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2019-04-26
Ebrei offesi, bandiere rosse e «Bella ciao»: in piazza c’è l’eterno ritorno dell’identico
Ansa
La storia si può riscrivere? Sicuro. Ma quella del 25 aprile è l'eterno ritorno dell'identico. L'Anpi si riversa sulle strade. S'ode un canto: Bella ciao. Ricompaiono le bandiere rosse. Si risvegliano i centri sociali. Cgil, Cisl e Uil, quasi sparite dalle fabbriche e impotenti di fronte alla cinesizzazione del mercato del lavoro, si rimettono a marciare. Volano stracci tra antifascisti pro Palestina e antifascisti pro Israele. Il capo dello Stato ci fa la paternale sulla democrazia conquistata a prezzo del sangue - la democrazia che, nel frattempo, è stata appaltata agli eurocrati e ai «mercati». Scorrendo le immagini delle manifestazioni, devi badare alla data per non confondere un anno con l'altro: è il 25 aprile del 2019 o quello del 2018, del 2017, del 2004, del 1998?
Non è una novità nemmeno lo spauracchio del fascismo che risorge. A sentire gli antifascisti di professione, il fascismo è sempre in agguato, magari tenuto vivo da trenta ultrà della Lazio pronti al golpe nero. Quindici anni fa il Duce in pectore era Silvio Berlusconi. Adesso è Matteo Salvini. Allora i partigiani si battevano contro il lodo Schifani. Adesso, Sergio Mattarella lancia la frecciatina contro i porti chiusi: «Quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva». L'Italia repubblicana, invece, «pone i suoi fondamenti nel ripudio del razzismo e delle discriminazioni».
Sempre uguali anche le schermaglie tra comunità ebraica e filoarabi. A Roma, i primi hanno disertato il corteo, in polemica con lo sventolio di vessilli palestinesi. A Milano, la brigata ebraica ha sfilato, bersagliata da slogan tipo «Via i sionisti dal corteo», o «Israele Stato terrorista». Emblematica una foto scattata a San Babila: i filopalestinesi di fronte ai manifestanti con le bandiere israeliane, separati da un cordone di transenne e poliziotti (che si sono beccati gli insulti dei dimostranti). Contestato pure il deputato pd, Emanuele Fiano. Doveva essere «la festa di tutti», come aveva affermato il premier, Giuseppe Conte, in visita al sacrario delle Fosse Ardeatine. E invece la Liberazione divide gli eredi dei perseguitati e gli eredi degli antisemiti.
Che il clima fosse incandescente, d'altra parte, lo si era capito già da quando Salvini aveva deciso di snobbare le celebrazioni dell'Anpi per andare a Corleone a inaugurare un commissariato. Stizzito il suo omologo del M5s, Luigi Di Maio: «È incredibile», ha scritto il vicepremier grillino su Facebook, «per giorni si è discusso di una festa, come se il Paese non avesse altri problemi a cui pensare. La mafia si elimina con il buon esempio, non festeggiando a Corleone». Dalla Sicilia, il ministro dell'Interno, vista l'alta tensione per il caso Siri e il salva Roma, ha preferito non replicare: «Sono in modalità zen», ha tagliato corto. Forse poteva ricordare, visto che si parlava di «liberazione dalla mafia», di quando i liberatori dell'Italia conquistarono la Sicilia grazie all'appoggio dei boss (Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo, forse addirittura Lucky Luciano). Boss che il «prefetto di ferro» del fascismo, Cesare Mori, aveva messo all'angolo. Ne sarà al corrente il segretario della rediviva Cgil, Maurizio Landini? «Il governo si ricordi della lotta alla mafia tutti i giorni», ha commentato. Lui dovrebbe difendere i lavoratori, ma la settimana scorsa ha consegnato la tessera d'onore della Cgil a Greta Thunberg. I metalmeccanici sentivano davvero il bisogno di un po' d'ecologismo radical chic, quello che farà chiudere le fabbriche e li manderà sul lastrico. Come è successo nel Midwest, dove gli operai hanno votato in massa per il fascista Donald Trump.
Festa di tutti, ha detto Conte. Non a caso, per il governatore piemontese, Sergio Chiamparino e il sindaco di Torino, Chiara Appendino, è «una vergogna non commemorare il 25 aprile», come ha fatto Salvini. Traditore del «giuramento da ministro», ha rilanciato il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Nondimeno, il suo collega di Milano, Giuseppe Sala, ci tiene a fare dei distinguo: «Festa non di tutti, ma di chi crede nella democrazia e nella libertà», evocate ovviamente anche dal segretario dem, Nicola Zingaretti, presente nel capoluogo lombardo. Insomma, Salvini doveva festeggiare, però la festa non era mica la sua. Più che festa di tutti, in effetti, il 25 aprile è la festa dell'Anpi. Monopolio innaturale che è costato diti medi in su e una raffica di «Vattene a casa» a Virginia Raggi.
