True
2022-10-14
Scholz si garantisce da solo il metano. Ma per i missili vuole i soldi di tutti
Emmanuel Macron e Olaf Scholz (Ansa)
Ieri mattina Grtgaz, gestore francese di gas, come si intuisce dal nome, ha annunciato la prima consegna energetica a favore della Germania. Alle 6 del mattino sono transitati 31 gigawatt per la città di Obergailbach fino a Medelsheim dove hanno raggiunto il punto di interconnessione energetica. L’operazione è frutto di un accordo politico tra Parigi e Berlino che bypassa mesi di chiacchiere a livello europeo e, per quanto riguarda il nostro Paese, calpesta il Trattato del Quirinale. Beffa nella beffa il rapporto esclusivo tra i due Paesi europei è possibile grazie alle scelte in campo energetico della Francia e grazie alla mossa univoca della Germania di stracciare qualunque possibile accordo europeo di collaborazione reciproca. Il riferimento è a i costanti boicottaggi politici e al piano di investimento da 200 miliardi mirato a livellare il prezzo delle bollette verso il basso. Un danno per le altre aziende europee che faticheranno a stare al passo con le imprese tedesche così sussidiate.
Il paradosso finale si è però consumato ieri mattina, quando Berlino alla luce del sole ha chiesto apertamente di fare un gruppo di acquisto paneuropeo per i missili e per la difesa dei cieli. Soprattutto i suoi. Ieri il governo tedesco ha proposto ai ministri della Difesa di 14 Paesi della Nato guidata da Jens Stoltenberg, che insieme con la Finlandia si sono riuniti a Bruxelles per firmare una lettera di intenti per lo sviluppo della European Sky Shield Initiative, un accordo per creare di fatto uno scudo aereo per la protezione dei cieli europei.
L’iniziativa punterebbe a creare la base di un sistema europeo di difesa aerea e missilistica attraverso l’acquisizione comune di armamenti da parte delle nazioni europee e, secondo le intenzioni, «questo atto dovrebbe rafforzare la difesa aerea e missilistica integrata della Nato», come si legge in una nota dell'Alleanza atlantica. In realtà, nasconde il fatto che dietro questa proposta tedesca c’è il ritardo dell’entrata in servizio del sistema Arrow 3 che, qualora scelto da Berlino, non sarebbe operativo almeno fino al 2025. I Paesi Nato che hanno firmato l’iniziativa sono: Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Olanda, Norvegia, Slovacchia, Slovenia, Romania e Regno Unito. Il vicesegretario generale della Nato Mircea Geoana ha a sua volta dichiarato: «Questo impegno oggi è ancora più importante poiché assistiamo agli attacchi missilistici spietati e indiscriminati della Russia in Ucraina, che uccidono civili e distruggono infrastrutture critiche. In questo contesto, accolgo con favore la leadership tedesca nel lancio dell’iniziativa European Sky Shield; le nuove risorse, completamente interoperabili e perfettamente integrate nella difesa aerea e missilistica della Nato, miglioreranno significativamente la nostra capacità di difendere l’Alleanza da tutte le minacce aeree e missilistiche». Per taluni Stati si tratta di un’ottima occasione per dotarsi di armamenti moderni a costi ridotti, per altri di rinnovare i sistemi dispiegati oggi con altri in standard Nato. L’idea tedesca si propone di creare uno scudo antimissilistico europeo che aumenterebbe la protezione per gran parte del Vecchio continente grazie a una serie di barriere di difesa predisposte per intercettare vari tipi di missili a diverse altezze, coordinando i lanci dei sistemi di difesa aerea israeliani Arrow 3 con i Patriot di fabbricazione statunitense e con gli Iris-T tedeschi, ma attivabile mediante la catena di reazione rapida dell’Alleanza.
Il ministro della Difesa tedesco Christine Lambrecht, in occasione di una riunione ministeriale della Nato a Bruxelles, ha dichiarato: «Si tratta di essere interoperabili e in grado di fissare i prezzi di acquisto, ma anche di sostenersi a vicenda; quindi, è una situazione vantaggiosa per tutti i Paesi che ne fanno parte». La Lambrecht ha anche sottolineato l’aumento dei rischi per la sicurezza in Europa a seguito dell’invasione dell’Ucraina e delle minacce fatte dal presidente russo Vladimir Putin: «Dobbiamo muoverci velocemente ora. È importante che le lacune della nostra difesa siano colmate perché stiamo vivendo tempi pericolosi e impegnativi».
