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2020-04-12
Giuseppi al capolinea ma sogna un partito da chiamare «Con te»
Giuseppe Conte (Ansa)
Il coniglio mannaro va all in: Giuseppe Conte vede la sua presunta maggioranza sgretolarsi, si sente accerchiato, isolato in Europa, mal sopportato dai suoi stessi alleati, e che fa? Invece di abbassare la cresta, decide di giocare il tutto per tutto: va in tv e, approfittando di quello che doveva essere uno spazio informativo destinato a spiegare a tutti gli italiani le nuove misure adottate dal governo, indossa l'elmetto e gioca a fare il Napoleone, attaccando l'opposizione con toni sprezzanti. Più che uno statista, una statistica: Conte sa bene che in tempi di crisi drammatiche gli italiani si affidano a chi ricopre ruoli istituzionali, e tenta di cavalcare l'emergenza per sottrarsi all'ineluttabile destino che lo attende, o almeno lo attendeva prima che il coronavirus ribaltasse il quadro politico: cedere la poltrona di Palazzo Chigi. Sembra passato un secolo, ma appena un paio di mesi fa Pd e M5s, per non parlare di Italia viva, ragionavano sul successore di Conte. Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, quando lo scorso 23 febbraio, domenica, vide il premier in pulloverino terrorizzare gli italiani attraverso ben 16 apparizioni in tv, perse la proverbiale pacatezza e capì l'errore che aveva commesso fidandosi del finto mansueto avvocato del popolo; l'altro ieri sera, Mattarella, quando ha sentito Conte insultare Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si è messo le mani nei capelli, cresciuti più del solito a causa della forzata lontananza dal fido barbiere Giovanni.
Conte contro tutti, dunque, a partire dal Pd. Il ciuffo del premier, l'altro ieri pomeriggio, era sguainato come uno spadone: la convinzione del premier e quella del suo staff (leggi Rocco Casalino) era che i ministri dem dell'Economia, Roberto Gualtieri, e degli Affari europei, Enzo Amendola, con la regia del commissario europeo agli Affari economici, Paolo Gentiloni, gli avessero tirato un trappolone, accettando il Mes tra le misure europee di contrasto alla crisi provocata dal coronavirus, esponendo così lo stesso Conte al comprensibile ludibrio nazionale, e il M5s a una figuraccia leggendaria.
Mes(so) all'angolo per l'intera giornata dalle opposizioni, Conte ha così perso totalmente la calma ed è andato in tv a insultare Salvini e la Meloni. Fin qui quello che tutti hanno potuto vedere e ascoltare. Ma dietro le quinte, Conte sta lavorando alacremente alla costituzione del suo partito. Pronto il nome: «Con te», abbastanza elementare per poter far presa sull'elettorato, almeno stando a chi, in questi giorni, sta ispirando le condotte dell'ex avvocato del popolo. A quanto risulta alla Verità, l'idea di trasformare Conte nel fondatore di una nuova Dc è supportata da ambienti cattolici e da alcuni movimenti. Prova indiretta ne sia la lettera che il premier ha spedito ad Avvenire in occasione della Pasqua, a pochi giorni dalla visita in piena pandemia al Santo Padre. I bene informati parlano del sostegno cercato presso ambienti cattolici che vanno da Sant'Egidio ad alcuni esponenti della galassia sparpagliata di Comunione e liberazione. Da Conte di Montecristo a Conte democristo, in un amen: il sogno di guidare una forza politica centrista e di ispirazione cattolica ha comprensibilmente fatto crescere l'autostima del premier, già ipertrofica di suo. Non solo: Conte ha sapientemente evitato di attaccare Forza Italia e Silvio Berlusconi, perché punta a conquistarne l'elettorato e pure qualche decina di parlamentari «responsabili» in caso di necessità.
Dunque, il Conte democristo sa che il M5s, per la stragrande maggioranza, lo vede ormai come un corpo estraneo; sa che il Pd, che avrebbe gradito magari una fase 2 più rapida, non lo tollera; sa che Matteo Renzi non vede l'ora di mandarlo a casa; sa che Mario Draghi viene visto dagli italiani come un Diego Maradona al quale affidare immediatamente la fascia di capitano; e che combina, per restare incollato alla poltrona? Si gioca la carta dell'uomo solo al comando, del condottiero che guida la nazione attraverso la tempesta, con ciuffo fermo, nonostante l'opposizione si opponga (ma guarda che maleducazione, questa opposizione, si oppone!) e la maggioranza abbia l'ardire (villani!) di voler contare qualcosa nelle scelte.
