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2018-10-26
Fermati tre africani per la morte di Desirée. Sono tutti clandestini
ANSA
Le bestie riunite in branco che fermate dalla polizia e sospettate di aver drogato, stuprato e ucciso la piccola Desirée Mariottini, 16 anni, di Cisterna di Latina, hanno un profilo criminale molto simile: sono immigrati africani irregolari e spacciatori di droga al dettaglio.
Violenti, spietati e «garantiti» nella loro condotta di vita da un'inestricabile matassa fatta di burocrazia e norme che hanno permesso loro di sfuggire alla legge. Stando al racconto dei testimoni, si muovevano sulla scena del crimine notturna del palazzo occupato di via dei Lucani a Roma, quartiere San Lorenzo, come dei Balrog da fantasy tolkeniano. Gli investigatori della Squadra mobile di Roma che hanno sbrogliato il giallo e arrestato i tre predatori sessuali che si sono trasformati in assassini stanno cercando un quarto uomo. Per ora, con un decreto di fermo firmato dai magistrati di Piazzale Clodio, hanno sbattuto dentro provvisoriamente Mamadou Gara, 26 anni, senegalese, giudiziariamente era considerato come irreperibile, dopo essere stato oggetto di un decreto d'espulsione nell'ottobre 2017. Rintracciato dalle forze dell'ordine il 22 luglio scorso, la burocrazia era in attesa del nulla osta dell'autorità giudiziaria per i reati pendenti a suo carico, tutti legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Nel frattempo era libero e di sera bighellonava tra San Lorenzo e la stazione Termini. Poi, di notte, si rintanava nel palazzo occupato. L'altro uomo fermato è Brian Minteh, 43 anni, senegalese anche lui, aveva il permesso di soggiorno per motivi umanitari, scaduto, e perciò aveva presentato alla Questura di Roma (il 24 agosto 2017) istanza di rinnovo. Gli uffici preposti erano in attesa di integrazioni documentali: la domanda dell'africano, in soldoni, era incompleta in quanto mancavano alcuni dati anagrafici. I due senegalesi sono stati rintracciati, rispettivamente, al Pigneto e in piazzale del Verano, non lontano dallo stabile che si è trasformato nella scena del crimine.
Il terzo uomo è stato trovato nella ex fabbrica di penicillina di via Tiburtina, in zona San Basilio, poco lontano dall'aula bunker del carcere di Rebibbia (lo stabile in cui lo hanno bloccato rientra nella lista di immobili che dovrebbero essere sgomberati nelle prossime settimane, così come deciso ieri durante la riunione del Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza al quale ha partecipato anche il ministro dell'Interno, Matteo Salvini).
Il terzo individuo si chiama Alinno Chima, ha 46 anni, è nigeriano e risulta titolare di un permesso di soggiorno per motivi umanitari rilasciato dalla Questura di Roma il 14 marzo 2016 (e scaduto il 13 marzo 2018). Per la banca dati del Comune di Roma era irreperibile. Spacciatore anche lui.
Le accuse formalizzate: «Omicidio volontario, violenza sessuale di gruppo e cessione di stupefacenti». Ma si tratta, spiegano gli investigatori, di capi d'imputazione provvisori che, man mano che i risultati delle indagini si faranno più dettagliati, potrebbero anche aggravarsi.
La polizia è arrivata a loro grazie alle testimonianze raccolte a partire dalle 36 ore successive all'omicidio, quando un senegalese, diventato il testimone chiave, si è presentato in commissariato (e poi davanti alle telecamere di Rai 1) e ha raccontato ciò che aveva visto e sentito quella notte.
Prima di quella dichiarazione c'è un buco investigativo. La volante arrivata sul posto aveva liquidato il caso come una storiaccia di ordinario degrado - ma non per questo meno triste - in relazione al decesso per overdose di una tossicodipendente adulta, come spesso avviene dei luoghi senza legge del suburbio romano. Dall'autopsia sono saltati fuori i primi dettagli raccapriccianti. E quando uno dei due senegalesi portati in Questura è caduto in contraddizione la prima volta, gli investigatori hanno capito che bisognava insistere. E allora l'interrogatorio è andato avanti a oltranza. Finché sono arrivate le prime ammissioni che, incrociate con le dichiarazioni raccolte dai testimoni, hanno permesso alla Procura mettere a fuoco gli accadimenti e inquadrare i personaggi chiave.