La domanda di fondo è chi pagherà? E l’altra domanda è a chi più conviene spalmare i costi su tutti i Paesi Ue? La risposta in entrambe i casi è quella stessa Germania che non vuole mai prendere in considerazione la condivisione del debito o del rischio energetico. Da un lato l’idea di dotarsi di missili validi da Roma a Berlino, da Madrid fino a Varsavia, ha i suoi validi fondamenti. Ad esempio, la buona notizia è che con Mbda quei missili li costruiamo anche noi. Ma il problema resta sempre la reciprocità. All’accordo potrebbero presto aderire anche altri Paesi seppur attualmente la realizzazione dello scudo aereo debba superare le limitazioni e le tempistiche della produzione e i ritardi delle consegne che stanno affliggendo il settore privato. «Siamo aperti a tutti e sappiamo che molti Paesi sono interessati», ha concluso la Lambrecht, aggiungendo che la Germania ha già avviato negoziati con produttori di sistemi antimissile. In verità l’idea dello scudo antimissilistico è stata annunciata per la prima volta dal cancelliere tedesco Olaf Scholz in un discorso a Praga nell’agosto scorso, quando ha affermato che il Paese avrebbe investito in modo significativo nella sua difesa aerea poiché il continente aveva «molto da recuperare». Per continente Scholz intende però il suo Paese.
Norvegia e Usa ci vendono il gas liquefatto a peso d’oro per colpa degli errori Ue
Il primo a muoversi è stato il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, che la scorsa settimana ha criticato i Paesi «anche amici» che «ottengono al momento cifre astronomiche» fornendo il proprio gas all’Unione europea. «Questo pone dei problemi che vanno affrontati», aveva aggiunto il ministro, sollecitando la Commissione Ue a occuparsi del problema. Il riferimento, per nulla velato, era a Norvegia e Stati Uniti, che hanno aumentato le loro forniture verso il Vecchio continente ai prezzi altissimi del mercato di oggi. A ruota, nelle rivendicazioni è seguito il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire, che parlando martedì all’Assemblea nazionale ha detto: «Non possiamo accettare che il nostro partner americano ci venda il suo Lng a un prezzo quattro volte superiore a quello al quale vende ai propri clienti industriali». E poi, ha proseguito, «un indebolimento economico dell’Europa non è nell’interesse degli Usa e per questo dobbiamo trovare rapporti economici più equilibrati». Un doppio rimprovero coordinato, diretto a Joe Biden perché contenga la bramosia dei metanieri a stelle e strisce.
Berlino e Parigi, come noto, sono alle prese con gravi difficoltà sul fronte energetico. In Germania non arriva più il gas russo ormai da mesi e si va verso un inverno di razionamenti duri, mentre il governo ha stanziato altri 200 miliardi per pagare le bollette dei tedeschi. In Francia, dove il parco delle centrali nucleari è ancora per metà fuori servizio per problemi di manutenzione, è stato imposto un prezzo calmierato dell’energia ma il Paese è in subbuglio per la perdita del potere d’acquisto della popolazione, con diversi scioperi in corso.
Mercoledì, il Consiglio europeo e la Commissione hanno fatto proprie le istanze tedesche, includendo il tema delle rinegoziazioni con i fornitori amici tra le linee di azione che la Commissione dovrà attuare nei prossimi mesi. Nella riunione di Praga è stato deciso anche di dare impulso agli acquisti congiunti, mettendo a fattor comune la posizione di acquisto europea, con la speranza di farla pesare nelle trattative sul prezzo. Tutte cose che servono alla Germania come l’ossigeno.
