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2023-03-13
Gli Stati che dicono no all'immigrazione
Ansa
Una cosa l’abbiamo capita. Che se sei disperato vieni in Italia. Joe Biden sta tirando su le frontiere. L’ Inghilterra non ne parliamo. La Spagna spara ai clandestini. La Francia che mai si è risparmiata nel darci lezioni di bon ton, respinge i migranti a suon di baionette. Ve la ricordate no? Tra i tanti episodi incresciosi, come dimenticare quella donna incinta respinta alla frontiera di Bardonecchia e poi morta. Era il 2018. La Danimarca vuole arrivare a ingressi zero. L’Austria chiede un rafforzamento dei controlli alle frontiere. Il Nepal vanta una Costituzione assai draconiana. E perfino l’Africa teme che «i neri diventino troppi». Ma qual è la situazione generale?
Mentre in Italia le sinistre berciano per addossare la responsabilità dei morti di Cutro, al presidente Giorgia Meloni, a Matteo Salvini, al ministro Matteo Piantedosi, perfino la Tunisia dice basta. Ma andiamo con ordine.
La politica migratoria annunciata il 5 gennaio scorso dal presidente degli Stati Uniti, che tanto era bello e bravo e per niente guerrafondaio, prevede l’estensione del titolo 42. Ossia di quella misura varata dall’amministrazione Trump a seguito della pandemia e che prevede l’espulsione immediata dei richiedenti asilo per motivi di salute pubblica. Orbene, Biden che prometteva politiche migratorie umane, di certo non si è risparmiato nell’utilizzare tale misura. Questa legge, dalla sua entrata in vigore nel marzo 2020, è stata usata per espellere oltre 1,45 milioni di persone, ma di cui, bada bene, un milione, quindi circa il 70%, nel corso dell’amministrazione Biden. Le nuove misure potrebbero portare a un irrigidimento delle restrizioni migratorie, e quindi l’estensione del titolo 42 a persone di Haiti, Cuba e Nicaragua; l’ espulsione immediata in Messico, in accordo con le sue autorità, di un massimo di 30.000 persone ogni mese; le espulsioni accelerate in base al titolo 8 per le persone alle quali non sia possibile applicare il titolo 42, e l’aumento del personale, delle barriere e dei meccanismi di controllo per impedire i passaggi irregolari alla frontiera.
Illustrato il Nuovo Mondo, ci spostiamo un attimo in Africa. Anche qui non sembra andare meglio. Se ne sono accorti anche gli africani che non è possibile gestire l’immigrazione a casaccio. Come ricordato recentemente dalla Verità, il presidente tunisino Kais Saied, il 21 febbraio scorso, durante una riunione del Consiglio di sicurezza, ha detto che «esiste un piano criminale per cambiare la composizione demografica della Tunisia. Ci sono alcuni individui che hanno ricevuto grosse somme di denaro per dare la residenza ai migranti subsahariani, la loro presenza è fonte di violenza, crimini e atti inaccettabili, è il momento di mettere la parola fine a tutto questo perché c’è la volontà di fare diventare la Tunisia solamente un paese africano e non un membro del mondo arabo e islamico». Da qui la promessa di misure urgenti «per contrastare l’arrivo in Tunisia di un numero importante di migranti clandestini».
E non va meglio nella sinistra danese. Spostandoci a Nord del globo terrestre, il governo progressista di Copenaghen vuole arrivare a ingressi zero. E quindi ha stretto accordi con la Ruanda e il Kosovo per smaltire i flussi. Avete presente i danesi? Uno dei Paesi più avanzati al mondo per i diritti. Ecco, la giovane leader dei socialdemocratici, Mette Frederiksen ha sempre sostenuto che la spesa necessaria per l’integrazione di nuovi migranti nella società danese fosse assolutamente incompatibile con il mantenimento dello stato sociale. È stata lei a volere la politica «zero rifugiati», eccezion fatta per gli ucraini, e a mettere in piedi un piano, simile a quello del Regno Unito, per trasferire i richiedenti asilo in Ruanda. Avete capito bene sì. Clandestini in Ruanda e delinquenti immigrati mandati a scontare la pena in Kosovo. Piani che Giorgia Meloni o Marine Le Pen non hanno nemmeno mai ipotizzato. E forse nemmeno pensato.
Non solo. La Danimarca fu il primo Paese europeo a dire che i normali rifugiati potessero essere rimandati indietro. Lo fece quando tolse i permessi di soggiorno ai siriani provenienti da zone sicure. Contando il risultato dei socialdemocratici, difficile non riconoscere il successo della strategia danese sulle questioni migratorie.
