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2019-04-26
Ebrei offesi, bandiere rosse e «Bella ciao»: in piazza c’è l’eterno ritorno dell’identico
Ansa
La storia si può riscrivere? Sicuro. Ma quella del 25 aprile è l'eterno ritorno dell'identico. L'Anpi si riversa sulle strade. S'ode un canto: Bella ciao. Ricompaiono le bandiere rosse. Si risvegliano i centri sociali. Cgil, Cisl e Uil, quasi sparite dalle fabbriche e impotenti di fronte alla cinesizzazione del mercato del lavoro, si rimettono a marciare. Volano stracci tra antifascisti pro Palestina e antifascisti pro Israele. Il capo dello Stato ci fa la paternale sulla democrazia conquistata a prezzo del sangue - la democrazia che, nel frattempo, è stata appaltata agli eurocrati e ai «mercati». Scorrendo le immagini delle manifestazioni, devi badare alla data per non confondere un anno con l'altro: è il 25 aprile del 2019 o quello del 2018, del 2017, del 2004, del 1998?
Non è una novità nemmeno lo spauracchio del fascismo che risorge. A sentire gli antifascisti di professione, il fascismo è sempre in agguato, magari tenuto vivo da trenta ultrà della Lazio pronti al golpe nero. Quindici anni fa il Duce in pectore era Silvio Berlusconi. Adesso è Matteo Salvini. Allora i partigiani si battevano contro il lodo Schifani. Adesso, Sergio Mattarella lancia la frecciatina contro i porti chiusi: «Quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva». L'Italia repubblicana, invece, «pone i suoi fondamenti nel ripudio del razzismo e delle discriminazioni».
Sempre uguali anche le schermaglie tra comunità ebraica e filoarabi. A Roma, i primi hanno disertato il corteo, in polemica con lo sventolio di vessilli palestinesi. A Milano, la brigata ebraica ha sfilato, bersagliata da slogan tipo «Via i sionisti dal corteo», o «Israele Stato terrorista». Emblematica una foto scattata a San Babila: i filopalestinesi di fronte ai manifestanti con le bandiere israeliane, separati da un cordone di transenne e poliziotti (che si sono beccati gli insulti dei dimostranti). Contestato pure il deputato pd, Emanuele Fiano. Doveva essere «la festa di tutti», come aveva affermato il premier, Giuseppe Conte, in visita al sacrario delle Fosse Ardeatine. E invece la Liberazione divide gli eredi dei perseguitati e gli eredi degli antisemiti.
Che il clima fosse incandescente, d'altra parte, lo si era capito già da quando Salvini aveva deciso di snobbare le celebrazioni dell'Anpi per andare a Corleone a inaugurare un commissariato. Stizzito il suo omologo del M5s, Luigi Di Maio: «È incredibile», ha scritto il vicepremier grillino su Facebook, «per giorni si è discusso di una festa, come se il Paese non avesse altri problemi a cui pensare. La mafia si elimina con il buon esempio, non festeggiando a Corleone». Dalla Sicilia, il ministro dell'Interno, vista l'alta tensione per il caso Siri e il salva Roma, ha preferito non replicare: «Sono in modalità zen», ha tagliato corto. Forse poteva ricordare, visto che si parlava di «liberazione dalla mafia», di quando i liberatori dell'Italia conquistarono la Sicilia grazie all'appoggio dei boss (Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo, forse addirittura Lucky Luciano). Boss che il «prefetto di ferro» del fascismo, Cesare Mori, aveva messo all'angolo. Ne sarà al corrente il segretario della rediviva Cgil, Maurizio Landini? «Il governo si ricordi della lotta alla mafia tutti i giorni», ha commentato. Lui dovrebbe difendere i lavoratori, ma la settimana scorsa ha consegnato la tessera d'onore della Cgil a Greta Thunberg. I metalmeccanici sentivano davvero il bisogno di un po' d'ecologismo radical chic, quello che farà chiudere le fabbriche e li manderà sul lastrico. Come è successo nel Midwest, dove gli operai hanno votato in massa per il fascista Donald Trump.