In effetti, da quando è iniziata la crisi energetica, sia gli Stati Uniti che la Norvegia hanno aumentato le proprie esportazioni verso l’Europa. Nel 2021 la Norvegia ha esportato verso l’Unione europea 81.56 miliardi di metri cubi via gasdotto, nel 2022 siamo già a 89 (+9%). Sono però soprattutto gli Stati Uniti ad aver incrementato le proprie forniture di Lng all’Europa. Già nel 2021 i volumi erano passati a 29 miliardi di metri cubi dai 22 miliardi del 2020 (+30%), ma è nel 2022 che le consegne sono esplose, arrivando a 50,2 miliardi nei primi nove mesi dell’anno (+73% rispetto all’intero 2021). Un exploit che non ha precedenti nei rapporti tra gli Usa e l’Europa. A che prezzi ha comprato l’Europa tutto questo gas? Ai prezzi di mercato, ovviamente, alti perché molto vicini a quelli registrati al Ttf. Se il gas americano all’Henry hub viene trattato all’ingrosso a circa 22,5 euro/Mwh, quello al Ttf è intorno ai 158 euro/Mwh e il Lng destinato all’Asia viaggia attorno a un prezzo di 120 euro/Mwh (prezzi di ieri).
Il fatto che l’Europa sia disposta a pagare più dell’Asia per avere il gas via nave sta privando altri Paesi delle forniture americane, ad esempio Pakistan e India. L’export Usa è già aumentato del 15% in un anno e la gran parte della capacità produttiva è impegnata con contratti a lungo termine. In più, l’incidente occorso a uno dei maggiori siti di esportazione di Freeport lng ha ulteriormente limitato la capacità statunitense, e sarà così almeno sino a marzo prossimo.
Le lamentele franco-tedesche sui prezzi praticati dalle compagnie americane del gas liquido sono però assai tardive e ipocrite. Quando dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia gli Stati Uniti imposero all’Europa di abbandonare le forniture di gas russo, Bruxelles si accontentò di un generico impegno da parte degli Usa a fornire 15 miliardi di metri cubi di gas nel 2022 e di un ancor più generico impegno a portare questo quantitativo a 50 entro il 2030. Nessun accordo però è stato preso sui prezzi, a quanto risulta. Non contenti di non aver concordato nulla con gli Usa (quantitativi a lungo termine, prezzi, salvaguardie), gli improvvisati tecnoburocrati di Bruxelles lo scorso maggio hanno approvato il Repowereu, che esplicitamente spingeva a rinunciare immediatamente a due terzi delle forniture russe. A quel punto, cosa poteva frenare il prezzo del Lng, in un mercato già molto stretto, dove l’offerta è limitata? L’Unione europea si è gettata a corpo morto in un gioco più grande di lei, senza alcuna preparazione, senza avere negoziato a fondo i termini di un supporto americano a lungo termine, senza aver predisposto prima una rete di fornitori alternativi, senza aver organizzato le infrastrutture in grado di accogliere navi metaniere e senza aver negoziato prima aumenti di volume con i fornitori attuali (Algeria, Norvegia, Azerbaijan). Una clamorosa incapacità cui ora si pensa di porre rimedio con mesi di inutili trattative su fantasiosi corridoi di prezzo, nuovi benchmark e razionamenti da tempo di guerra. Dietro i richiami francesi e tedeschi all’alleato americano c’è un appello a un maggiore supporto sui prezzi, è vero. Ma vi è anche l’involontaria e drammatica presa d’atto della situazione estrema in cui si trova tutta l’Europa, condotta in un vicolo cieco da una classe dirigente misera e inetta.
