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2020-05-03
Giuseppi vuol fare il caudillo però l’agenda sanitaria gliela sta dettando Bill Gates
Bill Gates e Giuseppe Conte (Ansa)
Non bastava Giuseppe Conte in versione caudillo, che straccia la Costituzione con i Dpcm e trasforma le «domande frequenti» del sito di Palazzo Chigi in fonte di diritto. Adesso potremmo saltare dalla padella alla brace: il risultato di aver esautorato persino i suoi colleghi di governo, è che il premier si farà soffiare i pieni poteri sanitari da Bill Gates. Il quale è un filantropo disinteressato quanto Giuseppi è Winston Churchill.
Ieri, Mr Microsoft e il presidente del Consiglio si sono parlati al telefono. Palazzo Chigi ha fatto sapere che «al centro del colloquio» c'è stata «la promozione della cooperazione globale nella lotta al coronavirus», sulla scorta della conferenza dei donatori che si terrà domani, al culmine di un'iniziativa europea per raccogliere almeno 7,5 miliardi da destinare alla ricerca.
Sullo sfondo c'è anche il vaccino - disponibile, pare, a settembre - sviluppato da un'azienda di Pomezia insieme all'ateneo di Oxford. «Se funziona, lo finanzio», aveva promesso Gates, che su Twitter discute gli oltre 100 papabili candidati a fungere da farmaco immunizzante. Tra essi, figura quello ideato da una società di Castel Romano, che verrà testato da luglio allo Spallanzani e che, a differenza di quello approntato da Irbm e dagli oxoniensi, ha goduto di una sovvenzione governativa. La Reithera, che l'ha realizzato, secondo Dagospia è particolarmente gradita alla Regione di Nicola Zingaretti. Il vaccino della Irbm di Pomezia, invece, sarà distribuito in esclusiva da una multinazionale britannica e non da una ditta italiana. Roma non l'ha finanziato: il titolare, Piero di Lorenzo, lamenta la sordità di Cdp.
Bill Gates, frattanto, sogna di somministrare il farmaco all'intero il pianeta nell'arco di 18 mesi. Perché senza vaccino non riavremo la «vita precedente». Ecco qual è la vera posta in gioco: la possibilità di dettare modi e tempi della ripartenza e di ridisegnare le politiche sanitarie del futuro. In fondo, cosa può volere il secondo uomo più ricco al mondo dopo Jeff Bezos? Non più soldi, quanto più potere.
Peraltro, sugli arresti domiciliari fino a vaccino introdotto, Mr Microsoft la pensa esattamente come Conte. Se sia un'idea che i due hanno maturato indipendentemente, o se il «filantropo» abbia intortato Giuseppi, non è dato saperlo. Nella vicenda della telefonata, effettivamente, si registrano due grandi assenti.
Il primo è Roberto Speranza: è il ministro della Salute, ci si aspettava avesse voce in capitolo sul destino del farmaco che dovrebbe salvarci.
Il secondo è il meccanismo dei controlli democratici che andrebbero esercitati sulle iniziative di un privato cittadino straniero. Il quale, inopinatamente, prescrive via telefono al nostro premier un prontuario politico. Lo riferisce in chiaro proprio Palazzo Chigi, quando spiega che «il presidente Conte ha ribadito l'intenzione italiana di tenere ben in evidenza» il tema del contrasto alle pandemie e della ricerca sui vaccini «nell'agenda del G20 del 2021, di cui il nostro Paese assicurerà la presidenza». «Elemento», prosegue il comunicato, «fortemente sostenuto da Bill Gates». Naturalmente nell'interesse dei Paesi poveri, mica di sé stesso. Giuseppi e il fondatore di Microsoft si sono pertanto impegnati «a tenersi in stretto contatto nel corso delle prossime settimane». Capito? Un magnate americano alza la cornetta e si accerta che il presidente del Consiglio italiano sposi il suo programma politico-sanitario.
D'altro canto, Gates è avvezzo ai cortocircuiti istituzionali - ovvero, a fregarsene del diritto dei cittadini di sapere cosa fa e chi gli dà il permesso di farlo. La sua fondazione copre d'oro le case farmaceutiche, spicca nella lista dei donatori dell'Oms e, intanto, Mr Microsoft ha monopolizzato pure il «patto europeo per i vaccini».
Ieri, La Stampa ha pubblicato una lettera, siglata da Conte, Emmanuel Macron, Angela Merkel, Ursula von der Leyen (capo dell'esecutivo Ue), Charles Michel (presidente del Consiglio europeo) ed Erna Solberg (primo ministro norvegese). L'iniziativa, Il mondo contro il Covid-19, serviva a lanciare la conferenza dei donatori di domani, che punta a mettere insieme almeno 7,5 miliardi di euro per la ricerca sul vaccino. Una «sfida globale», dice la Merkel. E guarda caso, chi citano i cari leader? «Sosteniamo l'Oms», si legge nel documento, «e siamo lieti di unire le forze con organizzazioni esperte come la fondazione Bill e Melinda Gates e il Wellcome Trust», l'altro colosso della beneficenza.