Festa di tutti, ha detto Conte. Non a caso, per il governatore piemontese, Sergio Chiamparino e il sindaco di Torino, Chiara Appendino, è «una vergogna non commemorare il 25 aprile», come ha fatto Salvini. Traditore del «giuramento da ministro», ha rilanciato il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Nondimeno, il suo collega di Milano, Giuseppe Sala, ci tiene a fare dei distinguo: «Festa non di tutti, ma di chi crede nella democrazia e nella libertà», evocate ovviamente anche dal segretario dem, Nicola Zingaretti, presente nel capoluogo lombardo. Insomma, Salvini doveva festeggiare, però la festa non era mica la sua. Più che festa di tutti, in effetti, il 25 aprile è la festa dell'Anpi. Monopolio innaturale che è costato diti medi in su e una raffica di «Vattene a casa» a Virginia Raggi.
Dunque, sul proscenio del 25 aprile cambiano gli interpreti, non il copione. C'è sempre il fascismo incombente, che giustifica l'irrinunciabilità dell'Anpi e i fondi pubblici che riceve. C'è sempre il cronista di Repubblica in cerca d'ispirazione dalla destra razzista e che non s'accorge degli ebrei costretti a sfilare scortati per evitare il pogrom dei «buoni» antifascisti. C'è sempre un fiume di retorica su libertà e democrazia, che però questi signori concepiscono a senso unico: siamo liberi di votare come dicono loro, siamo liberi di volere più Europa e siamo liberi di spalancare i confini ai migranti. E chi non si adegua? La soluzione ce l'ha Laura Boldrini, che su Twitter usa un inquientante hashtag, #PiazzaleLoreto, scrivendo di «gruppi fascisti» da sciogliere. Dal commando ultrà laziale alla Lega il passo è breve. Onorevole, ma li vuole sciolti o appesi a testa in giù?
Lo smacco storico del partigianamente corretto, comunque, lo testimonia un curioso striscione che si è visto a Milano: «Alzare i salari, non i muri». Peccato che i muri impediscano l'importazione di manodopera a basso costo, che serve a ricattare i salariati italiani. Ai professionisti dell'antifascismo, arrovellati su un eterno 25 aprile, s'attaglia il verso di una nota canzone: «Il mondo va veloce e tu stai indietro».
La storia si riscrive, per fortuna
«Mattarella: “Non si riscrive la storia"». «No a riscritture della storia». «Non si riscrive la storia». I titoli di Repubblica, Stampa e Corriere non lasciano spazio a interpretazioni nel restituire le parole di Sergio Mattarella sul senso del 25 aprile.
Parole inquietanti: la storia, per definizione, si scrive e si riscrive. Non perché non esista il dato, non per relativismo esasperato, ma perché è un racconto che si nutre di nuovi fatti, interpretazioni, angolature, documenti, scoperte. Un capo di Stato che avallasse una versione storica immutabile su un evento fondante della Repubblica sarebbe un censore irricevibile. Sarebbe, perché Mattarella non ha mai detto quelle parole.
Malgrado i resoconti della stragrande maggioranza dei giornali, incontrando gli esponenti delle Associazioni combattentistiche e d'arma, il capo dello Stato l'altro ieri ha detto loro: «La vostra testimonianza è un monito permanente, un argine di verità contro le interessate riscritture della storia». La frase, pur nella sua interezza, ha le sue ambiguità: chi definisce «interessate» le riscritture? E le associazioni sono fatte di storici di professione? Chi ha combattuto, poi, è il miglior arbitro storiografico di una contesa? Resta il fatto che tra il testo di Mattarella e il «Non si riscrive la storia» c'è una bella differenza, ma evidentemente anche il suo pensiero si può «riscrivere», più delle vicende della Resistenza italiana. Senza la pretesa di diventare esegeti di una figura che ha sempre messo particolare cautela e rigore nelle sue modalità espressive, il presidente si è rivolto ad associazioni fondate da protagonisti e testimoni della Liberazione dicendo una cosa: la loro stessa esistenza impedisce «riscritture interessate» della storia, cioè revisionismi ideologici che abbiano la presunzione di censurare alcuni fatti, episodi o connotazioni del racconto resistenziale. Peraltro, lo stesso Mattarella - quando ha citato per esempio il contributo dei cattolici come il partigiano Teresio Olivelli - ha finito per sottolineare indirettamente come l'apporto di diverse sensibilità alla Resistenza sia stato sminuito da molta storiografia. Se non ci fossero state «riscritture» di queste storie, forse non avremmo conosciuto Porzüs, o la vicenda di Alfredo Pizzoni, «banchiere» cattolico della Resistenza. E più in generale, non avremmo valutato correttamente l'apporto degli alleati alla Liberazione.
