True
2024-09-23
Palestre, piscine o aria aperta. Dopo le ferie vietato fermarsi
(IStock)
Il ritorno alla normalità dopo le ferie è cadenzato da alcune tappe immancabili, anno dopo anno. Al rientro dalle vacanze gli adulti riprendono il lavoro, i bambini e i ragazzi ricominciano la scuola e, immancabilmente, si riprende l’attività fisica. Un po’ perché si vuole continuare a muoversi in città come quando si era in vacanza a camminare sui monti e a nuotare in mare, un po’ perché in città non riaprono soltanto le porte delle nostre case, ma anche quelle di palestre e scuole di ballo, piscine e sale spinning e chi più ne ha più ne metta. L’attività fisica da settembre in poi è un must e non sempre perché fino ad allora si sia fatta attività come dire puramente mentale, anzi. Spesso è proprio per il motivo contrario: non interrompere il ciclo virtuoso di vita più sportiva, anche perché più all’aria aperta, che ha caratterizzato il periodo estivo.
Come spiega il ministero della Salute, il concetto di attività fisica è assai ampio perché comprende, attenzione, tutte le forme di movimento realizzate nei vari ambiti di vita. Attività fisica non vuol dire per forza palestra. Per l’Oms, l’«attività fisica» è «qualunque movimento determinato dal sistema muscolo-scheletrico che si traduce in un dispendio energetico superiore a quello delle condizioni di riposo». Si capisce, dunque, come nel cappello dell’attività fisica rientrino sia lo sport in senso stretto, sia del semplice e generico fare movimento: camminare, pedalare in bicicletta, sia sulla bicicletta vera, sia sulla cyclette, ballare, giocare, magari coi propri bambini o nipotini. Rientrano nell’attività fisica anche fare giardinaggio o fare l’orto. Così come ci rientra l’esecuzione di lavori domestici di pulizia o di lavori in casa di tipo manutentivo. Queste attività sono definite «attività motoria spontanea». Attività motoria è sinonimo di attività fisica svolta in qualunque maniera, mentre per esercizio fisico si intende invece l’attività fisica in forma strutturata, pianificata ed eseguita regolarmente.
L’attività sportiva di questo tipo comprende situazioni competitive strutturate e sottoposte a regole ben precise, è una specie di gioco istituzionalizzato, un gioco codificato in modo tale da essere riconoscibile e di fatto riconosciuto da tutti per regole e meccanismi, ai quali si fa riferimento per la sua pratica in contesti ufficiali o non ufficiali: dal corso di danza del ventre al jogging, è tutto sport.
Dall’altro lato, polo negativo, come positivo è quello sportivo, è l’attività sedentaria, la quale consiste in quelle attività che ci fanno spendere ancor meno calorie della condizione di riposo. Lo stato di sedentarietà, spiega l’Iss, è uno stato di inadeguata attività fisica, che poi spesso si associa ad un’alimentazione quantitativamente e qualitativamente non corretta. Ogni attività comporta un consumo calorico al minuto: dormire 0,9, stare seduti 1,0, stare in piedi inattivi 1,1, scrivere al computer 1,3. Le cose iniziano a farsi dinamiche con altre attività non sportive: lavare la biancheria a mano 3,0-4,0, pulire i pavimenti 3,6, stirare 3,5-4,2, rifare i letti 5, pulire e battere i tappeti a mano 7,8, intonacare una parete 4,1-5,5, fare lavori agricoli 5,5-7,0. Quanto all’attività prettamente sportiva o parasportiva, si spiega il walking di molti e il gran successo delle app di conteggio dei passi, visto che camminare in piano (a 4 km/ora) fa consumare 2,5-3,5 chilocalorie al minuto, andare in bicicletta (22 km/ora) 11,1, correre a piedi (12 km/ora) 15,0, fare ginnastica 4,1, fare windsurf 4,4, ballare 5-8,5, giocare a tennis 7,5, aerobica 8,4, trekking 9,3, giocare a pallavolo 8,5, giocare a pallacanestro 14,3, giocare a calcio 11,7. L’inattività fisica, secondo dati Oms (Organizzazione mondiale della sanità), è il quarto più importante fattore di rischio di mortalità a livello globale e causa il 6% di tutti i decessi, superato solo da ipertensione arteriosa (13%) e consumo di tabacco (9%), a pari con l’iperglicemia (6%). Circa 3,2 milioni di persone muoiono ogni anno al mondo perché non abbastanza attive: il sedentarismo, che potrebbe sembrare il raggiungimento di un «traguardo dell’ozio», di una «vita senza fatica», invece costituisce un grave problema della società contemporanea, meno fisicamente faticosa ma perciò più tossica: la sedentarietà è responsabile della crescita esponenziale di sovrappeso e obesità, a loro volta fattori di rischio per gravi patologie croniche. In Italia, quasi 4 persone su 10 sono sedentarie, le donne più degli uomini.
