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2024-09-23
Palestre, piscine o aria aperta. Dopo le ferie vietato fermarsi
(IStock)
Il ritorno alla normalità dopo le ferie è cadenzato da alcune tappe immancabili, anno dopo anno. Al rientro dalle vacanze gli adulti riprendono il lavoro, i bambini e i ragazzi ricominciano la scuola e, immancabilmente, si riprende l’attività fisica. Un po’ perché si vuole continuare a muoversi in città come quando si era in vacanza a camminare sui monti e a nuotare in mare, un po’ perché in città non riaprono soltanto le porte delle nostre case, ma anche quelle di palestre e scuole di ballo, piscine e sale spinning e chi più ne ha più ne metta. L’attività fisica da settembre in poi è un must e non sempre perché fino ad allora si sia fatta attività come dire puramente mentale, anzi. Spesso è proprio per il motivo contrario: non interrompere il ciclo virtuoso di vita più sportiva, anche perché più all’aria aperta, che ha caratterizzato il periodo estivo.
Come spiega il ministero della Salute, il concetto di attività fisica è assai ampio perché comprende, attenzione, tutte le forme di movimento realizzate nei vari ambiti di vita. Attività fisica non vuol dire per forza palestra. Per l’Oms, l’«attività fisica» è «qualunque movimento determinato dal sistema muscolo-scheletrico che si traduce in un dispendio energetico superiore a quello delle condizioni di riposo». Si capisce, dunque, come nel cappello dell’attività fisica rientrino sia lo sport in senso stretto, sia del semplice e generico fare movimento: camminare, pedalare in bicicletta, sia sulla bicicletta vera, sia sulla cyclette, ballare, giocare, magari coi propri bambini o nipotini. Rientrano nell’attività fisica anche fare giardinaggio o fare l’orto. Così come ci rientra l’esecuzione di lavori domestici di pulizia o di lavori in casa di tipo manutentivo. Queste attività sono definite «attività motoria spontanea». Attività motoria è sinonimo di attività fisica svolta in qualunque maniera, mentre per esercizio fisico si intende invece l’attività fisica in forma strutturata, pianificata ed eseguita regolarmente.
L’attività sportiva di questo tipo comprende situazioni competitive strutturate e sottoposte a regole ben precise, è una specie di gioco istituzionalizzato, un gioco codificato in modo tale da essere riconoscibile e di fatto riconosciuto da tutti per regole e meccanismi, ai quali si fa riferimento per la sua pratica in contesti ufficiali o non ufficiali: dal corso di danza del ventre al jogging, è tutto sport.
Dall’altro lato, polo negativo, come positivo è quello sportivo, è l’attività sedentaria, la quale consiste in quelle attività che ci fanno spendere ancor meno calorie della condizione di riposo. Lo stato di sedentarietà, spiega l’Iss, è uno stato di inadeguata attività fisica, che poi spesso si associa ad un’alimentazione quantitativamente e qualitativamente non corretta. Ogni attività comporta un consumo calorico al minuto: dormire 0,9, stare seduti 1,0, stare in piedi inattivi 1,1, scrivere al computer 1,3. Le cose iniziano a farsi dinamiche con altre attività non sportive: lavare la biancheria a mano 3,0-4,0, pulire i pavimenti 3,6, stirare 3,5-4,2, rifare i letti 5, pulire e battere i tappeti a mano 7,8, intonacare una parete 4,1-5,5, fare lavori agricoli 5,5-7,0. Quanto all’attività prettamente sportiva o parasportiva, si spiega il walking di molti e il gran successo delle app di conteggio dei passi, visto che camminare in piano (a 4 km/ora) fa consumare 2,5-3,5 chilocalorie al minuto, andare in bicicletta (22 km/ora) 11,1, correre a piedi (12 km/ora) 15,0, fare ginnastica 4,1, fare windsurf 4,4, ballare 5-8,5, giocare a tennis 7,5, aerobica 8,4, trekking 9,3, giocare a pallavolo 8,5, giocare a pallacanestro 14,3, giocare a calcio 11,7. L’inattività fisica, secondo dati Oms (Organizzazione mondiale della sanità), è il quarto più importante fattore di rischio di mortalità a livello globale e causa il 6% di tutti i decessi, superato solo da ipertensione arteriosa (13%) e consumo di tabacco (9%), a pari con l’iperglicemia (6%). Circa 3,2 milioni di persone muoiono ogni anno al mondo perché non abbastanza attive: il sedentarismo, che potrebbe sembrare il raggiungimento di un «traguardo dell’ozio», di una «vita senza fatica», invece costituisce un grave problema della società contemporanea, meno fisicamente faticosa ma perciò più tossica: la sedentarietà è responsabile della crescita esponenziale di sovrappeso e obesità, a loro volta fattori di rischio per gravi patologie croniche. In Italia, quasi 4 persone su 10 sono sedentarie, le donne più degli uomini.
