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2023-05-22
L’atroce business della dolce morte
(IStock)
Legalizzare l’eutanasia è una questione di diritti civili, di autodeterminazione, di libertà. I sostenitori della «dolce morte» legale toccano spesso questo tasto, agitando lo spauracchio dell’accanimento terapeutico e di una società in cui vivere, domani, potrebbe quasi divenire un obbligo. Peccato che non la teoria, ma l’esperienza di Paesi nei quali l’esser uccisi è divenuto diritto racconti ben altra storia. Anzitutto, quella di un fenomeno - la «dolce morte» - che, una volta ammesso per legge, tende ad andare fuori controllo, dilagando.
L’esempio più chiaro di tale tendenza arriva da quei Paesi Bassi che, nel 2001, sono stati il primo Paese al mondo a legalizzare l’eutanasia. Se, infatti, in Olanda nel 2002 si registravano 1.882 decessi on demand, nel 2021 essi erano lievitati a 7.666, con una crescita di oltre il 307% in meno di due decenni. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England Journal of Medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe comunque registrato. «L’eutanasia è andata troppo oltre?», si è anche per questo domandato sul Guardian Christopher de Bellaigue, interrogandosi su ciò che accade in Olanda, dove la tendenza mortifera è ben lungi dall’estinguersi.
Citato su Le Monde, il direttore dell’Eec - acronimo di Euthanasia expertise center, struttura che all’Aia offre la morte assistita a più di 1.000 pazienti l’anno - prevede che nel prossimo futuro questi casi raddoppieranno. E non è neppure solo, si fa per dire, un problema della «dolce morte» in quanto tale. Il riconoscimento del diritto d’esser uccisi sembra infatti comportare pure altro: l’aumento dei suicidi. Ne è convinto Theo Boer, bioeticista dell’Università di Groningen secondo cui in Olanda legalizzare l’eutanasia «non solo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell’aumento del numero di suicidi». Insomma, morte chiama morte.
Non è un caso che sia stato nella cittadina olandese di Arnhem che, nel 2019, la diciassettenne Noa Pothoven - che non era malata terminale, bensì gravemente depressa - si sia lascia morire a casa con l’assistenza medica di una clinica specializzata. Casuale non è neppure che dalla terra dei tulipani, ad aprile, sia giunta la notizia della decisione del ministro della Salute Ernst Kuipers del via libera alla «dolce morte» per i bambini tra il primo e il dodicesimo anno di età. Sarebbe però sbagliato fissarsi sulla sola Olanda.
Anche in Belgio si sono viste derive analoghe; anzi, là la morte on demand è dilagata perfino più in fretta: dal 2003 al 2019 i casi di eutanasia sono schizzati in alto di oltre il 1.000% e oggi un decesso su 50 è di questo tipo. Si è così radicata la mentalità che ritiene esistano vite «indegne di essere vissute», pure tra i bambini. Un articolo uscito sulla rivista Archives of Disease in Childhood - Fetal and Neonatal Edition ha raccontato della deliberata soppressione di vite umane praticata ogni volta che l’équipe medica valuti e ritenga che non vi sia «nessuna speranza di un futuro sopportabile».
Secondo quanto riporta la pubblicazione, tra settembre 2016 e dicembre 2017, tali interventi hanno interessato 24 bambini entro il primo anno di vita, il che vuol dire che il 10% dei piccoli morti a 12 mesi dal parto, nelle Fiandre, è mancato sulla base di una decisione precedente, sfociata in trattamenti attivi come un’iniezione letale. Oltre che in Olanda l’eutanasia infantile si è dunque radicata pure in Belgio. Ma se la sorte dei bambini è quella che colpisce di più, non si può però neppure restare indifferenti ad altre incredibili storie.
Si pensi alla signora Godelieva De Troyer. Fu uccisa nell’aprile 2012, quando aveva 65 anni, dal dottor Wim Distelmans solamente perché depressa e senza neppure che i figli della donna ne fossero informati. Dal Belgio viene anche un’altra storia sconvolgente: quella di Tine Nys, donna di 38 anni a cui nel 2010 venne diagnosticato un finto autismo pur di autorizzare la morte che lei, perfettamente sana, aveva chiesto dopo essersi lasciata con il fidanzato. Il processo ai tre medici che avevano seguito la pratica Nys è iniziato a metà gennaio 2020 si è poi concluso con l’assoluzione.