«Ci basta anche solo mezz’ora al giorno di attività moderata»
Paolo Praticò è psicologo della salute e dello sport, nonché esperto di psicosomatica e psiconeuroendocrinoimmunologia (Pnei).
Passate le ferie molti tornano in palestra. In che modo conviene riprendere a svolgere attività fisica? A che cosa bisogna fare attenzione?
«Per quanto riguarda la ripresa di attività specifiche dobbiamo considerare due fattori, quello fisico e quello psicologico. Sul piano fisico avremo una perdita di risposta muscolare direttamente proporzionale alla durata dello stop, fattore che si accentua per chi si allena ad alti livelli. In generale quindi si consiglia una ripresa al 50%-70% dei propri carichi standard, affiancando allenamenti cardio a media-bassa intensità dove al posto della performance si prediliga un coinvolgimento globale dei muscoli corporei. Imparare “ad ascoltarsi” torna particolarmente utile a questo proposito. Come sto? Sento particolari tensioni? Ho qualche fastidio? Come sto eseguendo il movimento? Il corpo ha una sua profonda intelligenza ma nella fretta quotidiana non abbiamo il tempo per ascoltarlo. Poi subentra il fattore psicologico. Abbiamo timore di aver preso qualche chilo in vacanza o di aver perso tono muscolare, così vogliamo compensare immediatamente, ma questo è un errore. Il vero lavoro è nella costanza e nel procedere per obiettivi graduali ma continui. Ricordiamo che l’attività fisica ha un impatto sulla salute dell’individuo, e come per ogni farmaco, è la dose che fa il veleno».
Per chi invece non può per ragioni di tempo o altro frequentare corsi o andare in palestra ci sono attività che possono aiutare nel quotidiano?
«Certo! Non bisogna focalizzarsi sul concetto di esercizio fisico in senso stretto. Anche attività ordinarie fanno bene all’organismo. Andare a lavorare a piedi o in bicicletta oppure prediligere le scale al posto dell’ascensore offrono un contributo importante per il benessere psico-fisico. Naturalmente vi sono anche attività strutturate che possono essere svolte all’aria aperta come jogging, nordic walking o sequenze di esercizi a corpo libero. Addominali, piegamenti, squat ed altri esercizi possono essere concatenati in sequenze da ripetere a circuito ed hanno il pregio di poter essere svolti anche a casa o sul posto di lavoro. In molti comuni sono presenti anche delle palestrine all’interno di parchi pubblici che offrono diversi macchinari e le relative istruzioni per allenare tutto il corpo. Non da ultimo un pizzico di creatività può tornare utile. Usare bottiglie d’acqua come pesi, sedersi e rialzarsi velocemente dalla sedia, fare squat con pesi sulle spalle, ad esempio uno zaino pesante, fare le scale in velocità… ognuno può inventarsi qualcosa. Non dimentichiamo poi la possibilità di fare anche qualche escursione fuori porta».
Non sono pochi quelli che durante l’estate si dedicano molto anche allo sport. Ha qualche consiglio per aiutare a mantenere la forma fisica anche nella stagione invernale?
«Ad oggi vi è un’offerta che spazia dalle più comuni palestre e piscine fino ad arrivare a nuove discipline che stanno emergendo in molti contesti urbani. Mi riferisco a sport come arrampicata in palestra, svariate discipline di arti marziali, corsi con esercizi a corpo libero come crosscardio, functional training, yoga, pilates, etc., altre attività più ludiche ma altrettanto stimolanti come padel ed altri giochi con la palla. Di scelta ce n’è per ogni gusto ed è utile riportare la questione al mind setting, cioè tutte quelle variabili psicologiche che potrebbero ostacolare nel compiere queste attività: il freddo, le giornate corte, il doversi spostare troppo, le resistenze che normalmente incontriamo quando dobbiamo cominciare una nuova attività, frequentare posti nuovi, relazionarci con sconosciuti…»
Per chi fosse a digiuno di movimento e volesse iniziare a darsi da fare che cosa consiglia? Qualche attività in particolare?