«Ci basta anche solo mezz’ora al giorno di attività moderata»
Paolo Praticò è psicologo della salute e dello sport, nonché esperto di psicosomatica e psiconeuroendocrinoimmunologia (Pnei).
Passate le ferie molti tornano in palestra. In che modo conviene riprendere a svolgere attività fisica? A che cosa bisogna fare attenzione?
«Per quanto riguarda la ripresa di attività specifiche dobbiamo considerare due fattori, quello fisico e quello psicologico. Sul piano fisico avremo una perdita di risposta muscolare direttamente proporzionale alla durata dello stop, fattore che si accentua per chi si allena ad alti livelli. In generale quindi si consiglia una ripresa al 50%-70% dei propri carichi standard, affiancando allenamenti cardio a media-bassa intensità dove al posto della performance si prediliga un coinvolgimento globale dei muscoli corporei. Imparare “ad ascoltarsi” torna particolarmente utile a questo proposito. Come sto? Sento particolari tensioni? Ho qualche fastidio? Come sto eseguendo il movimento? Il corpo ha una sua profonda intelligenza ma nella fretta quotidiana non abbiamo il tempo per ascoltarlo. Poi subentra il fattore psicologico. Abbiamo timore di aver preso qualche chilo in vacanza o di aver perso tono muscolare, così vogliamo compensare immediatamente, ma questo è un errore. Il vero lavoro è nella costanza e nel procedere per obiettivi graduali ma continui. Ricordiamo che l’attività fisica ha un impatto sulla salute dell’individuo, e come per ogni farmaco, è la dose che fa il veleno».
Per chi invece non può per ragioni di tempo o altro frequentare corsi o andare in palestra ci sono attività che possono aiutare nel quotidiano?
«Certo! Non bisogna focalizzarsi sul concetto di esercizio fisico in senso stretto. Anche attività ordinarie fanno bene all’organismo. Andare a lavorare a piedi o in bicicletta oppure prediligere le scale al posto dell’ascensore offrono un contributo importante per il benessere psico-fisico. Naturalmente vi sono anche attività strutturate che possono essere svolte all’aria aperta come jogging, nordic walking o sequenze di esercizi a corpo libero. Addominali, piegamenti, squat ed altri esercizi possono essere concatenati in sequenze da ripetere a circuito ed hanno il pregio di poter essere svolti anche a casa o sul posto di lavoro. In molti comuni sono presenti anche delle palestrine all’interno di parchi pubblici che offrono diversi macchinari e le relative istruzioni per allenare tutto il corpo. Non da ultimo un pizzico di creatività può tornare utile. Usare bottiglie d’acqua come pesi, sedersi e rialzarsi velocemente dalla sedia, fare squat con pesi sulle spalle, ad esempio uno zaino pesante, fare le scale in velocità… ognuno può inventarsi qualcosa. Non dimentichiamo poi la possibilità di fare anche qualche escursione fuori porta».
Non sono pochi quelli che durante l’estate si dedicano molto anche allo sport. Ha qualche consiglio per aiutare a mantenere la forma fisica anche nella stagione invernale?
«Ad oggi vi è un’offerta che spazia dalle più comuni palestre e piscine fino ad arrivare a nuove discipline che stanno emergendo in molti contesti urbani. Mi riferisco a sport come arrampicata in palestra, svariate discipline di arti marziali, corsi con esercizi a corpo libero come crosscardio, functional training, yoga, pilates, etc., altre attività più ludiche ma altrettanto stimolanti come padel ed altri giochi con la palla. Di scelta ce n’è per ogni gusto ed è utile riportare la questione al mind setting, cioè tutte quelle variabili psicologiche che potrebbero ostacolare nel compiere queste attività: il freddo, le giornate corte, il doversi spostare troppo, le resistenze che normalmente incontriamo quando dobbiamo cominciare una nuova attività, frequentare posti nuovi, relazionarci con sconosciuti…»
Per chi fosse a digiuno di movimento e volesse iniziare a darsi da fare che cosa consiglia? Qualche attività in particolare?