Non c'è dubbio che la sfuriata dell'altra sera segna la svolta «sovranista» del premier, nel senso che si è autopromosso da presidente del Consiglio a sovrano: tanto è andato fuori dal seminato, nel discorso sul coronavirus diventato il discorso della corona, da beccarsi pure le rampogne di due giornalisti tutt'altro che sospettabili di simpatie di destra, i direttori del Tg La7 e di Sky Tg24, Enrico Mentana e Giuseppe De Bellis. «Se avessimo saputo non avremmo mandato in onda quella parte della conferenza di Conte», ha detto Mentana, condannando «l'uso personalistico delle reti unificate con l'attacco personale a due figure dell'opposizione». «Più volte», ha evidenziato De Bellis, «il premier ha fatto appello al senso delle istituzioni, bacchettando chi a suo dire non ne ha a sufficienza. Eppure, stavolta, misura, eleganza, sobrietà che sono state rivendicate nelle ultime settimane sono state perse dalle parti di Palazzo Chigi. E questo anziché unire il Paese rischia invece di dividerlo profondamente».
E così, mentre Dagospia ci informa che Casalino avrebbe immediatamente commissionato un sondaggio per testare le reazioni degli italiani al discorso del premier dell'altra sera, Giuseppi Conte sente di avere il Paese nelle sue mani. Il fatto che non sia mai stato votato neanche da un'assemblea di condominio, naturalmente, è solo un dettaglio.
La tregua infranta indigna il Colle
Che il presidente della Repubblica faccia e riceva molte telefonate, e non solo per gli auguri di Pasqua, è perfino ovvio. Al contrario, non era per nulla scontato il fatto che autorizzasse il leader dell'opposizione a render nota una conversazione assolutamente non ordinaria.
I fatti: ieri mattina Matteo Salvini ha preso il telefono, ha composto il centralino del Colle, e si è fatto passare Sergio Mattarella. Fatti gli auguri, e ribadito «l'impegno delle donne e degli uomini della Lega a fare di tutto per salvare le vite dei cittadini oggi, e i loro posti di lavoro e risparmi domani», il leader leghista è arrivato al punto. Salvini, come informano fonti del suo partito, ha espresso «rammarico e indignazione per un presidente del Consiglio che ha usato la diretta tv non per informare e rassicurare gli italiani, ma per insultare le opposizioni (che sono netta maggioranza nel Paese) arrivando perfino a mentire, se non a minacciare». Salvini è stato esplicito con il suo interlocutore: «Come si fa ad avere un dialogo con chi si comporta così? Roba da regime sudamericano. Dal governo noi e milioni di italiani ci aspettiamo risposte, ascolto e soluzioni, non polemiche o insulti». L'ex titolare del Viminale non ha mancato di ricordare che «le famiglie e le imprese italiane, dopo oltre un mese dalla chiusura, non hanno ancora ricevuto un euro», oltre alla «contrarietà della Lega a qualsiasi utilizzo del Mes sotto ogni forma».
Il capo dello Stato, che in serata ha voluto augurare buona Pasqua a tutti gli italiani con un videomessaggio, ha alle spalle una lunga vicenda parlamentare e istituzionale, e dunque sa bene quali siano i limiti che venerdì sera sono stati sorpassati da Giuseppe Conte in maniera indifendibile. E infatti il Quirinale non ha commentato, ma neppure lo ha difeso: anzi, autorizzare la circolazione della notizia della telefonata con Salvini, con quei contenuti, è stato oggettivamente un modo per avvisare l'inquilino di Palazzo Chigi che una fase si è chiusa. Da tempo, il Colle aveva chiesto collaborazione, per un verso sollecitando le opposizioni a cooperare, ma per altro verso incitando il governo ad ascoltarle e coinvolgerle. Risultato? Una raffica di no agli emendamenti di Lega, Fdi e Fi, e l'altra sera perfino un comizio televisivo alla sudamericana.
