Kiro Attia, cugino di Aba, parla con onestà e lucidità dell’omicidio del ragazzo, dell’integrazione e della violenza tra i giovani. Nato in Egitto e cresciuto in Italia, ribadisce che essere italiano significa rispettare leggi e valori condivisi, denuncia un sistema giuridico troppo permissivo e invita a distinguere tra immigrazione regolare e criminalità.
Roy De Vita affronta il tema della sicurezza in Italia, il rapporto sempre più difficile tra cittadini e forze dell’ordine e i limiti della legittima difesa. Dal caso del carabiniere condannato per aver reagito a un’aggressione, alle differenze con il modello americano, fino a immigrazione, Trump e Venezuela.
Ansa
«Fuori dal coro» smaschera un’azienda che porta nel nostro Paese extra comunitari.
Basta avere qualche soldo da parte, a volte nemmeno troppi, e trovare un’azienda compiacente per arrivare in Italia. Come testimonia il servizio realizzato da Fuori dal coro, il programma di Mario Giordano, che ha trovato un’azienda di Modena che, sfruttando il decreto flussi, importa nel nostro Paese cittadini pakistani. Ufficialmente per lavorare. Ufficiosamente, per tirare su qualche soldo in più. Qualche migliaia di euro ad ingresso. È il business dell’accoglienza, bellezza.
Ma andiamo con ordine. Perché questi migranti comprano il permesso di lavoro attraverso cifre che vanno dai 1500 ai 15.000 euro. Parlano in chiaro, non temono niente: «L’azienda di Modena ha pagato». E quindi il nome della società, ovviamente coperto. «Tanti migranti comprano il permesso ma poi non lavorano». E ancora: «Le aziende prendono 2.000 o 3.000 euro per il nulla osta». Un vero e proprio business dell’accoglienza che, tra le altre cose, mette a rischio i cittadini italiani. Negli ultimi giorni, infatti, abbiamo visto come ad aggredire alcune donne presenti nel nostro Paese siano stati dei clandestini. Gente che non doveva essere in Italia e che pure c’era.
Una volta che i pakistani arrivano in Italia, l’azienda sparisce. Nessuno controlla. L’ufficio immigrazione di Modena non sa nulla. «Lo straniero deve venire qui con il datore di lavoro» per le opportune verifiche. Peccato che poi nessuno lo faccia. «Entra e sparisce». Il controllo è possibile solo se sono loro a presentarsi. «Non c’è controllo se non si presentano. Le pratiche poi vengono archiviate».
Lo sportello tira in ballo Coldiretti, che però sembra non sapere nulla. Anzi, interpellato telefonicamente, Romano Magrini, responsabile nazionale dell’area lavoro, nega tutto e promette verifiche. Anche perché i prezzi da lui proposti per le pratiche di questo tipo (100-200 euro) sono ben lontani dai mille richiesti dallo sportello di Modena. Qualcosa evidentemente non va.
L’azienda di Modena nega tutto. Non sa. Non vuole dire. Eppure, se questo sistema fosse vero, centinaia se non migliaia di migranti potrebbero aver raggiunto il nostro Paese in questo modo. Qualche giorno fa, il Telegraph ha intervistato un’assistente sociale che lavora nel sistema dell’accoglienza inglese. La donna parlava di centinaia di migliaia di migranti «fantasmi» presenti nel Paese e, in alcuni casi, pronti a commettere ogni tipo di violenza. Visto quello che sta accadendo da noi, non è difficile immaginare uno scenario simile anche in Italia. Una volta arrivati qui, infatti, molto spesso i migranti spariscono. Diventano fantasmi. Sono liberi di fare qualsiasi cosa, perfino sparire o peggio ancora delinquere e stuprare.
Del resto la cronaca parla chiaro. Ogni giorno una nuova violenza, come purtroppo testimoniano gli attacchi compiuti da clandestini nelle ultime 72 ore. Ogni giorno un nuovo stupro. Ogni giorno una nuovo attacco. Perché chi è qui non ha nulla da perdere. Perché non ha una prospettiva. Non ha un’identità. Non ha niente per cui vivere. E la sinistra, che ha creato le impalcature di questo sistema di accoglienza che non regge più, tace.
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Michele De Pascale (Ansa)
Il governatore dell’Emilia Romagna denuncia: «Enorme pressione sul nostro sistema sanitario da chi viene dalle altre regioni». Ma sempre lui lanciò l’idea, per i migranti, del permesso di soggiorno per merito.
