True
2023-03-13
Gli Stati che dicono no all'immigrazione
Ansa
Una cosa l’abbiamo capita. Che se sei disperato vieni in Italia. Joe Biden sta tirando su le frontiere. L’ Inghilterra non ne parliamo. La Spagna spara ai clandestini. La Francia che mai si è risparmiata nel darci lezioni di bon ton, respinge i migranti a suon di baionette. Ve la ricordate no? Tra i tanti episodi incresciosi, come dimenticare quella donna incinta respinta alla frontiera di Bardonecchia e poi morta. Era il 2018. La Danimarca vuole arrivare a ingressi zero. L’Austria chiede un rafforzamento dei controlli alle frontiere. Il Nepal vanta una Costituzione assai draconiana. E perfino l’Africa teme che «i neri diventino troppi». Ma qual è la situazione generale?
Mentre in Italia le sinistre berciano per addossare la responsabilità dei morti di Cutro, al presidente Giorgia Meloni, a Matteo Salvini, al ministro Matteo Piantedosi, perfino la Tunisia dice basta. Ma andiamo con ordine.
La politica migratoria annunciata il 5 gennaio scorso dal presidente degli Stati Uniti, che tanto era bello e bravo e per niente guerrafondaio, prevede l’estensione del titolo 42. Ossia di quella misura varata dall’amministrazione Trump a seguito della pandemia e che prevede l’espulsione immediata dei richiedenti asilo per motivi di salute pubblica. Orbene, Biden che prometteva politiche migratorie umane, di certo non si è risparmiato nell’utilizzare tale misura. Questa legge, dalla sua entrata in vigore nel marzo 2020, è stata usata per espellere oltre 1,45 milioni di persone, ma di cui, bada bene, un milione, quindi circa il 70%, nel corso dell’amministrazione Biden. Le nuove misure potrebbero portare a un irrigidimento delle restrizioni migratorie, e quindi l’estensione del titolo 42 a persone di Haiti, Cuba e Nicaragua; l’ espulsione immediata in Messico, in accordo con le sue autorità, di un massimo di 30.000 persone ogni mese; le espulsioni accelerate in base al titolo 8 per le persone alle quali non sia possibile applicare il titolo 42, e l’aumento del personale, delle barriere e dei meccanismi di controllo per impedire i passaggi irregolari alla frontiera.
Illustrato il Nuovo Mondo, ci spostiamo un attimo in Africa. Anche qui non sembra andare meglio. Se ne sono accorti anche gli africani che non è possibile gestire l’immigrazione a casaccio. Come ricordato recentemente dalla Verità, il presidente tunisino Kais Saied, il 21 febbraio scorso, durante una riunione del Consiglio di sicurezza, ha detto che «esiste un piano criminale per cambiare la composizione demografica della Tunisia. Ci sono alcuni individui che hanno ricevuto grosse somme di denaro per dare la residenza ai migranti subsahariani, la loro presenza è fonte di violenza, crimini e atti inaccettabili, è il momento di mettere la parola fine a tutto questo perché c’è la volontà di fare diventare la Tunisia solamente un paese africano e non un membro del mondo arabo e islamico». Da qui la promessa di misure urgenti «per contrastare l’arrivo in Tunisia di un numero importante di migranti clandestini».
E non va meglio nella sinistra danese. Spostandoci a Nord del globo terrestre, il governo progressista di Copenaghen vuole arrivare a ingressi zero. E quindi ha stretto accordi con la Ruanda e il Kosovo per smaltire i flussi. Avete presente i danesi? Uno dei Paesi più avanzati al mondo per i diritti. Ecco, la giovane leader dei socialdemocratici, Mette Frederiksen ha sempre sostenuto che la spesa necessaria per l’integrazione di nuovi migranti nella società danese fosse assolutamente incompatibile con il mantenimento dello stato sociale. È stata lei a volere la politica «zero rifugiati», eccezion fatta per gli ucraini, e a mettere in piedi un piano, simile a quello del Regno Unito, per trasferire i richiedenti asilo in Ruanda. Avete capito bene sì. Clandestini in Ruanda e delinquenti immigrati mandati a scontare la pena in Kosovo. Piani che Giorgia Meloni o Marine Le Pen non hanno nemmeno mai ipotizzato. E forse nemmeno pensato.
Non solo. La Danimarca fu il primo Paese europeo a dire che i normali rifugiati potessero essere rimandati indietro. Lo fece quando tolse i permessi di soggiorno ai siriani provenienti da zone sicure. Contando il risultato dei socialdemocratici, difficile non riconoscere il successo della strategia danese sulle questioni migratorie.
E il comportamento della Francia, così attenta a criticare l’Italia, non è meno duro. A Mentone, per dire, viene segnalata ancora la pratica della polizia di modificare la data di nascita degli immigrati minorenni, facendoli passare per maggiorenni e quindi espellibili tramite il refus d’entrée, il foglio di via. E come dimenticare quel braccio di ferro sulla pelle dei rifugiati?
Quando a novembre scorso ci fu il caso della Ocean Viking, Parigi disse «sì ok, la prendiamo noi», ma attraverso il portavoce del governo francese, Olivier Véran, avvertì che non avrebbe accolto oltre 3.000 persone così come da accordi presi con l’Italia. Non paga, inoltre, invitò anche il resto dei Paesi europei a fare altrettanto.
Ma veniamo all’Ungheria dove il diritto di asilo viene concesso a poche decine di persone l’anno. In Grecia invece, un rapporto dell’Oxfam, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si occupa di povertà e di tutela dei diritti umani, nel 2021 parlava di sette migranti su 10 in «detenzione amministrativa» già al momento della presentazione della domanda di asilo. Ecco perché non sbarcano qui. E a proposito: chi scrive ha visto con i propri occhi al confine tra la Slovenia e la Croazia, e tra la Croazia e la Bosnia, i migranti inginocchiati sull’asfalto venire respinti e ributtati al di là del confine dai poliziotti croati. Le carovane di disperati, che risalgono la rotta Balcanica, giunte alle frontiere vengono respinte anche con l’uso della forza. Chissà ora, dopo l’entrata nell’Area Schengen della Croazia.
Metà dell’Europa vuole cambiare passo almeno a parole
Insomma è cambiata l’aria. Chiudere le frontiere pare diventata una pratica europeicamente ammessa. L’Unione Europea sta accarezzando l’idea di cambiare passo sul tema immigrazione. E dopo anni che tenta di gestire i flussi, dimostrando la più totale incapacità, oggi cerca la formula magica per la crisi dei migranti.
La Commissione sta facendo sempre di più per assecondare i desideri degli Stati membri. Otto Paesi hanno scritto all’Ue chiedendo una riforma radicale del sistema di asilo e una seria e severa limitazione dell’immigrazione irregolare. Il sistema è rotto e avvantaggia i trafficanti di esseri umani, perché insomma basta, non se ne può più di questi che vanno vengono entrano escono. Il tutto alla luce del sole ma nell’ombra della clandestinità.