Dunque, sul proscenio del 25 aprile cambiano gli interpreti, non il copione. C'è sempre il fascismo incombente, che giustifica l'irrinunciabilità dell'Anpi e i fondi pubblici che riceve. C'è sempre il cronista di Repubblica in cerca d'ispirazione dalla destra razzista e che non s'accorge degli ebrei costretti a sfilare scortati per evitare il pogrom dei «buoni» antifascisti. C'è sempre un fiume di retorica su libertà e democrazia, che però questi signori concepiscono a senso unico: siamo liberi di votare come dicono loro, siamo liberi di volere più Europa e siamo liberi di spalancare i confini ai migranti. E chi non si adegua? La soluzione ce l'ha Laura Boldrini, che su Twitter usa un inquientante hashtag, #PiazzaleLoreto, scrivendo di «gruppi fascisti» da sciogliere. Dal commando ultrà laziale alla Lega il passo è breve. Onorevole, ma li vuole sciolti o appesi a testa in giù?
Lo smacco storico del partigianamente corretto, comunque, lo testimonia un curioso striscione che si è visto a Milano: «Alzare i salari, non i muri». Peccato che i muri impediscano l'importazione di manodopera a basso costo, che serve a ricattare i salariati italiani. Ai professionisti dell'antifascismo, arrovellati su un eterno 25 aprile, s'attaglia il verso di una nota canzone: «Il mondo va veloce e tu stai indietro».
La storia si riscrive, per fortuna
«Mattarella: “Non si riscrive la storia"». «No a riscritture della storia». «Non si riscrive la storia». I titoli di Repubblica, Stampa e Corriere non lasciano spazio a interpretazioni nel restituire le parole di Sergio Mattarella sul senso del 25 aprile.
Parole inquietanti: la storia, per definizione, si scrive e si riscrive. Non perché non esista il dato, non per relativismo esasperato, ma perché è un racconto che si nutre di nuovi fatti, interpretazioni, angolature, documenti, scoperte. Un capo di Stato che avallasse una versione storica immutabile su un evento fondante della Repubblica sarebbe un censore irricevibile. Sarebbe, perché Mattarella non ha mai detto quelle parole.
Malgrado i resoconti della stragrande maggioranza dei giornali, incontrando gli esponenti delle Associazioni combattentistiche e d'arma, il capo dello Stato l'altro ieri ha detto loro: «La vostra testimonianza è un monito permanente, un argine di verità contro le interessate riscritture della storia». La frase, pur nella sua interezza, ha le sue ambiguità: chi definisce «interessate» le riscritture? E le associazioni sono fatte di storici di professione? Chi ha combattuto, poi, è il miglior arbitro storiografico di una contesa? Resta il fatto che tra il testo di Mattarella e il «Non si riscrive la storia» c'è una bella differenza, ma evidentemente anche il suo pensiero si può «riscrivere», più delle vicende della Resistenza italiana. Senza la pretesa di diventare esegeti di una figura che ha sempre messo particolare cautela e rigore nelle sue modalità espressive, il presidente si è rivolto ad associazioni fondate da protagonisti e testimoni della Liberazione dicendo una cosa: la loro stessa esistenza impedisce «riscritture interessate» della storia, cioè revisionismi ideologici che abbiano la presunzione di censurare alcuni fatti, episodi o connotazioni del racconto resistenziale. Peraltro, lo stesso Mattarella - quando ha citato per esempio il contributo dei cattolici come il partigiano Teresio Olivelli - ha finito per sottolineare indirettamente come l'apporto di diverse sensibilità alla Resistenza sia stato sminuito da molta storiografia. Se non ci fossero state «riscritture» di queste storie, forse non avremmo conosciuto Porzüs, o la vicenda di Alfredo Pizzoni, «banchiere» cattolico della Resistenza. E più in generale, non avremmo valutato correttamente l'apporto degli alleati alla Liberazione.
Del resto, il predecessore di Sergio Mattarella, un signore che qualcosa aveva avuto a che vedere con la storiografia comunista, iniziò il suo primo mandato al Colle con un discorso nel quale invitò a una memoria comune del periodo resistenziale «pur senza ignorare zone d'ombra, eccessi e aberrazioni». In pratica un invito a indagare, «riscrivere» e illuminare queste zone d'ombra, questi eccessi, queste aberrazioni. Ancora Giorgio Napolitano, restìo a pronunciare la parola «Pci», spiegò che Porzüs era stata «tra le più pesanti ombre che siano gravate sulla gloriosa epopea della Resistenza».
