fondava su relazioni consolidate tra l’Iran e la Cina. Per Teheran, l’appoggio cinese rappresenta un argine alle dure politiche di isolamento imposte dagli Stati Uniti. Pechino, dal canto suo, considera l’Iran un partner cruciale per i rifornimenti energetici e un nodo strategico della Belt and Road Initiative (Bri), il grande progetto infrastrutturale globale promosso dal presidente Xi Jinping. Tuttavia, lo scontro armato tra Israele e Iran mette in luce le difficoltà per Pechino nel conciliare interessi economici, priorità geopolitiche e posizionamento diplomatico in un quadro internazionale sempre più instabile.

L’Iran, per la Cina, è un interlocutore fondamentale in Medio Oriente. Il Paese persiano occupa una posizione cardine nei progetti infrastrutturali cinesi: non solo come semplice punto di passaggio dei corridoi transcontinentali della Bri, ma anche come crocevia strategico tra Asia Orientale ed Europa attraverso reti terrestri per il trasporto e la distribuzione di energia. La cosiddetta «fascia economica» della Bri, pensata per ridurre la dipendenza dalle rotte marittime soggette al controllo statunitense, non può realizzarsi pienamente senza un accesso stabile attraverso l’Iran. La dipendenza di Pechino da Teheran è sia logistica che energetica. L’Iran fornisce un collegamento terrestre indispensabile verso l’Europa e possiede estesi giacimenti di petrolio e gas, risorse necessarie per sostenere la crescita cinese e diversificare le forniture. Un’interruzione di questo asse strategico dovuta a conflitti rischia di compromettere l’efficacia delle catene di approvvigionamento eurasiatiche e di ostacolare i progetti cardine della Bri, per i quali non esistono alternative terrestri equivalenti senza incorrere in elevati costi e rischi.

Alla luce di questi interessi, si sarebbe potuta immaginare una presa di posizione più decisa da parte di Pechino in difesa della sovranità iraniana. Eppure, la Cina ha mantenuto un atteggiamento cauto, fatto di appelli alla calma, preoccupazioni formali e inviti al dialogo multilaterale. Questo approccio ricalca la tradizionale linea cinese nelle crisi del Medio Oriente: mediazione e contenimento, piuttosto che coinvolgimento diretto. Un comportamento in netto contrasto con l’attivismo mostrato da Pechino in Asia meridionale, dove il sostegno al Pakistan durante i conflitti con l’India è stato molto più esplicito. Come scrive The Soufan Center, «questa differenza è dettata tanto dalla geografia quanto da calcoli geopolitici. Le tensioni indo-pakistane coinvolgono direttamente la sicurezza cinese, date le dispute territoriali con Nuova Delhi e la prossimità dei confini. Inoltre, il Pakistan non è soggetto a sanzioni occidentali, rendendo l’appoggio cinese meno rischioso. Sostenere apertamente Teheran, al contrario, aggraverebbe le frizioni con Washington e potrebbe compromettere i rapporti con l’Unione europea e con altri partner arabi del Golfo, tutti importanti per la strategia economica cinese». La cooperazione militare tra Cina e Iran si mantiene limitata e prevalentemente simbolica. Sebbene siano state svolte cinque esercitazioni navali congiunte tra il 2019 e il 2024, il loro impatto operativo è minimo e riveste soprattutto un valore propagandistico. Le forniture di armamenti cinesi a Teheran restano contenute, frenate da vincoli internazionali e dalla riluttanza di Pechino a cedere tecnologie avanzate, come i missili PL-15. Negli ultimi anni, la cooperazione nel settore della Difesa si è ridotta drasticamente, mentre la Russia ha assunto un ruolo dominante come principale fornitore di armi all’Iran. Inoltre, l’obsolescenza della forza aerea iraniana e la crescente enfasi su programmi missilistici e nucleari interni ne riducono l’interesse verso l’assistenza militare cinese. È possibile che vi siano stati trasferimenti tecnologici dual use, ma i controlli internazionali e il rischio di sanzioni secondarie rendono improbabile una cooperazione aperta. Il confronto tra Teheran e Tel Aviv conferma i vincoli strutturali che limitano l’azione estera cinese, nonostante la crescente proiezione globale di Pechino.

Sebbene l’Iran sia cruciale per le ambizioni continentali della Cina, la linea strategica perseguita da Xi privilegia la prudenza rispetto all’intervento. Il conflitto ha svelato i limiti del sostegno cinese ai partner contrapposti agli Stati Uniti, condizionato dalla volontà di evitare rotture con l’Occidente e di non compromettere le relazioni economiche globali. L’atteggiamento di Pechino ha evidenziato una contraddizione di fondo: proporsi come alternativa all’egemonia americana senza assumere un impegno concreto nei momenti di crisi. L’atteggiamento prudente della Cina ha suscitato delusione tra molti Paesi del Sud globale, che auspicavano una sua presa di posizione più decisa. Nonostante l’adesione dell’Iran all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) nel 2023, l’unica reazione dell’organismo è stata una generica condanna degli attacchi israeliani e un richiamo al dialogo sul nucleare, evidenziando i limiti dell’architettura multilaterale sostenuta da Pechino in ambito di sicurezza. In un contesto internazionale sempre più frammentato, la Cina continuerà a bilanciare ambizioni geopolitiche e prudenza strategica, cercando di preservare la propria presenza economica in Medio Oriente senza restare coinvolta in conflitti regionali, anche se riguardano partner chiave della sua visione globale specie ora che alla Casa Bianca c’è Donald Tump.

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