Ora, non c'è dubbio che, per accelerare i tempi per la creazione del farmaco, occorra uno sforzo planetario. Che però sia necessaria un'unica regia, ovviamente in mano allo stesso Gates, non è mica pacifico. Merita, anzi, di essere discusso pubblicamente e in modo trasparente.
Quanto alle ghiotte opportunità di guadagno, il magnate si schermisce: nessuno ci lucrerà, «sarà un bene comune». Cosa significhi non è chiaro. Nessuna casa farmaceutica depositerà il brevetto? Bene. Ma può succedere - è già successo - che una potenza straniera, come la Cina (con cui Gates è oltremodo benevolo), si appropri della formula.
Liquidare simili preoccupazioni come «cospirazionismo» è peggio che convincersi che il coronavirus sia stato creato in vitro dal miliardario americano. Lo ringrazieremo se ci farà del bene. Ma la sua «potenza di fuoco» non ne giustifica lo strapotere.
Il plebiscito per Conte è una bufala. Esiste soltanto sui media di Cairo
Sogno, o sondaggio? In questi giorni di totale caos, con il governo protagonista di uno spettacolo indecoroso, fatto di messaggi contraddittori, ritardi nell'erogazione dei contributi alle famiglie e alle imprese, scuse, dietrofront, figuracce nazionali e internazionali, secondo alcuni luminari dei sondaggi, Giuseppe Conte godrebbe del gradimento del 70% degli italiani. Anzi, più che secondo alcuni, secondo uno: Nando Pagnoncelli, patron di Ipsos, guru dell'intenzione di voto, negli ultimi giorni ha sostanzialmente posizionato Giuseppi su un piedistallo. Il sondaggio pubblicato domenica scorsa, 26 aprile, sul Corriere della Sera, vedrebbe il ciuffo del premier svettare al 66% di gradimento da parte degli italiani (5 punti in più rispetto a marzo). Il buon Pagnoncelli, nei giorni successivi, è andato diffondendo il sondaggio in tv, e in particolare a La 7, emittente di Urbano Cairo, ormai diventata la Telekabul di Conte.
Martedì scorso, a Di Martedì, Pagnoncelli ha coccolato affettuosamente Giovanni Floris e i suoi telespettatori, sciorinando i risultati del sondaggione della domenica precedente, quello con la fiducia in Conte al 66% e nel governo al 58%; due giorni dopo, a Otto e mezzo, Lilli Gruber ha arrotondato per eccesso e ha gratificato Conte con una fiducia al 70%. Un plebiscito che neanche Mubarak, negli anni d'oro, avrebbe riscosso al Cairo, nel senso della capitale dell'Egitto. Ma Cairo, inteso come Urbano, patron di Corriere e La 7, ormai ha indossato i panni del VisConte, e quindi non gli dispiace di certo che i suoi giornali e le sue tv facciano la ola al presidente del Consiglio. Quello che è poco «urbano», però, è propinare ai telespettatori solo e soltanto i sondaggi che dipingono un Conte a livelli di gradimento da vera e propria pop star, mentre basta uno sguardo ai social o una chiacchierata con amici, parenti e congiunti, per verificare che la maggioranza degli italiani non ne possono più del premier giallorosso e delle sue continue giravolte a reti unificate.
Per renderci conto di quanto Conte, al contrario di quanto va proclamando Pagnoncelli, non goda affatto della fiducia della maggioranza degli italiani, vediamo i risultati degli altri sondaggi effettuati negli ultimi giorni. Ixè per Cartabianca (Rai 3) il 29 aprile assegna a Conte una fiducia del 60% degli italiani (6 punti in meno di Pagnoncelli, 10 in meno della affermazione della Gruber),e un 57% al governo nella sua interezza; Emg, per la Rai, il 28 aprile, ha chiesto agli italiani: «In questi mesi di chiusura il governo ha fatto abbastanza per preparare la fase 2?». Ha risposto «sì» solo il 28%, mentre la fiducia in Conte viene valutata appena al 42%, in calo di un punto rispetto alla settimana precedente; Tecnè per Quarta Repubblica (Rti) lo scorso 26 aprile, lo stesso giorno del sondaggio di Ipsos, ha chiesto un giudizio su come il premier sta gestendo l'emergenza coronavirus: le risposte positive sono state del 54%, 12 punti in meno della fiducia che nello stesso momento Pagnoncelli attribuiva a Conte. Molto articolato il sondaggio realizzato lo scorso 21 aprile da Winpoll per il Sole 24 Ore. Alla domanda: «Quali di questi personaggi politici ha apprezzato durante questa crisi?», solo il 35% ha risposto Conte (il presidente del Veneto, Luca Zaia, svetta con il 46%, superando anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al 32%). Alla domanda: «In caso di un governo di unità nazionale, secondo lei, chi dovrebbe essere il presidente del Consiglio?», il 37,6% risponde Giuseppi Conte, il 62,4% Mario Draghi. Alla domanda: «In generale, quanto è soddisfatto di come il governo sta gestendo l'emergenza sanitaria?», i soddisfatti sono appena il 44%. Il 23 aprile Monitor Italia, per l'agenzia Dire, ha misurato il gradimento verso il governo nel suo insieme: solo il 31,6% ha dichiarato di avere fiducia nell'esecutivo. Passiamo a Termometro politico, che il 21 aprile ha chiesto agli italiani: «Lei ha fiducia nel premier Giuseppe Conte?». Le risposte: sì, molta 21,9%; sì, abbastanza 20,7%; no, poca 11,5%; no per nulla 45,2%. Questi sondaggi sono tutti pubblicati sul sito sondaggipoliticoelettorali.it, curato dal Dipartimento informazione e editoria della presidenza del Consiglio dei ministri. Trattasi di numeri, freddi numeri, freddi come quelli di Ipsos, che però assegna a Conte, rispetto ai colleghi degli altri istituti, tra i 20 e i 30 punti in più di gradimento.