«Agganciandomi a quanto detto prima, le possibilità sono veramente molte. È indispensabile avere una forma fisica sufficientemente buona prima di cominciare qualsiasi attività, quindi eventualmente ripartire da attività che non sottopongono l’organismo a forti stress come la camminata veloce, bicicletta, nuoto non agonistico, acqua gym, ginnastica a corpo libero secondo le proprie capacità, stretching. Quando queste attività di base vengono eseguite senza sforzi particolari allora è possibile indirizzarsi verso qualche disciplina specifica. Non è da sottovalutare anche il ruolo del piacere nella misura in cui bisogna impegnarsi in qualcosa - compatibilmente con la propria condizione fisica. Un po’ di sano divertimento non guasta mai, quindi valutare il genere di attività che si vuole svolgere: in solitaria o in compagnia? Al chiuso o all’aperto? Attività che richiedono tempi e spazi prestabiliti oppure attività meno strutturate?».
Quali sono i parametri all’interno dei quali ci si dovrebbe mantenere per avere una vita sana? Quanto movimento occorre fare in sostanza, e come?
«Secondo la Pnei (disciplina che studia proprio il rapporto tra fattori mentali e risposte fisiologiche a livello ormonale ed immunitario) l’attività fisica è uno dei tre pilastri per mantenere l’organismo in salute. Gli altri due sono l’alimentazione e la capacità di gestire lo stress. Si deduce che l’attività fisica è un elemento imprescindibile per il benessere della persona, soprattutto per chi vive in contesti urbani e/o ha una vita sedentaria. L’attività fisica agisce direttamente sul sistema ormonale ed immunitario grazie alla stimolazione di endorfine, serotonina e dopamina, nonché sulla dimensione psicologica garantendo un benessere a 360 gradi. Considerando fattori come l’età, la predisposizione fisica, la presenza o meno di patologie, in generale si può affermare che un 30/40 minuti al giorno di attività cardio a media-bassa intensità - anche frazionata e integrata in modo funzionale alla propria routine - sono sufficienti a mantenere uno stato di benessere fisico duraturo nel tempo. Bisogna poi imparare ad ascoltare i segnali del proprio corpo: ci saranno giorni in cui si è più reattivi e dinamici, altri giorni meno, l’importante è che lo sport non diventi esso stesso una fonte di stress!».
Continua a leggereRiduci
La sedentarietà è il quarto più importante fattore di rischio di mortalità. Ecco perché muoversi è fondamentale. E vale tutto: anche giocare con i nipoti, curare l’orto, pulire la casa oppure ballare.L’esperto Paolo Praticò: «Meglio ripartire dal 50-70% dei carichi standard. E niente ossessioni: se lo sport diventa fonte di stress è inutile».Lo speciale contiene due articoli.Il ritorno alla normalità dopo le ferie è cadenzato da alcune tappe immancabili, anno dopo anno. Al rientro dalle vacanze gli adulti riprendono il lavoro, i bambini e i ragazzi ricominciano la scuola e, immancabilmente, si riprende l’attività fisica. Un po’ perché si vuole continuare a muoversi in città come quando si era in vacanza a camminare sui monti e a nuotare in mare, un po’ perché in città non riaprono soltanto le porte delle nostre case, ma anche quelle di palestre e scuole di ballo, piscine e sale spinning e chi più ne ha più ne metta. L’attività fisica da settembre in poi è un must e non sempre perché fino ad allora si sia fatta attività come dire puramente mentale, anzi. Spesso è proprio per il motivo contrario: non interrompere il ciclo virtuoso di vita più sportiva, anche perché più all’aria aperta, che ha caratterizzato il periodo estivo. Come spiega il ministero della Salute, il concetto di attività fisica è assai ampio perché comprende, attenzione, tutte le forme di movimento realizzate nei vari ambiti di vita. Attività fisica non vuol dire per forza palestra. Per l’Oms, l’«attività fisica» è «qualunque movimento determinato dal sistema muscolo-scheletrico che si traduce in un dispendio energetico superiore a quello delle condizioni di riposo». Si capisce, dunque, come nel cappello dell’attività fisica rientrino sia lo sport in senso stretto, sia del semplice e generico fare movimento: camminare, pedalare in bicicletta, sia sulla bicicletta vera, sia sulla cyclette, ballare, giocare, magari coi propri bambini o nipotini. Rientrano nell’attività fisica anche fare giardinaggio o fare l’orto. Così come ci rientra l’esecuzione di lavori domestici di pulizia o di lavori in casa di tipo manutentivo. Queste attività sono definite «attività motoria spontanea». Attività motoria è sinonimo di attività fisica svolta in qualunque