True
2018-10-26
Fermati tre africani per la morte di Desirée. Sono tutti clandestini
ANSA
Le bestie riunite in branco che fermate dalla polizia e sospettate di aver drogato, stuprato e ucciso la piccola Desirée Mariottini, 16 anni, di Cisterna di Latina, hanno un profilo criminale molto simile: sono immigrati africani irregolari e spacciatori di droga al dettaglio.
Violenti, spietati e «garantiti» nella loro condotta di vita da un'inestricabile matassa fatta di burocrazia e norme che hanno permesso loro di sfuggire alla legge. Stando al racconto dei testimoni, si muovevano sulla scena del crimine notturna del palazzo occupato di via dei Lucani a Roma, quartiere San Lorenzo, come dei Balrog da fantasy tolkeniano. Gli investigatori della Squadra mobile di Roma che hanno sbrogliato il giallo e arrestato i tre predatori sessuali che si sono trasformati in assassini stanno cercando un quarto uomo. Per ora, con un decreto di fermo firmato dai magistrati di Piazzale Clodio, hanno sbattuto dentro provvisoriamente Mamadou Gara, 26 anni, senegalese, giudiziariamente era considerato come irreperibile, dopo essere stato oggetto di un decreto d'espulsione nell'ottobre 2017. Rintracciato dalle forze dell'ordine il 22 luglio scorso, la burocrazia era in attesa del nulla osta dell'autorità giudiziaria per i reati pendenti a suo carico, tutti legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Nel frattempo era libero e di sera bighellonava tra San Lorenzo e la stazione Termini. Poi, di notte, si rintanava nel palazzo occupato. L'altro uomo fermato è Brian Minteh, 43 anni, senegalese anche lui, aveva il permesso di soggiorno per motivi umanitari, scaduto, e perciò aveva presentato alla Questura di Roma (il 24 agosto 2017) istanza di rinnovo. Gli uffici preposti erano in attesa di integrazioni documentali: la domanda dell'africano, in soldoni, era incompleta in quanto mancavano alcuni dati anagrafici. I due senegalesi sono stati rintracciati, rispettivamente, al Pigneto e in piazzale del Verano, non lontano dallo stabile che si è trasformato nella scena del crimine.
Il terzo uomo è stato trovato nella ex fabbrica di penicillina di via Tiburtina, in zona San Basilio, poco lontano dall'aula bunker del carcere di Rebibbia (lo stabile in cui lo hanno bloccato rientra nella lista di immobili che dovrebbero essere sgomberati nelle prossime settimane, così come deciso ieri durante la riunione del Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza al quale ha partecipato anche il ministro dell'Interno, Matteo Salvini).
Il terzo individuo si chiama Alinno Chima, ha 46 anni, è nigeriano e risulta titolare di un permesso di soggiorno per motivi umanitari rilasciato dalla Questura di Roma il 14 marzo 2016 (e scaduto il 13 marzo 2018). Per la banca dati del Comune di Roma era irreperibile. Spacciatore anche lui.
Le accuse formalizzate: «Omicidio volontario, violenza sessuale di gruppo e cessione di stupefacenti». Ma si tratta, spiegano gli investigatori, di capi d'imputazione provvisori che, man mano che i risultati delle indagini si faranno più dettagliati, potrebbero anche aggravarsi.
La polizia è arrivata a loro grazie alle testimonianze raccolte a partire dalle 36 ore successive all'omicidio, quando un senegalese, diventato il testimone chiave, si è presentato in commissariato (e poi davanti alle telecamere di Rai 1) e ha raccontato ciò che aveva visto e sentito quella notte.
Prima di quella dichiarazione c'è un buco investigativo. La volante arrivata sul posto aveva liquidato il caso come una storiaccia di ordinario degrado - ma non per questo meno triste - in relazione al decesso per overdose di una tossicodipendente adulta, come spesso avviene dei luoghi senza legge del suburbio romano. Dall'autopsia sono saltati fuori i primi dettagli raccapriccianti. E quando uno dei due senegalesi portati in Questura è caduto in contraddizione la prima volta, gli investigatori hanno capito che bisognava insistere. E allora l'interrogatorio è andato avanti a oltranza. Finché sono arrivate le prime ammissioni che, incrociate con le dichiarazioni raccolte dai testimoni, hanno permesso alla Procura mettere a fuoco gli accadimenti e inquadrare i personaggi chiave.
Sono almeno una decina le persone ascoltate negli ultimi due giorni dal procuratore aggiunto Maria Monteleone, dal pm Stefano Pizza e dal capo della Squadra mobile Luigi Silipo, fra le quali compaiono due ragazze e un amico immigrato che avrebbero trascorso con Desirée la sua ultima serata.
Una delle due ragazze è la persona che ha chiamato il 112. E che riscontra quasi in modo perfetto il racconto del senegalese che ha riaperto il caso. L'africano ha riferito che è accaduto tutto tra la mezzanotte e le 12.30 di venerdì scorso. La testimone, invece, racconta di aver visto la ragazza ancora viva l'ultima volta all'una e mezza. Racconta anche di essersi drogata con lei. E di essersi allontanata. Al suo ritorno ha trovato Desirée stesa sotto una coperta, senza vestiti e già cadavere. A quel punto avrebbe deciso di rivestirla. Insieme a quello sottoscritto da lei, in Questura ci sono i verbali di altri tossicodipendenti che frequentavano il palazzo occupato. E che per almeno una settimana - e fino alla notte tra giovedì e venerdì - hanno frequentato anche Desirée. Le loro storie sembrano una la fotocopia dell'altra. Quel palazzo occupato era un covo di spacciatori africani, che accettavano anche pagamenti in natura dagli acquirenti più disperati, che le crisi d'astinenza spingono a vendere il proprio corpo pur di procacciarsi eroina. Uomini e donne si offrivano in cambio di una dose.