Naturalmente, nessuno mette in dubbio la correttezza, la professionalità e l'esperienza di Pagnoncelli, che magari avrà telefonato, casualmente, a una serie di congiunti e affetti stabili del premier. Resta però il dubbio sul perché i media di Cairo non abbiano la voglia di mostrare ai lettori e ai telespettatori anche i sondaggi che fotografano una situazione completamente ribaltata, con la stragrande maggioranza degli italiani che non hanno fiducia né in Conte e tanto meno nel governo da lui guidato. Sarebbe un modo assai più urbano di fotografare la realtà.
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Monopolizzata la raccolta fondi Ue per il vaccino, Mr Microsoft chiama il premier e gli detta il programma per il G20. Ignorando la democrazia e il ministro Roberto Speranza.Nando Pagnoncelli, su Corriere e La 7, pompa al 66% la fiducia nel presidente. Lilli Gruber arrotonda al 70%. Ma secondo tutti gli altri sondaggi, circa 6 italiani su 10 non sopportano più l'avvocato e il suo governo. Lo speciale contiene due articoli.Non bastava Giuseppe Conte in versione caudillo, che straccia la Costituzione con i Dpcm e trasforma le «domande frequenti» del sito di Palazzo Chigi in fonte di diritto. Adesso potremmo saltare dalla padella alla brace: il risultato di aver esautorato persino i suoi colleghi di governo, è che il premier si farà soffiare i pieni poteri sanitari da Bill Gates. Il quale è un filantropo disinteressato quanto Giuseppi è Winston Churchill.Ieri, Mr Microsoft e il presidente del Consiglio si sono parlati al telefono. Palazzo Chigi ha fatto sapere che «al centro del colloquio» c'è stata «la promozione della cooperazione globale nella lotta al coronavirus», sulla scorta della conferenza dei donatori che si terrà domani, al culmine di un'iniziativa europea per raccogliere almeno 7,5 miliardi da destinare alla ricerca. Sullo sfondo c'è anche il vaccino - disponibile, pare, a settembre - sviluppato da un'azienda di Pomezia insieme all'ateneo di Oxford. «Se funziona, lo finanzio», aveva promesso Gates, che su Twitter discute gli oltre 100 papabili candidati a fungere da farmaco immunizzante. Tra essi, figura quello ideato da una società di Castel Romano, che verrà testato da luglio allo Spallanzani e che, a differenza di quello approntato da Irbm e dagli oxoniensi, ha goduto di una sovvenzione governativa. La Reithera, che l'ha realizzato, secondo Dagospia è particolarmente gradita alla Regione di Nicola Zingaretti. Il vaccino della Irbm di Pomezia, invece, sarà distribuito in esclusiva da una multinazionale britannica e non da una ditta italiana. Roma non l'ha finanziato: il titolare, Piero di Lorenzo, lamenta la sordità di Cdp. Bill Gates, frattanto, sogna di somministrare il farmaco all'intero il pianeta nell'arco di 18 mesi. Perché senza vaccino non riavremo la «vita precedente». Ecco qual è la vera posta in gioco: la possibilità di dettare modi e tempi della ripartenza e di ridisegnare le politiche sanitarie del futuro. In fondo, cosa può volere il secondo uomo più ricco al mondo dopo Jeff Bezos? Non più soldi, quanto più potere.Peraltro, sugli arresti domiciliari fino a vaccino introdotto, Mr Microsoft la pensa esattamente come Conte. Se sia un'idea che i due hanno maturato indipendentemente, o se il «filantropo» abbia intortato Giuseppi, non è dato saperlo. Nella vicenda della telefonata, effettivamente, si registrano due grandi assenti. Il primo è Roberto Speranza: è il ministro della Salute, ci si aspettava avesse voce in capitolo sul destino del farmaco che dovrebbe salvarci. Il secondo è il meccanismo dei controlli democratici che andrebbero esercitati sulle iniziative di un privato cittadino straniero. Il quale, inopinatamente, prescrive via telefono al nostro premier un prontuario politico. Lo riferisce in chiaro proprio Palazzo Chigi, quando spiega che «il presidente Conte ha ribadito l'intenzione italiana di tenere ben in evidenza» il tema del contrasto alle pandemie e della ricerca sui vaccini «nell'agenda del G20 del 2021, di cui il nostro Paese assicurerà la presidenza». «Elemento», prosegue il comunicato, «fortemente sostenuto da Bill Gates». Naturalmente nell'interesse dei Paesi poveri, mica di sé stesso. Giuseppi e il fondatore di Microsoft si sono pertanto impegnati «a tenersi in stretto contatto nel corso delle prossime settimane». Capito? Un magnate americano alza la cornetta e si accerta che il presidente del Consiglio italiano sposi il suo programma politico-sanitario.D'altro canto, Gates è avvezzo ai cortocircuiti istituzionali - ovvero, a fregarsene del diritto dei cittadini di sapere cosa fa e chi gli dà il permesso di farlo. La sua fondazione copre d'oro le case farmaceutiche, spicca nella lista dei donatori dell'Oms e, intanto, Mr Microsoft ha monopolizzato