maniera, mentre per esercizio fisico si intende invece l’attività fisica in forma strutturata, pianificata ed eseguita regolarmente. L’attività sportiva di questo tipo comprende situazioni competitive strutturate e sottoposte a regole ben precise, è una specie di gioco istituzionalizzato, un gioco codificato in modo tale da essere riconoscibile e di fatto riconosciuto da tutti per regole e meccanismi, ai quali si fa riferimento per la sua pratica in contesti ufficiali o non ufficiali: dal corso di danza del ventre al jogging, è tutto sport. Dall’altro lato, polo negativo, come positivo è quello sportivo, è l’attività sedentaria, la quale consiste in quelle attività che ci fanno spendere ancor meno calorie della condizione di riposo. Lo stato di sedentarietà, spiega l’Iss, è uno stato di inadeguata attività fisica, che poi spesso si associa ad un’alimentazione quantitativamente e qualitativamente non corretta. Ogni attività comporta un consumo calorico al minuto: dormire 0,9, stare seduti 1,0, stare in piedi inattivi 1,1, scrivere al computer 1,3. Le cose iniziano a farsi dinamiche con altre attività non sportive: lavare la biancheria a mano 3,0-4,0, pulire i pavimenti 3,6, stirare 3,5-4,2, rifare i letti 5, pulire e battere i tappeti a mano 7,8, intonacare una parete 4,1-5,5, fare lavori agricoli 5,5-7,0. Quanto all’attività prettamente sportiva o parasportiva, si spiega il walking di molti e il gran successo delle app di conteggio dei passi, visto che camminare in piano (a 4 km/ora) fa consumare 2,5-3,5 chilocalorie al minuto, andare in bicicletta (22 km/ora) 11,1, correre a piedi (12 km/ora) 15,0, fare ginnastica 4,1, fare windsurf 4,4, ballare 5-8,5, giocare a tennis 7,5, aerobica 8,4, trekking 9,3, giocare a pallavolo 8,5, giocare a pallacanestro 14,3, giocare a calcio 11,7. L’inattività fisica, secondo dati Oms (Organizzazione mondiale della sanità), è il quarto più importante fattore di rischio di mortalità a livello globale e causa il 6% di tutti i decessi, superato solo da ipertensione arteriosa (13%) e consumo di tabacco (9%), a pari con l’iperglicemia (6%). Circa 3,2 milioni di persone muoiono ogni anno al mondo perché non abbastanza attive: il sedentarismo, che potrebbe sembrare il raggiungimento di un «traguardo dell’ozio», di una «vita senza fatica», invece costituisce un grave problema della società contemporanea, meno fisicamente faticosa ma perciò più tossica: la sedentarietà è responsabile della crescita esponenziale di sovrappeso e obesità, a loro volta fattori di rischio per gravi patologie croniche. In Italia, quasi 4 persone su 10 sono sedentarie, le donne più degli uomini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fitness-consigli-salute-2669253653.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ci-basta-anche-solo-mezzora-al-giorno-di-attivita-moderata" data-post-id="2669253653" data-published-at="1727090395" data-use-pagination="False"> «Ci basta anche solo mezz’ora al giorno di attività moderata» Paolo Praticò è psicologo della salute e dello sport, nonché esperto di psicosomatica e psiconeuroendocrinoimmunologia (Pnei). Passate le ferie molti tornano in palestra. In che modo conviene riprendere a svolgere attività fisica? A che cosa bisogna fare attenzione? «Per quanto riguarda la ripresa di attività specifiche dobbiamo considerare due fattori, quello fisico e quello psicologico. Sul piano fisico avremo una perdita di risposta muscolare direttamente proporzionale alla durata dello stop, fattore che si accentua per chi si allena ad alti livelli. In generale quindi si consiglia una ripresa al 50%-70% dei propri carichi standard, affiancando allenamenti cardio a media-bassa intensità dove al posto della performance si prediliga un coinvolgimento globale dei muscoli corporei. Imparare “ad ascoltarsi” torna particolarmente utile a questo proposito. Come sto? Sento particolari tensioni? Ho qualche fastidio? Come sto eseguendo il movimento? Il corpo ha una sua profonda intelligenza ma nella fretta quotidiana non abbiamo il tempo per ascoltarlo. Poi subentra il fattore psicologico. Abbiamo timore di aver preso qualche chilo in vacanza o di aver perso tono muscolare, così vogliamo compensare immediatamente, ma questo è un errore. Il vero lavoro è nella costanza e nel procedere per obiettivi graduali ma continui. Ricordiamo che l’attività fisica ha un impatto sulla salute dell’individuo, e come per ogni farmaco, è la dose che fa il veleno». Per chi invece non può per ragioni di tempo o altro frequentare corsi o andare in palestra ci sono attività che possono aiutare nel