Nel Canada di Justin Trudeau si è verificato un boom di decessi assistiti che, dal 2016 al 2021, sono passati da 1.086 casi a 10.064, facendo segnare un aumento di oltre l’800%. Un Paeese che ha sfornato esempi grotteschi di mentalità «eutanasica». L’atleta paralimpica Christine Gauthier, che ha osato protestare per i ritardi nell’installazione in casa sua di un montascale, si è sentita rispondere che tutto quello che le poteva essere offerto era la morte assistita. Quando è stato reso noto, il fatto ha suscitato un clamore tale da finire sul tavolo di Lawrence MacAulay, il ministro competente. Storie simili erano però già accadute. Nel 2018 era uscita la notizia di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo, alle prese col diritto... di vivere. Sì, perché l’uomo, quell’anno, si era trovato davanti ad un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui abbisognava - e che non poteva permettersi - oppure l’eutanasia. Foley aveva così deciso di denunciare ospedale e governo dell’Ontario, producendo due audio nei quali il personale ospedaliero lo incoraggiava a farla finita.
Forse quei sanitari avevano letto la ricerca di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns i quali, in uno studio pubblicato nel 2017 sul Canadian medical association journal, stimarono in ben 138 milioni di dollari annui i risparmi ricavabili dal «diritto di morire». Ma non si tratta di un problema solo di medici e infermieri, non più. Un recente sondaggio di Research Co. ha rilevato come il 27% dei canadesi (addirittura il 41% di quelli tra i 18 e i 34 anni) sia favorevole alla morte assistita per ragioni di povertà e il 28% (e sempre il 41% tra i più giovani) la consentirebbe per i senzatetto. Sono dati scioccanti. Ma quando la persona inizia a essere vista solo per quello che ha e che produce, il passaggio dall’eliminazione dei disabili a quello degli indigenti rischia di essere breve.
Da Alfie a Eluana: vite recise «per il loro bene»
Nell’Occidente che è sempre più attento alla cura degli animali - solo nel 2020, negli Usa, l’industria del settore pet ha registrato spese per oltre 100 miliardi di dollari -, a certe condizioni la vita umana viene considerata «non più degna» di essere vissuta. Prova ne sia la lunga lista di persone uccise o lasciate morire spesso non solo senza averlo mai chiesto esplicitamente, ma pure contro la volontà di tutta o una parte dei familiari. È stato così per Terry Schiavo, la donna americana in stato vegetativo spirata nel 2005 a seguito dell’interruzione dell’alimentazione, con l’accordo del marito Michael Schiavo ma contro la volontà dei genitori, Robert e Mary Schindler, cui fu pure impedito di trascorrere le ultime ore con la figlia.
In Italia è rimasto impresso nella memoria collettiva il caso di Eluana Englaro, morta per sospensione di alimentazione e idratazione nel 2009 a seguito delle lunghe battaglie giudiziarie portate avanti dal padre Beppino. Sui media, l’idea fatta allora passare è che la Englaro fosse ormai una sorta di vegetale; eppure il dottor Giuliano Dolce - luminare già docente alla Goethe Universität di Francoforte sul Meno, che l’aveva visitata nel 2008 - disse come la donna, oltre ad aver ripreso dopo diverso tempo un regolare ciclo mestruale, fosse in grado di deglutire autonomamente, di variare il ritmo respiratorio a seconda degli argomenti trattati vicino a lei.
A colpire l’opinione pubblica francese, invece, è stato il caso di Vincent Lambert, paziente tetraplegico di 42 anni il quale, attenzione, non era in stato vegetativo, non era malato e neppure terminale, eppure alle 8:24 dell’11 luglio 2019 è morto dopo essere stato lasciato ben 10 giorni senza alimentazione e idratazione. L’uomo fu lasciato morire, come nel caso Schiavo, contro la volontà dei genitori, Pierre e Viviane Lambert. La volontà di padri e madri non sembra interessare granché neppure ai giudici inglesi, col cui placet negli anni scorsi molti bambini sono morti in nome del loro best interest, il loro supposto «miglior interesse». I casi più clamorosi sono senza dubbio stati tre: quelli di Charlie Gard, di Isaiah Haastrup e di Alfie Evans. Tre destini accomunati dal medesimo, triste epilogo: la morte per distacco del ventilatore indicata in diversi gradi dalla magistratura inglese e dalla Cedu quale, come si diceva poc’anzi, child’s best interest.
