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2025-10-20
Fuori dalle pale. Viaggio nell’Italia che rifiuta l’eolico
iStock
Sono il pilastro della transizione ecologica ma paradossalmente fanno male all’ambiente e all’economia, contaminando con la loro presenza il paesaggio e compromettendo il turismo. Non solo. Sono costose, non aiutano le imprese italiane (la Cina ne detiene il monopolio) e non possono essere riciclate. Sottraggono spazio alla coltivazione e all’allevamento, come sottolineano le associazioni degli agricoltori. Inoltre, come denunciano alcuni movimenti di protesta, farebbero male alla salute in quanto contribuiscono all’inquinamento acustico. Non c’è da stupirsi se le pale eoliche, continuano a provocare ostilità e ribellione nei territori dove sono state inserite. La produzione di energia eolica in Italia è concentrata in Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia, Sardegna e Calabria. Secondo i dati del Global energy monitor (ad aprile scorso), ci sono 347 infrastrutture quasi esclusivamente onshore, nel senso che l’unica eccezione è rappresentata dal parco Beleolico, inaugurato nel 2022 nel golfo di Taranto. Per il resto, gli impianti eolici offshore in Italia restano annunciati, 18 progetti per più di 16 gigawatt di capacità, oppure sono fermi alla fase di autorizzazione, 31 progetti per oltre 28 GW di capacità. Più in generale, i progetti legati alla posa di pale eoliche nei mari italiani rappresentano il 79,6% di tutti gli impianti in fase di realizzazione nel nostro Paese, siano essi soltanto annunci, già in fase di autorizzazione o di costruzione. In attesa di autorizzazione ci sono 39 progetti.
Le proteste delle comunità locali vanno dai sabotaggi, alle mobilitazioni e perfino all’uso delle performance artistiche. Ad agosto scorso un gruppo di volontari si è denudato nell’area archeologica di Su Nuraxi a Barumini, patrimonio Unesco, in una performance di Nicola Mette per protestare contro l’assalto indiscriminato degli impianti di energia rinnovabile in Sardegna. Nella serata del 4 luglio si è svolta una nuova manifestazione in provincia di Oristano organizzata dal Presidio permanente del popolo sardo. Evento che si è ripetuto nel porto di Oristano il 9 luglio, in una sorta di «revival» delle accese proteste di luglio 2024 nella stessa zona contro lo sbarco di alcune pale per un parco eolico a Villacidro. Tutto l’anno scorso è stato caratterizzato da accese proteste nelle aree dell’isola interessate dai progetti dell’eolico con episodi anche gravi come il sabotaggio di una turbina in provincia di Nuoro. Un dipendente della Energreen, durante un controllo, ha scoperto che i dadi alla base di una torre da 60 kW erano stati svitati e sparsi nei dintorni.
In Calabria le proteste vanno avanti da circa 15 anni sul progetto di installare 14 pale eoliche alte oltre 100 metri nel territorio di San Vito sullo Ionio, nell’entroterra catanzarese. A ottobre 2024 la Regione Calabria ha decretato la decadenza dell’autorizzazione alla costruzione dell’impianto ma la società proponente ha impugnato il provvedimento al Tar, i giudici amministrativi a dicembre scorso hanno respinto l’istanza cautelare avanzata. L’azienda ha proposto appello contro tale ordinanza. Un altro fronte caldissimo è quello delle pale eoliche nel mare del Golfo di Squillace, un mega parco off shore – denominato Enotria – da 37 aerogeneratori alti circa 300 metri davanti alla costa calabrese.
Nel cosentino è esplosa la protesta attorno al progetto dei 23 aerogeneratori alti oltre 200 metri per una potenza complessiva di 103,5 MW, con opere di connessione che interessano pure i territori di San Demetrio Corone, Terranova Da Sibari, Corigliano Rossano e Casali Del Manco.
