True
2022-05-06
Europa sempre più sgretolata sulle sanzioni
Ursula Von Der Leyen (Ansa)
C’è chi rischia di fare la parte del bersaglio fisso (l’Ue) e chi invece (tutti gli altri) continua a muoversi in vista del perseguimento dei propri interessi strategici.
Quanto all’Ue, la vicenda del sesto pacchetto di sanzioni alla Russia (quello che includerebbe il petrolio) è ormai una storia che si trascina da settimane. Di fatto, dopo l’annuncio dell’altro giorno di Ursula von der Leyen, che pure aveva previsto tempi dilatati per l’operazione (un semestre), tutto si è fermato, e non solo per l’opposizione ungherese. Già la stessa Ungheria e la Slovacchia, come si ricorderà, avevano ottenuto una tempistica ancora più allungata per il cosiddetto phasing out (fino a fine 2023, quando i loro contratti in essere andrebbero in ogni caso ad esaurimento). E ciò ha naturalmente suscitato le ire di altri Paesi che avrebbero voluto o vorrebbero il medesimo trattamento: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Romania. Ma dinanzi a un’ipotetica estensione delle deroghe, Budapest ha minacciato il veto. Quanto alla Grecia, ha criticato duramente il divieto di trasportare petrolio russo su navi Ue, cosa che avvantaggerebbe la Turchia. Morale: tutto è ancora impantanato.
E in ogni caso, resta una constatazione tanto amara quanto di elementare buon senso: se anche un simile pacchetto sanzionatorio partisse in questa forma così differita nel tempo, ci sarebbe un effetto immediatamente negativo per gli acquirenti di petrolio (e cioè i prezzi schizzerebbero su immediatamente, com’è già accaduto), mentre il venditore in procinto di essere sanzionato (la Russia) avrebbe tutto il tempo di cercarsi altri compratori.
A proposito di Russia. Non va sottovalutato il «pizzino» recapitato a tutti, e in particolare alla Germania, da Gazprom, che ieri, con una nota secca ma carica di significato, ha fatto sapere che le infrastrutture a terra di Nord Stream 2 verranno utilizzate per trasportare gas in territorio russo (in particolare, verso le regioni del Nord-Ovest russo). Come dire: cara Germania, se non vuoi più questa struttura, la utilizzeremo noi ad altro scopo. In un colpo solo, vengono al pettine, per Berlino, tutti i nodi causati dalle scelte tedesche degli ultimi anni: dipendenza energetica dalla Russia, scommessa su Nord Stream 2, e così via.
Intanto, a testimonianza del fatto che, mentre l’Ue sta ferma, tutti gli altri continuano a muoversi nel proprio interesse, va segnalata la scelta dell’Opec, che ha di fatto deciso di non aumentare la produzione di greggio in maniera significativa, confermando la decisione di aumenti limitatissimi e graduali già adottata a primavera 2021. Morale: il prezzo è in salita (oltre 112 dollari al barile), e la produzione varierà di poco. I Paesi produttori attendono di verificare - par di capire - se e quando finirà il rallentamento economico cinese dovuto alla raffica di lockdown in corso.
Tornando all’Ue, ieri in un forum online del Messaggero.it ha parlato il commissario europeo Paolo Gentiloni sostenendo che alla fine un accordo in Ue si troverà sull’embargo al petrolio russo («La nostra proposta è di arrivare all’embargo tra 6-9 mesi per diversi prodotti petroliferi. Arriveremo, con un percorso comune, anche alla decisione di arrivare gradualmente all’embargo sul petrolio, penso sia una decisione ragionevole»), ma ammettendo che la scelta «avrà un impatto sulle nostre economie'' oltre che sulla Russia, su cui pure l’effetto negativo sarà maggiore. «Intervenire militarmente sarebbe un errore catastrofico dalle conseguenze incalcolabili», ha detto Gentiloni, «ma c’è un costo economico da mettere in conto». Affermando che, secondo le previsioni delle autorità russe, lì potrebbe esserci una recessione intorno al 9%, Gentiloni ha chiosato che «chi dice che le sanzioni non sono efficaci prende un abbaglio»: e tuttavia il commissario ha dovuto ammettere che «sicuramente anche le nostre economie rallenteranno».