E il comportamento della Francia, così attenta a criticare l’Italia, non è meno duro. A Mentone, per dire, viene segnalata ancora la pratica della polizia di modificare la data di nascita degli immigrati minorenni, facendoli passare per maggiorenni e quindi espellibili tramite il refus d’entrée, il foglio di via. E come dimenticare quel braccio di ferro sulla pelle dei rifugiati?
Quando a novembre scorso ci fu il caso della Ocean Viking, Parigi disse «sì ok, la prendiamo noi», ma attraverso il portavoce del governo francese, Olivier Véran, avvertì che non avrebbe accolto oltre 3.000 persone così come da accordi presi con l’Italia. Non paga, inoltre, invitò anche il resto dei Paesi europei a fare altrettanto.
Ma veniamo all’Ungheria dove il diritto di asilo viene concesso a poche decine di persone l’anno. In Grecia invece, un rapporto dell’Oxfam, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si occupa di povertà e di tutela dei diritti umani, nel 2021 parlava di sette migranti su 10 in «detenzione amministrativa» già al momento della presentazione della domanda di asilo. Ecco perché non sbarcano qui. E a proposito: chi scrive ha visto con i propri occhi al confine tra la Slovenia e la Croazia, e tra la Croazia e la Bosnia, i migranti inginocchiati sull’asfalto venire respinti e ributtati al di là del confine dai poliziotti croati. Le carovane di disperati, che risalgono la rotta Balcanica, giunte alle frontiere vengono respinte anche con l’uso della forza. Chissà ora, dopo l’entrata nell’Area Schengen della Croazia.
Metà dell’Europa vuole cambiare passo almeno a parole
Insomma è cambiata l’aria. Chiudere le frontiere pare diventata una pratica europeicamente ammessa. L’Unione Europea sta accarezzando l’idea di cambiare passo sul tema immigrazione. E dopo anni che tenta di gestire i flussi, dimostrando la più totale incapacità, oggi cerca la formula magica per la crisi dei migranti.
La Commissione sta facendo sempre di più per assecondare i desideri degli Stati membri. Otto Paesi hanno scritto all’Ue chiedendo una riforma radicale del sistema di asilo e una seria e severa limitazione dell’immigrazione irregolare. Il sistema è rotto e avvantaggia i trafficanti di esseri umani, perché insomma basta, non se ne può più di questi che vanno vengono entrano escono. Il tutto alla luce del sole ma nell’ombra della clandestinità.
Tra i firmatari della lettera non c’è l’Italia, ormai stremata dalle continue e inascoltate richieste di aiuto.
L’ attuale sistema di asilo «è rotto», scrivono Danimarca, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia, Grecia, Malta e Austria, «e avvantaggia soprattutto i cinici trafficanti di esseri umani che approfittano della sfortuna di donne, uomini e bambini». Inoltre, i Paesi elencati invitano la Commissione «a presentare un approccio europeo completo per tutte le rotte migratorie».
Anche perché, i trafficanti del mare sono assai più svegli e più veloci dell’Unione che dal 2015 cerca - ma non trova - soluzioni. La prova? L’ultimo naufragio a Cutro. Non è percorribile la rotta dell’Egeo? C’è quella nel mar Ionio. Non riesco a passare dalla Libia? Ci sono Egitto e Tunisia. Non riesco a uscire dal Marocco? Ci sono la Spagna. Le Isole Canarie. Ovunque ti giri siamo circondati. Per porre fine alla totale assenza di controllo ci vorrebbe un’istituzione che abbia polso, ma quello dell’Europa negli ultimi anni pare essersi slogato.
Alla vigilia della riunione straordinaria del Consiglio d’Europa, l’8 febbraio scorso, era stato il cancelliere austriaco Karl Nehammer a «minacciare» di mettere il veto al Consiglio Europeo insieme ad altri sette Paesi, chiedendo un rafforzamento delle frontiere dell’Unione e più risorse per Frontex. Oltre a un miglioramento del sistema dei visti e a un’accelerazione delle strategie per i respingimenti.
Di conseguenza, quindi, anche nuovi accordi con i Paesi di provenienza e di transito dei migranti. Non solo. Nehammer si era mostrato molto contrariato rispetto ai profughi che giungono alla frontiera austriaca senza essere stati registrati dai Paesi d’ingresso dell’Unione. «Un problema», ha detto, «grave per la sicurezza di tutta l’Ue e che dimostra che Schengen non funziona e che anche il sistema di asilo della Ue è fallito».