Tra i firmatari della lettera non c’è l’Italia, ormai stremata dalle continue e inascoltate richieste di aiuto.
L’ attuale sistema di asilo «è rotto», scrivono Danimarca, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia, Grecia, Malta e Austria, «e avvantaggia soprattutto i cinici trafficanti di esseri umani che approfittano della sfortuna di donne, uomini e bambini». Inoltre, i Paesi elencati invitano la Commissione «a presentare un approccio europeo completo per tutte le rotte migratorie».
Anche perché, i trafficanti del mare sono assai più svegli e più veloci dell’Unione che dal 2015 cerca - ma non trova - soluzioni. La prova? L’ultimo naufragio a Cutro. Non è percorribile la rotta dell’Egeo? C’è quella nel mar Ionio. Non riesco a passare dalla Libia? Ci sono Egitto e Tunisia. Non riesco a uscire dal Marocco? Ci sono la Spagna. Le Isole Canarie. Ovunque ti giri siamo circondati. Per porre fine alla totale assenza di controllo ci vorrebbe un’istituzione che abbia polso, ma quello dell’Europa negli ultimi anni pare essersi slogato.
Alla vigilia della riunione straordinaria del Consiglio d’Europa, l’8 febbraio scorso, era stato il cancelliere austriaco Karl Nehammer a «minacciare» di mettere il veto al Consiglio Europeo insieme ad altri sette Paesi, chiedendo un rafforzamento delle frontiere dell’Unione e più risorse per Frontex. Oltre a un miglioramento del sistema dei visti e a un’accelerazione delle strategie per i respingimenti.
Di conseguenza, quindi, anche nuovi accordi con i Paesi di provenienza e di transito dei migranti. Non solo. Nehammer si era mostrato molto contrariato rispetto ai profughi che giungono alla frontiera austriaca senza essere stati registrati dai Paesi d’ingresso dell’Unione. «Un problema», ha detto, «grave per la sicurezza di tutta l’Ue e che dimostra che Schengen non funziona e che anche il sistema di asilo della Ue è fallito».
Da dire che Giorgia Meloni, già a dicembre scorso, chiedeva «un impegno comune di tutti, degli Stati dell’Unione europea da una parte, e degli Stati della sponda Sud del Mediterraneo dall’altra» perché l’Italia da sola non ce la può più fare, «non può gestire un flusso con dimensioni ingestibili».
E così nelle dichiarazioni finali del Consiglio, i leader dell’Ue hanno concordato di «mobilitare immediatamente ingenti fondi e mezzi» per aiutare i Paesi a rafforzare le loro «capacità e infrastrutture di protezione delle frontiere».
Ergo proteggere i confini di terra e mare anche con muri e pattugliamenti si può. Si deve fare. Non solo. Che il vento stia cambiando lo si vede anche dall’ultima lettera con cui Ursula von Der Leyen risponde a Giorgia Meloni sul problema dei flussi migratori. «La migrazione va affrontata con un approccio olistico», scrive, «combattendo i trafficanti, mettendo in campo i rimpatri per chi non ha diritto di restare, ma anche offrendo percorsi chiari per migrazioni sicure e legali». «Provvederemo», continua, «con almeno mezzo miliardo nel finanziare nuovi insediamenti e corridoi umanitari da qui al 2025, offrendo supporto ad almeno 50.000 persone».
Cinquantamila? Poche rispetto a quel milione di richiedenti asilo registrati solo nel 2022 nell’Unione. Forse sì. Il vento sta cambiando. Arriverà il libeccio. E difendere le frontiere tornerà di moda. Sempre che alle parole seguano i fatti.
Il primo premier di origine straniera ha blindato gli accessi al Regno Unito
Lotta dura all’immigrazione clandestina. La stretta di mano che segna un punto di svolta è quella tra il presidente francese Emmanuel Macron e il premier inglese, Rishi Sunak. Uomini così diversi, ma così uniti. Venerdì scorso a Parigi c’è stato il primo vertice bilaterale tra i due leader e al centro dell’incontro ovviamente il tema immigrazione. Sunak ha fatto sapere che stanzierà 543 milioni di euro per limitare le partenze dalla Francia, con tanto di pattugliamento delle spiagge.
Ecco il modello che ora tutti vogliono imitare: quello della lotta dura ai «criminali che gestiscono la tratta». Perché, checché ne dica Macron, facile parlare, ma quando i clandestini te li trovi in casa, la questione diventa meno simpatica.
L’intesa bilaterale prevede la costruzione di un nuovo centro di detenzione per i migranti nel Nord della Francia, «che riunirà per la prima volta le nostre squadre», ha fatto sapere il governo britannico. Inoltre vi sarà un dispiegamento di maggiori risorse sia di personale francese - si prevedono 500 nuovi agenti - sia di tecnologie dedicate per pattugliare più efficacemente le coste. Avete capito bene. Pattugliamento delle coste e 500 nuovi agenti francesi. «La cooperazione rafforzata mira ad aumentare il tasso d’intercettamento di tentati attraversamenti e a ridurne così drasticamente il numero».
Ma c’è dell’altro. Il nuovo disegno di legge studiato dal governo britannico per contrastare l’immigrazione illegale prevede il rimpatrio automatico per i migranti che arrivano via mare e dispone che chi entri in maniera irregolare nel Paese venga messo in stato di fermo e rimpatriato oppure espulso in un terzo paese come il Ruanda. Il tutto avviene mentre in Italia si cerca di addossare la responsabilità a qualcuno per i 74 morti nel naufragio di Cutro. Se il progetto di legge inglese dovesse divenire efficace, chiunque arrivasse nel Paese via mare sarebbe sottoposto a detenzione e rispedito nel suo Stato di origine qualunque sia la situazione al suo interno. Già nell’aprile 2022 l’allora ministro dell’Interno britannico Priti Patel e il ministro degli Esteri ruandese Vincent Biruta siglarono un accordo che prevedeva la deportazione in Ruanda dei migranti entrati illegalmente nel Regno Unito, nell’attesa che venisse sciolto il quesito sulla loro richiesta di asilo.
Una specie di parcheggio, in cambio del pagamento al Ruanda di grosse somme di denaro. Fu la Corte europea dei diritti dell’uomo a dichiarare illegittima la misura.
In Australia hanno le idee chiarissime. «Questa non sarà la vostra nuova casa»
«Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa». È una delle mete più ambite dai nostri giovani che annoiati, frustrati e depressi dalla situazione in Italia, decidono di andare a vivere all’estero. Alcuni se ne vanno perché dicono che l’Italia sia un Paese chiuso e omofobo, razzista e quant’altro, ma forse non sanno che l’Australia, il sesto Paese più grande al mondo, «il Paese dove è bello vivere», nasconde una delle politiche di detenzione per immigrazione tra le più dure e severe.
La detenzione qui è obbligatoria per chiunque non abbia un visto valido. La legge prevede che tutti i «non cittadini illegali» siano detenuti per immigrazione per un periodo che può essere indefinito. Avete capito bene. Sì.
