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2022-05-06
Europa sempre più sgretolata sulle sanzioni
Ursula Von Der Leyen (Ansa)
C’è chi rischia di fare la parte del bersaglio fisso (l’Ue) e chi invece (tutti gli altri) continua a muoversi in vista del perseguimento dei propri interessi strategici.
Quanto all’Ue, la vicenda del sesto pacchetto di sanzioni alla Russia (quello che includerebbe il petrolio) è ormai una storia che si trascina da settimane. Di fatto, dopo l’annuncio dell’altro giorno di Ursula von der Leyen, che pure aveva previsto tempi dilatati per l’operazione (un semestre), tutto si è fermato, e non solo per l’opposizione ungherese. Già la stessa Ungheria e la Slovacchia, come si ricorderà, avevano ottenuto una tempistica ancora più allungata per il cosiddetto phasing out (fino a fine 2023, quando i loro contratti in essere andrebbero in ogni caso ad esaurimento). E ciò ha naturalmente suscitato le ire di altri Paesi che avrebbero voluto o vorrebbero il medesimo trattamento: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Romania. Ma dinanzi a un’ipotetica estensione delle deroghe, Budapest ha minacciato il veto. Quanto alla Grecia, ha criticato duramente il divieto di trasportare petrolio russo su navi Ue, cosa che avvantaggerebbe la Turchia. Morale: tutto è ancora impantanato.
E in ogni caso, resta una constatazione tanto amara quanto di elementare buon senso: se anche un simile pacchetto sanzionatorio partisse in questa forma così differita nel tempo, ci sarebbe un effetto immediatamente negativo per gli acquirenti di petrolio (e cioè i prezzi schizzerebbero su immediatamente, com’è già accaduto), mentre il venditore in procinto di essere sanzionato (la Russia) avrebbe tutto il tempo di cercarsi altri compratori.
A proposito di Russia. Non va sottovalutato il «pizzino» recapitato a tutti, e in particolare alla Germania, da Gazprom, che ieri, con una nota secca ma carica di significato, ha fatto sapere che le infrastrutture a terra di Nord Stream 2 verranno utilizzate per trasportare gas in territorio russo (in particolare, verso le regioni del Nord-Ovest russo). Come dire: cara Germania, se non vuoi più questa struttura, la utilizzeremo noi ad altro scopo. In un colpo solo, vengono al pettine, per Berlino, tutti i nodi causati dalle scelte tedesche degli ultimi anni: dipendenza energetica dalla Russia, scommessa su Nord Stream 2, e così via.
Intanto, a testimonianza del fatto che, mentre l’Ue sta ferma, tutti gli altri continuano a muoversi nel proprio interesse, va segnalata la scelta dell’Opec, che ha di fatto deciso di non aumentare la produzione di greggio in maniera significativa, confermando la decisione di aumenti limitatissimi e graduali già adottata a primavera 2021. Morale: il prezzo è in salita (oltre 112 dollari al barile), e la produzione varierà di poco. I Paesi produttori attendono di verificare - par di capire - se e quando finirà il rallentamento economico cinese dovuto alla raffica di lockdown in corso.
Tornando all’Ue, ieri in un forum online del Messaggero.it ha parlato il commissario europeo Paolo Gentiloni sostenendo che alla fine un accordo in Ue si troverà sull’embargo al petrolio russo («La nostra proposta è di arrivare all’embargo tra 6-9 mesi per diversi prodotti petroliferi. Arriveremo, con un percorso comune, anche alla decisione di arrivare gradualmente all’embargo sul petrolio, penso sia una decisione ragionevole»), ma ammettendo che la scelta «avrà un impatto sulle nostre economie'' oltre che sulla Russia, su cui pure l’effetto negativo sarà maggiore. «Intervenire militarmente sarebbe un errore catastrofico dalle conseguenze incalcolabili», ha detto Gentiloni, «ma c’è un costo economico da mettere in conto». Affermando che, secondo le previsioni delle autorità russe, lì potrebbe esserci una recessione intorno al 9%, Gentiloni ha chiosato che «chi dice che le sanzioni non sono efficaci prende un abbaglio»: e tuttavia il commissario ha dovuto ammettere che «sicuramente anche le nostre economie rallenteranno».