Da dire che Giorgia Meloni, già a dicembre scorso, chiedeva «un impegno comune di tutti, degli Stati dell’Unione europea da una parte, e degli Stati della sponda Sud del Mediterraneo dall’altra» perché l’Italia da sola non ce la può più fare, «non può gestire un flusso con dimensioni ingestibili».
E così nelle dichiarazioni finali del Consiglio, i leader dell’Ue hanno concordato di «mobilitare immediatamente ingenti fondi e mezzi» per aiutare i Paesi a rafforzare le loro «capacità e infrastrutture di protezione delle frontiere».
Ergo proteggere i confini di terra e mare anche con muri e pattugliamenti si può. Si deve fare. Non solo. Che il vento stia cambiando lo si vede anche dall’ultima lettera con cui Ursula von Der Leyen risponde a Giorgia Meloni sul problema dei flussi migratori. «La migrazione va affrontata con un approccio olistico», scrive, «combattendo i trafficanti, mettendo in campo i rimpatri per chi non ha diritto di restare, ma anche offrendo percorsi chiari per migrazioni sicure e legali». «Provvederemo», continua, «con almeno mezzo miliardo nel finanziare nuovi insediamenti e corridoi umanitari da qui al 2025, offrendo supporto ad almeno 50.000 persone».
Cinquantamila? Poche rispetto a quel milione di richiedenti asilo registrati solo nel 2022 nell’Unione. Forse sì. Il vento sta cambiando. Arriverà il libeccio. E difendere le frontiere tornerà di moda. Sempre che alle parole seguano i fatti.
Il primo premier di origine straniera ha blindato gli accessi al Regno Unito
Lotta dura all’immigrazione clandestina. La stretta di mano che segna un punto di svolta è quella tra il presidente francese Emmanuel Macron e il premier inglese, Rishi Sunak. Uomini così diversi, ma così uniti. Venerdì scorso a Parigi c’è stato il primo vertice bilaterale tra i due leader e al centro dell’incontro ovviamente il tema immigrazione. Sunak ha fatto sapere che stanzierà 543 milioni di euro per limitare le partenze dalla Francia, con tanto di pattugliamento delle spiagge.
Ecco il modello che ora tutti vogliono imitare: quello della lotta dura ai «criminali che gestiscono la tratta». Perché, checché ne dica Macron, facile parlare, ma quando i clandestini te li trovi in casa, la questione diventa meno simpatica.
L’intesa bilaterale prevede la costruzione di un nuovo centro di detenzione per i migranti nel Nord della Francia, «che riunirà per la prima volta le nostre squadre», ha fatto sapere il governo britannico. Inoltre vi sarà un dispiegamento di maggiori risorse sia di personale francese - si prevedono 500 nuovi agenti - sia di tecnologie dedicate per pattugliare più efficacemente le coste. Avete capito bene. Pattugliamento delle coste e 500 nuovi agenti francesi. «La cooperazione rafforzata mira ad aumentare il tasso d’intercettamento di tentati attraversamenti e a ridurne così drasticamente il numero».
Ma c’è dell’altro. Il nuovo disegno di legge studiato dal governo britannico per contrastare l’immigrazione illegale prevede il rimpatrio automatico per i migranti che arrivano via mare e dispone che chi entri in maniera irregolare nel Paese venga messo in stato di fermo e rimpatriato oppure espulso in un terzo paese come il Ruanda. Il tutto avviene mentre in Italia si cerca di addossare la responsabilità a qualcuno per i 74 morti nel naufragio di Cutro. Se il progetto di legge inglese dovesse divenire efficace, chiunque arrivasse nel Paese via mare sarebbe sottoposto a detenzione e rispedito nel suo Stato di origine qualunque sia la situazione al suo interno. Già nell’aprile 2022 l’allora ministro dell’Interno britannico Priti Patel e il ministro degli Esteri ruandese Vincent Biruta siglarono un accordo che prevedeva la deportazione in Ruanda dei migranti entrati illegalmente nel Regno Unito, nell’attesa che venisse sciolto il quesito sulla loro richiesta di asilo.
Una specie di parcheggio, in cambio del pagamento al Ruanda di grosse somme di denaro. Fu la Corte europea dei diritti dell’uomo a dichiarare illegittima la misura.
In Australia hanno le idee chiarissime. «Questa non sarà la vostra nuova casa»
«Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa». È una delle mete più ambite dai nostri giovani che annoiati, frustrati e depressi dalla situazione in Italia, decidono di andare a vivere all’estero. Alcuni se ne vanno perché dicono che l’Italia sia un Paese chiuso e omofobo, razzista e quant’altro, ma forse non sanno che l’Australia, il sesto Paese più grande al mondo, «il Paese dove è bello vivere», nasconde una delle politiche di detenzione per immigrazione tra le più dure e severe.