Nella stessa sede, si è espresso anche l’ambasciatore Giampiero Massolo, neopresidente di Atlantia. L’ex direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e poi ex presidente di Fincantieri, ha evocato tempi lunghi riferendosi alla durata futura del regime sanzionatorio: «Quale che sia l’esito del conflitto, non torneremo in tempi prevedibili a collaborazioni: vivremo in un’epoca in cui il conflitto e l’equilibrio di forza saranno il connotato con cui saremo abituati a convivere. La mentalità e il modo in cui approcceremo le cose risponderanno a quelle logiche e avremo la necessità di convivere a lungo con un sistema sanzionatorio». Il quale meccanismo sanzionatorio «dipenderà da un non facile periodo di negoziato»: quanto al phasing out delle sanzioni, «sarà complesso e laborioso ma durerà per molto tempo e non sarà definitivo». Come dire: già oggi, prim’ancora che le decisioni siano state prese, gravano su di noi incognite e incertezze. E con quelle incognite e incertezze saremo chiamati a fare i conti per un tempo non breve.
L’allarme degli armatori: «Già persi 1,5 miliardi di euro nei trasporti»
Il mondo degli armatori sta soffrendo moltissimo negli ultimi anni tra l’attuale conflitto russo ucraino e la pandemia che hanno rallentato molto gli scambi via mare.
Secondo Assarmatori, associazione armatoriale aderente a Conftrasporto-Confcommercio, innanzitutto il settore ha dovuto dire addio al trasporto di merci per circa 1,5 miliardi di euro che viaggiavano tra Italia e Russia. Già prima della crisi russo ucraina, inoltre, l’interscambio in miliardi di euro era sceso dai 21,2 miliardi del 2017 ai 17,7 del 2020. Nei primi tre mesi del 2021 l’interscambio ha avuto un peso di 4,6 miliardi di euro.
I dati forniti da Assarmatori a La Verità parlano da soli. Nelle prime tre settimane di conflitto, anche grazie alle sanzioni imposte dall’Ue a Mosca, il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è sceso del 35% rispetto alle tre settimane precedenti: 579 con le precedenti 875. Più in generale, il settore maggiormente colpito è quello dell’export di grano e carbone.
Tra i porti più colpiti ci sono quelli della sponda adriatica (Ravenna e Venezia) che importavano materiale da Russia e Ucraina, su tutti grano e acciaio. Meno colpiti, invece, quelli del Tirreno.
Dal lato delle compagnie di navigazione, sono più colpite quelle che di solito operano nelle aree del Mar Nero e nel Mar d’Azov. Inoltre, come spiegano da Assarmatori, «alcune associate denunciano una riduzione dei traffici nel bacino del Mediterraneo, nel quale è inserito anche il Mar Nero, compresa fra il 20 e il 25%, riduzione che balza al 35-40% se si considera anche l’area balcanica».
«Le dinamiche del trasporto marittimo sono così complesse e volatili da rendere impossibili previsioni affidabili di medio-lungo termine in una situazione di emergenza come quella attuale. Ma alcuni indicatori sono già oggi disponibili e forniscono alcune chiavi di lettura su cosa potrà accadere», spiega Stefano Messina, presidente di Assarmatori.
Va detto, però, che, visto il timore di un embargo sul petrolio russo, il trasporto via mare di greggio è salito moltissimo nell’ultimo periodo. «Il primo indicatore», spiega Messina, «è relativo al mercato dei noli marittimi, che per quanto riguarda le navi cisterna ha registrato impennate fino al 230% a seconda del tonnellaggio della nave. E, secondo il parere concorde di gran parte dei Centri Studi sul mercato marittimo, il trend verso una crescita dei noli dovrebbe trovare conferma e probabilmente accentuarsi nei mesi a venire».
