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2018-06-12
È legale chiudere i propri porti per problemi di ordine pubblico
ANSA
Chi tifa per l'invasione ci racconta che la decisione di chiudere i porti italiani alla nave Aquarius, assunta dal ministro dell'Interno Matteo Salvini, avrebbe violato una serie di regole e convenzioni di diritto internazionale. Peccato che i fatti smentiscano certe ricostruzioni, legittimando la mossa del Viminale non soltanto sul piano politico (ove è evidente che solo gesti eclatanti possono convincere l'Europa, Francia e Germania in primis, ad assumersi le proprie responsabilità), ma anche sul piano giuridico.
La Convenzione Onu sul diritto del mare contempla la possibilità che uno Stato neghi a una nave l'accesso alle acque territoriali, qualora siano a repentaglio la «pace», il «buon ordine» e la «sicurezza», oltre che nel caso in cui l'imbarcazione sia sospettata di voler scaricare persone in violazione delle norme sull'immigrazione del Paese di approdo. E in effetti, l'arrivo di centinaia di migranti, proprio all'inizio del periodo estivo, in cui il meteo stimola le partenze, minaccia di scatenare problemi di ordine pubblico, eventualità evocata pure dall'articolo 83 del Codice della navigazione, per il quale è il ministero dei Trasporti (guidato da Danilo Toninelli) a godere della prerogativa di proibire «il transito e la sosta» delle navi nelle acque territoriali. Senza contare il pericolo, ormai documentato, di infiltrazioni di cellule jihadiste sui barconi. Quanto alle leggi sull'immigrazione, basti ricordare che soltanto una percentuale limitata di richieste d'asilo viene accolta: in media viene respinto circa il 50% delle domande.
È vero che la Convenzione di Amburgo sul soccorso marittimo, avendo istituito le zone Sar di ricerca e salvataggio, prescrive l'obbligo di aiutare le imbarcazioni che subiscono naufragio. Ma la Aquarius non stava affondando, né aveva segnalato emergenze sanitarie che richiedessero l'attracco immediato e l'intervento di personale medico a terra. Alla fine, la nave della Ong Sos Mediterranée ha fatto rotta verso Valencia, su invito del nuovo primo ministro iberico Pedro Sánchez. Ma sul banco degli imputati c'era soprattutto Malta, la quale, come da consuetudine, ha messo le mani avanti, adducendo come giustificazione che è l'Italia a coordinare le operazioni di salvataggio.
Il nostro Paese, però, non può più essere considerato l'agnello sacrificale della Ue. A febbraio 2018 è terminata l'operazione Triton, sostituita dalla missione Themis. La differenza fondamentale è che mentre la prima costringeva l'Italia a mettere a disposizione i porti, con la seconda i centri di coordinamento del soccorso marittimo possono decidere di far sbarcare i migranti altrove, persino in Libia. Un luogo che però la magistratura italiana, come si legge nella sentenza di dissequestro della nave di Pro activa open arms, non reputa un porto sicuro.
Il problema è che l'anno scorso Tripoli ha inoltrato all'Organizzazione marittima internazionale (Imo) i dati necessari a istituire una propria zona Sar. Nell'agosto del 2017, il premier Fayez Al Sarraji fece tuttavia ritirare la richiesta, ufficialmente per problemi tecnici che avrebbero in ogni caso portato alla bocciatura del progetto. Dal sito Openmigration.org si apprende che, lo scorso 19 dicembre, Tripoli aveva avviato una nuova pratica, con l'individuazione del tratto di mare di propria competenza, nonché di un centro di coordinamento collocato «a bordo della nave Tremiti della Marina italiana, ormeggiata nel porto militare» della capitale libica. Eppure, l'Imo continua a sostenere che la Libia non è responsabile di alcuna zona Sar. Davvero le agenzie Onu vogliono consentire alla Libia di dotarsi di una sua area marittima di ricerca e soccorso? È ragionevole dubitarne ed è palese che tale ostruzionismo agevoli la tratta degli esseri umani.
Alessandro Rico
Malta si appiglia ai cavilli per scaricare gli immigrati sull’Italia
La domanda è questa: perché Malta, Stato sovrano e membro della Ue, può permettersi di rifiutare che i migranti vengano sbarcati sulle sue coste? Eppure questa piccola isola di 420.000 abitanti, pur con il limite dell'estensione territoriale, avrebbe le possibilità di accoglierli: l'economia ha fatto registrare un surplus di 8,9 milioni, tanto che il premier laburista Joseph Muscat ha definito la felice congiuntura «un miracolo economico».
Anche il turismo è cresciuto del 6%, mentre la disoccupazione è scesa nell'ultimo anno al 4,2%. Il porto della Valletta, con il suo ricco viavai di container, è un trafficato snodo commerciale fra Oriente e Occidente. Il Paese si è trasformato nel centro di nuovi affari, non sempre trasparenti, per circa 70.000 società offshore. Complice un regime fiscale molto conveniente, che per esempio non impone alcuna trattenuta su dividendi, interessi e royalty per i non residenti. Certo ci sono anche ombre che si addensano sul boom, come l'attentato mai del tutto chiarito in cui è stata uccisa la giornalista Daphne Caruana Galizia, che lavorava sui «Malta files», inchiesta che indicava Malta come «lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l'evasione fiscale nell'Unione europea».
