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2022-05-06
Europa sempre più sgretolata sulle sanzioni
Ursula Von Der Leyen (Ansa)
C’è chi rischia di fare la parte del bersaglio fisso (l’Ue) e chi invece (tutti gli altri) continua a muoversi in vista del perseguimento dei propri interessi strategici.
Quanto all’Ue, la vicenda del sesto pacchetto di sanzioni alla Russia (quello che includerebbe il petrolio) è ormai una storia che si trascina da settimane. Di fatto, dopo l’annuncio dell’altro giorno di Ursula von der Leyen, che pure aveva previsto tempi dilatati per l’operazione (un semestre), tutto si è fermato, e non solo per l’opposizione ungherese. Già la stessa Ungheria e la Slovacchia, come si ricorderà, avevano ottenuto una tempistica ancora più allungata per il cosiddetto phasing out (fino a fine 2023, quando i loro contratti in essere andrebbero in ogni caso ad esaurimento). E ciò ha naturalmente suscitato le ire di altri Paesi che avrebbero voluto o vorrebbero il medesimo trattamento: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Romania. Ma dinanzi a un’ipotetica estensione delle deroghe, Budapest ha minacciato il veto. Quanto alla Grecia, ha criticato duramente il divieto di trasportare petrolio russo su navi Ue, cosa che avvantaggerebbe la Turchia. Morale: tutto è ancora impantanato.
E in ogni caso, resta una constatazione tanto amara quanto di elementare buon senso: se anche un simile pacchetto sanzionatorio partisse in questa forma così differita nel tempo, ci sarebbe un effetto immediatamente negativo per gli acquirenti di petrolio (e cioè i prezzi schizzerebbero su immediatamente, com’è già accaduto), mentre il venditore in procinto di essere sanzionato (la Russia) avrebbe tutto il tempo di cercarsi altri compratori.
A proposito di Russia. Non va sottovalutato il «pizzino» recapitato a tutti, e in particolare alla Germania, da Gazprom, che ieri, con una nota secca ma carica di significato, ha fatto sapere che le infrastrutture a terra di Nord Stream 2 verranno utilizzate per trasportare gas in territorio russo (in particolare, verso le regioni del Nord-Ovest russo). Come dire: cara Germania, se non vuoi più questa struttura, la utilizzeremo noi ad altro scopo. In un colpo solo, vengono al pettine, per Berlino, tutti i nodi causati dalle scelte tedesche degli ultimi anni: dipendenza energetica dalla Russia, scommessa su Nord Stream 2, e così via.
Intanto, a testimonianza del fatto che, mentre l’Ue sta ferma, tutti gli altri continuano a muoversi nel proprio interesse, va segnalata la scelta dell’Opec, che ha di fatto deciso di non aumentare la produzione di greggio in maniera significativa, confermando la decisione di aumenti limitatissimi e graduali già adottata a primavera 2021. Morale: il prezzo è in salita (oltre 112 dollari al barile), e la produzione varierà di poco. I Paesi produttori attendono di verificare - par di capire - se e quando finirà il rallentamento economico cinese dovuto alla raffica di lockdown in corso.
Tornando all’Ue, ieri in un forum online del Messaggero.it ha parlato il commissario europeo Paolo Gentiloni sostenendo che alla fine un accordo in Ue si troverà sull’embargo al petrolio russo («La nostra proposta è di arrivare all’embargo tra 6-9 mesi per diversi prodotti petroliferi. Arriveremo, con un percorso comune, anche alla decisione di arrivare gradualmente all’embargo sul petrolio, penso sia una decisione ragionevole»), ma ammettendo che la scelta «avrà un impatto sulle nostre economie'' oltre che sulla Russia, su cui pure l’effetto negativo sarà maggiore. «Intervenire militarmente sarebbe un errore catastrofico dalle conseguenze incalcolabili», ha detto Gentiloni, «ma c’è un costo economico da mettere in conto». Affermando che, secondo le previsioni delle autorità russe, lì potrebbe esserci una recessione intorno al 9%, Gentiloni ha chiosato che «chi dice che le sanzioni non sono efficaci prende un abbaglio»: e tuttavia il commissario ha dovuto ammettere che «sicuramente anche le nostre economie rallenteranno».
