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2018-08-02
«Foa non lo votiamo»: Fi sceglie la Rai per mollare Salvini
Ansa
Marcello Foa non sarà il presidente della Rai, ma sarà il nome su cui il centrodestra rischia di infrangersi definitivamente. Ieri la sorpresa in commissione bilaterale di Vigilanza non c'è stata, ma come previsto la nomina di Foa è stata bocciata. Né ci saranno ulteriori trattative tra Lega e Forza Italia dopo la definitiva presa di posizione di Silvio Berlusconi che al diktat di Salvini («Foa deve andare avanti: io gli riconfermo la fiducia. È assurdo che Forza Italia dica no: tutto il centrodestra sia compatto»), ha diffuso una nota assicurando che Fi non rivoterà Foa se venisse riproposto come presidente Rai. Il leader azzurro fa riferimento a «problemi giuridici non superabili, secondo il parere di autorevoli professionisti», evocando il rischio di una violazione della procedura istituzionale. Praticamente lo stesso motivo addotto dal Pd che ha parlato di violazione delle norme parlamentari e di mortificazione del Parlamento. A questo punto il leader della Lega ha tirato le somme: «Forza Italia ha scelto il Pd per fermare il cambiamento».
La nomina del giornalista Marcello Foa, proposto dal Mef su indicazione di Lega e M5s per la presidenza della Rai, è stata bocciata dal voto vincolante di Palazzo San Macuto. Foa ha raccolto solo 22 voti sui 27 richiesti dal quorum dei due terzi necessari per la ratifica. A favore hanno votato Lega, M5s e Fratelli d'Italia, contro Forza Italia, Pd e Liberi e uguali, che non hanno partecipato al voto. L'unico forzista in aula, il presidente di commissione Alberto Barachini, probabilmente ha votato scheda bianca, l'unica. In realtà i voti per Foa avrebbero dovuto essere 23 contando i 14 componenti M5s, i 7 della Lega e i 2 di FdI, ma pare fosse assente un parlamentare grillino. Come da previsioni, l'ok a maggioranza nel cda Rai di martedì alla nomina del giornalista italo elvetico non è bastato: il nome di Foa non era piaciuto fin dall'inizio al Pd per le sue posizioni sovraniste ma soprattutto a Forza Italia che aveva contestato il metodo usato dal governo per sceglierlo attaccando l'alleato Salvini per non aver consultato Berlusconi. Per la verità, il leader della Lega ieri aveva incontrato il Cav al San Raffaele che però gli aveva confermato il suo no. Crisi politica a parte, il nodo resta da sciogliere e per questo dopo una veloce riunione ieri pomeriggio, il cda di Viale Mazzini è aggiornato per oggi.
Il presidente mancato, infatti, aveva commentato così l'esito del voto: «Prendo atto con rispetto della decisione della commissione di Vigilanza della Rai. Come noto, non ho chiesto alcun incarico nel consiglio che mi è stato proposto dall'azionista. Non posso, pertanto, che mettermi a disposizione invitandolo a indicarmi quali siano i passi più opportuni da intraprendere nell'interesse della Rai». Se il governo gli avesse chiesto le dimissioni (come fece Andrea Monorchio nel 2005 bocciato dalla Vigilanza) Foa lo avrebbe fatto con la stessa disponibilità con cui ha accettato l'incarico e invece proprio il ministero dell'Economia gli ha confermato che può restare al suo posto e il cda della Rai andrà avanti così com'è contando sul ruolo che lo stesso Foa ricoprirà nel cda come consigliere anziano (a 55 anni è il più avanti in età tra i sette componenti del consiglio). Un ruolo contemplato dallo Statuto della Rai, ma già contestato dall'opposizione, in particolare dal dem Michele Anzaldi che ha annunciato già ricorsi nell'eventualità che Foa resti come «supplente», domandandosi come fa a tacere «Fico dopo essere stato a capo della Vigilanza. Con un presidente Rai facente funzioni si potrà procedere anche alle nomine dei direttori di rete e di testata che tanto interessano non soltanto al governo gialloblù, ma anche a Forza Italia. Nel frattempo la maggioranza di governo troverà un altro nome oppure sempre su Foa si troverà un accordo in Vigilanza. Al momento sembra decaduta la possibilità di far ritrovare l'intesa al centrodestra puntando sul nome di riserva, Giampaolo Rossi, uno dei consiglieri votati dal Parlamento, vicino a Fdi, ex presidente Rainet che però non trova l'ok del M5s. Luigi Di Maio, infatti, parlando in commissione Lavori pubblici in Senato, ha spiegato che «se ci sarà un'intesa tra le forze politiche su Foa è auspicabile che torni, altrimenti sono le forze politiche che siedono in commissione, nella loro interlocuzione, che possono trovare un'alternativa. Il governo non può ignorare la commissione di Vigilanza Rai: se ci sarà un'intesa su Foa per me è auspicabile che torni in commissione di Vigilanza, se non c'è non può tornare». Più possibilista Gianluigi Paragone, capogruppo M5s in commissione di Vigilanza che a caldo aveva commentato: «Mi auguro che Foa non si dimetta. Il patto del Nazareno regge sulle televisioni, questo è il voto di una minoranza».