Del resto, il predecessore di Sergio Mattarella, un signore che qualcosa aveva avuto a che vedere con la storiografia comunista, iniziò il suo primo mandato al Colle con un discorso nel quale invitò a una memoria comune del periodo resistenziale «pur senza ignorare zone d'ombra, eccessi e aberrazioni». In pratica un invito a indagare, «riscrivere» e illuminare queste zone d'ombra, questi eccessi, queste aberrazioni. Ancora Giorgio Napolitano, restìo a pronunciare la parola «Pci», spiegò che Porzüs era stata «tra le più pesanti ombre che siano gravate sulla gloriosa epopea della Resistenza».
Le parole di Mattarella, in sostanza, non spostano granché nella palude di un dibattito eterno, fermo e politicamente e storicamente deludente sulla Resistenza. Ma, sia nel criticarle sia nel plaudirle, vale la pena citare quelle vere e non quelle inventate. Lunga vita a chi scrive, e riscrive con ragioni, la storia.
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Il giorno della Liberazione resuscita sindacalisti, attivisti pro Palestina e centri sociali. Cambiano i protagonisti, ma restano gli slogan antiquati del partigianamente corretto. La storia si riscrive, per fortuna. I giornaloni manipolano il pensiero di Sergio Mattarella, che aveva detto no a riformulazioni «interessate», cioè ai revisionismi ideologici. Ma quell'aggettivo è sparito nei resoconti. Lo speciale comprende due articoli. La storia si può riscrivere? Sicuro. Ma quella del 25 aprile è l'eterno ritorno dell'identico. L'Anpi si riversa sulle strade. S'ode un canto: Bella ciao. Ricompaiono le bandiere rosse. Si risvegliano i centri sociali. Cgil, Cisl e Uil, quasi sparite dalle fabbriche e impotenti di fronte alla cinesizzazione del mercato del lavoro, si rimettono a marciare. Volano stracci tra antifascisti pro Palestina e antifascisti pro Israele. Il capo dello Stato ci fa la paternale sulla democrazia conquistata a prezzo del sangue - la democrazia che, nel frattempo, è stata appaltata agli eurocrati e ai «mercati». Scorrendo le immagini delle manifestazioni, devi badare alla data per non confondere un anno con l'altro: è il 25 aprile del 2019 o quello del 2018, del 2017, del 2004, del 1998? Non è una novità nemmeno lo spauracchio del fascismo che risorge. A sentire gli antifascisti di professione, il fascismo è sempre in agguato, magari tenuto vivo da trenta ultrà della Lazio pronti al golpe nero. Quindici anni fa il Duce in pectore era Silvio Berlusconi. Adesso è Matteo Salvini. Allora i partigiani si battevano contro il lodo Schifani. Adesso, Sergio Mattarella lancia la frecciatina contro i porti chiusi: «Quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva». L'Italia repubblicana, invece, «pone i suoi fondamenti nel ripudio del razzismo e delle discriminazioni». Sempre uguali anche le schermaglie tra comunità ebraica e filoarabi. A Roma, i primi hanno disertato il corteo, in polemica con lo sventolio di vessilli palestinesi. A Milano, la brigata ebraica ha sfilato, bersagliata da slogan tipo «Via i sionisti dal corteo», o «Israele Stato terrorista». Emblematica una foto scattata a San Babila: i filopalestinesi di fronte ai manifestanti con le bandiere israeliane, separati da un cordone di transenne e poliziotti (che si sono beccati gli insulti dei dimostranti). Contestato pure il deputato pd, Emanuele Fiano. Doveva essere «la festa di tutti», come aveva affermato il premier, Giuseppe Conte, in visita al sacrario delle Fosse Ardeatine. E invece la Liberazione divide gli eredi dei perseguitati e gli eredi degli antisemiti. Che il clima fosse incandescente, d'altra parte, lo si era capito già da quando Salvini aveva deciso di snobbare le celebrazioni dell'Anpi per andare a Corleone a inaugurare un commissariato. Stizzito il suo omologo del M5s, Luigi