Gaza, la fine di un esperimento politico: l’implosione di Hamas e la nuova geografia del caos

Dopo il ritiro israeliano, la Striscia sprofonda nel disordine interno: clan armati si contendono il controllo e gli alleati regionali tentano di evitare il collasso.
Gaza è entrata nella fase terminale del suo esperimento politico. A pochi giorni dal ritiro delle forze israeliane da diverse aree chiave, la Striscia si è trasformata in un campo di battaglia tra i miliziani di Hamas e il clan Dughmush, una delle famiglie armate più influenti di Gaza City. Le raffiche di mitra hanno squarciato le notti della città, mentre civili terrorizzati cercavano rifugio e le forze del movimento islamista davano la caccia ai rivali casa per casa. Per i vertici di Hamas si tratta di un «incidente di vendetta». In realtà, è il primo segnale di una crisi strutturale: la dissoluzione del potere interno una volta venuto meno il nemico esterno. La guerra non ha più bisogno di Israele per continuare; ora divora i suoi stessi autori.
Ciò che il mondo osserva non è l’inizio di un nuovo conflitto, ma il collasso geopolitico di un’entità costruita sulla coercizione, sull’ideologia e sui sussidi esteri. Come scrive l’analista Amine Ayoub «Hamas, nato come movimento di resistenza, si è trasformato in un regime teocratico privo di infrastrutture civili, capace di sopravvivere solo grazie al sostegno finanziario del Qatar, all’intermediazione politica turca e alla tolleranza di una parte del mondo arabo. Il ritiro israeliano, anziché aprire spazi di sovranità, ha tolto al movimento la giustificazione della sua esistenza»
Per oltre diciassette anni Hamas ha promesso di «liberare la Palestina». Ha invece militarizzato Gaza, trasformandola in una gabbia da cui il dissenso non può uscire. La sua economia si regge su contrabbando, tassazione forzata e traffici nei tunnel, mentre le istituzioni civili sono state ridotte a strumenti di controllo. Ora che il monopolio della violenza si indebolisce, le milizie tribali e le fazioni armate tornano protagoniste.
Il clan Dughmush, attivo tra sicurezza privata e traffici transfrontalieri, è il primo a sfidare apertamente il potere di Hamas. I combattimenti degli ultimi giorni, con decine di morti e interi quartieri isolati, segnano l’inizio della frammentazione territoriale della Striscia. Gaza si divide in micro-zone di influenza: alcune dominate da famiglie armate, altre da cellule economiche legate ai flussi di denaro provenienti da Doha o Teheran.
La comunità internazionale, impegnata a mantenere in vita la fragile tregua negoziata a Sharm el-Sheikh, descrive la crisi come un passaggio «temporaneo». Ma la realtà è diversa: Gaza sta scivolando verso un modello simile a quello libico, dove nessun attore ha più il monopolio del potere. L’Egitto teme il contagio jihadista nel Sinai, Israele osserva con distacco calcolato, mentre Qatar e Turchia tentano di arginare il crollo per non perdere il loro principale punto d’influenza nel Levante.
Il fallimento di Hamas non è solo politico ma geopolitico. Rappresenta il tramonto dell’illusione secondo cui un movimento islamista armato potesse evolversi in un’autorità amministrativa stabile. Per anni l’Occidente ha preferito credere che la partecipazione politica avrebbe moderato il gruppo; in realtà, la gestione del potere ne ha accentuato le derive autoritarie. Gaza non è diventata uno Stato, ma un bastione ideologico dipendente da capitali esterni e retorica militante.Israele vede in questa implosione la conferma della propria dottrina: senza un’autorità palestinese credibile, nessuna forma di autogoverno può sopravvivere nella Striscia. Gli strateghi di Tel Aviv considerano il caos come una deterrenza naturale: un nemico disgregato non rappresenta una minaccia immediata, ma crea un vuoto che altri – dall’Iran alle milizie salafite – potrebbero colmare.
Per Washington e i Paesi del Golfo, il nodo è la gestione del «dopo Hamas». Stati Uniti, Egitto e Arabia Saudita stanno valutando la creazione di un’amministrazione transitoria sostenuta da forze arabe, con mandato di garantire sicurezza ai valichi e distribuire aiuti. Ma il rischio è evidente: l’assenza di una leadership legittima potrebbe aprire la strada a nuove entità radicali, come accaduto in Iraq e Siria dopo la caduta dei vecchi regimi. La parabola di Hamas si chiude dunque come un monito per la regione. Gaza non è più la frontiera della causa palestinese, ma il simbolo della degenerazione di un esperimento ideologico mantenuto in vita da calcoli di potenza e denaro straniero. Il suo crollo segna la fine di un ciclo iniziato nel 2007, quando l’illusione della «resistenza» si sostituì alla politica. Oggi, tra le macerie, si consuma la resa di un potere che ha scambiato la governance con la guerra. E la Striscia, privata di un centro politico e travolta dai propri fantasmi, diventa l’ennesimo punto cieco di un Medio Oriente che non riesce a separare la religione dalla sovranità.






