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2022-05-06
Europa sempre più sgretolata sulle sanzioni
Ursula Von Der Leyen (Ansa)
C’è chi rischia di fare la parte del bersaglio fisso (l’Ue) e chi invece (tutti gli altri) continua a muoversi in vista del perseguimento dei propri interessi strategici.
Quanto all’Ue, la vicenda del sesto pacchetto di sanzioni alla Russia (quello che includerebbe il petrolio) è ormai una storia che si trascina da settimane. Di fatto, dopo l’annuncio dell’altro giorno di Ursula von der Leyen, che pure aveva previsto tempi dilatati per l’operazione (un semestre), tutto si è fermato, e non solo per l’opposizione ungherese. Già la stessa Ungheria e la Slovacchia, come si ricorderà, avevano ottenuto una tempistica ancora più allungata per il cosiddetto phasing out (fino a fine 2023, quando i loro contratti in essere andrebbero in ogni caso ad esaurimento). E ciò ha naturalmente suscitato le ire di altri Paesi che avrebbero voluto o vorrebbero il medesimo trattamento: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Romania. Ma dinanzi a un’ipotetica estensione delle deroghe, Budapest ha minacciato il veto. Quanto alla Grecia, ha criticato duramente il divieto di trasportare petrolio russo su navi Ue, cosa che avvantaggerebbe la Turchia. Morale: tutto è ancora impantanato.
E in ogni caso, resta una constatazione tanto amara quanto di elementare buon senso: se anche un simile pacchetto sanzionatorio partisse in questa forma così differita nel tempo, ci sarebbe un effetto immediatamente negativo per gli acquirenti di petrolio (e cioè i prezzi schizzerebbero su immediatamente, com’è già accaduto), mentre il venditore in procinto di essere sanzionato (la Russia) avrebbe tutto il tempo di cercarsi altri compratori.
A proposito di Russia. Non va sottovalutato il «pizzino» recapitato a tutti, e in particolare alla Germania, da Gazprom, che ieri, con una nota secca ma carica di significato, ha fatto sapere che le infrastrutture a terra di Nord Stream 2 verranno utilizzate per trasportare gas in territorio russo (in particolare, verso le regioni del Nord-Ovest russo). Come dire: cara Germania, se non vuoi più questa struttura, la utilizzeremo noi ad altro scopo. In un colpo solo, vengono al pettine, per Berlino, tutti i nodi causati dalle scelte tedesche degli ultimi anni: dipendenza energetica dalla Russia, scommessa su Nord Stream 2, e così via.
Intanto, a testimonianza del fatto che, mentre l’Ue sta ferma, tutti gli altri continuano a muoversi nel proprio interesse, va segnalata la scelta dell’Opec, che ha di fatto deciso di non aumentare la produzione di greggio in maniera significativa, confermando la decisione di aumenti limitatissimi e graduali già adottata a primavera 2021. Morale: il prezzo è in salita (oltre 112 dollari al barile), e la produzione varierà di poco. I Paesi produttori attendono di verificare - par di capire - se e quando finirà il rallentamento economico cinese dovuto alla raffica di lockdown in corso.
Tornando all’Ue, ieri in un forum online del Messaggero.it ha parlato il commissario europeo Paolo Gentiloni sostenendo che alla fine un accordo in Ue si troverà sull’embargo al petrolio russo («La nostra proposta è di arrivare all’embargo tra 6-9 mesi per diversi prodotti petroliferi. Arriveremo, con un percorso comune, anche alla decisione di arrivare gradualmente all’embargo sul petrolio, penso sia una decisione ragionevole»), ma ammettendo che la scelta «avrà un impatto sulle nostre economie'' oltre che sulla Russia, su cui pure l’effetto negativo sarà maggiore. «Intervenire militarmente sarebbe un errore catastrofico dalle conseguenze incalcolabili», ha detto Gentiloni, «ma c’è un costo economico da mettere in conto». Affermando che, secondo le previsioni delle autorità russe, lì potrebbe esserci una recessione intorno al 9%, Gentiloni ha chiosato che «chi dice che le sanzioni non sono efficaci prende un abbaglio»: e tuttavia il commissario ha dovuto ammettere che «sicuramente anche le nostre economie rallenteranno».