Secondo il Migration Act 1958 qui gli agenti devono detenere qualsiasi persona che sanno o sospettano essere in Australia illegalmente. E una volta che la persona viene sistemata nei centri di detenzione, deve rimanerci fino a quando non le viene concesso un visto. L’alternativa è quella di lasciare il Paese. Questo vale per chi è senza visto, per colui al quale è stato cancellato, o per chi ce l’ha scaduto.
Dati alla mano, secondo le statistiche del dipartimento degli Affari Interni, le persone detenute per immigrazione, al 31 agosto 2021, erano 1.440. La detenzione per immigrazione, secondo il governo, fa parte di uno stretto controllo delle frontiere e della salvaguardia dell’integrità del programma migratorio dell’Australia. E a dire che il sistema funziona, ci pensano i dati. Le statistiche del governo australiano mostrano che tra il 1° gennaio 1947 e il 30 giugno 2022 sono arrivati 940.159 tra rifugiati e migranti attraverso i processi di reinsediamento offshore e la protezione via terra.
Si stima che nei primi mesi del 2023, il numero di rifugiati e accolti in Australia dalla seconda guerra mondiale - badate bene: dalla seconda guerra mondiale - supererà i 950.000. Avete capito bene: 950.000. Nulla se si confrontano i richiedenti asilo nell’Unione europea nel 2022. Essi sono stati 5 milioni. Va bene, c’è stata la guerra in Ucraina. Ma la maggior parte dei richiedenti asilo in Australia proviene dall’Iran, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dallo Sri Lanka. Era il 2014 quando il governo australiano diffuse una campagna contro l’immigrazione illegale mettendo in guardia tutti coloro che avrebbero voluto avventurarsi via mare. «No Way», era il titolo. «Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa», c’era scritto.
Perfino a Katmandu non vanno pazzi per l’idea della sostituzione di popolo
Persino il piccolo Nepal (30 milioni di abitanti su 147.516 chilometri quadrati) non ci sta a vedere la propria popolazione «sostituita». Stretto tra due giganti demografici come Cina e India, lo stato himalayano fa di tutto per preservare la propria identità, sia in termini qualitativi che meramente quantitativi. E se la frontiera con la Cina è resa impervia da barriere culturali, geografiche e politiche, il confine indo-nepalese è aperto, non c’è bisogno di visto per attraversarlo, e le due popolazioni sono culturalmente molto vicine. Si spiega così la stringente legge sulla cittadinanza del Paese. Secondo la Costituzione del 2015, chiunque nasca da padre nepalese ottiene la nazionalità automaticamente per diritto di sangue, mentre se la madre è nepalese e il padre è straniero, il bambino può solo chiedere una «naturalizzazione», spesso complicata da ottenere. Ma anche in presenza di entrambi i genitori nepalesi, se i nonni non lo sono, è comunque difficile ottenere la cittadinanza. L’identità del padre deve essere inoltre provata con certezza, cosa non semplice in un Paese in cui nelle aree rurali c’è molta poligamia. Il carattere assai radicale delle normative vigenti ha determinato il fenomeno dei nepalesi apolidi: ragazzi cresciuti nel Paese, ma privi di cittadinanza. Non ci sono cifre certe, ma alcune Ong hanno calcolato che nel 2011 il 23% della popolazione sopra i 16 anni non possedeva un certificato di cittadinanza. Si stima che circa 6,7 milioni di nepalesi vivano oggi in questo limbo. Il tema della necessità di preservare la propria identità bio-culturale è comunque molto sentito nel Paese. Qualche mese fa il re Gyanendra Shah (nella foto), deposto nel 2008 ma presenza comunque ancora influente nel Paese, si è rivolto alla cittadinanza, criticando i tentativi di allentare le maglie della legge sulla cittadinanza: «Da una parte i nostri giovani andranno all’estero, dall’altra arriveranno stranieri a sostituirli. È un attacco fatale contro la religione, la cultura e la civiltà del Nepal. La nostra nazionalità e la nostra storia sono in una situazione critica. Il processo di sostituzione delle nostre credenze religiose e culturali originali è drasticamente accelerato. Man mano che la politica estera diventa sbilanciata, il nostro interesse nazionale e la nostra sicurezza sono minacciati. La corruzione diffusa ha perso la società, che deve ritrovare le sue fondamenta», ha aggiunto il monarca.
Continua a leggereRiduci
Dagli Usa alla Danimarca, dalla Tunisia alla Francia: ovunque, nel mondo, i Paesi tornano a chiudere le frontiere. La grande ondata di flussi partita nel 2011potrebbe essere giunta al termine. Ora la parole d’ordine è: rafforzare i confini.Dopo anni nel mondo delle favole, Bruxelles mobilita fondi e mezzi per vigilare su chi entra. Forse è la volta buona.Ecco il modello inglese che ora tutti vogliono imitare: quello della lotta dura ai «criminali che gestiscono la tratta».«Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa». In Nepal una delle leggi sulla cittadinanza più stringenti del mondo.Lo speciale contiene cinque articoliUna cosa l’abbiamo capita. Che se sei disperato vieni in Italia. Joe Biden sta tirando su le frontiere. L’ Inghilterra non ne parliamo. La Spagna spara ai clandestini. La Francia che mai si è risparmiata nel darci lezioni di bon ton, respinge i migranti a suon di baionette. Ve la ricordate no? Tra i tanti episodi incresciosi, come dimenticare quella donna incinta respinta alla frontiera di Bardonecchia e poi morta. Era il 2018. La Danimarca vuole arrivare a ingressi zero. L’Austria chiede un rafforzamento dei controlli alle frontiere. Il Nepal vanta una Costituzione assai draconiana. E perfino l’Africa teme che «i neri diventino troppi». Ma qual è la situazione generale?Mentre in Italia le sinistre berciano per addossare la responsabilità dei morti di Cutro, al presidente Giorgia Meloni, a Matteo Salvini, al ministro Matteo Piantedosi, perfino la Tunisia dice basta. Ma andiamo con ordine.La politica migratoria annunciata il 5 gennaio scorso dal presidente degli Stati Uniti, che tanto era bello e bravo e per niente guerrafondaio, prevede l’estensione del titolo 42. Ossia di quella misura varata dall’amministrazione Trump a seguito della pandemia e che prevede l’espulsione immediata dei richiedenti asilo per motivi di salute pubblica. Orbene, Biden che prometteva politiche migratorie umane, di certo non si è risparmiato nell’utilizzare tale misura. Questa legge, dalla sua entrata in vigore nel marzo 2020, è stata usata per espellere oltre 1,45 milioni di persone, ma di cui, bada bene, un milione, quindi circa il 70%, nel corso dell’amministrazione Biden. Le nuove misure potrebbero portare a un irrigidimento delle restrizioni migratorie, e quindi l’estensione del titolo 42 a persone di Haiti, Cuba e Nicaragua; l’ espulsione immediata in Messico, in accordo con le sue autorità, di un massimo di 30.000 persone ogni mese; le espulsioni accelerate in base al titolo 8 per le persone alle quali non