Sono almeno una decina le persone ascoltate negli ultimi due giorni dal procuratore aggiunto Maria Monteleone, dal pm Stefano Pizza e dal capo della Squadra mobile Luigi Silipo, fra le quali compaiono due ragazze e un amico immigrato che avrebbero trascorso con Desirée la sua ultima serata.
Una delle due ragazze è la persona che ha chiamato il 112. E che riscontra quasi in modo perfetto il racconto del senegalese che ha riaperto il caso. L'africano ha riferito che è accaduto tutto tra la mezzanotte e le 12.30 di venerdì scorso. La testimone, invece, racconta di aver visto la ragazza ancora viva l'ultima volta all'una e mezza. Racconta anche di essersi drogata con lei. E di essersi allontanata. Al suo ritorno ha trovato Desirée stesa sotto una coperta, senza vestiti e già cadavere. A quel punto avrebbe deciso di rivestirla. Insieme a quello sottoscritto da lei, in Questura ci sono i verbali di altri tossicodipendenti che frequentavano il palazzo occupato. E che per almeno una settimana - e fino alla notte tra giovedì e venerdì - hanno frequentato anche Desirée. Le loro storie sembrano una la fotocopia dell'altra. Quel palazzo occupato era un covo di spacciatori africani, che accettavano anche pagamenti in natura dagli acquirenti più disperati, che le crisi d'astinenza spingono a vendere il proprio corpo pur di procacciarsi eroina. Uomini e donne si offrivano in cambio di una dose.
Il pomeriggio del 18 ottobre, hanno accertato gli investigatori, Desirée Mariottini è tornata in via dei Lucani, ha incontrato il gruppo di pusher, si è trattenuta con loro, poi avrebbe chiesto agli spacciatori dello stupefacente, come era già accaduto in passato. Secondo chi indaga, i criminali sapevano che la dose fornita alla ragazza sarebbe stata in grado di ucciderla. E quando Desirée si è sentita male non hanno chiamato qualcuno che potesse soccorrerla, anzi. L'hanno violentata, più volte e in gruppo. Desirée non si è opposta perché non poteva. Non era in sé, non si reggeva in piedi. Mentre loro, senza nessuna pietà, le erano addosso. Dopo gli abusi l'hanno abbandonata a terra tremante e l'hanno lasciata morire nell'infinita, tragica solitudine di quel luogo sporco e degradato, dove la ragazzina è stata trovata senza vita all'alba di venerdì. Questa ricostruzione si è trasformata nei capi d'imputazione provvisori che ora la Procura trasmetterà al giudice per le indagini preliminari, il quale dovrà occuparsi della convalida dei fermi e di valutare se emettere un'ordinanza di custodia cautelare. Il quarto provvedimento di fermo è nell'aria, la caccia al quarto uomo è serrata. La Procura ritiene di aver raccolto «gravi indizi di colpevolezza concordanti e precisi» anche su di lui. La notte si prevede lunga. Negli uffici della Questura, alle 20 di ieri sera, c'erano altre cinque persone informate sui fatti. E non si esclude che, come già accaduto con i tre fermati, qualcun altro potrebbe trasformarsi in un sospettato.
Fabio Amendolara
L’hanno tenuta 12 ore in overdose rianimandola solo per gli stupri
«Nata principessa, cresciuta guerriera; un angelo bianco con l'anima nera». Si presentava così su Facebook, nascondendo dietro un'immagine ribelle le fragilità e le anemie del cuore che a 16 anni una ragazza porta con sé come momentanee compagne di vita. Oggi Desirée Mariottini è una rosa bianca davanti a un cancello arrugginito alla periferia di Roma, di nuovo pura essenza dopo che il branco l'ha circuita, soggiogata, inglobata, usata, drogata, violentata, ammazzata. Prima le hanno fatto a pezzi l'anima, poi il corpo.
L'ultima sera è terribile. Non avrebbe più voluto tornare dentro quel falansterio da Trainspotting nel quartiere San Lorenzo, start up permanente dello spaccio africano, dove in luglio era stata agganciata dal racket degli irregolari. Ma loro hanno il suo telefonino, se lo sono preso in cambio di qualche dose di droga e alla richiesta di restituzione le hanno riso in faccia. È costretta a telefonare con il cellulare di un'amica e quando sua mamma e sua nonna vedono il numero sconosciuto sul display, le fanno giustamente il terzo grado, le intimano di recuperare il suo. Nonna Patrizia, dirigente amministrativo del Tribunale di Latina, prova a cercarlo con il tablet nella zona, mai immaginerebbe che la nipote si possa allungare fino a Roma, in quell'anfratto, con quella gente. «Mi ha detto che aveva perso l'autobus e andava a dormire da un'amica», piange. L'amica è Chiara, sono cresciute insieme a Cisterna di Latina, Agro Pontino. «Li ho visti in faccia, l'avevo accompagnata due volte per aiutarla a riprendere il telefonino, ma le avevo impedito di entrare là dentro. Quella sera mi ha telefonato, forse voleva che la accompagnassi; non ho risposto e adesso vivo col rimorso. Avrei potuto salvarla».