Comunque nel corso del 2017 su questo scoglio in mezzo al Mediterraneo, a soli 90 chilometri dalle coste siciliane e a 170 chilometri da Lampedusa, non è sbarcato neppure un profugo. Almeno a quanto sostiene Mark Micallef, giornalista e firma di punta del Times Of Malta. Ma anche le fonti ufficiali governative non forniscono numeri certi e comunque parlano di poche decine di immigrati.
Come è possibile? Perché il governo maltese può dire sistematicamente di no alle richieste di Sar (acronimo per Search and rescue) provenienti dai barconi colmi di migranti che passano a poche miglia dalle sue coste? Non soccorrerli viola infatti una serie di trattati internazionali, oltre al codice della navigazione. La Valletta si aggrappa a cavilli giuridici di fatto scaricando sull'Italia l'incombenza di salvare e sbarcare i profughi.
Il primo cavillo riguarda la conferenza dell'Organizzazione marittima internazionale di Valencia del 1997, che stabilisce l'ampiezza delle zone di competenza dei singoli Stati costieri. All'Italia toccano circa 500.000 chilometri quadrati, un quinto di tutto il Mediterraneo. Malta pretese e ottenne che la propria zona Sar coincidesse con la «regione di informazioni di volo» dell'isola, che si sovrappone a Nord e a Ovest con la porzione d'intervento italiana. Insomma, La Valletta accettò un fiume di soldi per occuparsi dei salvataggi e recuperi in una larga fetta del Mare Nostrum, circa 750 volte superiore alla sua superficie. Ovvero 250.000 chilometri quadrati di mare che vanno dalla Tunisia alla Grecia, da cui il governo dell'isola guadagna milioni di euro per i diritti di pesca, prospezione petrolifera e pattugliamento aereo. Risultato: Malta ha una zona Sar vastissima che non riesce a controllare perché è priva di navi adeguate. Non risponde o risponde negativamente alle richieste di aiuto e quindi lascia alla nostra Guardia costiera l'onere delle operazioni di salvataggio.
Il secondo appiglio giuridico a cui si appella La Valletta è il fatto che si tratta dell'unica nazione europea a non aver ratificato gli emendamenti del 2004 alle convenzioni relative alla determinazione del luogo sicuro di sbarco. Dove è scritto: «Il governo responsabile per la regione Sar in cui sono stati recuperati i sopravvissuti è responsabile di fornire un luogo sicuro o di assicurare che tale luogo venga fornito».
Non avendo firmato, Malta si sottrae a tale obbligo che invece finisce per gravare sul nostro Paese. C'è anche il fatto che sono i migranti stessi che non vogliono approdare a Malta, considerata l'Alcatraz del Mediterraneo. Chi arriva viene di fatto incarcerato, per tutti coloro che finiscono in quest'isola invece che in territorio italiano il passaggio obbligato sono i centri di raccolta, gestiti dalla polizia e dall'esercito. Il più grande è il Floriana: una sorta di carcere circondato da filo spinato e torrette d'avvistamento dove ai migranti viene assegnato un numero. Gli «ospiti» vengono controllati per 24 ore al giorno da guardie armate e non possono mai uscire, inoltre le associazioni di volontariato, denunciano l'impossibilità di svolgere il loro lavoro a causa di condizioni igienico sanitarie disumane. Medici senza frontiere, che aveva un presidio, ha lasciato l'isola perché non riusciva a fornire un'assistenza efficace. L'unica soluzione è l'asilo politico, ma lo status di rifugiato è molto lungo da ottenere, sempre che si ottenga: può arrivare anche dopo 12 mesi di detenzione e la permanenza nei centri è permessa fino a 18 mesi.
Ad aggravare ulteriormente l'impegno italiano nei soccorsi, Libia e Tunisia non hanno mai dichiarato quale porzione di mare sia di loro competenza. Per cui alla fine tocca sempre a Roma coordinare le operazioni. Di certo non se ne occupa Malta, anche se con la Libia ha stretti rapporti economici, . Infatti dopo la caduta di Mu'ammar Gheddafi è diventata una seconda casa per molti funzionari e uomini d'affari di Tripoli, che investono qui i propri patrimoni.
Anzi, alcune delle famiglie più in vista si sono trasferite sull'isola in attesa che la situazione in patria si tranquillizzi. E infatti nella capitale maltese si trovano gli uffici della Banca centrale libica, della Compagnia petrolifera nazionale e del fondo di investimento Lia. I capitali possono sbarcare quando vogliono, ma i profughi no. Quelli meglio che vadano in Italia.