sia possibile applicare il titolo 42, e l’aumento del personale, delle barriere e dei meccanismi di controllo per impedire i passaggi irregolari alla frontiera.Illustrato il Nuovo Mondo, ci spostiamo un attimo in Africa. Anche qui non sembra andare meglio. Se ne sono accorti anche gli africani che non è possibile gestire l’immigrazione a casaccio. Come ricordato recentemente dalla Verità, il presidente tunisino Kais Saied, il 21 febbraio scorso, durante una riunione del Consiglio di sicurezza, ha detto che «esiste un piano criminale per cambiare la composizione demografica della Tunisia. Ci sono alcuni individui che hanno ricevuto grosse somme di denaro per dare la residenza ai migranti subsahariani, la loro presenza è fonte di violenza, crimini e atti inaccettabili, è il momento di mettere la parola fine a tutto questo perché c’è la volontà di fare diventare la Tunisia solamente un paese africano e non un membro del mondo arabo e islamico». Da qui la promessa di misure urgenti «per contrastare l’arrivo in Tunisia di un numero importante di migranti clandestini». E non va meglio nella sinistra danese. Spostandoci a Nord del globo terrestre, il governo progressista di Copenaghen vuole arrivare a ingressi zero. E quindi ha stretto accordi con la Ruanda e il Kosovo per smaltire i flussi. Avete presente i danesi? Uno dei Paesi più avanzati al mondo per i diritti. Ecco, la giovane leader dei socialdemocratici, Mette Frederiksen ha sempre sostenuto che la spesa necessaria per l’integrazione di nuovi migranti nella società danese fosse assolutamente incompatibile con il mantenimento dello stato sociale. È stata lei a volere la politica «zero rifugiati», eccezion fatta per gli ucraini, e a mettere in piedi un piano, simile a quello del Regno Unito, per trasferire i richiedenti asilo in Ruanda. Avete capito bene sì. Clandestini in Ruanda e delinquenti immigrati mandati a scontare la pena in Kosovo. Piani che Giorgia Meloni o Marine Le Pen non hanno nemmeno mai ipotizzato. E forse nemmeno pensato.Non solo. La Danimarca fu il primo Paese europeo a dire che i normali rifugiati potessero essere rimandati indietro. Lo fece quando tolse i permessi di soggiorno ai siriani provenienti da zone sicure. Contando il risultato dei socialdemocratici, difficile non riconoscere il successo della strategia danese sulle questioni migratorie. E il comportamento della Francia, così attenta a criticare l’Italia, non è meno duro. A Mentone, per dire, viene segnalata ancora la pratica della polizia di modificare la data di nascita degli immigrati minorenni, facendoli passare per maggiorenni e quindi espellibili tramite il refus d’entrée, il foglio di via. E come dimenticare quel braccio di ferro sulla pelle dei rifugiati?Quando a novembre scorso ci fu il caso della Ocean Viking, Parigi disse «sì ok, la prendiamo noi», ma attraverso il portavoce del governo francese, Olivier Véran, avvertì che non avrebbe accolto oltre 3.000 persone così come da accordi presi con l’Italia. Non paga, inoltre, invitò anche il resto dei Paesi europei a fare altrettanto. Ma veniamo all’Ungheria dove il diritto di asilo viene concesso a poche decine di persone l’anno. In Grecia invece, un rapporto dell’Oxfam, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si occupa di povertà e di tutela dei diritti umani, nel 2021 parlava di sette migranti su 10 in «detenzione amministrativa» già al momento della presentazione della domanda di asilo. Ecco perché non sbarcano qui. E a proposito: chi scrive ha visto con i propri occhi al confine tra la Slovenia e la Croazia, e tra la Croazia e la Bosnia, i migranti inginocchiati sull’asfalto venire respinti e ributtati al di là del confine dai poliziotti croati. Le carovane di disperati, che risalgono la rotta Balcanica, giunte alle frontiere vengono respinte anche con l’uso della forza. Chissà ora, dopo l’entrata nell’Area Schengen della Croazia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-stati-che-dicono-no-all-immigrazione-2659584855.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meta-delleuropa-vuole-cambiare-passo-almeno-a-parole" data-post-id="2659584855" data-published-at="1678617468" data-use-pagination="False"> Metà dell’Europa vuole cambiare passo almeno a parole Insomma è cambiata l’aria. Chiudere le frontiere pare diventata una pratica europeicamente ammessa. L’Unione Europea sta accarezzando l’idea di cambiare passo sul tema immigrazione. E dopo anni che tenta di gestire i flussi, dimostrando la più totale incapacità, oggi cerca la formula magica per la crisi dei migranti. La Commissione sta facendo sempre di più per assecondare i desideri degli Stati membri. Otto Paesi hanno scritto all’Ue chiedendo una riforma radicale del sistema di asilo e una seria e severa limitazione dell’immigrazione irregolare. Il sistema è rotto e avvantaggia i trafficanti di esseri umani, perché insomma basta, non se ne può più di questi che vanno vengono entrano escono. Il tutto alla luce del sole ma nell’ombra della clandestinità. Tra i firmatari della lettera non c’è l’Italia, ormai stremata dalle continue e inascoltate richieste di aiuto. L’ attuale sistema di asilo «è rotto», scrivono Danimarca, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia, Grecia, Malta e Austria, «e avvantaggia soprattutto i cinici trafficanti di esseri umani che approfittano della sfortuna di donne, uomini e bambini». Inoltre, i Paesi elencati invitano la Commissione «a presentare un approccio europeo completo per tutte le rotte migratorie». Anche perché, i trafficanti del mare sono assai più svegli e più veloci dell’Unione che dal 2015 cerca - ma non trova - soluzioni. La prova? L’ultimo naufragio a Cutro. Non è percorribile la rotta dell’Egeo? C’è quella nel mar Ionio. Non riesco a passare dalla Libia? Ci sono Egitto e Tunisia. Non riesco a uscire dal Marocco? Ci sono la Spagna. Le Isole Canarie. Ovunque ti giri siamo circondati. Per porre fine alla totale assenza di controllo ci vorrebbe un’istituzione che abbia polso, ma quello dell’Europa negli ultimi anni pare essersi slogato. Alla vigilia della riunione straordinaria del Consiglio d’Europa, l’8 febbraio scorso, era stato il cancelliere austriaco Karl Nehammer a «minacciare» di mettere il veto al Consiglio Europeo insieme ad altri sette Paesi, chiedendo un rafforzamento delle frontiere dell’Unione e più risorse per Frontex. Oltre a un miglioramento del sistema dei visti e a un’accelerazione delle strategie per i respingimenti. Di conseguenza, quindi, anche nuovi accordi con i Paesi di provenienza e di transito dei migranti. Non solo. Nehammer si era mostrato molto contrariato rispetto ai profughi che giungono alla frontiera austriaca senza essere stati registrati dai Paesi d’ingresso dell’Unione. «Un problema», ha detto, «grave per la sicurezza di tutta l’Ue e che dimostra che Schengen non funziona e che anche il sistema di