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2023-03-13
Gli Stati che dicono no all'immigrazione
Ansa
Una cosa l’abbiamo capita. Che se sei disperato vieni in Italia. Joe Biden sta tirando su le frontiere. L’ Inghilterra non ne parliamo. La Spagna spara ai clandestini. La Francia che mai si è risparmiata nel darci lezioni di bon ton, respinge i migranti a suon di baionette. Ve la ricordate no? Tra i tanti episodi incresciosi, come dimenticare quella donna incinta respinta alla frontiera di Bardonecchia e poi morta. Era il 2018. La Danimarca vuole arrivare a ingressi zero. L’Austria chiede un rafforzamento dei controlli alle frontiere. Il Nepal vanta una Costituzione assai draconiana. E perfino l’Africa teme che «i neri diventino troppi». Ma qual è la situazione generale?
Mentre in Italia le sinistre berciano per addossare la responsabilità dei morti di Cutro, al presidente Giorgia Meloni, a Matteo Salvini, al ministro Matteo Piantedosi, perfino la Tunisia dice basta. Ma andiamo con ordine.
La politica migratoria annunciata il 5 gennaio scorso dal presidente degli Stati Uniti, che tanto era bello e bravo e per niente guerrafondaio, prevede l’estensione del titolo 42. Ossia di quella misura varata dall’amministrazione Trump a seguito della pandemia e che prevede l’espulsione immediata dei richiedenti asilo per motivi di salute pubblica. Orbene, Biden che prometteva politiche migratorie umane, di certo non si è risparmiato nell’utilizzare tale misura. Questa legge, dalla sua entrata in vigore nel marzo 2020, è stata usata per espellere oltre 1,45 milioni di persone, ma di cui, bada bene, un milione, quindi circa il 70%, nel corso dell’amministrazione Biden. Le nuove misure potrebbero portare a un irrigidimento delle restrizioni migratorie, e quindi l’estensione del titolo 42 a persone di Haiti, Cuba e Nicaragua; l’ espulsione immediata in Messico, in accordo con le sue autorità, di un massimo di 30.000 persone ogni mese; le espulsioni accelerate in base al titolo 8 per le persone alle quali non sia possibile applicare il titolo 42, e l’aumento del personale, delle barriere e dei meccanismi di controllo per impedire i passaggi irregolari alla frontiera.
Illustrato il Nuovo Mondo, ci spostiamo un attimo in Africa. Anche qui non sembra andare meglio. Se ne sono accorti anche gli africani che non è possibile gestire l’immigrazione a casaccio. Come ricordato recentemente dalla Verità, il presidente tunisino Kais Saied, il 21 febbraio scorso, durante una riunione del Consiglio di sicurezza, ha detto che «esiste un piano criminale per cambiare la composizione demografica della Tunisia. Ci sono alcuni individui che hanno ricevuto grosse somme di denaro per dare la residenza ai migranti subsahariani, la loro presenza è fonte di violenza, crimini e atti inaccettabili, è il momento di mettere la parola fine a tutto questo perché c’è la volontà di fare diventare la Tunisia solamente un paese africano e non un membro del mondo arabo e islamico». Da qui la promessa di misure urgenti «per contrastare l’arrivo in Tunisia di un numero importante di migranti clandestini».
E non va meglio nella sinistra danese. Spostandoci a Nord del globo terrestre, il governo progressista di Copenaghen vuole arrivare a ingressi zero. E quindi ha stretto accordi con la Ruanda e il Kosovo per smaltire i flussi. Avete presente i danesi? Uno dei Paesi più avanzati al mondo per i diritti. Ecco, la giovane leader dei socialdemocratici, Mette Frederiksen ha sempre sostenuto che la spesa necessaria per l’integrazione di nuovi migranti nella società danese fosse assolutamente incompatibile con il mantenimento dello stato sociale. È stata lei a volere la politica «zero rifugiati», eccezion fatta per gli ucraini, e a mettere in piedi un piano, simile a quello del Regno Unito, per trasferire i richiedenti asilo in Ruanda. Avete capito bene sì. Clandestini in Ruanda e delinquenti immigrati mandati a scontare la pena in Kosovo. Piani che Giorgia Meloni o Marine Le Pen non hanno nemmeno mai ipotizzato. E forse nemmeno pensato.
Non solo. La Danimarca fu il primo Paese europeo a dire che i normali rifugiati potessero essere rimandati indietro. Lo fece quando tolse i permessi di soggiorno ai siriani provenienti da zone sicure. Contando il risultato dei socialdemocratici, difficile non riconoscere il successo della strategia danese sulle questioni migratorie.