«Agganciandomi a quanto detto prima, le possibilità sono veramente molte. È indispensabile avere una forma fisica sufficientemente buona prima di cominciare qualsiasi attività, quindi eventualmente ripartire da attività che non sottopongono l’organismo a forti stress come la camminata veloce, bicicletta, nuoto non agonistico, acqua gym, ginnastica a corpo libero secondo le proprie capacità, stretching. Quando queste attività di base vengono eseguite senza sforzi particolari allora è possibile indirizzarsi verso qualche disciplina specifica. Non è da sottovalutare anche il ruolo del piacere nella misura in cui bisogna impegnarsi in qualcosa - compatibilmente con la propria condizione fisica. Un po’ di sano divertimento non guasta mai, quindi valutare il genere di attività che si vuole svolgere: in solitaria o in compagnia? Al chiuso o all’aperto? Attività che richiedono tempi e spazi prestabiliti oppure attività meno strutturate?».
Quali sono i parametri all’interno dei quali ci si dovrebbe mantenere per avere una vita sana? Quanto movimento occorre fare in sostanza, e come?
«Secondo la Pnei (disciplina che studia proprio il rapporto tra fattori mentali e risposte fisiologiche a livello ormonale ed immunitario) l’attività fisica è uno dei tre pilastri per mantenere l’organismo in salute. Gli altri due sono l’alimentazione e la capacità di gestire lo stress. Si deduce che l’attività fisica è un elemento imprescindibile per il benessere della persona, soprattutto per chi vive in contesti urbani e/o ha una vita sedentaria. L’attività fisica agisce direttamente sul sistema ormonale ed immunitario grazie alla stimolazione di endorfine, serotonina e dopamina, nonché sulla dimensione psicologica garantendo un benessere a 360 gradi. Considerando fattori come l’età, la predisposizione fisica, la presenza o meno di patologie, in generale si può affermare che un 30/40 minuti al giorno di attività cardio a media-bassa intensità - anche frazionata e integrata in modo funzionale alla propria routine - sono sufficienti a mantenere uno stato di benessere fisico duraturo nel tempo. Bisogna poi imparare ad ascoltare i segnali del proprio corpo: ci saranno giorni in cui si è più reattivi e dinamici, altri giorni meno, l’importante è che lo sport non diventi esso stesso una fonte di stress!».
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La sedentarietà è il quarto più importante fattore di rischio di mortalità. Ecco perché muoversi è fondamentale. E vale tutto: anche giocare con i nipoti, curare l’orto, pulire la casa oppure ballare.L’esperto Paolo Praticò: «Meglio ripartire dal 50-70% dei carichi standard. E niente ossessioni: se lo sport diventa fonte di stress è inutile».Lo speciale contiene due articoli.Il ritorno alla normalità dopo le ferie è cadenzato da alcune tappe immancabili, anno dopo anno. Al rientro dalle vacanze gli adulti riprendono il lavoro, i bambini e i ragazzi ricominciano la scuola e, immancabilmente, si riprende l’attività fisica. Un po’ perché si vuole continuare a muoversi in città come quando si era in vacanza a camminare sui monti e a nuotare in mare, un po’ perché in città non riaprono soltanto le porte delle nostre case, ma anche quelle di palestre e scuole di ballo, piscine e sale spinning e chi più ne ha più ne metta. L’attività fisica da settembre in poi è un must e non sempre perché fino ad allora si sia fatta attività come dire puramente mentale, anzi. Spesso è proprio per il motivo contrario: non interrompere il ciclo virtuoso di vita più sportiva, anche perché più all’aria aperta, che ha caratterizzato il periodo estivo. Come spiega il ministero della Salute, il concetto di attività fisica è assai ampio perché comprende, attenzione, tutte le forme di movimento realizzate nei vari ambiti di vita. Attività fisica non vuol dire per forza palestra. Per l’Oms, l’«attività fisica» è «qualunque movimento determinato dal sistema muscolo-scheletrico che si traduce in un dispendio energetico superiore a quello delle condizioni di riposo». Si capisce, dunque, come nel cappello dell’attività fisica rientrino sia lo sport in senso stretto, sia del semplice e generico fare movimento: camminare, pedalare in bicicletta, sia sulla bicicletta vera, sia sulla cyclette, ballare, giocare, magari coi propri bambini o nipotini. Rientrano nell’attività fisica anche fare giardinaggio o fare l’orto. Così come ci rientra l’esecuzione di lavori domestici di pulizia o di lavori in casa di tipo manutentivo. Queste attività sono definite «attività motoria spontanea». Attività motoria è sinonimo di attività fisica svolta in qualunque maniera, mentre per