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2022-05-06
Europa sempre più sgretolata sulle sanzioni
Ursula Von Der Leyen (Ansa)
C’è chi rischia di fare la parte del bersaglio fisso (l’Ue) e chi invece (tutti gli altri) continua a muoversi in vista del perseguimento dei propri interessi strategici.
Quanto all’Ue, la vicenda del sesto pacchetto di sanzioni alla Russia (quello che includerebbe il petrolio) è ormai una storia che si trascina da settimane. Di fatto, dopo l’annuncio dell’altro giorno di Ursula von der Leyen, che pure aveva previsto tempi dilatati per l’operazione (un semestre), tutto si è fermato, e non solo per l’opposizione ungherese. Già la stessa Ungheria e la Slovacchia, come si ricorderà, avevano ottenuto una tempistica ancora più allungata per il cosiddetto phasing out (fino a fine 2023, quando i loro contratti in essere andrebbero in ogni caso ad esaurimento). E ciò ha naturalmente suscitato le ire di altri Paesi che avrebbero voluto o vorrebbero il medesimo trattamento: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Romania. Ma dinanzi a un’ipotetica estensione delle deroghe, Budapest ha minacciato il veto. Quanto alla Grecia, ha criticato duramente il divieto di trasportare petrolio russo su navi Ue, cosa che avvantaggerebbe la Turchia. Morale: tutto è ancora impantanato.
E in ogni caso, resta una constatazione tanto amara quanto di elementare buon senso: se anche un simile pacchetto sanzionatorio partisse in questa forma così differita nel tempo, ci sarebbe un effetto immediatamente negativo per gli acquirenti di petrolio (e cioè i prezzi schizzerebbero su immediatamente, com’è già accaduto), mentre il venditore in procinto di essere sanzionato (la Russia) avrebbe tutto il tempo di cercarsi altri compratori.
A proposito di Russia. Non va sottovalutato il «pizzino» recapitato a tutti, e in particolare alla Germania, da Gazprom, che ieri, con una nota secca ma carica di significato, ha fatto sapere che le infrastrutture a terra di Nord Stream 2 verranno utilizzate per trasportare gas in territorio russo (in particolare, verso le regioni del Nord-Ovest russo). Come dire: cara Germania, se non vuoi più questa struttura, la utilizzeremo noi ad altro scopo. In un colpo solo, vengono al pettine, per Berlino, tutti i nodi causati dalle scelte tedesche degli ultimi anni: dipendenza energetica dalla Russia, scommessa su Nord Stream 2, e così via.
Intanto, a testimonianza del fatto che, mentre l’Ue sta ferma, tutti gli altri continuano a muoversi nel proprio interesse, va segnalata la scelta dell’Opec, che ha di fatto deciso di non aumentare la produzione di greggio in maniera significativa, confermando la decisione di aumenti limitatissimi e graduali già adottata a primavera 2021. Morale: il prezzo è in salita (oltre 112 dollari al barile), e la produzione varierà di poco. I Paesi produttori attendono di verificare - par di capire - se e quando finirà il rallentamento economico cinese dovuto alla raffica di lockdown in corso.
Tornando all’Ue, ieri in un forum online del Messaggero.it ha parlato il commissario europeo Paolo Gentiloni sostenendo che alla fine un accordo in Ue si troverà sull’embargo al petrolio russo («La nostra proposta è di arrivare all’embargo tra 6-9 mesi per diversi prodotti petroliferi. Arriveremo, con un percorso comune, anche alla decisione di arrivare gradualmente all’embargo sul petrolio, penso sia una decisione ragionevole»), ma ammettendo che la scelta «avrà un impatto sulle nostre economie'' oltre che sulla Russia, su cui pure l’effetto negativo sarà maggiore. «Intervenire militarmente sarebbe un errore catastrofico dalle conseguenze incalcolabili», ha detto Gentiloni, «ma c’è un costo economico da mettere in conto». Affermando che, secondo le previsioni delle autorità russe, lì potrebbe esserci una recessione intorno al 9%, Gentiloni ha chiosato che «chi dice che le sanzioni non sono efficaci prende un abbaglio»: e tuttavia il commissario ha dovuto ammettere che «sicuramente anche le nostre economie rallenteranno».