Nella stessa sede, si è espresso anche l’ambasciatore Giampiero Massolo, neopresidente di Atlantia. L’ex direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e poi ex presidente di Fincantieri, ha evocato tempi lunghi riferendosi alla durata futura del regime sanzionatorio: «Quale che sia l’esito del conflitto, non torneremo in tempi prevedibili a collaborazioni: vivremo in un’epoca in cui il conflitto e l’equilibrio di forza saranno il connotato con cui saremo abituati a convivere. La mentalità e il modo in cui approcceremo le cose risponderanno a quelle logiche e avremo la necessità di convivere a lungo con un sistema sanzionatorio». Il quale meccanismo sanzionatorio «dipenderà da un non facile periodo di negoziato»: quanto al phasing out delle sanzioni, «sarà complesso e laborioso ma durerà per molto tempo e non sarà definitivo». Come dire: già oggi, prim’ancora che le decisioni siano state prese, gravano su di noi incognite e incertezze. E con quelle incognite e incertezze saremo chiamati a fare i conti per un tempo non breve.
L’allarme degli armatori: «Già persi 1,5 miliardi di euro nei trasporti»
Il mondo degli armatori sta soffrendo moltissimo negli ultimi anni tra l’attuale conflitto russo ucraino e la pandemia che hanno rallentato molto gli scambi via mare.
Secondo Assarmatori, associazione armatoriale aderente a Conftrasporto-Confcommercio, innanzitutto il settore ha dovuto dire addio al trasporto di merci per circa 1,5 miliardi di euro che viaggiavano tra Italia e Russia. Già prima della crisi russo ucraina, inoltre, l’interscambio in miliardi di euro era sceso dai 21,2 miliardi del 2017 ai 17,7 del 2020. Nei primi tre mesi del 2021 l’interscambio ha avuto un peso di 4,6 miliardi di euro.
I dati forniti da Assarmatori a La Verità parlano da soli. Nelle prime tre settimane di conflitto, anche grazie alle sanzioni imposte dall’Ue a Mosca, il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è sceso del 35% rispetto alle tre settimane precedenti: 579 con le precedenti 875. Più in generale, il settore maggiormente colpito è quello dell’export di grano e carbone.
Tra i porti più colpiti ci sono quelli della sponda adriatica (Ravenna e Venezia) che importavano materiale da Russia e Ucraina, su tutti grano e acciaio. Meno colpiti, invece, quelli del Tirreno.
Dal lato delle compagnie di navigazione, sono più colpite quelle che di solito operano nelle aree del Mar Nero e nel Mar d’Azov. Inoltre, come spiegano da Assarmatori, «alcune associate denunciano una riduzione dei traffici nel bacino del Mediterraneo, nel quale è inserito anche il Mar Nero, compresa fra il 20 e il 25%, riduzione che balza al 35-40% se si considera anche l’area balcanica».
«Le dinamiche del trasporto marittimo sono così complesse e volatili da rendere impossibili previsioni affidabili di medio-lungo termine in una situazione di emergenza come quella attuale. Ma alcuni indicatori sono già oggi disponibili e forniscono alcune chiavi di lettura su cosa potrà accadere», spiega Stefano Messina, presidente di Assarmatori.
Va detto, però, che, visto il timore di un embargo sul petrolio russo, il trasporto via mare di greggio è salito moltissimo nell’ultimo periodo. «Il primo indicatore», spiega Messina, «è relativo al mercato dei noli marittimi, che per quanto riguarda le navi cisterna ha registrato impennate fino al 230% a seconda del tonnellaggio della nave. E, secondo il parere concorde di gran parte dei Centri Studi sul mercato marittimo, il trend verso una crescita dei noli dovrebbe trovare conferma e probabilmente accentuarsi nei mesi a venire».
Certo, dice Messina, bisogna fare una considerazione proprio sul mercato delle navi disponibili per il trasporto del gas. «Il greggio e i prodotti raffinati sono quelli che presentano una soluzione immediata, con molte navi disponibili per il carico in aree diverse dal mercato russo. Ben diverso il discorso per il trasporto del gas», spiega. «Il mercato delle gasiere ha un numero limitato di navi disponibili, poco meno di 700 unità al mondo, di cui una fetta di circa il 15% di bandiera russa, quindi inutilizzabili. Proprio su queste, con il problema, non da sottovalutare, della scarsità di impianti di rigassificazione lungo le coste italiane, potrebbe giocarsi la partita energetica decisiva per gran parte dei Paesi europei».