Il primo e forse più emblematico caso fu quello di Gard, nato il 4 agosto 2016 e morto il 28 luglio 2017, poco prima di compiere il primo anno di vita. Il piccolo aveva una rarissima patologia genetica, la sindrome da deplezione del Dna mitocondriale, che causa progressivi danni cerebrali e muscolari. Da notare come i genitori del bimbo non solo volevano tenerlo in vita, ma avevano pronto, ottenuto con una raccolta fondi, oltre un milione di sterline per trasferire il figlio in una clinica di New York. Disponibilità all’assistenza del piccolo fu offerta anche da capi di Stato come Donald Trump e lo stesso Papa Francesco, eppure per il piccolo Gard non ci fu scampo.
Venendo a tempi più recenti, un altro caso che ha diviso l’opinione pubblica inglese è stato quello del dodicenne Archie Battersbee, morto nell’agosto dello scorso anno. Il giovane versava in condizioni gravi dopo che la madre lo aveva scoperto con una corda al collo, probabilmente utilizzata per una sfida telematica tra coetanei a un gioco estremo a chi si avvicinava di più al punto di non ritorno. Contro il parere dei genitori, anche a Battersbee è stata tolta la ventilazione portandolo alla morte. Sempre per il «suo bene», a quanto pare.
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Autodeterminazione? Diritto? Macché. I Paesi in cui c’è l’eutanasia imboccano presto spirali distruttive. In Olanda le dipartite on demand sono salite del 307% dal 2002 al 2021, in Belgio sono cresciute del 1.000% tra il 2003 e il 2019, in Canada c’è stato un boom dell’800% tra il 2016 e il 2021. Un canadese su tre sostiene che è giusto il suicidio assistito per i poveri e i senza tetto. E non c’è pietà nemmeno per i bimbi.Nella cronaca tanti casi di malati uccisi anche senza essere terminali e contro il volere della famiglia.Lo speciale contiene due articoli.Legalizzare l’eutanasia è una questione di diritti civili, di autodeterminazione, di libertà. I sostenitori della «dolce morte» legale toccano spesso questo tasto, agitando lo spauracchio dell’accanimento terapeutico e di una società in cui vivere, domani, potrebbe quasi divenire un obbligo. Peccato che non la teoria, ma l’esperienza di Paesi nei quali l’esser uccisi è divenuto diritto racconti ben altra storia. Anzitutto, quella di un fenomeno - la «dolce morte» - che, una volta ammesso per legge, tende ad andare fuori controllo, dilagando.L’esempio più chiaro di tale tendenza arriva da quei Paesi Bassi che, nel 2001, sono stati il primo Paese al mondo a legalizzare l’eutanasia. Se, infatti, in Olanda nel 2002 si registravano 1.882 decessi on demand, nel 2021 essi erano lievitati a 7.666, con una crescita di oltre il 307% in meno di due decenni. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England Journal of Medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe comunque registrato. «L’eutanasia è andata troppo oltre?», si è anche per questo domandato sul Guardian Christopher de Bellaigue, interrogandosi su ciò che accade in Olanda, dove la tendenza mortifera è ben lungi dall’estinguersi.Citato su Le Monde, il direttore dell’Eec - acronimo di Euthanasia expertise center, struttura che all’Aia offre la morte assistita a più di 1.000 pazienti l’anno - prevede che nel prossimo futuro questi casi raddoppieranno. E non è neppure solo, si fa per dire, un problema della «dolce morte» in quanto tale. Il riconoscimento del diritto d’esser uccisi sembra infatti comportare pure altro: l’aumento dei suicidi. Ne è convinto Theo Boer, bioeticista dell’Università di Groningen secondo cui in Olanda legalizzare l’eutanasia «non solo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell’aumento del numero di suicidi». Insomma, morte chiama morte.Non è un caso che sia stato nella cittadina olandese di Arnhem che, nel 2019, la diciassettenne Noa Pothoven - che non era malata terminale, bensì gravemente depressa - si sia lascia morire a casa con l’assistenza medica di una clinica specializzata. Casuale non è