La detenzione qui è obbligatoria per chiunque non abbia un visto valido. La legge prevede che tutti i «non cittadini illegali» siano detenuti per immigrazione per un periodo che può essere indefinito. Avete capito bene. Sì.
Secondo il Migration Act 1958 qui gli agenti devono detenere qualsiasi persona che sanno o sospettano essere in Australia illegalmente. E una volta che la persona viene sistemata nei centri di detenzione, deve rimanerci fino a quando non le viene concesso un visto. L’alternativa è quella di lasciare il Paese. Questo vale per chi è senza visto, per colui al quale è stato cancellato, o per chi ce l’ha scaduto.
Dati alla mano, secondo le statistiche del dipartimento degli Affari Interni, le persone detenute per immigrazione, al 31 agosto 2021, erano 1.440. La detenzione per immigrazione, secondo il governo, fa parte di uno stretto controllo delle frontiere e della salvaguardia dell’integrità del programma migratorio dell’Australia. E a dire che il sistema funziona, ci pensano i dati. Le statistiche del governo australiano mostrano che tra il 1° gennaio 1947 e il 30 giugno 2022 sono arrivati 940.159 tra rifugiati e migranti attraverso i processi di reinsediamento offshore e la protezione via terra.
Si stima che nei primi mesi del 2023, il numero di rifugiati e accolti in Australia dalla seconda guerra mondiale - badate bene: dalla seconda guerra mondiale - supererà i 950.000. Avete capito bene: 950.000. Nulla se si confrontano i richiedenti asilo nell’Unione europea nel 2022. Essi sono stati 5 milioni. Va bene, c’è stata la guerra in Ucraina. Ma la maggior parte dei richiedenti asilo in Australia proviene dall’Iran, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dallo Sri Lanka. Era il 2014 quando il governo australiano diffuse una campagna contro l’immigrazione illegale mettendo in guardia tutti coloro che avrebbero voluto avventurarsi via mare. «No Way», era il titolo. «Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa», c’era scritto.
Perfino a Katmandu non vanno pazzi per l’idea della sostituzione di popolo
Persino il piccolo Nepal (30 milioni di abitanti su 147.516 chilometri quadrati) non ci sta a vedere la propria popolazione «sostituita». Stretto tra due giganti demografici come Cina e India, lo stato himalayano fa di tutto per preservare la propria identità, sia in termini qualitativi che meramente quantitativi. E se la frontiera con la Cina è resa impervia da barriere culturali, geografiche e politiche, il confine indo-nepalese è aperto, non c’è bisogno di visto per attraversarlo, e le due popolazioni sono culturalmente molto vicine. Si spiega così la stringente legge sulla cittadinanza del Paese. Secondo la Costituzione del 2015, chiunque nasca da padre nepalese ottiene la nazionalità automaticamente per diritto di sangue, mentre se la madre è nepalese e il padre è straniero, il bambino può solo chiedere una «naturalizzazione», spesso complicata da ottenere. Ma anche in presenza di entrambi i genitori nepalesi, se i nonni non lo sono, è comunque difficile ottenere la cittadinanza. L’identità del padre deve essere inoltre provata con certezza, cosa non semplice in un Paese in cui nelle aree rurali c’è molta poligamia. Il carattere assai radicale delle normative vigenti ha determinato il fenomeno dei nepalesi apolidi: ragazzi cresciuti nel Paese, ma privi di cittadinanza. Non ci sono cifre certe, ma alcune Ong hanno calcolato che nel 2011 il 23% della popolazione sopra i 16 anni non possedeva un certificato di cittadinanza. Si stima che circa 6,7 milioni di nepalesi vivano oggi in questo limbo. Il tema della necessità di preservare la propria identità bio-culturale è comunque molto sentito nel Paese. Qualche mese fa il re Gyanendra Shah (nella foto), deposto nel 2008 ma presenza comunque ancora influente nel Paese, si è rivolto alla cittadinanza, criticando i tentativi di allentare le maglie della legge sulla cittadinanza: «Da una parte i nostri giovani andranno all’estero, dall’altra arriveranno stranieri a sostituirli. È un attacco fatale contro la religione, la cultura e la civiltà del Nepal. La nostra nazionalità e la nostra storia sono in una situazione critica. Il processo di sostituzione delle nostre credenze religiose e culturali originali è drasticamente accelerato. Man mano che la politica estera diventa sbilanciata, il nostro interesse nazionale e la nostra sicurezza sono minacciati. La corruzione diffusa ha perso la società, che deve ritrovare le sue fondamenta», ha aggiunto il monarca.