E il comportamento della Francia, così attenta a criticare l’Italia, non è meno duro. A Mentone, per dire, viene segnalata ancora la pratica della polizia di modificare la data di nascita degli immigrati minorenni, facendoli passare per maggiorenni e quindi espellibili tramite il refus d’entrée, il foglio di via. E come dimenticare quel braccio di ferro sulla pelle dei rifugiati?
Quando a novembre scorso ci fu il caso della Ocean Viking, Parigi disse «sì ok, la prendiamo noi», ma attraverso il portavoce del governo francese, Olivier Véran, avvertì che non avrebbe accolto oltre 3.000 persone così come da accordi presi con l’Italia. Non paga, inoltre, invitò anche il resto dei Paesi europei a fare altrettanto.
Ma veniamo all’Ungheria dove il diritto di asilo viene concesso a poche decine di persone l’anno. In Grecia invece, un rapporto dell’Oxfam, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si occupa di povertà e di tutela dei diritti umani, nel 2021 parlava di sette migranti su 10 in «detenzione amministrativa» già al momento della presentazione della domanda di asilo. Ecco perché non sbarcano qui. E a proposito: chi scrive ha visto con i propri occhi al confine tra la Slovenia e la Croazia, e tra la Croazia e la Bosnia, i migranti inginocchiati sull’asfalto venire respinti e ributtati al di là del confine dai poliziotti croati. Le carovane di disperati, che risalgono la rotta Balcanica, giunte alle frontiere vengono respinte anche con l’uso della forza. Chissà ora, dopo l’entrata nell’Area Schengen della Croazia.
Metà dell’Europa vuole cambiare passo almeno a parole
Insomma è cambiata l’aria. Chiudere le frontiere pare diventata una pratica europeicamente ammessa. L’Unione Europea sta accarezzando l’idea di cambiare passo sul tema immigrazione. E dopo anni che tenta di gestire i flussi, dimostrando la più totale incapacità, oggi cerca la formula magica per la crisi dei migranti.
La Commissione sta facendo sempre di più per assecondare i desideri degli Stati membri. Otto Paesi hanno scritto all’Ue chiedendo una riforma radicale del sistema di asilo e una seria e severa limitazione dell’immigrazione irregolare. Il sistema è rotto e avvantaggia i trafficanti di esseri umani, perché insomma basta, non se ne può più di questi che vanno vengono entrano escono. Il tutto alla luce del sole ma nell’ombra della clandestinità.
Tra i firmatari della lettera non c’è l’Italia, ormai stremata dalle continue e inascoltate richieste di aiuto.
L’ attuale sistema di asilo «è rotto», scrivono Danimarca, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia, Grecia, Malta e Austria, «e avvantaggia soprattutto i cinici trafficanti di esseri umani che approfittano della sfortuna di donne, uomini e bambini». Inoltre, i Paesi elencati invitano la Commissione «a presentare un approccio europeo completo per tutte le rotte migratorie».
Anche perché, i trafficanti del mare sono assai più svegli e più veloci dell’Unione che dal 2015 cerca - ma non trova - soluzioni. La prova? L’ultimo naufragio a Cutro. Non è percorribile la rotta dell’Egeo? C’è quella nel mar Ionio. Non riesco a passare dalla Libia? Ci sono Egitto e Tunisia. Non riesco a uscire dal Marocco? Ci sono la Spagna. Le Isole Canarie. Ovunque ti giri siamo circondati. Per porre fine alla totale assenza di controllo ci vorrebbe un’istituzione che abbia polso, ma quello dell’Europa negli ultimi anni pare essersi slogato.
Alla vigilia della riunione straordinaria del Consiglio d’Europa, l’8 febbraio scorso, era stato il cancelliere austriaco Karl Nehammer a «minacciare» di mettere il veto al Consiglio Europeo insieme ad altri sette Paesi, chiedendo un rafforzamento delle frontiere dell’Unione e più risorse per Frontex. Oltre a un miglioramento del sistema dei visti e a un’accelerazione delle strategie per i respingimenti.
Di conseguenza, quindi, anche nuovi accordi con i Paesi di provenienza e di transito dei migranti. Non solo. Nehammer si era mostrato molto contrariato rispetto ai profughi che giungono alla frontiera austriaca senza essere stati registrati dai Paesi d’ingresso dell’Unione. «Un problema», ha detto, «grave per la sicurezza di tutta l’Ue e che dimostra che Schengen non funziona e che anche il sistema di asilo della Ue è fallito».
