Effetto Trump: dazi, tagli alla ricerca e revisione dei protocolli sanitari stanno frenando il comparto (-4%). A pesare, pure la scadenza dei brevetti. Cresce la fiducia, invece, nei processi tecnologici contro le malattie.


Il settore farmaceutico globale attraversa una fase di incertezza che si riflette sui listini. Da inizio anno il comparto mondiale segna un -4%, zavorrato anche dall’effetto cambio, mentre in Europa l’andamento complessivo resta vicino alla parità ma con forti turbolenze. Il paradosso è evidente: a fronte di una domanda sanitaria in crescita e di progressi clinici straordinari, gli investitori hanno preferito spostarsi su altri temi.


Il vento contrario più potente soffia dagli Stati Uniti, dove l’azione dell’amministrazione Trump ha cambiato il quadro regolatorio e politico: minacce di dazi, tagli alla ricerca, revisione dei protocolli sanitari. «La determinazione del presidente Trump a ridurre drasticamente i costi del sistema sanitario americano sta pesando sul sentiment e sui prezzi delle azioni europee, poiché gli Usa rappresentano uno dei mercati di sbocco più importanti per molte di queste aziende», sintetizza Salvatore Gaziano di SoldiExpert Scf.

In Europa, secondo Deutsche Bank, l’health care ha segnato le performance peggiori degli ultimi 12 mesi; il crollo di Novo Nordisk, che dal picco di giugno 2024 ha perso quasi due terzi del valore, ha frenato lo Stoxx Europe 600 Health Care, dove pesava per circa il 10%.

Ma la «patologia» più subdola resta la scadenza dei brevetti. Bernstein stima che fino al 2030 farmaci con vendite annuali per 61 miliardi di dollari perderanno l’esclusiva, un livello doppio rispetto alla media storica. L’effetto è noto: ingresso dei generici, compressione dei prezzi, erosione delle quote. «La crescita organica richiede troppo tempo per compensare le perdite immediate», spiega ancora Gaziano, «e spinge i big a cercare asset biotecnologici maturi, con prodotti in fase avanzata o già approvati».

Curiosamente, dentro un settore sotto pressione, spicca il segmento biotech, in rialzo del 10% da inizio anno. L’appeal è intuibile: chi individua i farmaci del futuro si emancipa dal calendario delle scadenze brevettuali. A fare da catalizzatore, l’accelerazione nella diagnostica e l’uso dell’Intelligenza artificiale.

Capitolo dazi. La catena di fornitura farmaceutica è globale e l’inasprimento commerciale americano introduce rischi di costo e di continuità. Ma l’impatto è eterogeneo: aziende con produzione domestica forte – come Eli Lilly, Bristol Myers Squibb, AbbVie – risultano meglio posizionate; chi dipende da principi attivi importati e opera con margini risicati, come Teva o Viatris, è più esposto. In ottica di portafoglio, J. Lamarck (guidata in Italia da Gianpaolo Nodari) suggerisce un approccio «core & satellite»: nucleo su large cap stabilizzate (Johnson & Johnson, Pfizer e i nomi sopra citati), più una quota satellite in biotech Usa pronte a beneficiare di supply chain più corte. Valutazioni alla mano, l’health care europeo tratta al P/E più basso di sempre, sceso sotto 14,5. È un segnale da non ignorare: prezzi depressi, fabbisogno terapeutico in crescita e pipeline alimentate da fusioni/acquisizioni e Ai possono creare un punto d’ingresso interessante.

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