Nella stessa sede, si è espresso anche l’ambasciatore Giampiero Massolo, neopresidente di Atlantia. L’ex direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e poi ex presidente di Fincantieri, ha evocato tempi lunghi riferendosi alla durata futura del regime sanzionatorio: «Quale che sia l’esito del conflitto, non torneremo in tempi prevedibili a collaborazioni: vivremo in un’epoca in cui il conflitto e l’equilibrio di forza saranno il connotato con cui saremo abituati a convivere. La mentalità e il modo in cui approcceremo le cose risponderanno a quelle logiche e avremo la necessità di convivere a lungo con un sistema sanzionatorio». Il quale meccanismo sanzionatorio «dipenderà da un non facile periodo di negoziato»: quanto al phasing out delle sanzioni, «sarà complesso e laborioso ma durerà per molto tempo e non sarà definitivo». Come dire: già oggi, prim’ancora che le decisioni siano state prese, gravano su di noi incognite e incertezze. E con quelle incognite e incertezze saremo chiamati a fare i conti per un tempo non breve.
L’allarme degli armatori: «Già persi 1,5 miliardi di euro nei trasporti»
Il mondo degli armatori sta soffrendo moltissimo negli ultimi anni tra l’attuale conflitto russo ucraino e la pandemia che hanno rallentato molto gli scambi via mare.
Secondo Assarmatori, associazione armatoriale aderente a Conftrasporto-Confcommercio, innanzitutto il settore ha dovuto dire addio al trasporto di merci per circa 1,5 miliardi di euro che viaggiavano tra Italia e Russia. Già prima della crisi russo ucraina, inoltre, l’interscambio in miliardi di euro era sceso dai 21,2 miliardi del 2017 ai 17,7 del 2020. Nei primi tre mesi del 2021 l’interscambio ha avuto un peso di 4,6 miliardi di euro.
I dati forniti da Assarmatori a La Verità parlano da soli. Nelle prime tre settimane di conflitto, anche grazie alle sanzioni imposte dall’Ue a Mosca, il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è sceso del 35% rispetto alle tre settimane precedenti: 579 con le precedenti 875. Più in generale, il settore maggiormente colpito è quello dell’export di grano e carbone.
Tra i porti più colpiti ci sono quelli della sponda adriatica (Ravenna e Venezia) che importavano materiale da Russia e Ucraina, su tutti grano e acciaio. Meno colpiti, invece, quelli del Tirreno.
Dal lato delle compagnie di navigazione, sono più colpite quelle che di solito operano nelle aree del Mar Nero e nel Mar d’Azov. Inoltre, come spiegano da Assarmatori, «alcune associate denunciano una riduzione dei traffici nel bacino del Mediterraneo, nel quale è inserito anche il Mar Nero, compresa fra il 20 e il 25%, riduzione che balza al 35-40% se si considera anche l’area balcanica».
«Le dinamiche del trasporto marittimo sono così complesse e volatili da rendere impossibili previsioni affidabili di medio-lungo termine in una situazione di emergenza come quella attuale. Ma alcuni indicatori sono già oggi disponibili e forniscono alcune chiavi di lettura su cosa potrà accadere», spiega Stefano Messina, presidente di Assarmatori.
Va detto, però, che, visto il timore di un embargo sul petrolio russo, il trasporto via mare di greggio è salito moltissimo nell’ultimo periodo. «Il primo indicatore», spiega Messina, «è relativo al mercato dei noli marittimi, che per quanto riguarda le navi cisterna ha registrato impennate fino al 230% a seconda del tonnellaggio della nave. E, secondo il parere concorde di gran parte dei Centri Studi sul mercato marittimo, il trend verso una crescita dei noli dovrebbe trovare conferma e probabilmente accentuarsi nei mesi a venire».