Le parole di Mattarella, in sostanza, non spostano granché nella palude di un dibattito eterno, fermo e politicamente e storicamente deludente sulla Resistenza. Ma, sia nel criticarle sia nel plaudirle, vale la pena citare quelle vere e non quelle inventate. Lunga vita a chi scrive, e riscrive con ragioni, la storia.
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Il giorno della Liberazione resuscita sindacalisti, attivisti pro Palestina e centri sociali. Cambiano i protagonisti, ma restano gli slogan antiquati del partigianamente corretto. La storia si riscrive, per fortuna. I giornaloni manipolano il pensiero di Sergio Mattarella, che aveva detto no a riformulazioni «interessate», cioè ai revisionismi ideologici. Ma quell'aggettivo è sparito nei resoconti. Lo speciale comprende due articoli. La storia si può riscrivere? Sicuro. Ma quella del 25 aprile è l'eterno ritorno dell'identico. L'Anpi si riversa sulle strade. S'ode un canto: Bella ciao. Ricompaiono le bandiere rosse. Si risvegliano i centri sociali. Cgil, Cisl e Uil, quasi sparite dalle fabbriche e impotenti di fronte alla cinesizzazione del mercato del lavoro, si rimettono a marciare. Volano stracci tra antifascisti pro Palestina e antifascisti pro Israele. Il capo dello Stato ci fa la paternale sulla democrazia conquistata a prezzo del sangue - la democrazia che, nel frattempo, è stata appaltata agli eurocrati e ai «mercati». Scorrendo le immagini delle manifestazioni, devi badare alla data per non confondere un anno con l'altro: è il 25 aprile del 2019 o quello del 2018, del 2017, del 2004, del 1998? Non è una novità nemmeno lo spauracchio del fascismo che risorge. A sentire gli antifascisti di professione, il fascismo è sempre in agguato, magari tenuto vivo da trenta ultrà della Lazio pronti al golpe nero. Quindici anni fa il Duce in pectore era Silvio Berlusconi. Adesso è Matteo Salvini. Allora i partigiani si battevano contro il lodo Schifani. Adesso, Sergio Mattarella lancia la frecciatina contro i porti chiusi: «Quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva». L'Italia repubblicana, invece, «pone i suoi fondamenti nel ripudio del razzismo e delle discriminazioni». Sempre uguali anche le schermaglie tra comunità ebraica e filoarabi. A Roma, i primi hanno disertato il corteo, in polemica con lo sventolio di vessilli palestinesi. A Milano, la brigata ebraica ha sfilato, bersagliata da slogan tipo «Via i sionisti dal corteo», o «Israele Stato terrorista». Emblematica una foto scattata a San Babila: i filopalestinesi di fronte ai manifestanti con le bandiere israeliane, separati da un cordone di transenne e poliziotti (che si sono beccati gli insulti dei dimostranti). Contestato pure il deputato pd, Emanuele Fiano. Doveva essere «la festa di tutti», come aveva affermato il premier, Giuseppe Conte, in visita al sacrario delle Fosse Ardeatine. E invece la Liberazione divide gli eredi dei perseguitati e gli eredi degli antisemiti. Che il clima fosse incandescente, d'altra parte, lo si era capito già da quando Salvini aveva deciso di snobbare le celebrazioni dell'Anpi per andare a Corleone a inaugurare un commissariato. Stizzito il suo omologo del M5s, Luigi Di Maio: «È incredibile», ha scritto il vicepremier grillino su Facebook, «per giorni si è discusso di una festa, come se il Paese non avesse altri problemi a cui pensare. La mafia si elimina con il buon esempio, non festeggiando a Corleone». Dalla Sicilia, il ministro dell'Interno, vista l'alta tensione per il caso Siri e il salva Roma, ha preferito non replicare: «Sono in modalità zen», ha tagliato corto. Forse poteva ricordare, visto che si parlava di «liberazione dalla mafia», di quando i liberatori dell'Italia conquistarono la Sicilia grazie all'appoggio dei boss (Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo, forse addirittura Lucky Luciano). Boss che il «prefetto di ferro» del fascismo, Cesare Mori, aveva messo all'angolo. Ne sarà al corrente il segretario della rediviva Cgil, Maurizio Landini? «Il governo si ricordi della lotta alla mafia tutti i giorni», ha commentato. Lui dovrebbe difendere i lavoratori, ma la settimana scorsa ha consegnato la tessera d'onore della Cgil a Greta Thunberg. I metalmeccanici sentivano davvero il bisogno di un po' d'ecologismo radical chic, quello che farà chiudere le fabbriche e li manderà sul lastrico. Come è successo nel Midwest, dove gli operai hanno votato in massa per il fascista Donald Trump. Festa di tutti, ha detto Conte. Non a caso, per il governatore piemontese, Sergio Chiamparino e il sindaco di Torino, Chiara Appendino, è «una vergogna non commemorare il 25 aprile», come ha fatto Salvini. Traditore del «giuramento da ministro», ha rilanciato il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Nondimeno, il suo collega di Milano, Giuseppe Sala, ci tiene a fare dei distinguo: «Festa non di tutti, ma di chi crede nella democrazia e nella libertà», evocate ovviamente anche dal segretario dem, Nicola Zingaretti, presente nel capoluogo lombardo. Insomma, Salvini doveva festeggiare, però la festa non era mica la sua. Più che festa di tutti, in effetti, il 