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2020-04-12
Giuseppi al capolinea ma sogna un partito da chiamare «Con te»
Giuseppe Conte (Ansa)
Il coniglio mannaro va all in: Giuseppe Conte vede la sua presunta maggioranza sgretolarsi, si sente accerchiato, isolato in Europa, mal sopportato dai suoi stessi alleati, e che fa? Invece di abbassare la cresta, decide di giocare il tutto per tutto: va in tv e, approfittando di quello che doveva essere uno spazio informativo destinato a spiegare a tutti gli italiani le nuove misure adottate dal governo, indossa l'elmetto e gioca a fare il Napoleone, attaccando l'opposizione con toni sprezzanti. Più che uno statista, una statistica: Conte sa bene che in tempi di crisi drammatiche gli italiani si affidano a chi ricopre ruoli istituzionali, e tenta di cavalcare l'emergenza per sottrarsi all'ineluttabile destino che lo attende, o almeno lo attendeva prima che il coronavirus ribaltasse il quadro politico: cedere la poltrona di Palazzo Chigi. Sembra passato un secolo, ma appena un paio di mesi fa Pd e M5s, per non parlare di Italia viva, ragionavano sul successore di Conte. Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, quando lo scorso 23 febbraio, domenica, vide il premier in pulloverino terrorizzare gli italiani attraverso ben 16 apparizioni in tv, perse la proverbiale pacatezza e capì l'errore che aveva commesso fidandosi del finto mansueto avvocato del popolo; l'altro ieri sera, Mattarella, quando ha sentito Conte insultare Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si è messo le mani nei capelli, cresciuti più del solito a causa della forzata lontananza dal fido barbiere Giovanni.
Conte contro tutti, dunque, a partire dal Pd. Il ciuffo del premier, l'altro ieri pomeriggio, era sguainato come uno spadone: la convinzione del premier e quella del suo staff (leggi Rocco Casalino) era che i ministri dem dell'Economia, Roberto Gualtieri, e degli Affari europei, Enzo Amendola, con la regia del commissario europeo agli Affari economici, Paolo Gentiloni, gli avessero tirato un trappolone, accettando il Mes tra le misure europee di contrasto alla crisi provocata dal coronavirus, esponendo così lo stesso Conte al comprensibile ludibrio nazionale, e il M5s a una figuraccia leggendaria.
Mes(so) all'angolo per l'intera giornata dalle opposizioni, Conte ha così perso totalmente la calma ed è andato in tv a insultare Salvini e la Meloni. Fin qui quello che tutti hanno potuto vedere e ascoltare. Ma dietro le quinte, Conte sta lavorando alacremente alla costituzione del suo partito. Pronto il nome: «Con te», abbastanza elementare per poter far presa sull'elettorato, almeno stando a chi, in questi giorni, sta ispirando le condotte dell'ex avvocato del popolo. A quanto risulta alla Verità, l'idea di trasformare Conte nel fondatore di una nuova Dc è supportata da ambienti cattolici e da alcuni movimenti. Prova indiretta ne sia la lettera che il premier ha spedito ad Avvenire in occasione della Pasqua, a pochi giorni dalla visita in piena pandemia al Santo Padre. I bene informati parlano del sostegno cercato presso ambienti cattolici che vanno da Sant'Egidio ad alcuni esponenti della galassia sparpagliata di Comunione e liberazione. Da Conte di Montecristo a Conte democristo, in un amen: il sogno di guidare una forza politica centrista e di ispirazione cattolica ha comprensibilmente fatto crescere l'autostima del premier, già ipertrofica di suo. Non solo: Conte ha sapientemente evitato di attaccare Forza Italia e Silvio Berlusconi, perché punta a conquistarne l'elettorato e pure qualche decina di parlamentari «responsabili» in caso di necessità.
Dunque, il Conte democristo sa che il M5s, per la stragrande maggioranza, lo vede ormai come un corpo estraneo; sa che il Pd, che avrebbe gradito magari una fase 2 più rapida, non lo tollera; sa che Matteo Renzi non vede l'ora di mandarlo a casa; sa che Mario Draghi viene visto dagli italiani come un Diego Maradona al quale affidare immediatamente la fascia di capitano; e che combina, per restare incollato alla poltrona? Si gioca la carta dell'uomo solo al comando, del condottiero che guida la nazione attraverso la tempesta, con ciuffo fermo, nonostante l'opposizione si opponga (ma guarda che maleducazione, questa opposizione, si oppone!) e la maggioranza abbia l'ardire (villani!) di voler contare qualcosa nelle scelte.