La paura degli armatori, ora, è che la Russia inizi una serie di ritorsioni proprio sul settore verso le navi che battono bandiera italiana dopo che il nostro Paese ha mandato armi e sequestrato imbarcazioni russe come i maxi yacht degli oligarchi attraccati in Sardegna e Toscana.
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I vari Paesi perseguono i propri interessi strategici. Il varo del sesto pacchetto è ancora impantanato. Gentiloni avvisa: «Le misure impatteranno sulle nostre economie». Gazprom si dice pronta a utilizzare diversamente Nord Stream 2. E il prezzo del petrolio sale.Il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è calato del 35%Lo speciale contiene due articoli.C’è chi rischia di fare la parte del bersaglio fisso (l’Ue) e chi invece (tutti gli altri) continua a muoversi in vista del perseguimento dei propri interessi strategici. Quanto all’Ue, la vicenda del sesto pacchetto di sanzioni alla Russia (quello che includerebbe il petrolio) è ormai una storia che si trascina da settimane. Di fatto, dopo l’annuncio dell’altro giorno di Ursula von der Leyen, che pure aveva previsto tempi dilatati per l’operazione (un semestre), tutto si è fermato, e non solo per l’opposizione ungherese. Già la stessa Ungheria e la Slovacchia, come si ricorderà, avevano ottenuto una tempistica ancora più allungata per il cosiddetto phasing out (fino a fine 2023, quando i loro contratti in essere andrebbero in ogni caso ad esaurimento). E ciò ha naturalmente suscitato le ire di altri Paesi che avrebbero voluto o vorrebbero il medesimo trattamento: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Romania. Ma dinanzi a un’ipotetica estensione delle deroghe, Budapest ha minacciato il veto. Quanto alla Grecia, ha criticato duramente il divieto di trasportare petrolio russo su navi Ue, cosa che avvantaggerebbe la Turchia. Morale: tutto è ancora impantanato.E in ogni caso, resta una constatazione tanto amara quanto di elementare buon senso: se anche un simile pacchetto sanzionatorio partisse in questa forma così differita nel tempo, ci sarebbe un effetto immediatamente negativo per gli acquirenti di petrolio (e cioè i prezzi schizzerebbero su immediatamente, com’è già accaduto), mentre il venditore in procinto di essere sanzionato (la Russia) avrebbe tutto il tempo di cercarsi altri compratori. A proposito di Russia. Non va sottovalutato il «pizzino» recapitato a tutti, e in particolare alla Germania, da Gazprom, che ieri, con una nota secca ma carica di significato, ha fatto sapere che le infrastrutture a terra di Nord Stream 2 verranno utilizzate per trasportare gas in territorio russo (in particolare, verso le regioni del Nord-Ovest russo). Come dire: cara Germania, se non vuoi più questa struttura, la utilizzeremo noi ad altro scopo. In un colpo solo, vengono al pettine, per Berlino, tutti i nodi causati dalle scelte tedesche degli ultimi anni: dipendenza energetica dalla Russia, scommessa su Nord Stream 2, e così via. Intanto, a testimonianza del fatto che, mentre l’Ue sta ferma, tutti gli altri continuano a muoversi nel proprio interesse, va segnalata la scelta dell’Opec, che ha di fatto deciso di non aumentare la produzione di greggio in maniera significativa, confermando la decisione di aumenti limitatissimi e graduali già adottata a primavera 2021. Morale: il prezzo è in salita (oltre 112 dollari al barile), e la produzione varierà di poco. I Paesi produttori attendono di verificare - par di capire - se e quando finirà il rallentamento economico cinese dovuto alla raffica di lockdown in corso. Tornando all’Ue, ieri in un forum online del Messaggero.it ha parlato il commissario europeo Paolo Gentiloni sostenendo che alla fine un accordo in Ue si troverà sull’embargo al petrolio russo («La nostra proposta è di arrivare all’embargo tra 6-9 mesi per diversi prodotti petroliferi. Arriveremo, con un percorso comune, anche alla decisione di arrivare gradualmente all’embargo sul petrolio, penso sia una decisione ragionevole»), ma ammettendo che la scelta «avrà un impatto sulle nostre economie'' oltre che sulla Russia, su cui pure l’effetto negativo sarà maggiore. «Intervenire militarmente sarebbe un errore catastrofico dalle conseguenze incalcolabili», ha detto Gentiloni, «ma c’è un costo economico da mettere in conto». Affermando che, secondo le previsioni delle autorità russe, lì potrebbe esserci una recessione intorno al 