Alfredo Arduino
L’Italia si aggiudica un round con l’Ue In Spagna gli immigrati dell’Aquarius
Si sosteneva a gran voce che lo stop non era possibile e, così, tutti gli sbarchi avvenivano in Italia. Anche ieri dall'Ue e dall'Onu qualcuno ha provato ad alzare la voce. Poi la Spagna del neo premier di sinistra Pedro Sánchez ha detto «sì» e accoglierà i migranti della nave Aquarius che né l'Italia né La Valletta hanno fatto sbarcare. E mentre da Medici senza frontiere tentano la leva buonista, sostenendo che i passeggeri sono sempre più disperati, raccontando di un uomo che avrebbe minacciato di saltare giù dalla nave, continua il braccio di ferro tra Malta e l'Italia. Netto Matteo Salvini: porti chiusi almeno fino a quando dall'Europa non arriverà un segno di solidarietà. E anche a questione Aquarius chiusa è pronto a mantenere la linea. Perché un'altra nave, la Sea watch 3 che al momento è al largo delle coste libiche, potrebbe far rotta verso l'Italia. Ma le regole sono cambiate. E se con l'operazione Triton era stato scritto che tutti gli sbarchi sarebbero dovuti avvenire in Italia, con Themis sono i centri di coordinamento di soccorso marittimo a decidere dove dirigere i barconi. Il centro di coordinamento maltese, però, fa orecchie da mercante e non risponde alle imbarcazioni che lo contattano, né interviene quando è interpellato dal centro di coordinamento italiano. E ovviamente l'Italia non molla le navi.
Infatti ieri il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha spiegato: «Abbiamo affiancato all'Aquarius due motovedette affinché la vicenda venisse gestita in assoluta sicurezza, garantendo soccorso, intervento sanitario e approvvigionamento. Ci siamo resi inoltre disponibili a prelevare donne in stato di gravidanza e bambini». Dall'Aquarius però con molta probabilità non sono arrivate risposte, perché fino a ieri sera si è continuato a sostenere che i viveri sarebbero finiti presto. Poi Msf ha annunciato che Malta aveva inviato cibo e acqua.
Forse a bordo erano certi che alla fine l'Italia avrebbe ceduto e che la nave sarebbe arrivata in porto. Ma la posizione della Lega, spiegata da Gian Marco Centinaio, è stata chiara: «Porti italiani blindati». La strigliata ai partner dell'Ue, invece, è arrivata proprio da Salvini: «Nel Mediterraneo ci sono navi con bandiera di Olanda, Spagna, Gibilterra e Gran Bretagna, ci sono Ong tedesche e spagnole, c'è Malta che non accoglie nessuno, c'è la Francia che respinge alla frontiera, c'è la Spagna che difende i suoi confini con le armi, insomma tutta l'Europa si fa gli affari suoi». Il governo attendeva quindi un cenno dagli altri Stati Ue, dopo anni in cui la patata bollente dell'accoglienza è stata lasciata totalmente nelle mani dell'Italia. E infatti Conte ha rotto subito gli indugi: «Grazie Spagna, l'Ue comincia a farsi carico del problema. Avevamo chiesto un gesto di solidarietà all'Europa, e questo gesto è arrivato». Ieri mattina il primo a mandare segnali in questo senso è stato il sindaco di Valencia, Joan Robò: «Metteremo in moto ogni dispositivo affinché, se non ci sono altre possibilità, Valencia sia il luogo di approdo di questa nave». Attendeva, però, una decisione dal governo. E il via libera del premier spagnolo è arrivato.
«Diamo il benvenuto alla decisione del governo spagnolo di permettere alla Aquarius di sbarcare a Valencia per ragioni umanitarie. Questa è la vera solidarietà messa in pratica, sia verso queste persone disperate e vulnerabili, sia verso Stati membri partner», ha twittato il commissario europeo Dimitris Avramopoulos. E Salvini ha rivendicato la vittoria: «Evidentemente alzare la voce, cosa che l'Italia non faceva da anni, paga. Primo obiettivo raggiunto». Governo compatto e niente spaccature Lega-Cinque stelle. Danilo Toninelli, ministro delle Infrastrutture, competente sui porti, festeggia con Salvini: «Siamo appena arrivati e c'è già un vento nuovo». E aggiunge: «Noi salveremo sempre le vite umane, ma Malta è la spia di un'Europa che deve cambiare». Ed esulta anche Luigi Di Maio: «Ora l'Italia non è più sola».
All'orizzonte, adesso, c'è già il secondo step: cosa fare con i nuovi soccorsi in mare? Salvini, che non ha messo l'hashtag da parte, ha confermato sui social la sua posizione: «Anche la nave Sea Watch 3, di Ong tedesca e battente bandiera olandese, è al largo delle coste libiche in attesa di effettuare l'ennesimo carico di immigrati da portare in Italia. Abbiamo smesso di chinare il capo e di ubbidire, stavolta diciamo no. #chiudiamoiporti». Il fronte con Malta resta aperto. Il premier maltese Muscat ha reagito ringraziando Sanchez «per aver accolto l'Aquarius dopo che l'Italia ha infranto le regole internazionali e ha provocato uno stallo». Ma con l'Italia cerca lo scontro: «Il governo italiano sta andando contro le regole internazionali e, con il suo atteggiamento, sta rischiando di creare una situazione pericolosa per tutti: Malta sta rispettando le regole internazionali e, quindi, non può fare attraccare la Aquarius».