Quel 18 ottobre a San Lorenzo ci sono i pusher, divertiti ma anche infastiditi da quella ragazzina; c'è il branco degli spacciatori che si trasformano in presunti carnefici. La fanno entrare, fingono gentilezza, le offrono da bere. Poi la ricostruzione delle forze dell'ordine si fa sintetica: la drogano con un cocktail di eroina e metadone e abusano di lei. Secondo la testimonianza resa alla polizia da una ragazza romana tossicodipendente che frequentava il condominio della morte, a circondarla sono in tanti. «Quella notte ero lì, ho visto Desirée stare male. Era per terra e aveva intorno sette, otto persone. Le davano dell'acqua per farla riprendere». Sono nigeriani e senegalesi (tutti irregolari, alcuni con il permesso di soggiorno per scopi umanitari scaduto), tre di loro sono in carcere e sul quarto è scattata la caccia all'uomo. Desirée viene tenuta ferma, lo dimostrano le ferite ai polsi. Desirée perde conoscenza, viene rianimata e di nuovo violentata, addirittura per 12 ore. Poi è lasciata lì ad agonizzare. Come dimostra l'autopsia eseguita dal dottor Dino Mario Tancredi, non muore per overdose, ma per soffocamento. E l'indomani un lenzuolo bianco la protegge per sempre dalla ferocia dell'uomo.
A Cisterna di Latina, dove era nata principessa da mamma Barbara e papà Gianluca, se la ricordano timida, dolcissima, quasi mai a proprio agio per via di una lieve malformazione a una gamba che la faceva sentire diversa. Quando sorride mostra l'apparecchio per correggere i denti, e il pensiero corre all'innocenza di Yara Gambirasio e a quella gelida ultima notte nel campo di Chignolo d'Isola. Quando sfida la società con frasi come «Ciò che ami poi t'ammazza» oppure «Ogni vizio è una condanna» non puoi fare a meno di sovrapporla a Merry, la protagonista di Pastorale americana di Philip Roth, ragazzina dalle emozioni troppo grandi per riuscire a contenerle tutte nel perimetro del suo corpo, che finisce «per portare la guerra in casa».
Desirée frequenta l'istituto agrario, ma non è contenta e vorrebbe passare all'artistico. Perché ama i quadri, i colori, le tavolozze da riempire di sogni, un futuro da artista; nella sua camera ricerca sulla rete opere da ammirare. Vive con la nonna Patrizia alla quale è stata affidata dopo la separazione dei genitori. Un finale burrascoso, con un'accusa di stalking della madre nei confronti del padre e la successiva condanna per Gianluca Zuncheddu con l'obbligo di tenersi a distanza.
Quando è là fuori, Desirée non riesce ad evitare quelle che ogni genitore di ogni epoca chiama «le cattive compagnie». Ragazzi che cominciano a passarle le canne, a invitarla a serate a tutta birra. Questo fa deteriorare ancora di più i rapporti in famiglia; il padre contravviene alle regole per provare a riportarla a casa anche a suon di sberle. Ne ricava una denuncia e gli arresti domiciliari. Alla ragazza cresciuta guerriera non va meglio: da agosto è in cura ai servizi sociali e qualche settimana fa due giovani fermate con pasticche di Rivotril - antidepressivo trasformato in droga da strada - rivelano di averle prese da lei. La perquisizione però non dà esito, l'avvocato della famiglia può precisare: «Una spacciatrice? Falso. Così come è falso che prendesse psicofarmaci». Desirée resta libera di credere che una ragazzina ribelle ha il mondo in mano. E di giocare con la persona che ama di più, la sorellina Dalila di 4 anni. Resta libera di scrivere sul diario: «La vita non è come nelle favole, qui i cattivi vincono e i buoni restano fottuti». E di prendere un autobus in una sera senza storia per andare a incontrare i lupi.