asilo della Ue è fallito». Da dire che Giorgia Meloni, già a dicembre scorso, chiedeva «un impegno comune di tutti, degli Stati dell’Unione europea da una parte, e degli Stati della sponda Sud del Mediterraneo dall’altra» perché l’Italia da sola non ce la può più fare, «non può gestire un flusso con dimensioni ingestibili». E così nelle dichiarazioni finali del Consiglio, i leader dell’Ue hanno concordato di «mobilitare immediatamente ingenti fondi e mezzi» per aiutare i Paesi a rafforzare le loro «capacità e infrastrutture di protezione delle frontiere». Ergo proteggere i confini di terra e mare anche con muri e pattugliamenti si può. Si deve fare. Non solo. Che il vento stia cambiando lo si vede anche dall’ultima lettera con cui Ursula von Der Leyen risponde a Giorgia Meloni sul problema dei flussi migratori. «La migrazione va affrontata con un approccio olistico», scrive, «combattendo i trafficanti, mettendo in campo i rimpatri per chi non ha diritto di restare, ma anche offrendo percorsi chiari per migrazioni sicure e legali». «Provvederemo», continua, «con almeno mezzo miliardo nel finanziare nuovi insediamenti e corridoi umanitari da qui al 2025, offrendo supporto ad almeno 50.000 persone». Cinquantamila? Poche rispetto a quel milione di richiedenti asilo registrati solo nel 2022 nell’Unione. Forse sì. Il vento sta cambiando. Arriverà il libeccio. E difendere le frontiere tornerà di moda. Sempre che alle parole seguano i fatti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-stati-che-dicono-no-all-immigrazione-2659584855.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-primo-premier-di-origine-straniera-ha-blindato-gli-accessi-al-regno-unito" data-post-id="2659584855" data-published-at="1678617468" data-use-pagination="False"> Il primo premier di origine straniera ha blindato gli accessi al Regno Unito Lotta dura all’immigrazione clandestina. La stretta di mano che segna un punto di svolta è quella tra il presidente francese Emmanuel Macron e il premier inglese, Rishi Sunak. Uomini così diversi, ma così uniti. Venerdì scorso a Parigi c’è stato il primo vertice bilaterale tra i due leader e al centro dell’incontro ovviamente il tema immigrazione. Sunak ha fatto sapere che stanzierà 543 milioni di euro per limitare le partenze dalla Francia, con tanto di pattugliamento delle spiagge. Ecco il modello che ora tutti vogliono imitare: quello della lotta dura ai «criminali che gestiscono la tratta». Perché, checché ne dica Macron, facile parlare, ma quando i clandestini te li trovi in casa, la questione diventa meno simpatica. L’intesa bilaterale prevede la costruzione di un nuovo centro di detenzione per i migranti nel Nord della Francia, «che riunirà per la prima volta le nostre squadre», ha fatto sapere il governo britannico. Inoltre vi sarà un dispiegamento di maggiori risorse sia di personale francese - si prevedono 500 nuovi agenti - sia di tecnologie dedicate per pattugliare più efficacemente le coste. Avete capito bene. Pattugliamento delle coste e 500 nuovi agenti francesi. «La cooperazione rafforzata mira ad aumentare il tasso d’intercettamento di tentati attraversamenti e a ridurne così drasticamente il numero». Ma c’è dell’altro. Il nuovo disegno di legge studiato dal governo britannico per contrastare l’immigrazione illegale prevede il rimpatrio automatico per i migranti che arrivano via mare e dispone che chi entri in maniera irregolare nel Paese venga messo in stato di fermo e rimpatriato oppure espulso in un terzo paese come il Ruanda. Il tutto avviene mentre in Italia si cerca di addossare la responsabilità a qualcuno per i 74 morti nel naufragio di Cutro. Se il progetto di legge inglese dovesse divenire efficace, chiunque arrivasse nel Paese via mare sarebbe sottoposto a detenzione e rispedito nel suo Stato di origine qualunque sia la situazione al suo interno. Già nell’aprile 2022 l’allora ministro dell’Interno britannico Priti Patel e il ministro degli Esteri ruandese Vincent Biruta siglarono un accordo che prevedeva la deportazione in Ruanda dei migranti entrati illegalmente nel Regno Unito, nell’attesa che venisse sciolto il quesito sulla loro richiesta di asilo. Una specie di parcheggio, in cambio del pagamento al Ruanda di grosse somme di denaro. Fu la Corte europea dei diritti dell’uomo a dichiarare illegittima la misura. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-stati-che-dicono-no-all-immigrazione-2659584855.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-australia-hanno-le-idee-chiarissime-questa-non-sara-la-vostra-nuova-casa" data-post-id="2659584855" data-published-at="1678617468" data-use-pagination="False"> In Australia hanno le idee chiarissime. «Questa non sarà la vostra nuova casa» «Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa». È una delle mete più ambite dai nostri giovani che annoiati, frustrati e depressi dalla situazione in Italia, decidono di andare a vivere all’estero. Alcuni se ne vanno perché dicono che l’Italia sia un Paese chiuso e omofobo, razzista e quant’altro, ma forse non sanno che l’Australia, il sesto Paese più grande al mondo, «il Paese dove è bello vivere», nasconde una delle politiche di detenzione per immigrazione tra le più dure e severe. La detenzione qui è obbligatoria per chiunque non abbia un visto valido. La legge prevede che tutti i «non cittadini illegali» siano detenuti per immigrazione per un periodo che può essere indefinito. Avete capito bene. Sì. Secondo il Migration Act 1958 qui gli agenti devono detenere qualsiasi persona che sanno o sospettano essere in Australia illegalmente. E una volta che la persona viene sistemata nei centri di detenzione, deve rimanerci fino a quando non le viene concesso un visto. L’alternativa è quella di lasciare il Paese. Questo vale per chi è senza visto, per colui al quale è stato cancellato, o per chi ce l’ha scaduto. Dati alla mano, secondo le statistiche del dipartimento degli Affari Interni, le persone detenute per immigrazione, al 31 agosto 2021, erano 1.440. La detenzione per immigrazione, secondo il governo, fa parte di uno stretto controllo delle frontiere e della salvaguardia dell’integrità del programma migratorio dell’Australia. E a dire che il sistema funziona, ci pensano i dati. Le statistiche del governo australiano mostrano che tra il 1° gennaio 1947 e il 30 giugno 2022 sono arrivati 940.159 tra rifugiati e migranti attraverso i processi di reinsediamento offshore e la protezione via terra. Si stima che nei primi mesi del 2023, il numero di rifugiati e accolti in Australia dalla seconda guerra mondiale - badate bene: dalla seconda guerra mondiale - supererà i 950.000. Avete capito bene: 950.000. Nulla se si confrontano i richiedenti asilo nell’Unione europea nel 2022. Essi sono stati 5 milioni. Va bene, c’è stata la guerra in Ucraina. Ma la maggior parte dei richiedenti asilo in Australia proviene dall’Iran, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dallo Sri Lanka. Era il 2014 quando il governo australiano diffuse una campagna contro l’immigrazione illegale mettendo in guardia tutti coloro che avrebbero voluto avventurarsi via mare. «No Way», era il titolo. «Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa», c’era scritto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-stati-che-dicono-no-all-immigrazione-2659584855.