Continua a leggereRiduci
La Germania blocca l’Europa per rinforzare il suo piano contro l’inflazione: ieri sono iniziati i flussi dalla Francia. Allo stesso tempo, però, pretende che gli altri Paesi finanzino lo scudo aereo anti Russia.Berlino e Parigi tuonano contro gli alleati che non esportano Lng a prezzi di favore. Ma la responsabilità della situazione cade sui patti miopi stretti da Bruxelles.Lo speciale contiene due articoli.Ieri mattina Grtgaz, gestore francese di gas, come si intuisce dal nome, ha annunciato la prima consegna energetica a favore della Germania. Alle 6 del mattino sono transitati 31 gigawatt per la città di Obergailbach fino a Medelsheim dove hanno raggiunto il punto di interconnessione energetica. L’operazione è frutto di un accordo politico tra Parigi e Berlino che bypassa mesi di chiacchiere a livello europeo e, per quanto riguarda il nostro Paese, calpesta il Trattato del Quirinale. Beffa nella beffa il rapporto esclusivo tra i due Paesi europei è possibile grazie alle scelte in campo energetico della Francia e grazie alla mossa univoca della Germania di stracciare qualunque possibile accordo europeo di collaborazione reciproca. Il riferimento è a i costanti boicottaggi politici e al piano di investimento da 200 miliardi mirato a livellare il prezzo delle bollette verso il basso. Un danno per le altre aziende europee che faticheranno a stare al passo con le imprese tedesche così sussidiate. Il paradosso finale si è però consumato ieri mattina, quando Berlino alla luce del sole ha chiesto apertamente di fare un gruppo di acquisto paneuropeo per i missili e per la difesa dei cieli. Soprattutto i suoi. Ieri il governo tedesco ha proposto ai ministri della Difesa di 14 Paesi della Nato guidata da Jens Stoltenberg, che insieme con la Finlandia si sono riuniti a Bruxelles per firmare una lettera di intenti per lo sviluppo della European Sky Shield Initiative, un accordo per creare di fatto uno scudo aereo per la protezione dei cieli europei. L’iniziativa punterebbe a creare la base di un sistema europeo di difesa aerea e missilistica attraverso l’acquisizione comune di armamenti da parte delle nazioni europee e, secondo le intenzioni, «questo atto dovrebbe rafforzare la difesa aerea e missilistica integrata della Nato», come si legge in una nota dell'Alleanza atlantica. In realtà, nasconde il fatto che dietro questa proposta tedesca c’è il ritardo dell’entrata in servizio del sistema Arrow 3 che, qualora scelto da Berlino, non sarebbe operativo almeno fino al 2025. I Paesi Nato che hanno firmato l’iniziativa sono: Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Olanda, Norvegia, Slovacchia, Slovenia, Romania e Regno Unito. Il vicesegretario generale della Nato Mircea Geoana ha a sua volta dichiarato: «Questo impegno oggi è ancora più importante poiché assistiamo agli attacchi missilistici spietati e indiscriminati della Russia in Ucraina, che uccidono civili e distruggono infrastrutture critiche. In questo contesto, accolgo con favore la leadership tedesca nel lancio dell’iniziativa European Sky Shield; le nuove risorse, completamente interoperabili e perfettamente integrate nella difesa aerea e missilistica della Nato, miglioreranno significativamente la nostra capacità di difendere l’Alleanza da tutte le minacce aeree e missilistiche». Per taluni Stati si tratta di un’ottima occasione per dotarsi di armamenti moderni a costi ridotti, per altri di rinnovare i sistemi dispiegati oggi con altri in standard Nato. L’idea tedesca si propone di creare uno scudo antimissilistico europeo che aumenterebbe la protezione per gran parte del Vecchio continente grazie a una serie di barriere di difesa predisposte per intercettare vari tipi di missili a diverse altezze, coordinando i lanci dei sistemi di difesa aerea israeliani Arrow 3 con i Patriot di fabbricazione statunitense e con gli Iris-T tedeschi, ma attivabile mediante la catena di reazione rapida dell’Alleanza. Il ministro della Difesa tedesco Christine Lambrecht, in occasione di una riunione ministeriale della Nato a Bruxelles, ha dichiarato: «Si tratta di essere interoperabili e in grado di fissare i prezzi di acquisto, ma anche di sostenersi a vicenda; quindi, è una situazione vantaggiosa per tutti i Paesi che ne fanno parte». La Lambrecht ha anche sottolineato