Da dire che Giorgia Meloni, già a dicembre scorso, chiedeva «un impegno comune di tutti, degli Stati dell’Unione europea da una parte, e degli Stati della sponda Sud del Mediterraneo dall’altra» perché l’Italia da sola non ce la può più fare, «non può gestire un flusso con dimensioni ingestibili».
E così nelle dichiarazioni finali del Consiglio, i leader dell’Ue hanno concordato di «mobilitare immediatamente ingenti fondi e mezzi» per aiutare i Paesi a rafforzare le loro «capacità e infrastrutture di protezione delle frontiere».
Ergo proteggere i confini di terra e mare anche con muri e pattugliamenti si può. Si deve fare. Non solo. Che il vento stia cambiando lo si vede anche dall’ultima lettera con cui Ursula von Der Leyen risponde a Giorgia Meloni sul problema dei flussi migratori. «La migrazione va affrontata con un approccio olistico», scrive, «combattendo i trafficanti, mettendo in campo i rimpatri per chi non ha diritto di restare, ma anche offrendo percorsi chiari per migrazioni sicure e legali». «Provvederemo», continua, «con almeno mezzo miliardo nel finanziare nuovi insediamenti e corridoi umanitari da qui al 2025, offrendo supporto ad almeno 50.000 persone».
Cinquantamila? Poche rispetto a quel milione di richiedenti asilo registrati solo nel 2022 nell’Unione. Forse sì. Il vento sta cambiando. Arriverà il libeccio. E difendere le frontiere tornerà di moda. Sempre che alle parole seguano i fatti.
Il primo premier di origine straniera ha blindato gli accessi al Regno Unito
Lotta dura all’immigrazione clandestina. La stretta di mano che segna un punto di svolta è quella tra il presidente francese Emmanuel Macron e il premier inglese, Rishi Sunak. Uomini così diversi, ma così uniti. Venerdì scorso a Parigi c’è stato il primo vertice bilaterale tra i due leader e al centro dell’incontro ovviamente il tema immigrazione. Sunak ha fatto sapere che stanzierà 543 milioni di euro per limitare le partenze dalla Francia, con tanto di pattugliamento delle spiagge.
Ecco il modello che ora tutti vogliono imitare: quello della lotta dura ai «criminali che gestiscono la tratta». Perché, checché ne dica Macron, facile parlare, ma quando i clandestini te li trovi in casa, la questione diventa meno simpatica.
L’intesa bilaterale prevede la costruzione di un nuovo centro di detenzione per i migranti nel Nord della Francia, «che riunirà per la prima volta le nostre squadre», ha fatto sapere il governo britannico. Inoltre vi sarà un dispiegamento di maggiori risorse sia di personale francese - si prevedono 500 nuovi agenti - sia di tecnologie dedicate per pattugliare più efficacemente le coste. Avete capito bene. Pattugliamento delle coste e 500 nuovi agenti francesi. «La cooperazione rafforzata mira ad aumentare il tasso d’intercettamento di tentati attraversamenti e a ridurne così drasticamente il numero».
Ma c’è dell’altro. Il nuovo disegno di legge studiato dal governo britannico per contrastare l’immigrazione illegale prevede il rimpatrio automatico per i migranti che arrivano via mare e dispone che chi entri in maniera irregolare nel Paese venga messo in stato di fermo e rimpatriato oppure espulso in un terzo paese come il Ruanda. Il tutto avviene mentre in Italia si cerca di addossare la responsabilità a qualcuno per i 74 morti nel naufragio di Cutro. Se il progetto di legge inglese dovesse divenire efficace, chiunque arrivasse nel Paese via mare sarebbe sottoposto a detenzione e rispedito nel suo Stato di origine qualunque sia la situazione al suo interno. Già nell’aprile 2022 l’allora ministro dell’Interno britannico Priti Patel e il ministro degli Esteri ruandese Vincent Biruta siglarono un accordo che prevedeva la deportazione in Ruanda dei migranti entrati illegalmente nel Regno Unito, nell’attesa che venisse sciolto il quesito sulla loro richiesta di asilo.
Una specie di parcheggio, in cambio del pagamento al Ruanda di grosse somme di denaro. Fu la Corte europea dei diritti dell’uomo a dichiarare illegittima la misura.
In Australia hanno le idee chiarissime. «Questa non sarà la vostra nuova casa»
«Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa». È una delle mete più ambite dai nostri giovani che annoiati, frustrati e depressi dalla situazione in Italia, decidono di andare a vivere all’estero. Alcuni se ne vanno perché dicono che l’Italia sia un Paese chiuso e omofobo, razzista e quant’altro, ma forse non sanno che l’Australia, il sesto Paese più grande al mondo, «il Paese dove è bello vivere», nasconde una delle politiche di detenzione per immigrazione tra le più dure e severe.