Il pomeriggio del 18 ottobre, hanno accertato gli investigatori, Desirée Mariottini è tornata in via dei Lucani, ha incontrato il gruppo di pusher, si è trattenuta con loro, poi avrebbe chiesto agli spacciatori dello stupefacente, come era già accaduto in passato. Secondo chi indaga, i criminali sapevano che la dose fornita alla ragazza sarebbe stata in grado di ucciderla. E quando Desirée si è sentita male non hanno chiamato qualcuno che potesse soccorrerla, anzi. L'hanno violentata, più volte e in gruppo. Desirée non si è opposta perché non poteva. Non era in sé, non si reggeva in piedi. Mentre loro, senza nessuna pietà, le erano addosso. Dopo gli abusi l'hanno abbandonata a terra tremante e l'hanno lasciata morire nell'infinita, tragica solitudine di quel luogo sporco e degradato, dove la ragazzina è stata trovata senza vita all'alba di venerdì. Questa ricostruzione si è trasformata nei capi d'imputazione provvisori che ora la Procura trasmetterà al giudice per le indagini preliminari, il quale dovrà occuparsi della convalida dei fermi e di valutare se emettere un'ordinanza di custodia cautelare. Il quarto provvedimento di fermo è nell'aria, la caccia al quarto uomo è serrata. La Procura ritiene di aver raccolto «gravi indizi di colpevolezza concordanti e precisi» anche su di lui. La notte si prevede lunga. Negli uffici della Questura, alle 20 di ieri sera, c'erano altre cinque persone informate sui fatti. E non si esclude che, come già accaduto con i tre fermati, qualcun altro potrebbe trasformarsi in un sospettato.
Fabio Amendolara
L’hanno tenuta 12 ore in overdose rianimandola solo per gli stupri
«Nata principessa, cresciuta guerriera; un angelo bianco con l'anima nera». Si presentava così su Facebook, nascondendo dietro un'immagine ribelle le fragilità e le anemie del cuore che a 16 anni una ragazza porta con sé come momentanee compagne di vita. Oggi Desirée Mariottini è una rosa bianca davanti a un cancello arrugginito alla periferia di Roma, di nuovo pura essenza dopo che il branco l'ha circuita, soggiogata, inglobata, usata, drogata, violentata, ammazzata. Prima le hanno fatto a pezzi l'anima, poi il corpo.
L'ultima sera è terribile. Non avrebbe più voluto tornare dentro quel falansterio da Trainspotting nel quartiere San Lorenzo, start up permanente dello spaccio africano, dove in luglio era stata agganciata dal racket degli irregolari. Ma loro hanno il suo telefonino, se lo sono preso in cambio di qualche dose di droga e alla richiesta di restituzione le hanno riso in faccia. È costretta a telefonare con il cellulare di un'amica e quando sua mamma e sua nonna vedono il numero sconosciuto sul display, le fanno giustamente il terzo grado, le intimano di recuperare il suo. Nonna Patrizia, dirigente amministrativo del Tribunale di Latina, prova a cercarlo con il tablet nella zona, mai immaginerebbe che la nipote si possa allungare fino a Roma, in quell'anfratto, con quella gente. «Mi ha detto che aveva perso l'autobus e andava a dormire da un'amica», piange. L'amica è Chiara, sono cresciute insieme a Cisterna di Latina, Agro Pontino. «Li ho visti in faccia, l'avevo accompagnata due volte per aiutarla a riprendere il telefonino, ma le avevo impedito di entrare là dentro. Quella sera mi ha telefonato, forse voleva che la accompagnassi; non ho risposto e adesso vivo col rimorso. Avrei potuto salvarla».
Quel 18 ottobre a San Lorenzo ci sono i pusher, divertiti ma anche infastiditi da quella ragazzina; c'è il branco degli spacciatori che si trasformano in presunti carnefici. La fanno entrare, fingono gentilezza, le offrono da bere. Poi la ricostruzione delle forze dell'ordine si fa sintetica: la drogano con un cocktail di eroina e metadone e abusano di lei. Secondo la testimonianza resa alla polizia da una ragazza romana tossicodipendente che frequentava il condominio della morte, a circondarla sono in tanti. «Quella notte ero lì, ho visto Desirée stare male. Era per terra e aveva intorno sette, otto persone. Le davano dell'acqua per farla riprendere». Sono nigeriani e senegalesi (tutti irregolari, alcuni con il permesso di soggiorno per scopi umanitari scaduto), tre di loro sono in carcere e sul quarto è scattata la caccia all'uomo. Desirée viene tenuta ferma, lo dimostrano le ferite ai polsi. Desirée perde conoscenza, viene rianimata e di nuovo violentata, addirittura per 12 ore. Poi è lasciata lì ad agonizzare. Come dimostra l'autopsia eseguita dal dottor Dino Mario Tancredi, non muore per overdose, ma per soffocamento. E l'indomani un lenzuolo bianco la protegge per sempre dalla ferocia dell'uomo.
A Cisterna di Latina, dove era nata principessa da mamma Barbara e papà Gianluca, se la ricordano timida, dolcissima, quasi mai a proprio agio per via di una lieve malformazione a una gamba che la faceva sentire diversa. Quando sorride mostra l'apparecchio per correggere i denti, e il pensiero corre all'innocenza di Yara Gambirasio e a quella gelida ultima notte nel campo di Chignolo d'Isola. Quando sfida la società con frasi come «Ciò che ami poi t'ammazza» oppure «Ogni vizio è una condanna» non puoi fare a meno di sovrapporla a Merry, la protagonista di Pastorale americana di Philip Roth, ragazzina dalle emozioni troppo grandi per riuscire a contenerle tutte nel perimetro del suo corpo, che finisce «per portare la guerra in casa».
Desirée frequenta l'istituto agrario, ma non è contenta e vorrebbe passare all'artistico. Perché ama i quadri, i colori, le tavolozze da riempire di sogni, un futuro da artista; nella sua camera ricerca sulla rete opere da ammirare. Vive con la nonna Patrizia alla quale è stata affidata dopo la separazione dei genitori. Un finale burrascoso, con un'accusa di stalking della madre nei confronti del padre e la successiva condanna per Gianluca Zuncheddu con l'obbligo di tenersi a distanza.