Nella stessa sede, si è espresso anche l’ambasciatore Giampiero Massolo, neopresidente di Atlantia. L’ex direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e poi ex presidente di Fincantieri, ha evocato tempi lunghi riferendosi alla durata futura del regime sanzionatorio: «Quale che sia l’esito del conflitto, non torneremo in tempi prevedibili a collaborazioni: vivremo in un’epoca in cui il conflitto e l’equilibrio di forza saranno il connotato con cui saremo abituati a convivere. La mentalità e il modo in cui approcceremo le cose risponderanno a quelle logiche e avremo la necessità di convivere a lungo con un sistema sanzionatorio». Il quale meccanismo sanzionatorio «dipenderà da un non facile periodo di negoziato»: quanto al phasing out delle sanzioni, «sarà complesso e laborioso ma durerà per molto tempo e non sarà definitivo». Come dire: già oggi, prim’ancora che le decisioni siano state prese, gravano su di noi incognite e incertezze. E con quelle incognite e incertezze saremo chiamati a fare i conti per un tempo non breve.
L’allarme degli armatori: «Già persi 1,5 miliardi di euro nei trasporti»
Il mondo degli armatori sta soffrendo moltissimo negli ultimi anni tra l’attuale conflitto russo ucraino e la pandemia che hanno rallentato molto gli scambi via mare.
Secondo Assarmatori, associazione armatoriale aderente a Conftrasporto-Confcommercio, innanzitutto il settore ha dovuto dire addio al trasporto di merci per circa 1,5 miliardi di euro che viaggiavano tra Italia e Russia. Già prima della crisi russo ucraina, inoltre, l’interscambio in miliardi di euro era sceso dai 21,2 miliardi del 2017 ai 17,7 del 2020. Nei primi tre mesi del 2021 l’interscambio ha avuto un peso di 4,6 miliardi di euro.
I dati forniti da Assarmatori a La Verità parlano da soli. Nelle prime tre settimane di conflitto, anche grazie alle sanzioni imposte dall’Ue a Mosca, il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è sceso del 35% rispetto alle tre settimane precedenti: 579 con le precedenti 875. Più in generale, il settore maggiormente colpito è quello dell’export di grano e carbone.
Tra i porti più colpiti ci sono quelli della sponda adriatica (Ravenna e Venezia) che importavano materiale da Russia e Ucraina, su tutti grano e acciaio. Meno colpiti, invece, quelli del Tirreno.
Dal lato delle compagnie di navigazione, sono più colpite quelle che di solito operano nelle aree del Mar Nero e nel Mar d’Azov. Inoltre, come spiegano da Assarmatori, «alcune associate denunciano una riduzione dei traffici nel bacino del Mediterraneo, nel quale è inserito anche il Mar Nero, compresa fra il 20 e il 25%, riduzione che balza al 35-40% se si considera anche l’area balcanica».
«Le dinamiche del trasporto marittimo sono così complesse e volatili da rendere impossibili previsioni affidabili di medio-lungo termine in una situazione di emergenza come quella attuale. Ma alcuni indicatori sono già oggi disponibili e forniscono alcune chiavi di lettura su cosa potrà accadere», spiega Stefano Messina, presidente di Assarmatori.
Va detto, però, che, visto il timore di un embargo sul petrolio russo, il trasporto via mare di greggio è salito moltissimo nell’ultimo periodo. «Il primo indicatore», spiega Messina, «è relativo al mercato dei noli marittimi, che per quanto riguarda le navi cisterna ha registrato impennate fino al 230% a seconda del tonnellaggio della nave. E, secondo il parere concorde di gran parte dei Centri Studi sul mercato marittimo, il trend verso una crescita dei noli dovrebbe trovare conferma e probabilmente accentuarsi nei mesi a venire».
Certo, dice Messina, bisogna fare una considerazione proprio sul mercato delle navi disponibili per il trasporto del gas. «Il greggio e i prodotti raffinati sono quelli che presentano una soluzione immediata, con molte navi disponibili per il carico in aree diverse dal mercato russo. Ben diverso il discorso per il trasporto del gas», spiega. «Il mercato delle gasiere ha un numero limitato di navi disponibili, poco meno di 700 unità al mondo, di cui una fetta di circa il 15% di bandiera russa, quindi inutilizzabili. Proprio su queste, con il problema, non da sottovalutare, della scarsità di impianti di rigassificazione lungo le coste italiane, potrebbe giocarsi la partita energetica decisiva per gran parte dei Paesi europei».
La paura degli armatori, ora, è che la Russia inizi una serie di ritorsioni proprio sul settore verso le navi che battono bandiera italiana dopo che il nostro Paese ha mandato armi e sequestrato imbarcazioni russe come i maxi yacht degli oligarchi attraccati in Sardegna e Toscana.