Non c'è dubbio che la sfuriata dell'altra sera segna la svolta «sovranista» del premier, nel senso che si è autopromosso da presidente del Consiglio a sovrano: tanto è andato fuori dal seminato, nel discorso sul coronavirus diventato il discorso della corona, da beccarsi pure le rampogne di due giornalisti tutt'altro che sospettabili di simpatie di destra, i direttori del Tg La7 e di Sky Tg24, Enrico Mentana e Giuseppe De Bellis. «Se avessimo saputo non avremmo mandato in onda quella parte della conferenza di Conte», ha detto Mentana, condannando «l'uso personalistico delle reti unificate con l'attacco personale a due figure dell'opposizione». «Più volte», ha evidenziato De Bellis, «il premier ha fatto appello al senso delle istituzioni, bacchettando chi a suo dire non ne ha a sufficienza. Eppure, stavolta, misura, eleganza, sobrietà che sono state rivendicate nelle ultime settimane sono state perse dalle parti di Palazzo Chigi. E questo anziché unire il Paese rischia invece di dividerlo profondamente».
E così, mentre Dagospia ci informa che Casalino avrebbe immediatamente commissionato un sondaggio per testare le reazioni degli italiani al discorso del premier dell'altra sera, Giuseppi Conte sente di avere il Paese nelle sue mani. Il fatto che non sia mai stato votato neanche da un'assemblea di condominio, naturalmente, è solo un dettaglio.
La tregua infranta indigna il Colle
Che il presidente della Repubblica faccia e riceva molte telefonate, e non solo per gli auguri di Pasqua, è perfino ovvio. Al contrario, non era per nulla scontato il fatto che autorizzasse il leader dell'opposizione a render nota una conversazione assolutamente non ordinaria.
I fatti: ieri mattina Matteo Salvini ha preso il telefono, ha composto il centralino del Colle, e si è fatto passare Sergio Mattarella. Fatti gli auguri, e ribadito «l'impegno delle donne e degli uomini della Lega a fare di tutto per salvare le vite dei cittadini oggi, e i loro posti di lavoro e risparmi domani», il leader leghista è arrivato al punto. Salvini, come informano fonti del suo partito, ha espresso «rammarico e indignazione per un presidente del Consiglio che ha usato la diretta tv non per informare e rassicurare gli italiani, ma per insultare le opposizioni (che sono netta maggioranza nel Paese) arrivando perfino a mentire, se non a minacciare». Salvini è stato esplicito con il suo interlocutore: «Come si fa ad avere un dialogo con chi si comporta così? Roba da regime sudamericano. Dal governo noi e milioni di italiani ci aspettiamo risposte, ascolto e soluzioni, non polemiche o insulti». L'ex titolare del Viminale non ha mancato di ricordare che «le famiglie e le imprese italiane, dopo oltre un mese dalla chiusura, non hanno ancora ricevuto un euro», oltre alla «contrarietà della Lega a qualsiasi utilizzo del Mes sotto ogni forma».
Il capo dello Stato, che in serata ha voluto augurare buona Pasqua a tutti gli italiani con un videomessaggio, ha alle spalle una lunga vicenda parlamentare e istituzionale, e dunque sa bene quali siano i limiti che venerdì sera sono stati sorpassati da Giuseppe Conte in maniera indifendibile. E infatti il Quirinale non ha commentato, ma neppure lo ha difeso: anzi, autorizzare la circolazione della notizia della telefonata con Salvini, con quei contenuti, è stato oggettivamente un modo per avvisare l'inquilino di Palazzo Chigi che una fase si è chiusa. Da tempo, il Colle aveva chiesto collaborazione, per un verso sollecitando le opposizioni a cooperare, ma per altro verso incitando il governo ad ascoltarle e coinvolgerle. Risultato? Una raffica di no agli emendamenti di Lega, Fdi e Fi, e l'altra sera perfino un comizio televisivo alla sudamericana.
A questo punto il 4 maggio (e addirittura prima, se le cose in videoconferenza con Bruxelles non andassero bene il 23 di aprile) diventa un autentico giro di boa: non solo l'avvio della riapertura del paese, ma il passaggio dalla «guerra» al «dopoguerra». Ecco, «dopoguerra» è la parola che circola nell'opposizione, intendendo il momento in cui lo schema di governo dovrà necessariamente essere diverso. Non è stato possibile un war cabinet, visto il comportamento di Conte? Ci sia almeno un post war cabinet, ovviamente senza Conte, rivelatosi anche psicologicamente inadatto al ruolo. Non pochi nel centrodestra riflettevano ieri anche sull'elemento umano, sullo human factor: un Conte in delirio di onnipotenza, posseduto dalla smania di potere, chiaramente lanciato verso avventure politiche personali.