Giorgio Gandola
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La polizia ha trattenuto due senegalesi e un nigeriano: sono irregolari e con precedenti per spaccio. Gravi indizi anche su un quarto straniero.L'hanno tenuta 12 ore in overdose rianimandola solo per gli stupri. I pusher avevano preso il suo telefono, Desirée è entrata nel covo per recuperarlo. Le hanno dato eroina e metadone per sedarla e violentarla a turno. Dopo uno strazio infinito, la giovane è morta per asfissia.Lo speciale comprende due articoli. Le bestie riunite in branco che fermate dalla polizia e sospettate di aver drogato, stuprato e ucciso la piccola Desirée Mariottini, 16 anni, di Cisterna di Latina, hanno un profilo criminale molto simile: sono immigrati africani irregolari e spacciatori di droga al dettaglio. Violenti, spietati e «garantiti» nella loro condotta di vita da un'inestricabile matassa fatta di burocrazia e norme che hanno permesso loro di sfuggire alla legge. Stando al racconto dei testimoni, si muovevano sulla scena del crimine notturna del palazzo occupato di via dei Lucani a Roma, quartiere San Lorenzo, come dei Balrog da fantasy tolkeniano. Gli investigatori della Squadra mobile di Roma che hanno sbrogliato il giallo e arrestato i tre predatori sessuali che si sono trasformati in assassini stanno cercando un quarto uomo. Per ora, con un decreto di fermo firmato dai magistrati di Piazzale Clodio, hanno sbattuto dentro provvisoriamente Mamadou Gara, 26 anni, senegalese, giudiziariamente era considerato come irreperibile, dopo essere stato oggetto di un decreto d'espulsione nell'ottobre 2017. Rintracciato dalle forze dell'ordine il 22 luglio scorso, la burocrazia era in attesa del nulla osta dell'autorità giudiziaria per i reati pendenti a suo carico, tutti legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Nel frattempo era libero e di sera bighellonava tra San Lorenzo e la stazione Termini. Poi, di notte, si rintanava nel palazzo occupato. L'altro uomo fermato è Brian Minteh, 43 anni, senegalese anche lui, aveva il permesso di soggiorno per motivi umanitari, scaduto, e perciò aveva presentato alla Questura di Roma (il 24 agosto 2017) istanza di rinnovo. Gli uffici preposti erano in attesa di integrazioni documentali: la domanda dell'africano, in soldoni, era incompleta in quanto mancavano alcuni dati anagrafici. I due senegalesi sono stati rintracciati, rispettivamente, al Pigneto e in piazzale del Verano, non lontano dallo stabile che si è trasformato nella scena del crimine. Il terzo uomo è stato trovato nella ex fabbrica di penicillina di via Tiburtina, in zona San Basilio, poco lontano dall'aula bunker del carcere di Rebibbia (lo stabile in cui lo hanno bloccato rientra nella lista di immobili che dovrebbero essere sgomberati nelle prossime settimane, così come deciso ieri durante la riunione del Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza al quale ha partecipato anche il ministro dell'Interno, Matteo Salvini). Il terzo individuo si chiama Alinno Chima, ha 46 anni, è nigeriano e risulta titolare di un permesso di soggiorno per motivi umanitari rilasciato dalla Questura di Roma il 14 marzo 2016 (e scaduto il 13 marzo 2018). Per la banca dati del Comune di Roma era irreperibile. Spacciatore anche lui. Le accuse formalizzate: «Omicidio volontario, violenza sessuale di gruppo e cessione di stupefacenti». Ma si tratta, spiegano gli investigatori, di capi d'imputazione provvisori che, man mano che i risultati delle indagini si faranno più dettagliati, potrebbero anche aggravarsi. La polizia è arrivata a loro grazie alle testimonianze raccolte a partire dalle 36 ore successive all'omicidio, quando un senegalese, diventato il testimone chiave, si è presentato in commissariato (e poi davanti alle telecamere di Rai 1) e ha raccontato ciò che aveva visto e sentito quella notte. Prima di quella dichiarazione c'è un buco investigativo. La volante arrivata sul posto aveva liquidato il caso come una storiaccia di ordinario degrado - ma non per questo meno triste - in relazione al decesso per overdose di una tossicodipendente adulta, come spesso avviene dei luoghi senza legge del suburbio romano. Dall'autopsia sono saltati fuori i primi dettagli raccapriccianti. E quando uno dei due senegalesi portati in Questura è caduto in contraddizione la prima volta, gli investigatori hanno capito che bisognava insistere. E allora l'interrogatorio è andato avanti a oltranza. Finché sono arrivate le prime ammissioni che, incrociate con le dichiarazioni raccolte dai