Di Maio: «È incredibile», ha scritto il vicepremier grillino su Facebook, «per giorni si è discusso di una festa, come se il Paese non avesse altri problemi a cui pensare. La mafia si elimina con il buon esempio, non festeggiando a Corleone». Dalla Sicilia, il ministro dell'Interno, vista l'alta tensione per il caso Siri e il salva Roma, ha preferito non replicare: «Sono in modalità zen», ha tagliato corto. Forse poteva ricordare, visto che si parlava di «liberazione dalla mafia», di quando i liberatori dell'Italia conquistarono la Sicilia grazie all'appoggio dei boss (Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo, forse addirittura Lucky Luciano). Boss che il «prefetto di ferro» del fascismo, Cesare Mori, aveva messo all'angolo. Ne sarà al corrente il segretario della rediviva Cgil, Maurizio Landini? «Il governo si ricordi della lotta alla mafia tutti i giorni», ha commentato. Lui dovrebbe difendere i lavoratori, ma la settimana scorsa ha consegnato la tessera d'onore della Cgil a Greta Thunberg. I metalmeccanici sentivano davvero il bisogno di un po' d'ecologismo radical chic, quello che farà chiudere le fabbriche e li manderà sul lastrico. Come è successo nel Midwest, dove gli operai hanno votato in massa per il fascista Donald Trump. Festa di tutti, ha detto Conte. Non a caso, per il governatore piemontese, Sergio Chiamparino e il sindaco di Torino, Chiara Appendino, è «una vergogna non commemorare il 25 aprile», come ha fatto Salvini. Traditore del «giuramento da ministro», ha rilanciato il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Nondimeno, il suo collega di Milano, Giuseppe Sala, ci tiene a fare dei distinguo: «Festa non di tutti, ma di chi crede nella democrazia e nella libertà», evocate ovviamente anche dal segretario dem, Nicola Zingaretti, presente nel capoluogo lombardo. Insomma, Salvini doveva festeggiare, però la festa non era mica la sua. Più che festa di tutti, in effetti, il 25 aprile è la festa dell'Anpi. Monopolio innaturale che è costato diti medi in su e una raffica di «Vattene a casa» a Virginia Raggi. Dunque, sul proscenio del 25 aprile cambiano gli interpreti, non il copione. C'è sempre il fascismo incombente, che giustifica l'irrinunciabilità dell'Anpi e i fondi pubblici che riceve. C'è sempre il cronista di Repubblica in cerca d'ispirazione dalla destra razzista e che non s'accorge degli ebrei costretti a sfilare scortati per evitare il pogrom dei «buoni» antifascisti. C'è sempre un fiume di retorica su libertà e democrazia, che però questi signori concepiscono a senso unico: siamo liberi di votare come dicono loro, siamo liberi di volere più Europa e siamo liberi di spalancare i confini ai migranti. E chi non si adegua? La soluzione ce l'ha Laura Boldrini, che su Twitter usa un inquientante hashtag, #PiazzaleLoreto, scrivendo di «gruppi fascisti» da sciogliere. Dal commando ultrà laziale alla Lega il passo è breve. Onorevole, ma li vuole sciolti o appesi a testa in giù? Lo smacco storico del partigianamente corretto, comunque, lo testimonia un curioso striscione che si è visto a Milano: «Alzare i salari, non i muri». Peccato che i muri impediscano l'importazione di manodopera a basso costo, che serve a ricattare i salariati italiani. Ai professionisti dell'antifascismo, arrovellati su un eterno 25 aprile, s'attaglia il verso di una nota canzone: «Il mondo va veloce e tu stai indietro». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ebrei-offesi-bandiere-rosse-e-bella-ciao-in-piazza-ce-leterno-ritorno-dellidentico-2635557343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-storia-si-riscrive-per-fortuna" data-post-id="2635557343" data-published-at="1773072311" data-use-pagination="False"> La storia si riscrive, per fortuna «Mattarella: “Non si riscrive la storia"». «No a riscritture della storia». «Non si riscrive la storia». I titoli di Repubblica, Stampa e Corriere non lasciano spazio a interpretazioni nel restituire le parole di Sergio Mattarella sul senso del 25 aprile. Parole inquietanti: la storia, per definizione, si scrive e si riscrive. Non perché non esista il dato, non per relativismo esasperato, ma perché è un racconto che si nutre di nuovi fatti, interpretazioni, angolature, documenti, scoperte. Un capo di Stato che avallasse una versione storica immutabile su un evento fondante della Repubblica sarebbe un censore irricevibile. Sarebbe, perché Mattarella non ha mai detto quelle parole. Malgrado i resoconti della stragrande maggioranza dei giornali, incontrando gli esponenti delle Associazioni combattentistiche e d'arma, il capo dello Stato l'altro ieri ha detto loro: «La vostra testimonianza è un monito permanente, un argine di verità contro le interessate riscritture della storia». La frase, pur nella sua interezza, ha le sue ambiguità: chi definisce «interessate» le riscritture? E le associazioni sono fatte di storici di professione? Chi ha combattuto, poi, è il miglior arbitro storiografico di una contesa? Resta il fatto che tra il testo di Mattarella e il «Non si riscrive la storia» c'è una bella differenza, ma evidentemente anche il suo pensiero si può «riscrivere», più delle vicende della Resistenza italiana. Senza la pretesa di diventare esegeti di una figura che ha sempre messo particolare cautela e rigore nelle sue modalità espressive, il presidente si è rivolto ad associazioni fondate da protagonisti e testimoni della Liberazione dicendo una cosa: la loro stessa esistenza impedisce «riscritture interessate» della storia, cioè revisionismi ideologici che abbiano la presunzione di censurare alcuni fatti, episodi o connotazioni del racconto resistenziale. Peraltro, lo stesso Mattarella - quando ha citato per esempio il contributo dei cattolici come il partigiano Teresio Olivelli - ha finito per sottolineare indirettamente come l'apporto di diverse sensibilità alla Resistenza sia stato sminuito da molta storiografia. Se non ci fossero state «riscritture» di queste storie, forse non avremmo conosciuto Porzüs, o la vicenda di Alfredo Pizzoni, «banchiere» cattolico della Resistenza. E più in generale, non avremmo valutato correttamente l'apporto degli alleati alla Liberazione. Del resto, il predecessore di Sergio Mattarella, un signore che qualcosa aveva avuto a che vedere con la storiografia comunista, iniziò il suo primo mandato al Colle con un discorso nel quale invitò a una memoria comune del periodo resistenziale «pur senza ignorare zone d'ombra, eccessi e aberrazioni». In pratica un invito a indagare, «riscrivere» e illuminare queste zone d'ombra, questi eccessi, queste aberrazioni. Ancora Giorgio Napolitano, restìo a pronunciare la parola «Pci», spiegò che Porzüs era stata «tra le più pesanti ombre che siano gravate sulla gloriosa epopea della Resistenza». Le parole di Mattarella, in sostanza, non spostano granché nella palude di un dibattito eterno, fermo e politicamente e storicamente deludente sulla Resistenza. Ma, sia nel criticarle sia nel plaudirle, vale la pena citare quelle vere e non quelle inventate. Lunga vita a chi scrive, e riscrive con ragioni, la storia.
Kim Jong-Un (Ansa)
Tuttavia, bisogna fare attenzione. Come recentemente sottolineato da The Diplomat, sia Pyongyang the Teheran hanno sostenuto la Russia contro l’Ucraina, fornendo a Mosca del materiale bellico. Adesso, impegnata con l’attacco israelo-americano, la Repubblica islamica non è più in grado di svolgere questa funzione: il che rappresenta una buona notizia per la Corea del Nord, che ha così eliminato la concorrenza degli ayatollah, rendendosi ancora più centrale per il Cremlino.