l’aumento dei rischi per la sicurezza in Europa a seguito dell’invasione dell’Ucraina e delle minacce fatte dal presidente russo Vladimir Putin: «Dobbiamo muoverci velocemente ora. È importante che le lacune della nostra difesa siano colmate perché stiamo vivendo tempi pericolosi e impegnativi». La domanda di fondo è chi pagherà? E l’altra domanda è a chi più conviene spalmare i costi su tutti i Paesi Ue? La risposta in entrambe i casi è quella stessa Germania che non vuole mai prendere in considerazione la condivisione del debito o del rischio energetico. Da un lato l’idea di dotarsi di missili validi da Roma a Berlino, da Madrid fino a Varsavia, ha i suoi validi fondamenti. Ad esempio, la buona notizia è che con Mbda quei missili li costruiamo anche noi. Ma il problema resta sempre la reciprocità. All’accordo potrebbero presto aderire anche altri Paesi seppur attualmente la realizzazione dello scudo aereo debba superare le limitazioni e le tempistiche della produzione e i ritardi delle consegne che stanno affliggendo il settore privato. «Siamo aperti a tutti e sappiamo che molti Paesi sono interessati», ha concluso la Lambrecht, aggiungendo che la Germania ha già avviato negoziati con produttori di sistemi antimissile. In verità l’idea dello scudo antimissilistico è stata annunciata per la prima volta dal cancelliere tedesco Olaf Scholz in un discorso a Praga nell’agosto scorso, quando ha affermato che il Paese avrebbe investito in modo significativo nella sua difesa aerea poiché il continente aveva «molto da recuperare». Per continente Scholz intende però il suo Paese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gas-armi-germania-francia-2658451864.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="norvegia-e-usa-ci-vendono-il-gas-liquefatto-a-peso-doro-per-colpa-degli-errori-ue" data-post-id="2658451864" data-published-at="1665757287" data-use-pagination="False"> Norvegia e Usa ci vendono il gas liquefatto a peso d’oro per colpa degli errori Ue Il primo a muoversi è stato il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, che la scorsa settimana ha criticato i Paesi «anche amici» che «ottengono al momento cifre astronomiche» fornendo il proprio gas all’Unione europea. «Questo pone dei problemi che vanno affrontati», aveva aggiunto il ministro, sollecitando la Commissione Ue a occuparsi del problema. Il riferimento, per nulla velato, era a Norvegia e Stati Uniti, che hanno aumentato le loro forniture verso il Vecchio continente ai prezzi altissimi del mercato di oggi. A ruota, nelle rivendicazioni è seguito il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire, che parlando martedì all’Assemblea nazionale ha detto: «Non possiamo accettare che il nostro partner americano ci venda il suo Lng a un prezzo quattro volte superiore a quello al quale vende ai propri clienti industriali». E poi, ha proseguito, «un indebolimento economico dell’Europa non è nell’interesse degli Usa e per questo dobbiamo trovare rapporti economici più equilibrati». Un doppio rimprovero coordinato, diretto a Joe Biden perché contenga la bramosia dei metanieri a stelle e strisce. Berlino e Parigi, come noto, sono alle prese con gravi difficoltà sul fronte energetico. In Germania non arriva più il gas russo ormai da mesi e si va verso un inverno di razionamenti duri, mentre il governo ha stanziato altri 200 miliardi per pagare le bollette dei tedeschi. In Francia, dove il parco delle centrali nucleari è ancora per metà fuori servizio per problemi di manutenzione, è stato imposto un prezzo calmierato dell’energia ma il Paese è in subbuglio per la perdita del potere d’acquisto della popolazione, con diversi scioperi in corso. Mercoledì, il Consiglio europeo e la Commissione hanno fatto proprie le istanze tedesche, includendo il tema delle rinegoziazioni con i fornitori amici tra le linee di azione che la Commissione dovrà attuare nei prossimi mesi. Nella riunione di Praga è stato deciso anche di dare impulso agli acquisti congiunti, mettendo a fattor comune la posizione di acquisto europea, con la speranza di farla pesare nelle trattative sul prezzo. Tutte cose che servono alla Germania come l’ossigeno. In effetti, da quando è iniziata la crisi energetica, sia gli Stati Uniti che la Norvegia hanno aumentato le proprie esportazioni verso l’Europa. Nel 