Certo, dice Messina, bisogna fare una considerazione proprio sul mercato delle navi disponibili per il trasporto del gas. «Il greggio e i prodotti raffinati sono quelli che presentano una soluzione immediata, con molte navi disponibili per il carico in aree diverse dal mercato russo. Ben diverso il discorso per il trasporto del gas», spiega. «Il mercato delle gasiere ha un numero limitato di navi disponibili, poco meno di 700 unità al mondo, di cui una fetta di circa il 15% di bandiera russa, quindi inutilizzabili. Proprio su queste, con il problema, non da sottovalutare, della scarsità di impianti di rigassificazione lungo le coste italiane, potrebbe giocarsi la partita energetica decisiva per gran parte dei Paesi europei».
La paura degli armatori, ora, è che la Russia inizi una serie di ritorsioni proprio sul settore verso le navi che battono bandiera italiana dopo che il nostro Paese ha mandato armi e sequestrato imbarcazioni russe come i maxi yacht degli oligarchi attraccati in Sardegna e Toscana.
Continua a leggereRiduci
I vari Paesi perseguono i propri interessi strategici. Il varo del sesto pacchetto è ancora impantanato. Gentiloni avvisa: «Le misure impatteranno sulle nostre economie». Gazprom si dice pronta a utilizzare diversamente Nord Stream 2. E il prezzo del petrolio sale.Il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è calato del 35%Lo speciale contiene due articoli.C’è chi rischia di fare la parte del bersaglio fisso (l’Ue) e chi invece (tutti gli altri) continua a muoversi in vista del perseguimento dei propri interessi strategici. Quanto all’Ue, la vicenda del sesto pacchetto di sanzioni alla Russia (quello che includerebbe il petrolio) è ormai una storia che si trascina da settimane. Di fatto, dopo l’annuncio dell’altro giorno di Ursula von der Leyen, che pure aveva previsto tempi dilatati per l’operazione (un semestre), tutto si è fermato, e non solo per l’opposizione ungherese. Già la stessa Ungheria e la Slovacchia, come si ricorderà, avevano ottenuto una tempistica ancora più allungata per il cosiddetto phasing out (fino a fine 2023, quando i loro contratti in essere andrebbero in ogni caso ad esaurimento). E ciò ha naturalmente suscitato le ire di altri Paesi che avrebbero voluto o vorrebbero il medesimo trattamento: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Romania. Ma dinanzi a un’ipotetica estensione delle deroghe, Budapest ha minacciato il veto. Quanto alla Grecia, ha criticato duramente il divieto di trasportare petrolio russo su navi Ue, cosa che avvantaggerebbe la Turchia. Morale: tutto è ancora impantanato.E in ogni caso, resta una constatazione tanto amara quanto di elementare buon senso: se anche un simile pacchetto sanzionatorio partisse in questa forma così differita nel tempo, ci sarebbe un effetto immediatamente negativo per gli acquirenti di petrolio (e cioè i prezzi schizzerebbero su immediatamente, com’è già accaduto), mentre il venditore in procinto di essere sanzionato (la Russia) avrebbe tutto il tempo di cercarsi altri compratori. A proposito di Russia. Non va sottovalutato il «pizzino» recapitato a tutti, e in particolare alla Germania, da Gazprom, che ieri, con una nota secca ma carica di significato, ha fatto sapere che le infrastrutture a terra di Nord Stream 2 verranno utilizzate per trasportare gas in territorio russo (in particolare, verso le regioni del Nord-Ovest russo). Come dire: cara Germania, se non vuoi più questa struttura, la utilizzeremo noi ad altro scopo. In un colpo solo, vengono al pettine, per Berlino, tutti i nodi causati dalle scelte tedesche degli ultimi anni: dipendenza energetica dalla Russia, scommessa su Nord Stream 2, e così via. Intanto, a testimonianza del fatto che, mentre l’Ue sta ferma, tutti gli altri