«Io, esule, vi dico che istriani e dalmati non spariranno mai nonostante l’orrore»

Pubblichiamo l’intervento di Toni Concina, presidente onorario dell’Associazione dalmati italiani nel mondo, durante la commemorazione che si è tenuta ieri alla Camera dei deputati per celebrare il Giorno del Ricordo in memoria dei martiri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.
Grande per me il privilegio di portare il saluto degli esuli giuliani, fiumani e dalmati, non solo come Presidente Onorario dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo, ma soprattutto come uno degli ultimi nati in Dalmazia, a Zara, durante la sovranità italiana. Rappresento dunque una generazione in estinzione, ma in allegria, con figli e nipoti qui presenti, ai quali cerchiamo di trasmettere le nostre passioni. E mi permetto di salutare qui commosso la nostra decana Zore Bernetti Korman, zaratina, scomparsa pochi giorni or sono a quasi 109 anni di età.
Ricordiamo oggi il 10 febbraio 1947, giorno del Trattato di Pace di Parigi. Senza però mai dimenticare il 10 novembre 1975, giorno del Trattato di Osimo, con cui si chiudeva la questione relativa al Confine Orientale. E ricordiamo una Patria matrigna fino al 30 marzo 2004, quando fu istituito dal Parlamento a grande maggioranza il Giorno del Ricordo: recuperava così dignità una pagina di storia patria, a compensare almeno moralmente il fatto che il peso dei risarcimenti per le riparazioni di guerra dovute alla Jugoslavia fosse stato finanziato soprattutto con la confisca dei beni delle popolazioni esodate. Oggi sono altresì maturi i tempi per realizzare la prevista Fondazione per gestire i fondi accantonati da decenni, secondo i dettami del Trattato di Osimo.
Oggi ricordiamo le foibe istriane e gli annegamenti in Dalmazia. I 54 bombardamenti di Zara, dal maledetto 2 novembre 1943 al 31 ottobre 1944: la Dresda dell’Adriatico, come la definì lo scrittore dalmata Enzo Bettiza; Zara la martire, sempre in attesa che al suo Gonfalone venga appuntata la Medaglia d’Oro concessa tanti anni fa e mai attuata. E ricordiamo gli ottanta anni della strage di Vergarolla, cari amici polesani, il più sanguinoso attentato della storia dell’Italia repubblicana; anche questo dimenticato per decenni.
Tutti terribili delitti che peseranno per sempre nelle anime degli assassini e per cui non può esserci giustificazione neppure cercando una ipotetica attenuante nelle pur esecrabili politiche repressive del fascismo contro le minoranze etniche.
Ma il delitto più grande e più spregevole è quello di aver costretto 350.000 persone ad abbandonare le loro case, dove per secoli l’italianità adriatica aveva vissuto laboriosamente ed in sostanziale equilibrio con le altre componenti del territorio, prima dell’esacerbarsi degli opposti nazionalismi.
Fuggiti in massa per rimanere italiani e per sfuggire alla pulizia ideologica e nazionalistica ordinata da Tito ai suoi collaboratori Gilas e Kardelj.
Esodo che continuerà fino agli anni Cinquanta, per una dissennata politica jugoslava delle opzioni che colpirà i pochi connazionali «rimasti» nelle forme di persecuzione più diverse. Ma ora sta finendo la stagione dei ricordi e delle nostalgie. Nonostante la ingravescente età -mi permetto una citazione di papa Montini e di papa Ratzinger - in questi anni sono andato in Dalmazia il più spesso possibile per dialogare con le autorità locali, per risvegliare sentimenti sopiti e ricucire armonia e amicizia con l’obiettivo di lavorare alla rinascita della Comunità Italiana a Zara con un coraggioso gruppo di giovani di origine italiana residenti a Zara.
Il successo è stato raggiunto solamente qualche settimana fa con il grande impegno di sicuro non solo mio, ma soprattutto dell’Ambasciata italiana, del Consolato Generale a Fiume, della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Giuliani e Dalmati, della Unione Italiana, dell’Università Popolare di Trieste, ma soprattutto grazie ad un gruppo di giovani zaratini, instancabili nell’affrontare e superare ostacoli e difficoltà non solo burocratiche. E sono oggi qui tra noi e li abbraccio con calore, caro Senol e cara Adriana. È rinata dunque la Comunità Italiana di Zara, intitolata a Girolamo Luxardo, nuova stella in un firmamento di comunità piccole e grandi che marcano sul territorio, da Capodistria a Cattaro, passando per Fiume e Spalato, le regioni di insediamento storico della comunità italiana autoctona.