2021 la Norvegia ha esportato verso l’Unione europea 81.56 miliardi di metri cubi via gasdotto, nel 2022 siamo già a 89 (+9%). Sono però soprattutto gli Stati Uniti ad aver incrementato le proprie forniture di Lng all’Europa. Già nel 2021 i volumi erano passati a 29 miliardi di metri cubi dai 22 miliardi del 2020 (+30%), ma è nel 2022 che le consegne sono esplose, arrivando a 50,2 miliardi nei primi nove mesi dell’anno (+73% rispetto all’intero 2021). Un exploit che non ha precedenti nei rapporti tra gli Usa e l’Europa. A che prezzi ha comprato l’Europa tutto questo gas? Ai prezzi di mercato, ovviamente, alti perché molto vicini a quelli registrati al Ttf. Se il gas americano all’Henry hub viene trattato all’ingrosso a circa 22,5 euro/Mwh, quello al Ttf è intorno ai 158 euro/Mwh e il Lng destinato all’Asia viaggia attorno a un prezzo di 120 euro/Mwh (prezzi di ieri). Il fatto che l’Europa sia disposta a pagare più dell’Asia per avere il gas via nave sta privando altri Paesi delle forniture americane, ad esempio Pakistan e India. L’export Usa è già aumentato del 15% in un anno e la gran parte della capacità produttiva è impegnata con contratti a lungo termine. In più, l’incidente occorso a uno dei maggiori siti di esportazione di Freeport lng ha ulteriormente limitato la capacità statunitense, e sarà così almeno sino a marzo prossimo. Le lamentele franco-tedesche sui prezzi praticati dalle compagnie americane del gas liquido sono però assai tardive e ipocrite. Quando dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia gli Stati Uniti imposero all’Europa di abbandonare le forniture di gas russo, Bruxelles si accontentò di un generico impegno da parte degli Usa a fornire 15 miliardi di metri cubi di gas nel 2022 e di un ancor più generico impegno a portare questo quantitativo a 50 entro il 2030. Nessun accordo però è stato preso sui prezzi, a quanto risulta. Non contenti di non aver concordato nulla con gli Usa (quantitativi a lungo termine, prezzi, salvaguardie), gli improvvisati tecnoburocrati di Bruxelles lo scorso maggio hanno approvato il Repowereu, che esplicitamente spingeva a rinunciare immediatamente a due terzi delle forniture russe. A quel punto, cosa poteva frenare il prezzo del Lng, in un mercato già molto stretto, dove l’offerta è limitata? L’Unione europea si è gettata a corpo morto in un gioco più grande di lei, senza alcuna preparazione, senza avere negoziato a fondo i termini di un supporto americano a lungo termine, senza aver predisposto prima una rete di fornitori alternativi, senza aver organizzato le infrastrutture in grado di accogliere navi metaniere e senza aver negoziato prima aumenti di volume con i fornitori attuali (Algeria, Norvegia, Azerbaijan). Una clamorosa incapacità cui ora si pensa di porre rimedio con mesi di inutili trattative su fantasiosi corridoi di prezzo, nuovi benchmark e razionamenti da tempo di guerra. Dietro i richiami francesi e tedeschi all’alleato americano c’è un appello a un maggiore supporto sui prezzi, è vero. Ma vi è anche l’involontaria e drammatica presa d’atto della situazione estrema in cui si trova tutta l’Europa, condotta in un vicolo cieco da una classe dirigente misera e inetta.
Il ministro del Lavoro Marina Calderone
Intervistata dal direttore Maurizio Belpietro, il ministro del Lavoro Marina Calderone ha fatto il punto su salari, formazione e occupazione sul palco de Il giorno della Verità.
Salari, formazione e occupazione. Questi i temi fondamentali toccati dal ministro del Lavoro Marina Calderone, intervistata dal direttore Maurizio Belpietro in occasione de Il giorno della Verità.
Belpietro menziona innanzitutto i dati estremamente positivi sulla disoccupazione al 5,1% (ai minimi dal 2004). Questi risultati, secondo Calderone, derivano da tutto un insieme di fattori che funzionano, ma soprattutto dalla fiducia che le imprese hanno riacquisito grazie alla stabilità del governo Meloni. «Questo fattore è davvero importante quando un imprenditore vuole costruire qualcosa». Inoltre, afferma il ministro con orgoglio «sono in crescita i contratti a tempo indeterminato. Non è vero, come dicono le opposizioni, che il lavoro è precario. Quest'ultimo rappresenta una percentuale normale, che deriva dai periodi dell'anno in cui le aziende hanno bisogno di una certa flessibilità».