Un nuovo slogan si addice al Partito democratico: «Prima gli emiliano-romagnoli». Magari già un po’ sentito, come no, ma pur sempre efficace. Il fatto è che i dem della regione rossa da qualche giorno si sono collocati su una linea condivisibile ma curiosa: sostengono che il loro grande problema arrivi da fuori confine. No, non si tratta dei migranti, ma di un altro tipo di stranieri: quelli che arrivano dalle altre regioni d’Italia.
Michele De Pascale, pragmatico governatore democratico, ha dichiarato a Radio24: «In questo momento il problema principale dell’Emilia-Romagna è il nostro storico motivo di orgoglio e cioè l’enorme pressione di persone da fuori regione che si vengono a curare qui. Non ce la facciamo più, non riusciamo più a soddisfare i nostri cittadini e l’enorme pressione delle altre regioni che si vengono a curare in Emilia-Romagna e ci stanno intasando il sistema e lo dico con rispetto».
Non si tratta di una uscita peregrina del governatore, perché a quanto risulta sono in tanti nel Pd a pensarla come lui. Ad esempio il presidente della commissione salute regionale Giancarlo Muzzarelli, secondo cui bisogna prendere di petto il tema «non per bloccare ma per accogliere con qualità e rimborsi corretti». E poi la consigliera comunale Roberta Toschi che dice a Repubblica: «La vocazione universalistica garantita anche dalla Costituzione va mantenuta, ma non si può scaricare su chi è più votato a farlo».
A dar ragione a De Pascale, in maniera nemmeno troppo sorprendente, è arrivato pure Alan Fabbri, sindaco di Ferrara in quota Lega: «Non posso che dargli ragione, perché lo dico da tempo: l’Emilia-Romagna non può farsi carico di tutti», ha dichiarato. «Non possiamo pensare che le regioni più organizzate diventino l’ospedale d’Italia, mentre altre continuano a non garantire standard minimi di efficienza e qualità. Ecco perché il tema del federalismo deve tornare ad essere centrale: le Regioni devono poter essere più autonome».
Non si può negare che il tema esista, e da un certo punto di vista De Pascale ha fatto bene a rilanciarlo. Che qualche problema con la sanità emiliana ci sia e fuori di dubbio, se non altro perché i costi a carico dei comuni cittadini sono decisamente aumentati negli ultimi tempi, dato che sono cresciute le imposte e pure i ticket.
Tuttavia in bocca agli esponenti del Pd le critiche al cosiddetto turismo sanitario suonano, come dire, leggermente stonate. Quando infuriava la discussione sull’autonomia differenziata, tanto per fare un esempio, i dem apparivano molto preoccupati proprio per le potenziali ricadute sulla «vocazione universalistica» del sistema sanitario.
Ma anche a prescindere dal dibattito sull’autonomia regionale, rimane curioso che il Pd e persino gli alleati di Avs se la prendano con gli emigranti sanitari. Soprattutto perché da fin troppo tempo insistono per accogliere migranti da ogni angolo del mondo. Al Meeting di Rimini, non troppo tempo fa, lo stesso De Pascale lanciò l’idea del permesso di soggiorno per merito. «Una persona che si trova in Italia, che impara la lingua italiana, che si inserisce in un percorso di formazione professionale, che trova un lavoro, che vuole essere parte della nostra comunità deve avere un permesso di soggiorno per poter essere parte di questa comunità», disse il governatore. Belle e nobili parole, ma giova ricordare che gli stranieri sono un bel costo per il welfare regionale. Ai profughi ucraini è stata prorogata l’esenzione dal ticket, e passi perché si tratta di gente che fugge da una guerra. Ma tutti gli altri?
Nel luglio scorso, la giunta regionale emiliana ha approvato il «Programma assistenziale per prestazioni sanitarie di alta specialità a favore di cittadini stranieri provenienti da Paesi extra Ue», mettendo 800.000 euro «a disposizione delle Aziende Usl del territorio, che per conseguire gli obiettivi possono aggiungere risorse proprie». Come informava il comunicato ufficiale, «sono oltre 2.200, dal 2001, le persone curate in Emilia-Romagna grazie a questo Programma, delle quali più di 1.600 under 14». Quindi si possono stanziare 800.000 euro per garantire servizi altamente specialistici a stranieri ma ci si lamenta perché costa troppo curare italiani da altre regioni?
Chiudere i confini potrebbe persino essere una buona soluzione per la difesa del welfare interno. Ma andrebbero chiusi a tutti, non soltanto agli italiani.