25 aprile è la festa dell'Anpi. Monopolio innaturale che è costato diti medi in su e una raffica di «Vattene a casa» a Virginia Raggi. Dunque, sul proscenio del 25 aprile cambiano gli interpreti, non il copione. C'è sempre il fascismo incombente, che giustifica l'irrinunciabilità dell'Anpi e i fondi pubblici che riceve. C'è sempre il cronista di Repubblica in cerca d'ispirazione dalla destra razzista e che non s'accorge degli ebrei costretti a sfilare scortati per evitare il pogrom dei «buoni» antifascisti. C'è sempre un fiume di retorica su libertà e democrazia, che però questi signori concepiscono a senso unico: siamo liberi di votare come dicono loro, siamo liberi di volere più Europa e siamo liberi di spalancare i confini ai migranti. E chi non si adegua? La soluzione ce l'ha Laura Boldrini, che su Twitter usa un inquientante hashtag, #PiazzaleLoreto, scrivendo di «gruppi fascisti» da sciogliere. Dal commando ultrà laziale alla Lega il passo è breve. Onorevole, ma li vuole sciolti o appesi a testa in giù? Lo smacco storico del partigianamente corretto, comunque, lo testimonia un curioso striscione che si è visto a Milano: «Alzare i salari, non i muri». Peccato che i muri impediscano l'importazione di manodopera a basso costo, che serve a ricattare i salariati italiani. Ai professionisti dell'antifascismo, arrovellati su un eterno 25 aprile, s'attaglia il verso di una nota canzone: «Il mondo va veloce e tu stai indietro». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ebrei-offesi-bandiere-rosse-e-bella-ciao-in-piazza-ce-leterno-ritorno-dellidentico-2635557343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-storia-si-riscrive-per-fortuna" data-post-id="2635557343" data-published-at="1781241924" data-use-pagination="False"> La storia si riscrive, per fortuna «Mattarella: “Non si riscrive la storia"». «No a riscritture della storia». «Non si riscrive la storia». I titoli di Repubblica, Stampa e Corriere non lasciano spazio a interpretazioni nel restituire le parole di Sergio Mattarella sul senso del 25 aprile. Parole inquietanti: la storia, per definizione, si scrive e si riscrive. Non perché non esista il dato, non per relativismo esasperato, ma perché è un racconto che si nutre di nuovi fatti, interpretazioni, angolature, documenti, scoperte. Un capo di Stato che avallasse una versione storica immutabile su un evento fondante della Repubblica sarebbe un censore irricevibile. Sarebbe, perché Mattarella non ha mai detto quelle parole. Malgrado i resoconti della stragrande maggioranza dei giornali, incontrando gli esponenti delle Associazioni combattentistiche e d'arma, il capo dello Stato l'altro ieri ha detto loro: «La vostra testimonianza è un monito permanente, un argine di verità contro le interessate riscritture della storia». La frase, pur nella sua interezza, ha le sue ambiguità: chi definisce «interessate» le riscritture? E le associazioni sono fatte di storici di professione? Chi ha combattuto, poi, è il miglior arbitro storiografico di una contesa? Resta il fatto che tra il testo di Mattarella e il «Non si riscrive la storia» c'è una bella differenza, ma evidentemente anche il suo pensiero si può «riscrivere», più delle vicende della Resistenza italiana. Senza la pretesa di diventare esegeti di una figura che ha sempre messo particolare cautela e rigore nelle sue modalità espressive, il presidente si è rivolto ad associazioni fondate da protagonisti e testimoni della Liberazione dicendo una cosa: la loro stessa esistenza impedisce «riscritture interessate» della storia, cioè revisionismi ideologici che abbiano la presunzione di censurare alcuni fatti, episodi o connotazioni del racconto resistenziale. Peraltro, lo stesso Mattarella - quando ha citato per esempio il contributo dei cattolici come il partigiano Teresio Olivelli - ha finito per sottolineare indirettamente come l'apporto di diverse sensibilità alla Resistenza sia stato sminuito da molta storiografia. Se non ci fossero state «riscritture» di queste storie, forse non avremmo conosciuto Porzüs, o la vicenda di Alfredo Pizzoni, «banchiere» cattolico della Resistenza. E più in generale, non avremmo valutato correttamente l'apporto degli alleati alla Liberazione. Del resto, il predecessore di Sergio Mattarella, un signore che qualcosa aveva avuto a che vedere con la storiografia comunista, iniziò il suo primo mandato al Colle con un discorso nel quale invitò a una memoria comune del periodo resistenziale «pur senza ignorare zone d'ombra, eccessi e aberrazioni». In pratica un invito a indagare, «riscrivere» e illuminare queste zone d'ombra, questi eccessi, queste aberrazioni. Ancora Giorgio Napolitano, restìo a pronunciare la parola «Pci», spiegò che Porzüs era stata «tra le più pesanti ombre che siano gravate sulla gloriosa epopea della Resistenza». Le parole di Mattarella, in sostanza, non spostano granché nella palude di un dibattito eterno, fermo e politicamente e storicamente deludente sulla Resistenza. Ma, sia nel criticarle sia nel plaudirle, vale la pena citare quelle vere e non quelle inventate. Lunga vita a chi scrive, e riscrive con ragioni, la storia.