neppure che dalla terra dei tulipani, ad aprile, sia giunta la notizia della decisione del ministro della Salute Ernst Kuipers del via libera alla «dolce morte» per i bambini tra il primo e il dodicesimo anno di età. Sarebbe però sbagliato fissarsi sulla sola Olanda.Anche in Belgio si sono viste derive analoghe; anzi, là la morte on demand è dilagata perfino più in fretta: dal 2003 al 2019 i casi di eutanasia sono schizzati in alto di oltre il 1.000% e oggi un decesso su 50 è di questo tipo. Si è così radicata la mentalità che ritiene esistano vite «indegne di essere vissute», pure tra i bambini. Un articolo uscito sulla rivista Archives of Disease in Childhood - Fetal and Neonatal Edition ha raccontato della deliberata soppressione di vite umane praticata ogni volta che l’équipe medica valuti e ritenga che non vi sia «nessuna speranza di un futuro sopportabile».Secondo quanto riporta la pubblicazione, tra settembre 2016 e dicembre 2017, tali interventi hanno interessato 24 bambini entro il primo anno di vita, il che vuol dire che il 10% dei piccoli morti a 12 mesi dal parto, nelle Fiandre, è mancato sulla base di una decisione precedente, sfociata in trattamenti attivi come un’iniezione letale. Oltre che in Olanda l’eutanasia infantile si è dunque radicata pure in Belgio. Ma se la sorte dei bambini è quella che colpisce di più, non si può però neppure restare indifferenti ad altre incredibili storie.Si pensi alla signora Godelieva De Troyer. Fu uccisa nell’aprile 2012, quando aveva 65 anni, dal dottor Wim Distelmans solamente perché depressa e senza neppure che i figli della donna ne fossero informati. Dal Belgio viene anche un’altra storia sconvolgente: quella di Tine Nys, donna di 38 anni a cui nel 2010 venne diagnosticato un finto autismo pur di autorizzare la morte che lei, perfettamente sana, aveva chiesto dopo essersi lasciata con il fidanzato. Il processo ai tre medici che avevano seguito la pratica Nys è iniziato a metà gennaio 2020 si è poi concluso con l’assoluzione.Nel Canada di Justin Trudeau si è verificato un boom di decessi assistiti che, dal 2016 al 2021, sono passati da 1.086 casi a 10.064, facendo segnare un aumento di oltre l’800%. Un Paeese che ha sfornato esempi grotteschi di mentalità «eutanasica». L’atleta paralimpica Christine Gauthier, che ha osato protestare per i ritardi nell’installazione in casa sua di un montascale, si è sentita rispondere che tutto quello che le poteva essere offerto era la morte assistita. Quando è stato reso noto, il fatto ha suscitato un clamore tale da finire sul tavolo di Lawrence MacAulay, il ministro competente. Storie simili erano però già accadute. Nel 2018 era uscita la notizia di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo, alle prese col diritto... di vivere. Sì, perché l’uomo, quell’anno, si era trovato davanti ad un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui abbisognava - e che non poteva permettersi - oppure l’eutanasia. Foley aveva così deciso di denunciare ospedale e governo dell’Ontario, producendo due audio nei quali il personale ospedaliero lo incoraggiava a farla finita.Forse quei sanitari avevano letto la ricerca di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns i quali, in uno studio pubblicato nel 2017 sul Canadian medical association journal, stimarono in ben 138 milioni di dollari annui i risparmi ricavabili dal «diritto di morire». Ma non si tratta di un problema solo di medici e infermieri, non più. Un recente sondaggio di Research Co. ha rilevato come il 27% dei canadesi (addirittura il 41% di quelli tra i 18 e i 34 anni) sia favorevole alla morte assistita per ragioni di povertà e il 28% (e sempre il 41% tra i più giovani) la consentirebbe per i senzatetto. Sono dati scioccanti. Ma quando la persona inizia a essere vista solo per quello che ha e che produce, il passaggio dall’eliminazione dei disabili a quello degli indigenti rischia di essere breve.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eutanasia-business-2660465659.