pure il «patto europeo per i vaccini».Ieri, La Stampa ha pubblicato una lettera, siglata da Conte, Emmanuel Macron, Angela Merkel, Ursula von der Leyen (capo dell'esecutivo Ue), Charles Michel (presidente del Consiglio europeo) ed Erna Solberg (primo ministro norvegese). L'iniziativa, Il mondo contro il Covid-19, serviva a lanciare la conferenza dei donatori di domani, che punta a mettere insieme almeno 7,5 miliardi di euro per la ricerca sul vaccino. Una «sfida globale», dice la Merkel. E guarda caso, chi citano i cari leader? «Sosteniamo l'Oms», si legge nel documento, «e siamo lieti di unire le forze con organizzazioni esperte come la fondazione Bill e Melinda Gates e il Wellcome Trust», l'altro colosso della beneficenza. Ora, non c'è dubbio che, per accelerare i tempi per la creazione del farmaco, occorra uno sforzo planetario. Che però sia necessaria un'unica regia, ovviamente in mano allo stesso Gates, non è mica pacifico. Merita, anzi, di essere discusso pubblicamente e in modo trasparente. Quanto alle ghiotte opportunità di guadagno, il magnate si schermisce: nessuno ci lucrerà, «sarà un bene comune». Cosa significhi non è chiaro. Nessuna casa farmaceutica depositerà il brevetto? Bene. Ma può succedere - è già successo - che una potenza straniera, come la Cina (con cui Gates è oltremodo benevolo), si appropri della formula. Liquidare simili preoccupazioni come «cospirazionismo» è peggio che convincersi che il coronavirus sia stato creato in vitro dal miliardario americano. Lo ringrazieremo se ci farà del bene. Ma la sua «potenza di fuoco» non ne giustifica lo strapotere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giuseppi-vuol-fare-il-caudillo-pero-lagenda-sanitaria-gliela-sta-dettando-bill-gates-2645906801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-plebiscito-per-conte-e-una-bufala-esiste-soltanto-sui-media-di-cairo" data-post-id="2645906801" data-published-at="1588510883" data-use-pagination="False"> Il plebiscito per Conte è una bufala. Esiste soltanto sui media di Cairo Sogno, o sondaggio? In questi giorni di totale caos, con il governo protagonista di uno spettacolo indecoroso, fatto di messaggi contraddittori, ritardi nell'erogazione dei contributi alle famiglie e alle imprese, scuse, dietrofront, figuracce nazionali e internazionali, secondo alcuni luminari dei sondaggi, Giuseppe Conte godrebbe del gradimento del 70% degli italiani. Anzi, più che secondo alcuni, secondo uno: Nando Pagnoncelli, patron di Ipsos, guru dell'intenzione di voto, negli ultimi giorni ha sostanzialmente posizionato Giuseppi su un piedistallo. Il sondaggio pubblicato domenica scorsa, 26 aprile, sul Corriere della Sera, vedrebbe il ciuffo del premier svettare al 66% di gradimento da parte degli italiani (5 punti in più rispetto a marzo). Il buon Pagnoncelli, nei giorni successivi, è andato diffondendo il sondaggio in tv, e in particolare a La 7, emittente di Urbano Cairo, ormai diventata la Telekabul di Conte. Martedì scorso, a Di Martedì, Pagnoncelli ha coccolato affettuosamente Giovanni Floris e i suoi telespettatori, sciorinando i risultati del sondaggione della domenica precedente, quello con la fiducia in Conte al 66% e nel governo al 58%; due giorni dopo, a Otto e mezzo, Lilli Gruber ha arrotondato per eccesso e ha gratificato Conte con una fiducia al 70%. Un plebiscito che neanche Mubarak, negli anni d'oro, avrebbe riscosso al Cairo, nel senso della capitale dell'Egitto. Ma Cairo, inteso come Urbano, patron di Corriere e La 7, ormai ha indossato i panni del VisConte, e quindi non gli dispiace di certo che i suoi giornali e le sue tv facciano la ola al presidente del Consiglio. Quello che è poco «urbano», però, è propinare ai telespettatori solo e soltanto i sondaggi che dipingono un Conte a livelli di gradimento da vera e propria pop star, mentre basta uno sguardo ai social o una chiacchierata con amici, parenti e congiunti, per verificare che la maggioranza degli italiani non ne possono più del premier giallorosso e delle sue continue giravolte a reti unificate. Per renderci conto di quanto Conte, al contrario di quanto va proclamando Pagnoncelli, non goda affatto della fiducia della maggioranza degli italiani, vediamo i risultati degli altri sondaggi effettuati negli ultimi giorni. Ixè per Cartabianca (Rai 3) il 29 aprile assegna a Conte una fiducia del 60% degli italiani (6 punti in meno di Pagnoncelli, 10 in meno della affermazione della Gruber),e un 57% al governo nella sua interezza; Emg, per la Rai, il 28 aprile, ha chiesto agli italiani: «In questi mesi di chiusura il governo ha fatto abbastanza per preparare la fase 2?». Ha risposto «sì» solo il 28%, mentre la fiducia in Conte viene valutata appena al 42%, in calo di un punto rispetto alla settimana precedente; Tecnè per Quarta