Natalino Irti (Imagoeconomica)
Allievo del marchigiano Emilio Betti, insigne storico e a sua volta docente di diritto (fondamentale il suo apporto al Codice civile italiano del 1942, ancora oggi in vigore), Irti diviene dottore in Giurisprudenza all’università La Sapienza di Roma per poi acquisire il titolo di professore ordinario nel 1968. Dopo avere insegnato negli atenei di Sassari, Parma, Perugia e Torino (dove intrattiene un fertile rapporto intellettuale con un altro eminente giurista, Mario Allara), nel 1977 fa ritorno nella Capitale svolgendo l’attività di docente di diritto civile, teoria generale del diritto e istituzioni di diritto privato presso la facoltà di Giurisprudenza di quella stessa università, La Sapienza, in cui si era laureato.
Autore tra il 1962 e il 2025 di una quarantina di pubblicazioni, fra cui numerosi libri di testo, Irti concepiva il diritto come un baluardo della ragione e come il mezzo principale tramite cui fronteggiare la supremazia del mercato e della tecnica che contraddistingue la contemporaneità. Tra i suoi maggiori crucci figurava la costante perdita di centralità del Codice civile, progressivamente sopraffatto da un numero esorbitante di «leggi speciali» e da una deleteria frammentazione normativa il cui approdo, ma anche la cui prima motivazione, è il soddisfacimento di interessi «particolari» - riconducibili per lo più al potere tecnologico - a discapito del primato della legge (problema estesamente affrontato, fra l’altro, nella densa conversazione con Massimo Cacciari, Elogio del diritto, pubblicata nel 2019 da La nave di Teseo). Esito di questo processo degenerativo era, per Irti, il «nichilismo giuridico», vale a dire la latitanza di valori assoluti nel diritto contemporaneo, con la conseguente riduzione di quest’ultimo a puro strumento di gestione di rapporti di forza. Negli ultimi tempi, l’affermarsi del Web e il consolidarsi del fenomeno della globalizzazione avevano indotto Irti a misurarsi con il concetto di geo-diritto (in particolare nel saggio Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto, stampato da Laterza nel 2006): secondo il giurista abruzzese, il diritto può efficacemente regolamentare luoghi virtuali e tendenzialmente privi di confini, come quelli della rete, solo elaborando una visione artificiale dello spazio con la quale affrancarsi dai vincoli con il territorio concretamente inteso. Anche accademico dei Lincei e presidente emerito dell’Istituto italiano per gli studi storici, Natalino Irti è stato celebrato, nella giornata di ieri, da colleghi ed esponenti del mondo politico e culturale, tra cui Elisabetta Sgarbi, suo ultimo editore in ordine di tempo, la quale ha scritto sui social: «La nave di Teseo è orgogliosa di avere ospitato nella sua storia una personalità di tale livello umano e culturale». Il lascito di Irti può essere sintetizzato dalla seguente frase (proveniente da Riconoscersi nella parola, pubblicato nel 2020 dal Mulino), capace di condensare l’eterna tensione umana fra l’esigenza di ordinare la realtà e il pericolo di irrigidirla e depauperarla a causa di un eccesso di norme: «È forza l’uscire dal caos informe degli eventi, prendere nome, ritrovarsi e riconoscersi in una figura generale e tipica. È pena la fissazione schematica e definitoria che sopprime o trascura particolarità, soffoca sfumature».