testimoni, hanno permesso alla Procura mettere a fuoco gli accadimenti e inquadrare i personaggi chiave. Sono almeno una decina le persone ascoltate negli ultimi due giorni dal procuratore aggiunto Maria Monteleone, dal pm Stefano Pizza e dal capo della Squadra mobile Luigi Silipo, fra le quali compaiono due ragazze e un amico immigrato che avrebbero trascorso con Desirée la sua ultima serata. Una delle due ragazze è la persona che ha chiamato il 112. E che riscontra quasi in modo perfetto il racconto del senegalese che ha riaperto il caso. L'africano ha riferito che è accaduto tutto tra la mezzanotte e le 12.30 di venerdì scorso. La testimone, invece, racconta di aver visto la ragazza ancora viva l'ultima volta all'una e mezza. Racconta anche di essersi drogata con lei. E di essersi allontanata. Al suo ritorno ha trovato Desirée stesa sotto una coperta, senza vestiti e già cadavere. A quel punto avrebbe deciso di rivestirla. Insieme a quello sottoscritto da lei, in Questura ci sono i verbali di altri tossicodipendenti che frequentavano il palazzo occupato. E che per almeno una settimana - e fino alla notte tra giovedì e venerdì - hanno frequentato anche Desirée. Le loro storie sembrano una la fotocopia dell'altra. Quel palazzo occupato era un covo di spacciatori africani, che accettavano anche pagamenti in natura dagli acquirenti più disperati, che le crisi d'astinenza spingono a vendere il proprio corpo pur di procacciarsi eroina. Uomini e donne si offrivano in cambio di una dose. Il pomeriggio del 18 ottobre, hanno accertato gli investigatori, Desirée Mariottini è tornata in via dei Lucani, ha incontrato il gruppo di pusher, si è trattenuta con loro, poi avrebbe chiesto agli spacciatori dello stupefacente, come era già accaduto in passato. Secondo chi indaga, i criminali sapevano che la dose fornita alla ragazza sarebbe stata in grado di ucciderla. E quando Desirée si è sentita male non hanno chiamato qualcuno che potesse soccorrerla, anzi. L'hanno violentata, più volte e in gruppo. Desirée non si è opposta perché non poteva. Non era in sé, non si reggeva in piedi. Mentre loro, senza nessuna pietà, le erano addosso. Dopo gli abusi l'hanno abbandonata a terra tremante e l'hanno lasciata morire nell'infinita, tragica solitudine di quel luogo sporco e degradato, dove la ragazzina è stata trovata senza vita all'alba di venerdì. Questa ricostruzione si è trasformata nei capi d'imputazione provvisori che ora la Procura trasmetterà al giudice per le indagini preliminari, il quale dovrà occuparsi della convalida dei fermi e di valutare se emettere un'ordinanza di custodia cautelare. Il quarto provvedimento di fermo è nell'aria, la caccia al quarto uomo è serrata. La Procura ritiene di aver raccolto «gravi indizi di colpevolezza concordanti e precisi» anche su di lui. La notte si prevede lunga. Negli uffici della Questura, alle 20 di ieri sera, c'erano altre cinque persone informate sui fatti. E non si esclude che, come già accaduto con i tre fermati, qualcun altro potrebbe trasformarsi in un sospettato.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermati-tre-africani-per-la-morte-di-desiree-sono-tutti-clandestini-2615178795.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lhanno-tenuta-12-ore-in-overdose-rianimandola-solo-per-gli-stupri" data-post-id="2615178795" data-published-at="1782286247" data-use-pagination="False"> L’hanno tenuta 12 ore in overdose rianimandola solo per gli stupri «Nata principessa, cresciuta guerriera; un angelo bianco con l'anima nera». Si presentava così su Facebook, nascondendo dietro un'immagine ribelle le fragilità e le anemie del cuore che a 16 anni una ragazza porta con sé come momentanee compagne di vita. Oggi Desirée Mariottini è una rosa bianca davanti a un cancello arrugginito alla periferia di Roma, di nuovo pura essenza dopo che il branco l'ha circuita, soggiogata, inglobata, usata, drogata, violentata, ammazzata. Prima le hanno fatto a pezzi l'anima, poi il corpo. L'ultima sera è terribile. Non avrebbe più voluto tornare dentro quel falansterio da Trainspotting nel quartiere San Lorenzo, start up permanente dello spaccio africano, dove in luglio era stata agganciata dal racket degli irregolari. Ma loro hanno il suo telefonino, se lo sono preso in cambio di qualche dose di droga e alla richiesta di restituzione le hanno riso in faccia. È costretta a telefonare con il cellulare di un'amica e quando sua mamma e sua nonna vedono il numero sconosciuto sul display, le fanno giustamente il terzo grado, le intimano di recuperare il