esercizio fisico si intende invece l’attività fisica in forma strutturata, pianificata ed eseguita regolarmente. L’attività sportiva di questo tipo comprende situazioni competitive strutturate e sottoposte a regole ben precise, è una specie di gioco istituzionalizzato, un gioco codificato in modo tale da essere riconoscibile e di fatto riconosciuto da tutti per regole e meccanismi, ai quali si fa riferimento per la sua pratica in contesti ufficiali o non ufficiali: dal corso di danza del ventre al jogging, è tutto sport. Dall’altro lato, polo negativo, come positivo è quello sportivo, è l’attività sedentaria, la quale consiste in quelle attività che ci fanno spendere ancor meno calorie della condizione di riposo. Lo stato di sedentarietà, spiega l’Iss, è uno stato di inadeguata attività fisica, che poi spesso si associa ad un’alimentazione quantitativamente e qualitativamente non corretta. Ogni attività comporta un consumo calorico al minuto: dormire 0,9, stare seduti 1,0, stare in piedi inattivi 1,1, scrivere al computer 1,3. Le cose iniziano a farsi dinamiche con altre attività non sportive: lavare la biancheria a mano 3,0-4,0, pulire i pavimenti 3,6, stirare 3,5-4,2, rifare i letti 5, pulire e battere i tappeti a mano 7,8, intonacare una parete 4,1-5,5, fare lavori agricoli 5,5-7,0. Quanto all’attività prettamente sportiva o parasportiva, si spiega il walking di molti e il gran successo delle app di conteggio dei passi, visto che camminare in piano (a 4 km/ora) fa consumare 2,5-3,5 chilocalorie al minuto, andare in bicicletta (22 km/ora) 11,1, correre a piedi (12 km/ora) 15,0, fare ginnastica 4,1, fare windsurf 4,4, ballare 5-8,5, giocare a tennis 7,5, aerobica 8,4, trekking 9,3, giocare a pallavolo 8,5, giocare a pallacanestro 14,3, giocare a calcio 11,7. L’inattività fisica, secondo dati Oms (Organizzazione mondiale della sanità), è il quarto più importante fattore di rischio di mortalità a livello globale e causa il 6% di tutti i decessi, superato solo da ipertensione arteriosa (13%) e consumo di tabacco (9%), a pari con l’iperglicemia (6%). Circa 3,2 milioni di persone muoiono ogni anno al mondo perché non abbastanza attive: il sedentarismo, che potrebbe sembrare il raggiungimento di un «traguardo dell’ozio», di una «vita senza fatica», invece costituisce un grave problema della società contemporanea, meno fisicamente faticosa ma perciò più tossica: la sedentarietà è responsabile della crescita esponenziale di sovrappeso e obesità, a loro volta fattori di rischio per gravi patologie croniche. In Italia, quasi 4 persone su 10 sono sedentarie, le donne più degli uomini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fitness-consigli-salute-2669253653.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ci-basta-anche-solo-mezzora-al-giorno-di-attivita-moderata" data-post-id="2669253653" data-published-at="1727090395" data-use-pagination="False"> «Ci basta anche solo mezz’ora al giorno di attività moderata» Paolo Praticò è psicologo della salute e dello sport, nonché esperto di psicosomatica e psiconeuroendocrinoimmunologia (Pnei). Passate le ferie molti tornano in palestra. In che modo conviene riprendere a svolgere attività fisica? A che cosa bisogna fare attenzione? «Per quanto riguarda la ripresa di attività specifiche dobbiamo considerare due fattori, quello fisico e quello psicologico. Sul piano fisico avremo una perdita di risposta muscolare direttamente proporzionale alla durata dello stop, fattore che si accentua per chi si allena ad alti livelli. In generale quindi si consiglia una ripresa al 50%-70% dei propri carichi standard, affiancando allenamenti cardio a media-bassa intensità dove al posto della performance si prediliga un coinvolgimento globale dei muscoli corporei. Imparare “ad ascoltarsi” torna particolarmente utile a questo proposito. Come sto? Sento particolari tensioni? Ho qualche fastidio? Come sto eseguendo il movimento? Il corpo ha una sua profonda intelligenza ma nella fretta quotidiana non abbiamo il tempo per ascoltarlo. Poi subentra il fattore psicologico. Abbiamo timore di aver preso qualche chilo in vacanza o di aver perso tono muscolare, così vogliamo compensare immediatamente, ma questo è un errore. Il vero lavoro è nella costanza e nel procedere per obiettivi graduali ma continui. Ricordiamo che l’attività fisica ha un impatto sulla salute dell’individuo, e come per ogni farmaco, è la dose che fa il veleno». Per chi invece non può per ragioni di tempo o altro frequentare corsi o andare in palestra ci sono attività che possono aiutare nel quotidiano? «Certo! Non bisogna focalizzarsi sul concetto di