Repubblica (Rti) lo scorso 26 aprile, lo stesso giorno del sondaggio di Ipsos, ha chiesto un giudizio su come il premier sta gestendo l'emergenza coronavirus: le risposte positive sono state del 54%, 12 punti in meno della fiducia che nello stesso momento Pagnoncelli attribuiva a Conte. Molto articolato il sondaggio realizzato lo scorso 21 aprile da Winpoll per il Sole 24 Ore. Alla domanda: «Quali di questi personaggi politici ha apprezzato durante questa crisi?», solo il 35% ha risposto Conte (il presidente del Veneto, Luca Zaia, svetta con il 46%, superando anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al 32%). Alla domanda: «In caso di un governo di unità nazionale, secondo lei, chi dovrebbe essere il presidente del Consiglio?», il 37,6% risponde Giuseppi Conte, il 62,4% Mario Draghi. Alla domanda: «In generale, quanto è soddisfatto di come il governo sta gestendo l'emergenza sanitaria?», i soddisfatti sono appena il 44%. Il 23 aprile Monitor Italia, per l'agenzia Dire, ha misurato il gradimento verso il governo nel suo insieme: solo il 31,6% ha dichiarato di avere fiducia nell'esecutivo. Passiamo a Termometro politico, che il 21 aprile ha chiesto agli italiani: «Lei ha fiducia nel premier Giuseppe Conte?». Le risposte: sì, molta 21,9%; sì, abbastanza 20,7%; no, poca 11,5%; no per nulla 45,2%. Questi sondaggi sono tutti pubblicati sul sito sondaggipoliticoelettorali.it, curato dal Dipartimento informazione e editoria della presidenza del Consiglio dei ministri. Trattasi di numeri, freddi numeri, freddi come quelli di Ipsos, che però assegna a Conte, rispetto ai colleghi degli altri istituti, tra i 20 e i 30 punti in più di gradimento. Naturalmente, nessuno mette in dubbio la correttezza, la professionalità e l'esperienza di Pagnoncelli, che magari avrà telefonato, casualmente, a una serie di congiunti e affetti stabili del premier. Resta però il dubbio sul perché i media di Cairo non abbiano la voglia di mostrare ai lettori e ai telespettatori anche i sondaggi che fotografano una situazione completamente ribaltata, con la stragrande maggioranza degli italiani che non hanno fiducia né in Conte e tanto meno nel governo da lui guidato. Sarebbe un modo assai più urbano di fotografare la realtà.
Elon Musk (Ansa)
L’estensione del «villaggio globale» teorizzata negli anni Sessanta si compie oggi, a maggior ragione se pensiamo che grazie all’Intelligenza artificiale saranno possibili fra poco anche le traduzioni di audio e video in tempo reale e in alta qualità. Stiamo così assistendo al superamento della vecchia idea di esperanto e all’approdo ad una sorta di lingua unica universale basata sulla trasformazione a posteriori del discorso realizzata da un agente terzo robotico, con conseguente perdita di rilievo della conoscenza umana delle lingue straniere.
Ciò comporta a tutti gli effetti la nascita di un vero ambiente globale condiviso non basato sulle cose ma sulle idee, una vera e propria nuova fase di quella «Galassia Gutenberg» nata mezzo millennio fa. Le implicazioni pratiche e teoriche sono enormi: la creazione di un ambiente unico delle idee modificherà la natura delle idee stesse rendendole necessariamente più astratte ma, allo stesso tempo, più sottoposte a vaglio critico. La comunicazione cessa di essere veicolo di contenuti stabiliti altrove sulla base di precise linee ideologiche o narrative e diventa essa stessa il nuovo spazio pubblico basato sull’astrazione e sulla contaminazione. In questo modo media, accademia, ambito ristretto degli «esperti», agenzie di validazione e loro ripetitori, perdono il monopolio del riconoscimento a priori a scapito di una riscrittura delle gerarchie narrative in base alla quale ogni contenuto teorico è esposto a un approccio critico esteso da parte di una platea globale. L’attendibilità non cesserà affatto di essere un valore, ma sarà costantemente messa alla prova e vedrà svanire ogni struttura formale di attribuzione di autorevolezza a priori. Certo, tutto ciò non comporterà la fine immediata dei festival culturali pagati con soldi pubblici e riservati a esponenti appartenenti a quel mondo culturale costruito dai centri di validazione gramsciana, ma ne provocherà la rapida deriva verso la giusta irrilevanza che, si spera, possa costituire il presupposto necessario per la loro graduale scomparsa. Il tramonto, o almeno la riscrittura essenziale, dell’argumentum ab auctoritate rappresenta, per converso, una ricentralizzazione della pura forza dell’argomento ed un superamento delle rendite di posizione culturale: titoli, appartenenze istituzionali e «prestigio culturale», costruito molto spesso in base a mere dinamiche economico-editoriali, diventano così irrilevanti di fronte alla forza intrinseca dell’argomentazione calata in una reale arena aperta.