Quando è là fuori, Desirée non riesce ad evitare quelle che ogni genitore di ogni epoca chiama «le cattive compagnie». Ragazzi che cominciano a passarle le canne, a invitarla a serate a tutta birra. Questo fa deteriorare ancora di più i rapporti in famiglia; il padre contravviene alle regole per provare a riportarla a casa anche a suon di sberle. Ne ricava una denuncia e gli arresti domiciliari. Alla ragazza cresciuta guerriera non va meglio: da agosto è in cura ai servizi sociali e qualche settimana fa due giovani fermate con pasticche di Rivotril - antidepressivo trasformato in droga da strada - rivelano di averle prese da lei. La perquisizione però non dà esito, l'avvocato della famiglia può precisare: «Una spacciatrice? Falso. Così come è falso che prendesse psicofarmaci». Desirée resta libera di credere che una ragazzina ribelle ha il mondo in mano. E di giocare con la persona che ama di più, la sorellina Dalila di 4 anni. Resta libera di scrivere sul diario: «La vita non è come nelle favole, qui i cattivi vincono e i buoni restano fottuti». E di prendere un autobus in una sera senza storia per andare a incontrare i lupi.
Giorgio Gandola
Continua a leggereRiduci
La polizia ha trattenuto due senegalesi e un nigeriano: sono irregolari e con precedenti per spaccio. Gravi indizi anche su un quarto straniero.L'hanno tenuta 12 ore in overdose rianimandola solo per gli stupri. I pusher avevano preso il suo telefono, Desirée è entrata nel covo per recuperarlo. Le hanno dato eroina e metadone per sedarla e violentarla a turno. Dopo uno strazio infinito, la giovane è morta per asfissia.Lo speciale comprende due articoli. Le bestie riunite in branco che fermate dalla polizia e sospettate di aver drogato, stuprato e ucciso la piccola Desirée Mariottini, 16 anni, di Cisterna di Latina, hanno un profilo criminale molto simile: sono immigrati africani irregolari e spacciatori di droga al dettaglio. Violenti, spietati e «garantiti» nella loro condotta di vita da un'inestricabile matassa fatta di burocrazia e norme che hanno permesso loro di sfuggire alla legge. Stando al racconto dei testimoni, si muovevano sulla scena del crimine notturna del palazzo occupato di via dei Lucani a Roma, quartiere San Lorenzo, come dei Balrog da fantasy tolkeniano. Gli investigatori della Squadra mobile di Roma che hanno sbrogliato il giallo e arrestato i tre predatori sessuali che si sono trasformati in assassini stanno cercando un quarto uomo. Per ora, con un decreto di fermo firmato dai magistrati di Piazzale Clodio, hanno sbattuto dentro provvisoriamente Mamadou Gara, 26 anni, senegalese, giudiziariamente era considerato come irreperibile, dopo essere stato oggetto di un decreto d'espulsione nell'ottobre 2017. Rintracciato dalle forze dell'ordine il 22 luglio scorso, la burocrazia era in attesa del nulla osta dell'autorità giudiziaria per i reati pendenti a suo carico, tutti legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Nel frattempo era libero e di sera bighellonava tra San Lorenzo e la stazione Termini. Poi, di notte, si rintanava nel palazzo occupato. L'altro uomo fermato è Brian Minteh, 43 anni, senegalese anche lui, aveva il permesso di soggiorno per motivi umanitari, scaduto, e perciò aveva presentato alla Questura di Roma (il 24 agosto 2017) istanza di rinnovo. Gli uffici preposti erano in attesa di integrazioni documentali: la domanda dell'africano, in soldoni, era incompleta in quanto mancavano alcuni dati anagrafici. I due senegalesi sono stati rintracciati, rispettivamente, al Pigneto e in piazzale del Verano, non lontano dallo stabile che si è trasformato nella scena del crimine. Il terzo uomo è stato trovato nella ex fabbrica di penicillina di via Tiburtina, in zona San Basilio, poco lontano dall'aula bunker del carcere di Rebibbia (lo stabile in cui lo hanno bloccato rientra nella lista di immobili che dovrebbero essere sgomberati nelle prossime settimane, così come deciso ieri durante la riunione del Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza al quale ha partecipato anche il ministro dell'Interno, Matteo Salvini). Il terzo individuo si chiama Alinno Chima, ha 46 anni, è nigeriano e risulta titolare di un permesso di soggiorno per motivi umanitari rilasciato dalla Questura di Roma il 14 marzo 2016 (e scaduto il 13 marzo 2018). Per la banca dati del Comune di Roma era irreperibile. Spacciatore anche lui. Le accuse formalizzate: «Omicidio volontario, violenza sessuale di gruppo e cessione di stupefacenti». Ma si tratta, spiegano gli investigatori, di capi d'imputazione provvisori che, man mano che i risultati delle indagini si faranno più dettagliati, potrebbero anche aggravarsi. La polizia è arrivata a loro grazie alle testimonianze raccolte a partire dalle 36 ore successive all'omicidio, quando un senegalese, diventato il testimone chiave, si è presentato in commissariato (e poi davanti alle telecamere di Rai 1) e ha raccontato ciò che aveva visto e sentito quella notte. Prima di quella dichiarazione c'è un buco investigativo. La volante arrivata sul posto aveva liquidato il caso come una storiaccia di ordinario degrado - ma non per questo meno triste - in relazione al decesso per overdose di una tossicodipendente adulta, come spesso avviene dei luoghi senza legge del suburbio romano. Dall'autopsia sono saltati fuori i primi dettagli raccapriccianti. E quando uno dei due senegalesi portati in Questura è caduto in contraddizione la prima volta, gli investigatori hanno capito che bisognava insistere. E allora l'interrogatorio è andato avanti a oltranza. Finché sono arrivate le prime ammissioni che, incrociate