Naturalmente, per aprire una nuova fase, occorre una tempistica, un innesco parlamentare, e una prospettiva per il dopo. Un elemento che inciderà sui tempi sono le famigerate nomine, che fanno gola a tutte le componenti giallorosse. L'innesco parlamentare potrà essere offerto dai renziani, o dalla silenziosa dissidenza grillina (la vicenda Mes è chiaramente una bomba), o da un collasso generale della maggioranza, che già nelle ultime 48 ore è a soqquadro.
Quanto alla prospettiva futura, nessuno a destra fa nomi su chi potrà gestire con largo sostegno parlamentare il «dopoguerra». E non è detto che le tre forze di centrodestra abbiano le medesime idee al riguardo. Ma ciò su cui tutti sembrano concordare sono due punti. Il primo ha a che fare con la tempistica: occorre che, nella migliore delle ipotesi già a primavera 2021, o comunque con tempi accettabili e ragionevoli, si torni prima o poi alla normalità di una sfida elettorale tra centrodestra e centrosinistra, chiudendo stagioni commissariali e di sospensione democratica. Il secondo ha a che fare con i contenuti: nei prossimi 12-15 mesi, nessuno potrà chiedere a Lega, Fdi e Fi una riedizione dell'operazione Monti 2011 (a cui peraltro Matteo Salvini e Giorgia Meloni furono contrari in epoca non sospetta), tra patrimoniali (Monti triplicò quella sugli immobili, tuttora devastante) e altre misure ammazza Pil. Semmai, si potrà ragionare su un percorso economico espansivo e di ricostruzione, che tenga insieme alleggerimento fiscale e maggiori investimenti pubblici.
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Il premier sente sempre più lontani Pd e M5s. E vuole fondare una sua forza centrista. Ora però pure i media lo scaricano.L'agguato televisivo all'opposizione fa arrabbiare il Quirinale, che lascia libero Matteo Salvini di rendere noto il suo sfogo. Ora si lavora al «dopoguerra» senza l'avvocato del popolo.Lo speciale contiene due articoli.Il coniglio mannaro va all in: Giuseppe Conte vede la sua presunta maggioranza sgretolarsi, si sente accerchiato, isolato in Europa, mal sopportato dai suoi stessi alleati, e che fa? Invece di abbassare la cresta, decide di giocare il tutto per tutto: va in tv e, approfittando di quello che doveva essere uno spazio informativo destinato a spiegare a tutti gli italiani le nuove misure adottate dal governo, indossa l'elmetto e gioca a fare il Napoleone, attaccando l'opposizione con toni sprezzanti. Più che uno statista, una statistica: Conte sa bene che in tempi di crisi drammatiche gli italiani si affidano a chi ricopre ruoli istituzionali, e tenta di cavalcare l'emergenza per sottrarsi all'ineluttabile destino che lo attende, o almeno lo attendeva prima che il coronavirus ribaltasse il quadro politico: cedere la poltrona di Palazzo Chigi. Sembra passato un secolo, ma appena un paio di mesi fa Pd e M5s, per non parlare di Italia viva, ragionavano sul successore di Conte. Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, quando lo scorso 23 febbraio, domenica, vide il premier in pulloverino terrorizzare gli italiani attraverso ben 16 apparizioni in tv, perse la proverbiale pacatezza e capì l'errore che aveva commesso fidandosi del finto mansueto avvocato del popolo; l'altro ieri sera, Mattarella, quando ha sentito Conte insultare Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si è messo le mani nei capelli, cresciuti più del solito a causa della forzata lontananza dal fido barbiere Giovanni.Conte contro tutti, dunque, a partire dal Pd. Il ciuffo del premier, l'altro ieri pomeriggio, era sguainato come uno spadone: la convinzione del premier e quella del suo staff (leggi Rocco Casalino) era che i ministri dem dell'Economia, Roberto Gualtieri, e degli Affari europei, Enzo Amendola, con la regia del commissario europeo agli Affari economici, Paolo Gentiloni, gli avessero tirato un trappolone, accettando il Mes tra le misure europee di contrasto alla crisi provocata dal coronavirus, esponendo così lo stesso Conte al comprensibile ludibrio nazionale, e il M5s a una figuraccia leggendaria.Mes(so) all'angolo per l'intera giornata dalle opposizioni, Conte ha così perso totalmente la calma ed è andato in tv a insultare Salvini e la