A questo punto il 4 maggio (e addirittura prima, se le cose in videoconferenza con Bruxelles non andassero bene il 23 di aprile) diventa un autentico giro di boa: non solo l'avvio della riapertura del paese, ma il passaggio dalla «guerra» al «dopoguerra». Ecco, «dopoguerra» è la parola che circola nell'opposizione, intendendo il momento in cui lo schema di governo dovrà necessariamente essere diverso. Non è stato possibile un war cabinet, visto il comportamento di Conte? Ci sia almeno un post war cabinet, ovviamente senza Conte, rivelatosi anche psicologicamente inadatto al ruolo. Non pochi nel centrodestra riflettevano ieri anche sull'elemento umano, sullo human factor: un Conte in delirio di onnipotenza, posseduto dalla smania di potere, chiaramente lanciato verso avventure politiche personali.
Naturalmente, per aprire una nuova fase, occorre una tempistica, un innesco parlamentare, e una prospettiva per il dopo. Un elemento che inciderà sui tempi sono le famigerate nomine, che fanno gola a tutte le componenti giallorosse. L'innesco parlamentare potrà essere offerto dai renziani, o dalla silenziosa dissidenza grillina (la vicenda Mes è chiaramente una bomba), o da un collasso generale della maggioranza, che già nelle ultime 48 ore è a soqquadro.
Quanto alla prospettiva futura, nessuno a destra fa nomi su chi potrà gestire con largo sostegno parlamentare il «dopoguerra». E non è detto che le tre forze di centrodestra abbiano le medesime idee al riguardo. Ma ciò su cui tutti sembrano concordare sono due punti. Il primo ha a che fare con la tempistica: occorre che, nella migliore delle ipotesi già a primavera 2021, o comunque con tempi accettabili e ragionevoli, si torni prima o poi alla normalità di una sfida elettorale tra centrodestra e centrosinistra, chiudendo stagioni commissariali e di sospensione democratica. Il secondo ha a che fare con i contenuti: nei prossimi 12-15 mesi, nessuno potrà chiedere a Lega, Fdi e Fi una riedizione dell'operazione Monti 2011 (a cui peraltro Matteo Salvini e Giorgia Meloni furono contrari in epoca non sospetta), tra patrimoniali (Monti triplicò quella sugli immobili, tuttora devastante) e altre misure ammazza Pil. Semmai, si potrà ragionare su un percorso economico espansivo e di ricostruzione, che tenga insieme alleggerimento fiscale e maggiori investimenti pubblici.
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Il premier sente sempre più lontani Pd e M5s. E vuole fondare una sua forza centrista. Ora però pure i media lo scaricano.L'agguato televisivo all'opposizione fa arrabbiare il Quirinale, che lascia libero Matteo Salvini di rendere noto il suo sfogo. Ora si lavora al «dopoguerra» senza l'avvocato del popolo.Lo speciale contiene due articoli.Il coniglio mannaro va all in: Giuseppe Conte vede la sua presunta maggioranza sgretolarsi, si sente accerchiato, isolato in Europa, mal sopportato dai suoi stessi alleati, e che fa? Invece di abbassare la cresta, decide di giocare il tutto per tutto: va in tv e, approfittando di quello che doveva essere uno spazio informativo destinato a spiegare a tutti gli italiani le nuove misure adottate dal governo, indossa l'elmetto e gioca a fare il Napoleone, attaccando l'opposizione con toni sprezzanti. Più che uno statista, una statistica: Conte sa bene che in tempi di crisi drammatiche gli italiani si affidano a chi ricopre ruoli istituzionali, e tenta di cavalcare l'emergenza per sottrarsi all'ineluttabile destino che lo attende, o almeno lo attendeva prima che il coronavirus ribaltasse il quadro politico: cedere la poltrona di Palazzo Chigi. Sembra passato un secolo, ma appena un paio di mesi fa Pd e M5s, per non parlare di Italia viva, ragionavano sul successore di Conte. Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, quando lo scorso 23 febbraio, domenica, vide il premier in pulloverino terrorizzare gli italiani attraverso ben 16 apparizioni in tv, perse la proverbiale pacatezza e capì l'errore che aveva commesso fidandosi del finto mansueto avvocato del popolo; l'altro ieri sera, Mattarella, quando ha sentito Conte insultare Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si è messo le mani nei capelli, cresciuti più del solito a causa della forzata lontananza dal fido barbiere Giovanni.Conte contro tutti, dunque, a partire dal Pd. Il ciuffo del premier, l'altro ieri pomeriggio, era sguainato come uno spadone: la convinzione del premier e quella del suo staff (leggi Rocco Casalino) era che i ministri dem dell'Economia, Roberto Gualtieri, e degli Affari europei, Enzo Amendola, con la regia del commissario europeo agli Affari economici, Paolo Gentiloni, gli avessero tirato un trappolone, accettando il Mes tra le misure europee di contrasto alla crisi provocata dal coronavirus, esponendo così lo stesso Conte al comprensibile ludibrio nazionale, e il M5s a una figuraccia leggendaria.Mes(so) all'angolo per l'intera giornata dalle opposizioni, Conte ha così perso totalmente la calma ed è andato in tv a insultare Salvini e la Meloni. Fin qui quello che tutti hanno potuto vedere e ascoltare. Ma dietro le quinte, Conte sta lavorando alacremente alla costituzione del suo partito. Pronto il nome: «Con te», abbastanza elementare per poter far presa sull'elettorato, almeno stando a chi, in questi giorni, sta ispirando le condotte dell'ex avvocato del popolo. A quanto risulta alla Verità, l'idea di trasformare Conte nel fondatore di una nuova Dc è supportata da ambienti cattolici e da alcuni movimenti. Prova indiretta ne sia la lettera che il premier ha spedito ad Avvenire in occasione della Pasqua, a pochi giorni dalla visita in piena pandemia al Santo Padre. I bene informati parlano del sostegno cercato presso ambienti cattolici che vanno da Sant'Egidio ad alcuni esponenti della galassia sparpagliata di Comunione e liberazione. Da Conte di Montecristo a Conte democristo, in un amen: il sogno di guidare una forza politica centrista e di ispirazione cattolica ha comprensibilmente fatto crescere l'autostima del premier, già ipertrofica di suo. Non solo: Conte ha sapientemente evitato di attaccare Forza Italia e Silvio Berlusconi, perché punta a conquistarne l'elettorato e pure qualche decina di parlamentari «responsabili» in caso di necessità. Dunque, il Conte democristo sa che il M5s, per la stragrande maggioranza, lo vede ormai come un corpo estraneo; sa che il Pd, che avrebbe gradito magari una fase 2 più rapida, non lo tollera; sa che Matteo Renzi non vede l'ora di mandarlo a casa; sa che Mario Draghi viene visto dagli italiani come un Diego Maradona al quale affidare immediatamente la fascia di capitano; e che combina, per restare incollato alla poltrona? Si gioca la carta dell'uomo solo al comando, del condottiero che guida la nazione attraverso la tempesta, con ciuffo fermo, nonostante l'opposizione si opponga (ma guarda che maleducazione, questa opposizione, si oppone!) e la maggioranza abbia l'ardire (villani!) di voler contare qualcosa nelle scelte.Non c'è dubbio che la sfuriata dell'altra sera segna la svolta «sovranista» del premier, nel senso che si è autopromosso da presidente del Consiglio a sovrano: tanto è andato fuori dal seminato, nel discorso sul coronavirus diventato il discorso della corona, da beccarsi pure le rampogne di due giornalisti tutt'altro che sospettabili di simpatie di destra, i direttori del Tg La7 e di Sky Tg24, Enrico Mentana e Giuseppe De Bellis. «Se avessimo saputo non avremmo mandato in onda quella parte della conferenza di Conte», ha detto Mentana, condannando «l'uso personalistico delle reti unificate con l'attacco personale a due figure dell'opposizione». «Più volte», ha evidenziato De Bellis, «il premier ha fatto appello al senso delle istituzioni, bacchettando chi a suo dire non ne ha a sufficienza. Eppure, stavolta, misura, eleganza, sobrietà che sono state rivendicate nelle ultime settimane sono state perse dalle parti di Palazzo Chigi. E questo anziché unire il Paese rischia invece di dividerlo profondamente».E così, mentre Dagospia ci informa che Casalino avrebbe immediatamente commissionato un sondaggio per testare le reazioni degli italiani al discorso del premier dell'altra sera, Giuseppi Conte sente di avere il Paese nelle sue mani. Il fatto che non sia mai stato votato neanche da un'assemblea di condominio, naturalmente, è solo un dettaglio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giuseppi-al-capolinea-ma-sogna-un-partito-da-chiamare-con-te-2645696012.