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Dagli Usa alla Danimarca, dalla Tunisia alla Francia: ovunque, nel mondo, i Paesi tornano a chiudere le frontiere. La grande ondata di flussi partita nel 2011potrebbe essere giunta al termine. Ora la parole d’ordine è: rafforzare i confini.Dopo anni nel mondo delle favole, Bruxelles mobilita fondi e mezzi per vigilare su chi entra. Forse è la volta buona.Ecco il modello inglese che ora tutti vogliono imitare: quello della lotta dura ai «criminali che gestiscono la tratta».«Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa». In Nepal una delle leggi sulla cittadinanza più stringenti del mondo.Lo speciale contiene cinque articoliUna cosa l’abbiamo capita. Che se sei disperato vieni in Italia. Joe Biden sta tirando su le frontiere. L’ Inghilterra non ne parliamo. La Spagna spara ai clandestini. La Francia che mai si è risparmiata nel darci lezioni di bon ton, respinge i migranti a suon di baionette. Ve la ricordate no? Tra i tanti episodi incresciosi, come dimenticare quella donna incinta respinta alla frontiera di Bardonecchia e poi morta. Era il 2018. La Danimarca vuole arrivare a ingressi zero. L’Austria chiede un rafforzamento dei controlli alle frontiere. Il Nepal vanta una Costituzione assai draconiana. E perfino l’Africa teme che «i neri diventino troppi». Ma qual è la situazione generale?Mentre in Italia le sinistre berciano per addossare la responsabilità dei morti di Cutro, al presidente Giorgia Meloni, a Matteo Salvini, al ministro Matteo Piantedosi, perfino la Tunisia dice basta. Ma andiamo con ordine.La politica migratoria annunciata il 5 gennaio scorso dal presidente degli Stati Uniti, che tanto era bello e bravo e per niente guerrafondaio, prevede l’estensione del titolo 42. Ossia di quella misura varata dall’amministrazione Trump a seguito della pandemia e che prevede l’espulsione immediata dei richiedenti asilo per motivi di salute pubblica. Orbene, Biden che prometteva politiche migratorie umane, di certo non si è risparmiato nell’utilizzare tale misura. Questa legge, dalla sua entrata in vigore nel marzo 2020, è stata usata per espellere oltre 1,45 milioni di persone, ma di cui, bada bene, un milione, quindi circa il 70%, nel corso dell’amministrazione Biden. Le nuove misure potrebbero portare a un irrigidimento delle restrizioni migratorie, e quindi l’estensione del titolo 42 a persone di Haiti, Cuba e Nicaragua; l’ espulsione immediata in Messico, in accordo con le sue autorità, di un massimo di 30.000 persone ogni mese; le espulsioni accelerate in base al titolo 8 per le persone alle quali non sia possibile applicare il titolo 42, e l’aumento del personale, delle barriere e dei meccanismi di controllo per impedire i passaggi irregolari alla frontiera.Illustrato il Nuovo Mondo, ci spostiamo un attimo in Africa. Anche qui non sembra andare meglio. Se ne sono accorti anche gli africani che non è possibile gestire l’immigrazione a casaccio. Come ricordato recentemente dalla Verità, il presidente tunisino Kais Saied, il 21 febbraio scorso, durante una riunione del Consiglio di sicurezza, ha detto che «esiste un piano criminale per cambiare la composizione demografica della Tunisia. Ci sono alcuni individui che hanno ricevuto grosse somme di denaro per dare la residenza ai migranti subsahariani, la loro presenza è fonte di violenza, crimini e atti inaccettabili, è il momento di mettere la parola fine a tutto questo perché c’è la volontà di fare diventare la Tunisia solamente un paese africano e non un membro del mondo arabo e islamico». Da qui la promessa di misure urgenti «per contrastare l’arrivo in Tunisia di un numero importante di migranti clandestini». E non va meglio nella sinistra danese. Spostandoci a Nord del globo terrestre, il governo progressista di Copenaghen vuole arrivare a ingressi zero. E quindi ha stretto accordi con la Ruanda e il Kosovo per smaltire i flussi. Avete presente i danesi? Uno dei Paesi più avanzati al mondo per i diritti. Ecco, la giovane leader dei socialdemocratici, Mette Frederiksen ha sempre sostenuto che la spesa necessaria per l’integrazione di nuovi migranti nella società danese fosse assolutamente incompatibile con il mantenimento dello stato sociale. È stata lei a volere la politica «zero rifugiati», eccezion fatta per gli ucraini, e a mettere in piedi un piano, simile a quello del Regno Unito, per trasferire i richiedenti asilo in Ruanda. Avete capito bene sì. Clandestini in Ruanda e delinquenti immigrati mandati a scontare la pena in Kosovo. Piani