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2025-10-20
Fuori dalle pale. Viaggio nell’Italia che rifiuta l’eolico
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Sono il pilastro della transizione ecologica ma paradossalmente fanno male all’ambiente e all’economia, contaminando con la loro presenza il paesaggio e compromettendo il turismo. Non solo. Sono costose, non aiutano le imprese italiane (la Cina ne detiene il monopolio) e non possono essere riciclate. Sottraggono spazio alla coltivazione e all’allevamento, come sottolineano le associazioni degli agricoltori. Inoltre, come denunciano alcuni movimenti di protesta, farebbero male alla salute in quanto contribuiscono all’inquinamento acustico. Non c’è da stupirsi se le pale eoliche, continuano a provocare ostilità e ribellione nei territori dove sono state inserite. La produzione di energia eolica in Italia è concentrata in Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia, Sardegna e Calabria. Secondo i dati del Global energy monitor (ad aprile scorso), ci sono 347 infrastrutture quasi esclusivamente onshore, nel senso che l’unica eccezione è rappresentata dal parco Beleolico, inaugurato nel 2022 nel golfo di Taranto. Per il resto, gli impianti eolici offshore in Italia restano annunciati, 18 progetti per più di 16 gigawatt di capacità, oppure sono fermi alla fase di autorizzazione, 31 progetti per oltre 28 GW di capacità. Più in generale, i progetti legati alla posa di pale eoliche nei mari italiani rappresentano il 79,6% di tutti gli impianti in fase di realizzazione nel nostro Paese, siano essi soltanto annunci, già in fase di autorizzazione o di costruzione. In attesa di autorizzazione ci sono 39 progetti.
Le proteste delle comunità locali vanno dai sabotaggi, alle mobilitazioni e perfino all’uso delle performance artistiche. Ad agosto scorso un gruppo di volontari si è denudato nell’area archeologica di Su Nuraxi a Barumini, patrimonio Unesco, in una performance di Nicola Mette per protestare contro l’assalto indiscriminato degli impianti di energia rinnovabile in Sardegna. Nella serata del 4 luglio si è svolta una nuova manifestazione in provincia di Oristano organizzata dal Presidio permanente del popolo sardo. Evento che si è ripetuto nel porto di Oristano il 9 luglio, in una sorta di «revival» delle accese proteste di luglio 2024 nella stessa zona contro lo sbarco di alcune pale per un parco eolico a Villacidro. Tutto l’anno scorso è stato caratterizzato da accese proteste nelle aree dell’isola interessate dai progetti dell’eolico con episodi anche gravi come il sabotaggio di una turbina in provincia di Nuoro. Un dipendente della Energreen, durante un controllo, ha scoperto che i dadi alla base di una torre da 60 kW erano stati svitati e sparsi nei dintorni.
In Calabria le proteste vanno avanti da circa 15 anni sul progetto di installare 14 pale eoliche alte oltre 100 metri nel territorio di San Vito sullo Ionio, nell’entroterra catanzarese. A ottobre 2024 la Regione Calabria ha decretato la decadenza dell’autorizzazione alla costruzione dell’impianto ma la società proponente ha impugnato il provvedimento al Tar, i giudici amministrativi a dicembre scorso hanno respinto l’istanza cautelare avanzata. L’azienda ha proposto appello contro tale ordinanza. Un altro fronte caldissimo è quello delle pale eoliche nel mare del Golfo di Squillace, un mega parco off shore – denominato Enotria – da 37 aerogeneratori alti circa 300 metri davanti alla costa calabrese.
Nel cosentino è esplosa la protesta attorno al progetto dei 23 aerogeneratori alti oltre 200 metri per una potenza complessiva di 103,5 MW, con opere di connessione che interessano pure i territori di San Demetrio Corone, Terranova Da Sibari, Corigliano Rossano e Casali Del Manco.