Quando coerenza interna degli argomenti e capacità persuasiva delle fonti non subiscono più i filtri verticistici dell’ambiente intellettuale, le teorie della comunicazione prosperate durante il Novecento e plasmate sull’idea di «propaganda» cessano di esercitare il proprio ruolo. In pratica è ciò che sta accadendo quando i manifestanti pro-Maduro incontrano dei venezuelani veri o quando i radical chic, sulle loro barche a vela, corrono a Cuba a sostenere un popolo alla fame stando nelle piscine degli hotel a cinque stelle: il senso narrativo e la «presa di coscienza» politica, figlie del marxismo, lasciano il posto al dato del reale, non più ignorato dal singolo inviato speciale amico o parente dei manifestanti, ma ripreso in diretta dagli smartphone e rilanciato in tempo reale sui social.
Attenzione però, sarebbe un errore indulgere in ingenui ottimismi e non scorgere i rischi intrinseci di questo nuovo assetto il quale ci porta direttamente a un bivio: da una parte il trionfo della forza argomentativa in un ambiente equo e privo di condizionamenti, dall’altra il dominio delle tecniche narrative sofisticate basate su appeal emotivo, contaminazioni multimediali, strategie di viralità e manipolazione algoritmica. Di fronte a questi rischi sarebbe tuttavia un errore cercare i rimedi nella vecchia «etica della comunicazione» del recentemente scomparso Jürgen Habermas. Resi obsoleti sia il «modello lineare» sia l’«agire comunicativo» ogni tentativo di filtrare la comunicazione a monte assume un semplice e preciso significato: quello della censura. Sfera pubblica e sovranità devono dunque essere ripensati alla luce di un’arena discorsiva che non conosce più né confini, né gatekeeper, né tantomeno fact-checker, un’arena discorsiva che non può essere tecnicamente arginata né algoreticamente condizionata. L’unica risposta possibile consiste dunque nell’insegnamento esteso degli strumenti logici, filosofici, informatici e culturali atti a mettere l’utente umano nelle condizioni di conoscere questo nuovo ambiente, e ciò a partire dai bambini. Solo così si può pensare di piegare la tecnologia verso un esito umano e non l’uomo verso un esito tecnologico, lasciando i provvedimenti basati su limiti di età e censure di Stato al Novecento al quale appartengono.
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Le storie del tredicenne di Bergamo che accoltella la professoressa di francese tentando di ucciderla e del diciassettenne di Pescara trasferitosi a Perugia che progettava una strage in stile Columbine High School, se analizzate con lucidità, demoliscono abbastanza velocemente tutte le banalità e gli stereotipi che vengono ribaditi in queste ore a proposito della fragilità e della sofferenza dei minorenni. I due ragazzini in questione, soprattutto il secondo, hanno affrontato un percorso abbastanza simile a quello percorso anni fa da europei di origine mediorientale che si sono arruolati nelle file dello Stato islamico e sono andati a morire in Siria come se si trattasse di partecipare a un gigantesco videogioco. Si sono isolati e distaccati completamente dalla realtà, immergendosi in un mondo digitale pieno di manipolatori feroci e di coetanei rabbiosi con cui fomentarsi a vicenda. L’armamentario ideologico di cui dispongono ha ben poco a che fare con il radicalismo destrorso: il nazismo, per costoro, è qualcosa di prepolitico, è una sorta di codice utilizzato per indirizzare l’odio. Ma nella libreria digitale ci sono testi anarco insurrezionalisti e tutto ciò che possa contribuire a sostenere «atti casuali di violenza insensata». Paradossalmente sono molto più centrati e solidi i riferimenti al satanismo, perché la volontà esplicita è quella di sovvertire ogni ordine attraverso la brutalità imprevedibile e fine a sé stessa.
L’obiettivo, insomma, non è l’instaurazione di chissà quale regime totalitario: è la distruzione totale, il nichilismo profondo privo di qualsivoglia pars construens.
