Trump ora punta a togliere il velo alla presunta indipendenza della Fed

Il presidente Donald Trump vuole «una cosa molto semplice», come ha detto quest’estate in visita alla Federal Reserve a Washington: vuole tassi di interesse bassi, e li vuole rapidamente. È qualcosa che ha chiesto ripetutamente, criticando aspramente l’attuale presidente della Fed Jerome Powell, il cui mandato scade il prossimo maggio. Dalla critica Trump è passato abbastanza in fretta al dileggio allorché in varie occasioni ha definito Powell «stupid person» (persona stupida), «moron» (cretino), «troppo arrabbiato, troppo stupido, troppo politico» per poi soprannominarlo «Too Late Powell» (Powell troppo tardi). L’argomentazione di Trump è che Powell, determinato a mantenere autonomia di giudizio su quali tassi di interesse stabilire, sta costando miliardi di dollari agli americani, perché abbassando i tassi scenderebbe il costo del servizio del debito e l’economia ne beneficerebbe.
Trump ha bisogno di tassi bassi non solo per contenere il costo del debito pubblico americano, il cui ammontare cresce, ma anche per sostenere l’economia. I dati economici statunitensi al momento non sembrano pessimi, ma nei prossimi mesi si vedranno maggiormente gli effetti della nuova politica economica trumpiana, tra dazi e manovre fiscali come il Big Beautiful Bill.
Il tema è quello del controllo politico della banca centrale americana. Lo stile non propriamente diplomatico di Trump oscura il cuore della questione, che è il concetto di indipendenza del potere monetario rispetto a quello politico.
La critica del presidente americano alla Fed è piuttosto semplice, in realtà: la Fed è passata dall’essere focalizzata sulla determinazione dei tassi di interesse all’essere esecutrice di politiche monetarie a supporto della politica fiscale pro tempore, influenzando l’economia statunitense in modi volontari e involontari. Gli enormi acquisti di titoli pubblici della Fed, ad esempio, eseguiti soprattutto durante la pandemia di Covid-19, hanno contenuto i rendimenti obbligazionari e consentito una maggiore spesa pubblica, riempiendo al contempo le tasche di Wall Street.
La banca centrale si ritiene irresponsabile nei confronti del governo in materia di politica monetaria, ma in realtà si piega a determinate esigenze politiche, affermano i critici della Fed, come è successo durante l’era dei presidenti democratici alla Casa Bianca. La pretesa indipendenza della banca centrale è solo una foglia di fico per usare la leva monetaria a fini politici, dunque, affermano i trumpiani, tanto vale uscire dall’ipocrisia e riportare esplicitamente il potere monetario sotto l’ala del governo.
A fine agosto, Donald Trump ha inviato una lettera alla governatrice della Fed Lisa Cook, annunciando che la «condotta ingannevole e potenzialmente criminale in materia finanziaria» di Cook era una causa sufficiente per la sua rimozione dal consiglio di amministrazione della Fed. Cook, nominata da Joe Biden e il cui mandato scadrebbe nel 2036, secondo le accuse avrebbe commesso una frode ipotecaria nel 2021, dichiarando sia una casa in Michigan sia un appartamento ad Atlanta come sua «residenza principale» al momento di contrarre prestiti. Ne è nata una disputa legale che è arrivata davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti, la quale il primo ottobre scorso ha rinviato tutto al prossimo gennaio.
L’idea di Trump è di scalzare il membro del board della Fed nominato dal democratico Biden e insediare qualcuno più sensibile alle richieste della Casa Bianca. Questo tentativo per ora è fallito, ma nel frattempo le inattese dimissioni di un altro membro della Fed hanno dato modo a Trump di nominare al suo posto Stephen Miran.
Stretto consigliere economico di Trump, autore di un controverso documento sulla ristrutturazione del sistema commerciale mondiale che pare dettare la linea della politica economica di Trump, Miran è convinto che il dollaro sia sopravvalutato. Appena insediato nel board della Fed, Miran ha espresso il suo pensiero sulla politica monetaria attuata dalla Fed, affermando che l’attuale tasso di interesse (4,00% - 4,25%) è troppo alto perché sovrastima il tasso naturale, cioè il tasso reale (al netto dell’inflazione) che mantiene l’economia in equilibrio. Miran invita dunque, in maniera documentata, a tenere conto nella stima del tasso naturale (che lui chiama neutrale) degli effetti anche futuri delle politiche economiche attuate, andando oltre il solito gruppo di dati-chiave utilizzati normalmente dalla Fed.
Nelle prossime settimane ci saranno certo nuovi sviluppi, ma per ora Trump ha messo a segno un colpo vincente con Miran. La sentenza della Corte Suprema su Lisa Cook sarà un momento storico, nel caso in cui desse ragione a Trump avallando il potere della Casa Bianca di rimuovere un governatore della Fed. Intanto lo staff della Casa Bianca sta valutando le candidature per la successione a Powell: Christopher Waller, Kevin Hassett, Kevin Warsh, Michelle Bowman, Rick Rieder i principali candidati, ma la partita è ancora lunga.