La nave Sea Watch 3, che si trova in questo momento in acque internazionali, «non è attualmente coinvolta in operazioni di ricerca e soccorso e non ha persone soccorse a bordo della propria nave», ha twittato la Ong tedesca. Ma la questione resta aperta, perché dall'organizzazione non governativa hanno annunciato di essere comunque pronti a nuovi salvataggi. Gli interventi di soccorso coordinati dalla centrale operativa della Guardia costiera che si sono conclusi nella notte sono stati sette: su cinque gommoni e su due barconi c'erano 795 migranti, tutti recuperati da quattro motovedette e dalla nave Diciotti della Guardia costiera. La nuova situazione politica ha fatto premere l'acceleratore all'Ue: il dibattito sulla emergenza nel Mediterraneo e la solidarietà in Europa che si svolgerà mercoledì prossimo al Parlamento europeo è stato approvato con 212 voti a favore e 62 contro. Il portavoce di Angela Merkel, Steffem Seibert, ha reso nota la posizione del premier tedesco: «Facciamo un appello a tutte le parti affinché vengano incontro alle proprie responsabilità umanitarie». Che fino a ieri, però, erano solo italiane.
Fabio Amendolara
Gigante che porta anche 750 persone a viaggio
L'Aquarius è lunga 77 metri, può trasportare dalle 550 alle 750 persone, batte bandiera di Gibilterra ed è attrezzata per i salvataggi in mare e dotata di un equipaggio internazionale composto da medici ed operatori esperti. Tanto che ogni suo viaggio costa ben 11.000 euro e sono almeno quattro i bambini nati a bordo durante le precedenti missioni di salvataggio.
Questa è la nave gestita dalla Ong Sos mediterraneè, che due giorni fa aveva raccolto in mare 629 profughi partiti dalle coste libiche e poi era partita verso l'Italia, convinta di sbarcarli in uno dei nostri porti. Nonostante la sua veneranda età (è stata costruita nel 1977) l'Aquarius è una research vessel, cioè una nave oceanografica, utilizzabile e utilizzata in passato per la ricerca scientifica marina e, dunque, ben strutturata per le lunghe permanenze in acqua e per nulla nuova alle missioni.
Da fine febbraio del 2016, secondo i dati forniti dalla stessa Ong sono più di 27.000 le persone salvate e soccorse con qualsiasi condizione meteorologica.
La Aquarius batte bandiera di Gibilterra e concentra «le sue operazioni nella zona occidentale delle acque internazionali, di fronte alla Libia».
Sos Mediterraneé, a sua volta, è un'organizzazione non governativa europea composta da associazioni in Italia, Francia, Germania e Svizzera che opera in collaborazione con Msf Olanda (Medici senza frontiere) per garantire la massima cura ai soccorsi.
Oltre all'equipaggio a bordo della nave, a ogni missione, vengono caricati «il carburante e l'insieme delle attrezzature necessarie per accogliere, nutrire e curare le persone soccorse», si legge sul sito della Ong, che precisa anche il fatto che «l'imbarcazione garantisce un ampio spazio sottocoperta e si adatta perfettamente a operare come nave destinata al soccorso nel Mediterraneo durante tutte le stagioni dell'anno».
La seconda nave che sta solcando in queste ore il Mediterraneo e che potrebbe trovare i porti dell'Italia indisponibili è la Sea watch 3, un'imbarcazione di poco inferiore, come caratteristiche, alla Aquarius.
Condotta da una Ong tedesca e battente bandiera olandese, anche la Sea watch 3 è una search and rescue vessel, costruita nel 1973.
Esattamente lo scorso sabato mattina la Sea whatch 3 era arrivata a Reggio Calabria e aveva sbarcato 232 richiedenti asilo, soccorsi nei giorni precedenti a largo delle coste della Libia.
Di fatto è stata la prima imbarcazione con migranti a sbarcare dopo l'insediamento del nuovo governo e la questura di Reggio, su indicazione della Procura già al primo approdo, dopo aver avviato le operazioni di accoglienza, aveva chiesto ai giornalisti a bordo della nave di consegnare tutto il materiale video girato durante il salvataggio. Nonostante questo primo avvertimento che qualcosa stava cambiando rispetto al passato, la Sea whatc h 3 non è rimasta ferma che poche ore, tanto che già ieri puntava verso l'Italia con un nuovo carico.