La verità è che questi ragazzi non hanno bisogno di essere ascoltati. Anzi, probabilmente - come generazione - lo sono stati fin troppo. Alla loro espressione di sé è stato concesso ogni spazio possibile, cosa che ha contribuito a far esplodere il loro narcisismo. Avrebbero, piuttosto, bisogno di ascoltare e, soprattutto, bisogno di ricevere limiti e regole da parte degli adulti. È mancato - ma è storia vecchia - il padre simbolico, cioè quello che pone divieti e stabilisce i confini. Le tirate, pure in buona fede, sull’educazione affettiva, la decostruzione della mascolinità tossica e il buonismo a varie gradazioni hanno probabilmente alimentato la ferocia e il risentimento di questi adolescenti, invece che convertirli a una presunta buona condotta. Di nuovo, era facile prevederlo: smantellare la mascolinità non produce un nuovo ordine basato su valori femminili di dolcezza e accoglienza. Al contrario, produce il ritorno del rimosso sotto più terribile forma. Ecco dunque le caricature del maschile che vanno dalla volgarità cialtronesca della cosiddetta manosfera alla spietatezza dei gruppi che inneggiano allo stupro come arma politica. È, questa, la cattiveria viscida dei deboli, non l’oppressione dei forti.
E allora non serve invocare ancora più tenerezza, ancora più comprensione. Serve favorire con ogni mezzo un’uscita dall’inferno artificiale della Rete e un ritorno prepotente alla realtà, da mettere in atto prima di subito, con tutti gli strumenti a disposizione. Serve dunque una legge simile a quelle già applicate in altre nazioni per interdire l’uso delle piattaforme ai minori di 14 o addirittura 16 anni. Esistono proposte in discussione proprio in questi giorni, una delle quali avanzata dalla Lega, che andrebbero seriamente considerate. Prevedono verifiche serie sull’età, superamento dell’autocertificazione, barriere non facilissime da superare.
Chiaro: non è piacevole vietare, perché si andrebbe a colpire anche i minori che non fanno nulla di male online. Ma il beneficio è superiore, in questo caso, a ogni possibile danno. Poi lo sappiamo tutti: le norme da sole non bastano affatto. I più abili possono trovare modi per aggirarle, e a tale riguardo sarebbe fondamentale insistere sulla responsabilità delle aziende digitali, affinché controllino e agiscano per impedire che si aggirino le restrizioni.
Non si può in ogni caso prescindere, tuttavia, da una forte presenza dei genitori, delle famiglie. È emblematica, a tale proposito, l’intervista concessa a Repubblica dalla madre del diciassettenne pescarese arrestato per terrorismo: «Colpa anche mia, dovevo controllarlo sui social, ho sbagliato a fidarmi troppo», dice. Insiste a difendere il suo ragazzo, spiega che aveva paura di essere arrestato, che non avrebbe fatto male a nessuno e addirittura che aveva finto di essere uno del gruppo estremista per timore di ritorsioni. In realtà, stando all’inchiesta, pare che non solo il diciassettenne fosse animatore di gruppi, ma pure che abbia cercato di manipolare un altro minore più giovane. Eppure eccolo lì che, scoperto, cerca la consolazione della mamma, l’abbraccio protettivo. E la mamma, straziata, glielo offre. Sembra davvero di rivedere quel che accade ai genitori della serie televisiva Adolescence, i quali - scoperto il crimine orribile del figlio - si guardano fra loro disperati in cerca di reciproca assoluzione, e si dicono: «Pensavamo che nella sua stanza fosse al sicuro». Era vero l’esatto contrario. Se le famiglie non controllano e si assentano, e se le norme di contrasto sono blande, ecco che può accadere l’impensabile. Nel caso di questo ragazzo le forze dell’ordine sono intervenute prima che accadesse qualcosa di terribile, ma chissà che potrebbe accadere in futuro: le lezioni che vengono specialmente dagli Stati Uniti non sono incoraggianti.
Se c’è educazione da fare, oggi, deve riguardare soprattutto gli adulti. Sono loro che devono essere istruiti sui meccanismi della manipolazione digitale, loro che debbono essere aiutati a comprendere le nuove necessità educative e protettive, qualora non riescano o non vogliano farlo da soli. E poi, a corredo, sono necessarie le leggi. Anche i divieti, sì. Non saranno risolutivi ma sono un inizio, un segnale. Serve un approccio realmente maschile, paterno, per combattere questa mascolinità debole e deviata che assume forme diverse ma in fondo affini, che si tratti delle bravate dei maranza, dell’esibizione di falsa ricchezza di alcuni influencer o delle psicosi mortifere dell’accelerazionismo satanico. Altro che ascolto: di queste stupidaggini ne abbiamo ascoltate pure troppe. Adesso è tempo di metterle a freno, e sul serio.
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I lavori in corso in numerosi cantieri, tutti attivi nel Burgraviato, procedevano a pieno ritmo nonostante una forza lavoro che, almeno stando ai libri contabili, poteva contare su un esiguo numero di operai.
La circostanza ha insospettivo i finanzieri del Comando Provinciale di Bolzano che, con gli ispettori dell’Inps, hanno deciso di approfondire la posizione di due aziende edili, una società e una ditta individuale, riconducibili alla medesima compagine gestionale.
L’attività di controllo, condotta dalla Compagnia di Merano, ha consentito l’identificazione delle maestranze effettivamente impiegate e l’acquisizione di documentazione utile a riscontrare la regolarità della loro assunzione e le modalità di corresponsione delle retribuzioni.
Gli approfondimenti hanno fatto emergere come, accanto a un esiguo numero di personale regolarmente assunto, vi fossero ben 62 lavoratori che venivano impiegati per alcuni periodi totalmente in nero e, per altri, in modo irregolare.