con le dichiarazioni raccolte dai testimoni, hanno permesso alla Procura mettere a fuoco gli accadimenti e inquadrare i personaggi chiave. Sono almeno una decina le persone ascoltate negli ultimi due giorni dal procuratore aggiunto Maria Monteleone, dal pm Stefano Pizza e dal capo della Squadra mobile Luigi Silipo, fra le quali compaiono due ragazze e un amico immigrato che avrebbero trascorso con Desirée la sua ultima serata. Una delle due ragazze è la persona che ha chiamato il 112. E che riscontra quasi in modo perfetto il racconto del senegalese che ha riaperto il caso. L'africano ha riferito che è accaduto tutto tra la mezzanotte e le 12.30 di venerdì scorso. La testimone, invece, racconta di aver visto la ragazza ancora viva l'ultima volta all'una e mezza. Racconta anche di essersi drogata con lei. E di essersi allontanata. Al suo ritorno ha trovato Desirée stesa sotto una coperta, senza vestiti e già cadavere. A quel punto avrebbe deciso di rivestirla. Insieme a quello sottoscritto da lei, in Questura ci sono i verbali di altri tossicodipendenti che frequentavano il palazzo occupato. E che per almeno una settimana - e fino alla notte tra giovedì e venerdì - hanno frequentato anche Desirée. Le loro storie sembrano una la fotocopia dell'altra. Quel palazzo occupato era un covo di spacciatori africani, che accettavano anche pagamenti in natura dagli acquirenti più disperati, che le crisi d'astinenza spingono a vendere il proprio corpo pur di procacciarsi eroina. Uomini e donne si offrivano in cambio di una dose. Il pomeriggio del 18 ottobre, hanno accertato gli investigatori, Desirée Mariottini è tornata in via dei Lucani, ha incontrato il gruppo di pusher, si è trattenuta con loro, poi avrebbe chiesto agli spacciatori dello stupefacente, come era già accaduto in passato. Secondo chi indaga, i criminali sapevano che la dose fornita alla ragazza sarebbe stata in grado di ucciderla. E quando Desirée si è sentita male non hanno chiamato qualcuno che potesse soccorrerla, anzi. L'hanno violentata, più volte e in gruppo. Desirée non si è opposta perché non poteva. Non era in sé, non si reggeva in piedi. Mentre loro, senza nessuna pietà, le erano addosso. Dopo gli abusi l'hanno abbandonata a terra tremante e l'hanno lasciata morire nell'infinita, tragica solitudine di quel luogo sporco e degradato, dove la ragazzina è stata trovata senza vita all'alba di venerdì. Questa ricostruzione si è trasformata nei capi d'imputazione provvisori che ora la Procura trasmetterà al giudice per le indagini preliminari, il quale dovrà occuparsi della convalida dei fermi e di valutare se emettere un'ordinanza di custodia cautelare. Il quarto provvedimento di fermo è nell'aria, la caccia al quarto uomo è serrata. La Procura ritiene di aver raccolto «gravi indizi di colpevolezza concordanti e precisi» anche su di lui. La notte si prevede lunga. Negli uffici della Questura, alle 20 di ieri sera, c'erano altre cinque persone informate sui fatti. E non si esclude che, come già accaduto con i tre fermati, qualcun altro potrebbe trasformarsi in un sospettato.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermati-tre-africani-per-la-morte-di-desiree-sono-tutti-clandestini-2615178795.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lhanno-tenuta-12-ore-in-overdose-rianimandola-solo-per-gli-stupri" data-post-id="2615178795" data-published-at="1777910069" data-use-pagination="False"> L’hanno tenuta 12 ore in overdose rianimandola solo per gli stupri «Nata principessa, cresciuta guerriera; un angelo bianco con l'anima nera». Si presentava così su Facebook, nascondendo dietro un'immagine ribelle le fragilità e le anemie del cuore che a 16 anni una ragazza porta con sé come momentanee compagne di vita. Oggi Desirée Mariottini è una rosa bianca davanti a un cancello arrugginito alla periferia di Roma, di nuovo pura essenza dopo che il branco l'ha circuita, soggiogata, inglobata, usata, drogata, violentata, ammazzata. Prima le hanno fatto a pezzi l'anima, poi il corpo. L'ultima sera è terribile. Non avrebbe più voluto tornare dentro quel falansterio da Trainspotting nel quartiere San Lorenzo, start up permanente dello spaccio africano, dove in luglio era stata agganciata dal racket degli irregolari. Ma loro hanno il suo telefonino, se lo sono preso in cambio di qualche dose di droga e alla richiesta di restituzione le hanno riso in faccia. È costretta a telefonare con il cellulare di un'amica e quando sua mamma e sua nonna vedono il numero sconosciuto sul display, le fanno giustamente il terzo grado, le intimano di recuperare il suo. Nonna Patrizia, dirigente amministrativo del Tribunale di Latina, prova a cercarlo con il tablet nella zona, mai immaginerebbe che la nipote si possa allungare fino a Roma, in quell'anfratto, con quella gente. «Mi ha detto che aveva perso l'autobus e andava a dormire da un'amica», piange. L'amica è Chiara, sono cresciute insieme a Cisterna di Latina, Agro Pontino. «Li ho visti in faccia, l'avevo accompagnata due volte per aiutarla a riprendere il telefonino, ma le avevo impedito di entrare là dentro. Quella sera mi ha telefonato, forse voleva che la accompagnassi; non ho risposto e adesso vivo col rimorso. Avrei potuto salvarla». Quel 18 ottobre a San Lorenzo ci sono i pusher, divertiti ma anche infastiditi da quella ragazzina; c'è il branco degli spacciatori che si trasformano in presunti carnefici. La fanno entrare, fingono gentilezza, le offrono da bere. Poi la ricostruzione delle forze dell'ordine si fa sintetica: la drogano con un cocktail di eroina e metadone e abusano di lei. Secondo la testimonianza