Meloni. Fin qui quello che tutti hanno potuto vedere e ascoltare. Ma dietro le quinte, Conte sta lavorando alacremente alla costituzione del suo partito. Pronto il nome: «Con te», abbastanza elementare per poter far presa sull'elettorato, almeno stando a chi, in questi giorni, sta ispirando le condotte dell'ex avvocato del popolo. A quanto risulta alla Verità, l'idea di trasformare Conte nel fondatore di una nuova Dc è supportata da ambienti cattolici e da alcuni movimenti. Prova indiretta ne sia la lettera che il premier ha spedito ad Avvenire in occasione della Pasqua, a pochi giorni dalla visita in piena pandemia al Santo Padre. I bene informati parlano del sostegno cercato presso ambienti cattolici che vanno da Sant'Egidio ad alcuni esponenti della galassia sparpagliata di Comunione e liberazione. Da Conte di Montecristo a Conte democristo, in un amen: il sogno di guidare una forza politica centrista e di ispirazione cattolica ha comprensibilmente fatto crescere l'autostima del premier, già ipertrofica di suo. Non solo: Conte ha sapientemente evitato di attaccare Forza Italia e Silvio Berlusconi, perché punta a conquistarne l'elettorato e pure qualche decina di parlamentari «responsabili» in caso di necessità. Dunque, il Conte democristo sa che il M5s, per la stragrande maggioranza, lo vede ormai come un corpo estraneo; sa che il Pd, che avrebbe gradito magari una fase 2 più rapida, non lo tollera; sa che Matteo Renzi non vede l'ora di mandarlo a casa; sa che Mario Draghi viene visto dagli italiani come un Diego Maradona al quale affidare immediatamente la fascia di capitano; e che combina, per restare incollato alla poltrona? Si gioca la carta dell'uomo solo al comando, del condottiero che guida la nazione attraverso la tempesta, con ciuffo fermo, nonostante l'opposizione si opponga (ma guarda che maleducazione, questa opposizione, si oppone!) e la maggioranza abbia l'ardire (villani!) di voler contare qualcosa nelle scelte.Non c'è dubbio che la sfuriata dell'altra sera segna la svolta «sovranista» del premier, nel senso che si è autopromosso da presidente del Consiglio a sovrano: tanto è andato fuori dal seminato, nel discorso sul coronavirus diventato il discorso della corona, da beccarsi pure le rampogne di due giornalisti tutt'altro che sospettabili di simpatie di destra, i direttori del Tg La7 e di Sky Tg24, Enrico Mentana e Giuseppe De Bellis. «Se avessimo saputo non avremmo mandato in onda quella parte della conferenza di Conte», ha detto Mentana, condannando «l'uso personalistico delle reti unificate con l'attacco personale a due figure dell'opposizione». «Più volte», ha evidenziato De Bellis, «il premier ha fatto appello al senso delle istituzioni, bacchettando chi a suo dire non ne ha a sufficienza. Eppure, stavolta, misura, eleganza, sobrietà che sono state rivendicate nelle ultime settimane sono state perse dalle parti di Palazzo Chigi. E questo anziché unire il Paese rischia invece di dividerlo profondamente».E così, mentre Dagospia ci informa che Casalino avrebbe immediatamente commissionato un sondaggio per testare le reazioni degli italiani al discorso del premier dell'altra sera, Giuseppi Conte sente di avere il Paese nelle sue mani. Il fatto che non sia mai stato votato neanche da un'assemblea di condominio, naturalmente, è solo un dettaglio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giuseppi-al-capolinea-ma-sogna-un-partito-da-chiamare-con-te-2645696012.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-tregua-infranta-indigna-il-colle" data-post-id="2645696012" data-published-at="1586633789" data-use-pagination="False"> La tregua infranta indigna il Colle Che il presidente della Repubblica faccia e riceva molte telefonate, e non solo per gli auguri di Pasqua, è perfino ovvio. Al contrario, non era per nulla scontato il fatto che autorizzasse il leader dell'opposizione a render nota una conversazione assolutamente non ordinaria. I fatti: ieri mattina Matteo Salvini ha preso il telefono, ha composto il centralino del Colle, e si è fatto passare Sergio Mattarella. Fatti gli auguri, e ribadito «l'impegno delle donne e degli uomini della Lega a fare di tutto per salvare le vite dei cittadini oggi, e