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-tregua-infranta-indigna-il-colle" data-post-id="2645696012" data-published-at="1586633789" data-use-pagination="False"> La tregua infranta indigna il Colle Che il presidente della Repubblica faccia e riceva molte telefonate, e non solo per gli auguri di Pasqua, è perfino ovvio. Al contrario, non era per nulla scontato il fatto che autorizzasse il leader dell'opposizione a render nota una conversazione assolutamente non ordinaria. I fatti: ieri mattina Matteo Salvini ha preso il telefono, ha composto il centralino del Colle, e si è fatto passare Sergio Mattarella. Fatti gli auguri, e ribadito «l'impegno delle donne e degli uomini della Lega a fare di tutto per salvare le vite dei cittadini oggi, e i loro posti di lavoro e risparmi domani», il leader leghista è arrivato al punto. Salvini, come informano fonti del suo partito, ha espresso «rammarico e indignazione per un presidente del Consiglio che ha usato la diretta tv non per informare e rassicurare gli italiani, ma per insultare le opposizioni (che sono netta maggioranza nel Paese) arrivando perfino a mentire, se non a minacciare». Salvini è stato esplicito con il suo interlocutore: «Come si fa ad avere un dialogo con chi si comporta così? Roba da regime sudamericano. Dal governo noi e milioni di italiani ci aspettiamo risposte, ascolto e soluzioni, non polemiche o insulti». L'ex titolare del Viminale non ha mancato di ricordare che «le famiglie e le imprese italiane, dopo oltre un mese dalla chiusura, non hanno ancora ricevuto un euro», oltre alla «contrarietà della Lega a qualsiasi utilizzo del Mes sotto ogni forma». Il capo dello Stato, che in serata ha voluto augurare buona Pasqua a tutti gli italiani con un videomessaggio, ha alle spalle una lunga vicenda parlamentare e istituzionale, e dunque sa bene quali siano i limiti che venerdì sera sono stati sorpassati da Giuseppe Conte in maniera indifendibile. E infatti il Quirinale non ha commentato, ma neppure lo ha difeso: anzi, autorizzare la circolazione della notizia della telefonata con Salvini, con quei contenuti, è stato oggettivamente un modo per avvisare l'inquilino di Palazzo Chigi che una fase si è chiusa. Da tempo, il Colle aveva chiesto collaborazione, per un verso sollecitando le opposizioni a cooperare, ma per altro verso incitando il governo ad ascoltarle e coinvolgerle. Risultato? Una raffica di no agli emendamenti di Lega, Fdi e Fi, e l'altra sera perfino un comizio televisivo alla sudamericana. A questo punto il 4 maggio (e addirittura prima, se le cose in videoconferenza con Bruxelles non andassero bene il 23 di aprile) diventa un autentico giro di boa: non solo l'avvio della riapertura del paese, ma il passaggio dalla «guerra» al «dopoguerra». Ecco, «dopoguerra» è la parola che circola nell'opposizione, intendendo il momento in cui lo schema di governo dovrà necessariamente essere diverso. Non è stato possibile un war cabinet, visto il comportamento di Conte? Ci sia almeno un post war cabinet, ovviamente senza Conte, rivelatosi anche psicologicamente inadatto al ruolo. Non pochi nel centrodestra riflettevano ieri anche sull'elemento umano, sullo human factor: un Conte in delirio di onnipotenza, posseduto dalla smania di potere, chiaramente lanciato verso avventure politiche personali. Naturalmente, per aprire una nuova fase, occorre una tempistica, un innesco parlamentare, e una prospettiva per il dopo. Un elemento che inciderà sui tempi sono le famigerate nomine, che fanno gola a tutte le componenti giallorosse. L'innesco parlamentare potrà essere offerto dai renziani, o dalla silenziosa dissidenza grillina (la vicenda Mes è chiaramente una bomba), o da un collasso generale della