«Vogliono una Rai asservita ai comandi di Salvini e della Casaleggio. Il Parlamento ha detto no. La commissione di Vigilanza ha fermato questo scempio», aveva detto il segretario Maurizio Martina. Certi di una soluzione i capigruppo della Lega Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo «dispiaciuti dell'asse Pd-Fi che cerca di fermare il cambiamento, sia del Paese che della Rai. Dal Pd non ci aspettiamo nulla, con Fi invece siamo pronti a confrontarci perché sicuri che anche la Rai abbia bisogno di aria nuova, cambiamento, qualità e meritocrazia. Siamo convinti che i fraintendimenti di questi giorni sul metodo, più che sul merito, possano essere superati». Nessuno spiraglio però avevano lasciato intravedere le capigruppo azzurre, Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini: «Altro che asse tra Pd e Fi sulla Rai. L'unico asse di cui siamo profondamente rammaricati è quello che si è creato in violazione della volontà popolare tra Lega e M5s». Mentre Salvini e Berlusconi sono sempre più lontani la partita torna nelle mani di Lega e M5s. Intanto oggi primo atto di un inedito cda Rai.
Sarina Biraghi
Che lui resista o si dimetta il centrodestra è andato
«Confermo la fiducia a Marcello Foa, lui resta la nostra prima scelta». Bicipiti scolpiti e gomito sul tavolo, Matteo Salvini non ha alcuna intenzione di cedere. Ma adesso il giornalista montanelliano rischia di essere presidente della Rai per un giorno. Il decisionismo del leader della Lega non ha impressionato il Silvio Berlusconi, che all'ora dell'apericena lo ha gelato: «Il candidato non è più votabile».
Il colpo di scena in fondo al giorno più lungo ha colto di sorpresa anche Luigi Di Maio, che con una frase sibillina aveva lasciato intuire dove stava il nocciolo della faccenda: «Se ci sarà un'intesa fra le forze politiche su Foa, e per me è auspicabile, allora lui tornerà per prendere i due terzi delle preferenze. In caso contrario si dovrà cambiare cavallo. Non lo dico io, ma la legge». Il nodo è Forza Italia e come sempre la vera partita si stava giocando sotto il tavolo.
Ieri pomeriggio la situazione sembrava meno rigida rispetto ai giorni scorsi. «Le questioni di metodo si superano, sono quelle di merito che contano, abbiamo ripreso a ragionare», spiegavano a Palazzo Grazioli dopo lo show-down in commissione di Vigilanza e quell'astensione che voleva essere un avviso ai naviganti, una richiesta silenziosa di maggiore coinvolgimento nelle decisioni istituzionali.
Poi, verso sera, ecco la dichiarazione di Silvio Berlusconi a radicalizzare di nuovo la faccenda: «L'eventuale riproposizione dello stesso nome presenta, secondo il parere di autorevoli professionisti, problemi giuridici non superabili. Non potrà quindi essere votata dai componenti di Forza Italia». Una posizione frontale, da guerra fredda, alla quale Salvini ha risposto con una frase lapidaria: «Ha deciso di stare col Pd». E adesso, sul nodo Foa, si giocano i destini della coalizione di centrodestra, mai così vicina allo strappo definitivo.
Partita finita? Così sembrerebbe. Per Salvini non sarà facile uscire dal cul de sac. E in questo caso a vincere sarebbe Maurizio Gasparri, che da un paio di giorni ripete: «Il metodo è sbagliato, il candidato va cambiato». Va così, anche se in Forza Italia più di una voce moderata si è sollevata a sottolineare che sarebbe folle buttare a mare un liberale di area centrodestra come Foa per doversi trovare davanti pretendenti distanti anni luce dal Cavaliere come Milena Gabanelli o Peter Gomez. A quel punto votabili dalla Lega furente.