Certo, dice Messina, bisogna fare una considerazione proprio sul mercato delle navi disponibili per il trasporto del gas. «Il greggio e i prodotti raffinati sono quelli che presentano una soluzione immediata, con molte navi disponibili per il carico in aree diverse dal mercato russo. Ben diverso il discorso per il trasporto del gas», spiega. «Il mercato delle gasiere ha un numero limitato di navi disponibili, poco meno di 700 unità al mondo, di cui una fetta di circa il 15% di bandiera russa, quindi inutilizzabili. Proprio su queste, con il problema, non da sottovalutare, della scarsità di impianti di rigassificazione lungo le coste italiane, potrebbe giocarsi la partita energetica decisiva per gran parte dei Paesi europei».
La paura degli armatori, ora, è che la Russia inizi una serie di ritorsioni proprio sul settore verso le navi che battono bandiera italiana dopo che il nostro Paese ha mandato armi e sequestrato imbarcazioni russe come i maxi yacht degli oligarchi attraccati in Sardegna e Toscana.
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I vari Paesi perseguono i propri interessi strategici. Il varo del sesto pacchetto è ancora impantanato. Gentiloni avvisa: «Le misure impatteranno sulle nostre economie». Gazprom si dice pronta a utilizzare diversamente Nord Stream 2. E il prezzo del petrolio sale.Il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è calato del 35%Lo speciale contiene due articoli.C’è chi rischia di fare la parte del bersaglio fisso (l’Ue) e chi invece (tutti gli altri) continua a muoversi in vista del perseguimento dei propri interessi strategici. Quanto all’Ue, la vicenda del sesto pacchetto di sanzioni alla Russia (quello che includerebbe il petrolio) è ormai una storia che si trascina da settimane. Di fatto, dopo l’annuncio dell’altro giorno di Ursula von der Leyen, che pure aveva previsto tempi dilatati per l’operazione (un semestre), tutto si è fermato, e non solo per l’opposizione ungherese. Già la stessa Ungheria e la Slovacchia, come si ricorderà, avevano ottenuto una tempistica ancora più allungata per il cosiddetto phasing out (fino a fine 2023, quando i loro contratti in essere andrebbero in ogni caso ad esaurimento). E ciò ha naturalmente suscitato le ire di altri Paesi che avrebbero voluto o vorrebbero il medesimo trattamento: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Romania. Ma dinanzi a un’ipotetica estensione delle deroghe, Budapest ha minacciato il veto. Quanto alla Grecia, ha criticato duramente il divieto di trasportare petrolio russo su navi Ue, cosa che avvantaggerebbe la Turchia. Morale: tutto è ancora impantanato.E in ogni caso, resta una constatazione tanto amara quanto di elementare buon senso: se anche un simile pacchetto sanzionatorio partisse in questa forma così differita nel tempo, ci sarebbe un effetto immediatamente negativo per gli acquirenti di petrolio (e cioè i prezzi schizzerebbero su immediatamente, com’è già accaduto), mentre il venditore in procinto di essere sanzionato (la Russia) avrebbe tutto il tempo di cercarsi altri compratori. A proposito di Russia. Non va sottovalutato il «pizzino» recapitato a tutti, e in particolare alla Germania, da Gazprom, che ieri, con una nota secca ma carica di significato, ha fatto sapere che le infrastrutture a terra di Nord Stream 2 verranno utilizzate per trasportare gas in territorio russo (in particolare, verso le regioni del Nord-Ovest russo). Come dire: cara Germania, se non vuoi più questa struttura, la utilizzeremo noi ad altro scopo. In un colpo solo, vengono al pettine, per Berlino, tutti i nodi causati dalle scelte tedesche degli ultimi anni: dipendenza energetica dalla Russia, scommessa su Nord Stream 2, e così via. Intanto, a testimonianza del fatto che, mentre l’Ue sta ferma, tutti gli altri continuano a muoversi nel proprio interesse, va segnalata la scelta dell’Opec, che ha di fatto deciso di non aumentare la produzione di greggio in maniera