continuano a muoversi nel proprio interesse, va segnalata la scelta dell’Opec, che ha di fatto deciso di non aumentare la produzione di greggio in maniera significativa, confermando la decisione di aumenti limitatissimi e graduali già adottata a primavera 2021. Morale: il prezzo è in salita (oltre 112 dollari al barile), e la produzione varierà di poco. I Paesi produttori attendono di verificare - par di capire - se e quando finirà il rallentamento economico cinese dovuto alla raffica di lockdown in corso. Tornando all’Ue, ieri in un forum online del Messaggero.it ha parlato il commissario europeo Paolo Gentiloni sostenendo che alla fine un accordo in Ue si troverà sull’embargo al petrolio russo («La nostra proposta è di arrivare all’embargo tra 6-9 mesi per diversi prodotti petroliferi. Arriveremo, con un percorso comune, anche alla decisione di arrivare gradualmente all’embargo sul petrolio, penso sia una decisione ragionevole»), ma ammettendo che la scelta «avrà un impatto sulle nostre economie'' oltre che sulla Russia, su cui pure l’effetto negativo sarà maggiore. «Intervenire militarmente sarebbe un errore catastrofico dalle conseguenze incalcolabili», ha detto Gentiloni, «ma c’è un costo economico da mettere in conto». Affermando che, secondo le previsioni delle autorità russe, lì potrebbe esserci una recessione intorno al 9%, Gentiloni ha chiosato che «chi dice che le sanzioni non sono efficaci prende un abbaglio»: e tuttavia il commissario ha dovuto ammettere che «sicuramente anche le nostre economie rallenteranno». Nella stessa sede, si è espresso anche l’ambasciatore Giampiero Massolo, neopresidente di Atlantia. L’ex direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e poi ex presidente di Fincantieri, ha evocato tempi lunghi riferendosi alla durata futura del regime sanzionatorio: «Quale che sia l’esito del conflitto, non torneremo in tempi prevedibili a collaborazioni: vivremo in un’epoca in cui il conflitto e l’equilibrio di forza saranno il connotato con cui saremo abituati a convivere. La mentalità e il modo in cui approcceremo le cose risponderanno a quelle logiche e avremo la necessità di convivere a lungo con un sistema sanzionatorio». Il quale meccanismo sanzionatorio «dipenderà da un non facile periodo di negoziato»: quanto al phasing out delle sanzioni, «sarà complesso e laborioso ma durerà per molto tempo e non sarà definitivo». Come dire: già oggi, prim’ancora che le decisioni siano state prese, gravano su di noi incognite e incertezze. E con quelle incognite e incertezze saremo chiamati a fare i conti per un tempo non breve.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/europa-sempre-piu-sgretolata-sulle-sanzioni-2657273619.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lallarme-degli-armatori-gia-persi-15-miliardi-di-euro-nei-trasporti" data-post-id="2657273619" data-published-at="1651817456" data-use-pagination="False"> L’allarme degli armatori: «Già persi 1,5 miliardi di euro nei trasporti» Il mondo degli armatori sta soffrendo moltissimo negli ultimi anni tra l’attuale conflitto russo ucraino e la pandemia che hanno rallentato molto gli scambi via mare. Secondo Assarmatori, associazione armatoriale aderente a Conftrasporto-Confcommercio, innanzitutto il settore ha dovuto dire addio al trasporto di merci per circa 1,5 miliardi di euro che viaggiavano tra Italia e Russia. Già prima della crisi russo ucraina, inoltre, l’interscambio in miliardi di euro era sceso dai 21,2 miliardi del 2017 ai 17,7 del 2020. Nei primi tre mesi del 2021 l’interscambio ha avuto un peso di 4,6 miliardi di euro. I dati forniti da Assarmatori a La Verità parlano da soli. Nelle prime tre settimane di conflitto, anche grazie alle sanzioni imposte dall’Ue a