resa alla polizia da una ragazza romana tossicodipendente che frequentava il condominio della morte, a circondarla sono in tanti. «Quella notte ero lì, ho visto Desirée stare male. Era per terra e aveva intorno sette, otto persone. Le davano dell'acqua per farla riprendere». Sono nigeriani e senegalesi (tutti irregolari, alcuni con il permesso di soggiorno per scopi umanitari scaduto), tre di loro sono in carcere e sul quarto è scattata la caccia all'uomo. Desirée viene tenuta ferma, lo dimostrano le ferite ai polsi. Desirée perde conoscenza, viene rianimata e di nuovo violentata, addirittura per 12 ore. Poi è lasciata lì ad agonizzare. Come dimostra l'autopsia eseguita dal dottor Dino Mario Tancredi, non muore per overdose, ma per soffocamento. E l'indomani un lenzuolo bianco la protegge per sempre dalla ferocia dell'uomo. A Cisterna di Latina, dove era nata principessa da mamma Barbara e papà Gianluca, se la ricordano timida, dolcissima, quasi mai a proprio agio per via di una lieve malformazione a una gamba che la faceva sentire diversa. Quando sorride mostra l'apparecchio per correggere i denti, e il pensiero corre all'innocenza di Yara Gambirasio e a quella gelida ultima notte nel campo di Chignolo d'Isola. Quando sfida la società con frasi come «Ciò che ami poi t'ammazza» oppure «Ogni vizio è una condanna» non puoi fare a meno di sovrapporla a Merry, la protagonista di Pastorale americana di Philip Roth, ragazzina dalle emozioni troppo grandi per riuscire a contenerle tutte nel perimetro del suo corpo, che finisce «per portare la guerra in casa». Desirée frequenta l'istituto agrario, ma non è contenta e vorrebbe passare all'artistico. Perché ama i quadri, i colori, le tavolozze da riempire di sogni, un futuro da artista; nella sua camera ricerca sulla rete opere da ammirare. Vive con la nonna Patrizia alla quale è stata affidata dopo la separazione dei genitori. Un finale burrascoso, con un'accusa di stalking della madre nei confronti del padre e la successiva condanna per Gianluca Zuncheddu con l'obbligo di tenersi a distanza. Quando è là fuori, Desirée non riesce ad evitare quelle che ogni genitore di ogni epoca chiama «le cattive compagnie». Ragazzi che cominciano a passarle le canne, a invitarla a serate a tutta birra. Questo fa deteriorare ancora di più i rapporti in famiglia; il padre contravviene alle regole per provare a riportarla a casa anche a suon di sberle. Ne ricava una denuncia e gli arresti domiciliari. Alla ragazza cresciuta guerriera non va meglio: da agosto è in cura ai servizi sociali e qualche settimana fa due giovani fermate con pasticche di Rivotril - antidepressivo trasformato in droga da strada - rivelano di averle prese da lei. La perquisizione però non dà esito, l'avvocato della famiglia può precisare: «Una spacciatrice? Falso. Così come è falso che prendesse psicofarmaci». Desirée resta libera di credere che una ragazzina ribelle ha il mondo in mano. E di giocare con la persona che ama di più, la sorellina Dalila di 4 anni. Resta libera di scrivere sul diario: «La vita non è come nelle favole, qui i cattivi vincono e i buoni restano fottuti». E di prendere un autobus in una sera senza storia per andare a incontrare i lupi. Giorgio Gandola
iStock
La vendita di denaro falso è una delle attività criminali più diffuse e, al tempo stesso, più sottovalutate nel dibattito pubblico. Non si tratta solo di piccoli truffatori che immettono banconote contraffatte nel circuito commerciale: dietro questo fenomeno esistono reti organizzate, spesso transnazionali, che sfruttano tecnologia avanzata, canali digitali e sistemi di pagamento difficilmente tracciabili. Il commercio di banconote false avviene principalmente attraverso il dark web, piattaforme criptate e, sempre più spesso, anche tramite social network e app di messaggistica. I venditori propongono «pacchetti» di contanti contraffatti con sconti progressivi: più si acquista, meno si paga. In alcuni casi, 1.000 euro falsi o mille dollari possono essere venduti per poche centinaia di euro reali. Le organizzazioni criminali utilizzano stampanti professionali, inchiostri speciali e tecniche sofisticate per replicare elementi di sicurezza sempre più complessi. Tuttavia, la qualità varia: accanto a copie grossolane esistono falsi di alta fattura, difficili da individuare a occhio nudo. «Buongiorno, sono interessato all’acquisto di 50.000 euro in banconote da 50, 100, 20 e 10 euro. Tuttavia, vorrei sapere quale qualità potete garantire, che tipo di pagamento prevedete e i tempi di consegna. Resto in attesa di una vostra risposta». Così inizia, su Tor Market, il nostro viaggio nel dark web alla ricerca di soldi falsi. Nel sito si possono acquistare non solo euro falsi, ma anche dollari americani, dollari australiani, dollari canadesi e rupie indiane. La risposta arriva dopo pochi minuti: «Salve, noi utilizziamo la nuova tecnologia 2026! Stampiamo e vendiamo banconote contraffatte di qualità Grade-A di tutte le valute in tutto il mondo. Le nostre banconote sono stampate utilizzando fibra di cotone (80-99%), originariamente derivata da comuni stracci di lino bianco, fibra di legno (1-3%), biossido di titanio (2-3,5% del peso totale della fibra di legno), poliammide epicloridrina (0,5-2% del peso totale della fibra di cotone), cloruro di alluminio, resina melamminica-formaldeide e colla animale. Superano i test Uv e della penna allo iodio e possono quindi essere utilizzate in negozi, banche locali, casinò, sportelli Atm e cambiavalute. Le nostre banconote contengono le seguenti caratteristiche di sicurezza che le rendono apparentemente autentiche».