La giornata chiusa dal ruggito di Berlusconi è stata lunga, piena di minuetti e di colpi di coda. All'inizio del pomeriggio le strade percorribili erano due. La prima, una gestione del consiglio d'amministrazione in regime d'emergenza da parte del consigliere più anziano, come da statuto e come aveva fatto, prima di dimettersi, Andrea Monorchio. Quindi lo stesso Foa, che con 54 anni è il meno giovane, a prova di caccia alle streghe. Questo a cominciare da stamane, nel board convocato per le 11, e fino a quando non si sarebbe trovata quella che le parti cominciavano a definire «un'armonia sostanziale». A quel punto sembrava possibile tornare a Palazzo San Macuto per contarsi di nuovo sullo stesso nome. Titolo del film: Foa dopo Foa.
La seconda possibilità, ora più realistica, è una richiesta dell'azionista (il ministro di Economia e Tesoro, Giovanni Tria) al presidente designato di fare un passo indietro per lasciare il posto a un nuovo candidato condiviso. Allo stato questa figura alternativa non c'è e un colonnello della Lega spiega: «Rischiamo di far vincere la partita al Pd che sta perdendo tre a zero su tutta la linea. Eppure Berlusconi sa che il pin renziano sulla giacca da affiliato al Nazareno Ter sarebbe politicamente devastante». In giornata si era fatta largo la voce di un cambio di cavallo in corsa, con il consigliere Giampaolo Rossi in pole position per la presidenza. Rossi è stato votato anche da Forza Italia, ma è molto vicino a Giorgia Meloni. Su di lui avrebbero messo il veto i leader 5 stelle per non attizzare nuovi incendi con la base rosè del movimento, la stessa che si oppose ferocemente all'ingresso di Fratelli d'Italia nel governo.
Mentre la sinistra strilla all'assenza di una figura super partes e alle derive partitocratiche (dopo Roberto Zaccaria, Claudio Petruccioli, Lucia Annunziata, Enzo Siciliano il problema non scalda nessun cuore adulto), nel silenzio delle antiche pietre si è mosso anche Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica non ha ovviamente espresso posizioni personali per non interferire, ma ha fatto trapelare l'auspicio che per i vertici di viale Mazzini si arrivi a una soluzione «che sia e venga percepita super partes». Nessuna pressione sul nome, nessuna volontà di far pesare quel tweet di critica (da privato cittadino in sintonia con milioni di privati cittadini) durante i giorni delle pressioni europee contro il governo di Giuseppe Conte in costruzione.
Marcello Foa, uscito in anticipo dalle vacanze in Grecia con la famiglia per entrare nella tempesta perfetta, ieri ha rilasciato una dichiarazione ufficiale con la quale fa capire di voler attendere le decisioni del governo. E di essere disponibile a un passo indietro. «Non ho chiesto alcun incarico nel consiglio che mi è stato proposto dall'azionista. Non posso, pertanto, che mettermi a sua disposizione invitandolo a indicarmi quali sono i passi più opportuni da intraprendere nell'interesse della Rai». Una posizione istituzionale, prudente, com'è nel carattere del personaggio. Con un solo momento di sconforto: quando ha letto sul Corriere della Sera di avere preso possesso dell'ufficio del predecessore Monica Maggioni. «Sarebbe stato assurdo, mi sono semplicemente fermato a scrivere in una saletta lì vicina, indicatami dagli impiegati». A proposito di fake news con la cravatta.
Giorgio Gandola
«Silvio Berlusconi al San Raffaele». Il ricovero lampo riaccende il giallo
Giornate faticose per Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia ieri ha dovuto occuparsi di Rai e della riorganizzazione del partito dall'ospedale San Raffaele di Milano, dove è tornato per sottoporsi a una nuova serie di controlli medici, dopo quelli effettuati nei giorni scorsi. Le condizioni di salute dell'ex premier, a quanto riferiscono diverse fonti parlamentari di Forza Italia, sono tutt'altro che preoccupanti. Anche dall'ospedale trapela che si tratta «di normali controlli programmati da tempo e che non richiedono ricovero: fanno parte della routine per tenere sotto controllo gli esiti dei diversi interventi a cui è stato sottoposto negli scorsi anni».