Alessia Pedrielli
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Il Codice della navigazione e la Convenzione Onu danno il diritto agli Stati di respingere navi che mettano a repentaglio la sicurezza o violino le regole sugli ingressi.Il piccolo Paese cresce grazie a 70.000 società offshore, sospettate di affari poco chiari. Controlla un'enorme area Sar, ma non ha firmato le parti poco gradite dei trattatiLa nave carica di stranieri approderà a Valencia. Matteo Salvini festeggia: «Alzare la voce paga». E annuncia che i porti resteranno chiusi. Il nodo Malta, però, non è ancora risolto. E altre imbarcazioni sono in arrivo.La barca di Sos Mediterraneé è così attrezzata da aver gestito quattro parti a bordo.Lo speciale contiene quattro articoliChi tifa per l'invasione ci racconta che la decisione di chiudere i porti italiani alla nave Aquarius, assunta dal ministro dell'Interno Matteo Salvini, avrebbe violato una serie di regole e convenzioni di diritto internazionale. Peccato che i fatti smentiscano certe ricostruzioni, legittimando la mossa del Viminale non soltanto sul piano politico (ove è evidente che solo gesti eclatanti possono convincere l'Europa, Francia e Germania in primis, ad assumersi le proprie responsabilità), ma anche sul piano giuridico.La Convenzione Onu sul diritto del mare contempla la possibilità che uno Stato neghi a una nave l'accesso alle acque territoriali, qualora siano a repentaglio la «pace», il «buon ordine» e la «sicurezza», oltre che nel caso in cui l'imbarcazione sia sospettata di voler scaricare persone in violazione delle norme sull'immigrazione del Paese di approdo. E in effetti, l'arrivo di centinaia di migranti, proprio all'inizio del periodo estivo, in cui il meteo stimola le partenze, minaccia di scatenare problemi di ordine pubblico, eventualità evocata pure dall'articolo 83 del Codice della navigazione, per il quale è il ministero dei Trasporti (guidato da Danilo Toninelli) a godere della prerogativa di proibire «il transito e la sosta» delle navi nelle acque territoriali. Senza contare il pericolo, ormai documentato, di infiltrazioni di cellule jihadiste sui barconi. Quanto alle leggi sull'immigrazione, basti ricordare che soltanto una percentuale limitata di richieste d'asilo viene accolta: in media viene respinto circa il 50% delle domande.È vero che la Convenzione di Amburgo sul soccorso marittimo, avendo istituito le zone Sar di ricerca e salvataggio, prescrive l'obbligo di aiutare le imbarcazioni che subiscono naufragio. Ma la Aquarius non stava affondando, né aveva segnalato emergenze sanitarie che richiedessero l'attracco immediato e l'intervento di personale medico a terra. Alla fine, la nave della Ong Sos Mediterranée ha fatto rotta verso Valencia, su invito del nuovo primo ministro iberico Pedro Sánchez. Ma sul banco degli imputati c'era soprattutto Malta, la quale, come da consuetudine, ha messo le mani avanti, adducendo come giustificazione che è l'Italia a coordinare le operazioni di salvataggio. Il nostro Paese, però, non può più essere considerato l'agnello sacrificale della Ue. A febbraio 2018 è terminata l'operazione Triton, sostituita dalla missione Themis. La differenza fondamentale è che mentre la prima costringeva l'Italia a mettere a disposizione i porti, con la seconda i centri di coordinamento del soccorso marittimo possono decidere di far sbarcare i migranti altrove, persino in Libia. Un luogo che però la magistratura italiana, come si legge nella sentenza di dissequestro della nave di Pro activa open arms, non reputa un porto sicuro. Il problema è che l'anno scorso Tripoli ha inoltrato all'Organizzazione marittima internazionale (Imo) i dati necessari a istituire una propria zona Sar. Nell'agosto del 2017, il premier Fayez Al Sarraji fece tuttavia ritirare la richiesta, ufficialmente per problemi tecnici che avrebbero in ogni caso portato alla bocciatura del progetto. Dal sito Openmigration.org si apprende che, lo scorso 19 dicembre, Tripoli aveva avviato una nuova pratica, con l'individuazione del tratto di mare di propria competenza, nonché di un centro di coordinamento collocato «a bordo della nave Tremiti della Marina italiana, ormeggiata nel porto militare» della capitale libica. Eppure, l'Imo continua a sostenere che la Libia non è responsabile di alcuna zona Sar. Davvero le agenzie Onu vogliono consentire alla Libia di dotarsi di una sua area marittima di ricerca e soccorso? È ragionevole dubitarne ed è palese che tale ostruzionismo agevoli la tratta degli esseri umani.Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-legale-chiudere-i-propri-porti-per-problemi-di-ordine-pubblico-2577224345.