Le organizzazioni criminali che operano nel settore non sono improvvisate. Si tratta spesso di reti transnazionali che utilizzano tecnologie avanzate per replicare gli elementi di sicurezza delle banconote: filigrane, ologrammi, inchiostri speciali. Accanto a falsi di bassa qualità, facilmente individuabili, circolano copie sempre più sofisticate, difficili da riconoscere senza strumenti adeguati. Non a caso, i tagli più contraffatti restano quelli da 20 e 50 euro, più semplici da spendere e meno soggetti a controlli approfonditi. Il cuore del business, però, non è solo la produzione, ma la distribuzione. La vendita di denaro falso si è progressivamente spostata online, sfruttando piattaforme criptate, circuiti del dark web e canali di messaggistica difficilmente monitorabili. Qui le banconote vengono offerte in veri e propri «listini»: mille euro falsi oppure dollari americani possono essere acquistati per poche centinaia di euro reali, con sconti crescenti al crescere dei volumi. Il pagamento avviene quasi sempre in criptovalute come Bitcoin, che garantiscono un certo grado di anonimato e rendono più complesso il lavoro delle forze di polizia. Una volta acquistato, il denaro contraffatto viene immesso nel circuito economico attraverso canali difficili da tracciare. Piccoli esercizi commerciali, mercati affollati, locali notturni: sono questi i contesti in cui le banconote false riescono più facilmente a passare inosservate.
In altri casi, il contante viene utilizzato all’interno di economie parallele, legate al traffico di droga o ad altre attività illegali, dove i controlli sono praticamente assenti. Il dato economico complessivo, seppur difficile da quantificare con precisione, è significativo. Considerando un valore medio di 50 euro per banconota, si può stimare che ogni anno vengano intercettati oltre 20 milioni di euro falsi nell’Eurozona. Ma si tratta solo della punta dell’iceberg: una parte consistente sfugge inevitabilmente ai controlli. A rendere il fenomeno ancora più insidioso è la sua evoluzione tecnologica. L’accesso a strumenti di stampa sempre più avanzati e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale stanno abbassando la soglia d’ingresso per nuovi attori criminali. In questo contesto, la digitalizzazione dei pagamenti non ha eliminato il contante, che continua a essere ampiamente utilizzato e, proprio per questo, resta un obiettivo privilegiato. La geografia del denaro falso non ha più confini netti, ma segue rotte precise. Le indagini europee e internazionali delineano una mappa ricorrente, fatta di hub produttivi, snodi logistici e canali di distribuzione che attraversano più continenti. L’Europa orientale – in particolare Bulgaria, Romania e Ucraina – resta uno dei principali poli di produzione. Qui i costi contenuti e la disponibilità di competenze tecniche favoriscono la nascita di laboratori clandestini capaci di realizzare falsi anche sofisticati. Diverso il ruolo di Italia e Spagna, che si configurano soprattutto come piattaforme di distribuzione: il denaro contraffatto arriva, viene smistato e immesso nei circuiti economici. In Italia, diverse inchieste hanno individuato centri attivi tra Campania e Lazio, spesso collegati alla criminalità organizzata. A fare da cerniera tra Europa e Medio Oriente è la Turchia, utilizzata come crocevia per il transito delle banconote. Sul fronte sud, il Nord Africa – con Marocco e Algeria – svolge un ruolo chiave nella diffusione locale e nel passaggio verso l’Europa. Più a est, la Cina è spesso associata alla produzione di materiali, strumenti e, in alcuni casi, di banconote di qualità elevata.
Il fenomeno resta globale. Anche il dollaro è un bersaglio prioritario, con reti attive in Sud America e nel Sud-Est asiatico, come evidenziato dall’Us Secret Service. In questo scenario, l’Italia rappresenta un caso emblematico. Il Paese ha una lunga storia legata alla contraffazione di valuta: negli anni, le forze dell’ordine hanno smantellato vere e proprie «fabbriche» di banconote false. Alcune organizzazioni hanno raggiunto livelli tali da costruirsi una reputazione internazionale per la qualità dei falsi, poi esportati in tutta Europa. Nel mondo della contraffazione esiste una storia che, più di altre, restituisce il livello raggiunto da alcune reti criminali: quella della cosiddetta «superdollar», la banconota da 100 dollari falsa quasi indistinguibile dall’originale. Non si tratta del classico falso grossolano, ma di un prodotto realizzato con una cura maniacale: carta simile a quella autentica, inchiostri sofisticati e dettagli di sicurezza riprodotti con precisione tale da mettere in difficoltà persino gli esperti. Secondo diverse indagini dell’Us Secret Service, la qualità di queste banconote ha alimentato per anni sospetti su una possibile produzione sostenuta da strutture ben più avanzate rispetto alla criminalità tradizionale. Ma il vero elemento sorprendente non è solo tecnico: è strategico. A differenza dei falsi comuni, immessi sul mercato in grandi quantità, la «superdollar» veniva utilizzata con estrema cautela: piccole dosi, distribuite nel tempo, per evitare di attirare l’attenzione e mantenere intatto il valore del falso.
Così i nuovi dollari sfidano l'IA
Negli Stati Uniti il denaro falso continua a circolare, ma i numeri raccontano una realtà molto distante dall’allarme spesso percepito. Non siamo di fronte a un fenomeno fuori controllo, bensì a una minaccia costante ma contenuta, monitorata con attenzione dalle autorità federali e progressivamente ridimensionata grazie all’evoluzione tecnologica. Secondo le stime della Federal reserve, il valore complessivo delle banconote contraffatte in circolazione oscilla tra i 15 e i 30 milioni di dollari. Una cifra che può sembrare rilevante, ma che cambia radicalmente significato se confrontata con la massa monetaria statunitense: oltre 2.000 miliardi di dollari in contanti. In termini pratici, si parla di una banconota falsa ogni decine di migliaia di esemplari autentici.
Il rischio, per il cittadino medio, resta quindi estremamente basso. Il contrasto operativo è affidato in gran parte allo United States Secret Service, che ogni anno sequestra decine di milioni di dollari contraffatti. Le operazioni colpiscono soprattutto reti organizzate, spesso legate a circuiti internazionali, ma non mancano casi più rudimentali. In diverse città americane sono state smantellate tipografie clandestine capaci di produrre migliaia di banconote, soprattutto da 20 e 100 dollari, i tagli più utilizzati nella vita quotidiana e quindi più facili da «spendere» senza destare sospetti.