esercizio fisico in senso stretto. Anche attività ordinarie fanno bene all’organismo. Andare a lavorare a piedi o in bicicletta oppure prediligere le scale al posto dell’ascensore offrono un contributo importante per il benessere psico-fisico. Naturalmente vi sono anche attività strutturate che possono essere svolte all’aria aperta come jogging, nordic walking o sequenze di esercizi a corpo libero. Addominali, piegamenti, squat ed altri esercizi possono essere concatenati in sequenze da ripetere a circuito ed hanno il pregio di poter essere svolti anche a casa o sul posto di lavoro. In molti comuni sono presenti anche delle palestrine all’interno di parchi pubblici che offrono diversi macchinari e le relative istruzioni per allenare tutto il corpo. Non da ultimo un pizzico di creatività può tornare utile. Usare bottiglie d’acqua come pesi, sedersi e rialzarsi velocemente dalla sedia, fare squat con pesi sulle spalle, ad esempio uno zaino pesante, fare le scale in velocità… ognuno può inventarsi qualcosa. Non dimentichiamo poi la possibilità di fare anche qualche escursione fuori porta». Non sono pochi quelli che durante l’estate si dedicano molto anche allo sport. Ha qualche consiglio per aiutare a mantenere la forma fisica anche nella stagione invernale? «Ad oggi vi è un’offerta che spazia dalle più comuni palestre e piscine fino ad arrivare a nuove discipline che stanno emergendo in molti contesti urbani. Mi riferisco a sport come arrampicata in palestra, svariate discipline di arti marziali, corsi con esercizi a corpo libero come crosscardio, functional training, yoga, pilates, etc., altre attività più ludiche ma altrettanto stimolanti come padel ed altri giochi con la palla. Di scelta ce n’è per ogni gusto ed è utile riportare la questione al mind setting, cioè tutte quelle variabili psicologiche che potrebbero ostacolare nel compiere queste attività: il freddo, le giornate corte, il doversi spostare troppo, le resistenze che normalmente incontriamo quando dobbiamo cominciare una nuova attività, frequentare posti nuovi, relazionarci con sconosciuti…» Per chi fosse a digiuno di movimento e volesse iniziare a darsi da fare che cosa consiglia? Qualche attività in particolare? «Agganciandomi a quanto detto prima, le possibilità sono veramente molte. È indispensabile avere una forma fisica sufficientemente buona prima di cominciare qualsiasi attività, quindi eventualmente ripartire da attività che non sottopongono l’organismo a forti stress come la camminata veloce, bicicletta, nuoto non agonistico, acqua gym, ginnastica a corpo libero secondo le proprie capacità, stretching. Quando queste attività di base vengono eseguite senza sforzi particolari allora è possibile indirizzarsi verso qualche disciplina specifica. Non è da sottovalutare anche il ruolo del piacere nella misura in cui bisogna impegnarsi in qualcosa - compatibilmente con la propria condizione fisica. Un po’ di sano divertimento non guasta mai, quindi valutare il genere di attività che si vuole svolgere: in solitaria o in compagnia? Al chiuso o all’aperto? Attività che richiedono tempi e spazi prestabiliti oppure attività meno strutturate?». Quali sono i parametri all’interno dei quali ci si dovrebbe mantenere per avere una vita sana? Quanto movimento occorre fare in sostanza, e come? «Secondo la Pnei (disciplina che studia proprio il rapporto tra fattori mentali e risposte fisiologiche a livello ormonale ed immunitario) l’attività fisica è uno dei tre pilastri per mantenere l’organismo in salute. Gli altri due sono l’alimentazione e la capacità di gestire lo stress. Si deduce che l’attività fisica è un elemento imprescindibile per il benessere della persona, soprattutto per chi vive in contesti urbani e/o ha una vita sedentaria. L’attività fisica agisce direttamente sul sistema ormonale ed immunitario grazie alla stimolazione di endorfine, serotonina e dopamina, nonché sulla dimensione psicologica garantendo un benessere a 360 gradi. Considerando fattori come l’età, la predisposizione fisica, la presenza o meno di patologie, in generale si può affermare che un 30/40 minuti al giorno di attività cardio a media-bassa intensità - anche frazionata e integrata in modo funzionale alla propria routine - sono sufficienti a mantenere uno stato di benessere fisico duraturo nel tempo. Bisogna poi imparare ad ascoltare i segnali del proprio corpo: ci saranno giorni in cui si è più reattivi e dinamici, altri giorni meno, l’importante è che lo sport non diventi esso stesso una fonte di stress!».
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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