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-alfie-a-eluana-vite-recise-per-il-loro-bene" data-post-id="2660465659" data-published-at="1684756036" data-use-pagination="False"> Da Alfie a Eluana: vite recise «per il loro bene» Nell’Occidente che è sempre più attento alla cura degli animali - solo nel 2020, negli Usa, l’industria del settore pet ha registrato spese per oltre 100 miliardi di dollari -, a certe condizioni la vita umana viene considerata «non più degna» di essere vissuta. Prova ne sia la lunga lista di persone uccise o lasciate morire spesso non solo senza averlo mai chiesto esplicitamente, ma pure contro la volontà di tutta o una parte dei familiari. È stato così per Terry Schiavo, la donna americana in stato vegetativo spirata nel 2005 a seguito dell’interruzione dell’alimentazione, con l’accordo del marito Michael Schiavo ma contro la volontà dei genitori, Robert e Mary Schindler, cui fu pure impedito di trascorrere le ultime ore con la figlia. In Italia è rimasto impresso nella memoria collettiva il caso di Eluana Englaro, morta per sospensione di alimentazione e idratazione nel 2009 a seguito delle lunghe battaglie giudiziarie portate avanti dal padre Beppino. Sui media, l’idea fatta allora passare è che la Englaro fosse ormai una sorta di vegetale; eppure il dottor Giuliano Dolce - luminare già docente alla Goethe Universität di Francoforte sul Meno, che l’aveva visitata nel 2008 - disse come la donna, oltre ad aver ripreso dopo diverso tempo un regolare ciclo mestruale, fosse in grado di deglutire autonomamente, di variare il ritmo respiratorio a seconda degli argomenti trattati vicino a lei. A colpire l’opinione pubblica francese, invece, è stato il caso di Vincent Lambert, paziente tetraplegico di 42 anni il quale, attenzione, non era in stato vegetativo, non era malato e neppure terminale, eppure alle 8:24 dell’11 luglio 2019 è morto dopo essere stato lasciato ben 10 giorni senza alimentazione e idratazione. L’uomo fu lasciato morire, come nel caso Schiavo, contro la volontà dei genitori, Pierre e Viviane Lambert. La volontà di padri e madri non sembra interessare granché neppure ai giudici inglesi, col cui placet negli anni scorsi molti bambini sono morti in nome del loro best interest, il loro supposto «miglior interesse». I casi più clamorosi sono senza dubbio stati tre: quelli di Charlie Gard, di Isaiah Haastrup e di Alfie Evans. Tre destini accomunati dal medesimo, triste epilogo: la morte per distacco del ventilatore indicata in diversi gradi dalla magistratura inglese e dalla Cedu quale, come si diceva poc’anzi, child’s best interest. Il primo e forse più emblematico caso fu quello di Gard, nato il 4 agosto 2016 e morto il 28 luglio 2017, poco prima di compiere il primo anno di vita. Il piccolo aveva una rarissima patologia genetica, la sindrome da deplezione del Dna mitocondriale, che causa progressivi danni cerebrali e muscolari. Da notare come i genitori del bimbo non solo volevano tenerlo in vita, ma avevano pronto, ottenuto con una raccolta fondi, oltre un milione di sterline per trasferire il figlio in una clinica di New York. Disponibilità all’assistenza del piccolo fu offerta anche da capi di Stato come Donald Trump e lo stesso Papa Francesco, eppure per il piccolo Gard non ci fu scampo. Venendo a tempi più recenti, un altro caso che ha diviso l’opinione pubblica inglese è stato quello del dodicenne Archie Battersbee, morto nell’agosto dello scorso anno. Il giovane versava in condizioni gravi dopo che la madre lo aveva scoperto con una corda al collo, probabilmente utilizzata per una sfida telematica tra coetanei a un gioco estremo a chi si avvicinava di più al punto di non ritorno. Contro il parere dei genitori, anche a Battersbee è stata tolta la ventilazione portandolo alla morte. Sempre per il «suo bene», a quanto pare.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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