significativa, confermando la decisione di aumenti limitatissimi e graduali già adottata a primavera 2021. Morale: il prezzo è in salita (oltre 112 dollari al barile), e la produzione varierà di poco. I Paesi produttori attendono di verificare - par di capire - se e quando finirà il rallentamento economico cinese dovuto alla raffica di lockdown in corso. Tornando all’Ue, ieri in un forum online del Messaggero.it ha parlato il commissario europeo Paolo Gentiloni sostenendo che alla fine un accordo in Ue si troverà sull’embargo al petrolio russo («La nostra proposta è di arrivare all’embargo tra 6-9 mesi per diversi prodotti petroliferi. Arriveremo, con un percorso comune, anche alla decisione di arrivare gradualmente all’embargo sul petrolio, penso sia una decisione ragionevole»), ma ammettendo che la scelta «avrà un impatto sulle nostre economie'' oltre che sulla Russia, su cui pure l’effetto negativo sarà maggiore. «Intervenire militarmente sarebbe un errore catastrofico dalle conseguenze incalcolabili», ha detto Gentiloni, «ma c’è un costo economico da mettere in conto». Affermando che, secondo le previsioni delle autorità russe, lì potrebbe esserci una recessione intorno al 9%, Gentiloni ha chiosato che «chi dice che le sanzioni non sono efficaci prende un abbaglio»: e tuttavia il commissario ha dovuto ammettere che «sicuramente anche le nostre economie rallenteranno». Nella stessa sede, si è espresso anche l’ambasciatore Giampiero Massolo, neopresidente di Atlantia. L’ex direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e poi ex presidente di Fincantieri, ha evocato tempi lunghi riferendosi alla durata futura del regime sanzionatorio: «Quale che sia l’esito del conflitto, non torneremo in tempi prevedibili a collaborazioni: vivremo in un’epoca in cui il conflitto e l’equilibrio di forza saranno il connotato con cui saremo abituati a convivere. La mentalità e il modo in cui approcceremo le cose risponderanno a quelle logiche e avremo la necessità di convivere a lungo con un sistema sanzionatorio». Il quale meccanismo sanzionatorio «dipenderà da un non facile periodo di negoziato»: quanto al phasing out delle sanzioni, «sarà complesso e laborioso ma durerà per molto tempo e non sarà definitivo». Come dire: già oggi, prim’ancora che le decisioni siano state prese, gravano su di noi incognite e incertezze. 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Già prima della crisi russo ucraina, inoltre, l’interscambio in miliardi di euro era sceso dai 21,2 miliardi del 2017 ai 17,7 del 2020. Nei primi tre mesi del 2021 l’interscambio ha avuto un peso di 4,6 miliardi di euro. I dati forniti da Assarmatori a La Verità parlano da soli. Nelle prime tre settimane di conflitto, anche grazie alle sanzioni imposte dall’Ue a Mosca, il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è sceso del 35% rispetto alle tre settimane precedenti: 579 con le precedenti 875. Più in generale, il settore maggiormente colpito è quello dell’export di grano e carbone. Tra i porti più colpiti ci sono quelli della sponda adriatica (Ravenna e Venezia) che importavano materiale da Russia e Ucraina, su tutti grano e acciaio. Meno colpiti, invece, quelli del Tirreno. Dal lato delle compagnie di navigazione, sono più colpite quelle che di solito operano nelle aree del Mar Nero e nel Mar d’Azov. Inoltre, come spiegano da Assarmatori, «alcune associate denunciano una riduzione dei traffici nel bacino del Mediterraneo, nel quale è inserito anche il Mar Nero, compresa fra il 20 e il 25%, riduzione che balza al 35-40% se si considera anche l’area balcanica». «Le dinamiche del trasporto marittimo sono così complesse e volatili da rendere impossibili previsioni affidabili di medio-lungo termine in una situazione di emergenza come quella attuale. Ma alcuni indicatori sono già oggi disponibili e forniscono alcune chiavi di lettura su cosa potrà accadere», spiega Stefano Messina, presidente di Assarmatori. Va detto, però, che, visto