Un caso emblematico riguarda un sequestro avvenuto nel Midwest, dove le autorità hanno individuato una rete che distribuiva dollari falsi attraverso piccoli esercizi commerciali e distributori automatici. In un’altra operazione sulla costa Ovest, invece, è stato scoperto un sistema più sofisticato che utilizzava stampanti ad alta definizione e carta trattata chimicamente per imitare le caratteristiche tattili delle banconote originali. Nonostante questi episodi, il trend generale è in calo. Le nuove banconote statunitensi integrano elementi di sicurezza sempre più avanzati: filigrane tridimensionali, inchiostri cangianti, microstampe e bande di sicurezza difficili da replicare. A questo si aggiunge il ruolo crescente della tecnologia digitale: software di analisi, scanner intelligenti e sistemi di tracciamento permettono di individuare le anomalie con maggiore rapidità.
Ma la vera trasformazione riguarda il fronte della falsificazione. Se in passato il rischio principale era legato alle tipografie clandestine, oggi emergono nuove minacce ibride. L’Intelligenza artificiale consente di migliorare la qualità delle riproduzioni, mentre le reti criminali sfruttano il web e le criptovalute per distribuire e monetizzare il falso con maggiore discrezione. Non è un caso che le autorità stiano spostando sempre più risorse sul monitoraggio digitale, dove il confine tra contraffazione, frode e cybercrime diventa sempre più sottile.
In definitiva, il denaro falso negli Stati Uniti esiste e continua a rappresentare un problema operativo per forze dell’ordine e commercianti. Tuttavia, i dati indicano con chiarezza che si tratta di un fenomeno marginale rispetto alla dimensione complessiva dell’economia. La vera sfida, oggi, non è tanto la quantità di banconote contraffatte in circolazione, quanto la capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi a un contesto tecnologico che continua ad essere in rapida evoluzione.
La «fabbrica di euro» è l’Est Europa, Madrid e Roma hub di smistamento
Il denaro falso continua a circolare nei sistemi economici europei, ma i dati restituiscono un quadro meno allarmante rispetto alla percezione diffusa. Non si tratta di un’emergenza sistemica, bensì di un fenomeno stabile, attentamente monitorato e, negli ultimi anni, in progressiva riduzione. Resta però una minaccia concreta per cittadini ed esercenti, soprattutto nei contesti di pagamento rapido. Secondo la Bce, nel 2025 sono state ritirate circa 444.000 banconote contraffatte, in calo rispetto alle oltre 550.000 individuate nel 2024. Numeri che, se considerati isolatamente, possono apparire rilevanti, ma che cambiano significato se rapportati alla massa di denaro autentico in circolazione: decine di miliardi di banconote. In termini proporzionali, si parla di circa 14 falsi per ogni milione di esemplari veri, una probabilità estremamente bassa per il singolo cittadino.Il fenomeno, tuttavia, non è scomparso: si è trasformato, adattandosi alle logiche delle organizzazioni criminali. I tagli più colpiti restano quelli da 20 e 50 euro, che rappresentano circa l’80% delle banconote false intercettate. La scelta è strategica: sono i tagli più utilizzati nella quotidianità e quindi più facili da immettere in circolazione senza attirare controlli. Al contrario, le banconote da 100 e 200 euro risultano meno appetibili, perché più soggette a verifiche. Dal punto di vista geografico, oltre il 95% dei falsi viene individuato all’interno dell’area euro. Questo conferma l’esistenza di reti criminali radicate in Europa, spesso con basi operative nei Paesi dell’Est, ma capaci di operare su scala transnazionale. La contraffazione non è più un’attività artigianale isolata, bensì un sistema organizzato e flessibile. In questo scenario, l’Intelligenza artificiale rappresenta un fattore di evoluzione. I modelli di generazione di immagini ad alta risoluzione consentono di riprodurre con crescente precisione dettagli complessi: sfumature cromatiche, microelementi grafici e texture. Software avanzati permettono di simulare effetti ottici e imperfezioni tipiche delle banconote autentiche. Il risultato non è perfetto, ma spesso sufficiente a superare controlli superficiali.Anche la fase di stampa ha subito una trasformazione: le tipografie clandestine sono state in parte sostituite da stampanti di alta gamma, abbinate a sistemi di elaborazione digitale. Questo consente produzioni più rapide e meno costose. L’Intelligenza artificiale interviene inoltre nel miglioramento continuo: analizza gli errori, corregge i difetti e aumenta progressivamente la qualità delle copie. La tecnologia gioca un ruolo anche nella distribuzione. Le reti criminali utilizzano piattaforme digitali, chat criptate e social network per vendere banconote false a intermediari di basso livello. In alcuni casi, sistemi automatizzati selezionano i potenziali acquirenti e gestiscono i contatti, riducendo il rischio di infiltrazioni e rendendo la filiera più difficile da intercettare. Le indagini condotte negli ultimi anni in diversi Paesi europei confermano questo salto qualitativo. In Italia, a Napoli, è stata smantellata una delle principali centrali di produzione di euro falsi, con il sequestro di migliaia di banconote da 20 e 50 euro pronte per la distribuzione. Il laboratorio disponeva di macchinari sofisticati, capaci di riprodurre con buona precisione gli elementi di sicurezza.In Spagna, la Guardia Civil ha individuato una rete attiva lungo la costa mediterranea, dove i falsi venivano immessi soprattutto nel circuito turistico, sfruttando l’elevato volume di transazioni e la minore attenzione nei pagamenti in contanti. In Germania, invece, un’operazione coordinata ha portato alla scoperta di un sistema di vendita online, con banconote contraffatte cedute a prezzo ridotto a intermediari incaricati di inserirle nel mercato. Questi casi dimostrano come la contraffazione sia oggi un vero business criminale, capace di adattarsi sia ai contesti economici sia all’innovazione tecnologica. Nonostante ciò, le banconote della serie «Europa» mantengono un elevato livello di sicurezza. Filigrane, ologrammi dinamici, numeri in rilievo ed elementi visibili sotto luce ultravioletta rendono estremamente complessa una riproduzione completa e convincente.I falsari, infatti, non puntano alla perfezione assoluta, ma a copie «abbastanza credibili» da non destare sospetti immediati. È su questa soglia di ambiguità che si gioca la partita. Per questo il contrasto si basa su un doppio livello: da un lato l’aggiornamento continuo dei sistemi di controllo, dall’altro la prevenzione. Le autorità europee e nazionali investono nella formazione degli operatori e nella diffusione di pratiche di verifica semplici ma efficaci: controllare al tatto, osservare in controluce, verificare gli elementi di sicurezza. In definitiva, il denaro falso rappresenta una minaccia reale ma contenuta. I numeri indicano che il sistema regge, ma la presenza costante di reti criminali e l’evoluzione tecnologica impongono attenzione. La sfida resta aperta e si gioca ogni giorno tra innovazione e vigilanza quotidiana.