che Giorgia Meloni o Marine Le Pen non hanno nemmeno mai ipotizzato. E forse nemmeno pensato.Non solo. La Danimarca fu il primo Paese europeo a dire che i normali rifugiati potessero essere rimandati indietro. Lo fece quando tolse i permessi di soggiorno ai siriani provenienti da zone sicure. Contando il risultato dei socialdemocratici, difficile non riconoscere il successo della strategia danese sulle questioni migratorie. E il comportamento della Francia, così attenta a criticare l’Italia, non è meno duro. A Mentone, per dire, viene segnalata ancora la pratica della polizia di modificare la data di nascita degli immigrati minorenni, facendoli passare per maggiorenni e quindi espellibili tramite il refus d’entrée, il foglio di via. E come dimenticare quel braccio di ferro sulla pelle dei rifugiati?Quando a novembre scorso ci fu il caso della Ocean Viking, Parigi disse «sì ok, la prendiamo noi», ma attraverso il portavoce del governo francese, Olivier Véran, avvertì che non avrebbe accolto oltre 3.000 persone così come da accordi presi con l’Italia. Non paga, inoltre, invitò anche il resto dei Paesi europei a fare altrettanto. Ma veniamo all’Ungheria dove il diritto di asilo viene concesso a poche decine di persone l’anno. In Grecia invece, un rapporto dell’Oxfam, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si occupa di povertà e di tutela dei diritti umani, nel 2021 parlava di sette migranti su 10 in «detenzione amministrativa» già al momento della presentazione della domanda di asilo. Ecco perché non sbarcano qui. E a proposito: chi scrive ha visto con i propri occhi al confine tra la Slovenia e la Croazia, e tra la Croazia e la Bosnia, i migranti inginocchiati sull’asfalto venire respinti e ributtati al di là del confine dai poliziotti croati. Le carovane di disperati, che risalgono la rotta Balcanica, giunte alle frontiere vengono respinte anche con l’uso della forza. 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Otto Paesi hanno scritto all’Ue chiedendo una riforma radicale del sistema di asilo e una seria e severa limitazione dell’immigrazione irregolare. Il sistema è rotto e avvantaggia i trafficanti di esseri umani, perché insomma basta, non se ne può più di questi che vanno vengono entrano escono. Il tutto alla luce del sole ma nell’ombra della clandestinità. Tra i firmatari della lettera non c’è l’Italia, ormai stremata dalle continue e inascoltate richieste di aiuto. L’ attuale sistema di asilo «è rotto», scrivono Danimarca, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia, Grecia, Malta e Austria, «e avvantaggia soprattutto i cinici trafficanti di esseri umani che approfittano della sfortuna di donne, uomini e bambini». Inoltre, i Paesi elencati invitano la Commissione «a presentare un approccio europeo completo per tutte le rotte migratorie». Anche perché, i trafficanti del mare sono assai più svegli e più veloci dell’Unione che dal 2015 cerca - ma non trova - soluzioni. La prova? L’ultimo naufragio a Cutro. Non è percorribile la rotta dell’Egeo? C’è quella nel mar Ionio. Non riesco a passare dalla Libia? Ci sono Egitto e Tunisia. Non riesco a uscire dal Marocco? Ci sono la Spagna. Le Isole Canarie. Ovunque ti giri siamo circondati. Per porre fine alla totale assenza di controllo ci vorrebbe un’istituzione che abbia polso, ma quello dell’Europa negli ultimi anni pare essersi slogato. Alla vigilia della riunione straordinaria del Consiglio d’Europa, l’8 febbraio scorso, era stato il cancelliere austriaco Karl Nehammer a «minacciare» di mettere il veto al Consiglio Europeo insieme ad altri sette Paesi, chiedendo un rafforzamento delle frontiere dell’Unione e più risorse per Frontex. Oltre a un miglioramento del sistema dei visti e a un’accelerazione delle strategie per i respingimenti. Di conseguenza, quindi, anche nuovi accordi con i Paesi di provenienza e di transito dei migranti. Non solo. Nehammer si era mostrato molto contrariato rispetto ai profughi che giungono alla frontiera austriaca senza essere stati registrati dai Paesi d’ingresso dell’Unione. «Un problema», ha detto, «grave per la sicurezza di tutta l’Ue e che dimostra che Schengen non funziona e che anche il sistema di asilo della Ue è fallito». Da dire che Giorgia Meloni, già a dicembre scorso, chiedeva «un impegno comune di tutti, degli Stati dell’Unione europea da una parte, e degli Stati della sponda Sud del Mediterraneo dall’altra» perché l’Italia da sola non ce la può più fare, «non può gestire un flusso con dimensioni ingestibili». E così nelle dichiarazioni