il timore di un embargo sul petrolio russo, il trasporto via mare di greggio è salito moltissimo nell’ultimo periodo. «Il primo indicatore», spiega Messina, «è relativo al mercato dei noli marittimi, che per quanto riguarda le navi cisterna ha registrato impennate fino al 230% a seconda del tonnellaggio della nave. E, secondo il parere concorde di gran parte dei Centri Studi sul mercato marittimo, il trend verso una crescita dei noli dovrebbe trovare conferma e probabilmente accentuarsi nei mesi a venire». Certo, dice Messina, bisogna fare una considerazione proprio sul mercato delle navi disponibili per il trasporto del gas. «Il greggio e i prodotti raffinati sono quelli che presentano una soluzione immediata, con molte navi disponibili per il carico in aree diverse dal mercato russo. Ben diverso il discorso per il trasporto del gas», spiega. «Il mercato delle gasiere ha un numero limitato di navi disponibili, poco meno di 700 unità al mondo, di cui una fetta di circa il 15% di bandiera russa, quindi inutilizzabili. Proprio su queste, con il problema, non da sottovalutare, della scarsità di impianti di rigassificazione lungo le coste italiane, potrebbe giocarsi la partita energetica decisiva per gran parte dei Paesi europei». La paura degli armatori, ora, è che la Russia inizi una serie di ritorsioni proprio sul settore verso le navi che battono bandiera italiana dopo che il nostro Paese ha mandato armi e sequestrato imbarcazioni russe come i maxi yacht degli oligarchi attraccati in Sardegna e Toscana.
Ylenia Zambito e Sandra Zampa (Imagoeconomica)
Né si è parlato a sufficienza delle strettissime relazioni tra il Partito democratico e la Fondazione Toscana life sciences (Tls, ente non profit di ricerca scientifica), che negli stessi mesi del gran rifiuto dei monoclonali proposti dalla multinazionale farmaceutica americana Eli Lilly, avviò la sperimentazione di un farmaco proprio a base di anticorpi monoclonali: gli stessi che si sarebbero potuti avere mesi prima gratis.
Allora, a fine febbraio 2021 (due settimane dopo l’insediamento di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio), Invitalia guidata da Domenico Arcuri acquisì il 30 per cento del capitale di Tls Sviluppo, versando 15 milioni di euro per sperimentare un farmaco anti Covid da iniettare intramuscolo. L’erogazione era stata disposta dal ministero dello Sviluppo economico già a dicembre 2020 ed era destinata alla stessa Tls finanziata dalla Regione Toscana, da sempre a maggioranza Pd, dal Comune e dalla Provincia di Siena e dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena: l’orticello scientifico del Partito democratico, insomma, che oggi in commissione Covid con i suoi commissari - tra cui la senatrice Ylenia Zambito - dovrebbe fare luce proprio su quei farmaci rifiutati e sul conseguente spreco di fondi pubblici.
«La pandemia è stata una mangiatoia», ha dichiarato ieri Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia e membro della commissione Covid, «più scaviamo e più troviamo collegamenti con la sinistra al governo di allora. I collegamenti tra questa vicenda e ambienti legati al Partito democratico sono evidenti e la senatrice Zambito dovrebbe dimettersi, visto il gigantesco conflitto d’interessi che ha». Zambito, professore ordinario presso il dipartimento di farmacia dell’università di Pisa, dal 2001 è attiva in politica prima per i Ds, poi per il Pd: dal 2018 al 2022 è stata membro della direzione regionale del Partito democratico in Toscana, venendo poi eletta al Senato nel 2022. E in pandemia era regolarmente consultata da Sandra Zampa (Pd), allora sottosegretario alla Salute. Come docente, ha condiviso regolarmente tavoli di discussione e convegni scientifici con i referenti della Tls, spendendosi per contrastare i tagli ai fondi originariamente assegnati al Biotecnopolo di Siena e a Toscana life sciences (socio fondatore del Biotecnopolo) per la ricerca sui vaccini e sui monoclonali.
