Giudici pronti da mesi alla trincea per sabotare il patto con Tirana

Fatto il decreto, erano già pronte le contromosse. Parte della magistratura, quella di sinistra nello specifico, è dall’8 maggio 2024 che si organizza per boicottare l’accordo che il governo Meloni ha chiuso con l’Albania per le procedure di frontiera accelerate. Il giorno successivo alla pubblicazione del decreto ministeriale 7 maggio 2024, con il quale è stato allargato l’elenco dei Paesi sicuri a nuovi Paesi come Bangladesh, Perù, Colombia, Sri Lanka Camerun ed Egitto, Magistratura democratica, tramite il suo presidente, Silvia Albano, diffondeva una nota in cui si spiegava: «Forse la necessità del così ampio allargamento deriva dall’esigenza di attuare il protocollo con l’Albania, posto che potrebbero essere lì trattenuti solo i richiedenti asilo provenienti da Paesi di origine sicura». Insomma come correre ai ripari? Semplice: «Il decreto ministeriale è fonte normativa secondaria e deve rispettare tanto le fonti sovraordinate, come la Costituzione e la normativa della Ue, quanto la legge ordinaria» e quindi: «I giudici dovranno verificare se il Paese designato come sicuro con decreto ministeriale, possa essere effettivamente considerato tale in base a quanto stabilito dalla legge».
Furiosa la reazione di Giorgia Meloni: «Lunedì ho convocato un Consiglio dei ministri per approvare delle norme che servono a superare questo ostacolo, perché io non credo che sia una competenza della magistratura stabilire quali sono i Paesi sicuri e quali no. Questa è una competenza del governo, e quindi forse il governo deve chiarire meglio che cosa si intende per Paese sicuro».
La dottoressa Albano, giudice della sezione immigrazione del tribunale di Roma, in un’intervista rilasciata a La Repubblica, dice di prevedere una pioggia di ricorsi. «Così com’è il protocollo Italia-Albania non è applicabile. Serve una legge di ratifica», sostiene. Il Parlamento però non vedrà passare il decreto in aula.
«Non passerà per le Camere», spiegò il ministro per i rapporti con il Parlamento Luca Ciriani circa un anno fa, «C’è già un accordo internazionale che regola la materia. Questo è un trattato di collaborazione rafforzata sull’immigrazione che è già previsto dagli accordi sottoscritti dai due Paesi nel 1995 e nel 2017». Tuttavia, sono diversi i punti critici secondo il giudice Albano. «Come il diritto del richiedente asilo a rimanere nello Stato membro durante l’esame della domanda, la competenza delle questure e dell’ufficio di polizia di frontiera a ricevere le domande, l’insediamento delle commissioni territoriali per l’asilo presso le prefetture, l’applicabilità delle procedure di frontiera solo per domande proposte in frontiera e nelle zone di transito e l’Albania non può considerarsi tale. E poi c’è il problema della competenza dei giudici delle sezioni specializzate. La legge prevede che sia il giudice del luogo dove il richiedente asilo è trattenuto e in questo caso il giudice del luogo non c’è. Ovviamente se il trattenimento non viene convalidato entro 48 ore il migrante deve essere riportato in Italia». E poi aggiunge: «In teoria, visto che eventuali ricorsi sarebbero presentati contro il ministero dell’Interno in merito al diritto ad entrare su territorio italiano, il foro erariale competente sarebbe quello di Roma».
I giudici si sono già opposti contro il decreto Cutro. I risultati, sono sotto gli occhi di tutti. Come già scritto da Fabio Amendolara sulla Verità, quasi tutti i migranti di cui le toghe siciliane bloccano i «trattenimenti» previsti dal decreto Cutro chiedono asilo che però nel 99% dei casi non viene concesso. Gli sbarchi calano, gli ultimi dati diffusi dicono del 64% sul 2023 e del 30% sul 2022, ma allo stesso tempo esplodono gli stop delle toghe in Sicilia ai «trattenimenti alla frontiera» previsti dal decreto Cutro. In buona sostanza, oltre l’85% dei tentativi di rimandare indietro gli irregolari viene impedito dalla magistratura, quando negli anni precedenti le percentuali si erano attestate sempre tra il 42 e il 45 per cento.