quotidiano? «Certo! Non bisogna focalizzarsi sul concetto di esercizio fisico in senso stretto. Anche attività ordinarie fanno bene all’organismo. Andare a lavorare a piedi o in bicicletta oppure prediligere le scale al posto dell’ascensore offrono un contributo importante per il benessere psico-fisico. Naturalmente vi sono anche attività strutturate che possono essere svolte all’aria aperta come jogging, nordic walking o sequenze di esercizi a corpo libero. Addominali, piegamenti, squat ed altri esercizi possono essere concatenati in sequenze da ripetere a circuito ed hanno il pregio di poter essere svolti anche a casa o sul posto di lavoro. In molti comuni sono presenti anche delle palestrine all’interno di parchi pubblici che offrono diversi macchinari e le relative istruzioni per allenare tutto il corpo. Non da ultimo un pizzico di creatività può tornare utile. Usare bottiglie d’acqua come pesi, sedersi e rialzarsi velocemente dalla sedia, fare squat con pesi sulle spalle, ad esempio uno zaino pesante, fare le scale in velocità… ognuno può inventarsi qualcosa. Non dimentichiamo poi la possibilità di fare anche qualche escursione fuori porta». Non sono pochi quelli che durante l’estate si dedicano molto anche allo sport. Ha qualche consiglio per aiutare a mantenere la forma fisica anche nella stagione invernale? «Ad oggi vi è un’offerta che spazia dalle più comuni palestre e piscine fino ad arrivare a nuove discipline che stanno emergendo in molti contesti urbani. Mi riferisco a sport come arrampicata in palestra, svariate discipline di arti marziali, corsi con esercizi a corpo libero come crosscardio, functional training, yoga, pilates, etc., altre attività più ludiche ma altrettanto stimolanti come padel ed altri giochi con la palla. Di scelta ce n’è per ogni gusto ed è utile riportare la questione al mind setting, cioè tutte quelle variabili psicologiche che potrebbero ostacolare nel compiere queste attività: il freddo, le giornate corte, il doversi spostare troppo, le resistenze che normalmente incontriamo quando dobbiamo cominciare una nuova attività, frequentare posti nuovi, relazionarci con sconosciuti…» Per chi fosse a digiuno di movimento e volesse iniziare a darsi da fare che cosa consiglia? Qualche attività in particolare? «Agganciandomi a quanto detto prima, le possibilità sono veramente molte. È indispensabile avere una forma fisica sufficientemente buona prima di cominciare qualsiasi attività, quindi eventualmente ripartire da attività che non sottopongono l’organismo a forti stress come la camminata veloce, bicicletta, nuoto non agonistico, acqua gym, ginnastica a corpo libero secondo le proprie capacità, stretching. Quando queste attività di base vengono eseguite senza sforzi particolari allora è possibile indirizzarsi verso qualche disciplina specifica. Non è da sottovalutare anche il ruolo del piacere nella misura in cui bisogna impegnarsi in qualcosa - compatibilmente con la propria condizione fisica. Un po’ di sano divertimento non guasta mai, quindi valutare il genere di attività che si vuole svolgere: in solitaria o in compagnia? Al chiuso o all’aperto? Attività che richiedono tempi e spazi prestabiliti oppure attività meno strutturate?». Quali sono i parametri all’interno dei quali ci si dovrebbe mantenere per avere una vita sana? Quanto movimento occorre fare in sostanza, e come? «Secondo la Pnei (disciplina che studia proprio il rapporto tra fattori mentali e risposte fisiologiche a livello ormonale ed immunitario) l’attività fisica è uno dei tre pilastri per mantenere l’organismo in salute. Gli altri due sono l’alimentazione e la capacità di gestire lo stress. Si deduce che l’attività fisica è un elemento imprescindibile per il benessere della persona, soprattutto per chi vive in contesti urbani e/o ha una vita sedentaria. L’attività fisica agisce direttamente sul sistema ormonale ed immunitario grazie alla stimolazione di endorfine, serotonina e dopamina, nonché sulla dimensione psicologica garantendo un benessere a 360 gradi. Considerando fattori come l’età, la predisposizione fisica, la presenza o meno di patologie, in generale si può affermare che un 30/40 minuti al giorno di attività cardio a media-bassa intensità - anche frazionata e integrata in modo funzionale alla propria routine - sono sufficienti a mantenere uno stato di benessere fisico duraturo nel tempo. Bisogna poi imparare ad ascoltare i segnali del proprio corpo: ci saranno giorni in cui si è più reattivi e dinamici, altri giorni meno, l’importante è che lo sport non diventi esso stesso una fonte di stress!».