finali del Consiglio, i leader dell’Ue hanno concordato di «mobilitare immediatamente ingenti fondi e mezzi» per aiutare i Paesi a rafforzare le loro «capacità e infrastrutture di protezione delle frontiere». Ergo proteggere i confini di terra e mare anche con muri e pattugliamenti si può. Si deve fare. Non solo. Che il vento stia cambiando lo si vede anche dall’ultima lettera con cui Ursula von Der Leyen risponde a Giorgia Meloni sul problema dei flussi migratori. «La migrazione va affrontata con un approccio olistico», scrive, «combattendo i trafficanti, mettendo in campo i rimpatri per chi non ha diritto di restare, ma anche offrendo percorsi chiari per migrazioni sicure e legali». «Provvederemo», continua, «con almeno mezzo miliardo nel finanziare nuovi insediamenti e corridoi umanitari da qui al 2025, offrendo supporto ad almeno 50.000 persone». Cinquantamila? Poche rispetto a quel milione di richiedenti asilo registrati solo nel 2022 nell’Unione. Forse sì. Il vento sta cambiando. Arriverà il libeccio. E difendere le frontiere tornerà di moda. 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Sunak ha fatto sapere che stanzierà 543 milioni di euro per limitare le partenze dalla Francia, con tanto di pattugliamento delle spiagge. Ecco il modello che ora tutti vogliono imitare: quello della lotta dura ai «criminali che gestiscono la tratta». Perché, checché ne dica Macron, facile parlare, ma quando i clandestini te li trovi in casa, la questione diventa meno simpatica. L’intesa bilaterale prevede la costruzione di un nuovo centro di detenzione per i migranti nel Nord della Francia, «che riunirà per la prima volta le nostre squadre», ha fatto sapere il governo britannico. Inoltre vi sarà un dispiegamento di maggiori risorse sia di personale francese - si prevedono 500 nuovi agenti - sia di tecnologie dedicate per pattugliare più efficacemente le coste. Avete capito bene. Pattugliamento delle coste e 500 nuovi agenti francesi. «La cooperazione rafforzata mira ad aumentare il tasso d’intercettamento di tentati attraversamenti e a ridurne così drasticamente il numero». Ma c’è dell’altro. Il nuovo disegno di legge studiato dal governo britannico per contrastare l’immigrazione illegale prevede il rimpatrio automatico per i migranti che arrivano via mare e dispone che chi entri in maniera irregolare nel Paese venga messo in stato di fermo e rimpatriato oppure espulso in un terzo paese come il Ruanda. Il tutto avviene mentre in Italia si cerca di addossare la responsabilità a qualcuno per i 74 morti nel naufragio di Cutro. Se il progetto di legge inglese dovesse divenire efficace, chiunque arrivasse nel Paese via mare sarebbe sottoposto a detenzione e rispedito nel suo Stato di origine qualunque sia la situazione al suo interno. Già nell’aprile 2022 l’allora ministro dell’Interno britannico Priti Patel e il ministro degli Esteri ruandese Vincent Biruta siglarono un accordo che prevedeva la deportazione in Ruanda dei migranti entrati illegalmente nel Regno Unito, nell’attesa che venisse sciolto il quesito sulla loro richiesta di asilo. Una specie di parcheggio, in cambio del pagamento al Ruanda di grosse somme di denaro. Fu la Corte europea dei diritti dell’uomo a dichiarare illegittima la misura. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-stati-che-dicono-no-all-immigrazione-2659584855.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-australia-hanno-le-idee-chiarissime-questa-non-sara-la-vostra-nuova-casa" data-post-id="2659584855" data-published-at="1678617468" data-use-pagination="False"> In Australia hanno le idee chiarissime. «Questa non sarà la vostra nuova casa» «Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa». È una delle mete più ambite dai nostri giovani che annoiati, frustrati e depressi dalla situazione in Italia, decidono di andare a vivere all’estero. Alcuni se ne vanno perché dicono che l’Italia sia un Paese chiuso e omofobo, razzista e quant’altro, ma forse non sanno che l’Australia, il sesto Paese più grande al mondo, «il Paese dove è bello vivere», nasconde una delle politiche di detenzione per immigrazione tra le più dure e severe. La detenzione qui è obbligatoria per chiunque non abbia un visto valido. La legge prevede che tutti i «non cittadini illegali» siano detenuti per immigrazione per un periodo che può essere indefinito. Avete capito bene. Sì. Secondo il Migration Act 1958 qui gli agenti devono detenere qualsiasi persona che sanno o sospettano essere in Australia illegalmente. E una volta che la persona viene