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="perfino-a-katmandu-non-vanno-pazzi-per-lidea-della-sostituzione-di-popolo" data-post-id="2659584855" data-published-at="1678649384" data-use-pagination="False"> Perfino a Katmandu non vanno pazzi per l’idea della sostituzione di popolo Persino il piccolo Nepal (30 milioni di abitanti su 147.516 chilometri quadrati) non ci sta a vedere la propria popolazione «sostituita». Stretto tra due giganti demografici come Cina e India, lo stato himalayano fa di tutto per preservare la propria identità, sia in termini qualitativi che meramente quantitativi. E se la frontiera con la Cina è resa impervia da barriere culturali, geografiche e politiche, il confine indo-nepalese è aperto, non c’è bisogno di visto per attraversarlo, e le due popolazioni sono culturalmente molto vicine. Si spiega così la stringente legge sulla cittadinanza del Paese. Secondo la Costituzione del 2015, chiunque nasca da padre nepalese ottiene la nazionalità automaticamente per diritto di sangue, mentre se la madre è nepalese e il padre è straniero, il bambino può solo chiedere una «naturalizzazione», spesso complicata da ottenere. Ma anche in presenza di entrambi i genitori nepalesi, se i nonni non lo sono, è comunque difficile ottenere la cittadinanza. L’identità del padre deve essere inoltre provata con certezza, cosa non semplice in un Paese in cui nelle aree rurali c’è molta poligamia. Il carattere assai radicale delle normative vigenti ha determinato il fenomeno dei nepalesi apolidi: ragazzi cresciuti nel Paese, ma privi di cittadinanza. Non ci sono cifre certe, ma alcune Ong hanno calcolato che nel 2011 il 23% della popolazione sopra i 16 anni non possedeva un certificato di cittadinanza. Si stima che circa 6,7 milioni di nepalesi vivano oggi in questo limbo. Il tema della necessità di preservare la propria identità bio-culturale è comunque molto sentito nel Paese. Qualche mese fa il re Gyanendra Shah (nella foto), deposto nel 2008 ma presenza comunque ancora influente nel Paese, si è rivolto alla cittadinanza, criticando i tentativi di allentare le maglie della legge sulla cittadinanza: «Da una parte i nostri giovani andranno all’estero, dall’altra arriveranno stranieri a sostituirli. È un attacco fatale contro la religione, la cultura e la civiltà del Nepal. La nostra nazionalità e la nostra storia sono in una situazione critica. Il processo di sostituzione delle nostre credenze religiose e culturali originali è drasticamente accelerato. Man mano che la politica estera diventa sbilanciata, il nostro interesse nazionale e la nostra sicurezza sono minacciati. La corruzione diffusa ha perso la società, che deve ritrovare le sue fondamenta», ha aggiunto il monarca.
Il premier, Pedro Sánchez, ha minimizzato: «Nessuna preoccupazione, lavoriamo sulla base di documenti ufficiali». Quelli, in effetti, mancano. Non potrebbe essere altrimenti: il trattato istitutivo non prevede nulla a riguardo e tutte le decisioni si prendono all’unanimità. Gli iberici dovrebbero votare contro sé stessi. Semmai, gli Usa potrebbero decidere in maniera unilaterale di escludere Madrid da alcune operazioni da loro coordinate, oppure negare la condivisione di informazioni. Non sarebbe poco, vista l’aria che tira nel blocco occidentale. È anche per questo che ieri, al vertice di Cipro, i membri dell’Unione hanno iniziato a precisare il funzionamento dell’articolo 42 del Trattato Ue, sulla mutua assistenza in caso di attacco. Il presidente del Consigio Ue, António Costa, ha però preferito glissare sulla paventata rappresaglia trumpiana: «Cooperiamo con la Nato», ha tagliato corto, «ma non discutiamo le sue questioni interne».
In verità, il governo socialista spagnolo si è comportato più o meno come l’Italia: ha concesso l’uso delle basi per le attività previste dagli accordi in vigore. Perciò Roma ha potuto rifiutare un atterraggio a Sigonella: occorreva un’autorizzazione preventiva e il velivolo non aveva meri scopi logistici, essendo diretto, dopo lo scalo, in Iran. Tanto era bastato a Trump, il quale esige dai soci la pubblica genuflessione, per dirsi «scioccato» da Giorgia Meloni e per scrivere sui social che gli Usa «non ci saranno» per noi nel bisogno. Il tycoon ha il dente ancora più avvelenato con Sánchez, il più filocinese degli europei, che per compattare una ballerina maggioranza di sinistra radicale ci ha tenuto a sbandierare la sua posizione critica sul conflitto. Non a caso, Podemos, che all’esecutivo ha concesso soltanto un appoggio esterno, ieri ha invocato l’uscita unilaterale dalla Nato.
Il nervosismo dell’America, però, non deriva solo dalle pretese imperiali della Casa Bianca. Oltreoceano si starà incrinando la fiducia nella potenza militare a stelle e strisce, che gli Usa hanno spesso esibito in questi mesi.
Gli allarmi sullo svuotamento degli arsenali si stanno moltiplicando. Il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva messo in guardia Turmp durante le discussioni preliminari su Epic fury. La Cnn ha pubblicato una lista dettagliata degli armamenti consumati in quaranta giorni di bombardamenti. È all’incirca la stessa valutazione di ieri del New York Times, basata su rapporti del dipartimento della Difesa. Durante le ostilità, sono stati lanciati 1.100 cruise stealth a lungo raggio; 1.000 Tomahawk, dieci volte quelli che vengono acquistati in un anno per 3,6 milioni l’uno; 1.200 intercettori Patriot, da 4 milioni ciascuno; 1.000 testate di precisione e aria-superficie. Il conto: tra i 28 e i 35 miliardi di dollari, quasi 1 miliardo al dì, 5,6 bruciati solo nel primo giorno di raid massicci. E per ricostituire le scorte potrebbero servirne fino a 47, senza contare il fattore tempo. Così, già a novembre, il Pentagono aveva convocato i vertici delle case automobilistiche, esortandoli a riconvertire a finalità belliche alcune delle loro linee di produzione.
Ma il vero guaio è che, per combattere il regime sciita, l’America ha lasciato scoperti altri teatri. Sicuramente l’Europa occidentale, dove scarseggiano droni da ricognizione e d’attacco; insieme alla riduzione di addestramenti ed esercitazioni, ne esce compromessa la capacità di deterrenza nei confronti della Russia. Certo, per Trump potrebbe essere un problema trascurabile: agli Usa interessa più strappare Mosca dalle grinfie dei cinesi, che proteggere il Vecchio continente dalle provocazioni di Vladimir Putin. È in Asia che casca l’asino.