La detenzione qui è obbligatoria per chiunque non abbia un visto valido. La legge prevede che tutti i «non cittadini illegali» siano detenuti per immigrazione per un periodo che può essere indefinito. Avete capito bene. Sì.
Secondo il Migration Act 1958 qui gli agenti devono detenere qualsiasi persona che sanno o sospettano essere in Australia illegalmente. E una volta che la persona viene sistemata nei centri di detenzione, deve rimanerci fino a quando non le viene concesso un visto. L’alternativa è quella di lasciare il Paese. Questo vale per chi è senza visto, per colui al quale è stato cancellato, o per chi ce l’ha scaduto.
Dati alla mano, secondo le statistiche del dipartimento degli Affari Interni, le persone detenute per immigrazione, al 31 agosto 2021, erano 1.440. La detenzione per immigrazione, secondo il governo, fa parte di uno stretto controllo delle frontiere e della salvaguardia dell’integrità del programma migratorio dell’Australia. E a dire che il sistema funziona, ci pensano i dati. Le statistiche del governo australiano mostrano che tra il 1° gennaio 1947 e il 30 giugno 2022 sono arrivati 940.159 tra rifugiati e migranti attraverso i processi di reinsediamento offshore e la protezione via terra.
Si stima che nei primi mesi del 2023, il numero di rifugiati e accolti in Australia dalla seconda guerra mondiale - badate bene: dalla seconda guerra mondiale - supererà i 950.000. Avete capito bene: 950.000. Nulla se si confrontano i richiedenti asilo nell’Unione europea nel 2022. Essi sono stati 5 milioni. Va bene, c’è stata la guerra in Ucraina. Ma la maggior parte dei richiedenti asilo in Australia proviene dall’Iran, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dallo Sri Lanka. Era il 2014 quando il governo australiano diffuse una campagna contro l’immigrazione illegale mettendo in guardia tutti coloro che avrebbero voluto avventurarsi via mare. «No Way», era il titolo. «Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa», c’era scritto.
Perfino a Katmandu non vanno pazzi per l’idea della sostituzione di popolo
Persino il piccolo Nepal (30 milioni di abitanti su 147.516 chilometri quadrati) non ci sta a vedere la propria popolazione «sostituita». Stretto tra due giganti demografici come Cina e India, lo stato himalayano fa di tutto per preservare la propria identità, sia in termini qualitativi che meramente quantitativi. E se la frontiera con la Cina è resa impervia da barriere culturali, geografiche e politiche, il confine indo-nepalese è aperto, non c’è bisogno di visto per attraversarlo, e le due popolazioni sono culturalmente molto vicine. Si spiega così la stringente legge sulla cittadinanza del Paese. Secondo la Costituzione del 2015, chiunque nasca da padre nepalese ottiene la nazionalità automaticamente per diritto di sangue, mentre se la madre è nepalese e il padre è straniero, il bambino può solo chiedere una «naturalizzazione», spesso complicata da ottenere. Ma anche in presenza di entrambi i genitori nepalesi, se i nonni non lo sono, è comunque difficile ottenere la cittadinanza. L’identità del padre deve essere inoltre provata con certezza, cosa non semplice in un Paese in cui nelle aree rurali c’è molta poligamia. Il carattere assai radicale delle normative vigenti ha determinato il fenomeno dei nepalesi apolidi: ragazzi cresciuti nel Paese, ma privi di cittadinanza. Non ci sono cifre certe, ma alcune Ong hanno calcolato che nel 2011 il 23% della popolazione sopra i 16 anni non possedeva un certificato di cittadinanza. Si stima che circa 6,7 milioni di nepalesi vivano oggi in questo limbo. Il tema della necessità di preservare la propria identità bio-culturale è comunque molto sentito nel Paese. Qualche mese fa il re Gyanendra Shah (nella foto), deposto nel 2008 ma presenza comunque ancora influente nel Paese, si è rivolto alla cittadinanza, criticando i tentativi di allentare le maglie della legge sulla cittadinanza: «Da una parte i nostri giovani andranno all’estero, dall’altra arriveranno stranieri a sostituirli. È un attacco fatale contro la religione, la cultura e la civiltà del Nepal. La nostra nazionalità e la nostra storia sono in una situazione critica. Il processo di sostituzione delle nostre credenze religiose e culturali originali è drasticamente accelerato. Man mano che la politica estera diventa sbilanciata, il nostro interesse nazionale e la nostra sicurezza sono minacciati. La corruzione diffusa ha perso la società, che deve ritrovare le sue fondamenta», ha aggiunto il monarca.