sistemata nei centri di detenzione, deve rimanerci fino a quando non le viene concesso un visto. L’alternativa è quella di lasciare il Paese. Questo vale per chi è senza visto, per colui al quale è stato cancellato, o per chi ce l’ha scaduto. Dati alla mano, secondo le statistiche del dipartimento degli Affari Interni, le persone detenute per immigrazione, al 31 agosto 2021, erano 1.440. La detenzione per immigrazione, secondo il governo, fa parte di uno stretto controllo delle frontiere e della salvaguardia dell’integrità del programma migratorio dell’Australia. E a dire che il sistema funziona, ci pensano i dati. Le statistiche del governo australiano mostrano che tra il 1° gennaio 1947 e il 30 giugno 2022 sono arrivati 940.159 tra rifugiati e migranti attraverso i processi di reinsediamento offshore e la protezione via terra. Si stima che nei primi mesi del 2023, il numero di rifugiati e accolti in Australia dalla seconda guerra mondiale - badate bene: dalla seconda guerra mondiale - supererà i 950.000. Avete capito bene: 950.000. Nulla se si confrontano i richiedenti asilo nell’Unione europea nel 2022. Essi sono stati 5 milioni. Va bene, c’è stata la guerra in Ucraina. Ma la maggior parte dei richiedenti asilo in Australia proviene dall’Iran, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dallo Sri Lanka. Era il 2014 quando il governo australiano diffuse una campagna contro l’immigrazione illegale mettendo in guardia tutti coloro che avrebbero voluto avventurarsi via mare. «No Way», era il titolo. «Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa», c’era scritto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-stati-che-dicono-no-all-immigrazione-2659584855.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="perfino-a-katmandu-non-vanno-pazzi-per-lidea-della-sostituzione-di-popolo" data-post-id="2659584855" data-published-at="1678649384" data-use-pagination="False"> Perfino a Katmandu non vanno pazzi per l’idea della sostituzione di popolo Persino il piccolo Nepal (30 milioni di abitanti su 147.516 chilometri quadrati) non ci sta a vedere la propria popolazione «sostituita». Stretto tra due giganti demografici come Cina e India, lo stato himalayano fa di tutto per preservare la propria identità, sia in termini qualitativi che meramente quantitativi. E se la frontiera con la Cina è resa impervia da barriere culturali, geografiche e politiche, il confine indo-nepalese è aperto, non c’è bisogno di visto per attraversarlo, e le due popolazioni sono culturalmente molto vicine. Si spiega così la stringente legge sulla cittadinanza del Paese. Secondo la Costituzione del 2015, chiunque nasca da padre nepalese ottiene la nazionalità automaticamente per diritto di sangue, mentre se la madre è nepalese e il padre è straniero, il bambino può solo chiedere una «naturalizzazione», spesso complicata da ottenere. Ma anche in presenza di entrambi i genitori nepalesi, se i nonni non lo sono, è comunque difficile ottenere la cittadinanza. L’identità del padre deve essere inoltre provata con certezza, cosa non semplice in un Paese in cui nelle aree rurali c’è molta poligamia. Il carattere assai radicale delle normative vigenti ha determinato il fenomeno dei nepalesi apolidi: ragazzi cresciuti nel Paese, ma privi di cittadinanza. Non ci sono cifre certe, ma alcune Ong hanno calcolato che nel 2011 il 23% della popolazione sopra i 16 anni non possedeva un certificato di cittadinanza. Si stima che circa 6,7 milioni di nepalesi vivano oggi in questo limbo. Il tema della necessità di preservare la propria identità bio-culturale è comunque molto sentito nel Paese. Qualche mese fa il re Gyanendra Shah (nella foto), deposto nel 2008 ma presenza comunque ancora influente nel Paese, si è rivolto alla cittadinanza, criticando i tentativi di allentare le maglie della legge sulla cittadinanza: «Da una parte i nostri giovani andranno all’estero, dall’altra arriveranno stranieri a sostituirli. È un attacco fatale contro la religione, la cultura e la civiltà del Nepal. La nostra nazionalità e la nostra storia sono in una situazione critica. Il processo di sostituzione delle nostre credenze religiose e culturali originali è drasticamente accelerato. Man mano che la politica estera diventa sbilanciata, il nostro interesse nazionale e la nostra sicurezza sono minacciati. La corruzione diffusa ha perso la società, che deve ritrovare le sue fondamenta», ha aggiunto il monarca.
Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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