maggioranza, che già nelle ultime 48 ore è a soqquadro. Quanto alla prospettiva futura, nessuno a destra fa nomi su chi potrà gestire con largo sostegno parlamentare il «dopoguerra». E non è detto che le tre forze di centrodestra abbiano le medesime idee al riguardo. Ma ciò su cui tutti sembrano concordare sono due punti. Il primo ha a che fare con la tempistica: occorre che, nella migliore delle ipotesi già a primavera 2021, o comunque con tempi accettabili e ragionevoli, si torni prima o poi alla normalità di una sfida elettorale tra centrodestra e centrosinistra, chiudendo stagioni commissariali e di sospensione democratica. Il secondo ha a che fare con i contenuti: nei prossimi 12-15 mesi, nessuno potrà chiedere a Lega, Fdi e Fi una riedizione dell'operazione Monti 2011 (a cui peraltro Matteo Salvini e Giorgia Meloni furono contrari in epoca non sospetta), tra patrimoniali (Monti triplicò quella sugli immobili, tuttora devastante) e altre misure ammazza Pil. Semmai, si potrà ragionare su un percorso economico espansivo e di ricostruzione, che tenga insieme alleggerimento fiscale e maggiori investimenti pubblici.
«Scarpetta» (Amazon Prime Video)
La celebre anatomopatologa dei romanzi di Patricia Cornwell diventa protagonista di una serie Amazon. Nicole Kidman interpreta Kay Scarpetta in otto episodi che riprendono l’universo narrativo del crime letterario, tra indagini forensi e un caso riemerso dal passato.
Quando, nel 1994, Postmortem è comparso sugli scaffali delle librerie, Kay Scarpetta era nessuno: un prodotto di fantasia, rimasto recluso a lungo nella mente della sua scrittrice. Il tempo le ha dato sostanza, una forma che i tanti romanzi successivi avrebbero reso familiare. Bionda, le proporzioni generose e femminili, ha gli occhi azzurri e il più classico senso estetico. Ama il bello Kay Scarpetta, quando il bello non fa rumore. Non porta gioielli, grandi firme. Ha una passione genuina per le cose semplici, quelle classiche. Ed è così, con i suoi abiti eleganti, scelti perché possano enfatizzare curve che non rinnega, che ha camminato fra le pagine dei suoi libri, per anni arrivati a trenta. Kay Scarpetta, nata dal guizzo creativo di Patricia Cornwell, è stata protagonista di ventinove romanzi. Infine, Amazon ha deciso di prendere quel bagaglio immenso di letteratura e condensarlo all'interno di una serie televisiva.
Scarpetta, al debutto online mercoledì 11 marzo, non è l'adattamento di un solo libro, ma la sublimazione di un'intera carriera, di quei trent'anni di parole e fatti divenuti pietre miliari del genere crime. Non è più quella degli esordi, Kay Scarpetta. Gli anta li ha passati da un po', il volto segnato dal tempo. Porta i capelli raccolti e gli occhiali, sotto le lenti gli occhi di sempre, blue profondo. Più magra di quanto Patricia Cornwell l'aveva immaginata, ha il corpo agile e lo sguardo furbo. Negli otto episodi della serie televisiva, a muovere entrambi è Nicole Kidman, che tanto ha preso a cuore la parte da aver deciso di studiare, gomito e gomito, con un medico legale. Kay Scarpetta non è, infatti, una detective, ma un'anatomopatologa forense, capo - nei romanzi - dell'Istituto di Medicina Legale della Virginia. Fatto, questo, che ha spinto l'attrice a voler approfondire la materia. Nicole Kidman, ospite negli Stati Uniti di Jimmy Fallon, ha spiegato di aver assistito a decine di autopsie per prepararsi alla parte. Così tante da poter aprire, a oggi, un corpo umano, tirando fuori ogni organo si trovi al suo interno e nominandolo senza indugi: come farebbe Kay Scarpetta, la cui professione ha consentito alla Cornwell di riscrivere le regole del crime, infilando tra le pagine dei propri romanzi un'accuratezza scientifica allora inesistente. La Scarpetta, in ogni libro, ha arricchito il giallo con i dettagli di un mestiere a tratti disturbante. Metformina, bisturi, cadaveri numerati, dentro loculi gelati. Dando un nome alla morte, ha trovato sempre una ragione. E il tempo è passato, consentendo ad Amazon di avere una trentina di casi cui attingere per la serie tv.