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Dagli Usa alla Danimarca, dalla Tunisia alla Francia: ovunque, nel mondo, i Paesi tornano a chiudere le frontiere. La grande ondata di flussi partita nel 2011potrebbe essere giunta al termine. Ora la parole d’ordine è: rafforzare i confini.Dopo anni nel mondo delle favole, Bruxelles mobilita fondi e mezzi per vigilare su chi entra. Forse è la volta buona.Ecco il modello inglese che ora tutti vogliono imitare: quello della lotta dura ai «criminali che gestiscono la tratta».«Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa». In Nepal una delle leggi sulla cittadinanza più stringenti del mondo.Lo speciale contiene cinque articoliUna cosa l’abbiamo capita. Che se sei disperato vieni in Italia. Joe Biden sta tirando su le frontiere. L’ Inghilterra non ne parliamo. La Spagna spara ai clandestini. La Francia che mai si è risparmiata nel darci lezioni di bon ton, respinge i migranti a suon di baionette. Ve la ricordate no? Tra i tanti episodi incresciosi, come dimenticare quella donna incinta respinta alla frontiera di Bardonecchia e poi morta. Era il 2018. La Danimarca vuole arrivare a ingressi zero. L’Austria chiede un rafforzamento dei controlli alle frontiere. Il Nepal vanta una Costituzione assai draconiana. E perfino l’Africa teme che «i neri diventino troppi». Ma qual è la situazione generale?Mentre in Italia le sinistre berciano per addossare la responsabilità dei morti di Cutro, al presidente Giorgia Meloni, a Matteo Salvini, al ministro Matteo Piantedosi, perfino la Tunisia dice basta. Ma andiamo con ordine.La politica migratoria annunciata il 5 gennaio scorso dal presidente degli Stati Uniti, che tanto era bello e bravo e per niente guerrafondaio, prevede l’estensione del titolo 42. Ossia di quella misura varata dall’amministrazione Trump a seguito della pandemia e che prevede l’espulsione immediata dei richiedenti asilo per motivi di salute pubblica. Orbene, Biden che prometteva politiche migratorie umane, di certo non si è risparmiato nell’utilizzare tale misura. Questa legge, dalla sua entrata in vigore nel marzo 2020, è stata usata per espellere oltre 1,45 milioni di persone, ma di cui, bada bene, un milione, quindi circa il 70%, nel corso dell’amministrazione Biden. Le nuove misure potrebbero portare a un irrigidimento delle restrizioni migratorie, e quindi l’estensione del titolo 42 a persone di Haiti, Cuba e Nicaragua; l’ espulsione immediata in Messico, in accordo con le sue autorità, di un massimo di 30.000 persone ogni mese; le espulsioni accelerate in base al titolo 8 per le persone alle quali non sia possibile applicare il titolo 42, e l’aumento del personale, delle barriere e dei meccanismi di controllo per impedire i passaggi irregolari alla frontiera.Illustrato il Nuovo Mondo, ci spostiamo un attimo in Africa. Anche qui non sembra andare meglio. Se ne sono accorti anche gli africani che non è possibile gestire l’immigrazione a casaccio. Come ricordato recentemente dalla Verità, il presidente tunisino Kais Saied, il 21 febbraio scorso, durante una riunione del Consiglio di sicurezza, ha detto che «esiste un piano criminale per cambiare la composizione demografica della Tunisia. Ci sono alcuni individui che hanno ricevuto grosse somme di denaro per dare la residenza ai migranti subsahariani, la loro presenza è fonte di violenza, crimini e atti inaccettabili, è il momento di mettere la parola fine a tutto questo perché c’è la volontà di fare diventare la Tunisia solamente un paese africano e non un membro del mondo arabo e islamico». Da qui la promessa di misure urgenti «per contrastare l’arrivo in Tunisia di un numero importante di migranti clandestini». E non va meglio nella sinistra danese. Spostandoci a Nord del globo terrestre, il governo progressista di Copenaghen vuole arrivare a ingressi zero. E quindi ha stretto accordi con la Ruanda e il Kosovo per smaltire i flussi. Avete presente i danesi? Uno dei Paesi più avanzati al mondo per i diritti. Ecco, la giovane leader dei socialdemocratici, Mette Frederiksen ha sempre sostenuto che la spesa necessaria per l’integrazione di nuovi migranti nella società danese fosse assolutamente incompatibile con il mantenimento dello stato sociale. È stata lei a volere la politica «zero rifugiati», eccezion fatta per gli ucraini, e a mettere in piedi un piano, simile a quello del Regno Unito, per trasferire i richiedenti asilo in Ruanda. Avete capito bene sì. Clandestini in Ruanda e delinquenti immigrati mandati a scontare la pena in Kosovo. Piani