I quattro anni di governo, dunque «sono stati anni di dati positivi, costruiti gradualmente, numero su numero. Il governo, ora, deve continuare a dare fiducia e stabilità, a costruire norme che irrobustiscano il lavoro e diano prospettive ai giovani. Le condizioni del nostro mercato del lavoro ci permettono di tenere cinque generazioni diverse a lavorare. Il problema, invece, è trovare lavoratori per le aziende che li richiedono. Ma non bisogna alimentare la competizione fra giovani e anziani. Occorre far entrare prima i giovani nel mondo del lavoro».
Sul fronte dell’occupazione giovanile, Calderone si ritiene soddisfatta del fatto che negli ultimi anni la percentuale dei giovani che non lavorano si sia ridotta sensibilmente, mentre è aumentata quella delle giovani donne che lavorano. Un altro elemento positivo è il cambiamento della mentalità delle famiglie italiane: un tempo si insegnava che bisognava privilegiare i licei, mentre l’istituto professionale era considerato di Serie C. Ora, al contrario, i dati dimostrano che chi fa studi professionali ha possibilità molto elevate di trovare lavoro. Bisogna dunque spiegare ai giovani queste opportunità, al fine di valorizzare talenti diversi».
Stimolata sul tema dell'impresa privata dal direttore Belpietro, il ministro spiega che «esiste un percorso di adattamento a crisi profonde come è stato il Covid. Era già successo nel 2008 e 2010, quando c’era stata la bolla economica e il mondo del lavoro si era fermato. Per farlo ripartire ci vogliono anni. A ogni modo, negli ultimi due anni, l'Italia, anche a livello di salari, è cresciuta molto più di altri Paesi europei».
L'ultimo tema affrontato è quello delIa denatalità e dell'intelligenza artificiale, che potrebbero mettere a rischio l'occupazione e l'Inps. Su questo tema, tuttavia, Calderone ha rassicurato, citando il Rapporto fine mandato consiglio vigilanza dell’Inps: «I conti sono in equilibrio, ma bisogna accompagnare la dinamica demografica che purtroppo non gioca a nostro favore. Bisogna far crescere i montanti contributivi, riducendo gli interventi a sostegno del reddito e trasformando le ore di cassa integrazione in ore di lavoro. Così facendo avremo la possibilità di sostenere il sistema delle pensioni».
Continua a leggereRiduci
Al «Giorno della Verità» Andrea Giordano, Chief Infrastructure Officer di Aeroporti di Roma; Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth di A2A; e Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, direttore generale di Acea Acqua, si sono confrontati sul ruolo delle infrastrutture strategiche tra sicurezza energetica, sostenibilità e innovazione tecnologica. Al centro del dibattito aeroporti, reti energetiche, gestione dell’acqua e intelligenza artificiale.
Sicurezza energetica, infrastrutture strategiche e innovazione tecnologica sono stati i temi al centro del panel Le reti della sovranità – Infrastrutture, investimenti e sicurezza energetica nell’era delle crisi, moderato dalla giornalista Rai Manuela Moreno al «Giorno della Verità».
Andrea Giordano, Chief Infrastructure Officer di Aeroporti di Roma, ha illustrato il percorso di sostenibilità intrapreso dal gruppo, spiegando come la decarbonizzazione rappresenti non soltanto un obiettivo ambientale ma un approccio strutturale allo sviluppo delle infrastrutture aeroportuali.
Tra gli interventi già realizzati, Giordano ha ricordato l’installazione di oltre 55.000 pannelli fotovoltaici nell’area di Fiumicino, visibili anche durante le fasi di atterraggio. Un investimento che rientra nella strategia di riduzione delle emissioni e che viene sostenuto attraverso strumenti di finanza sostenibile.
Lo stesso manager ha poi affrontato il tema dello sviluppo dello scalo romano, evidenziando come il traffico dell’aeroporto cresca mediamente del 3% ogni anno. Secondo le previsioni di Aeroporti di Roma, dopo il 2040 Fiumicino potrebbe superare la soglia dei 100 milioni di passeggeri annui.
In questo quadro si inserisce il progetto di una nuova pista, che secondo Giordano potrebbe generare una ricaduta economica stimata in circa 18 miliardi di euro e migliaia di nuovi posti di lavoro. Una prospettiva che si lega anche alla crescente competizione con altri grandi hub internazionali del Mediterraneo e d’Europa, da Istanbul a Barcellona fino a Londra.