Dalla Calabria al confine tra la Toscana e l’Emilia Romagna. A luglio scorso un sabotaggio ha interessato i cantieri per la realizzazione delle opere preliminari alla costruzione di un parco eolico nel Mugello. Le incursioni sarebbero opera del gruppo «Siamo montagna», che dal 2 al 6 luglio scorso ha organizzato un «campeggio di lotta» (una forma di mobilitazione) contro l’eolico nel Mugello nella località Pian dei Laghi, poco distante dall’area di cantiere. Avevano detto di voler fare «un’opposizione collettiva» al taglio del bosco per realizzare il progetto. Monia Monni, assessore all’Ambiente della Regione Toscana, ha definito le azioni «atti terroristici». Secondo la questura le persone avevano il volto coperto, e hanno portato via tre motoseghe e danneggiato alcuni macchinari. Il progetto del parco eolico era stato proposto nel 2019. Sarà costruito sul monte Giogo, alto mille metri, nel territorio dei comuni di Vicchio, Dicomano e San Godenzo, in provincia di Firenze. Prevede il posizionamento di sette turbine alte 168 metri su una superficie di 5,4 ettari, a una certa distanza dai paesi: 2,7 chilometri da Villore, una frazione del comune di Vicchio, e 4,5 chilometri da Corella, frazione di Dicomano. Molte persone, movimenti e associazioni si erano opposte al progetto promuovendo raccolte firme, organizzando incontri e manifestazioni, presentando ricorsi al Tribunale amministrativo regionale (Tar): non sono andati a buon fine. Ci sono stati poi diversi esposti alla procura di Firenze in cui si denunciavano i danni ambientali causati dall’impianto e si chiedevano controlli per verificare che tutte le procedure fossero state seguite nel rispetto dell’ambiente. Nel frattempo, però, il Consiglio di Stato ha deciso che il parco si farà.
Proteste anche in Liguria. La scorsa settimana i Comuni di Altare, Mallare e Cairo si sono mobilitati contro il parco eolico Bric Surite e hanno deciso di presentare ricorso al Tar per bloccare la procedura di Via (la valutazione di impatto ambientale). Il parco prevede l’installazione di sei turbine. Secondo il comitato, l’impatto sul territorio di Altare sarebbe «letale, devastante e irreversibile».
Sul piede di guerra, le comunità di montagna, gli allevatori, le associazioni ambientaliste, che hanno raccolto centinaia di firme contro il parco eolico sul monte Craguenza, nel cuore delle Valli del Natisone, in Friuli. Il piano prevede impianti alti 200 metri. La protesta ha coinvolto cinque piccoli borghi con i rispettivi sindaci: Pulfero, Cividale del Friuli, Moimacco, San Pietro al Natisone e Torreano. Le pale, dei veri ecomostri, minacciano un territorio che aveva puntato sul turismo slow, con escursioni a piedi, in canoa, castelli e buon cibo tra prati e boschi di castagni. Il silenzio, vero patrimonio di quelle terre, andrebbe a farsi benedire, dice la popolazione locale. La protesta è arrivata fino all’arcivescovo di Udine al quale la gente del posto si è appellata perché protegga il percorso delle chiese votive del Natisone. Tra la transizione ecologica e la tutela del paesaggio che è anche una risorsa economica, la popolazione costretta a trovarsi dietro casa i giganti del vento, non ha avuto dubbi: ha già scelto la seconda.
Le turbine amate dagli ecologisti: non riciclabili e pure cancerogene
Le pale eoliche non solo deturpano il paesaggio compromettendo l’appeal turistico ma pongono anche un problema ambientale di smaltimento. Sembra un paradosso poiché l’energia del vento è considerata un pilastro della transizione ecologica, di quella decarbonizzazione delle fonti energetiche che ha come nemici il petrolio e il carbone. Così mentre le miniere sono considerate «sporche e cattive» e si lasciano nel sottosuolo materie prime che comunque vengono importate (ma la coscienza ambientalista è salva) non ci si preoccupa del futuro delle pale eoliche. Cioè che fine faranno, come saranno smaltite, quando andranno a fine vita in modo massiccio. Per quanto pulito, l’eolico ha una controindicazione non marginale: le pale delle turbine non sono riciclabili e già si prevede che al 2050, a livello globale, le discariche potrebbero ospitarne 43 milioni di tonnellate. È un problema da risolvere, ma che tutti fanno finta non esista, perché rischia di incrinare il sostegno pubblico al processo di decarbonizzazione, specialmente da parte di chi vuole una rivoluzione «sostenibile» non solo nell’energia ma anche nell’utilizzo delle risorse.