che Giorgia Meloni o Marine Le Pen non hanno nemmeno mai ipotizzato. E forse nemmeno pensato.Non solo. La Danimarca fu il primo Paese europeo a dire che i normali rifugiati potessero essere rimandati indietro. Lo fece quando tolse i permessi di soggiorno ai siriani provenienti da zone sicure. Contando il risultato dei socialdemocratici, difficile non riconoscere il successo della strategia danese sulle questioni migratorie. E il comportamento della Francia, così attenta a criticare l’Italia, non è meno duro. A Mentone, per dire, viene segnalata ancora la pratica della polizia di modificare la data di nascita degli immigrati minorenni, facendoli passare per maggiorenni e quindi espellibili tramite il refus d’entrée, il foglio di via. E come dimenticare quel braccio di ferro sulla pelle dei rifugiati?Quando a novembre scorso ci fu il caso della Ocean Viking, Parigi disse «sì ok, la prendiamo noi», ma attraverso il portavoce del governo francese, Olivier Véran, avvertì che non avrebbe accolto oltre 3.000 persone così come da accordi presi con l’Italia. Non paga, inoltre, invitò anche il resto dei Paesi europei a fare altrettanto. Ma veniamo all’Ungheria dove il diritto di asilo viene concesso a poche decine di persone l’anno. In Grecia invece, un rapporto dell’Oxfam, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si occupa di povertà e di tutela dei diritti umani, nel 2021 parlava di sette migranti su 10 in «detenzione amministrativa» già al momento della presentazione della domanda di asilo. Ecco perché non sbarcano qui. E a proposito: chi scrive ha visto con i propri occhi al confine tra la Slovenia e la Croazia, e tra la Croazia e la Bosnia, i migranti inginocchiati sull’asfalto venire respinti e ributtati al di là del confine dai poliziotti croati. Le carovane di disperati, che risalgono la rotta Balcanica, giunte alle frontiere vengono respinte anche con l’uso della forza. 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Otto Paesi hanno scritto all’Ue chiedendo una riforma radicale del sistema di asilo e una seria e severa limitazione dell’immigrazione irregolare. Il sistema è rotto e avvantaggia i trafficanti di esseri umani, perché insomma basta, non se ne può più di questi che vanno vengono entrano escono. Il tutto alla luce del sole ma nell’ombra della clandestinità. Tra i firmatari della lettera non c’è l’Italia, ormai stremata dalle continue e inascoltate richieste di aiuto. L’ attuale sistema di asilo «è rotto», scrivono Danimarca, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia, Grecia, Malta e Austria, «e avvantaggia soprattutto i cinici trafficanti di esseri umani che approfittano della sfortuna di donne, uomini e bambini». Inoltre, i Paesi elencati invitano la Commissione «a presentare un approccio europeo completo per tutte le rotte migratorie». Anche perché, i trafficanti del mare sono assai più svegli e più veloci dell’Unione che dal 2015 cerca - ma non trova - soluzioni. La prova? L’ultimo naufragio a Cutro. Non è percorribile la rotta dell’Egeo? C’è quella nel mar Ionio. Non riesco a passare dalla Libia? Ci sono Egitto e Tunisia. Non riesco a uscire dal Marocco? Ci sono la Spagna. Le Isole Canarie. Ovunque ti giri siamo circondati. Per porre fine alla totale assenza di controllo ci vorrebbe un’istituzione che abbia polso, ma quello dell’Europa negli ultimi anni pare essersi slogato. Alla vigilia della riunione straordinaria del Consiglio d’Europa, l’8 febbraio scorso, era stato il cancelliere austriaco Karl Nehammer a «minacciare» di mettere il veto al Consiglio Europeo insieme ad altri sette Paesi, chiedendo un rafforzamento delle frontiere dell’Unione e più risorse per Frontex. Oltre a un miglioramento del sistema dei visti e a un’accelerazione delle strategie per i respingimenti. Di conseguenza, quindi, anche nuovi accordi con i Paesi di provenienza e di transito dei migranti. Non solo. Nehammer si era mostrato molto contrariato rispetto ai profughi che giungono alla frontiera austriaca senza essere stati registrati dai Paesi d’ingresso dell’Unione. «Un problema», ha detto, «grave per la sicurezza di tutta l’Ue e che dimostra che Schengen non funziona e che anche il sistema di asilo della Ue è fallito». Da dire che Giorgia Meloni, già a dicembre scorso, chiedeva «un impegno comune di tutti, degli Stati dell’Unione europea da una parte, e degli Stati della sponda Sud del Mediterraneo dall’altra» perché l’Italia da sola non ce la può più fare, «non può gestire un flusso con dimensioni ingestibili». E così nelle dichiarazioni