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I vari Paesi perseguono i propri interessi strategici. Il varo del sesto pacchetto è ancora impantanato. Gentiloni avvisa: «Le misure impatteranno sulle nostre economie». Gazprom si dice pronta a utilizzare diversamente Nord Stream 2. E il prezzo del petrolio sale.Il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è calato del 35%Lo speciale contiene due articoli.C’è chi rischia di fare la parte del bersaglio fisso (l’Ue) e chi invece (tutti gli altri) continua a muoversi in vista del perseguimento dei propri interessi strategici. Quanto all’Ue, la vicenda del sesto pacchetto di sanzioni alla Russia (quello che includerebbe il petrolio) è ormai una storia che si trascina da settimane. Di fatto, dopo l’annuncio dell’altro giorno di Ursula von der Leyen, che pure aveva previsto tempi dilatati per l’operazione (un semestre), tutto si è fermato, e non solo per l’opposizione ungherese. Già la stessa Ungheria e la Slovacchia, come si ricorderà, avevano ottenuto una tempistica ancora più allungata per il cosiddetto phasing out (fino a fine 2023, quando i loro contratti in essere andrebbero in ogni caso ad esaurimento). E ciò ha naturalmente suscitato le ire di altri Paesi che avrebbero voluto o vorrebbero il medesimo trattamento: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Romania. Ma dinanzi a un’ipotetica estensione delle deroghe, Budapest ha minacciato il veto. Quanto alla Grecia, ha criticato duramente il divieto di trasportare petrolio russo su navi Ue, cosa che avvantaggerebbe la Turchia. Morale: tutto è ancora impantanato.E in ogni caso, resta una constatazione tanto amara quanto di elementare buon senso: se anche un simile pacchetto sanzionatorio partisse in questa forma così differita nel tempo, ci sarebbe un effetto immediatamente negativo per gli acquirenti di petrolio (e cioè i prezzi schizzerebbero su immediatamente, com’è già accaduto), mentre il venditore in procinto di essere sanzionato (la Russia) avrebbe tutto il tempo di cercarsi altri compratori. A proposito di Russia. Non va sottovalutato il «pizzino» recapitato a tutti, e in particolare alla Germania, da Gazprom, che ieri, con una nota secca ma carica di significato, ha fatto sapere che le infrastrutture a terra di Nord Stream 2 verranno utilizzate per trasportare gas in territorio russo (in particolare, verso le regioni del Nord-Ovest russo). Come dire: cara Germania, se non vuoi più questa struttura, la utilizzeremo noi ad altro scopo. In un colpo solo, vengono al pettine, per Berlino, tutti i nodi causati dalle scelte tedesche degli ultimi anni: dipendenza energetica dalla Russia, scommessa su Nord Stream 2, e così via. Intanto, a testimonianza del fatto che, mentre l’Ue sta ferma, tutti gli altri continuano a muoversi nel proprio interesse, va segnalata la scelta dell’Opec, che ha di fatto deciso di non aumentare la produzione di greggio in maniera significativa, confermando la decisione di aumenti limitatissimi e graduali già adottata a primavera 2021. Morale: il prezzo è in salita (oltre 112 dollari al barile), e la produzione varierà di poco. I Paesi produttori attendono di verificare - par di capire - se e quando finirà il rallentamento economico cinese dovuto alla raffica di lockdown in corso. Tornando all’Ue, ieri in un forum online del Messaggero.it ha parlato il commissario europeo Paolo Gentiloni sostenendo che alla fine un accordo in Ue si troverà sull’embargo al petrolio russo («La nostra proposta è di arrivare all’embargo tra 6-9 mesi per diversi prodotti petroliferi. Arriveremo, con un percorso comune, anche alla decisione di arrivare gradualmente all’embargo sul petrolio, penso sia una decisione ragionevole»), ma ammettendo che la scelta «avrà un impatto sulle nostre economie'' oltre che sulla Russia, su cui pure l’effetto negativo sarà maggiore. «Intervenire militarmente sarebbe un errore catastrofico dalle conseguenze incalcolabili», ha detto Gentiloni, «ma c’è un costo economico da mettere in conto». Affermando che, secondo le previsioni delle autorità russe, lì potrebbe esserci una recessione intorno al 9%, Gentiloni ha chiosato che «chi dice che le sanzioni non sono efficaci prende un abbaglio»: e tuttavia il commissario ha dovuto ammettere che «sicuramente anche le nostre economie rallenteranno». Nella stessa sede, si è espresso anche l’ambasciatore Giampiero Massolo, neopresidente di Atlantia. L’ex direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e poi ex presidente di Fincantieri, ha evocato tempi lunghi riferendosi alla durata futura del regime sanzionatorio: «Quale che sia l’esito del conflitto, non torneremo in tempi prevedibili a collaborazioni: vivremo in un’epoca in cui il conflitto e l’equilibrio di forza saranno il connotato con cui saremo abituati a convivere. La mentalità e il modo in cui approcceremo le cose risponderanno a quelle logiche e avremo la necessità di convivere a lungo con un sistema sanzionatorio». Il quale meccanismo sanzionatorio «dipenderà da un non facile periodo di negoziato»: quanto al phasing out delle sanzioni, «sarà complesso e laborioso ma durerà per molto tempo e non sarà definitivo». Come dire: già oggi, prim’ancora che le decisioni siano state prese, gravano su di noi incognite e incertezze. E con quelle incognite e incertezze saremo chiamati a fare i conti per un tempo non breve.