Sul fronte della sicurezza delle infrastrutture è intervenuto Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, direttore generale di Acea Acqua, che ha sottolineato come oggi la protezione delle reti non possa più essere considerata soltanto in termini fisici.
«La sicurezza ha ormai anche una dimensione digitale», ha spiegato, soffermandosi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella gestione delle infrastrutture idriche. Secondo Naranjo, le nuove tecnologie consentono di passare da un approccio reattivo a uno preventivo, grazie alla capacità di monitorare i sistemi, individuare anomalie e segnalare possibili criticità prima che si trasformino in guasti o interruzioni del servizio.
In collegamento video è intervenuto anche Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth di A2A, che ha affrontato il tema dell’autonomia energetica. Secondo Giussani, l’obiettivo deve essere quello di rendere il sistema energetico meno esposto a condizionamenti esterni e più resiliente rispetto alle crisi.
Per raggiungere questo risultato, ha osservato, occorre puntare sulle fonti rinnovabili, che oggi presentano costi inferiori rispetto a quelle fossili, ma che necessitano di infrastrutture e investimenti adeguati per garantire stabilità e continuità della produzione.
Dal confronto è emersa una visione comune: infrastrutture moderne, innovazione tecnologica e investimenti rappresentano elementi essenziali per rafforzare la competitività del Paese e affrontare le sfide energetiche e industriali dei prossimi anni.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 23 giugno 2026. Il senatore di Fdi Luca De Carlo ci racconta del Mundialito, esempio di buona integrazione organizzato dal Comune di Belluno.
Il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin
Uno dei grandi temi energetici a livello nazionale è senza dubbio il nucleare. La riforma in merito è all'inizio del percorso in Senato, ed è già stato approvato il primo giro alla Camera. «La speranza», sostiene il ministro, «è di chiudere tutto entro la pausa estiva per poi presentare una proposta di decreto attuativo entro la fine dell'anno».
Ricorda inoltre che, nonostante il referendum che ha chiuso la relazione dell'Italia con il nucleare risalga al lontano 1987, «in Europa siamo rimasti il secondo Paese per competenze. Pensiamo a Marsiglia, dove si sta costruendo un enorme reattore di prova per la fusione nucleare: per quella infrastruttura, la guida è tutta italiana».
Nell'attesa, si continua ad andare avanti sul gas, che tuttavia presenta un forte problema di costi: il problema, racconta il ministro, è che quando arriva in Europa (sia che provenga dagli Usa sia dalla Russia) il prezzo si alza inevitabilmente. Chiaro poi che il blocco dello stretto di Hormuz ne abbia ulteriormente alzato i prezzi.
Spostando la tematica sul cambiamento climatico, le parole d'ordine sono adattamento e mitigazione. Pichetto Fratin, a questo proposito, spiega che «l'energia pulita significa proprio mitigazione, ad esempio un minor utilizzo del fossile. L'Italia, attualmente, pesa sulle emissioni mondiali per 0,6 %. Un terzo della nostra ricchezza risiede nelle esportazioni, non perché l'Italia faccia i prezzi più bassi (le commodities le vende la Cina), ma perché punta sulla qualità. Per produrre la stessa energia di un piccolo reattore nucleare da 300 MegaWatt (che occupa lo spazio di 3/4 campi da calcio), con il fotovoltaico occuperemmo lo spazio impressionante di 3000/4000 campi da calcio».
Riguardo alla lite fra Meloni e Trump, il ministro non pensa vi possano essere delle conseguenze a livello energetico: «Il mercato viaggia indipendentemente degli eventuali colpi di testa di Trump. Personalmente, già all'epoca delle elezioni, pensavo che per l'Europa fosse meglio la vittoria di Kamala Harris».
L'intervista si è chiusa con un commento sul generale Vannacci e sul suo partito Futuro nazionale: «Rappresenta certamente una parte della posizione politica nazionale. Bisogna tuttavia ancora vedere qual è la sua reale forza. Per quanto riguarda eventuali alleanze, le coalizioni si fanno sui contenuti, sugli obiettivi comuni. Le sue posizioni non rappresentano le mie».
Continua a leggereRiduci