finali del Consiglio, i leader dell’Ue hanno concordato di «mobilitare immediatamente ingenti fondi e mezzi» per aiutare i Paesi a rafforzare le loro «capacità e infrastrutture di protezione delle frontiere». Ergo proteggere i confini di terra e mare anche con muri e pattugliamenti si può. Si deve fare. Non solo. Che il vento stia cambiando lo si vede anche dall’ultima lettera con cui Ursula von Der Leyen risponde a Giorgia Meloni sul problema dei flussi migratori. «La migrazione va affrontata con un approccio olistico», scrive, «combattendo i trafficanti, mettendo in campo i rimpatri per chi non ha diritto di restare, ma anche offrendo percorsi chiari per migrazioni sicure e legali». «Provvederemo», continua, «con almeno mezzo miliardo nel finanziare nuovi insediamenti e corridoi umanitari da qui al 2025, offrendo supporto ad almeno 50.000 persone». Cinquantamila? Poche rispetto a quel milione di richiedenti asilo registrati solo nel 2022 nell’Unione. Forse sì. Il vento sta cambiando. Arriverà il libeccio. E difendere le frontiere tornerà di moda. 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Sunak ha fatto sapere che stanzierà 543 milioni di euro per limitare le partenze dalla Francia, con tanto di pattugliamento delle spiagge. Ecco il modello che ora tutti vogliono imitare: quello della lotta dura ai «criminali che gestiscono la tratta». Perché, checché ne dica Macron, facile parlare, ma quando i clandestini te li trovi in casa, la questione diventa meno simpatica. L’intesa bilaterale prevede la costruzione di un nuovo centro di detenzione per i migranti nel Nord della Francia, «che riunirà per la prima volta le nostre squadre», ha fatto sapere il governo britannico. Inoltre vi sarà un dispiegamento di maggiori risorse sia di personale francese - si prevedono 500 nuovi agenti - sia di tecnologie dedicate per pattugliare più efficacemente le coste. Avete capito bene. Pattugliamento delle coste e 500 nuovi agenti francesi. «La cooperazione rafforzata mira ad aumentare il tasso d’intercettamento di tentati attraversamenti e a ridurne così drasticamente il numero». Ma c’è dell’altro. Il nuovo disegno di legge studiato dal governo britannico per contrastare l’immigrazione illegale prevede il rimpatrio automatico per i migranti che arrivano via mare e dispone che chi entri in maniera irregolare nel Paese venga messo in stato di fermo e rimpatriato oppure espulso in un terzo paese come il Ruanda. Il tutto avviene mentre in Italia si cerca di addossare la responsabilità a qualcuno per i 74 morti nel naufragio di Cutro. Se il progetto di legge inglese dovesse divenire efficace, chiunque arrivasse nel Paese via mare sarebbe sottoposto a detenzione e rispedito nel suo Stato di origine qualunque sia la situazione al suo interno. Già nell’aprile 2022 l’allora ministro dell’Interno britannico Priti Patel e il ministro degli Esteri ruandese Vincent Biruta siglarono un accordo che prevedeva la deportazione in Ruanda dei migranti entrati illegalmente nel Regno Unito, nell’attesa che venisse sciolto il quesito sulla loro richiesta di asilo. Una specie di parcheggio, in cambio del pagamento al Ruanda di grosse somme di denaro. Fu la Corte europea dei diritti dell’uomo a dichiarare illegittima la misura. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-stati-che-dicono-no-all-immigrazione-2659584855.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-australia-hanno-le-idee-chiarissime-questa-non-sara-la-vostra-nuova-casa" data-post-id="2659584855" data-published-at="1678617468" data-use-pagination="False"> In Australia hanno le idee chiarissime. «Questa non sarà la vostra nuova casa» «Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa». È una delle mete più ambite dai nostri giovani che annoiati, frustrati e depressi dalla situazione in Italia, decidono di andare a vivere all’estero. Alcuni se ne vanno perché dicono che l’Italia sia un Paese chiuso e omofobo, razzista e quant’altro, ma forse non sanno che l’Australia, il sesto Paese più grande al mondo, «il Paese dove è bello vivere», nasconde una delle politiche di detenzione per immigrazione tra le più dure e severe. La detenzione qui è obbligatoria per chiunque non abbia un visto valido. La legge prevede che tutti i «non cittadini illegali» siano detenuti per immigrazione per un periodo che può essere indefinito. Avete capito bene. Sì. Secondo il Migration Act 1958 qui gli agenti devono detenere qualsiasi persona che sanno o sospettano essere in Australia illegalmente. E una volta che la persona viene