Tra l’altro, Mosca ha firmato due trattati con entrambi i Paesi: uno, nel 2024, con la Corea del Nord, e un altro, l’anno scorso, con l’Iran. Ebbene, soltanto il primo prevede che la Russia debba intervenire militarmente al fianco della controparte, qualora quest’ultima subisse un attacco militare. Resta comunque il fatto che né in Venezuela né in Iran Mosca, impegnata nel fronte ucraino dal 2022, si sia granché data da fare per assistere gli storici alleati contro Washington. Il che potrebbe spingere Kim Jong-un a dubitare del sostegno concreto del Cremlino in caso di necessità.
Infine, ma non meno importante, resta sospesa un’incognita sul futuro degli eventuali colloqui nucleari tra Pyongyang e Washington. È ormai chiaro il ricorso dell’amministrazione Trump alla diplomazia coercitiva. Quando la Casa Bianca metterà sotto i riflettori la Corea del Nord, Kim potrebbe avere difficoltà a trovare adeguata copertura non solo dalla Russia ma anche dalla Cina. D’altronde, al netto delle dichiarazioni di facciata, non è che i rapporti tra Pechino e Pyongyang siano attualmente idilliaci. Insomma, la crisi iraniana risulta ambivalente per il regime nordcoreano: gli sta aprendo delle opportunità, è vero, ma anche degli scenari non poco preoccupanti.
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I resti della cabina della funivia del Cermis dopo l'incidente del 9 marzo 1976 (Ansa)
Iniziava a fare buio quel martedì 9 marzo 1976 sulle piste da sci dell’alpe Cermis di Cavalese e la funivia che collegava la località sciistica trentina si preparava alla penultima corsa della giornata. C’era coda per il rientro tra i tanti sciatori di quel giorno di fine inverno, per la mancanza di neve sulla pista di rientro. La cabina, caricata oltre la capienza, si mosse dai 2.000 metri dell’alpe Cermis per raggiungere senza intoppi la stazione intermedia di Doss dei Laresi. Dopo il trasbordo, la cabina che percorreva l’ultimo tratto fino al paese si riempì nuovamente oltre il limite, con 43 persone a bordo al posto delle 41 previste. Alle 17:20, la tragedia. Poco sopra la stazione di valle, appena superato l’ultimo pilone, i testimoni videro la vettura rossa arrestarsi di colpo. Poi, circa un minuto dopo, riprendere la corsa lentamente per qualche secondo ed improvvisamente impennarsi e scivolare all’indietro, accompagnata da un forte boato, per schiantarsi dopo un volo di oltre 100 metri nel vuoto su una radura in località Salanzada. Per i primi soccorritori la scena fu terrificante. Sei corpi sbalzati sul terreno, gli altri aggrovigliati nelle lamiere contorte della cabina, schiacciata dalla caduta e dal pesante carrello. Tra le vittime bambini e adolescenti in settimana bianca, italiani e stranieri, molti dei quali morti dopo l’agonia. Un giovane passeggero, il 19enne bergamasco Daniele Rota, respira ancora e viene caricato su un elicottero, ma arriverà all’ospedale di Trento senza vita. Si salva solo la 14enne Alessandra Piovesana, milanese studentessa del liceo Carducci, in vacanza con la classe. I corpi delle vittime l’avevano protetta e nonostante le gravi fratture a gambe e bacino, sopravviverà. Il bilancio di 42 morti segnò un tragico record, ancora oggi imbattuto: quello della sciagura con più vittime nella storia mondiale degli incidenti sugli impianti a fune. Altri due compagni di Alessandra non sopravvissero, Francesca Alano e Giovanni Diamanti Lelli, con lei nella cabina precipitata. Tra le vittime straniere, 21 tedeschi, 7 austriaci e un francese. Gli italiani morti furono 11, tra cui un’intera famiglia di Venezia.