Inevitabile l'apprensione per le condizioni di salute dell'ex premier, ma gli azzurri interpellati dalla Verità non hanno alcuna preoccupazione per la salute del «Caro leader», che il prossimo 29 settembre compirà 82 anni. Del resto, per spazzare via ogni allarmismo, basta constatare che ieri mattina, proprio al San Raffaele, Berlusconi ha incontrato Matteo Salvini, con il quale ha discusso della «patata bollente» relativa alla presidenza della Rai.
Inevitabilmente, come sempre accade quando Berlusconi si reca al San Raffaele, per l'intera giornata si sono diffusi sospetti sulle reali condizioni di salute dell'ex premier. Non a caso, nel tardo pomeriggio, lo staff del leader di Forza Italia ha diffuso una nota sull'argomento: «Sono riprese le voci», recita il comunicato, «sulla presunta condizione di salute preoccupante del presidente Berlusconi. Il presidente è rientrato al San Raffaele per completare gli esami e i test clinici schedulati da mesi e già programmati proprio in due tempi. Tali esami», prosegue la nota, «hanno confermato uno stato di salute ottimale che consentirà una dimissione nella giornata di domani (oggi per chi legge, ndr)».
Dunque, salvo imprevisti, oggi Berlusconi dovrebbe lasciare il San Raffaele e tornare ad Arcore. I controlli periodici ai quali si sottopone il leader di Fi sono necessari per monitorare costantemente il suo stato di salute, dopo l'intervento a cuore aperto al quale è stato sottoposto nel giugno 2016 per la sostituzione della valvola aortica. Un'operazione, quella di due anni fa, perfettamente riuscita, che ovviamente rende necessari dei controlli specialistici periodici.
Berlusconi aveva effettuato una prime serie di controlli tra domenica e lunedì scorso. «È tutto a posto», aveva commentato Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo e vicepresidente di Forza Italia, «ho sentito più volte Berlusconi: è in forma smagliante, ha solo fatto dei controlli periodici come li facciamo tutti».
Nel giugno 2016, Silvio Berlusconi si sottopose a un intervento chirurgico delicato, quello appunto per la sostituzione della valvola aortica, che durò quattro ore. L'operazione si era resa indispensabile, poiché Berlusconi nei giorni precedenti aveva avuto uno scompenso cardiaco: «Era qualche giorno», disse il suo medico personale, Alberto Zangrillo, spiegando i motivi della decisione di intervenire chirugicamente, «che il presidente appariva stanco, ma è un uomo che non si risparmia, ha voluto prima esercitare il diritto dovere del voto e poi ricoverarsi». Berlusconi si sentì male la sera del 5 giugno 2016, la domenica delle elezioni comunali. Fu operato il 14 giugno da una équipe guidata dal cardiochirurgo Ottavio Alfieri e dal medico personale dell'ex premier, il responsabile dell'unità operativa di anestesia e rianimazione, Alberto Zangrillo.
Sei mesi prima, il 4 dicembre 2015, Silvio Berlusconi si era sottoposto a un intervento programmato di sostituzione del pacemaker. L'intervento venne eseguito dal dottor Simone Gulletta, responsabile dell'unità funzionale del San Raffaele, con la collaborazione dello stesso Zangrillo. Come è inevitabile, ogni volta che l'ex premier si reca al San Raffaele, si diffondono voci sulle sue condizioni di salute. Ieri, la Verità ha interpellato diverse fonti vicine a Berlusconi, e tutte hanno ripetuto che i controlli ai quali il Cavaliere si sottopone periodicamente sono assolutamente di prassi, programmati e legati all'intervento al quale è stato sottoposto due anni fa. Oggi, Silvio Berlusconi dovrebbe lasciare l'ospedale, e tutto sarà più chiaro.