Dalla Calabria al confine tra la Toscana e l’Emilia Romagna. A luglio scorso un sabotaggio ha interessato i cantieri per la realizzazione delle opere preliminari alla costruzione di un parco eolico nel Mugello. Le incursioni sarebbero opera del gruppo «Siamo montagna», che dal 2 al 6 luglio scorso ha organizzato un «campeggio di lotta» (una forma di mobilitazione) contro l’eolico nel Mugello nella località Pian dei Laghi, poco distante dall’area di cantiere. Avevano detto di voler fare «un’opposizione collettiva» al taglio del bosco per realizzare il progetto. Monia Monni, assessore all’Ambiente della Regione Toscana, ha definito le azioni «atti terroristici». Secondo la questura le persone avevano il volto coperto, e hanno portato via tre motoseghe e danneggiato alcuni macchinari. Il progetto del parco eolico era stato proposto nel 2019. Sarà costruito sul monte Giogo, alto mille metri, nel territorio dei comuni di Vicchio, Dicomano e San Godenzo, in provincia di Firenze. Prevede il posizionamento di sette turbine alte 168 metri su una superficie di 5,4 ettari, a una certa distanza dai paesi: 2,7 chilometri da Villore, una frazione del comune di Vicchio, e 4,5 chilometri da Corella, frazione di Dicomano. Molte persone, movimenti e associazioni si erano opposte al progetto promuovendo raccolte firme, organizzando incontri e manifestazioni, presentando ricorsi al Tribunale amministrativo regionale (Tar): non sono andati a buon fine. Ci sono stati poi diversi esposti alla procura di Firenze in cui si denunciavano i danni ambientali causati dall’impianto e si chiedevano controlli per verificare che tutte le procedure fossero state seguite nel rispetto dell’ambiente. Nel frattempo, però, il Consiglio di Stato ha deciso che il parco si farà.
Proteste anche in Liguria. La scorsa settimana i Comuni di Altare, Mallare e Cairo si sono mobilitati contro il parco eolico Bric Surite e hanno deciso di presentare ricorso al Tar per bloccare la procedura di Via (la valutazione di impatto ambientale). Il parco prevede l’installazione di sei turbine. Secondo il comitato, l’impatto sul territorio di Altare sarebbe «letale, devastante e irreversibile».
Sul piede di guerra, le comunità di montagna, gli allevatori, le associazioni ambientaliste, che hanno raccolto centinaia di firme contro il parco eolico sul monte Craguenza, nel cuore delle Valli del Natisone, in Friuli. Il piano prevede impianti alti 200 metri. La protesta ha coinvolto cinque piccoli borghi con i rispettivi sindaci: Pulfero, Cividale del Friuli, Moimacco, San Pietro al Natisone e Torreano. Le pale, dei veri ecomostri, minacciano un territorio che aveva puntato sul turismo slow, con escursioni a piedi, in canoa, castelli e buon cibo tra prati e boschi di castagni. Il silenzio, vero patrimonio di quelle terre, andrebbe a farsi benedire, dice la popolazione locale. La protesta è arrivata fino all’arcivescovo di Udine al quale la gente del posto si è appellata perché protegga il percorso delle chiese votive del Natisone. Tra la transizione ecologica e la tutela del paesaggio che è anche una risorsa economica, la popolazione costretta a trovarsi dietro casa i giganti del vento, non ha avuto dubbi: ha già scelto la seconda.
Le turbine amate dagli ecologisti: non riciclabili e pure cancerogene
Le pale eoliche non solo deturpano il paesaggio compromettendo l’appeal turistico ma pongono anche un problema ambientale di smaltimento. Sembra un paradosso poiché l’energia del vento è considerata un pilastro della transizione ecologica, di quella decarbonizzazione delle fonti energetiche che ha come nemici il petrolio e il carbone. Così mentre le miniere sono considerate «sporche e cattive» e si lasciano nel sottosuolo materie prime che comunque vengono importate (ma la coscienza ambientalista è salva) non ci si preoccupa del futuro delle pale eoliche. Cioè che fine faranno, come saranno smaltite, quando andranno a fine vita in modo massiccio. Per quanto pulito, l’eolico ha una controindicazione non marginale: le pale delle turbine non sono riciclabili e già si prevede che al 2050, a livello globale, le discariche potrebbero ospitarne 43 milioni di tonnellate. È un problema da risolvere, ma che tutti fanno finta non esista, perché rischia di incrinare il sostegno pubblico al processo di decarbonizzazione, specialmente da parte di chi vuole una rivoluzione «sostenibile» non solo nell’energia ma anche nell’utilizzo delle risorse.