Lo choc fu fortissimo in tutta Italia. Le cause della tragedia, tutt’altro che chiare. La caduta della cabina era avvenuta a causa della rottura della fune portante (la più robusta delle due presenti) ma il motivo risultava incomprensibile, mentre i tecnici si interrogavano in cerca della verità. Addirittura i media austriaci e tedeschi parlarono di guasti, difetti di manutenzione e persino di un attentato (per una presunta esplosione, rivelatasi in seguito dovuta al colpo causato dalla improvvisa rottura della portante). L'impianto tuttavia era relativamente nuovo, all'epoca aveva solamente 10 anni di esercizio alle spalle e le manutenzioni erano state eseguite regolarmente. La verità emerse nei mesi successivi, grazie al lavoro degli inquirenti e alle confessioni del manovratore di stazione, Carlo Schweizer. La causa dell’incidente fu tutta umana e mise in luce una gravissima negligenza nell’esercizio della funivia. Quel pomeriggio di 50 anni fa, gli addetti all’impianto avevano fretta di smaltire la lunga coda che andava formandosi a fine servizio. Oltre ad aver caricato due passeggeri in più del consentito, fecero scendere la cabina alla massima velocità di 10 m/secondo, disattivando il sistema automatico di rallentamento in prossimità dei piloni. La velocità sostenuta e le oscillazioni dei due cavi in prossimità dei sostegni generarono l’accavallamento della fune traente su quella portante, che fece scattare il dispositivo di arresto automatico dell’impianto come previsto in questi casi. Il dolo avvenne per una sciagurata volontà di far ripartire la funivia in tempi rapidi da parte dei due capiservizio Renato Chisté e Aldo Gianmoena, del tecnico responsabile Arturo Tanesini e dello stesso Schweizer, esecutore materiale della manovra che causò la caduta della cabina. Per mezzo di una chiave (che normalmente avrebbe dovuto essere sigillata ma che veniva usata ugualmente), l’addetto disinnescò il sistema di emergenza entrato in funzione per l’accavallamento delle funi e fece ripartire la cabina verso valle. Pochi istanti dopo la traente, per il forte attrito, tranciò la robusta portante con il cosiddetto «effetto sega», lasciando precipitare la cabina nell’abisso.
Il 17 dicembre 1976 Alessandra Piovesana, ancora con le stampelle, compariva in tribunale a Trento per deporre la sua testimonianza. Il racconto coincideva con quanto i periti sospettavano: l’impianto era ripartito dopo il disinserimento del sistema di sicurezza. Le colpe erano accertate, le pene furono alla fine lievi (3 anni e mezzo a tutti gli imputati ed emerse che Schweizer era sprovvisto del patentino di idoneità).
Ma la pace per la funivia del Cermis finirà ancora bruscamente 22 anni dopo la tragedia del 1976. Praticamente nello stesso tratto del primo incidente, un’altra cabina in discesa precipitò poco prima dell’arrivo a Cavalese. Il 3 febbraio 1998 fu un caccia americano a tranciare le funi dell’impianto, causando altri 20 morti.
Ed il 23 maggio 2021, su un impianto simile a quello del Cermis, un altra terribile sciagura. Sulla funivia Stresa-Alpino-Mottarone, a causa della rottura questa volta del cavo traente con l'atto doloso da parte del personale addetto di avere disattivato il freno di emergenza sulla portante, perirono 14 persone. Anche in questo caso, ci fu un solo superstite: il piccolo Eitan Biran. Proprio come accadde ad Alessandra Piovesana mezzo secolo fa.
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Maurizio Belpietro interviene a proposito dell'allarmante vicenda dei Trevallion: «È un sequestro di minori ad opera di uno Stato etico che agisce con la complicità di giustizia minorile e assistenti sociali».
«Si deve votare Sì per dare più diritti ai cittadini e più libertà ai magistrati dai vincoli delle correnti. Con il sorteggio si andrà avanti per merito e non per appartenenza correntizia. Questa è una riforma attesa da 30 anni». Lo dichiara il professor Nicolò Zanon, presidente del «Comitato Sì Riforma», nel corso del forum Ansa.
«Il 99% delle richieste di intercettazioni viene accettato dal GIP, così come la richiesta di proroga delle indagini: c’è un sostanziale appiattimento e il giudice finisce per condividere una cultura di scopo». È quanto afferma, sempre nel corso del forum Ansa Francesco Petrelli, presidente del «Comitato Camere Penali per il Sì».