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/europa-sempre-piu-sgretolata-sulle-sanzioni-2657273619.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lallarme-degli-armatori-gia-persi-15-miliardi-di-euro-nei-trasporti" data-post-id="2657273619" data-published-at="1651817456" data-use-pagination="False"> L’allarme degli armatori: «Già persi 1,5 miliardi di euro nei trasporti» Il mondo degli armatori sta soffrendo moltissimo negli ultimi anni tra l’attuale conflitto russo ucraino e la pandemia che hanno rallentato molto gli scambi via mare. Secondo Assarmatori, associazione armatoriale aderente a Conftrasporto-Confcommercio, innanzitutto il settore ha dovuto dire addio al trasporto di merci per circa 1,5 miliardi di euro che viaggiavano tra Italia e Russia. Già prima della crisi russo ucraina, inoltre, l’interscambio in miliardi di euro era sceso dai 21,2 miliardi del 2017 ai 17,7 del 2020. Nei primi tre mesi del 2021 l’interscambio ha avuto un peso di 4,6 miliardi di euro. I dati forniti da Assarmatori a La Verità parlano da soli. Nelle prime tre settimane di conflitto, anche grazie alle sanzioni imposte dall’Ue a Mosca, il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è sceso del 35% rispetto alle tre settimane precedenti: 579 con le precedenti 875. Più in generale, il settore maggiormente colpito è quello dell’export di grano e carbone. Tra i porti più colpiti ci sono quelli della sponda adriatica (Ravenna e Venezia) che importavano materiale da Russia e Ucraina, su tutti grano e acciaio. Meno colpiti, invece, quelli del Tirreno. Dal lato delle compagnie di navigazione, sono più colpite quelle che di solito operano nelle aree del Mar Nero e nel Mar d’Azov. Inoltre, come spiegano da Assarmatori, «alcune associate denunciano una riduzione dei traffici nel bacino del Mediterraneo, nel quale è inserito anche il Mar Nero, compresa fra il 20 e il 25%, riduzione che balza al 35-40% se si considera anche l’area balcanica». «Le dinamiche del trasporto marittimo sono così complesse e volatili da rendere impossibili previsioni affidabili di medio-lungo termine in una situazione di emergenza come quella attuale. Ma alcuni indicatori sono già oggi disponibili e forniscono alcune chiavi di lettura su cosa potrà accadere», spiega Stefano Messina, presidente di Assarmatori. Va detto, però, che, visto il timore di un embargo sul petrolio russo, il trasporto via mare di greggio è salito moltissimo nell’ultimo periodo. «Il primo indicatore», spiega Messina, «è relativo al mercato dei noli marittimi, che per quanto riguarda le navi cisterna ha registrato impennate fino al 230% a seconda del tonnellaggio della nave. E, secondo il parere concorde di gran parte dei Centri Studi sul mercato marittimo, il trend verso una crescita dei noli dovrebbe trovare conferma e probabilmente accentuarsi nei mesi a venire». Certo, dice Messina, bisogna fare una considerazione proprio sul mercato delle navi disponibili per il trasporto del gas. «Il greggio e i prodotti raffinati sono quelli che presentano una soluzione immediata, con molte navi disponibili per il carico in aree diverse dal mercato russo. Ben diverso il discorso per il trasporto del gas», spiega. «Il mercato delle gasiere ha un numero limitato di navi disponibili, poco meno di 700 unità al mondo, di cui una fetta di circa il 15% di bandiera russa, quindi inutilizzabili. Proprio su queste, con il problema, non da sottovalutare, della scarsità di impianti di rigassificazione lungo le coste italiane, potrebbe giocarsi la partita energetica decisiva per gran parte dei Paesi europei». La paura degli armatori, ora, è che la Russia inizi una serie di ritorsioni proprio sul settore verso le navi che battono bandiera italiana dopo che il nostro Paese ha mandato armi e sequestrato imbarcazioni russe come i maxi yacht degli oligarchi attraccati in Sardegna e Toscana.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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