Carlo Tarallo
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No categorico del Cav, che si aggrappa a ipotetici «problemi giuridici insuperabili». Gelido il Carroccio: «Sta con i dem».Il ministro dell'Interno stava lavorando a un'intesa con i forzisti in Vigilanza. Ora resta solo l'ipotesi del passo indietro del giornalista. Ma un nome condiviso non c'è.«Silvio Berlusconi al San Raffaele». Il ricovero lampo riaccende il giallo. «Solo controlli di routine», tranquillizza l'entourage del leader azzurro Inevitabile l'apprensione sulla salute del Cav, ma le voci di corridoio vengono subito smentite. Oggi sarà dimesso. Lo speciale contiene tre articoliMarcello Foa non sarà il presidente della Rai, ma sarà il nome su cui il centrodestra rischia di infrangersi definitivamente. Ieri la sorpresa in commissione bilaterale di Vigilanza non c'è stata, ma come previsto la nomina di Foa è stata bocciata. Né ci saranno ulteriori trattative tra Lega e Forza Italia dopo la definitiva presa di posizione di Silvio Berlusconi che al diktat di Salvini («Foa deve andare avanti: io gli riconfermo la fiducia. È assurdo che Forza Italia dica no: tutto il centrodestra sia compatto»), ha diffuso una nota assicurando che Fi non rivoterà Foa se venisse riproposto come presidente Rai. Il leader azzurro fa riferimento a «problemi giuridici non superabili, secondo il parere di autorevoli professionisti», evocando il rischio di una violazione della procedura istituzionale. Praticamente lo stesso motivo addotto dal Pd che ha parlato di violazione delle norme parlamentari e di mortificazione del Parlamento. A questo punto il leader della Lega ha tirato le somme: «Forza Italia ha scelto il Pd per fermare il cambiamento».La nomina del giornalista Marcello Foa, proposto dal Mef su indicazione di Lega e M5s per la presidenza della Rai, è stata bocciata dal voto vincolante di Palazzo San Macuto. Foa ha raccolto solo 22 voti sui 27 richiesti dal quorum dei due terzi necessari per la ratifica. A favore hanno votato Lega, M5s e Fratelli d'Italia, contro Forza Italia, Pd e Liberi e uguali, che non hanno partecipato al voto. L'unico forzista in aula, il presidente di commissione Alberto Barachini, probabilmente ha votato scheda bianca, l'unica. In realtà i voti per Foa avrebbero dovuto essere 23 contando i 14 componenti M5s, i 7 della Lega e i 2 di FdI, ma pare fosse assente un parlamentare grillino. Come da previsioni, l'ok a maggioranza nel cda Rai di martedì alla nomina del giornalista italo elvetico non è bastato: il nome di Foa non era piaciuto fin dall'inizio al Pd per le sue posizioni sovraniste ma soprattutto a Forza Italia che aveva contestato il metodo usato dal governo per sceglierlo attaccando l'alleato Salvini per non aver consultato Berlusconi. Per la verità, il leader della Lega ieri aveva incontrato il Cav al San Raffaele che però gli aveva confermato il suo no. Crisi politica a parte, il nodo resta da sciogliere e per questo dopo una veloce riunione ieri pomeriggio, il cda di Viale Mazzini è aggiornato per oggi. Il presidente mancato, infatti, aveva commentato così l'esito del voto: «Prendo atto con rispetto della decisione della commissione di Vigilanza della Rai. Come noto, non ho chiesto alcun incarico nel consiglio che mi è stato proposto dall'azionista. Non posso, pertanto, che mettermi a disposizione invitandolo a indicarmi quali siano i passi più opportuni da intraprendere nell'interesse della Rai». Se il governo gli avesse chiesto le dimissioni (come fece Andrea Monorchio nel 2005 bocciato dalla Vigilanza) Foa lo avrebbe fatto con la stessa disponibilità con cui ha accettato l'incarico e invece proprio il ministero dell'Economia gli ha confermato che può restare al suo posto e il cda della Rai andrà avanti così com'è contando sul ruolo che lo stesso Foa ricoprirà nel cda come consigliere anziano (a 55 anni è il più avanti in età tra i sette componenti del consiglio). Un ruolo contemplato dallo Statuto della Rai, ma già contestato dall'opposizione, in particolare dal dem Michele Anzaldi che ha annunciato già ricorsi nell'eventualità che Foa resti come «supplente», domandandosi come fa a tacere «Fico dopo essere stato a capo della Vigilanza. Con un presidente Rai facente funzioni si potrà procedere anche alle nomine dei direttori di rete e di testata che tanto interessano non soltanto al governo gialloblù, ma