La vicenda della donazione mancata parte a ottobre 2020 quando il professor Guido Silvestri, immunologo e virologo della Emory university di Atlanta, espatriato in America da decenni e pupillo, negli anni dell’emergenza Aids, della covata di immunologi capitanata da Anthony Fauci, aveva contattato tutti i referenti scientifici e istituzionali di allora per avvisare che la Eli Lilly era disponibile a offrire all’Italia 10.000 dosi gratuite di monoclonali anti Covid Bamlanivimab. Quell’offerta, partita il 9 ottobre 2020 da Guido Silvestri, fa il giro delle istituzioni, dal ministro della Salute, Roberto Speranza (Pd), in giù: ne vengono informati Ranieri Guerra, Giovanni Rezza (ex dg della Prevenzione), Giuseppe Ippolito e Andrea Antinori (rispettivamente direttore scientifico e dirigente clinico dell’ospedale Spallanzani di Roma) fino a Nicola Magrini (dg di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco) e Giorgio Palù, nominato presidente Aifa il 4 dicembre 2020. I monoclonali della Eli Lilly, però, non arriveranno mai: con profondo disappunto di Silvestri, che in quei giorni tenta di sensibilizzare Palù, il 22 dicembre 2020 Aifa pubblica un comunicato in cui incredibilmente smentisce di aver ricevuto proposte di cessione gratuita, si appiglia a problemi di approvazione in sede Ue ed evoca problemi di ordine etico, appellandosi alla necessità di uno «sforzo comune europeo per superare il problema».
«Secondo il governo di allora», commenta Zedda, «i monoclonali non erano utili, eppure lo Stato decideva di acquistare una parte di un’azienda farmaceutica concorrente alla Lilly». Ci sarebbero gli estremi per un danno erariale, ma il procedimento della Corte dei Conti si è nel frattempo arenato.
L’unica istituzione che sta cercando di riannodare i fili della vicenda è la commissione Covid: «Sta andando a fondo su tutti i temi», osserva il presidente Marco Lisei (Fdi), «certamente quello della donazione dei monoclonali, come d’altronde quello delle donazioni di mascherine alla Cina, è un fatto che ci ha determinato un danno erariale significativo. Gli sperperi di denaro pubblico durante la pandemia sono stati tanti e non possono trovare giustificazione, tra l’altro gli scudi erariali hanno impedito le indagini e le relative condanne della Corte dei Conti e anche questo non depone a favore del governo Conte. Dalle audizioni», ha sottolineato , «stanno emergendo tante verità poco conosciute e anche un monito su come si debba agire in futuro. Reputo molto grave la scelta di totale chiusura a qualsiasi forma di terapia, i monoclonali erano una grande occasione e si sono rivelati anche efficaci, invece allora le uniche indicazioni furono “Tachipirina e vigile attesa”». Quando sentiremo Palù e risentiremo Magrini chiederemo conto anche di questo scempio, non soltanto economico», ha promesso il presidente della commissione Covid.
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Milano, il restauro del mosaico del toro in Galleria Vittorio Emanuele (Getty Images)
C’è un’attrazione turistica, a Milano, che attira più del Duomo, della Scala, del Castello sforzesco. Questa «meraviglia» si trova in Galleria Vittorio Emanuele. È il celeberrimo mosaico del «toro rampante» che raffigura, sotto la volta in ferro e vetro dell’Ottagono, il salotto buono della città, Torino. Torpedoni di turisti passano appositamente da lì per compiere la «giravolta scaramantica» sopra i testicoli della bestia. Un rito propiziatorio eseguito una volta sola, oppure di più, a seconda della regola che si è diffusa nel gruppo di turisti. E dagli oggi, dagli domani, i poveri attributi maschili dell’animale sono scomparsi (ormai da tempo): al loro posto, i talloni di passanti e turisti hanno lasciato un piccolo cratere profondo oltre 2,5 centimetri.