Ansa
Steve Barclay, uno dei bellocci di Hollywood, si battè il petto per aver scoperto Alfredo due anni dopo che lavorava a Cinecittà: «Dopo due anni a Roma ho finalmente trovato Alfredo’s e ho imparato come dovrebbe essere la vera cucina italiana: ora sono viziato. Ora pretendo tutto il meglio».
Ma torniamo al senatore del Massachusetts lasciato sull’uscio del ristorante curioso di capire perché i suoi compatrioti a stelle e strisce, dai celeberrimi ai più sconosciuti, dai presidenti ai premi Nobel, dalle galattiche star di Hollywood agli anonimi viaggiatori degli States, inseriscono come tappa obbligatoria delle loro vacanze romane questo ristorante diventato mitico dopo essere stato scoperto, nel 1927, dai grandi attori del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks.
Alfredo, il paffuto e baffuto re delle fettuccine, l’ottavo sovrano di Roma, ha le vibrisse come i gatti: annusa immediatamente il grosso personaggio. Fa accomodare il senatore al tavolo dei grandi ospiti e si muove carismatico col vassoio delle fettuccine. È il momento del condimento delle «maestose fettuccine di Alfredo», rito gastronomico, sacro, magnetico, seducente. Le fettuccine nei precisi gesti di Alfredo prendono vita, si avviluppano e s’aggrovigliano, s’impregnano una a una nel doppio burro. Alfredo Di Lelio maneggia la forchetta e il cucchiaio d’oro donatigli da Mary Pickford e Douglas Fairbanks («To Alfredo the king of the noodles») con movimenti di fachiro. Ipnotizza i clienti. Li strega. Anche giovane senatore rimane incantato. Non è finita. A fine pasto Alfredo gli si avvicina con il libro rilegato in cuoio con gli autografi dei grandi personaggi. Glielo porge profetizzandogli: «Le mie fettuccine portano fortuna. Tu avrai una carriera molto brillante». L’ospite sorride e sottoscrive una cortese dedica firmandola John Fitzgerald Kennedy. Otto anni dopo diventerà il 35° presidente degli Stati Uniti. La profezia del re delle fettuccine andò a buon segno.
E non fu la prima. Le fettuccine di Alfredo accompagnarono alla Casa Bianca anche il precedente inquilino, Dwight «Ike» Eisenhower. Il generale e la moglie, la mitica Mamie Eisenhower, chiusero a Roma il loro viaggio europeo prima di tornare in America nel 1952. Furono ospiti di Alfredo per tutto il loro soggiorno. Ike aveva appena rinunciato alla nomina del supremo comando della Nato e stava tornando in America per la campagna presidenziale che lo avrebbe visto trionfare. Alfredo fu tra i primi a congratularsi. Gli mandò un telegramma: «Sono felice che le mie preghiere siano state esaudite». In risposta, la first lady gli inviò un ritratto del neoeletto presidente degli Stati Uniti: «Io e mio marito ricorderemo sempre il ristorante di Roma e Alfredo, con grande piacere».
Alfredo Di Lelio era nato a Roma, trasteverino, e non se ne era mai allontanato più di tanto. Avrebbe potuto girare il mondo ospite di principi, sovrani, sceicchi e nababbi. A chi gli chiedeva perché non lo facesse, rispondeva: «Perché dovrei viaggiare per il mondo quando il mondo viene a me?». Aveva ragione: il duca e la duchessa di Windsor, Edoardo VIII che fu re d’Inghilterra per pochi mesi prima di abdicare, e Wally Simpson gli mandarono, preoccupati, un messaggio di auguri quando s’ammalò. Altri illustri ospiti di sangue blu si fecero fotografare con il «collega»: il principe Ranieri di Monaco e la principessa Grace Kelly, lo scià di Persia, Reza Pahlevi, e l’imperatrice Farah Diba. Anche l’Agha Khan, potente imam dei musulmani ismailiti, sedeva spesso al tavolo di Alfredo. I rotocalchi dicevano di lui «vale tanto oro quanto pesa», pensando ai tributi pagati dai fedeli. Le fettuccine, comprese nel peso netto, contribuivano ad aumentarne il valore.
Ma se Alfredo fu il re consacrato delle fettuccine (prima nel ristorante in via della Scrofa, poi, nel dopoguerra, ripresa l’attività, in quello di piazza Augusto imperatore), non fu lui l’inventore di tanta bontà. Lui aveva riscoperto la ricetta per aiutare la moglie Ines a riprendersi dalle fatiche del parto ed ebbe l’intelligenza di mettere il piatto in carta e di creargli intorno la leggenda.