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Ilaria Salis (Imagoeconomica)
La maestrina dalla penna rossa Ilaria Salis non è una perseguitata politica e la scelta dell’Eurocamera è uno sfregio alle toghe ungheresi.
Mario Giordano ieri ha brillantemente commentato il voto del Parlamento europeo che ha salvato Ilaria Salis. Partiti anti casta che difendono i privilegi della casta, negando l’autorizzazione a procedere nei confronti di una parlamentare che è stata eletta per sfuggire a un processo: è quanto di più contraddittorio si potesse immaginare. Se c’era un modo per rappresentare l’ipocrisia di una classe politica europea i compagni della Salis lo hanno trovato.
Tuttavia, vorrei segnalare altri due aspetti che riguardano l’ex occupatrice di case (e, secondo la procura di Budapest, anche martellatrice di crani) ora divenuta deputata a Bruxelles. Prima di tutto l’esempio. Se chi viola la legge, opponendosi alle forze dell’ordine mandate a sgomberare edifici abusivamente presidiati, viene premiato con uno stipendio da 12.000 euro e lo status di rifugiato politico c’è qualche cosa nel sistema che non va. Ogni idea è lecita, anche quella di una maestrina dalla penna rossa, a patto però che sia rispettata la legge. Cosa che chiunque prenda possesso senza averne titolo di un appartamento evidentemente non fa. Come non è in regola con il codice penale chi prenda parte a manifestazioni non autorizzate e, per di più, sia accusato di aver spaccato la testa a un oppositore. Quindi in discussione non ci sono le opinioni della signora Ilaria Salis, che può continuare a considerarsi un’antagonista del sistema e anche insistere a chiedere di abolire le carceri. No, nel caso dell’onorevole di Avs si discute di reati, uno di questi anche piuttosto grave: ovvero aver procurato lesioni a un giovane che non aveva le sue stesse idee.
Vi sembra giusto che di fronte a tutto ciò il Parlamento europeo neghi l’autorizzazione a procedere come se la Salis fosse una perseguitata politica? Di politico qui c’è solo il salvataggio che Avs, il partito di Bonelli e Fratoianni, ha messo in atto per sottrarre la militante dei centri sociali a un normale giudizio. In molti Paesi europei gli imputati vengono tradotti in manette di fronte al giudice, ma solo per Salis è montata l’indignazione, quasi che la detenuta fosse stata torturata: sarebbe stato sufficiente farsi un giro in tribunale anche a casa nostra per scoprire che le manette sono la regola. Solo che non si vedono, perché ai giornali è fatto divieto di mostrarle, mentre nel caso della futura onorevole (forse proprio per farla diventare tale) gli schiavettoni sono stati esibiti. Le immagini hanno consentito alla coppia già nota per il caso Soumahoro di sfruttare l’ondata di indignazione dei compagni e di far eleggere Salis al parlamento europeo, lanciando un messaggio a chi oggi contesta anche con la violenza la legge e le forze dell’ordine: male che ti vada, se ti beccano finisci a fare l’onorevole a Bruxelles. Di cattivi maestri e maestre, come scrivevo ieri, ne abbiamo già troppi: non serve averne altri.
C’è tuttavia anche un secondo aspetto che mi preme sottolineare. Come detto, l’onorevole Salis è stata eletta con il preciso intento di sottrarla al giudizio della magistratura ungherese, cioè di uno Stato che fa parte dell’Unione europea. Votando contro la richiesta di autorizzazione a procedere, il parlamento della Ue non ha difeso l’indipendenza di un suo deputato per l’attività svolta durante il mandato di parlamentare. Ha messo in dubbio l’indipendenza della magistratura di un Paese della Ue. Di più: ha di fatto sconfessato i giudici di uno stato membro. A questo punto si pone una domanda: se a Bruxelles qualcuno è fermamente convinto che l’Ungheria non abbia una magistratura autonoma, perché non interviene per ripristinare la democrazia e magari espellere la stessa Ungheria? Forse perché, se si cominciasse a misurare il tasso di democrazia dentro l’Unione, la prima a non superare l’esame sarebbe proprio la Ue? È la risposta più plausibile. Ma così si è legittimato il concetto che un semplice cittadino, arrestato e incriminato prima di essere eletto, possa sottrarsi al giudizio ricorrendo alla «scappatoia» della candidatura. L’elezione trasformata in un taxi per sfuggire da un processo.
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