In questi giorni il Comune di Milano ha transennato l’area: al povero toro bisognava ridare quello che la furia dei turisti ha tolto. Stemma recintato, via le vecchie tessere consunte, parte il restauro. Eseguito non da un professionista qualsiasi ma da Gianluca Galli. Ai più, questo nome potrebbe non dire niente. Ma ha un curriculum di tutto rispetto: ha coordinato interventi in alcune delle principali città d’arte italiane come Trento, Padova, Venezia, Firenze, Roma, Milano, Pisa, oltre a rivestire il ruolo di referente per il progetto italiano di proposta d’intervento presso il Palazzo di Peterhof, la Reggia Di Caterina, a San Pietroburgo, in Russia. Tra il 2017 e il 2018, inoltre, ha eseguito il restauro dell’intero pavimento musivo di Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Insomma, è di casa da quelle parti.
Dopo quasi una settimana di lavori, Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche e cura del territorio, ieri ha potuto postare, tutto orgoglioso, queste due frasi sui social: «E come previsto, il mosaico del toro è tornato in Galleria Vittorio Emanuele, completamente restaurato. Complimenti al nostro artigiano per il lavoro di restauro del mosaico». A corredo di tale impresa, una foto del toro senza più il cratere al posto delle parti intime. Solo che, fin da subito, centinaia di milanesi hanno fatto notare al fidato assessore di Beppe Sala un piccolo particolare: il «nuovo» toro non ha più gli attributi. Nel restauro, i testicoli più scuri che vengono schiacciati dalla piroetta di milanesi e turisti non ci sono più. In pratica, non è più un toro: in galleria c’è un bue. In tanti hanno chiesto a Granelli: «Ma dove sono finite le palle? Ma non si è accorto dell’errore?». Evidentemente no. «Tessere di colore diverso, fughe larghe e disordinate...e questo sarebbe un lavoro fatto bene?», si chiede un altro cittadino furioso. E poi ancora: «Restauro orrendo», «Rattoppo mal fatto», «Transazione di genere per il povero toro», «Sembra un maiale», «Toro transgender» e via discorrendo. I social, spesso, non perdonano.
Per ora il toro rimarrà così. E ai turisti non resta altro che immaginare dove si trovassero i testicoli per riprendere a schiacciarli. Un rito che ha una nascita incerta. Sono tre le ipotesi. La prima: il gesto nascerebbe come rito propiziatorio legato strettamente alla fecondità. Nell’Ottocento, infatti, erano soprattutto le donne a sfiorare con discrezione il mosaico per augurarsi di concepire un figlio. Con il passare dei decenni il concetto di «fertilità» si è progressivamente laicizzato e allargato alla prosperità economica. Poi c’è la tesi più in voga: calpestare le palle del toro era uno sfregio, a metà Ottocento, rivolto verso la città di Torino, in un‘epoca in cui la rivalità tra le due città era all’apice. «Secondo alcuni racconti popolari», argomenta Focus introducendo la terza ipotesi, «si trattava di un rito magico da compiere esclusivamente la notte di San Silvestro. La leggenda voleva che compiere tre giri completi su se stessi con il tallone destro, rigorosamente ad occhi chiusi e allo scoccare esatto della mezzanotte del 31 dicembre, garantisse la benevolenza della sorte».
Insomma, al toro sono cadute le palle per come è stato trattato dalla giunta Sala. Così come ai milanesi.
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Pedro Sánchez (Ansa)
Come è noto, il governo di Madrid, con un un decreto promulgato lo scorso aprile, ha deciso di estendere la cittadinanza spagnola a oltre mezzo milione di immigrati clandestini presenti nel Paese. Una scelta che doveva essere dettata da ragioni soprattutto economiche. Per lo Psoe, il partito socialista di Pedro Sánchez, e per la sinistra di Podemos, guidata da Ione Belarra, l’aumento del Pil del 2,9% nel 2025 era dovuto soprattutto al contributo degli stranieri che, col loro lavoro, non solo avevano permesso di migliorare l’economia spagnola, ma avevano anche rafforzato il sistema del welfare. Sulla carta, quindi, l’operazione del governo spagnolo era perfetta. Sulla carta, però. Perché El Confidencial ha raccolto i numeri elaborati dall’Airef, l’autorità indipendente per la responsabilità fiscale, che raccontano tutta un’altra storia rispetto a quella proposta da Sánchez. Secondo le stime, infatti, l’impatto a lungo termine di questa enorme regolarizzazione (500.000 immigrati su poco più di 860.000, quindi più della metà) sarà estremamente limitato: solo lo 0,03% del Pil. Praticamente nulla.