Si è appena conclusa l’incredibile esperienza delle due «Gorizia» - quella italiana e quella slovena, sorta dopo il 1948 -, che per un anno si sono idealmente riunite nella comune designazione a Capitale europea della Cultura: una piazza ha sostituito un nefasto muro. Quest’anno inoltre si ricorda il ventennale dell’accordo Dini-Granic a tutela della nostra minoranza e la cui applicazione deve essere evocata e rafforzata.
Come non citare «Medif», la Mostra degli Esuli dalmati istriani e fiumani ospitata al Vittoriano per i prossimi 4 anni e visitata da circa 1.000 persone al giorno. Incredibilmente rilevante è sostenere il Madrinato Dalmatico per la difesa e la conservazione delle tombe italiane a Zara, così come organizzare i raduni nelle terre d’origine.
E la Dante Alighieri: non solo in Dalmazia o in Istria, ma dovunque nel mondo dove esistono nostre minoranze, per trasmettere alle nuove generazioni un sentimento di appartenenza identitaria. E portare avanti la mirabile attività della nostra Scuola Dalmata di Venezia, nata nel 1451, che invito tutti a visitare, anche per ammirare i famosi teleri di Vittore Carpaccio. E combattere con forza tutti i cosiddetti negazionisti, rappresentati da Associazioni che sostengono e finanziano spregevoli operazioni di odio, perpetuando stantie contrapposizioni, alimentando astio e livore.
Mi permetto di ricordare una sua frase, Presidente: «ribadisco la condanna per inammissibili tentativi di negazionismo e di giustificazionismo».
Quando racconto la nostra vicenda ai ragazzi delle scuole - e qui debbo rivolgere un pubblico ringraziamento ai dirigenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito per la straordinaria attività di sostegno - mi fermo e dico dopo un attimo di silenzio: «Eisenhower!»; entrando vincitore in Germania, racconto come egli abbia ordinato ai suoi collaboratori di filmare e fotografare tutte le nefandezze che il regime nazista aveva fatto ai prigionieri, ebrei e non solo, per una documentazione a futura prova per qualsiasi infame negazionista. E allora andiamo avanti.
Noi non siamo stati mai settari, mai terroristi, mai abbiamo spaccato vetrine della ormai scomparsa Jugoslavian Airlines. Siamo stati cacciati e abbiamo pianto nello squallore dei Centri Raccolta Profughi. Siamo stati cacciati e ci siamo risollevati. Siamo stati cacciati e ci siamo inseriti subito nelle comunità in giro per il mondo. Spesso con qualche grande successo: uno fra tutti lo stilista Ottavio Missoni, e ora Marco Balich, creatore di eventi stellari, come la recente Cerimonia di Apertura delle Olimpiadi invernali Milano/Cortina. È di qualche giorno la nomina ad Assessore al Bilancio Risorse e Personale della Regione Liguria della dottoressa Claudia Morich, che con orgoglio ha ricordato le proprie origini dalmate. E allora andiamo avanti. Le vere foibe sono l’oblio, e quindi la speranza è che il vento del tempo non disperda i tesori di storia di cultura del nostro passaggio romano, veneto, italiano, che rimangono patrimonio inesauribile di quelle terre. È il messaggio che ho sempre cercato di trasmettere e condividere con i miei interlocutori locali ogni volta che vado in Dalmazia, con spirito di amicizia e pace, di integrazione, per combattere odi e pregiudizi, per combattere l’ignoranza e l’intolleranza. Messaggio difficile ma l’unico da portare avanti.
Le tragedie e i lutti non vanno dimenticati, ma vanno anche metabolizzati e superati. Per questo sono qui a parlarvi di Fiume, Pola, Zara, felice e gratificato ogni volta che incontro uno sguardo assorto e magari commosso.
Come disse una volta Giuseppe De Rita: «Il rizoma butta ancora». E il nostro rizoma «butterà per sempre». Nel vento del tempo.