Nella stessa sede, si è espresso anche l’ambasciatore Giampiero Massolo, neopresidente di Atlantia. L’ex direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e poi ex presidente di Fincantieri, ha evocato tempi lunghi riferendosi alla durata futura del regime sanzionatorio: «Quale che sia l’esito del conflitto, non torneremo in tempi prevedibili a collaborazioni: vivremo in un’epoca in cui il conflitto e l’equilibrio di forza saranno il connotato con cui saremo abituati a convivere. La mentalità e il modo in cui approcceremo le cose risponderanno a quelle logiche e avremo la necessità di convivere a lungo con un sistema sanzionatorio». Il quale meccanismo sanzionatorio «dipenderà da un non facile periodo di negoziato»: quanto al phasing out delle sanzioni, «sarà complesso e laborioso ma durerà per molto tempo e non sarà definitivo». Come dire: già oggi, prim’ancora che le decisioni siano state prese, gravano su di noi incognite e incertezze. E con quelle incognite e incertezze saremo chiamati a fare i conti per un tempo non breve.
L’allarme degli armatori: «Già persi 1,5 miliardi di euro nei trasporti»
Il mondo degli armatori sta soffrendo moltissimo negli ultimi anni tra l’attuale conflitto russo ucraino e la pandemia che hanno rallentato molto gli scambi via mare.
Secondo Assarmatori, associazione armatoriale aderente a Conftrasporto-Confcommercio, innanzitutto il settore ha dovuto dire addio al trasporto di merci per circa 1,5 miliardi di euro che viaggiavano tra Italia e Russia. Già prima della crisi russo ucraina, inoltre, l’interscambio in miliardi di euro era sceso dai 21,2 miliardi del 2017 ai 17,7 del 2020. Nei primi tre mesi del 2021 l’interscambio ha avuto un peso di 4,6 miliardi di euro.
I dati forniti da Assarmatori a La Verità parlano da soli. Nelle prime tre settimane di conflitto, anche grazie alle sanzioni imposte dall’Ue a Mosca, il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è sceso del 35% rispetto alle tre settimane precedenti: 579 con le precedenti 875. Più in generale, il settore maggiormente colpito è quello dell’export di grano e carbone.
Tra i porti più colpiti ci sono quelli della sponda adriatica (Ravenna e Venezia) che importavano materiale da Russia e Ucraina, su tutti grano e acciaio. Meno colpiti, invece, quelli del Tirreno.
Dal lato delle compagnie di navigazione, sono più colpite quelle che di solito operano nelle aree del Mar Nero e nel Mar d’Azov. Inoltre, come spiegano da Assarmatori, «alcune associate denunciano una riduzione dei traffici nel bacino del Mediterraneo, nel quale è inserito anche il Mar Nero, compresa fra il 20 e il 25%, riduzione che balza al 35-40% se si considera anche l’area balcanica».
«Le dinamiche del trasporto marittimo sono così complesse e volatili da rendere impossibili previsioni affidabili di medio-lungo termine in una situazione di emergenza come quella attuale. Ma alcuni indicatori sono già oggi disponibili e forniscono alcune chiavi di lettura su cosa potrà accadere», spiega Stefano Messina, presidente di Assarmatori.
Va detto, però, che, visto il timore di un embargo sul petrolio russo, il trasporto via mare di greggio è salito moltissimo nell’ultimo periodo. «Il primo indicatore», spiega Messina, «è relativo al mercato dei noli marittimi, che per quanto riguarda le navi cisterna ha registrato impennate fino al 230% a seconda del tonnellaggio della nave. E, secondo il parere concorde di gran parte dei Centri Studi sul mercato marittimo, il trend verso una crescita dei noli dovrebbe trovare conferma e probabilmente accentuarsi nei mesi a venire».
Certo, dice Messina, bisogna fare una considerazione proprio sul mercato delle navi disponibili per il trasporto del gas. «Il greggio e i prodotti raffinati sono quelli che presentano una soluzione immediata, con molte navi disponibili per il carico in aree diverse dal mercato russo. Ben diverso il discorso per il trasporto del gas», spiega. «Il mercato delle gasiere ha un numero limitato di navi disponibili, poco meno di 700 unità al mondo, di cui una fetta di circa il 15% di bandiera russa, quindi inutilizzabili. Proprio su queste, con il problema, non da sottovalutare, della scarsità di impianti di rigassificazione lungo le coste italiane, potrebbe giocarsi la partita energetica decisiva per gran parte dei Paesi europei».