anche a Forza Italia. Nel frattempo la maggioranza di governo troverà un altro nome oppure sempre su Foa si troverà un accordo in Vigilanza. Al momento sembra decaduta la possibilità di far ritrovare l'intesa al centrodestra puntando sul nome di riserva, Giampaolo Rossi, uno dei consiglieri votati dal Parlamento, vicino a Fdi, ex presidente Rainet che però non trova l'ok del M5s. Luigi Di Maio, infatti, parlando in commissione Lavori pubblici in Senato, ha spiegato che «se ci sarà un'intesa tra le forze politiche su Foa è auspicabile che torni, altrimenti sono le forze politiche che siedono in commissione, nella loro interlocuzione, che possono trovare un'alternativa. Il governo non può ignorare la commissione di Vigilanza Rai: se ci sarà un'intesa su Foa per me è auspicabile che torni in commissione di Vigilanza, se non c'è non può tornare». Più possibilista Gianluigi Paragone, capogruppo M5s in commissione di Vigilanza che a caldo aveva commentato: «Mi auguro che Foa non si dimetta. Il patto del Nazareno regge sulle televisioni, questo è il voto di una minoranza». «Vogliono una Rai asservita ai comandi di Salvini e della Casaleggio. Il Parlamento ha detto no. La commissione di Vigilanza ha fermato questo scempio», aveva detto il segretario Maurizio Martina. Certi di una soluzione i capigruppo della Lega Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo «dispiaciuti dell'asse Pd-Fi che cerca di fermare il cambiamento, sia del Paese che della Rai. Dal Pd non ci aspettiamo nulla, con Fi invece siamo pronti a confrontarci perché sicuri che anche la Rai abbia bisogno di aria nuova, cambiamento, qualità e meritocrazia. Siamo convinti che i fraintendimenti di questi giorni sul metodo, più che sul merito, possano essere superati». Nessuno spiraglio però avevano lasciato intravedere le capigruppo azzurre, Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini: «Altro che asse tra Pd e Fi sulla Rai. L'unico asse di cui siamo profondamente rammaricati è quello che si è creato in violazione della volontà popolare tra Lega e M5s». Mentre Salvini e Berlusconi sono sempre più lontani la partita torna nelle mani di Lega e M5s. Intanto oggi primo atto di un inedito cda Rai.Sarina Biraghi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/foa-non-lo-votiamo-fi-sceglie-la-rai-per-mollare-salvini-2591862326.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="che-lui-resista-o-si-dimetta-il-centrodestra-e-andato" data-post-id="2591862326" data-published-at="1774133070" data-use-pagination="False"> Che lui resista o si dimetta il centrodestra è andato «Confermo la fiducia a Marcello Foa, lui resta la nostra prima scelta». Bicipiti scolpiti e gomito sul tavolo, Matteo Salvini non ha alcuna intenzione di cedere. Ma adesso il giornalista montanelliano rischia di essere presidente della Rai per un giorno. Il decisionismo del leader della Lega non ha impressionato il Silvio Berlusconi, che all'ora dell'apericena lo ha gelato: «Il candidato non è più votabile». Il colpo di scena in fondo al giorno più lungo ha colto di sorpresa anche Luigi Di Maio, che con una frase sibillina aveva lasciato intuire dove stava il nocciolo della faccenda: «Se ci sarà un'intesa fra le forze politiche su Foa, e per me è auspicabile, allora lui tornerà per prendere i due terzi delle preferenze. In caso contrario si dovrà cambiare cavallo. Non lo dico io, ma la legge». Il nodo è Forza Italia e come sempre la vera partita si stava giocando sotto il tavolo. Ieri pomeriggio la situazione sembrava meno rigida rispetto ai giorni scorsi. «Le questioni di metodo si superano, sono quelle di merito che contano, abbiamo ripreso a ragionare», spiegavano a Palazzo Grazioli dopo lo show-down in commissione di Vigilanza e quell'astensione che voleva essere un avviso ai naviganti, una richiesta silenziosa di maggiore coinvolgimento nelle decisioni istituzionali. Poi, verso sera, ecco la dichiarazione di Silvio Berlusconi a radicalizzare di nuovo la faccenda: «L'eventuale riproposizione dello stesso nome presenta, secondo il parere di autorevoli professionisti, problemi giuridici non superabili. Non potrà quindi essere votata dai componenti di Forza Italia». Una posizione frontale, da guerra fredda, alla quale Salvini ha risposto con una frase lapidaria: «Ha deciso di stare col Pd». E adesso, sul nodo Foa, si giocano i destini della coalizione