Mosca, il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è sceso del 35% rispetto alle tre settimane precedenti: 579 con le precedenti 875. Più in generale, il settore maggiormente colpito è quello dell’export di grano e carbone. Tra i porti più colpiti ci sono quelli della sponda adriatica (Ravenna e Venezia) che importavano materiale da Russia e Ucraina, su tutti grano e acciaio. Meno colpiti, invece, quelli del Tirreno. Dal lato delle compagnie di navigazione, sono più colpite quelle che di solito operano nelle aree del Mar Nero e nel Mar d’Azov. Inoltre, come spiegano da Assarmatori, «alcune associate denunciano una riduzione dei traffici nel bacino del Mediterraneo, nel quale è inserito anche il Mar Nero, compresa fra il 20 e il 25%, riduzione che balza al 35-40% se si considera anche l’area balcanica». «Le dinamiche del trasporto marittimo sono così complesse e volatili da rendere impossibili previsioni affidabili di medio-lungo termine in una situazione di emergenza come quella attuale. Ma alcuni indicatori sono già oggi disponibili e forniscono alcune chiavi di lettura su cosa potrà accadere», spiega Stefano Messina, presidente di Assarmatori. Va detto, però, che, visto il timore di un embargo sul petrolio russo, il trasporto via mare di greggio è salito moltissimo nell’ultimo periodo. «Il primo indicatore», spiega Messina, «è relativo al mercato dei noli marittimi, che per quanto riguarda le navi cisterna ha registrato impennate fino al 230% a seconda del tonnellaggio della nave. E, secondo il parere concorde di gran parte dei Centri Studi sul mercato marittimo, il trend verso una crescita dei noli dovrebbe trovare conferma e probabilmente accentuarsi nei mesi a venire». Certo, dice Messina, bisogna fare una considerazione proprio sul mercato delle navi disponibili per il trasporto del gas. «Il greggio e i prodotti raffinati sono quelli che presentano una soluzione immediata, con molte navi disponibili per il carico in aree diverse dal mercato russo. Ben diverso il discorso per il trasporto del gas», spiega. «Il mercato delle gasiere ha un numero limitato di navi disponibili, poco meno di 700 unità al mondo, di cui una fetta di circa il 15% di bandiera russa, quindi inutilizzabili. Proprio su queste, con il problema, non da sottovalutare, della scarsità di impianti di rigassificazione lungo le coste italiane, potrebbe giocarsi la partita energetica decisiva per gran parte dei Paesi europei». La paura degli armatori, ora, è che la Russia inizi una serie di ritorsioni proprio sul settore verso le navi che battono bandiera italiana dopo che il nostro Paese ha mandato armi e sequestrato imbarcazioni russe come i maxi yacht degli oligarchi attraccati in Sardegna e Toscana.
Donald Trump e Maria Corina Machado (Ansa)
L’incontro alla Casa Bianca fra Donald Trump e Maria Corina Machado ha riportato l’attenzione del mondo su cosa sta accadendo in Venezuela. La leader dell’opposizione del paese sudamericano ha consegnato al presidente statunitense il premio Nobel per la Pace, un gesto che ha favorevolmente colpito il tycoon americano.
La Machado ha definito l’incontro come un dialogo molto positivo ed eccellente, ricevendo dall’inquilino della Casa Bianca molti complimenti, ma poca concretezza. Del resto Trump aveva spesa parole molto lusinghiere sulla nuova presidente Delcy Rodríguez, che Maria Corina Machado ha pubblicamente definito come una comunista, principale alleata del regime russo, cinese e iraniano, ribadendo di essere convinta che in Venezuela ci sarà presto una transizione ordinata. La Nobel per la Pace ha continuato sostenendo che Caracas sta vivendo una fase in cui il cartello della droga si contrappone alla giustizia, e la figura di Rodríguez rappresenterebbe la continuità di un sistema illegittimo.