Il problema è che le pale occupano parecchio spazio nonostante vengano sezionate prima di finire in discarica. Considerata la tendenza a installare turbine sempre più grandi e potenti, e a fronte delle proteste contro il consumo di suolo degli impianti, la sfida scientifica per lo sviluppo di pale riciclabili è particolarmente urgente. Siccome sono sottoposte a sollecitazioni ambientali notevoli e devono rimanere in funzione per una ventina d’anni, questi impianti sono fatti di un materiale molto resistente i cui legami chimici sono pressoché impossibili da rompere, impedendone il riutilizzo. Le pale sono composte da fibra di vetro o di carbonio alla quale viene mischiato un prodotto chimico chiamato resina epossidica, che funge da rinforzante. Sono costruite quindi per essere resistenti alla potenza del vento. Ma questa caratteristica, se è preziosa per il corretto funzionamento e la durevolezza, diventa un handicap quando devono essere smaltite. La resina solidificata impedisce di recuperare gli ingredienti di partenza nella fase di riciclo. Non può pertanto essere inserita nell’economia circolare. Le parti che compongono una turbina invece sono riciclabili, essendo fatte di acciaio.
Quale è il futuro delle pale? Al momento ci sono solo soluzioni rabberciate. Quelle che sono andate a fine vita talvolta sono state riadattate a nuovi scopi, trasformate in panchine, aree giochi o parcheggi coperti per le biciclette, ma è evidente che non possono essere considerate soluzioni definitive. Alcuni esperti sostengono che la strada è prolungare la vita dei parchi eolici, progettando turbine, comprese fondazioni e sottostrutture, più affidabili, in modo da aumentare il tempo atteso di funzionamento, che è già passato da una durata media di 15 anni alla fine degli anni Novanta a circa 30 anni nel 2020, ma può ancora migliorare. Ma anche questa sarebbe una soluzione provvisoria che rinvia il problema nel tempo.
Alcuni enti di ricerca stanno lavorando allo sviluppo di nuovi materiali, anche derivati da scarti organici, che siano riciclabili e altrettanto robusti di quelli standard. I ricercatori del Laboratorio nazionale per l’energia rinnovabile, un istituto del governo statunitense, hanno realizzato una sostanza ricavata da zuccheri, oli esausti e residui agricoli che promette di essere equivalente al miscuglio di fibra e resina. Questo materiale vegetale può venire riciclato attraverso il metanolo ad alte temperature (oltre 220 gradi Celsius), che lo trasforma in un liquido elastico pronto a essere modellato in una forma nuova. Il collaudo non è ancora ultimato ma c’è già un problema di prezzo che ostacolerebbe l’utilizzo su larga scala. Le pale realizzate con questo materiale riciclabile sono più costose del 3-8% rispetto a quelle tradizionali. La società taiwanese Swancor ha inventato una nuova resina dalle stesse proprietà fisiche di quella epossidica ma riciclabile per via chimica però il suo costo è superiore del 15% rispetto a quella tradizionale.
Le soluzioni finora perseguite sono di incenerire le pale in impianti specializzati che producono energia, ma questa opzione non recupera i materiali. C’è poi lo smaltimento in discarica che crea altri rifiuti. Da non sottovalutare che le dimensioni delle strutture rendono difficile il loro trasporto e la loro distruzione in impianti di frantumazione normali.
Un recente studio che arriva dalla Lituania, opera dei ricercatori dell’Università di Tecnologia di Kaunas, offre spunti di riflessione. Va ricordato che il Baltico è una delle aree «sensibili» per quanto riguarda lo sfruttamento dell’energia eolica. È emerso che le resine poliestere insature sono predominanti nella produzione di turbine eoliche nella regione baltica, e questo grazie al loro rapporto costo-efficacia rispetto alle resine epossidiche. «Ma lo stirene, un componente principale della resina poliestere, comporta notevoli rischi per l’ambiente e la salute» afferma il report.
Se smaltito nelle discariche, lo stirene diventa altamente tossico per l’uomo e può causare il cancro ai polmoni. Inoltre, può inquinare e avvelenare le falde acquifere e il suolo. I ricercatori hanno fornito una soluzione volta a «neutralizzare» lo stirene e a ridurre l’inquinamento ambientale. Ma quanto è il costo di questa operazione è tutto da definire. Al momento si fa finta che il problema non esista.