L’Indo-Pacifico era uno dei settori prioritari individuati dal compasso strategico dello scorso dicembre: almeno dagli anni di Barack Obama, è il «perno» degli interessi nazionali all’estero. Dall’inizio della guerra agli ayatollah, tuttavia, gli americani sono stati costretti a smobilitare: hanno spostato in Medio Oriente 2.200 Marines, nonché le contraeree Thaad stanziate in Corea del Sud, unico Paese partner a ospitare tale sofisticato sistema di difesa, utile a fronteggiare le minacce di Pyongyang. Pure i missili da crociera impiegati in Iran, in teoria, erano stati progettati per un eventuale confronto con Pechino. Peraltro, la prontezza operativa Usa era stata già limitata dal supporto offerto a Israele, quando i blitz degli Huthi avevano indotto Washington a dirottare navi e aerei nel Mar Rosso.
Non esiste più un poliziotto del mondo. Non c’è più una superpotenza dominante. Ognuno ha risorse limitate e deve saperle dosare bene. Le difficoltà del Golia a stelle e strisce sono il segnale inequivocabile della fine dell’egemonia statunitense; una condizione che la dottrina Donroe di Trump sembrava attrezzata a gestire e che, invece, sta esplodendo in mano al presidente. Anche perché la performance militare in Iran, finora, è stata tanto mastodontica quanto confusionaria. E la Cina, che ha le grinfie su Taiwan, l’ha osservata. Sogghignando: con Sun Tzu, Xi Jinping sa che l’arte della guerra consiste nel vincere senza dover combattere.
Continua a leggereRiduci
L'inviato speciale degli Stati Uniti per le missioni di pace Steve Witkoff (Ansa)
Inizia forse a sbloccarsi lo stallo diplomatico sulla crisi iraniana. Ieri, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, è partito per Islamabad. Reuters ha inizialmente riportato che, prima di ripartire alla volta di Oman e Russia, avrebbe dovuto incontrarsi con dei funzionari pakistani, per discutere con loro dell’eventualità di un secondo round di colloqui con gli Stati Uniti e per presentare la risposta iraniana al piano di pace americano. Tuttavia, alcune ore più tardi, la Cnn ha riferito che Donald Trump avrebbe mandato in Pakistan Steve Witkoff e Jared Kushner per degli incontri con il ministro iraniano da tenersi nel corso del fine settimana. La Casa Bianca ha confermato che i due inviati statunitensi partiranno stamane. Inoltre, sempre secondo la Cnn, potrebbe successivamente muoversi anche JD Vance, qualora il processo diplomatico dovesse prendere slancio. È del resto verosimile che la situazione si stia sbloccando anche in conseguenza dell’estensione del cessate il fuoco tra Israele e Libano, annunciata l’altro ieri dal presidente americano.
Ricordiamo che la seconda tornata di colloqui tra americani e iraniani avrebbe dovuto originariamente tenersi martedì, tanto che la delegazione di Washington, guidata da Vance, era pronta a partire alla volta di Islamabad. In un primo momento, anche gli iraniani avevano acconsentito a prendere parte al meeting. Poi, a causa di divisioni interne al regime khomeinista, Teheran aveva fatto sapere che avrebbe partecipato soltanto a patto che gli Usa avessero revocato il blocco imposto ai porti iraniani: una pretesa che la Casa Bianca aveva respinto, puntando a usare lo sbarramento navale come leva negoziale con la Repubblica islamica.
In tutto questo, secondo Iran International, sembrerebbe essersi verificato una sorta di terremoto in seno al team di Teheran: parrebbe infatti che il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, si sia dimesso da capo della squadra negoziale a causa di disaccordi interni. In particolare, il diretto interessato sarebbe stato criticato per aver cercato di inserire la questione del nucleare iraniano nelle trattative con Washington. Se la notizia fosse confermata, è probabile che Ghalibaf possa essere sostituito da un esponente dell’ala intransigente del regime khomeinista, come Saeed Jalili. Araghchi, dal canto suo, starebbe tuttavia cercando di assumere la guida del team negoziale: del resto, sarà un caso, ma è stato proprio lui a recarsi in Pakistan ieri.
Negli Stati Uniti si registra frattanto un cauto ottimismo. Ieri, Pete Hegseth ha detto che l’Iran ha la possibilità di raggiungere un «buon accordo» con Washington. Parole significative, visto che, differentemente da Vance e Marco Rubio, il capo del Pentagono è stato finora tra le voci più scettiche, nell’amministrazione Trump, verso la diplomazia con Teheran. Al contempo, Hegseth ha difeso il blocco navale americano. «Il nostro blocco si sta ampliando e sta diventando globale. Nessuno può navigare dallo Stretto di Hormuz verso qualsiasi parte del mondo senza il permesso della Marina degli Stati Uniti», ha affermato. «Se ci saranno tentativi di posare altre mine in modo sconsiderato e irresponsabile, interverremo. Si tratta di una violazione del cessate il fuoco», ha anche detto. E così - mentre Ursula von der Leyen proponeva di «ampliare» l’operazione Aspides, «passando dalla mera protezione a un sofisticato coordinamento marittimo congiunto» - Hegseth lanciava una stoccata agli europei. «Non contiamo sull’Europa, ma loro hanno bisogno dello Stretto di Hormuz molto più di noi», ha affermato.
Il nodo di Hormuz continua, insomma, a rivelarsi centrale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, il conflitto in corso ha portato alla perdita di 120 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto per il periodo 2026-2030. Dall’altra parte, è vero che gli Usa dipendono meno dallo Stretto rispetto agli europei. Ma la sua chiusura ha un impatto sui costi energetici a livello globale: il che ha determinato un deciso aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti. Si tratta di un problema che Trump deve risolvere urgentemente, se vuole rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Il problema, per lui, sono le divisioni in seno al regime khomeinista che finora non è riuscito a mostrarsi compatto sulla linea da seguire. Da una parte, si registra un’ala dialogante (di cui fa parte Araghchi), che auspica la soluzione diplomatica, temendo gli effetti della pressione economica statunitense. Dall’altra, emerge un’ala ostile ai negoziati, che fa capo ai pasdaran. Ghalibaf ha cercato finora di trovare una sintesi tra queste sue istanze contrapposte, ma non c’è riuscito. Il suo passo indietro da capo negoziatore potrebbe essere legato (anche) a questa circostanza.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
Fattura da 108.000 euro per tre brevi ricoveri in ospedale. Lo Stato che non ha fatto i controlli sul locale della strage presenta il conto per i doverosi soccorsi alle vittime. Ira dell’Italia: «Scordatevelo». La Meloni: «Richiesta ignobile, mi auguro che la notizia si riveli infondata».