Il problema è che le pale occupano parecchio spazio nonostante vengano sezionate prima di finire in discarica. Considerata la tendenza a installare turbine sempre più grandi e potenti, e a fronte delle proteste contro il consumo di suolo degli impianti, la sfida scientifica per lo sviluppo di pale riciclabili è particolarmente urgente. Siccome sono sottoposte a sollecitazioni ambientali notevoli e devono rimanere in funzione per una ventina d’anni, questi impianti sono fatti di un materiale molto resistente i cui legami chimici sono pressoché impossibili da rompere, impedendone il riutilizzo. Le pale sono composte da fibra di vetro o di carbonio alla quale viene mischiato un prodotto chimico chiamato resina epossidica, che funge da rinforzante. Sono costruite quindi per essere resistenti alla potenza del vento. Ma questa caratteristica, se è preziosa per il corretto funzionamento e la durevolezza, diventa un handicap quando devono essere smaltite. La resina solidificata impedisce di recuperare gli ingredienti di partenza nella fase di riciclo. Non può pertanto essere inserita nell’economia circolare. Le parti che compongono una turbina invece sono riciclabili, essendo fatte di acciaio.
Quale è il futuro delle pale? Al momento ci sono solo soluzioni rabberciate. Quelle che sono andate a fine vita talvolta sono state riadattate a nuovi scopi, trasformate in panchine, aree giochi o parcheggi coperti per le biciclette, ma è evidente che non possono essere considerate soluzioni definitive. Alcuni esperti sostengono che la strada è prolungare la vita dei parchi eolici, progettando turbine, comprese fondazioni e sottostrutture, più affidabili, in modo da aumentare il tempo atteso di funzionamento, che è già passato da una durata media di 15 anni alla fine degli anni Novanta a circa 30 anni nel 2020, ma può ancora migliorare. Ma anche questa sarebbe una soluzione provvisoria che rinvia il problema nel tempo.
Alcuni enti di ricerca stanno lavorando allo sviluppo di nuovi materiali, anche derivati da scarti organici, che siano riciclabili e altrettanto robusti di quelli standard. I ricercatori del Laboratorio nazionale per l’energia rinnovabile, un istituto del governo statunitense, hanno realizzato una sostanza ricavata da zuccheri, oli esausti e residui agricoli che promette di essere equivalente al miscuglio di fibra e resina. Questo materiale vegetale può venire riciclato attraverso il metanolo ad alte temperature (oltre 220 gradi Celsius), che lo trasforma in un liquido elastico pronto a essere modellato in una forma nuova. Il collaudo non è ancora ultimato ma c’è già un problema di prezzo che ostacolerebbe l’utilizzo su larga scala. Le pale realizzate con questo materiale riciclabile sono più costose del 3-8% rispetto a quelle tradizionali. La società taiwanese Swancor ha inventato una nuova resina dalle stesse proprietà fisiche di quella epossidica ma riciclabile per via chimica però il suo costo è superiore del 15% rispetto a quella tradizionale.
Le soluzioni finora perseguite sono di incenerire le pale in impianti specializzati che producono energia, ma questa opzione non recupera i materiali. C’è poi lo smaltimento in discarica che crea altri rifiuti. Da non sottovalutare che le dimensioni delle strutture rendono difficile il loro trasporto e la loro distruzione in impianti di frantumazione normali.
Un recente studio che arriva dalla Lituania, opera dei ricercatori dell’Università di Tecnologia di Kaunas, offre spunti di riflessione. Va ricordato che il Baltico è una delle aree «sensibili» per quanto riguarda lo sfruttamento dell’energia eolica. È emerso che le resine poliestere insature sono predominanti nella produzione di turbine eoliche nella regione baltica, e questo grazie al loro rapporto costo-efficacia rispetto alle resine epossidiche. «Ma lo stirene, un componente principale della resina poliestere, comporta notevoli rischi per l’ambiente e la salute» afferma il report.
Se smaltito nelle discariche, lo stirene diventa altamente tossico per l’uomo e può causare il cancro ai polmoni. Inoltre, può inquinare e avvelenare le falde acquifere e il suolo. I ricercatori hanno fornito una soluzione volta a «neutralizzare» lo stirene e a ridurre l’inquinamento ambientale. Ma quanto è il costo di questa operazione è tutto da definire. Al momento si fa finta che il problema non esista.