suo. Nonna Patrizia, dirigente amministrativo del Tribunale di Latina, prova a cercarlo con il tablet nella zona, mai immaginerebbe che la nipote si possa allungare fino a Roma, in quell'anfratto, con quella gente. «Mi ha detto che aveva perso l'autobus e andava a dormire da un'amica», piange. L'amica è Chiara, sono cresciute insieme a Cisterna di Latina, Agro Pontino. «Li ho visti in faccia, l'avevo accompagnata due volte per aiutarla a riprendere il telefonino, ma le avevo impedito di entrare là dentro. Quella sera mi ha telefonato, forse voleva che la accompagnassi; non ho risposto e adesso vivo col rimorso. Avrei potuto salvarla». Quel 18 ottobre a San Lorenzo ci sono i pusher, divertiti ma anche infastiditi da quella ragazzina; c'è il branco degli spacciatori che si trasformano in presunti carnefici. La fanno entrare, fingono gentilezza, le offrono da bere. Poi la ricostruzione delle forze dell'ordine si fa sintetica: la drogano con un cocktail di eroina e metadone e abusano di lei. Secondo la testimonianza resa alla polizia da una ragazza romana tossicodipendente che frequentava il condominio della morte, a circondarla sono in tanti. «Quella notte ero lì, ho visto Desirée stare male. Era per terra e aveva intorno sette, otto persone. Le davano dell'acqua per farla riprendere». Sono nigeriani e senegalesi (tutti irregolari, alcuni con il permesso di soggiorno per scopi umanitari scaduto), tre di loro sono in carcere e sul quarto è scattata la caccia all'uomo. Desirée viene tenuta ferma, lo dimostrano le ferite ai polsi. Desirée perde conoscenza, viene rianimata e di nuovo violentata, addirittura per 12 ore. Poi è lasciata lì ad agonizzare. Come dimostra l'autopsia eseguita dal dottor Dino Mario Tancredi, non muore per overdose, ma per soffocamento. E l'indomani un lenzuolo bianco la protegge per sempre dalla ferocia dell'uomo. A Cisterna di Latina, dove era nata principessa da mamma Barbara e papà Gianluca, se la ricordano timida, dolcissima, quasi mai a proprio agio per via di una lieve malformazione a una gamba che la faceva sentire diversa. Quando sorride mostra l'apparecchio per correggere i denti, e il pensiero corre all'innocenza di Yara Gambirasio e a quella gelida ultima notte nel campo di Chignolo d'Isola. Quando sfida la società con frasi come «Ciò che ami poi t'ammazza» oppure «Ogni vizio è una condanna» non puoi fare a meno di sovrapporla a Merry, la protagonista di Pastorale americana di Philip Roth, ragazzina dalle emozioni troppo grandi per riuscire a contenerle tutte nel perimetro del suo corpo, che finisce «per portare la guerra in casa». Desirée frequenta l'istituto agrario, ma non è contenta e vorrebbe passare all'artistico. Perché ama i quadri, i colori, le tavolozze da riempire di sogni, un futuro da artista; nella sua camera ricerca sulla rete opere da ammirare. Vive con la nonna Patrizia alla quale è stata affidata dopo la separazione dei genitori. Un finale burrascoso, con un'accusa di stalking della madre nei confronti del padre e la successiva condanna per Gianluca Zuncheddu con l'obbligo di tenersi a distanza. Quando è là fuori, Desirée non riesce ad evitare quelle che ogni genitore di ogni epoca chiama «le cattive compagnie». Ragazzi che cominciano a passarle le canne, a invitarla a serate a tutta birra. Questo fa deteriorare ancora di più i rapporti in famiglia; il padre contravviene alle regole per provare a riportarla a casa anche a suon di sberle. Ne ricava una denuncia e gli arresti domiciliari. Alla ragazza cresciuta guerriera non va meglio: da agosto è in cura ai servizi sociali e qualche settimana fa due giovani fermate con pasticche di Rivotril - antidepressivo trasformato in droga da strada - rivelano di averle prese da lei. La perquisizione però non dà esito, l'avvocato della famiglia può precisare: «Una spacciatrice? Falso. Così come è falso che prendesse psicofarmaci». Desirée resta libera di credere che una ragazzina ribelle ha il mondo in mano. E di giocare con la persona che ama di più, la sorellina Dalila di 4 anni. Resta libera di scrivere sul diario: «La vita non è come nelle favole, qui i cattivi vincono e i buoni restano fottuti». E di prendere un autobus in una sera senza storia per andare a incontrare i lupi. Giorgio Gandola
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 24 giugno con Carlo Cambi
Giancarlo Giorgetti (Michele Silvestro)
Prima la sorpresa. Poi la speranza. Infine la politica. In mezzo, come sempre, Giancarlo Giorgetti snocciola una montagna di numeri e lancia una manciata di frecciate.