«Sono un ateo teologico esistenziale. Credo nell’intelligenza dell’Universo con l’eccezione di qualche cantone svizzero», diceva Woody Allen in una delle sue folgoranti battute. Oggi sappiamo con certezza che uno di quei cantoni non baciati dall’intelligenza divina è quello Vallese nel cui territorio e sotto la sua giurisdizione è avvenuta la tragedia di Crans Montana. E non mi riferisco soltanto al rogo del Costellation, che già in sé è un importante indizio.
No, siccome al peggio non c’è mai limite, ieri il presidente del cantone, tale Mathias Reynard, ha comunicato al nostro ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado, che la Svizzera non pagherà le spese sanitarie sostenute per le prime cure ai ragazzi italiani rimasti feriti e ustionati in quella drammatica notte, in particolare che «la mutua svizzera chiederà all’Italia il rimborso di 100.000 franchi (108.000 euro circa) per il breve ricovero di tre ragazzi italiani». A nulla è valso ricordare allo svizzero vallese che, questione etica e morale a parte, il nostro Paese si è fatto carico per settimane della cura di due cittadini svizzeri all’ospedale Niguarda di Milano e che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero nelle prime ore della tragedia, tutto rigorosamente a spese dell’Italia.
Verrebbe da dire: svizzeri assassini e pure strozzini, ma non si può dire perché qualche assassino e qualche strozzino potrebbe offendersi. Soldi (spesso grondanti di sangue dei dittatori di mezzo mondo), mucche e cioccolato nei secoli hanno prodotto - oltre al governatore Mathias Reynard - un eroe nazionale, Guglielmo Tell, probabilmente mai esistito, il cui unico merito era di avere una buona mira; l’ingegno svizzero non è mai andato oltre il cucù.
In un memorabile monologo Roberto Benigni, gli svizzeri, li racconta così: «Il dialogo con lo svizzero è piuttosto semplice. Non è che c’hanno tanti argomenti: Buon giorno che fai? Andavo in banca, e te? Sono stato a prendere il latte, ora vado a prendere una cioccolata. Ma sì andiamo a prendere una cioccolata in banca…». Con gente così si può parlare di umanità, di onore, di senso di responsabilità? Difficile, siamo lontani anni luce anche per quello che riguarda il senso della vergogna e il cinismo. Non dubitiamo che l’Italia si rifiuterà di pagare un solo franco a gentaglia del genere e le prime dichiarazioni pubbliche vanno in tal senso. Non per mancanza di fiducia, ma su questo vigileremo con particolare tigna, al primo segnale di cedimento la guerra al governo (e alla Svizzera) siamo pronti a dichiara noi.
Continua a leggereRiduci
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Non solo: vuole anche dire che soltanto 1,4 milioni di contribuenti dichiarano di avere un reddito superiore a 75.000 euro. A qualcuno forse queste cifre non faranno impressione, ma per quanto mi riguarda, essendo affascinato dai numeri, quando ho letto le percentuali mi è andato di traverso il caffè del mattino. Come è possibile che più di 11 milioni di italiani vivano del generoso sistema di welfare italiano senza pagare niente? Capisco che ci sono tante famiglie che campano con redditi esigui, ma 11 milioni di persone sono superiori alla popolazione dell’intera Lombardia, ovvero della regione con il maggior numero di abitanti. E allo stesso tempo, come si giustifica il fatto che soltanto un’esigua minoranza abbia un reddito lordo annuale di 75.000 euro? A qualcuno questa cifra sembrerà uno stipendio da nababbo, ma se la si divide per 13 e si sottraggono le tasse e i contributi si arriva a una somma di poco superiore a 3.000 euro mensili. Una retribuzione del genere è certamente superiore a quello di moltissimi lavoratori, ma se si vive in una grande città non si può certo pensare che un tale salario consenta di fare una vita agiata. Aggiungo di più: secondo le statistiche del Mef, solo lo 0,2 per cento dei contribuenti, ovvero 85.000 persone, dichiara un reddito complessivo lordo maggiore di 300.000 euro, somma che garantisce una retribuzione netta all’incirca di 11.000 euro.
Dopo aver appreso tutto ciò, mi sono chiesto come si giustifichi il tenore di vita che spesso vedo ostentato in alberghi di lusso e locali alla moda. Va bene il turismo straniero, comprendo che esista una quota di super ricchi che se la spassano, ma gli altri chi sono? E soprattutto, come fanno a permettersi una vita sopra le righe? È evidente che qualcuno fa il furbo. Anzi, a svicolare quando si tratta di presentare la dichiarazione dei redditi credo siano tanti. Molti anni fa, dedicando una copertina di Panorama all’argomento, mi sono chiesto chi siano questi italiani a reddito zero: milioni di persone che sembrano vivere d’aria. D’accordo, ci sono i poveri, ma neanche l’Istat arriva a sostenere che un quarto della popolazione è sul lastrico. Al massimo si parla di 5 milioni di soggetti, che hanno un reddito insufficiente ad assicurare una vita decorosa (anche su questi naturalmente ci sarebbe da dire e anche da indagare, ma per ora prendiamo per buono il dato del nostro Istituto di statistica). E gli altri 6 milioni chi sono?
Ve lo dico io: tolti i pensionati al minimo, levati i disoccupati, c’è un pezzo di Paese che vive a sbafo, sulle spalle dei contribuenti onesti. Del resto, ci vuole poco a capirlo: basta mettere in fila alcuni altri numeri forniti dal Mef. Se solo 85.000 persone dichiarano più di 300.000 euro lordi l’anno, come mai ci sono 123.000 soggetti che dichiarano di avere una casa all’estero, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro? E come mai 368.000 italiani hanno attività finanziarie estere per 191 miliardi? E come si concilia tutto ciò con il fatto che, sempre secondo le statistiche (questa volta di Boston consulting group) in Italia ci sono 457.000 milionari, di cui 115.000 sarebbero concentrati nella sola Milano? So che un conto è il patrimonio e un altro il reddito, ma mi riesce difficile credere che chi ha attività finanziarie all’estero e conti milionari poi abbia un introito annuale ridotto al lumicino.
Perché faccio questo discorso, che apparentemente potrebbe essere fatto in ogni stagione dell’anno? La ragione è semplice: in questi giorni invochiamo uno sforamento del Patto di stabilità per dare ossigeno, cioè quattrini, a famiglie e imprese. La crisi petrolifera rischia di azzoppare i consumi, dunque servono aiuti. Ma i soldi non possono finire agli evasori. Ogni anno si distribuiscono molti sussidi, ma non sempre arrivano nelle tasche giuste. Troppo spesso invece che i contribuenti onesti finiscono per sostenere chi fa il furbo. E questo, oltre a essere inutile per risollevare aziende e famiglie, è intollerabile. E la prima a ritenerla tale dovrebbe essere l’Agenzia delle entrate, che dovrebbe lasciare in pace gli onesti e perseguire chi sgarra.
Continua a leggereRiduci