di centrodestra, mai così vicina allo strappo definitivo. Partita finita? Così sembrerebbe. Per Salvini non sarà facile uscire dal cul de sac. E in questo caso a vincere sarebbe Maurizio Gasparri, che da un paio di giorni ripete: «Il metodo è sbagliato, il candidato va cambiato». Va così, anche se in Forza Italia più di una voce moderata si è sollevata a sottolineare che sarebbe folle buttare a mare un liberale di area centrodestra come Foa per doversi trovare davanti pretendenti distanti anni luce dal Cavaliere come Milena Gabanelli o Peter Gomez. A quel punto votabili dalla Lega furente. La giornata chiusa dal ruggito di Berlusconi è stata lunga, piena di minuetti e di colpi di coda. All'inizio del pomeriggio le strade percorribili erano due. La prima, una gestione del consiglio d'amministrazione in regime d'emergenza da parte del consigliere più anziano, come da statuto e come aveva fatto, prima di dimettersi, Andrea Monorchio. Quindi lo stesso Foa, che con 54 anni è il meno giovane, a prova di caccia alle streghe. Questo a cominciare da stamane, nel board convocato per le 11, e fino a quando non si sarebbe trovata quella che le parti cominciavano a definire «un'armonia sostanziale». A quel punto sembrava possibile tornare a Palazzo San Macuto per contarsi di nuovo sullo stesso nome. Titolo del film: Foa dopo Foa. La seconda possibilità, ora più realistica, è una richiesta dell'azionista (il ministro di Economia e Tesoro, Giovanni Tria) al presidente designato di fare un passo indietro per lasciare il posto a un nuovo candidato condiviso. Allo stato questa figura alternativa non c'è e un colonnello della Lega spiega: «Rischiamo di far vincere la partita al Pd che sta perdendo tre a zero su tutta la linea. Eppure Berlusconi sa che il pin renziano sulla giacca da affiliato al Nazareno Ter sarebbe politicamente devastante». In giornata si era fatta largo la voce di un cambio di cavallo in corsa, con il consigliere Giampaolo Rossi in pole position per la presidenza. Rossi è stato votato anche da Forza Italia, ma è molto vicino a Giorgia Meloni. Su di lui avrebbero messo il veto i leader 5 stelle per non attizzare nuovi incendi con la base rosè del movimento, la stessa che si oppose ferocemente all'ingresso di Fratelli d'Italia nel governo. Mentre la sinistra strilla all'assenza di una figura super partes e alle derive partitocratiche (dopo Roberto Zaccaria, Claudio Petruccioli, Lucia Annunziata, Enzo Siciliano il problema non scalda nessun cuore adulto), nel silenzio delle antiche pietre si è mosso anche Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica non ha ovviamente espresso posizioni personali per non interferire, ma ha fatto trapelare l'auspicio che per i vertici di viale Mazzini si arrivi a una soluzione «che sia e venga percepita super partes». Nessuna pressione sul nome, nessuna volontà di far pesare quel tweet di critica (da privato cittadino in sintonia con milioni di privati cittadini) durante i giorni delle pressioni europee contro il governo di Giuseppe Conte in costruzione. Marcello Foa, uscito in anticipo dalle vacanze in Grecia con la famiglia per entrare nella tempesta perfetta, ieri ha rilasciato una dichiarazione ufficiale con la quale fa capire di voler attendere le decisioni del governo. E di essere disponibile a un passo indietro. «Non ho chiesto alcun incarico nel consiglio che mi è stato proposto dall'azionista. Non posso, pertanto, che mettermi a sua disposizione invitandolo a indicarmi quali sono i passi più opportuni da intraprendere nell'interesse della Rai». Una posizione istituzionale, prudente, com'è nel carattere del personaggio. Con un solo momento di sconforto: quando ha letto sul Corriere della Sera di avere preso possesso dell'ufficio del predecessore Monica Maggioni. «Sarebbe stato assurdo, mi sono semplicemente fermato a scrivere in una saletta lì vicina, indicatami dagli impiegati». A proposito di fake news con la cravatta. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/foa-non-lo-votiamo-fi-sceglie-la-rai-per-mollare-salvini-2591862326.