Più precisamente, secondo l’Airef, questa regolarizzazione di massa contribuirà con lo 0,07% del Pil in contributi durante il primo anno di attuazione, pari a circa 1,3 miliardi di euro. Questa cifra aumenterà nei primi anni successivi alla regolarizzazione, raggiungendo un picco dello 0,11% del Pil nel 2030 che, secondo le previsioni di crescita nominale dell’Airef, ammonterebbe a circa 2,3 miliardi di euro. «In media» - ha detto, durante la conferenza stampa di presentazione dei dati, il presidente dell’Airef, Inés Olóndriz -«su un periodo di tempo molto lungo, l’impatto della regolarizzazione degli immigrati è molto ridotto, nell’ordine di due cifre decimali». Quelle che noi, quando si parla di elezioni, definiremmo da prefisso telefonico.
Ma c’è di più. Perché questo scarso beneficio sul Pil potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi anni, come spiega sempre l’Airef: «L’impatto si attenuerà nell’arco di altri quattro anni [2034, ndr], sulla base delle precedenti regolarizzazioni».
C’è però un altro scenario possibile: quello di un ennesimo allargamento della cittadinanza nei prossimi anni. Potenzialmente, infatti, la platea potrebbe aumentare a 950.000 persone, considerando coloro che sono stati in qualche modo registrati, ma che però risultano privi di documenti, e gli altri richiedenti asilo.
Quindi, se l’economia ti smentisce perché farlo? Perché la Spagna ha anche un enorme problema demografico. Lo stesso, anzi a tratti peggiore, che è presente in tutto il mondo occidentale: non si fanno figli, se non in tarda età e i morti sono più dei nati.
Alcuni numeri: nel 2014 le nascite erano 428.000. Dieci anni dopo, nel 2024, solamente 318.000. Che, tradotto, significa circa il 25% in meno solamente in un decennio. Il tasso di fecondità in Spagna, poi, si attesta a 1,1 figli per donna, uno dei dati più bassi presente in Occidente e, soprattutto, ben lontano dai 2,1 necessari per mantenere la popolazione stabile. Continuando a mettere a confronto i numeri degli ultimi dieci anni notiamo che gli over 65 sono aumentati di oltre il 17% mentre gli over 85 sono cresciuti di circa il 35%. Da ciò deriva la grande difficoltà economica legata soprattutto al welfare. Se andiamo invece ad analizzare i numeri delle persone straniere notiamo un trend opposto. Secondo quanto raccolto dall’Istituto nazionale di statistica spagnolo, un bambino su tre è nato da una mamma nata all’estero. Negli ultimi quattro anni, poi, sono giunti nel Paese almeno 1,6 milioni di persone straniere provenienti soprattutto da Colombia, Venezuela, altri Paesi latinoamericani e Marocco. Tutti Paesi in cui il tasso di fertilità è molto più alto e che, a tendere, andranno a sostituire la popolazione locale. Che è lecito, sia chiaro. Ma ne vale davvero la pena? Non sarebbe meglio - prima di allargare le maglie della cittadinanza con pochi controlli su chi si sta accogliendo, come segnalato dagli stessi sindacati di polizia spagnola - incentivare le nascite locali? Pare proprio che la sinistra spagnola, che in questo si trova in ottima compagnia con quella italiana, stia facendo il possibile per far sì che la popolazione locale diventi una minoranza. Che forse, a quel punto, verrà finalmente tutelata.
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Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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