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Dalla Toscana alla Sardegna, dal Friuli alla Calabria, si moltiplicano le proteste contro le installazioni. Che allontanano i turisti e confiscano terre coltivabili agli agricoltori.Oltre a devastare il paesaggio, i «mulini a vento del terzo millennio» sono costruiti con materiali molto resistenti. Nel 2050 le discariche ospiteranno 43 milioni di tonnellate quasi impossibili da smaltire.Lo speciale contiene due articoliSono il pilastro della transizione ecologica ma paradossalmente fanno male all’ambiente e all’economia, contaminando con la loro presenza il paesaggio e compromettendo il turismo. Non solo. Sono costose, non aiutano le imprese italiane (la Cina ne detiene il monopolio) e non possono essere riciclate. Sottraggono spazio alla coltivazione e all’allevamento, come sottolineano le associazioni degli agricoltori. Inoltre, come denunciano alcuni movimenti di protesta, farebbero male alla salute in quanto contribuiscono all’inquinamento acustico. Non c’è da stupirsi se le pale eoliche, continuano a provocare ostilità e ribellione nei territori dove sono state inserite. La produzione di energia eolica in Italia è concentrata in Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia, Sardegna e Calabria. Secondo i dati del Global energy monitor (ad aprile scorso), ci sono 347 infrastrutture quasi esclusivamente onshore, nel senso che l’unica eccezione è rappresentata dal parco Beleolico, inaugurato nel 2022 nel golfo di Taranto. Per il resto, gli impianti eolici offshore in Italia restano annunciati, 18 progetti per più di 16 gigawatt di capacità, oppure sono fermi alla fase di autorizzazione, 31 progetti per oltre 28 GW di capacità. Più in generale, i progetti legati alla posa di pale eoliche nei mari italiani rappresentano il 79,6% di tutti gli impianti in fase di realizzazione nel nostro Paese, siano essi soltanto annunci, già in fase di autorizzazione o di costruzione. In attesa di autorizzazione ci sono 39 progetti.Le proteste delle comunità locali vanno dai sabotaggi, alle mobilitazioni e perfino all’uso delle performance artistiche. Ad agosto scorso un gruppo di volontari si è denudato nell’area archeologica di Su Nuraxi a Barumini, patrimonio Unesco, in una performance di Nicola Mette per protestare contro l’assalto indiscriminato degli impianti di energia rinnovabile in Sardegna. Nella serata del 4 luglio si è svolta una nuova manifestazione in provincia di Oristano organizzata dal Presidio permanente del popolo sardo. Evento che si è ripetuto nel porto di Oristano il 9 luglio, in una sorta di «revival» delle accese proteste di luglio 2024 nella stessa zona contro lo sbarco di alcune pale per un parco eolico a Villacidro. Tutto l’anno scorso è stato caratterizzato da accese proteste nelle aree dell’isola interessate dai progetti dell’eolico con episodi anche gravi come il sabotaggio di una turbina in provincia di Nuoro. Un dipendente della Energreen, durante un controllo, ha scoperto che i dadi alla base di una torre da 60 kW erano stati svitati e sparsi nei dintorni.In Calabria le proteste vanno avanti da circa 15 anni sul progetto di installare 14 pale eoliche alte oltre 100 metri nel territorio di San Vito sullo Ionio, nell’entroterra catanzarese. A ottobre 2024 la Regione Calabria ha decretato la decadenza dell’autorizzazione alla costruzione dell’impianto ma la società proponente ha impugnato il provvedimento al Tar, i giudici amministrativi a dicembre scorso hanno respinto l’istanza cautelare avanzata. L’azienda ha proposto appello contro tale ordinanza. Un altro fronte caldissimo è quello delle pale eoliche nel mare del Golfo di Squillace, un mega parco off shore – denominato Enotria – da 37 aerogeneratori alti circa 300 metri davanti alla costa calabrese.Nel cosentino è esplosa la protesta attorno al progetto dei 23 aerogeneratori alti oltre 200 metri per una potenza complessiva di 103,5 MW, con opere di connessione che interessano pure i territori di San Demetrio Corone, Terranova Da Sibari, Corigliano Rossano e Casali Del Manco.Dalla Calabria al confine tra la Toscana e l’Emilia Romagna. A luglio scorso un sabotaggio ha interessato i cantieri per la realizzazione delle opere preliminari alla costruzione di un parco eolico nel Mugello. Le incursioni sarebbero opera del gruppo «Siamo montagna», che dal 2 al 6 luglio scorso ha organizzato un «campeggio di lotta» (una