sistemata nei centri di detenzione, deve rimanerci fino a quando non le viene concesso un visto. L’alternativa è quella di lasciare il Paese. Questo vale per chi è senza visto, per colui al quale è stato cancellato, o per chi ce l’ha scaduto. Dati alla mano, secondo le statistiche del dipartimento degli Affari Interni, le persone detenute per immigrazione, al 31 agosto 2021, erano 1.440. La detenzione per immigrazione, secondo il governo, fa parte di uno stretto controllo delle frontiere e della salvaguardia dell’integrità del programma migratorio dell’Australia. E a dire che il sistema funziona, ci pensano i dati. Le statistiche del governo australiano mostrano che tra il 1° gennaio 1947 e il 30 giugno 2022 sono arrivati 940.159 tra rifugiati e migranti attraverso i processi di reinsediamento offshore e la protezione via terra. Si stima che nei primi mesi del 2023, il numero di rifugiati e accolti in Australia dalla seconda guerra mondiale - badate bene: dalla seconda guerra mondiale - supererà i 950.000. Avete capito bene: 950.000. Nulla se si confrontano i richiedenti asilo nell’Unione europea nel 2022. Essi sono stati 5 milioni. Va bene, c’è stata la guerra in Ucraina. Ma la maggior parte dei richiedenti asilo in Australia proviene dall’Iran, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dallo Sri Lanka. Era il 2014 quando il governo australiano diffuse una campagna contro l’immigrazione illegale mettendo in guardia tutti coloro che avrebbero voluto avventurarsi via mare. «No Way», era il titolo. «Non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa», c’era scritto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-stati-che-dicono-no-all-immigrazione-2659584855.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="perfino-a-katmandu-non-vanno-pazzi-per-lidea-della-sostituzione-di-popolo" data-post-id="2659584855" data-published-at="1678649384" data-use-pagination="False"> Perfino a Katmandu non vanno pazzi per l’idea della sostituzione di popolo Persino il piccolo Nepal (30 milioni di abitanti su 147.516 chilometri quadrati) non ci sta a vedere la propria popolazione «sostituita». Stretto tra due giganti demografici come Cina e India, lo stato himalayano fa di tutto per preservare la propria identità, sia in termini qualitativi che meramente quantitativi. E se la frontiera con la Cina è resa impervia da barriere culturali, geografiche e politiche, il confine indo-nepalese è aperto, non c’è bisogno di visto per attraversarlo, e le due popolazioni sono culturalmente molto vicine. Si spiega così la stringente legge sulla cittadinanza del Paese. Secondo la Costituzione del 2015, chiunque nasca da padre nepalese ottiene la nazionalità automaticamente per diritto di sangue, mentre se la madre è nepalese e il padre è straniero, il bambino può solo chiedere una «naturalizzazione», spesso complicata da ottenere. Ma anche in presenza di entrambi i genitori nepalesi, se i nonni non lo sono, è comunque difficile ottenere la cittadinanza. L’identità del padre deve essere inoltre provata con certezza, cosa non semplice in un Paese in cui nelle aree rurali c’è molta poligamia. Il carattere assai radicale delle normative vigenti ha determinato il fenomeno dei nepalesi apolidi: ragazzi cresciuti nel Paese, ma privi di cittadinanza. Non ci sono cifre certe, ma alcune Ong hanno calcolato che nel 2011 il 23% della popolazione sopra i 16 anni non possedeva un certificato di cittadinanza. Si stima che circa 6,7 milioni di nepalesi vivano oggi in questo limbo. Il tema della necessità di preservare la propria identità bio-culturale è comunque molto sentito nel Paese. Qualche mese fa il re Gyanendra Shah (nella foto), deposto nel 2008 ma presenza comunque ancora influente nel Paese, si è rivolto alla cittadinanza, criticando i tentativi di allentare le maglie della legge sulla cittadinanza: «Da una parte i nostri giovani andranno all’estero, dall’altra arriveranno stranieri a sostituirli. È un attacco fatale contro la religione, la cultura e la civiltà del Nepal. La nostra nazionalità e la nostra storia sono in una situazione critica. Il processo di sostituzione delle nostre credenze religiose e culturali originali è drasticamente accelerato. Man mano che la politica estera diventa sbilanciata, il nostro interesse nazionale e la nostra sicurezza sono minacciati. La corruzione diffusa ha perso la società, che deve ritrovare le sue fondamenta», ha aggiunto il monarca.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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