Sul palco del Giorno della Verità, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro, il ministro dell’Economia si presenta con un messaggio che vale molto più di una semplice fotografia dei conti pubblici. Perché dietro le cifre, dietro il Superbonus, dietro il debito e perfino dietro le schermaglie nella Lega, emerge un’idea precisa: il governo intende arrivare alla fine naturale della legislatura. Il voto ad aprile si allontana. Prima delle elezioni bisogna completare il percorso dell’autonomia differenziata e il federalismo fiscale. Un’agenda che richiede tempo, passaggi parlamentari e soprattutto stabilità politica. Considerati i calendari l’ipotesi delle urne a primavera perde consistenza. Ma la vera novità arriva dai numeri.
Per anni l’Italia è stata raccontata come il sorvegliato speciale costretto a presentarsi agli esami comunitari con il cappello in mano. Giorgetti prova a ribaltare il racconto. «L’Italia è uno dei pochi Paesi che rispetta totalmente il Patto di stabilità europeo». Un messaggio indirizzato ai mercati, alla Commissione europea e agli elettori. Il ministro sostiene che Roma sta facendo i compiti meglio di molti partner continentali che per anni hanno impartito lezioni di rigore. «Potremmo scoprire a settembre di essere dentro il 3%, uscendo dalla procedura d’infrazione». Il ministro sceglie la prudenza. «Le probabilità non sono altissime» ammette «Ma la partita non è ancora finita, ci sono i tempi supplementari». La metafora calcistica non è casuale. Lui che tifa Southampton e che addirittura contribuì a fondare un fan club conosce bene la passione degli inglesi per le scommesse. Soprattutto quelle giocate all’ultimo minuto. La speranza è legata al gigantesco lavoro di pulizia contabile sui contributi all’edilizia. «I controlli sul Superbonus stanno producendo risultati e per questo ringrazio l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza». Stanno emergendo gigantesche irregolarità che valgono dieci miliardi. Da quando è arrivato all’Economia non ha mai nascosto il suo giudizio. Considera quella misura una delle più controverse mai realizzate dalla finanza pubblica italiana. «Tra bonus facciate e Superbonus sono stati spesi circa 195 miliardi». Una montagna di denaro. Diverse leggi finanziarie messe una sopra l’altra come mattoni.
Secondo il ministro, il problema non riguarda soltanto il costo. È sbagliato anche il modo in cui quei soldi sono stati distribuiti. A suo parere bisognava concentrarsi sulle prime case, sulle famiglie in difficoltà, sulle situazioni realmente meritevoli di sostegno. Invece ha finito per finanziare ristrutturazioni di ville, residenze di pregio e persino castelli. Insomma ha regalato cappotti termici anche all’aristocrazia immobiliare. «Ci sono ancora da liquidare circa 40 miliardi nel 2026 e altri 23 miliardi nel 2027» ricorda. In sostanza il conto continua a correre anche quando il banchetto è stato già smontato. Se il Superbonus rappresenta il capitolo delle zavorre, la finanza è quello delle soddisfazioni. Per anni il debito italiano è stato descritto come una montagna instabile, una minaccia permanente, una specie di Vesuvio finanziario pronto a risvegliarsi. Oggi Giorgetti racconta una storia diversa. «Adesso c’è la corsa a comprare Btp: anche banche centrali asiatiche sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». I mercati internazionali stanno mostrando fiducia. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo». Una definizione che probabilmente farà discutere economisti e politologi ma che fotografa bene il ragionamento di Giorgetti: uno Stato è davvero sovrano quando riesce a finanziare il proprio debito a condizioni sostenibili. E finora, osserva, i risultati gli stanno dando ragione.
«Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo». Naturalmente il ministro non nasconde il problema rappresentato dai tassi d'interesse.
Con quasi 3.000 miliardi di debito ogni movimento deciso dalla Banca centrale europea viene osservato con la stessa attenzione con cui un cardiologo segue il battito di un paziente delicato.
«Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse, dico di no». Ogni rialzo costa miliardi. Ogni punto percentuale si trasforma in una fattura da pagare.