i loro posti di lavoro e risparmi domani», il leader leghista è arrivato al punto. Salvini, come informano fonti del suo partito, ha espresso «rammarico e indignazione per un presidente del Consiglio che ha usato la diretta tv non per informare e rassicurare gli italiani, ma per insultare le opposizioni (che sono netta maggioranza nel Paese) arrivando perfino a mentire, se non a minacciare». Salvini è stato esplicito con il suo interlocutore: «Come si fa ad avere un dialogo con chi si comporta così? Roba da regime sudamericano. Dal governo noi e milioni di italiani ci aspettiamo risposte, ascolto e soluzioni, non polemiche o insulti». L'ex titolare del Viminale non ha mancato di ricordare che «le famiglie e le imprese italiane, dopo oltre un mese dalla chiusura, non hanno ancora ricevuto un euro», oltre alla «contrarietà della Lega a qualsiasi utilizzo del Mes sotto ogni forma». Il capo dello Stato, che in serata ha voluto augurare buona Pasqua a tutti gli italiani con un videomessaggio, ha alle spalle una lunga vicenda parlamentare e istituzionale, e dunque sa bene quali siano i limiti che venerdì sera sono stati sorpassati da Giuseppe Conte in maniera indifendibile. E infatti il Quirinale non ha commentato, ma neppure lo ha difeso: anzi, autorizzare la circolazione della notizia della telefonata con Salvini, con quei contenuti, è stato oggettivamente un modo per avvisare l'inquilino di Palazzo Chigi che una fase si è chiusa. Da tempo, il Colle aveva chiesto collaborazione, per un verso sollecitando le opposizioni a cooperare, ma per altro verso incitando il governo ad ascoltarle e coinvolgerle. Risultato? Una raffica di no agli emendamenti di Lega, Fdi e Fi, e l'altra sera perfino un comizio televisivo alla sudamericana. A questo punto il 4 maggio (e addirittura prima, se le cose in videoconferenza con Bruxelles non andassero bene il 23 di aprile) diventa un autentico giro di boa: non solo l'avvio della riapertura del paese, ma il passaggio dalla «guerra» al «dopoguerra». Ecco, «dopoguerra» è la parola che circola nell'opposizione, intendendo il momento in cui lo schema di governo dovrà necessariamente essere diverso. Non è stato possibile un war cabinet, visto il comportamento di Conte? Ci sia almeno un post war cabinet, ovviamente senza Conte, rivelatosi anche psicologicamente inadatto al ruolo. Non pochi nel centrodestra riflettevano ieri anche sull'elemento umano, sullo human factor: un Conte in delirio di onnipotenza, posseduto dalla smania di potere, chiaramente lanciato verso avventure politiche personali. Naturalmente, per aprire una nuova fase, occorre una tempistica, un innesco parlamentare, e una prospettiva per il dopo. Un elemento che inciderà sui tempi sono le famigerate nomine, che fanno gola a tutte le componenti giallorosse. L'innesco parlamentare potrà essere offerto dai renziani, o dalla silenziosa dissidenza grillina (la vicenda Mes è chiaramente una bomba), o da un collasso generale della maggioranza, che già nelle ultime 48 ore è a soqquadro. Quanto alla prospettiva futura, nessuno a destra fa nomi su chi potrà gestire con largo sostegno parlamentare il «dopoguerra». E non è detto che le tre forze di centrodestra abbiano le medesime idee al riguardo. Ma ciò su cui tutti sembrano concordare sono due punti. Il primo ha a che fare con la tempistica: occorre che, nella migliore delle ipotesi già a primavera 2021, o comunque con tempi accettabili e ragionevoli, si torni prima o poi alla normalità di una sfida elettorale tra centrodestra e centrosinistra, chiudendo stagioni commissariali e di sospensione democratica. Il secondo ha a che fare con i contenuti: nei prossimi 12-15 mesi, nessuno potrà chiedere a Lega, Fdi e Fi una riedizione dell'operazione Monti 2011 (a cui peraltro Matteo Salvini e Giorgia Meloni furono contrari in epoca non sospetta), tra patrimoniali (Monti triplicò quella sugli immobili, tuttora devastante) e altre misure ammazza Pil. Semmai, si potrà ragionare su un percorso economico espansivo e di ricostruzione, che tenga insieme alleggerimento fiscale e maggiori investimenti pubblici.
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
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