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="malta-si-appiglia-ai-cavilli-per-scaricare-gli-immigrati-sullitalia" data-post-id="2577224345" data-published-at="1774132199" data-use-pagination="False"> Malta si appiglia ai cavilli per scaricare gli immigrati sull’Italia La domanda è questa: perché Malta, Stato sovrano e membro della Ue, può permettersi di rifiutare che i migranti vengano sbarcati sulle sue coste? Eppure questa piccola isola di 420.000 abitanti, pur con il limite dell'estensione territoriale, avrebbe le possibilità di accoglierli: l'economia ha fatto registrare un surplus di 8,9 milioni, tanto che il premier laburista Joseph Muscat ha definito la felice congiuntura «un miracolo economico». Anche il turismo è cresciuto del 6%, mentre la disoccupazione è scesa nell'ultimo anno al 4,2%. Il porto della Valletta, con il suo ricco viavai di container, è un trafficato snodo commerciale fra Oriente e Occidente. Il Paese si è trasformato nel centro di nuovi affari, non sempre trasparenti, per circa 70.000 società offshore. Complice un regime fiscale molto conveniente, che per esempio non impone alcuna trattenuta su dividendi, interessi e royalty per i non residenti. Certo ci sono anche ombre che si addensano sul boom, come l'attentato mai del tutto chiarito in cui è stata uccisa la giornalista Daphne Caruana Galizia, che lavorava sui «Malta files», inchiesta che indicava Malta come «lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l'evasione fiscale nell'Unione europea». Comunque nel corso del 2017 su questo scoglio in mezzo al Mediterraneo, a soli 90 chilometri dalle coste siciliane e a 170 chilometri da Lampedusa, non è sbarcato neppure un profugo. Almeno a quanto sostiene Mark Micallef, giornalista e firma di punta del Times Of Malta. Ma anche le fonti ufficiali governative non forniscono numeri certi e comunque parlano di poche decine di immigrati. Come è possibile? Perché il governo maltese può dire sistematicamente di no alle richieste di Sar (acronimo per Search and rescue) provenienti dai barconi colmi di migranti che passano a poche miglia dalle sue coste? Non soccorrerli viola infatti una serie di trattati internazionali, oltre al codice della navigazione. La Valletta si aggrappa a cavilli giuridici di fatto scaricando sull'Italia l'incombenza di salvare e sbarcare i profughi. Il primo cavillo riguarda la conferenza dell'Organizzazione marittima internazionale di Valencia del 1997, che stabilisce l'ampiezza delle zone di competenza dei singoli Stati costieri. All'Italia toccano circa 500.000 chilometri quadrati, un quinto di tutto il Mediterraneo. Malta pretese e ottenne che la propria zona Sar coincidesse con la «regione di informazioni di volo» dell'isola, che si sovrappone a Nord e a Ovest con la porzione d'intervento italiana. Insomma, La Valletta accettò un fiume di soldi per occuparsi dei salvataggi e recuperi in una larga fetta del Mare Nostrum, circa 750 volte superiore alla sua superficie. Ovvero 250.000 chilometri quadrati di mare che vanno dalla Tunisia alla Grecia, da cui il governo dell'isola guadagna milioni di euro per i diritti di pesca, prospezione petrolifera e pattugliamento aereo. Risultato: Malta ha una zona Sar vastissima che non riesce a controllare perché è priva di navi adeguate. Non risponde o risponde negativamente alle richieste di aiuto e quindi lascia alla nostra Guardia costiera l'onere delle operazioni di salvataggio. Il secondo appiglio giuridico a cui si appella La Valletta è il fatto che si tratta dell'unica nazione europea a non aver ratificato gli emendamenti del 2004 alle convenzioni relative alla determinazione del luogo sicuro di sbarco. Dove è scritto: «Il governo responsabile per la regione Sar in cui sono stati recuperati i sopravvissuti è responsabile di fornire un luogo sicuro o di assicurare che tale luogo venga fornito». Non avendo firmato, Malta si sottrae a tale obbligo che invece finisce per gravare sul nostro Paese. C'è anche il fatto che sono i migranti stessi che non vogliono approdare a Malta, considerata l'Alcatraz del Mediterraneo. Chi arriva viene di fatto incarcerato, per tutti coloro che finiscono in quest'isola invece che in territorio italiano il passaggio obbligato sono i centri di raccolta, gestiti dalla polizia e dall'esercito. Il più grande è il Floriana: una sorta di carcere circondato da filo spinato e torrette d'avvistamento dove ai migranti viene assegnato un numero. Gli «ospiti» vengono controllati per 24 ore al giorno da guardie armate e non possono mai uscire, inoltre le associazioni di volontariato, denunciano l'impossibilità di svolgere il loro lavoro a causa di condizioni igienico sanitarie disumane. Medici senza frontiere, che aveva un presidio, ha lasciato l'isola perché non riusciva a fornire un'assistenza efficace. L'unica soluzione è l'asilo politico, ma lo status di rifugiato è molto lungo da ottenere, sempre che si ottenga: può arrivare anche dopo 12 mesi di detenzione e la permanenza nei centri è permessa fino a 18 mesi. Ad aggravare ulteriormente l'impegno italiano nei soccorsi, Libia e Tunisia non hanno mai dichiarato quale porzione di mare sia di loro competenza. Per cui alla fine tocca sempre a Roma coordinare le operazioni. Di certo non se ne occupa Malta, anche se con la Libia ha stretti rapporti economici, . Infatti dopo la caduta di Mu'ammar Gheddafi è diventata una seconda casa per molti funzionari e uomini d'affari di Tripoli, che investono qui i propri patrimoni. Anzi, alcune delle famiglie più in vista si sono trasferite sull'isola in attesa che la situazione in patria si tranquillizzi. E infatti nella capitale maltese si trovano gli uffici della Banca centrale libica, della Compagnia petrolifera nazionale e del fondo di investimento Lia. 