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Dalla Toscana alla Sardegna, dal Friuli alla Calabria, si moltiplicano le proteste contro le installazioni. Che allontanano i turisti e confiscano terre coltivabili agli agricoltori.Oltre a devastare il paesaggio, i «mulini a vento del terzo millennio» sono costruiti con materiali molto resistenti. Nel 2050 le discariche ospiteranno 43 milioni di tonnellate quasi impossibili da smaltire.Lo speciale contiene due articoliSono il pilastro della transizione ecologica ma paradossalmente fanno male all’ambiente e all’economia, contaminando con la loro presenza il paesaggio e compromettendo il turismo. Non solo. Sono costose, non aiutano le imprese italiane (la Cina ne detiene il monopolio) e non possono essere riciclate. Sottraggono spazio alla coltivazione e all’allevamento, come sottolineano le associazioni degli agricoltori. Inoltre, come denunciano alcuni movimenti di protesta, farebbero male alla salute in quanto contribuiscono all’inquinamento acustico. Non c’è da stupirsi se le pale eoliche, continuano a provocare ostilità e ribellione nei territori dove sono state inserite. La produzione di energia eolica in Italia è concentrata in Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia, Sardegna e Calabria. Secondo i dati del Global energy monitor (ad aprile scorso), ci sono 347 infrastrutture quasi esclusivamente onshore, nel senso che l’unica eccezione è rappresentata dal parco Beleolico, inaugurato nel 2022 nel golfo di Taranto. Per il resto, gli impianti eolici offshore in Italia restano annunciati, 18 progetti per più di 16 gigawatt di capacità, oppure sono fermi alla fase di autorizzazione, 31 progetti per oltre 28 GW di capacità. Più in generale, i progetti legati alla posa di pale eoliche nei mari italiani rappresentano il 79,6% di tutti gli impianti in fase di realizzazione nel nostro Paese, siano essi soltanto annunci, già in fase di autorizzazione o di costruzione. In attesa di autorizzazione ci sono 39 progetti.Le proteste delle comunità locali vanno dai sabotaggi, alle mobilitazioni e perfino all’uso delle performance artistiche. Ad agosto scorso un gruppo di volontari si è denudato nell’area archeologica di Su Nuraxi a Barumini, patrimonio Unesco, in una performance di Nicola Mette per protestare contro l’assalto indiscriminato degli impianti di energia rinnovabile in Sardegna. Nella serata del 4 luglio si è svolta una nuova manifestazione in provincia di Oristano organizzata dal Presidio permanente del popolo sardo. Evento che si è ripetuto nel porto di Oristano il 9 luglio, in una sorta di «revival» delle accese proteste di luglio 2024 nella stessa zona contro lo sbarco di alcune pale per un parco eolico a Villacidro. Tutto l’anno scorso è stato caratterizzato da accese proteste nelle aree dell’isola interessate dai progetti dell’eolico con episodi anche gravi come il sabotaggio di una turbina in provincia di Nuoro. Un dipendente della Energreen, durante un controllo, ha scoperto che i dadi alla base di una torre da 60 kW erano stati svitati e sparsi nei dintorni.In Calabria le proteste vanno avanti da circa 15 anni sul progetto di installare 14 pale eoliche alte oltre 100 metri nel territorio di San Vito sullo Ionio, nell’entroterra catanzarese. A ottobre 2024 la Regione Calabria ha decretato la decadenza dell’autorizzazione alla costruzione dell’impianto ma la società proponente ha impugnato il provvedimento al Tar, i giudici amministrativi a dicembre scorso hanno respinto l’istanza cautelare avanzata. L’azienda ha proposto appello contro tale ordinanza. Un altro fronte caldissimo è quello delle pale eoliche nel mare del Golfo di Squillace, un mega parco off shore – denominato Enotria – da 37 aerogeneratori alti circa 300 metri davanti alla costa calabrese.Nel cosentino è esplosa la protesta attorno al progetto dei 23 aerogeneratori alti oltre 200 metri per una potenza complessiva di 103,5 MW, con opere di connessione che interessano pure i territori di San Demetrio Corone, Terranova Da Sibari, Corigliano Rossano e Casali Del Manco.Dalla Calabria al confine tra la Toscana e l’Emilia Romagna. A luglio scorso un sabotaggio ha interessato i cantieri per la realizzazione delle opere preliminari alla costruzione di un parco eolico nel Mugello. Le incursioni sarebbero opera del gruppo «Siamo montagna», che dal 2 al 6 luglio scorso ha organizzato un «campeggio di lotta» (una forma di mobilitazione) contro l’eolico nel Mugello nella località Pian dei Laghi, poco distante dall’area di cantiere. Avevano detto di voler fare «un’opposizione collettiva» al taglio del bosco per realizzare il progetto. Monia Monni, assessore all’Ambiente della Regione Toscana, ha definito le azioni «atti terroristici». Secondo la questura le persone avevano il volto coperto, e hanno portato via tre motoseghe e danneggiato alcuni macchinari. Il progetto del parco eolico era stato proposto nel 2019. Sarà costruito sul monte Giogo, alto mille metri, nel territorio dei comuni di Vicchio, Dicomano e San Godenzo, in provincia di Firenze. Prevede il posizionamento di sette turbine alte 168 metri su una superficie di 5,4 ettari, a una certa distanza dai paesi: 2,7 chilometri da Villore, una frazione del comune di Vicchio, e 4,5 chilometri da Corella, frazione di Dicomano. Molte persone, movimenti e associazioni si erano opposte al progetto promuovendo raccolte firme, organizzando incontri e manifestazioni, presentando ricorsi al Tribunale amministrativo regionale (Tar): non sono andati a buon fine. Ci sono stati poi diversi esposti alla procura di Firenze in cui si denunciavano i danni ambientali causati dall’impianto e si chiedevano controlli per verificare che tutte le procedure fossero state seguite nel rispetto dell’ambiente. Nel frattempo, però, il Consiglio di Stato ha deciso che il parco si farà.Proteste anche in Liguria. La scorsa settimana i Comuni di Altare, Mallare e Cairo si sono mobilitati contro il parco eolico Bric Surite e hanno deciso di presentare ricorso al Tar per bloccare la procedura di Via (la valutazione di impatto ambientale). Il parco prevede l’installazione di sei turbine. Secondo il comitato, l’impatto sul territorio di Altare sarebbe «letale, devastante e irreversibile».Sul piede di guerra, le comunità di montagna, gli allevatori, le associazioni ambientaliste, che hanno raccolto centinaia di firme contro il parco eolico sul monte Craguenza, nel cuore delle Valli del Natisone, in Friuli. Il piano prevede impianti alti 200 metri. La protesta ha coinvolto cinque piccoli borghi con i rispettivi sindaci: Pulfero, Cividale del Friuli, Moimacco, San Pietro al Natisone e Torreano. Le pale, dei veri ecomostri, minacciano un territorio che aveva puntato sul turismo slow, con escursioni a piedi, in canoa, castelli e buon cibo tra prati e boschi di castagni. Il silenzio, vero patrimonio di quelle terre, andrebbe a farsi benedire, dice la popolazione locale. La protesta è arrivata fino all’arcivescovo di Udine al quale la gente del posto si è appellata perché protegga il percorso delle chiese votive del Natisone. Tra la transizione ecologica e la tutela del paesaggio che è anche una risorsa economica, la popolazione costretta a trovarsi dietro casa i giganti del vento, non ha avuto dubbi: ha già scelto la seconda.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fuori-dalle-pale-viaggio-nellitalia-che-rifiuta-leolico-2674212343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-turbine-amate-dagli-ecologisti-non-riciclabili-e-pure-cancerogene" data-post-id="2674212343" data-published-at="1760865506" data-use-pagination="False"> Le turbine amate dagli ecologisti: non riciclabili e pure cancerogene Le pale eoliche non solo deturpano il paesaggio compromettendo l’appeal turistico ma pongono anche un problema ambientale di smaltimento. Sembra un paradosso poiché l’energia del vento è considerata un pilastro della transizione ecologica, di quella decarbonizzazione delle fonti energetiche che ha come nemici il petrolio e il carbone. Così mentre le miniere sono considerate «sporche e cattive» e si lasciano nel sottosuolo materie prime che comunque vengono importate (ma la coscienza ambientalista è salva) non ci si preoccupa del futuro delle pale eoliche. Cioè che fine faranno, come saranno smaltite, quando andranno a fine vita in modo massiccio. Per quanto pulito, l’eolico ha una controindicazione non marginale: le pale delle turbine non sono riciclabili e già si prevede che al 2050, a livello globale, le discariche potrebbero ospitarne 43 milioni di tonnellate. È un problema da risolvere, ma che tutti fanno finta non esista, perché rischia di incrinare il sostegno pubblico al processo di decarbonizzazione, specialmente da parte di chi vuole una rivoluzione «sostenibile» non solo nell’energia