Non ne è stato scelto uno. Si è optato, invece, per riportare a galla un'indagine del passato, una che, ai tempi, si diceva avesse dato lustro e slancio alla carriera di Kay Scarpetta: un serial killer che, ventotto anni dopo essere stato identificato, sembra, però, ripresentarsi. Allora, sarà Nicole Kidman ad indagare, accanto a lei, Bobby Cannavale nei panni del fidato detective Pete Marino. I due dovranno ripercorrere ogni passo di quell'indagine, riportando a galla i mostri dell'epoca, i fantasmi che credevano sepolti. Questo, tanto sul fronte professionale quanto su quello personale, agitato, per Kay Scarpetta, dal rapporto con la sorella (Jamie Lee Curtis).
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Ansa
A distanza di ore dall’accaduto, che si commenta da sé, l’associazione presieduta da Toni Brandi registra con incredulità l’assenza di solidarietà da parte della classe politica progressista. «Immaginiamo la scena a parti invertite», recita una nota di Pro vita & famiglia, «se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce di morte ad associazioni transfemministe o Lgbt. Sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale, con titoli di apertura su tutti i giornali e i vari Schlein, Zan, Conte, Gualtieri e Boldrini si sarebbero stracciati le vesti. Dove sono ora? Non hanno nulla da dichiarare contro questo odio?».
Ad amareggiare ancor più l’associazione è il fatto di essere stata presa deliberatamente di mira. Lo provano, in aggiunta ai cori irripetibili poc’anzi ricordati, anche i manifesti affissi sempre domenica nelle strade adiacenti e realizzati dal collettivo Pro Scelta e Sorellanz3. Manifesti, tanto per cambiare, a loro volta aggressivi, come provano gli slogan riportati: «Pro vita parassita a che pro sei in vita?», «Donna: chi ce se sente», «Trans*: il vostro peggiore incubo», «Pro vita: prepotenti omofobi, contro la vita e la libertà di tutt3». Parole, anche qui, che se fossero state rivolte a qualsivoglia sigla cara all’intellighenzia avrebbero destato scandalo.
Invece contro i pro life, a quanto pare, è tutto lecito. Aggrava tutto ciò anche il fatto che quanto avvenuto domenica abbia già dei precedenti. In particolare, si allude qui al gravissimo attacco del 25 novembre 2023, quando i collettivi transfemministi - sempre loro - dalle parole passarono ai fatti, lanciando un ordigno all’interno della sede di Pro vita dopo aver sfondato le vetrine. Solo per un caso fortuito non andò tutto a fuoco. In quell’occasione Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, si era detto scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci».
Non a caso, quella volta, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle nell’occasione aveva avuto - va riconosciuto - parole di condanna «contro ogni violenza». Dalla sinistra dem, invece, non erano neppure allora arrivate chiare parole di condanna.
Fecero in particolare notizia i mancati attestati di solidarietà da parte di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil; gli stessi che, finora, non hanno avuto modo neppure in queste ore di esprimere solidarietà a Pro vita & famiglia dopo che c’è chi si è pubblicamente augurato, con tanto di cori, di poterne rinchiudere gli associati nella sede «col fuoco». Merita infine di essere ricordato come, sul proprio sito, Non una di meno da tempo lamenti che «nelle scuole l’educazione sessuale e all’affettività non» trovino «spazio». Certo, se l’«educazione» è quella mostrata domenica…
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 marzo 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin spiega nel dettaglio le ripercussioni della guerra sul prezzo di gas, diesel e benzina.
Ilaria Salis (Imagoeconomica)
Per affrontare questa situazione, la Commissione europea ha nominato il suo primo Commissario per l’energia e gli alloggi e il Parlamento europeo ha creato una commissione speciale sulla crisi abitativa, con l’obiettivo di trovare soluzioni per case dignitose, sostenibili e accessibili in tutta Europa. Il lavoro prende spunto da un report sulla crisi abitativa in Europa disponibile sul sito internet del Parlamento europeo.