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="silvio-berlusconi-al-san-raffaele-il-ricovero-lampo-riaccende-il-giallo" data-post-id="2591862326" data-published-at="1774133070" data-use-pagination="False"> «Silvio Berlusconi al San Raffaele». Il ricovero lampo riaccende il giallo Giornate faticose per Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia ieri ha dovuto occuparsi di Rai e della riorganizzazione del partito dall'ospedale San Raffaele di Milano, dove è tornato per sottoporsi a una nuova serie di controlli medici, dopo quelli effettuati nei giorni scorsi. Le condizioni di salute dell'ex premier, a quanto riferiscono diverse fonti parlamentari di Forza Italia, sono tutt'altro che preoccupanti. Anche dall'ospedale trapela che si tratta «di normali controlli programmati da tempo e che non richiedono ricovero: fanno parte della routine per tenere sotto controllo gli esiti dei diversi interventi a cui è stato sottoposto negli scorsi anni». Inevitabile l'apprensione per le condizioni di salute dell'ex premier, ma gli azzurri interpellati dalla Verità non hanno alcuna preoccupazione per la salute del «Caro leader», che il prossimo 29 settembre compirà 82 anni. Del resto, per spazzare via ogni allarmismo, basta constatare che ieri mattina, proprio al San Raffaele, Berlusconi ha incontrato Matteo Salvini, con il quale ha discusso della «patata bollente» relativa alla presidenza della Rai. Inevitabilmente, come sempre accade quando Berlusconi si reca al San Raffaele, per l'intera giornata si sono diffusi sospetti sulle reali condizioni di salute dell'ex premier. Non a caso, nel tardo pomeriggio, lo staff del leader di Forza Italia ha diffuso una nota sull'argomento: «Sono riprese le voci», recita il comunicato, «sulla presunta condizione di salute preoccupante del presidente Berlusconi. Il presidente è rientrato al San Raffaele per completare gli esami e i test clinici schedulati da mesi e già programmati proprio in due tempi. Tali esami», prosegue la nota, «hanno confermato uno stato di salute ottimale che consentirà una dimissione nella giornata di domani (oggi per chi legge, ndr)». Dunque, salvo imprevisti, oggi Berlusconi dovrebbe lasciare il San Raffaele e tornare ad Arcore. I controlli periodici ai quali si sottopone il leader di Fi sono necessari per monitorare costantemente il suo stato di salute, dopo l'intervento a cuore aperto al quale è stato sottoposto nel giugno 2016 per la sostituzione della valvola aortica. Un'operazione, quella di due anni fa, perfettamente riuscita, che ovviamente rende necessari dei controlli specialistici periodici. Berlusconi aveva effettuato una prime serie di controlli tra domenica e lunedì scorso. «È tutto a posto», aveva commentato Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo e vicepresidente di Forza Italia, «ho sentito più volte Berlusconi: è in forma smagliante, ha solo fatto dei controlli periodici come li facciamo tutti». Nel giugno 2016, Silvio Berlusconi si sottopose a un intervento chirurgico delicato, quello appunto per la sostituzione della valvola aortica, che durò quattro ore. L'operazione si era resa indispensabile, poiché Berlusconi nei giorni precedenti aveva avuto uno scompenso cardiaco: «Era qualche giorno», disse il suo medico personale, Alberto Zangrillo, spiegando i motivi della decisione di intervenire chirugicamente, «che il presidente appariva stanco, ma è un uomo che non si risparmia, ha voluto prima esercitare il diritto dovere del voto e poi ricoverarsi». Berlusconi si sentì male la sera del 5 giugno 2016, la domenica delle elezioni comunali. Fu operato il 14 giugno da una équipe guidata dal cardiochirurgo Ottavio Alfieri e dal medico personale dell'ex premier, il responsabile dell'unità operativa di anestesia e rianimazione, Alberto Zangrillo. Sei mesi prima, il 4 dicembre 2015, Silvio Berlusconi si era sottoposto a un intervento programmato di sostituzione del pacemaker. L'intervento venne eseguito dal dottor Simone Gulletta, responsabile dell'unità funzionale del San Raffaele, con la collaborazione dello stesso Zangrillo. Come è inevitabile, ogni volta che l'ex premier si reca al San Raffaele, si diffondono voci sulle sue condizioni di salute. Ieri, la Verità ha interpellato diverse fonti vicine a Berlusconi, e tutte hanno ripetuto che i controlli ai quali il Cavaliere si sottopone periodicamente sono assolutamente di prassi, programmati e legati all'intervento al quale è stato sottoposto due anni fa. Oggi, Silvio Berlusconi dovrebbe lasciare l'ospedale, e tutto sarà più chiaro. Carlo Tarallo
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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