ma anche nell’utilizzo delle risorse.Il problema è che le pale occupano parecchio spazio nonostante vengano sezionate prima di finire in discarica. Considerata la tendenza a installare turbine sempre più grandi e potenti, e a fronte delle proteste contro il consumo di suolo degli impianti, la sfida scientifica per lo sviluppo di pale riciclabili è particolarmente urgente. Siccome sono sottoposte a sollecitazioni ambientali notevoli e devono rimanere in funzione per una ventina d’anni, questi impianti sono fatti di un materiale molto resistente i cui legami chimici sono pressoché impossibili da rompere, impedendone il riutilizzo. Le pale sono composte da fibra di vetro o di carbonio alla quale viene mischiato un prodotto chimico chiamato resina epossidica, che funge da rinforzante. Sono costruite quindi per essere resistenti alla potenza del vento. Ma questa caratteristica, se è preziosa per il corretto funzionamento e la durevolezza, diventa un handicap quando devono essere smaltite. La resina solidificata impedisce di recuperare gli ingredienti di partenza nella fase di riciclo. Non può pertanto essere inserita nell’economia circolare. Le parti che compongono una turbina invece sono riciclabili, essendo fatte di acciaio.Quale è il futuro delle pale? Al momento ci sono solo soluzioni rabberciate. Quelle che sono andate a fine vita talvolta sono state riadattate a nuovi scopi, trasformate in panchine, aree giochi o parcheggi coperti per le biciclette, ma è evidente che non possono essere considerate soluzioni definitive. Alcuni esperti sostengono che la strada è prolungare la vita dei parchi eolici, progettando turbine, comprese fondazioni e sottostrutture, più affidabili, in modo da aumentare il tempo atteso di funzionamento, che è già passato da una durata media di 15 anni alla fine degli anni Novanta a circa 30 anni nel 2020, ma può ancora migliorare. Ma anche questa sarebbe una soluzione provvisoria che rinvia il problema nel tempo.Alcuni enti di ricerca stanno lavorando allo sviluppo di nuovi materiali, anche derivati da scarti organici, che siano riciclabili e altrettanto robusti di quelli standard. I ricercatori del Laboratorio nazionale per l’energia rinnovabile, un istituto del governo statunitense, hanno realizzato una sostanza ricavata da zuccheri, oli esausti e residui agricoli che promette di essere equivalente al miscuglio di fibra e resina. Questo materiale vegetale può venire riciclato attraverso il metanolo ad alte temperature (oltre 220 gradi Celsius), che lo trasforma in un liquido elastico pronto a essere modellato in una forma nuova. Il collaudo non è ancora ultimato ma c’è già un problema di prezzo che ostacolerebbe l’utilizzo su larga scala. Le pale realizzate con questo materiale riciclabile sono più costose del 3-8% rispetto a quelle tradizionali. La società taiwanese Swancor ha inventato una nuova resina dalle stesse proprietà fisiche di quella epossidica ma riciclabile per via chimica però il suo costo è superiore del 15% rispetto a quella tradizionale.Le soluzioni finora perseguite sono di incenerire le pale in impianti specializzati che producono energia, ma questa opzione non recupera i materiali. C’è poi lo smaltimento in discarica che crea altri rifiuti. Da non sottovalutare che le dimensioni delle strutture rendono difficile il loro trasporto e la loro distruzione in impianti di frantumazione normali.Un recente studio che arriva dalla Lituania, opera dei ricercatori dell’Università di Tecnologia di Kaunas, offre spunti di riflessione. Va ricordato che il Baltico è una delle aree «sensibili» per quanto riguarda lo sfruttamento dell’energia eolica. È emerso che le resine poliestere insature sono predominanti nella produzione di turbine eoliche nella regione baltica, e questo grazie al loro rapporto costo-efficacia rispetto alle resine epossidiche. «Ma lo stirene, un componente principale della resina poliestere, comporta notevoli rischi per l’ambiente e la salute» afferma il report.Se smaltito nelle discariche, lo stirene diventa altamente tossico per l’uomo e può causare il cancro ai polmoni. Inoltre, può inquinare e avvelenare le falde acquifere e il suolo. I ricercatori hanno fornito una soluzione volta a «neutralizzare» lo stirene e a ridurre l’inquinamento ambientale. Ma quanto è il costo di questa operazione è tutto da definire. Al momento si fa finta che il problema non esista.