La paura degli armatori, ora, è che la Russia inizi una serie di ritorsioni proprio sul settore verso le navi che battono bandiera italiana dopo che il nostro Paese ha mandato armi e sequestrato imbarcazioni russe come i maxi yacht degli oligarchi attraccati in Sardegna e Toscana.
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I vari Paesi perseguono i propri interessi strategici. Il varo del sesto pacchetto è ancora impantanato. Gentiloni avvisa: «Le misure impatteranno sulle nostre economie». Gazprom si dice pronta a utilizzare diversamente Nord Stream 2. E il prezzo del petrolio sale.Il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è calato del 35%Lo speciale contiene due articoli.C’è chi rischia di fare la parte del bersaglio fisso (l’Ue) e chi invece (tutti gli altri) continua a muoversi in vista del perseguimento dei propri interessi strategici. Quanto all’Ue, la vicenda del sesto pacchetto di sanzioni alla Russia (quello che includerebbe il petrolio) è ormai una storia che si trascina da settimane. Di fatto, dopo l’annuncio dell’altro giorno di Ursula von der Leyen, che pure aveva previsto tempi dilatati per l’operazione (un semestre), tutto si è fermato, e non solo per l’opposizione ungherese. Già la stessa Ungheria e la Slovacchia, come si ricorderà, avevano ottenuto una tempistica ancora più allungata per il cosiddetto phasing out (fino a fine 2023, quando i loro contratti in essere andrebbero in ogni caso ad esaurimento). E ciò ha naturalmente suscitato le ire di altri Paesi che avrebbero voluto o vorrebbero il medesimo trattamento: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Romania. Ma dinanzi a un’ipotetica estensione delle deroghe, Budapest ha minacciato il veto. Quanto alla Grecia, ha criticato duramente il divieto di trasportare petrolio russo su navi Ue, cosa che avvantaggerebbe la Turchia. Morale: tutto è ancora impantanato.E in ogni caso, resta una constatazione tanto amara quanto di elementare buon senso: se anche un simile pacchetto sanzionatorio partisse in questa forma così differita nel tempo, ci sarebbe un effetto immediatamente negativo per gli acquirenti di petrolio (e cioè i prezzi schizzerebbero su immediatamente, com’è già accaduto), mentre il venditore in procinto di essere sanzionato (la Russia) avrebbe tutto il tempo di cercarsi altri compratori. A proposito di Russia. Non va sottovalutato il «pizzino» recapitato a tutti, e in particolare alla Germania, da Gazprom, che ieri, con una nota secca ma carica di significato, ha fatto sapere che le infrastrutture a terra di Nord Stream 2 verranno utilizzate per trasportare gas in territorio russo (in particolare, verso le regioni del Nord-Ovest russo). Come dire: cara Germania, se non vuoi più questa struttura, la utilizzeremo noi ad altro scopo. In un colpo solo, vengono al pettine, per Berlino, tutti i nodi causati dalle scelte tedesche degli ultimi anni: dipendenza energetica dalla Russia, scommessa su Nord Stream 2, e così via. Intanto, a testimonianza del fatto che, mentre l’Ue sta ferma, tutti gli altri continuano a muoversi nel proprio interesse, va segnalata la scelta dell’Opec, che ha di fatto deciso di non aumentare la produzione di greggio in maniera significativa, confermando la decisione di aumenti limitatissimi e graduali già adottata a primavera 2021. Morale: il prezzo è in salita (oltre 112 dollari al barile), e la produzione varierà di poco. I Paesi produttori attendono di verificare - par di capire - se e quando finirà il rallentamento economico cinese dovuto alla raffica di lockdown in corso. Tornando all’Ue, ieri in un forum online del Messaggero.it ha parlato il commissario europeo Paolo Gentiloni sostenendo che alla fine un accordo in Ue si troverà sull’embargo al petrolio russo («La nostra proposta è di arrivare all’embargo tra 6-9 mesi per diversi prodotti petroliferi. Arriveremo, con un percorso comune, anche alla decisione di arrivare gradualmente all’embargo sul petrolio, penso sia una decisione ragionevole»), ma ammettendo che la scelta «avrà un impatto sulle nostre economie'' oltre che sulla Russia, su cui pure l’effetto negativo sarà maggiore. «Intervenire militarmente sarebbe un errore catastrofico dalle conseguenze incalcolabili», ha detto Gentiloni, «ma c’è un costo economico da mettere in conto». Affermando che, secondo le previsioni delle autorità russe, lì potrebbe esserci una recessione intorno al 9%, Gentiloni ha chiosato che «chi dice che le sanzioni non sono efficaci prende un