Nonostante la pubblica soddisfazione da parte della Machado, alcuni importanti rappresentanti dell’opposizione restano dubbiosi sul futuro venezuelano. Delsa Solorzano è leader del partito Encuentro Ciudadano, che fa parte della coalizione Plataforma Unitaria che ha sostenuto la candidatura di Edmundo Gonzalez Urrutia alle presidenziali. «Il ritorno di Maria Corina Machado non credo che sarà imminente, in troppi in Venezuela hanno interesse a tenerla lontana. La situazione rimane molto complicata, noi stiamo lottando per la liberazione di tutti i prigionieri politici. Attivisti e rappresentanti dei nostri partiti restano in carcere e per ora sono stati liberati soprattutto gli stranieri per accontentare le nazioni estere, ma serve un cambiamento radicale. Gli Usa non possono fare affari con una persona sulla quale hanno messo una taglia da 50 milioni di dollari come il ministro degli Interni Diosdado Cabello».
Andres Avelino Alvarez è un deputato del Partito socialista unito del Venezuela, che aveva come leader Nicolas Maduro, ed è vicepresidente dell’assemblea parlamentare di Caracas. «Noi vogliamo l’immediata liberazione di Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores che sono stati rapiti dagli statunitensi. Noi deputati abbiamo votato una risoluzione che condanna l’atto violento e terroristico che è costato la vita a centinaia di nostri concittadini e ha portato via il presidente del Venezuela. Le elezioni dell’estate del 2024 si erano svolte regolarmente e io lo so bene avendo partecipato attivamente» spiega Alvarez. «Tuttavia devo ammettere che il presidente ultimante era cambiato ed era diventato un problema per i nostri rapporti con tante nazioni, compresi gli Stati Uniti. Washington è uno storico partner commerciale del Venezuela e adesso abbiamo semplicemente riattivato vecchi accordi. Tutti i parlamentari venezuelani hanno appoggiato Delcy Rodriguez come nuova presidente perché la nazione ha bisogno di una guida. La nostra nuova presidente è riconosciuta dal popolo venezuelano come una donna intelligente, capace, una manager di alto livello e un simbolo delle donne venezuelane che gode di un ampio sostegno, con un indice di gradimento superiore al 90% tra il popolo venezuelano. La presidente ha subito destituito Alex Saab dall'incarico di ministro delle Industrie e della Produzione Nazionale, già arrestato negli Stati Uniti e personaggio controverso». Secondo il deputato del Partito socialista unito del Venezuela «Maduro aveva voluta la Rodriguez come vicepresidente per otto anni e lei rappresenta la continuità con la rivoluzione bolivariana. Il nostro governo ha commesso degli errori, ma stiamo ponendo rimedio agli eccessi che ci sono stati. La violenza non è mai la soluzione, nemmeno quella di Washington che ha bombardato una nazione sovrana come il Venezuela».
Il deputato bolivariano ci tiene a sottolineare come i recenti fatti non abbiano sconvolto l’ordine della sua nazione. «Il governo resta ancora operativo e la nuova presidente sta amministrando molto bene, molti prigionieri politici sono stati già liberati e adesso dobbiamo parlare anche con l’opposizione. Il rilascio dei prigionieri politici, non solo di quelli condannati per atti terroristici, fa parte di un percorso e dimostra che la Rivoluzione Bolivariana è stata molto benevola e ha sempre operato in un quadro di ricerca della pace e di vera democrazia mantenendo una porta aperta al dialogo. Questa porta è stata aperta per oltre 25 anni e oggi rimane più aperta che mai».
Continua a leggereRiduci