- Per ripristinare le scorte Berlino vuol comprare Patriot Usa per 1,5 miliardi. All’Italia 15 miliardi di fondi Ue per il riarmo. La Kallas: stop al greggio di Mosca (ma dal 2027).
- Intanto Friedrich Merz prevede tensioni con i socialdemocratici. Ma pure la sua base è in rivolta.
Lo speciale contiene due articoli.
Dietro le famose garanzie di sicurezza per l’Ucraina e l’afflato bellicista dell’Ue c’è sempre il solito movente: il denaro. Come quello che incasserà la tedesca Rheinmetall, pronta a vendere a Kiev il meccanismo Skyranger per contrastare le incursioni dei droni, che i russi scagliano in quantità letteralmente industriali. «Il relativo contratto», ha dichiarato l’amministratore del colosso tedesco delle armi, Armin Papperger, «sarà firmato alla fiera della difesa Dsei di Londra e i primi sistemi saranno consegnati entro quest’anno». Il manager ha un nomen omen, perché è proprio di questo che si tratta: pappare miliardi, alimentare un business. Pure attingendo a risorse pubbliche, come i 150 miliardi del fondo Safe che, ieri, la Commissione Ue ha stanziato in forma ufficiale, esortando gli Stati membri a predisporre «i loro piani di investimento nazionali» e a indicare «l’utilizzo della possibile assistenza finanziaria» entro la fine di novembre. I primi esborsi arriveranno già a inizio 2026: la farraginosa eurocrazia, sui razzi, procede a razzo. Tra i 19 Paesi che percepiranno i contributi comunitari c’è anche l’Italia, che riceverà 15 miliardi – per la precisione, 14,9. La Germania, invece, fa da sé, con i quasi 1.000 miliardi in deficit che ha dedicato al progetto per ricostruire l’esercito più forte del continente. A riprova che non esistono riarmo europeo e difesa comune, ma soltanto il riarmo, la difesa ed eventualmente la geopolitica dei singoli Stati.
Il segreto del dopoguerra in Ucraina è che non ci dev’essere alcun dopoguerra. È il bluff delle truppe che l’agonizzante Emmanuel Macron sostiene di voler spedire al fronte per intimidire la Russia. Ovvero, per dimostrare al mondo che la Francia è ancora capace di una proiezione militare, dopo le figuracce in Africa. Su un programma così ambizioso e rischioso, nemmeno il britannico Keir Starmer lo segue fino in fondo, mentre da Berlino hanno ribadito più volte che faranno «la loro parte», la quale non sembra comprendere l’invio di contingenti. Semmai, l’invio di armamenti, debitamente retribuiti: il ministro della Difesa, Boris Pistorius, ha comunicato che Volodymyr Zelensky avrà due lanciatori per i Patriot e che la Germania aumenterà il sostegno all’approvvigionamento dei droni, stipulando contratti per 300 milioni con l’Ucraina.
Furbescamente, i teutonici puntano a riscuotere grazie alla macroscopica partita di giro che si va profilando: l’Unione europea presta i soldi a Kiev, Kiev li reinveste per acquistare i sistemi d’arma fabbricati dai tedeschi. Che comunque stanno ben attenti alla banderuola Donald Trump, la cui politica dei dazi prende di mira soprattutto loro. Loro lo sanno e, perciò, la Bundeswehr vorrebbe compensare comprando negli Usa altri 300 Patriot per la difesa aerea. Esborso: 1 miliardo e mezzo di euro, con la collaborazione della Norvegia, che ci metterebbe 200 milioni l’anno, evidentemente in cambio dell’ombrello tedesco.
L’Europa con l’elmetto viaggia sempre più a due velocità: c’è chi, tramite la Nato, dovrebbe acquistare Oltreoceano per dare all’Ucraina; e chi acquista in America per sé stesso, così da ripristinare le scorte consumate a beneficio della resistenza antirussa. Nel frattempo, infatti, l’esercito della Germania si procurerà anche tre unità Heron di droni israeliani, per 600 milioni, con consegna al 2028. E poi torna in ballo Rheinmetall: la ditta ha ottenuto un appalto da 400 milioni per realizzare 24 unità mobili di pronto soccorso, utilizzabili in uno scenario bellico. O durante un’epidemia?
Se Berlino corre, Bruxelles procede con andatura incostante. Il Parlamento Ue, ieri, ha adottato una risoluzione per chiedere l’apertura dei negoziati di adesione dell’Ucraina. Il commissario all’Allargamento, la slovena Marta Kos, ha avuto il coraggio di affermare che Mosca «teme le aspirazioni europee degli ucraini». Ma Vladimir Putin ha chiarito cosa pensa: dell’ingresso della nazione nemica nell’Unione non gli interessa nulla, piuttosto gli preme non avere l’Alleanza atlantica, cioè gli statunitensi, alle calcagna.
L’irriducibile Kaja Kallas, dinanzi alla plenaria di Strasburgo, ha ribadito la propria posizione oltranzista: «Finché la Russia proseguirà la sua guerra illegale, dobbiamo farlo anche noi». Si combatte fino all’ultimo ucraino. E i più fortunati lucrano. L’Alto rappresentante ha lanciato il diciannovesimo – difficilmente decisivo – pacchetto di sanzioni contro la Federazione, però ha dovuto certificare l’incapacità dell’Ue di interrompere subito le importazioni di idrocarburi russi. Non siamo più i principali acquirenti, ha rivendicato la politica estone, ma il flusso sarà interrotto solo «entro il 2027». Lo zar ha margine per occupare l’intero Donbass…
Tanto più che, nonostante la promessa di Donald Trump di consultarsi con gli alleati e di reagire ai violenti attacchi di Mosca sull’Ucraina, Washington non usa il pugno duro. Secondo il Financial Times, anzi, il Pentagono avrebbe rallentato le spedizioni di aiuti militari: «È solo questione di tempo», hanno dichiarato al quotidiano britannico alcuni funzionari e analisti, «prima che le munizioni finiscano». L’autocrate che doveva capitolare nel giro di due settimane, al contrario, ha ancora parecchi colpi in canna.
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