9%, Gentiloni ha chiosato che «chi dice che le sanzioni non sono efficaci prende un abbaglio»: e tuttavia il commissario ha dovuto ammettere che «sicuramente anche le nostre economie rallenteranno». Nella stessa sede, si è espresso anche l’ambasciatore Giampiero Massolo, neopresidente di Atlantia. L’ex direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e poi ex presidente di Fincantieri, ha evocato tempi lunghi riferendosi alla durata futura del regime sanzionatorio: «Quale che sia l’esito del conflitto, non torneremo in tempi prevedibili a collaborazioni: vivremo in un’epoca in cui il conflitto e l’equilibrio di forza saranno il connotato con cui saremo abituati a convivere. La mentalità e il modo in cui approcceremo le cose risponderanno a quelle logiche e avremo la necessità di convivere a lungo con un sistema sanzionatorio». Il quale meccanismo sanzionatorio «dipenderà da un non facile periodo di negoziato»: quanto al phasing out delle sanzioni, «sarà complesso e laborioso ma durerà per molto tempo e non sarà definitivo». Come dire: già oggi, prim’ancora che le decisioni siano state prese, gravano su di noi incognite e incertezze. 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Già prima della crisi russo ucraina, inoltre, l’interscambio in miliardi di euro era sceso dai 21,2 miliardi del 2017 ai 17,7 del 2020. Nei primi tre mesi del 2021 l’interscambio ha avuto un peso di 4,6 miliardi di euro. I dati forniti da Assarmatori a La Verità parlano da soli. Nelle prime tre settimane di conflitto, anche grazie alle sanzioni imposte dall’Ue a Mosca, il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è sceso del 35% rispetto alle tre settimane precedenti: 579 con le precedenti 875. Più in generale, il settore maggiormente colpito è quello dell’export di grano e carbone. Tra i porti più colpiti ci sono quelli della sponda adriatica (Ravenna e Venezia) che importavano materiale da Russia e Ucraina, su tutti grano e acciaio. Meno colpiti, invece, quelli del Tirreno. Dal lato delle compagnie di navigazione, sono più colpite quelle che di solito operano nelle aree del Mar Nero e nel Mar d’Azov. Inoltre, come spiegano da Assarmatori, «alcune associate denunciano una riduzione dei traffici nel bacino del Mediterraneo, nel quale è inserito anche il Mar Nero, compresa fra il 20 e il 25%, riduzione che balza al 35-40% se si considera anche l’area balcanica». «Le dinamiche del trasporto marittimo sono così complesse e volatili da rendere impossibili previsioni affidabili di medio-lungo termine in una situazione di emergenza come quella attuale. Ma alcuni indicatori sono già oggi disponibili e forniscono alcune chiavi di lettura su cosa potrà accadere», spiega Stefano Messina, presidente di Assarmatori. Va detto, però, che, visto il timore di un embargo sul petrolio russo, il trasporto via mare di greggio è salito moltissimo nell’ultimo periodo. «Il primo indicatore», spiega Messina, «è relativo al mercato dei noli marittimi, che per quanto riguarda le navi cisterna ha registrato impennate fino al 230% a seconda del tonnellaggio della nave. E, secondo il parere concorde di gran parte dei Centri Studi sul mercato marittimo, il trend verso una crescita dei noli dovrebbe trovare conferma e probabilmente accentuarsi nei mesi a venire». Certo, dice Messina, bisogna fare una considerazione proprio sul mercato delle navi disponibili per il trasporto del gas. «Il greggio e i prodotti raffinati sono quelli che presentano una soluzione immediata, con molte navi disponibili per il carico in aree diverse dal mercato russo. Ben diverso il discorso per il trasporto del gas», spiega. «Il mercato delle gasiere ha un numero limitato di navi disponibili, poco meno di 700 unità al mondo, di cui una fetta di circa il 15% di bandiera russa, quindi inutilizzabili. Proprio su queste, con il problema, non da sottovalutare, della scarsità di impianti di rigassificazione lungo le coste italiane, potrebbe giocarsi la partita energetica decisiva per gran parte dei Paesi europei». La paura degli armatori, ora, è che la Russia inizi una serie di ritorsioni proprio sul settore verso le navi che battono bandiera italiana dopo che il nostro Paese ha mandato armi e sequestrato imbarcazioni russe come i maxi yacht degli oligarchi attraccati in Sardegna e Toscana.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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