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Ansa
È questo il bilancio, provvisorio, di un’inchiesta aperta pochi mesi fa dalla Procura di Siracusa e che ha portato ieri all’esecuzione dei sequestri.
Le indagini, sviluppate con il nucleo speciale Tutela entrate e repressione Frodi fiscali di Roma della Guardia di finanza e il settore Contrasto illeciti dell’Agenzia delle entrate, hanno consentito di ricostruire quello che, allo stato attuale delle attività investigative appare, secondo la Procura, come un sofisticato e pericoloso sistema illecito realizzato da un’organizzazione criminale con ramificazioni in tutta Italia.
Alla base del meccanismo ipotizzato dagli inquirenti ci sarebbero oltre 60 società su tutto il territorio nazionale, la maggior parte delle quali apparentemente fittizie, ossia sprovviste di sede operativa, dipendenti, attrezzature e struttura imprenditoriale, che sembrerebbero aver eseguito documentalmente interventi milionari di riqualificazione edilizia su 22 condomini dislocati nelle province di Bergamo, Como, Macerata, Messina, Monza Brianza, Padova, Pavia, Roma, Salerno, Siracusa, Varese, Vercelli e Verona.
Tutti immobili, effettivamente esistenti, sui quali erano in corso o erano già stati realizzati lavori di riqualificazione edilizia eseguiti da imprese completamente estranee al circuito fraudolento, i cui dati appaiono essere stati utilizzati dall’organizzazione criminale all’insaputa di amministratori e proprietari.
Il gruppo criminale farebbe capo ad alcuni professionisti operanti in Lombardia, incaricati di reperire prestanome a cui intestare formalmente le società coinvolte e presumibilmente attribuire le eventuali responsabilità penali. Le società coinvolte erano amministrate da soggetti stranieri, tre di nazionalità slovena e uno polacco, tutti irreperibili presso le rispettive residenze anagrafiche.
L’anello esecutivo risulterebbe individuabile in due professionisti della provincia di Chieti, abilitati ad accedere alla piattaforma «cessione crediti» dell’Agenzia delle entrate, i quali dietro compenso per ciascuna pratica inserita, hanno trasmesso oltre 2.000 comunicazioni che hanno permesso di generare i crediti fittizi nei cassetti fiscali delle società formalmente esecutrici dei lavori. Il 27 febbraio 2026, in una sola giornata, uno dei due ha professionisti ha caricato sulla piattaforma 175 comunicazioni generando crediti fittizi per 98 milioni di euro.
Il maxi raggiro è stato scoperto quasi per caso, dopo che il 29 dicembre scorso una cooperativa sociale di Siracusa beneficiaria di crediti legati al Superbonus ha presentato una denuncia. E senza quest’ultima, la presunta organizzazione avrebbe proseguito ulteriormente a produrre crediti farlocchi.
A sottolineare lo scampato pericolo, che evidenzia ancora una volta tutte le fragilità della norma varata dal governo Conte bis, è stata la procuratrice di Siracusa Sabrina Gambino. In una conferenza stampa che si è svolta ieri mattina il magistrato ha infatti dichiarato: «Pensiamo al danno che sarebbe potuto derivare se non si fosse arrivati in tempo a bloccare un ammontare così rilevante di crediti d’imposta». Per Gambino, uno degli elementi decisivi dell’inchiesta è stata la rapidità con cui si è arrivati ai provvedimenti: «A fronte di una segnalazione del 29 dicembre siamo arrivati entro il mese di maggio ad avere concluso tutta l’attività con i provvedimenti reali». Un risultato reso possibile, ha spiegato il magistrato, dalla «profonda sinergia» tra Procura, Guardia di finanza e strutture territoriali, attraverso un protocollo che consente lo scambio in tempo reale delle informazioni sulle movimentazioni sospette.
Pur evidenziando l’importanza di aver bloccato una somma «assolutamente significativa» per il sistema Paese, Gambino non nasconde «l’amarezza» per una vicenda che dimostrerebbe come una misura nata per sostenere l’economia e il comparto edilizio possa trasformarsi in «un’occasione di frode e truffa ai soggetti pubblici e privati».
La frode si sarebbe articolata in due distinte forme criminali. Da una parte, un sistema di sovrafatturazione: due società siracusane avevano realizzato solo parzialmente i lavori commissionati da una cooperativa sociale di natura Onlus, emettendo fatture per circa 8 milioni di euro a fronte di interventi di entità sensibilmente inferiore.
Dall’altra parte, un giro di operazioni integralmente inesistenti: una terza società pugliese aveva maturato crediti d’imposta per oltre 24 milioni di euro senza aver mai avuto alcun rapporto con la Onlus committente, che ne ignorava persino l’esistenza. I dati catastali dei condomini utilizzati per generare i crediti fittizi erano stati sottratti, secondo gli inquirenti, a completa insaputa di amministratori e proprietari.