forma di mobilitazione) contro l’eolico nel Mugello nella località Pian dei Laghi, poco distante dall’area di cantiere. Avevano detto di voler fare «un’opposizione collettiva» al taglio del bosco per realizzare il progetto. Monia Monni, assessore all’Ambiente della Regione Toscana, ha definito le azioni «atti terroristici». Secondo la questura le persone avevano il volto coperto, e hanno portato via tre motoseghe e danneggiato alcuni macchinari. Il progetto del parco eolico era stato proposto nel 2019. Sarà costruito sul monte Giogo, alto mille metri, nel territorio dei comuni di Vicchio, Dicomano e San Godenzo, in provincia di Firenze. Prevede il posizionamento di sette turbine alte 168 metri su una superficie di 5,4 ettari, a una certa distanza dai paesi: 2,7 chilometri da Villore, una frazione del comune di Vicchio, e 4,5 chilometri da Corella, frazione di Dicomano. Molte persone, movimenti e associazioni si erano opposte al progetto promuovendo raccolte firme, organizzando incontri e manifestazioni, presentando ricorsi al Tribunale amministrativo regionale (Tar): non sono andati a buon fine. Ci sono stati poi diversi esposti alla procura di Firenze in cui si denunciavano i danni ambientali causati dall’impianto e si chiedevano controlli per verificare che tutte le procedure fossero state seguite nel rispetto dell’ambiente. Nel frattempo, però, il Consiglio di Stato ha deciso che il parco si farà.Proteste anche in Liguria. La scorsa settimana i Comuni di Altare, Mallare e Cairo si sono mobilitati contro il parco eolico Bric Surite e hanno deciso di presentare ricorso al Tar per bloccare la procedura di Via (la valutazione di impatto ambientale). Il parco prevede l’installazione di sei turbine. Secondo il comitato, l’impatto sul territorio di Altare sarebbe «letale, devastante e irreversibile».Sul piede di guerra, le comunità di montagna, gli allevatori, le associazioni ambientaliste, che hanno raccolto centinaia di firme contro il parco eolico sul monte Craguenza, nel cuore delle Valli del Natisone, in Friuli. Il piano prevede impianti alti 200 metri. La protesta ha coinvolto cinque piccoli borghi con i rispettivi sindaci: Pulfero, Cividale del Friuli, Moimacco, San Pietro al Natisone e Torreano. Le pale, dei veri ecomostri, minacciano un territorio che aveva puntato sul turismo slow, con escursioni a piedi, in canoa, castelli e buon cibo tra prati e boschi di castagni. Il silenzio, vero patrimonio di quelle terre, andrebbe a farsi benedire, dice la popolazione locale. La protesta è arrivata fino all’arcivescovo di Udine al quale la gente del posto si è appellata perché protegga il percorso delle chiese votive del Natisone. Tra la transizione ecologica e la tutela del paesaggio che è anche una risorsa economica, la popolazione costretta a trovarsi dietro casa i giganti del vento, non ha avuto dubbi: ha già scelto la seconda.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fuori-dalle-pale-viaggio-nellitalia-che-rifiuta-leolico-2674212343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-turbine-amate-dagli-ecologisti-non-riciclabili-e-pure-cancerogene" data-post-id="2674212343" data-published-at="1760865506" data-use-pagination="False"> Le turbine amate dagli ecologisti: non riciclabili e pure cancerogene Le pale eoliche non solo deturpano il paesaggio compromettendo l’appeal turistico ma pongono anche un problema ambientale di smaltimento. Sembra un paradosso poiché l’energia del vento è considerata un pilastro della transizione ecologica, di quella decarbonizzazione delle fonti energetiche che ha come nemici il petrolio e il carbone. Così mentre le miniere sono considerate «sporche e cattive» e si lasciano nel sottosuolo materie prime che comunque vengono importate (ma la coscienza ambientalista è salva) non ci si preoccupa del futuro delle pale eoliche. Cioè che fine faranno, come saranno smaltite, quando andranno a fine vita in modo massiccio. Per quanto pulito, l’eolico ha una controindicazione non marginale: le pale delle turbine non sono riciclabili e già si prevede che al 2050, a livello globale, le discariche potrebbero ospitarne 43 milioni di tonnellate. È un problema da risolvere, ma che tutti fanno finta non esista, perché rischia di incrinare il sostegno pubblico al processo di decarbonizzazione, specialmente da parte di chi vuole una rivoluzione «sostenibile» non solo nell’energia ma anche nell’utilizzo delle