Sul fronte della difesa, invece, Giorgetti sceglie la via della diplomazia. Nessuna polemica con Guido Crosetto. Nessuna guerra di bilancio. «Tutti legittimamente chiedono stanziamenti. Chi deve fare il bilancio deve dosarli saggiamente». Tutti vogliono soldi, ma qualcuno deve fare i conti. Poi arriva la politica. Quella vera. Quella che agita i corridoi dei partiti molto più delle tabelle del deficit. La Lega attraversa settimane agitate. Giorgetti sceglie una definizione destinata probabilmente a entrare negli annali del lessico politico. «La Lega è un movimento politico effervescente». Ma non per questo fuori controllo. «Troveremo la via giusta». Molto meno diplomatico quando il discorso cade su Roberto Vannacci. «Il programma economico mi sembra leggermente irrealistico». Aggiunge una riflessione che sembra una lezione di realismo politico.
«Capisco che la politica a volte sconfini nell’utopia e che l’utopia può essere una bellissima cosa. Ma bisogna essere realisti». E forse è proprio questa la chiave di lettura dell’intervento del ministro.
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La sequenza è partita dai listini asiatici. In Corea del Sud il Kospi ha accusato un tonfo del 10%, in una seduta segnata da volatilità eccezionale. A Tokyo, il Nikkei ha perso il 3,5%, mentre Shanghai ha ceduto l’1,4% e Shenzhen oltre il 3%. In ribasso anche Hong Kong, a -1,82%. Il messaggio arrivato dall’Asia è stato chiaro: la correzione non riguarda un singolo mercato, ma un comparto globale dove i grandi gruppi tecnologici e la filiera dei chip hanno assunto un peso crescente negli indici.
A Wall Street la flessione ha colpito con forza Nasdaq e S&P 500, scesi ai livelli più bassi da oltre una settimana. Secondo gli esperti, gli investitori starebbero valutando una Federal Reserve più restrittiva e, soprattutto, i rischi legati ai programmi di investimento nell’intelligenza artificiale finanziati tramite debito dalle società cloud. La questione non è soltanto la domanda futura di IA, ma la capacità delle aziende di trasformare capex molto elevati in ricavi e margini sufficienti a giustificarne il costo finanziario.
I numeri fotografano la portata del movimento. Micron Technology e SanDisk, tra i migliori titoli dello S&P 500 dall’inizio dell’anno, hanno perso rispettivamente il 12% e il 13%. L’indice Philadelphia Semiconductor è crollato del 7,3%, mentre il settore tecnologico dello S&P 500 ha lasciato sul terreno il 3,2%. Se la discesa dovesse consolidarsi, il Nasdaq 100 rischierebbe di cedere più di 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, secondo le stime richiamate dagli operatori. Il punto critico è l’affollamento delle compravendite sull’IA. Quando una quota ampia del mercato possiede gli stessi titoli, una revisione delle aspettative può trasformarsi rapidamente in una corsa alle vendite.
L’Europa da tutto questo non è rimasta immune. Londra ha chiuso in lieve controtendenza, +0,17%, ma Francoforte ha perso lo 0,81% e Parigi lo 0,71%. A Milano il Ftse Mib ha segnato -1,46%, risultando il peggiore tra i principali listini europei. A pesare sono stati soprattutto i titoli esposti alla tecnologia e al ciclo industriale: STMicroelectronics ha ceduto l’8,44%, Stellantis il 6,74%, Prysmian il 4,10% e Avio il 3,47%. La seduta ha mostrato quanto la narrativa dell’IA sia ormai un fattore sistemico per i mercati.
La tecnologia continua, dunque, a rappresentare un motore di crescita, ma le quotazioni elevate e il ricorso al debito impongono una verifica severa dei fondamentali. Per gli investitori, il tema non è più soltanto individuare i vincitori della rivoluzione artificiale: è capire a quale prezzo, e con quali tempi, quella rivoluzione riuscirà a generare rendimenti sostenibili senza comprimere ulteriormente i multipli di Borsa.
Sul mercato valutario l’euro ha arretrato leggermente sul dollaro, scendendo a quota 1,138. Debole anche l’oro, che ieri ha perso l’1,34% arrivando a 4.135,6 dollari l’oncia. Vendite diffuse anche sul petrolio: il Light Sweet Crude ha proseguito la seduta a 73,13 dollari al barile. Sul fronte obbligazionario è aumentata leggermente la tensione: lo spread è salito di poco a 71 punti base, in rialzo di 7 punti rispetto alla chiusura precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestata al 3,63%.
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