In una nota il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, dopo aver fatto i «complimenti alla Guardia di finanza di Siracusa per la brillante operazione contro truffe Superbonus 110 in collaborazione con l’Agenzia delle entrate», ha sottolineato: «Quasi 600 milioni di crediti falsi bloccati prima del loro utilizzo. La battaglia contro questo odioso reato continua senza sosta».
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Giorgia Meloni (Ansa)
«Per ben sei volte avere votato la fiducia contro questo governo, assieme a Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Renzi e compagnia». Un’accusa nel merito, come a sottolineare un tradimento. Tutto avviene in pochi minuti, durante le repliche alla discussione sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo della prossima settimana. La premier, che annovera fra le doti la schiettezza, non si trattiene. «Collega Pozzolo, mi dispiace francamente che abbia cambiato idea sul tema dell’interesse nazionale, perché quello che stiamo facendo noi a tutela dell’interesse nazionale è quello che c’è scritto nel nostro programma. Programma per realizzare il quale lei e altri siete stati eletti all’interno delle fila del centrodestra in questo Parlamento».
Il riferimento al giro di valzer dei parlamentari usciti dalla maggioranza per passare con Futuro nazionale è puramente voluto. La piccola diaspora è stata vissuta con dispiacere, quello che Vannacci definisce orgogliosamente «la mia sporca dozzina», per gli alleati è un gruppo inaffidabile. Ma Meloni non ha finito. «Votare contro la fiducia a un governo, per chi ci ascolta significa votare per mandare a casa quel governo (applausi forzati da sinistra, ndr). Esatto, bene. Io penso, collega, che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale. Quindi, di grazia, non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra (applausi scroscianti dal centrodestra, ndr)».
È improbabile che «Giorgia sia terrorizzata da Vannacci», come ha commentato Pozzolo nel corridoio dei Passi perduti. Quella che molti commentatori stanno già definendo (con malcelato giubilo) una linea rossa - la stessa che Vannacci cita spesso per delimitare il perimetro dei valori autenticamente di destra - in realtà è un ponte, un richiamo all’identità e a responsabilità politiche macro per non consegnare il Paese al campo (santo) largo. La premier sa che il nuovo partito vale il 4,8% a salire, sa che con il generale in casa Forza Italia starebbe sull’uscio, sa che Matteo Salvini (colui che ha inventato politicamente l’ex numero uno della Folgore) sta perdendo consensi in suo favore. Morale, Meloni aveva bisogno di marcare un distinguo a beneficio degli elettori per poi cominciare a trattare. Perché i sondaggi parlano chiaro: senza Vannacci il centrodestra è al 42%, la partita rischia il pareggio e fra un anno il Quirinale potrebbe dare le carte.
Lo showdown in Aula era prevedibile per rispondere a Vannacci e non lasciarlo «ballare da solo» troppo a lungo. I colpi più dolorosi all’alleanza sono stati tre. Il primo sull’identità: «Non sarò io a fa perdere la destra, ma è questa alleanza di centrodestra che si sta comportando come la sinistra. Questo è un governo molto slavato, ha sbagliato candeggio. Futuro nazionale è come un sestante. L’imbarcazione ha perso la rotta, noi vogliamo riportarla verso destra». Il secondo direttamente a Forza Italia: «Guardate come vota in Europa, guardate cosa dice sullo ius scholae. A Bruxelles sta già con il Pd». La terza caramella al veleno è per la Lega: «È sovranista a giorni alterni, io no».
Uscito vittorioso anche dalle trappole di Lilli Gruber, Vannacci è sulla cresta dell’onda. È pur vero che Futuro nazionale ha votato sei volte con la sinistra. Si è messo di traverso soprattutto sugli aiuti all’Ucraina (tema sul quale il Pd non ha ancora deciso cosa fare da grande) e sulla nuova legge elettorale. Riguardo allo «Stabilicum» il generale è stato parecchio aggressivo: «Si parla di ballottaggio, premio di maggioranza e correttivi tecnici tra Camera e Senato. Ma delle preferenze non c’è traccia. Il centrosinistra deve stare zitto perché questa legge elettorale Rosatellum senza preferenze è stata scritta proprio da loro. Noi siamo gli unici a volere ridare la sovranità al popolo italiano».