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E mentre da Medici senza frontiere tentano la leva buonista, sostenendo che i passeggeri sono sempre più disperati, raccontando di un uomo che avrebbe minacciato di saltare giù dalla nave, continua il braccio di ferro tra Malta e l'Italia. Netto Matteo Salvini: porti chiusi almeno fino a quando dall'Europa non arriverà un segno di solidarietà. E anche a questione Aquarius chiusa è pronto a mantenere la linea. Perché un'altra nave, la Sea watch 3 che al momento è al largo delle coste libiche, potrebbe far rotta verso l'Italia. Ma le regole sono cambiate. E se con l'operazione Triton era stato scritto che tutti gli sbarchi sarebbero dovuti avvenire in Italia, con Themis sono i centri di coordinamento di soccorso marittimo a decidere dove dirigere i barconi. Il centro di coordinamento maltese, però, fa orecchie da mercante e non risponde alle imbarcazioni che lo contattano, né interviene quando è interpellato dal centro di coordinamento italiano. E ovviamente l'Italia non molla le navi. Infatti ieri il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha spiegato: «Abbiamo affiancato all'Aquarius due motovedette affinché la vicenda venisse gestita in assoluta sicurezza, garantendo soccorso, intervento sanitario e approvvigionamento. Ci siamo resi inoltre disponibili a prelevare donne in stato di gravidanza e bambini». Dall'Aquarius però con molta probabilità non sono arrivate risposte, perché fino a ieri sera si è continuato a sostenere che i viveri sarebbero finiti presto. Poi Msf ha annunciato che Malta aveva inviato cibo e acqua. Forse a bordo erano certi che alla fine l'Italia avrebbe ceduto e che la nave sarebbe arrivata in porto. Ma la posizione della Lega, spiegata da Gian Marco Centinaio, è stata chiara: «Porti italiani blindati». La strigliata ai partner dell'Ue, invece, è arrivata proprio da Salvini: «Nel Mediterraneo ci sono navi con bandiera di Olanda, Spagna, Gibilterra e Gran Bretagna, ci sono Ong tedesche e spagnole, c'è Malta che non accoglie nessuno, c'è la Francia che respinge alla frontiera, c'è la Spagna che difende i suoi confini con le armi, insomma tutta l'Europa si fa gli affari suoi». Il governo attendeva quindi un cenno dagli altri Stati Ue, dopo anni in cui la patata bollente dell'accoglienza è stata lasciata totalmente nelle mani dell'Italia. E infatti Conte ha rotto subito gli indugi: «Grazie Spagna, l'Ue comincia a farsi carico del problema. Avevamo chiesto un gesto di solidarietà all'Europa, e questo gesto è arrivato». Ieri mattina il primo a mandare segnali in questo senso è stato il sindaco di Valencia, Joan Robò: «Metteremo in moto ogni dispositivo affinché, se non ci sono altre possibilità, Valencia sia il luogo di approdo di questa nave». Attendeva, però, una decisione dal governo. E il via libera del premier spagnolo è arrivato. «Diamo il benvenuto alla decisione del governo spagnolo di permettere alla Aquarius di sbarcare a Valencia per ragioni umanitarie. Questa è la vera solidarietà messa in pratica, sia verso queste persone disperate e vulnerabili, sia verso Stati membri partner», ha twittato il commissario europeo Dimitris Avramopoulos. E Salvini ha rivendicato la vittoria: «Evidentemente alzare la voce, cosa che l'Italia non faceva da anni, paga. Primo obiettivo raggiunto». Governo compatto e niente spaccature Lega-Cinque stelle. Danilo Toninelli, ministro delle Infrastrutture, competente sui porti, festeggia con Salvini: «Siamo appena arrivati e c'è già un vento nuovo». E aggiunge: «Noi salveremo sempre le vite umane, ma Malta è la spia di un'Europa che deve cambiare». Ed esulta anche Luigi Di Maio: «Ora l'Italia non è più sola». All'orizzonte, adesso, c'è già il secondo step: cosa fare con i nuovi soccorsi in mare? Salvini, che non ha messo l'hashtag da parte, ha confermato sui social la sua posizione: «Anche la nave Sea Watch 3, di Ong tedesca e battente bandiera olandese, è al largo delle coste libiche in attesa di effettuare l'ennesimo carico di immigrati da portare in Italia. Abbiamo smesso di chinare il capo e di ubbidire, stavolta diciamo no. #chiudiamoiporti». Il fronte con Malta resta aperto. Il premier maltese Muscat ha reagito ringraziando Sanchez «per aver accolto l'Aquarius dopo che l'Italia