Continua a leggereRiduci
Un precedente incontro tra il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed al-Nahyan (Ansa)
Il ritiro di Abu Dhabi dall’Opec non è solo economico: riemergono le tensioni con l’Arabia Saudita tra accuse sulla sicurezza e divergenze regionali. Una frattura che indebolisce Riad, complica i piani di Trump e riapre i giochi nel Golfo.
Alla base dell’addio di Abu Dhabi all’Opec c’è (anche) una ragione di natura geopolitica: il riemergere della tensione tra emiratini e sauditi.
Ufficialmente, il ritiro degli Emirati è legato alla loro volontà di svincolarsi dal sistema di quote di produzione petrolifera. Il che già di per sé rappresenta uno schiaffo a Riad che riveste de facto nell’Opec una posizione di preminenza politica. Un Opec più fragile rende quindi potenzialmente l’Arabia Saudita più debole sotto il profilo geopolitico ed economico.
In secondo luogo, il giorno prima che Abu Dhabi annunciasse l’addio, il consigliere presidenziale emiratino, Anwar Gargash, aveva accusato i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo di non aver fatto abbastanza per assistere il proprio Paese contro gli attacchi iraniani. «La posizione del Consiglio di cooperazione del Golfo è stata la più debole nella storia, considerando la natura dell'attacco e la minaccia che ha rappresentato per tutti», aveva dichiarato in quella che era una stoccata soprattutto all’Arabia Saudita.
Non dobbiamo del resto dimenticare che, negli ultimi anni, il rapporto tra Abu Dhabi e Riad era diventato teso su vari dossier: dal Sudan al Somaliland, passando per lo Yemen. Tuttavia, la guerra in Iran sembrava aver ricompattato l’asse tra i due vecchi alleati nel nome della loro storica opposizione al regime khomeinista. Un ricompattamento che, a quanto pare, non è durato granché. Lo schiaffo emiratino all’Opec, lo abbiamo visto, sta lì a dimostrarlo. Il punto è adesso capire che cosa succederà.
Donald Trump, com’è noto, ha plaudito all’addio di Abu Dhabi: in passato, l'inquilino della Casa Bianca aveva accusato l’Opec di manipolare i prezzi del petrolio. Inoltre, il presidente americano scommette sul fatto che, in caso di riapertura di Hormuz, la mossa emiratina possa contribuire a far scendere più celermente il costo del greggio. Non è un mistero che Trump tema l’alto prezzo della benzina negli Stati Uniti: un fattore, questo, che indebolisce il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Dall’altra parte, però, il ritorno della tensione tra emiratini e sauditi potrebbe mettere in crisi quel rilancio degli Accordi di Abramo a cui Trump notoriamente mira. Abu Dhabi ha aderito a quei patti nel 2020, mentre Riad non lo ha ancora fatto. Il presidente americano vorrebbe che Mohammad bin Salman li sottoscrivesse al più presto, ma questa situazione rende la strada decisamente in salita. Mentre infatti l’asse tra Gerusalemme e Abu Dhabi si rafforza, i rapporti tra l’Arabia Saudita e lo Stato ebraico sono attraversati da qualche significativa fibrillazione. Non è inoltre escluso che il principe ereditario saudita possa essersi irritato per il sostegno di Trump al ritiro emiratino dall'Opec.
Continua a leggereRiduci
Il campo largo non ha ancora leader, programmi e idee. Per questo spera che il governo Meloni duri fino al termine della legislatura, infrangendo ogni record. Nonostante le accuse di Renzi, Conte e Schlein.
L’inflazione consiste nell’aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi in un determinato periodo di tempo, con la conseguente riduzione del potere d’acquisto della moneta: con la stessa quantità di denaro si riesce a comprare meno.
In condizioni normali, l’inflazione si sviluppa quando la domanda supera l’offerta: se beni e servizi non bastano a soddisfare i consumatori, i prezzi salgono. Al contrario, quando l’economia rallenta o entra in stagnazione, la domanda tende a diminuire e i prezzi dovrebbero stabilizzarsi o scendere.
La stagflazione rompe questo schema: si verifica quando l’economia cresce poco o si contrae, ma i prezzi continuano comunque a salire.
Questo fenomeno si manifesta spesso in seguito a uno shock di offerta, cioè un evento straordinario che riduce la disponibilità di beni o aumenta i costi di produzione — ad esempio una crisi energetica o un forte aumento del costo delle materie prime — spingendo verso l’alto i prezzi anche in presenza di un’economia debole.
La stagflazione è considerata particolarmente difficile da gestire perché le politiche economiche tradizionali per combattere l’inflazione (come alzare i tassi) possono aggravare la stagnazione, mentre quelle per stimolare la crescita rischiano di alimentare ulteriormente l’aumento dei prezzi.
Continua a leggereRiduci