Da tempo Vannacci picconava le fondamenta del tempio, una risposta era nelle cose. La frase meloniana «Siete funzionali alla sinistra» ha due obiettivi: far sapere agli italiani che le divisioni possono portare a disastri e far sapere al generale (ferratissimo in storia degli antichi romani) che dopo la «pars destruens» deve arrivare la «pars construens». Più politica, più raffinata. Quella in cui i punti in comune - ancora granitici - possono diventare pietre angolari per un’alleanza decisiva. Per non concedere spazi di manovra alle quattro sinistre tenute insieme solo dall’appiccicosa acquolina delle poltrone. E neppure al presidente Sergio Mattarella, pronto ad architettare micidiali «larghe intese», democristiane e cupamente renziane. Con tutti i difetti, sparare alla schiena non è mai stato un valore di destra.
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Kaja Kallas (Ansa)
Da Catherine Ashton a Federica Mogherini, per finire a Josep Borrell, di loro restano solo le grandi chiacchiere. Non meglio è andata a Kaja Kallas, ex premier estone che da dicembre del 2024 ricopre il delicato incarico. Nonostante ogni giorno le redazioni siano inondate di sue dichiarazioni sull’universo, non risulta che l’Europa abbia migliorato le proprie relazioni diplomatiche. Anzi, semmai quelle con Israele, Stati Uniti e pure Russia sono, se possibile, perfino peggiorate. Figlia d’arte (il padre era un ufficiale del Pcus diventato poi, con la dissoluzione dell’Unione sovietica, commissario europeo), Kallas non perde occasione per mettere in guardia la Ue dal pericolo russo e dunque non pare la persona più adatta a tentare di negoziare con Mosca una tregua o un cessate il fuoco.
Di quanto sia inutile, se non controproducente, l’attività della Kallas però ora paiono essersene resi conto anche a Bruxelles, dove addirittura più d’uno starebbe valutando la possibilità di revocare i poteri dell’Alta rappresentante della Ue, per riaffidarli alla Commissione o ai Paesi membri.
Una marcia indietro che riconoscerebbe nei fatti che a fare la politica estera dell’Unione continuino a essere i premier dei singoli Paesi. A rivelare l’intenzione di smontare il baraccone ora affidato alla Kallas, dirottando altrove i fondi, è il Financial Times, che in un lungo articolo attribuisce l’intenzione di liquidare l’ex premier estone e il suo staff alla Germania e alla Francia. Del resto, il servizio diplomatico della Ue oltre a costare non fa altro. Prendete anche le riunioni di questi giorni, in cui un gruppo di volenterosi costituito da Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer, discute di come porre fine alla guerra scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina. Non risulta che Kallas sia stata invitata. Anche a Tivat, in Montenegro, dove i vertici europei si sono incontrati per parlare dei Balcani, si segnala per la sua assenza.
Secondo il quotidiano finanziario inglese, la struttura affidata all’ex premier estone non funzionerebbe. E tra le ipotesi prese in esame in un documento predisposto dal governo francese e condiviso anche da altri Stati Ue ci sarebbe la riduzione dell’autonomia di Kallas e un alleggerimento del suo controllo sulla rete di oltre 140 delegazioni diplomatiche nel mondo. Già, perché non c’è angolo del globo dove l’Unione non abbia piantato la sua bandiera. Ma nonostante la penetrazione e soprattutto i costi (la spesa supera il miliardo l’anno), il ruolo della Ue è praticamente inesistente. «Le capitali sono irritate e vogliono uno strumento più efficace per agire sulla scena internazionale», ha confidato un funzionario al Financial Times, aggiungendo che «esiste un rischio concreto che il Seae, servizio europeo per l’azione esterna, sia smembrato. I Paesi dell’Unione lamenterebbero gli alti costi, ma soprattutto le sovrapposizioni con i ministeri esteri nazionali, con le sedi diplomatiche dei singoli Paesi e perfino con gli uffici della stessa presidenza Ue». Già, perché Kallas e Ursula von der Leyen si muovono quasi sempre in competizione. Insomma, l’attivismo dell’ex premier estone al servizio dell’Europa potrebbe avere vita breve. Ma forse potrebbe anche significare che a Bruxelles qualche cosa si muove, soprattutto sul fronte orientale. Aver lasciato la crisi dell’Ucraina nelle mani di un’acerrima nemica di Mosca finora non ha aiutato. Pensionare Kallas (anche se ha meno di cinquant’anni) o per lo meno ridimensionarla forse potrebbe facilitare i colloqui. Perché è evidente che prima o poi con la Russia si deve parlare e, quasi certamente, trattare. Lo ha fatto capire la stessa Giorgia Meloni ieri, aprendo uno spiraglio sulla fine delle sanzioni e su possibili rinunce ucraine. La sola a non aver ancora capito che la soluzione del conflitto passa dalla trattativa è Kallas, Alta rappresentante non si sa di quali affari esteri. Di sicuro non della nostra politica di sicurezza.
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