Per 14 di loro, le Fiamme gialle hanno accertato l’impiego lavorativo pur risultando formalmente inoccupati e per questa ragione destinatari della Naspi, l’indennità di disoccupazione. In un caso è stato identificato un operaio regolarmente al lavoro, nonostante risultasse in malattia.
Il sistema si reggeva su un vorticoso giro di contanti, utilizzati per corrispondere le paghe ai lavoratori non regolarmente assunti, in violazione dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti, oltre che sul sistematico aggiramento degli obblighi di versamento degli oneri previdenziali e contributivi: la Guardia di finanza ha accertato l’omesso versamento di contributi per oltre 270 mila euro.
A conclusione dell’attività ispettiva, sono state comminate sanzioni amministrative per un importo di oltre 130 mila euro ed è stato adottato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, come previsto dal Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.
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Ansa
Il «grimaldello» giuridico usato dalla Commissione e invocato dall’Italia, per ritenere ammissibile tale aiuto, è quello dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c dei Trattati (Tfeu) che considera compatibili col mercato interno gli «aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche». Nel caso specifico Teresa Ribera, commissario e vicepresidente esecutivo, ha ritenuto che questa spesa sia necessaria e appropriata per de-carbonizzare i settori difficili da elettrificare come trasporti e alcuni settori industriali; ha un effetto incentivante (senza aiuto i produttori non realizzerebbero gli investimenti); è proporzionata, in quanto l’importo dell’aiuto è determinato tramite gara competitiva sul solo prezzo di esercizio; genera effetti positivi per l’ambiente superiori agli effetti distorsivi sulla concorrenza.
Apprendiamo così, purtroppo non per la prima volta, che nel mercato in cui si venera da anni il mantra della concorrenza, quando un bene non ha mercato perché ha costi di produzione relativamente alti rispetto ad altri beni sostitutivi, la soluzione è quella di incentivare i produttori, gettando denaro pubblico in un pozzo potenzialmente senza fondo. Perché non è affatto detto che dopo il 2029 quella produzione di idrogeno potrà stare sul mercato senza sussidi.
Sono proprio le modalità di erogazione di questo sostegno (contratti bilaterali per differenza) che costituiranno l’albero della cuccagna per i produttori attuali e potenziali, tra cui ci sono giganti come Snam, Eni, Enel Green Power, Italgas, A2a e Iren. Aziende a cui certo non mancano le risorse finanziarie e manageriali per investire e rischiare in proprio.
Il meccanismo prevede infatti gare competitive sul prezzo di esercizio (strike price), in modo da favorire i progetti più efficienti e basso costo di produzione. Una volta fissato questo prezzo, se il prezzo di mercato del combustibile alternativo (in genere combustibile fossile più economico ma più inquinante) a disposizione degli utilizzatori di idrogeno verde fosse più basso, lo Stato rimborserà ai produttori la differenza. Colmando così lo svantaggio di costo dell’idrogeno e offrendo a produttori e utilizzatori un prezzo stabile, fissato pari al prezzo di esercizio, e un indubbio incentivo a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe clienti. Se il prezzo di mercato dei combustibili alternativi superasse lo strike price, i produttori restituirebbero la differenza allo Stato.
Si tratta di un’iniziativa che parte da lontano, i cui primi passi sono stati finanziati con il Pnrr, e che si inquadra nella Strategia Ue sull’idrogeno del luglio 2020 e del Clean Industrial Deal. Come si vede, strumenti concepiti in un’altra era geologica per quanto riguarda l’assetto dell’economia e delle priorità verso cui destinare le risorse pubbliche. Strumenti che sono il risultato di un furore ideologico a favore della transizione verde che oggi - dopo Covid, guerra e inflazione a doppia cifra del 2022 - è in forte discussione.
Invece la Commissione procede spedita come se fossimo ancora nel 2020 con i soldi dei contribuenti italiani al traino.
Ma tutto ciò non può passare inosservato nei giorni in cui al governo faticano a trovare risorse per contenere il caro carburanti o, volendo andare indietro a dicembre, quando il taglio dell’Irpef avrebbe potuto essere più generoso.
A questo proposito è illuminante la frase pronunciata dal ministro Giancarlo Giorgetti a Cernobbio nell’ultimo fine settimana: «Dobbiamo fare delle riflessioni rispetto a quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare, ma sempre tenendo a mente i nostri limiti di finanza pubblica».
Ecco, poiché le risorse sono limitate e le priorità sono evidentemente cambiate rispetto al 2020, va proprio colto l’invito del ministro a fare una seria riflessione su 6 miliardi di denaro pubblico destinati a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe mercato, impedendo utilizzi alternativi di quel denaro. D’altronde, se si ritiene che l’idrogeno verde sia la terra promessa, potrebbero essere i produttori a sostenere i costi e le perdite per tenerlo sul mercato, in attesa di un futuro profittevole. Negli Usa, OpenAi, tra i più grandi produttori di intelligenza artificiale, nel 2026 fatturerà circa 30 miliardi e ne perderà 14, con i profitti attesi non prima del 2029. E non riceve sussidi pubblici.
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