La cucina Italiana, quella romana in particolare, conosce in realtà l’abbinamento di pasta lunga in bianco con burro e formaggio fin dal Rinascimento. Ne scrive nel suo Libro de arte coquinaria il maestro Martino da Como, celeberrimo cuoco (prima) del duca Francesco Sforza e (poi) di sua eccellenza il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia, alto prelato soprannominato «cardinal Lucullo» per gli opulenti banchetti. Nel libro di maestro Martino da Como troviamo la ricetta di «maccaroni romanischi»: «Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasagne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un dito piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe». Le bindelle di Martino non sono forse le nonne delle nonne delle fettuccine di Alfredo?
Sono 52 i libri rilegati in cuoio conservati dalla famiglia Di Lelio. Più le decine e decine di foto appese alle pareti del locale. Non manca nessuno dei personaggi più famosi del XX secolo. Fu Ettore Petrolini, il grande attore, amico d’infanzia di Alfredo, a suggerire all’oste più famoso del mondo di raccogliere i commenti dei grandi. C’è il gotha, in quei volumi. Si farebbe prima ad elencare chi manca piuttosto di chi c’è. Tra gli italiani si notano Enrico De Nicola, primo presidente della neonata Repubblica, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Federico Fellini. Nel who’s who di Alfredo ci sono tutti, ma proprio tutti quelli che passano da Roma: si fermano e firmano facendosi fotografare con lui e le fettuccine in pose buffe: Marylin Monroe, Gregory Peck, Bette Davis, Ava Gardner, Wilson Pickett, Sophia Loren, Charles Laughton, Pedro Armenderiz, Alfred Hitchock, Maurice Chevalier. Il grande politogo Ralph Bunche, premio Nobel per la pace, cita nella dedica un verso shakesperiano: «Mio caro Alfredo, lodare il tuo straordinario cibo sarebbe dorare l’oro. Sei un grande artista della cucina, uno spettacolo scintillante». Un generale scrive a proposito della piazza: «In uno spazio così breve, ci sono tre meraviglie del mondo: l’Augusteo, l’Ara Pacis e Alfredo».
In uno dei 52 volumi c’è una pagina bianca: la spina che Alfredo portò conficcata nel fianco per tutta la vita. «Sotto un quadrato vuoto», spiegava, «c’è una sigla, “Tri”. Era la sigla dell’ultimo dei grandi poeti romani: Trilussa. Dopo cena una volta mi ha detto: “Sì, scriverò qualcosa per te, ma fammi pensare. Ecco la firma per il momento. Il resto verrà dopo”. Ma gli anni passavano e ogni volta che gli ricordavo la promessa, mi calmava: “Scriverò qualcosa per te”. Poi è morto. E di Trilussa solo questo spazio vuoto è rimasto con me, uno spazio bianco come un tavolo perfettamente apparecchiato. Chissà quali parole preziose voleva dire».
Nemmeno la critica e scrittrice Elsa Maxwell, soprannominata «il pettegolezzo di Hollywood», ebbe qualcosa da dire sulla fettuccine che divorò con tanto gusto. Finita la cena, la donna più odiata dalle star di Hollywood esclamò: «Alfredo? È l’unico uomo che è riuscito a tapparmi la bocca».
Continua a leggereRiduci
Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
Fondata oltre trent’anni fa da Mario Moretti Polegato, Geox nasce da un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: creare una scarpa capace di far respirare il piede mantenendo al tempo stesso impermeabilità e comfort. Un’idea trasformata in brevetto e poi in modello di business, che ha permesso al marchio di imporsi a livello internazionale come sinonimo di innovazione tecnologica applicata alla calzatura. Nel corso degli anni l’azienda ha costruito la propria identità su una promessa chiara - la «scarpa che respira» - estendendo progressivamente il know-how anche all’abbigliamento e consolidando una presenza globale con centinaia di negozi e milioni di paia vendute ogni anno. Oggi, in un contesto di mercato profondamente mutato e sempre più competitivo, il gruppo ha avviato una nuova fase sotto la guida dell’amministratore delegato Francesco Di Giovanni. Manager di lunga esperienza industriale, chiamato spesso a gestire fasi di trasformazione, il suo mandato è chiaro: riportare l’azienda al proprio Dna originario, rafforzando il contenuto tecnologico e la coerenza strategica del brand. «Non si tratta di cambiare natura», spiega alla Verità, «ma di valorizzare ciò che sappiamo fare meglio».
Il mercato è cambiato, la competizione si è intensificata. Come affrontate il momento?