Detto ciò, sono due emendamenti di Ilaria Salis, la paladina delle occupazioni abusive, a far discutere. Insieme ad altri colleghi del gruppo The Left, la Salis ha presentato queste proposte di modifica: la prima «sottolinea la necessità di contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti, in particolare di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali, laddove tale occupazione sia effettuata da individui che non possono permettersi un alloggio ai prezzi di mercato prevalenti».
Il secondo emendamento di Salis & company «invita gli Stati membri ad attuare misure di protezione per le persone che non sono in grado di pagare l’affitto, tra cui il divieto di sfratti per mancato pagamento dell’affitto quando non è possibile fornire un’alternativa dignitosa; chiede misure di protezione speciali per garantire che i bambini non vengano sfrattati e l’istituzione di una moratoria europea sugli sfratti invernali».
La prode Ilaria quindi, avete letto bene, invita gli Stati membri a «contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti», invece di contrastare le occupazioni, in barba ai diritti dei proprietari. Non solo: questo invito riguarda in particolare gli alloggi «di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali», ma non specifica cosa significa «grandi patrimoni», accomunando di fatto chi possiede magari la propria abitazione, una casa al mare e una destinata ai propri figli, con i grandi immobiliaristi multimilionari.
Sono molteplici e documentati i casi di poveri cristi, pensionati, lavoratori, che si sono ritrovati con la casa di proprietà occupata abusivamente, e che non riescono a rientrarne in possesso (il governo guidato da Giorgia Meloni ha varato alcuni provvedimenti proprio per velocizzare gli sfratti in questi casi). Naturalmente, la proposta della Salis e dei suoi colleghi ha scatenato diverse reazioni, che La Verità ha raccolto: «Ilaria Salis», ci dice Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia-Ecr al Parlamento europeo, «non fa mistero di essere il principale sponsor di ogni tipo di illegalità. Abbiamo già respinto questi emendamenti in commissione e così sarà anche in plenaria. L’immunità che le è stata scandalosamente garantita per un cinico gioco politico contro Orbán, per fortuna non significa adesione alle sue folli posizioni». Sul piede di guerra anche la Lega: «Le proposte della Salis non stupiscono», commenta al nostro giornale l’eurodeputata del Carroccio Silvia Sardone, «il suo è il volto della sinistra estrema che considera l’illegalità quasi un vanto. Chi ha passato anni a sostenere le occupazioni abusive ora vuole farne un diritto. Il sogno della Salis e dei compagni è istituzionalizzare l’occupazione abusiva: d’altra parte i suoi amici dei centri sociali sono protagonisti in tutta Italia di abusi di questo tipo e quindi la Salis, loro riferimento in Parlamento, si spende per salvaguardare i delinquenti antagonisti. Noi ci opporremo in ogni modo a qualsiasi tentativo di questo tipo: le occupazioni sono un danno per le persone perbene, in difficoltà, che attendono un alloggio rispettando le leggi». Ci va giù dura anche l’europarlamentare della Lega Anna Cisint: «Legalizzare i ladri di case. Questa è la geniale proposta di Ilaria Salis e dei suoi colleghi della sinistra al Parlamento europeo. In sostanza», riflette la Cisint con La Verità, «se possiedi più di una casa, secondo loro, non hai più diritto ad alcuna tutela! Se qualcuno non paga l’affitto, beh pazienza, sei capitalista e quindi non puoi sfrattare proprio nessuno. D’altro canto Salis alle illegalità pare essere abituata: oggi siede su uno scranno europeo dopo essere diventata famosa nell’ambiente dell’estrema sinistra per essere stata accusata di aver malmenato, con lesioni potenzialmente letali, un manifestante che lei ha definito “fascista”. Non solo le sue sono proposte irricevibili», aggiunge Anna Cisint, «ma ovviamente in Parlamento faremo le barricate per non farle passare. Anche questa volta lei e i suoi sodali mostrano tutta la barbarie ideologica di chi trasforma il mancato rispetto della legge in un diritto da acquisire, a discapito di chi le regole, con sacrificio, le rispetta. Una vergogna istituzionalizzata».
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