risorse.Il problema è che le pale occupano parecchio spazio nonostante vengano sezionate prima di finire in discarica. Considerata la tendenza a installare turbine sempre più grandi e potenti, e a fronte delle proteste contro il consumo di suolo degli impianti, la sfida scientifica per lo sviluppo di pale riciclabili è particolarmente urgente. Siccome sono sottoposte a sollecitazioni ambientali notevoli e devono rimanere in funzione per una ventina d’anni, questi impianti sono fatti di un materiale molto resistente i cui legami chimici sono pressoché impossibili da rompere, impedendone il riutilizzo. Le pale sono composte da fibra di vetro o di carbonio alla quale viene mischiato un prodotto chimico chiamato resina epossidica, che funge da rinforzante. Sono costruite quindi per essere resistenti alla potenza del vento. Ma questa caratteristica, se è preziosa per il corretto funzionamento e la durevolezza, diventa un handicap quando devono essere smaltite. La resina solidificata impedisce di recuperare gli ingredienti di partenza nella fase di riciclo. Non può pertanto essere inserita nell’economia circolare. Le parti che compongono una turbina invece sono riciclabili, essendo fatte di acciaio.Quale è il futuro delle pale? Al momento ci sono solo soluzioni rabberciate. Quelle che sono andate a fine vita talvolta sono state riadattate a nuovi scopi, trasformate in panchine, aree giochi o parcheggi coperti per le biciclette, ma è evidente che non possono essere considerate soluzioni definitive. Alcuni esperti sostengono che la strada è prolungare la vita dei parchi eolici, progettando turbine, comprese fondazioni e sottostrutture, più affidabili, in modo da aumentare il tempo atteso di funzionamento, che è già passato da una durata media di 15 anni alla fine degli anni Novanta a circa 30 anni nel 2020, ma può ancora migliorare. Ma anche questa sarebbe una soluzione provvisoria che rinvia il problema nel tempo.Alcuni enti di ricerca stanno lavorando allo sviluppo di nuovi materiali, anche derivati da scarti organici, che siano riciclabili e altrettanto robusti di quelli standard. I ricercatori del Laboratorio nazionale per l’energia rinnovabile, un istituto del governo statunitense, hanno realizzato una sostanza ricavata da zuccheri, oli esausti e residui agricoli che promette di essere equivalente al miscuglio di fibra e resina. Questo materiale vegetale può venire riciclato attraverso il metanolo ad alte temperature (oltre 220 gradi Celsius), che lo trasforma in un liquido elastico pronto a essere modellato in una forma nuova. Il collaudo non è ancora ultimato ma c’è già un problema di prezzo che ostacolerebbe l’utilizzo su larga scala. Le pale realizzate con questo materiale riciclabile sono più costose del 3-8% rispetto a quelle tradizionali. La società taiwanese Swancor ha inventato una nuova resina dalle stesse proprietà fisiche di quella epossidica ma riciclabile per via chimica però il suo costo è superiore del 15% rispetto a quella tradizionale.Le soluzioni finora perseguite sono di incenerire le pale in impianti specializzati che producono energia, ma questa opzione non recupera i materiali. C’è poi lo smaltimento in discarica che crea altri rifiuti. Da non sottovalutare che le dimensioni delle strutture rendono difficile il loro trasporto e la loro distruzione in impianti di frantumazione normali.Un recente studio che arriva dalla Lituania, opera dei ricercatori dell’Università di Tecnologia di Kaunas, offre spunti di riflessione. Va ricordato che il Baltico è una delle aree «sensibili» per quanto riguarda lo sfruttamento dell’energia eolica. È emerso che le resine poliestere insature sono predominanti nella produzione di turbine eoliche nella regione baltica, e questo grazie al loro rapporto costo-efficacia rispetto alle resine epossidiche. «Ma lo stirene, un componente principale della resina poliestere, comporta notevoli rischi per l’ambiente e la salute» afferma il report.Se smaltito nelle discariche, lo stirene diventa altamente tossico per l’uomo e può causare il cancro ai polmoni. Inoltre, può inquinare e avvelenare le falde acquifere e il suolo. I ricercatori hanno fornito una soluzione volta a «neutralizzare» lo stirene e a ridurre l’inquinamento ambientale. Ma quanto è il costo di questa operazione è tutto da definire. Al momento si fa finta che il problema non esista.
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.