ha infranto le regole internazionali e ha provocato uno stallo». Ma con l'Italia cerca lo scontro: «Il governo italiano sta andando contro le regole internazionali e, con il suo atteggiamento, sta rischiando di creare una situazione pericolosa per tutti: Malta sta rispettando le regole internazionali e, quindi, non può fare attraccare la Aquarius». La nave Sea Watch 3, che si trova in questo momento in acque internazionali, «non è attualmente coinvolta in operazioni di ricerca e soccorso e non ha persone soccorse a bordo della propria nave», ha twittato la Ong tedesca. Ma la questione resta aperta, perché dall'organizzazione non governativa hanno annunciato di essere comunque pronti a nuovi salvataggi. Gli interventi di soccorso coordinati dalla centrale operativa della Guardia costiera che si sono conclusi nella notte sono stati sette: su cinque gommoni e su due barconi c'erano 795 migranti, tutti recuperati da quattro motovedette e dalla nave Diciotti della Guardia costiera. La nuova situazione politica ha fatto premere l'acceleratore all'Ue: il dibattito sulla emergenza nel Mediterraneo e la solidarietà in Europa che si svolgerà mercoledì prossimo al Parlamento europeo è stato approvato con 212 voti a favore e 62 contro. Il portavoce di Angela Merkel, Steffem Seibert, ha reso nota la posizione del premier tedesco: «Facciamo un appello a tutte le parti affinché vengano incontro alle proprie responsabilità umanitarie». Che fino a ieri, però, erano solo italiane. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-legale-chiudere-i-propri-porti-per-problemi-di-ordine-pubblico-2577224345.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="gigante-che-porta-anche-750-persone-a-viaggio" data-post-id="2577224345" data-published-at="1774132199" data-use-pagination="False"> Gigante che porta anche 750 persone a viaggio L'Aquarius è lunga 77 metri, può trasportare dalle 550 alle 750 persone, batte bandiera di Gibilterra ed è attrezzata per i salvataggi in mare e dotata di un equipaggio internazionale composto da medici ed operatori esperti. Tanto che ogni suo viaggio costa ben 11.000 euro e sono almeno quattro i bambini nati a bordo durante le precedenti missioni di salvataggio. Questa è la nave gestita dalla Ong Sos mediterraneè, che due giorni fa aveva raccolto in mare 629 profughi partiti dalle coste libiche e poi era partita verso l'Italia, convinta di sbarcarli in uno dei nostri porti. Nonostante la sua veneranda età (è stata costruita nel 1977) l'Aquarius è una research vessel, cioè una nave oceanografica, utilizzabile e utilizzata in passato per la ricerca scientifica marina e, dunque, ben strutturata per le lunghe permanenze in acqua e per nulla nuova alle missioni. Da fine febbraio del 2016, secondo i dati forniti dalla stessa Ong sono più di 27.000 le persone salvate e soccorse con qualsiasi condizione meteorologica. La Aquarius batte bandiera di Gibilterra e concentra «le sue operazioni nella zona occidentale delle acque internazionali, di fronte alla Libia». Sos Mediterraneé, a sua volta, è un'organizzazione non governativa europea composta da associazioni in Italia, Francia, Germania e Svizzera che opera in collaborazione con Msf Olanda (Medici senza frontiere) per garantire la massima cura ai soccorsi. Oltre all'equipaggio a bordo della nave, a ogni missione, vengono caricati «il carburante e l'insieme delle attrezzature necessarie per accogliere, nutrire e curare le persone soccorse», si legge sul sito della Ong, che precisa anche il fatto che «l'imbarcazione garantisce un ampio spazio sottocoperta e si adatta perfettamente a operare come nave destinata al soccorso nel Mediterraneo durante tutte le stagioni dell'anno». La seconda nave che sta solcando in queste ore il Mediterraneo e che potrebbe trovare i porti dell'Italia indisponibili è la Sea watch 3, un'imbarcazione di poco inferiore, come caratteristiche, alla Aquarius. Condotta da una Ong tedesca e battente bandiera olandese, anche la Sea watch 3 è una search and rescue vessel, costruita nel 1973. Esattamente lo scorso sabato mattina la Sea whatch 3 era arrivata a Reggio Calabria e aveva sbarcato 232 richiedenti asilo, soccorsi nei giorni precedenti a largo delle coste della Libia. Di fatto è stata la prima imbarcazione con migranti a sbarcare dopo l'insediamento del nuovo governo e la questura di Reggio, su indicazione della Procura già al primo approdo, dopo aver avviato le operazioni di accoglienza, aveva chiesto ai giornalisti a bordo della nave di consegnare tutto il materiale video girato durante il salvataggio. Nonostante questo primo avvertimento che qualcosa stava cambiando rispetto al passato, la Sea whatc h 3 non è rimasta ferma che poche ore, tanto che già ieri puntava verso l'Italia con un nuovo carico. Alessia Pedrielli
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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