abbaglio»: e tuttavia il commissario ha dovuto ammettere che «sicuramente anche le nostre economie rallenteranno». Nella stessa sede, si è espresso anche l’ambasciatore Giampiero Massolo, neopresidente di Atlantia. L’ex direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e poi ex presidente di Fincantieri, ha evocato tempi lunghi riferendosi alla durata futura del regime sanzionatorio: «Quale che sia l’esito del conflitto, non torneremo in tempi prevedibili a collaborazioni: vivremo in un’epoca in cui il conflitto e l’equilibrio di forza saranno il connotato con cui saremo abituati a convivere. La mentalità e il modo in cui approcceremo le cose risponderanno a quelle logiche e avremo la necessità di convivere a lungo con un sistema sanzionatorio». Il quale meccanismo sanzionatorio «dipenderà da un non facile periodo di negoziato»: quanto al phasing out delle sanzioni, «sarà complesso e laborioso ma durerà per molto tempo e non sarà definitivo». Come dire: già oggi, prim’ancora che le decisioni siano state prese, gravano su di noi incognite e incertezze. 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Già prima della crisi russo ucraina, inoltre, l’interscambio in miliardi di euro era sceso dai 21,2 miliardi del 2017 ai 17,7 del 2020. Nei primi tre mesi del 2021 l’interscambio ha avuto un peso di 4,6 miliardi di euro. I dati forniti da Assarmatori a La Verità parlano da soli. Nelle prime tre settimane di conflitto, anche grazie alle sanzioni imposte dall’Ue a Mosca, il numero di navi in partenza dai porti della Russia verso l’Italia è sceso del 35% rispetto alle tre settimane precedenti: 579 con le precedenti 875. Più in generale, il settore maggiormente colpito è quello dell’export di grano e carbone. Tra i porti più colpiti ci sono quelli della sponda adriatica (Ravenna e Venezia) che importavano materiale da Russia e Ucraina, su tutti grano e acciaio. Meno colpiti, invece, quelli del Tirreno. Dal lato delle compagnie di navigazione, sono più colpite quelle che di solito operano nelle aree del Mar Nero e nel Mar d’Azov. Inoltre, come spiegano da Assarmatori, «alcune associate denunciano una riduzione dei traffici nel bacino del Mediterraneo, nel quale è inserito anche il Mar Nero, compresa fra il 20 e il 25%, riduzione che balza al 35-40% se si considera anche l’area balcanica». «Le dinamiche del trasporto marittimo sono così complesse e volatili da rendere impossibili previsioni affidabili di medio-lungo termine in una situazione di emergenza come quella attuale. Ma alcuni indicatori sono già oggi disponibili e forniscono alcune chiavi di lettura su cosa potrà accadere», spiega Stefano Messina, presidente di Assarmatori. Va detto, però, che, visto il timore di un embargo sul petrolio russo, il trasporto via mare di greggio è salito moltissimo nell’ultimo periodo. «Il primo indicatore», spiega Messina, «è relativo al mercato dei noli marittimi, che per quanto riguarda le navi cisterna ha registrato impennate fino al 230% a seconda del tonnellaggio della nave. E, secondo il parere concorde di gran parte dei Centri Studi sul mercato marittimo, il trend verso una crescita dei noli dovrebbe trovare conferma e probabilmente accentuarsi nei mesi a venire». Certo, dice Messina, bisogna fare una considerazione proprio sul mercato delle navi disponibili per il trasporto del gas. «Il greggio e i prodotti raffinati sono quelli che presentano una soluzione immediata, con molte navi disponibili per il carico in aree diverse dal mercato russo. Ben diverso il discorso per il trasporto del gas», spiega. «Il mercato delle gasiere ha un numero limitato di navi disponibili, poco meno di 700 unità al mondo, di cui una fetta di circa il 15% di bandiera russa, quindi inutilizzabili. Proprio su queste, con il problema, non da sottovalutare, della scarsità di impianti di rigassificazione lungo le coste italiane, potrebbe giocarsi la partita energetica decisiva per gran parte dei Paesi europei». La paura degli armatori, ora, è che la Russia inizi una serie di ritorsioni proprio sul settore verso le navi che battono bandiera italiana dopo che il nostro Paese ha mandato armi e sequestrato imbarcazioni russe come i maxi yacht degli oligarchi attraccati in Sardegna e Toscana.
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Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
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Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
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