La colonna di fumo dopo l'esplosione nei pressi della base italiana di Erbil in Iraq (Getty Images)
La guerra tra Israele e Iran si allarga e torna a lambire direttamente anche l’Italia. Nella serata di mercoledì un missile ha colpito la base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove è presente un contingente di circa 120 militari impegnati nella missione internazionale contro l’Isis.
A rendere nota la notizia è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha informato della situazione con un messaggio inviato al deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, poi letto in diretta durante la trasmissione televisiva Realpolitik su Rete4. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil, non so ancora con che esito. Non ci sono vittime nel personale italiano», ha scritto il ministro.
Poco dopo Crosetto ha confermato personalmente la circostanza anche all'agenzia di stampa Adnkronos, spiegando di aver parlato direttamente con il comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti. «Stanno tutti bene», ha assicurato il ministro, precisando che al momento non risultano né vittime né feriti tra i militari italiani presenti nella struttura. Anche il capo di stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, si è messo in contatto con il contingente per monitorare la situazione. La conferma è arrivata anche attraverso un messaggio pubblicato sui canali social del Ministero della Difesa, dove Crosetto ha ribadito di essere «costantemente aggiornato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e dal Comandante dei Covi». L’attacco si inserisce in un quadro di crescente escalation militare nella regione. I Pasdaran iraniani hanno rivendicato un’ondata di operazioni coordinate contro obiettivi legati agli Stati Uniti e ai loro alleati. Secondo quanto dichiarato dalle Guardie rivoluzionarie, sarebbe stato lanciato «l’attacco più violento dall’inizio della guerra» con bersagli che includerebbero proprio Erbil, una base navale americana in Bahrein e obiettivi in Israele. Quasi in contemporanea, le Forze di difesa israeliane hanno annunciato nuovi bombardamenti sulla capitale iraniana. L’esercito dello Stato ebraico ha riferito che sono in corso attacchi «su larga scala» contro obiettivi a Teheran, segno di una spirale militare che continua ad ampliarsi e che rischia di trascinare sempre più attori regionali nel conflitto.
La base di Erbil rappresenta uno dei principali avamposti della presenza internazionale nel nord dell’Iraq. Situata in una posizione strategica vicino ai confini con Siria, Turchia e Iran, la struttura è stata istituita nell’ambito della coalizione internazionale contro l’Isis e negli anni ha svolto un ruolo chiave nell’addestramento delle forze curde locali. Migliaia di militari sono stati formati proprio qui su richiesta delle autorità della regione autonoma del Kurdistan iracheno.
Dall’Italia è arrivata subito anche la reazione della Farnesina. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso «ferma condanna per l’attacco che ha subito la base italiana di Erbil», spiegando di aver parlato con l’ambasciatore italiano a Baghdad per verificare la situazione. «Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria», ha scritto il vicepremier.
L’episodio segna comunque un passaggio delicato per la sicurezza del contingente italiano nella regione. Se da un lato l’attacco non ha provocato vittime, dall’altro conferma quanto il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran stia progressivamente estendendo il proprio raggio d’azione, trasformando il Medio Oriente in un teatro sempre più instabile e imprevedibile. In questo contesto anche le missioni internazionali, finora concentrate sulla lotta allo Stato islamico, rischiano di trovarsi coinvolte indirettamente in una guerra più ampia.
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Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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