«Oggi il nostro compito è molto chiaro: riportare il prodotto al centro, valorizzando il contenuto tecnologico che rappresenta il nostro Dna. Non siamo un’azienda di moda pura, anche se lo stile è fondamentale. Il nostro punto di forza è offrire un comfort superiore grazie alla tecnologia. Se perdiamo questo elemento, perdiamo la nostra identità. Mettere il prodotto al centro significa investire in ricerca, materiali, processi produttivi e qualità costruttiva».
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha inciso sulle abitudini di consumo. Quanto ha influito sullo sviluppo della nuova collezione?
«Ha avuto un impatto su tutti, anche sul nostro settore. Per Geox, però, non si è trattato di reinventare qualcosa da zero. Grazie alla nostra forte presenza internazionale, soprattutto nei Paesi del Nord, avevamo già competenze consolidate nel segmento waterproof, tecnologie che fanno parte del nostro patrimonio, che abbiamo esteso ai modelli invernali e impermeabili. Il comfort oggi è un valore diffuso nel mercato, ma la scarpa che respira pur restando impermeabile è un elemento distintivo che possiamo rivendicare come unico».
Come siete riusciti a coniugare protezione tecnica e stile contemporaneo?
«Innovare senza tradire l’identità è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche sull’estetica, perché è evidente che le scarpe si scelgono guardandole da sopra. Tecnologia e appeal devono convivere. Questa collezione per il prossimo inverno rappresenta uno sforzo concreto per rendere il prodotto più contemporaneo, senza perdere coerenza».
Il brevetto Amphibiox rappresenta la massima espressione della vostra protezione waterproof. Quanto investite oggi in ricerca e sviluppo?
«Investiamo molto. La tecnologia Amphibiox è il risultato di un processo complesso che unisce ricerca sui materiali, processi produttivi avanzati e test rigorosi. Nel nostro centro ricerca di Montebelluna eseguiamo prove in vasche d’acqua e simulazioni di camminata prolungata. Amphibiox non è semplicemente una tomaia trattata: integra una “calza” interna completamente saldata che isola il piede, garantendo impermeabilità totale senza compromettere la traspirabilità. È su questa capacità di coniugare protezione e comfort che abbiamo costruito il nostro vantaggio competitivo».
Quanto è importante innovare partendo dai modelli iconici del brand?
«È essenziale. Modelli come Spherica e Bluetouch rappresentano pilastri della nostra offerta. Possono evolvere, diventare waterproof, integrare nuove soluzioni tecnologiche, ma non devono mai tradire le aspettative del cliente. Se perdessimo la nostra identità tecnologica, perderemmo la ragione per cui esistiamo. L’innovazione deve rafforzare il Dna, non snaturarlo».
Come si sta evolvendo il mix tra retail diretto, wholesale e canale digitale?
«Abbiamo deciso di non alterare radicalmente l’equilibrio tra i canali. Tuttavia, sul digitale abbiamo dovuto fare scelte importanti. Ci sono piattaforme dove si può vendere molto ma senza marginalità. E il nostro principio è chiaro: il fatturato è vanità, i margini sono realtà. Per questo abbiamo chiuso alcuni canali online non sostenibili e rafforzato i canali diretti, a partire dal nostro e-commerce. Oggi possiamo contare su oltre 4 milioni di iscritti al programma loyalty benefit, che ci permette un dialogo continuo con i clienti. Il prossimo passo sarà utilizzare l’Intelligenza artificiale per migliorare ulteriormente la personalizzazione e la relazione. Il retail fisico resta centrale: abbiamo oltre 600 negozi nel mondo. Non sono solo punti vendita, ma luoghi dove spiegare il contenuto tecnologico del prodotto. Stiamo introducendo anche Qr code sulle scatole per rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni tecniche».
In un contesto macroeconomico complesso per moda e lifestyle, quali sono oggi i vostri driver di resilienza?
«Viviamo una fase di forte polarizzazione economica, con una classe media che attraversa incertezza. Noi lavoriamo al servizio di questa fascia, offrendo un prodotto di alta qualità a un prezzo equo. Non vogliamo competere con scarpe da 10 o 20 euro: il nostro contenuto tecnologico merita riconoscimento. Vendiamo ogni anno circa 12-13 milioni di paia e gestiamo una macchina organizzativa complessa, con circa 3.000 persone nel mondo, di cui oltre 400 nella sede centrale di Montebelluna. Il nostro driver di resilienza è tornare con determinazione ai nostri punti chiave: comfort tecnologico, traspirabilità e coerenza identitaria».
Continua a leggereRiduci
La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
Continua a leggereRiduci